Significativamente Oltre

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Un buon 2017 per la Basilicata

2017di Rocco Tolve

Auguri di un buon 2017.

La speranza, o se vogliamo la necessità, è che ci sia, finalmente, il cambio di paradigma tanto atteso.

Che la politica sia un po’ meno “politics” (dinamiche attuate dai partiti o gruppi di pressione per riuscire ad ottenere il potere politico) e decisamente più “policy” (gestire la cosa pubblica), e che lo sguardo sia puntato non più all’orizzonte temporale della prossima elezione, per la quale è necessaria una quotidiana creazione del consenso in modi più o meno banali, ma al futuro delle prossime generazioni.

Che poi, in fondo, è quello che gli amministratori della cosa pubblica dovrebbero fare: identificare gli scenari di sviluppo locale e globale del prossimo futuro, ed impostare un impianto legislativo di creazione del valore e sostenibilità nel lungo termine (su scala generazionale, appunto) cercando di risolvere o almeno calmierare i principali problemi socio-economici del territorio.

La situazione appare particolarmente sentita nella nostra Basilicata, dove vuoi per la crisi che ormai ci attanaglia da un lustro abbondante (ed in cui vista la fatica quotidiana si è portati, inevitabilmente, a concentrare i propri sforzi sul breve termine), vuoi per la virata particolarmente forte sulla “politics”, con gruppi, fazioni e correnti che fanno a braccio di ferro per accaparrarsi il pezzo di torta principale (accompagnato magari da buone bollicine…prosit!), si è ormai perso di vista l’obiettivo di lungo periodo.

Eppure, a guardare numeri e statistiche, le problematiche sembrerebbero ben chiare ed identificabili.

Sul sito http://www.istat.it/it/basilicata e sul portale http://www.istat.it/it/archivio/16777 sono disponibili gli indicatori per le politiche di sviluppo.

Alcuni dati sono estremamente significativi nella loro durezza.

Nel decennio 2006-2015

A) il tasso di disoccupazione giovanile è passato dal 31.9 % al 47.7%

B) La disoccupazione complessiva sul totale della popolazione dal 10.6% al 13.7%

C) l’incidenza della disoccupazione di lunga durata (persone in cerca di occupazione da oltre 12 mesi) è passata dal 57.4 % al 65.6%

D) il tasso di giovani NEET 15-29 anni è passato dal 23.9% al 28.7%

E) il livello di istruzione della popolazione adulta (% di popolazione 25-64 anni in possesso almeno di diploma superiore) è sceso dal 49.9% al 41.1%

in termini demografici, l’indice di vecchiaia (percentuale di over 65 rispetto agli 0-14) è passato dal 138% al 170%, e l’età media della popolazione regionale è passata da 41.9 anni a 44.7 anni.

Contemporaneamente troviamo nel 2015 un 25% di famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà, e complessivamente, quasi 230.000 abitanti a rischio di povertà o esclusione sociale (1).

(1)      L’indicatore è dato dalla somma delle persone a rischio di povertà, delle persone in situazione di grave deprivazione materiale e delle persone che vivono in famiglie a intensità lavorativa molto bassa. Le persone a rischio di povertà sono coloro vivono in famiglie con un reddito equivalente inferiore al 60 per cento del reddito equivalente mediano disponibile, dopo i trasferimenti sociali. Le persone in condizioni di grave deprivazione materiale sono coloro vivono in famiglie che dichiarano almeno quattro deprivazioni su nove tra: 1) non riuscire a sostenere spese impreviste, 2) avere arretrati nei pagamenti (mutuo, affitto, bollette, debiti diversi dal mutuo); non potersi permettere 3) una settimana di ferie lontano da casa in un anno 4) un pasto adeguato (proteico) almeno ogni due giorni, 5) di riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere l’acquisto di 6) una lavatrice, 7) un televisione a colori, 8) un telefono o 9) un’automobile). Le persone che vivono in famiglie a intensità lavorativa molto bassa sono invidividui con meno di 60 anni che vivono in famiglie dove gli adulti, nell’anno precedente, hanno lavorato per meno del 20 per cento del loro potenziale.

Mentre, nell’ambito della competitività e del tessuto imprenditoriale, abbiamo osservato:

I) Una riduzione degli investimenti fissi in percentuale del PIL dal 24.33 % del 2006 al 20.12% del 2013;

II) Una riduzione degli investimenti PRIVATI in % del PIL dal 21.45% al 17.87%;

III) Un numero di occupati nei settori manufatturieri ad alta tecnologia e nei servizi ad elevata intensità di conoscenza ed alta tecnologia pari a 3.000 (su 180.000 occupati nell’anno 2013, appena l’1.6%. In Lombardia la percentuale è del 4.93% con 212.000 addetti “hi-tech”, nel Lazio addirittura del 6.17% con 136.000 addetti hi-tech);

IV) Il tasso a sopravvivenza a tre anni delle imprese nei settori ad alta intensità di conoscenza è passato dal 63.2% del 2007 al 43.7% del 2014;

V) Un tasso di iscrizione netto nel registro delle imprese (iscritte meno cessate) passato dal +0.8% del 2006 al -0.7% del 2015 , risulta negativo anche il tasso netto di turnover delle imprese (differenza tra tasso di natalità e mortalità), -1.5% nel 2014. Si è passati da 32.207 imprese del 2006 (con picco di 32.855 nel 2008) a 30.747 nel 2014.

Si rileva dunque un quadro di estrema fragilità, di progressivo impoverimento, di invecchiamento della popolazione, complice anche dinamiche demografiche che portano i giovani ad emigrare fuori regione, ed un tessuto economico/produttivo debole, con riduzione degli investimenti pubblici e privati, numero di imprese e di occupati nei settori hi-tech estremamente basso, scarsa propensione al rischio di impresa ed elevata mortalità delle stesse, complice anche decifit strutturali ed infrastrutturali (in reti sia fisiche che virtuali), che riducono la mobilità, l’incontro e lo sviluppo di persone, merci, idee, da cui possono nascere le soluzioni ai problemi di oggi e le idee per i settori economici portanti del domani.

In verità i problemi, già di per sé gravi, hanno conseguenze che si riverberano appunto su scala generazionale, ai quali la “policy” dovrebbe porre rimedio, prima che la nostra Regione si incammini in una spirale di declino inarrestabile, ed al proposito possono essere utili un paio di esempi.

L’elevato numero di famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà (25%), ed i numerosissimi abitanti a rischio povertà o esclusione sociale (oltre 200.000), sono spesso costretti a privazioni significative, in termini di alimentazione, di cure mediche, di istruzione o di sviluppo cognitivo e attività ludico-ricreative. Queste privazioni in particolar modo sui figli, e nei primi anni di vita dei bambini (anche a causa dei forti stress ambientali durante i quali il flusso di informazioni verso la corteccia prefrontale si interrompe, riducendo anche la creazione di sinapsi) riducono significativamente lo sviluppo cerebrale, cosa ormai accertata universalmente nelle neuroscienze vista la vivacissima neuroplasticità del cervello dei bambini, che vengono privati di stimoli, cure e attenzioni, ed energie. Si è dimostrato che il volume cerebrale di bambini che hanno vissuto al di sotto della soglia di povertà è dall’8 al 10% inferiore, in età adulta, rispetto a pari età che non hanno dovuto subire le medesime privazioni, ed i risultati in test intellettuali, i salari massimi ai quali possono giungere e la produttività lavorativa risulta, in modo analogo, inferiore.

(cfr https://www.scientificamerican.com/article/poverty-disturbs-children-s-brain-development-and-academic-performance/ ; https://www.scientificamerican.com/article/poverty-shrinks-brains-from-birth1/ )

È pertanto necessario fare il possibile, in termini di sviluppo della regione nel lungo periodo, per ridurre la percentuale di adulti in povertà o a rischio esclusione, o qualora questo non fosse possibile in maniera drastica fin da subito, provare a garantire ai bambini nella fascia 0-6 anni il miglior supporto possibile in termini di educazione, supporto e sviluppo.

È un processo che necessità appunto di “policy”, e senza allontanarci troppo verso i paesi nordici come Danimarca, Svezia, Norvegia, dai quali purtroppo siamo distanti anni luce, abbiamo all’interno del nostro territorio nazionale esempi di amministrazioni che hanno dedicato una porzione consistente del bilancio allo sviluppo psico-fisico, culturale ed educativo dei bambini. È il caso di citare la città di Reggio Emilia, che stanzia ogni anno oltre il 20% del proprio bilancio per il percorso educativo e formativo dei bambini 0-6 anni. Non si tratta di approccio del tipo “politics”, i bambini non hanno diritto di voto e non possono “ricambiare” il favore dei fondi stanziati per loro, ma piuttosto di buona policy, lungimirante, le cui conseguenze si misurano su una scala temporale generazionale.

(Altra problematica analoga riguarda l’effetto dirompente e devastante che avrà fra 25-30 anni il metodo pensionistico contributivo, in cui la prestazione previdenziale dipende dalla quantità di contributi versati, unita alla disoccupazione durante la quale, per sua stessa natura, non viene versato alcun contributo, e che genererà una numero spropositato di pensionati sotto la soglia di povertà. La cosa, unita al fatto che ad oggi le famiglie costituiscono il principale ammortizzatore sociale dei giovani disoccupati, può avere un effetto sociale devastante; ma chiaramente argomenti di tale portata vanno trattati in sede nazionale e non regionale).

Il secondo esempio riguarda chiaramente l’andamento demografico, con riduzione della popolazione ed incremento dell’età media e dell’indice di vecchiaia. La mancanza di un tessuto economico produttivo forte, e di investimenti mirati su cluster tematici, ha fatto sì che la crisi economica globale colpisse in maniera più forte qui da noi. L’elevato livello di disoccupazione, in particolar modo quella giovanile, e la mancanza di misure di impatto sul problema, ha generato un flusso migratorio di giovani, in particolar modo quelli con formazione universitaria e post-universitaria, con il risultato di drenare competenze e professionalità fuori dalla regione, di innalzare la vita media e l’indice di vecchiaia della popolazione residente.

La cosa, senza misure significative per invertire la tendenza, avrà come conseguenza una riduzione della forza lavoro specializzata e di creazione di imprese con elevato livello di conoscenza, una riduzione generale del tessuto economico produttivo, ed un contemporaneo aumento delle spese socio-assistenziali per gli anziani, con conseguente taglio di risorse su altri settori.

Dei pochi giovani che restano, alcuni diventano NEET, talmente scoraggiati dallo stato di fatto delle cose da non cercare neanche più occupazione, rifugiandosi negli ammortizzatori sociali garantiti dalla famiglia, alcuni entrano nel sistema della “politics”, provando tramite l’aspetto relazionale ad ottenere un piccolo posto o contratto di lavoro nel pubblico, ma chiaramente non è in grado di invertire la tendenza complessiva, e una piccola percentuale prova ad andare avanti, creando e rischiando in prima persona nel settore privato, o da dipendente, o mettendosi in proprio.

Una buona policy dovrebbe avere l’obbligo morale di invertire questa tendenza, concentrandosi sulla creazione di lavoro, sul provare a far rientrare i cervelli in fuga, o, nel caso peggiore, a non farne partire altri nel prossimo futuro.

Abbiamo le basi su cui partire. Un capitale umano straordinario, con alcune competenze di assoluta eccellenza. Centri di ricerca di caratura nazionale (Università, CNR), alcuni poli industriali di primissimo livello (Fiat-SATA a Melfi).

Serve una visione, quello che la buona politica dovrebbe avere.

Possiamo provare ad esempio ad investire in maniera significativa in ambito fin-tech, una volta completata l’infrastuttura di banda larga ed ultralarga sul territorio regionale.

Possiamo sfruttare il polo fiat-sata, alcune competenze interne all’Università, ed eventuali partnership (ad esempio con Pisa), per creare un polo avanzato di robotica e meccatronica, grazie al quale sarà possibile rilocalizzare nel nostro paese le industrie 4.0. Chiaramente essendo la robotica un’attività piuttosto capital intensive ma poco labour intensive, non genererà un significativo numero di posti di lavoro “generalisti”, ma un numero ridotto di competenze piuttosto specifiche. L’investimento è però in grado di generare un vantaggio competitivo nell’evoluzione del lavoro industriale.

Un numero significativo di posti di lavoro, perlatro non sostituibile nel medio periodo da intelligenze artificiali, importante nella nostra regione, e che avrà uno sviluppo nei prossimi decenni, è quello dei servizi alla persona (sanitari, socio-assistenziali, di supporto e di servizio) su cui la regione dovrebbe puntare in modo forte.

E poi vi sono chiaramente gli altri due cluster, quello energia e ambiente (che necessita di un articolo a parte) e quello dell’osservazione della terra sul quale si può procedere con investimenti piuttosto mirati.

Penso ad esempio alla civionica, la branca dell’ingegneria civile (quindi su strutture e infrastutture) che si occupa di structural health monitoring, controlli e monitoraggi su strutture ed infrastrutture esistenti (il mondo delle costruzioni nei prossimi decenni è destinato a muoversi sempre più verso la gestione e manutenzione del patrimonio edilizio ed infrastrutturale esistente) con sensori e sistemi di controllo da remoto, interfacciati su piattaforme e sistemi SDI (spatial data infrastructure) per la loro gestione, programmazione e manutenzione in tempo reale; oppure alla difesa del territorio dal rischio sismico e idrogeologico.

Ci sono diverse idee possibili, ma è importante che la POLITICA locale inizi ad avere una visione di lungo termine, un approccio da seguire senza disperdere tempi, risorse, e senza lotte interne per il “controllo” di un territorio che altrimenti rischia di dissolversi senza avere più molto da “controllare”. C’è bisogno di idee, competenze, e di una politica che si rinnovi. BUON 2017.

Ing. Rocco Tolve

“Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno.”                                                       Antonio Gramsci

Final report from Projects for another Italy in Europe, 30 novembre 2013, Rome

massimo convegno

Projects  for another Italy in Europe November 30, 2013 , at 10-14 Via Sant’Andrea delle Frate 16 , Rome – Conference Hall , Democratic Party

National and international experts from academia , institutions , from industry and enterprise, many young people partecipated to “Projects for another Italy in Europe”.

After the messages received by the Minister Bonino, the President of the Chamber Boldrini , the Secretary of the Democratic Party Epifani , the Deputy Minister Catricalà, the Vice – Chairman of the European Parliament Pitella, a statement of support and appreciation to the initiative by the Mayor of Rome Marino, the video message from the leader of the House of Deputies Speranza opened the conference.

Massimo Preziuso , President of European Innovators , did a quick overview on the project , which started in 2006 as a place for development and design of indipendent policy, supporting the idea of ​​the urgency of establishing a new political reformist and pro-European party , remains today an autonomous movement that operates in Europe and in the world .

The interventions , thanks to the distinguished speakers have pointed out – hoping for new directions of political and economic growth for Italy in Europe and in the world, in a context characterized by the difficulties of the United States , the complexity of the Chinese and Indian growth , the new opportunities from southeast Asia, and the natural but culturally difficult convergence with reality like Turkey or north Africa – the urgent need to strengthen the italian strategy and industrial policy.

It also became clear that Italy can be a leader in the software industry and know how based industries , and how the project European Innvoators , building collaborative networks for the promotion of Italian talents in the world is the lifeblood for the revival of a joint project to support Italy and Made in Italy in the world.

It  has been so easy to go to the final session, remembering how European Innovators has already given way to political experiences with independent programs based on a new policy-making aimed at the transformation of smart cities and their governance in progressive optic .

From the conference, it is clear the need for a country that produces wealth and consumption in all the territories and put in a new network knowledge and production, in which medium towns and large cities, around a Smart Capital, remain the protagonists.

The need to give breath to a wider European movement , shared with many of the featured speakers, in a collaboration with the different pro-European organizations, based on the hot topics and more than actual 2014 european elections (during the 2014 first semester of Italian Presidency of Europe the real construction of a Euro-Mediterranean community , with a ”South of Italy” leadership, will be necessary), will see European Innovators as a protagonist of the Italian revival in Europe, starting with the next election campaign.

The construction of an Italian leadership in Europe and in the Mediterranean passes exactly by a renewed capacity to develop complex long-term projects. This will continue to be our goal and our commitment .

Gli Innovatori Europei per un’altra politica. “Sapere abilita l’Uomo”

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Gli Innovatori Europei per un’altra politica 

“Sapere abilita l’Uomo” 

Innovatori Europei partecipa al dibattito politico italiano, a cominciare dal congresso del Partito Democratico, per contribuire all’azione riformatrice che serve nelle istituzioni, nell’economia e nella società italiana, nell’orizzonte della unificazione europea. Il tema centrale del nostro impegno sarà “Sapere abilita l’Uomo”. Attorno ad esso apporteremo contributi di innovazione su questioni interagenti e prioritarie come:

  • Federazione europea dei popoli, traguardo non procrastinabile.
  • Innovazione del sistema pubblico politico e amministrativo.
  • Apertura della politica alle forze associative e alle competenze della società
  • Protagonismo di giovani e donne, motori del rinnovamento italiano.
  • Ricerca e Innovazione: metodo guida per la società e la politica.
  • Smart cities e green economy per lo sviluppo sostenibile europeo.
  • Politiche industriali ed infrastrutturali per il Sud nell’Euro Mediterraneo
  • Pluralismo radiotelevisivo nell’era del digitale
  • Politiche di rilancio industriale e sviluppo competitivo del Paese
  • Incentivare e sostenere le aziende innovative
  • Redistribuire risorse per produrre lavoro e crescita sostenibili
  • Nuove politiche sanitarie nell’Italia del dopo crisi
  • Nuovo protagonismo per le comunità di italiani all’estero
  • Internazionalizzare il Paese per favorire una nuova crescita interna

Con questo documento avviamo una discussione aperta che ci porterà agli Stati Generali degli Innovatori Europei, che si terranno il prossimo 9 Novembre a Roma.

Il tutto nella direzione del rafforzamento del ruolo di Innovatori Europei quale piattaforma di sviluppo di progetti politici complessi, in Italia ed in Europa, a partire dalle città.

Per aderire e contribuire al dibattito: email infoinnovatorieuropei@gmail.com o Facebook

Roma, 24 Settembre 2013, Gli Innovatori Europei – www.innovatorieuropei.org

Massimo Preziuso, Giuseppina Bonaviri, Paolo Di Battista, Osvaldo Cammarota,  Filippo Bruno Franco, Stefano Casati, Luisa Pezone, Antonio Diomede, Paolo Salerno, Gaetano Daniele La Nave, Michele Mezza, Mario Polese, Marco Frediani, Francesco Augurusa, Joseph Di Virgilio, Luigi Della Bora, Andrea Sabatino, Zaira Fusco, Daniele Preziuso, Ruggero Arico, Paolino Madotto, Francesco Zarrelli, Aldo Perotti, Nicola Pace, Domenico Varuzza, Paolo Cacciato, Anna De Ioris, Dario Mastrogiacomo, Antonio Giuseppe Preziuso, Diego Bevilacqua, Gianclaudio Oliva

CHI SIAMO

Dal 2005 Innovatori Europei (www.innovatorieuropei.org) mette insieme variegate esperienze di protagonismo associativo di matrice europeista. Oggi, IE è una realtà densa di iniziative innovative, che guardano ai territori italiani, con un orizzonte internazionale ed europeo. La nostra idealità è da sempre quella di costruire una rinnovata e migliore proposta politica riformista che guidi l’Italia verso i successi che merita e attende, ponendoci quale serbatoio di competenze e comunità di persone al servizio del bene comune.

Cosa ci dice l’evasione fiscale nel nostro territorio

immagine di Giuseppina Bonaviri

 “Il Sole” ha pubblicato la stima dell’evasione fiscale nelle 103 province italiane elaborata dal Centro Studi Sintesi. Il Centro ha incrociato i dati, relativi al 2011, del reddito disponibile pro-capite, con il benessere effettivo delle famiglie ed ha ricavato una graduatoria, in cui tanto più alta è la differenza fra i due dati, tanto maggiore è stimato l’ammontare del reddito che è sfuggito al fisco. La provincia di Milano è considerata con 152 punti quella con il minore tasso d’evasione;  quella di Ragusa, con 52 punti, la meno virtuosa. Nel Lazio, la provincia di Roma occupa l’11° posto,con 123 punti; le altre quattro, sono nella parte finale della graduatoria: Frosinone è all’86° posto, Rieti e Latina all’94°, Viterbo al 98°.  

 Fanno riflettere le stime dell’evasione fiscale, nel 2011, nelle province italiane pubblicate dal quotidiano economico della Confindustria, sia per i livelli di evasione stimati paragonabili a quelli delle province meridionali maggiormente in ritardo nello sviluppo sia per l’arretramento  della situazione socio-economica, nel 2012 e nel 2013, come più volte denunciato anche da Confcommercio, Confindustria Lazio e da Cgil, Cisl, e Uil.

Nel corso degli anni ci è stato fatto credere che un maggiore benessere potesse essere conseguito allentando “lacci e lacciuoli”: liberare le risorse morali e culturali della società civile ed i vincoli della Pubblica Amministrazione, per inseguire le migliori opportunità, sperando che questo condizioni fossero sufficienti ad una crescita complessiva. Ciò non si è verificato e la crisi mondiale ha ulteriormente aumentato le disuguaglianze e gli squilibri esistenti nel nostro territorio e fra questo ed il resto della regione, in particolare con la Capitale.

Eppure per quanto grave dovremmo evitare di soffermarci sul riflesso economico ed osservare le conseguenze che un così elevato tasso di evasione fiscale produce nella sottostante situazione sociale e della convivenza civile.

Una prima considerazione è che le dimensioni dell’evasione nel nostro territorio è tipica di economie locali in cui situazioni di eccellenza sopravvivono in un contesto di sottosviluppo. Assumerne consapevolezza significa intervenire in quell’indispensabile potenziamento del territorio che l’accordo di programma di 80 milioni di euro, dovrebbe iniziare a rendere possibile, per invertire la tendenza. Il secondo elemento di questa strategia è recuperare un’autonomia fiscale a livello comunale in grado d’essere meno gravosa sulle attività produttive e con l’auspicio di far emergere, con accordi sugli oneri sociali ed i contratti, le attività economiche in nero. Un’esigenza questa di cui si dovrebbe farsi carico anche la Regione Lazio.

Una seconda considerazione che scaturisce dalla stima dell’evasione fiscale è che il reddito sottratto al fisco attraverso l’economia sommersa e il lavoro nero, chiama in causa un’emergenza economica e sociale più vasta: i finanziamenti al consumo e alla produzione al di fuori dei circuiti legali. Non è questa una novità per la provincia di Frosinone: la Rete La Fenice e Libera denunciarono già nel dibattito pubblico avvenuto a Frosinone nel dicembre 2012 -in occasione della prima conferenza tematica “ Per una Regione libera dalle mafie e dalla corruzione”- le dimensioni gigantesche del fenomeno e l’inquinamento che produce nella vita collettiva: Cassino e Frosinone- secondo le stime  2011/2012 dell’Osservatorio Tecnico Scientifico per la Sicurezza e la Legalità della nostra Regione- si trovavano ai primi posti tra i comuni dell’intera Regione come il paradigma negativo di quello che succede in una regione amministrata male. Infatti il lavoro senza tutele e l’immissione illegale di capitali che non di rado sconfina nell’usura e nell’espropriazione di proprietà ed attività economiche per quanti non  sono in grado di assolvere agli impegni assunti, sono forme di subalternità fisica e psicologica delle persone di cui occorre avere piena consapevolezza nell’interesse di tutti.

C’è infine un aspetto nell’evasione fiscale che sembra essere divenuto retorico ma che, invece, non lo è affatto: il venir meno del rispetto della legalità. La trasgressione dell’obbligo fiscale è una insidia per il più generale rispetto delle leggi e dell’autorità dello Stato. Deve inquietare in pari misura i responsabili della cosa pubblica ed i cittadini: i primi per la delegittimazione del proprio operato, i cittadini per il venir meno della consapevolezza d’esser essi stessi parte di una unica comunità. L’intreccio sempre più stretto tra corruttela e criminalità e non soltanto quella organizzata, favorisce un clima opaco e lesivo del libero svolgimento delle attività istituzionali ed imprenditoriali, alimentando l’incertezza del diritto, minando la sensibilità e la coscienza morale del paese con un sentimento diffuso di sfiducia che, di per sé, è nocivo allo sviluppo dell’intera Nazione.

 

 

 

Regione e petrolio, ultima chiamata (per la Basilicata)

Sarebbe interessante un confronto pubblico tra gli schieramenti elettorali (e i rispettivi candidati governatori) su un progetto condiviso e definito per la Basilicata petrolifera, che identifichi il traguardo da raggiungere

di MASSIMO PREZIUSO su Il Quotidiano della Basilicata

IN QUESTI giorni mi è capitato di leggere una serie di notizie che riguardano il tema del petrolio della Basilicata, terra da molto tempo paragonata ad una sorta di Arabia Saudita di cui ad oggi, forse, in pochissimi, hanno potuto constatare i tratti positivi. E’ di qualche giorno fa la bocciatura da parte del Consiglio di Stato del cosiddetto “bonus benzina”, con il rischio per i cittadini lucani del rimborso delle somme già percepite.

In molti ritennero quella iniziativa poco pertinente, in quanto sembrava voler risolvere la normale e forte tensione legata alla intensa estrazione petrolifera in una Regione – in questo caso poi riconosciuta per la sua formidabile qualità “ambientale” – con un contributo economico di qualche centinaia di euro per abitante, per di più vincolato all’acquisto di una benzina più cara che nel resto della penisola.

Aldilà della beffa per i cittadini, è bene che questa strana forma di compensazione ambientale termini e ceda il passo ad una visione strategica della royalty petrolifera quale moltiplicatrice di sviluppo (tema su cui ricercatori ed industria energetica studiano da tempo).

Nel contempo si legge di 2 miliardi di euro che il governo dovrebbe trasferire alla Basilicata, forse già a partire da settembre, tramite una cabina di regia nazionale, che accompagni finalmente all’operatività quel   piano di sviluppo infrastrutturale ed occupazionale, di cui si parla da tempo, anche nel memorandum di intesa Stato – Regione del 2011.

Dal 2011, va poi detto, la Regione risulta ancora più centrale nei piani di sviluppo (energetici) nazionali ed euro – mediterranei (si legga la Strategia Energetica Nazionale approvata quest’anno).

Volendo allora essere ottimisti ed ipotizzando che queste risorse arriveranno davvero, si può affermare che questa sia l’ultima chiamata per il rilancio di una strategia di sviluppo legata alla attività estrattiva, in una Regione che esce fortemente provata (tra le altre, nell’ordine del 10% di ricchezza regionale prodotta), da una crisi iniziata nel 2007, oggi arrivata alla sua durissima coda finale, che ha colpito ancora maggiormente quel Mezzogiorno troppo poco presente, per limiti culturali e logistici, sui mercati internazionali.

Se a questi fatti si aggiunge che molti dei leaders politici lucani, soprattutto del centrosinistra, oggi ricoprono incarichi di primissimo piano nel governo e nelle istituzioni, vi è spazio affinché questa opportunità venga colta pienamente: cominciando da subito, con un lavoro da svolgere a Roma, per far sì che la Cabina di regia nazionale, che dovrebbe gestire la allocazione ottimale di queste importanti risorse aggiuntive (2 miliardi di euro equivalgono 20-25% del PIL regionale, per intendersi), e più in generale il tema delle royalties, sia composta da un mix perfetto di personalità e professionalità (europee, nazionali e locali) che possano lavorare insieme per segnare almeno un goal concreto in tempi accettabili.

Uno tra questi goal può riguardare la realizzazione di quella grande infrastruttura di alta velocità ferroviaria Taranto – Potenza – Salerno, su cui anche il sottoscritto e gli Innovatori Europei dibattono da tempo (anche partecipando alla Viggiano Sustainable Development School e su questo giornale, con un contributo dal titolo “L’alta velocità ferroviaria per il rilancio della Basilicata”, pubblicato ad ottobre 2012), che potrebbe finalmente dare il senso di una voglia di “futuro connesso” ad una Regione che da decenni vive culturalmente e fisicamente isolata, rischiando di scomparire, prima o poi, dalla mappa geografica.

Una infrastruttura ferroviaria, questa, che colleghi rapidamente tre regioni meridionali (la Puglia, la Basilicata e la Campania) così fortemente complementari, e che permetta a persone e cose di dialogare pienamente, finalmente, con l’Italia, con l’Europa e un domani molto prossimo con l’area mediterranea e asiatica (tramite le strategiche “porte” di Napoli e di Taranto).

Su questo tema, se si vuole cominciare con passo deciso, e viste le imminenti elezioni regionali, sarebbe altresì interessante un confronto pubblico tra gli schieramenti elettorali (e i rispettivi candidati governatori) su un progetto condiviso e definito per la Basilicata petrolifera, che identifichi il traguardo da raggiungere.

Che sia quello ferroviario, aeroportuale o legato ad una piattaforma di rilancio industriale o turistico, alla fine, poco importa: basta che sia uno solo e sostanziale.

Sarà così la popolazione a scegliere, insieme alle istituzioni – locali, nazionali ed europee – in quale direzione vuole andare.

E’ finita la recessione?

di Francesco Grillo su Il Messaggero

Periodicamente ai malcapitati premier che provano a guidare l’Italia attraverso la crisi economica più lunga e brutale dalla seconda Guerra mondiale, capita di dover vedere segnali di ripresa per iniettare nel sistema le dosi di fiducia che sono necessarie per reagire. Esattamente un anno fa, a Monti parve di vedere la luce alla fine del tunnel. Dopo un altro anno di recessione, è il Ministro dell’Economia a invocare stabilità per consolidare l’inversione del ciclo economico che, secondo Saccomanni, dovrebbe consolidarsi subito dopo l’estate.

Tuttavia, stavolta c’è il rischio che la luce sia, davvero, quella di un Tir,  di un ulteriore aggravamento della congiuntura che si sta avvicinando ad un Paese già fortemente debilitato: infatti, proprio nella stessa settimana nella quale in Italia  si annuncia la fine della crisi, l’Economist dichiara, sulla base dei dati macro che arrivano da mesi da tutto il mondo,  esaurita la grande spinta propulsiva che le economie di Cina, India, Brasile e Russia sono riuscite ad imprimere per vent’anni all’economia mondiale e iniziata la “grande decelerazione” che rischia di penalizzare ulteriormente chi per vent’anni è rimasto fermo.

Se così fosse entreremmo in una fase successiva a quella genericamente chiamata della “globalizzazione”: utilizzare i mercati emergenti come possibile sbocco delle esportazioni non basterà più e i margini di crescita del benessere di una qualsiasi società, e ancora di più per quella italiana, verranno interamente giocati nella partita della innovazione. E ancora di più risulterà indispensabile, sciogliere quei nodi strutturali che ancorano – aldilà di eventuali rimbalzi tecnici –  l’economia italiana ad un trend di lungo periodo che continua ad essere fortemente negativo.

È comprensibile, quindi, invocare stabilità politica per poter trasformare un piccolo aumento di fiducia in aspettative; sarebbe un errore tragico incoraggiare l’idea che, forse, ce la potremmo fare – ancora una volta – senza completare quei cambiamenti che gli ultimi due governi hanno solo cominciato. Del resto è lo stesso Enrico Letta a ricordare che la stabilità stessa è un valore solo se serve ad affrontare le questioni sulle quali ci giochiamo il futuro.

In un contesto sempre più dominato dall’investimento in competenze e talento, come farà a sopravvivere un Paese che spende, dopo vent’anni di interventi marginali, in pensioni quattro volte di più di quello che spende in educazione, dagli asili alle università? Come possiamo sperare di ridurre e qualificare la spesa pubblica se non stabiliamo – aldilà della battaglia infinita sul tetto agli stipendi dei manager – criteri oggettivi per valutare le prestazioni di chi gestisce i soldi dei contribuenti e vi leghiamo la remunerazione e la conferma? Come si può pensare di attrarre investimenti esteri in Italia, se secondo le classifiche della Banca Mondiale ci collochiamo per la capacità di far rispettare i contratti nei tribunali, al centosessantesimo posto nel mondo, dopo il Madagascar e lontanissimi dalla Grecia? E con quali argomenti possiamo trattenere le imprese italiane che trasferiscono – una dopo l’altra – la sede all’estero, se non mettiamo mano ad un ridisegno globale dei meccanismi di distribuzione, definizione e accertamento delle imposte che vada aldilà del gioco a somma zero su IVA e IMU?

Sono queste le sfide da vincere per crescere davvero: avere il coraggio di discutere dei tabù dei diritti acquisiti e della intoccabilità del posto pubblico; proporre una vera strategia di cambiamento sulla giustizia e sul fisco che superi la logica delle guerre di posizione che hanno congelato tutto per decenni; trovare le parole per convincere anche i privilegiati che conviene mettersi in discussione.

All’ISTAT nelle stesse ore dell’annuncio di Saccomanni, è toccato certificare la serie negativa più lunga che l’Istituto abbia mai registrato nella sua storia di misurazioni: da ieri siamo all’ottavo trimestre consecutivo di contrazione del Prodotto Interno Lordo.

Per uscire dal tunnel è necessaria la fiducia nei nostri mezzi. Ma anche la consapevolezza che non può finire a tarallucci e vino. Che dalla crisi si esce cambiando. Spostando, cioè, risorse dalla conservazione di privilegi non più sostenibili a utilizzi che siano funzionali a farci trovare un ruolo in un contesto di competizione globale che è assai diverso da quello dal quale siamo praticamente usciti circa vent’anni fa.

Se gli italiani hanno dato il cervello all’ammasso, prepariamoci al peggio

di Arnaldo De Porti

Non riesco proprio a capire :

Primo:     perché si parli ancora tanto di Berlusconi, quando il suo destino è pesantemente segnato;

Secondo:  perché i giornalisti continuino ad invitare nei vari talk show personaggi squallidi che, a mio avviso, non meritano nemmeno di essere chiamati per nome ed appartenere a questa nostra, per quanto sindacabile, società;

Terzo :     perché gli Italiani continuino a non capire, dopo essere stati ingannati per un lungo ventennio, che il berlusconismo è un cancro per il Paese, e non già la giustizia come dice il condannato dalla Cassazione in data primo agosto 2013;

Quarto:    perché non interviene UE dicendo che un condannato che, per 20 anni, ha frodato il fisco ed ingannato l’Italia (ma anche l’Europa) possa stare ancora dentro ancora all’Unione, atteso che non ci sarebbero gli estremi della ingerenza degli affari di un altro paese, ma un fatto di delinquenza che contamina  e far svergognare anche tutti i Paese dell’Unione Europea;

Quinto:     perché, anziché adire alla giustizia europea come hanno pensato di fare i difensori di un delinquente, non è l’Italia a farlo nell’interesse proprio  di UE ?

Sesto :      perché qualcuno pensa di dare “agibilità politica” o peggio ancora, trovare un salvacondotto ?  Solo pensando a questo, dovremmo dire che siamo tutti delinquenti e che  pertanto cerchiamo di salvarci fra noi.

Settimo : perché, come si fa per i mafiosi, non si mettono sotto commissariamento i mezzi personali di questo soggetto di Arcore, in modo che non abbia a nuocere  ulteriormente al Paese, comprando tutto e tutti ?

Ottavo : ma gli Italiani si rendono conto che da venti anni stiamo parlando solo di lui e delle sue vertenze giudiziarie senza fare un passo avanti, ma cento indietro a danno soprattutto delle fasce deboli ?

Nono : perché non si prendono provvedimenti verso coloro, mass-media in primis, che lo difendono dicendo che il nero è un colore bianco…? Non è consentito  neanche alla stampa di dire menzogne !!!

Decimo : se il problema non verrà risolto nel breve termine, ciò starà a significare che il cervello non c’è più e che gli Italiani si sono fatti fregare anche quello, dandolo all’ammasso, come si faceva una volta, e forse anche ora, con i Consorzi Agrari per le patate, il mais  ed altre merci 

 

Italiani svegliatevi perché siamo vicini ad una guerra civile, non già quella evocata da Bondi, operaio ben pagato (senza far niente) da Berlusconi, ma perché saranno le fasce serie ed oneste ad opporsi, dopo essere state massacrate per un ventennio ed ora ridotte alla fame.

Distretto Turistico dell’isola verde: una speranza per una rivoluzione culturale ed un rinnovamento politico

di Giuseppe Mazzella  

Organizzeremo a settembre come Osservatorio sui fenomeni socio-economici dell’ isola d’ Ischia presieduto da Franco Borgogna in collaborazione con la Banca  per le Risorse Immateriali coordinata da Osvaldo Cammarota , del Distretto Turistico Isola Verde promosso da Benedetto Valentino  e del Magazine Ischianews & Eventi, un seminario nazionale riservato  agli amministratori  comunali, agli operatori sociali ed agli imprenditori locali sul tema della “ Coesione e lo Sviluppo- le opportunità del Distretto Turistico dei fondi europei 2014-2002”.

L’ occasione ci è offerta dal libro di Carlo Borgomeo,  meridionalista di lungo corso, già Presidente di Sviluppo Italia e promotore della legge 44 sull’ Imprenditoria Giovanile ed attualmente Presidente della Fondazione Con il Sud, “  L’ equivoco del Sud-sviluppo e coesione sociale”, che sarà presente al seminario.

Il libro di Borgomeo farà da apripista  per un dibattito contenutistico sulle strategie che in questo tempo di drammatica crisi politica, a tutti i livelli, e di  evidente recessione economica e finanziaria a livello nazionale e locale, bisogna mettere in atto  qui nella nostra isola d’ Ischia, la più importante località turistica della Regione Campania per  consistenza della sua ricettività ( almeno 40mila posti-letto) e del suo armamentario economico e sociale  costituito da 3mila imprese e da 13mila iscritti al Centro per l’ Impiego ex-collocamento. Sarà necessaria una presenza al seminario di un autorevole esponente della Giunta Regionale della Campania, per il ruolo fondamentale al quale è chiamato l’ Istituto Regionale, per approvare formalmente con i sei sindaci e gli amministratori locali, per il ruolo imprescindibile che i Comuni hanno nel Governo dei Sistemi Locali di Sviluppo, un documento di indirizzo  sul quale impostare una “ strada Maestra” per incamminarci, soprattutto nell’ interesse delle nuove generazioni, verso la ripresa economica, politica, culturale della nostra isola ancora divisa in sei Comuni nonostante ormai da anni sia evidente un unico sistema economico comprensoriale , impostato sui “ turismi” e  non più sul solo “ turismo balneare e termale”.

Questi “ turismi” sono resi evidenti dal nostro Magazine “ Ischianews” con la nostra cartina topografica  della “ strada del vino e dei prodotti tipici” con 22 aziende agricole aderenti, con l’ indicazione di 24 sentieri arricchita con la carta nautica dell’area marina protetta  del “ Regno di Notturno” per presentare in estrema sintesi ed evidenza un’isola da vivere e godere da terra e da mare. Questi “ turismi” sono  presentati negli aspetti “ commerciali” delle segnalazioni delle nostre eccellenze  della nostra  industria alberghiera e termale e della ristorazione e dei servizi.

Insomma presentiamo ogni mese – con l’ indicazione degli Eventi non solo di colore locale ma anche di rilievo internazionale e con alcuni reportage – un’ isola di straordinario interesse che è viva nella sua consapevolezza del suo patrimonio ambientale e nella sua espansione economica e sociale.

Logicamente quest’isola  NON è il “ Paradiso dell’ Eden”, che non esiste sul pianeta terreste, né è l’ “ isola di Utopia”  di Tommaso Moro. Ci sono “ ferite” nella sua difesa  naturale e nella sua organizzazione civile. Ed è su come vogliamo curare queste “ ferite” che intendiamo avviare un dibattito per agire non per fare accademia.

A 60 anni esatti dalla grande trasformazione urbana di Lacco Ameno avviata nel 1953 dagli investimenti di  Angelo Rizzoli ( 1888-1970) sui progetti dell’ arch. Ignazio Gardella l’ isola d’ Ischia ci appare come un caso paradigmatico dell’ opportuno  “ sviluppo sostenibile” avviato in un’ area del Mezzogiorno. Così ci pare scritta per noi ischitani l’ epigrafe scelta da Borgomeo per il suo libro tratta da un lavoro  di Giorgio Ceriani Sebregondi ( 1916-1958): “… evitare di cadere nell’ errore di chi, trovandosi di fronte ad un albero che da pochi frutti, invece di provvedere a curare la malattia dell’ albero, provvedesse ad appendere dei frutti sui suoi rami”.

Noi dobbiamo consolidare i “ turismi” dell’ isola d’ Ischia e “ curare” la malattia dell’ albero.

Per curare le ferite del nostro sistema economico ci pare  necessaria una “ Legge Speciale” che superi il vetusto  e non applicato “ vincolismo” delle leggi del 1939 e del piano urbanistico territoriale ministeriale del 1995 e che unifichi amministrativamente l’ isola in una sola unità amministrativa nel quadro del sistema dei poteri locali che  dovrà essere determinato con l’ abolizione della Provincia e l’ istituzione della Città Metropolitana di Napoli alla quale, in qualche modo, l’ isola dovrà rimanere legata per geografia e storia. L’ unità amministrativa ci pare indispensabile per una seria e praticabile Pianificazione Territoriale e per una realistica Programmazione Economica ambedue necessarie per una politica di Coesione.

Ma nelle more dei tempi lunghi ed imprecisati delle Riforme Costituzionali bisogna agire ed avviare con il consenso dei sei Comuni gli interventi strutturali ed infrastrutturali capaci di guarire le “ ferite”. Il caso di Casamicciola è significativo perché bisogna recuperare al sistema produttivo una superficie coperta di circa 100mila mc. fra i quali giganteggia il recupero del monumentale complesso del Pio Monte della Misericordia con un approdo turistico attrezzato ed il recupero del bacino idrotermale di La Rita.

Il Distretto Turistico può essere lo strumento di Coesione dell’ isola perché può essere visto come la stanza di compensazione dei sei campanili, come un ente nato dalla volontà dei sei Comuni, come  strumento di concertazione tra interventi pubblici e privati. Non si tratta di creare l’ ennesimo nuovo ente sovra comunale  o una specie di nuovo proclama della marina borbonica del “ facite ammuina” di cui accennava il prof. Mariano D’ Antonio nel suo intervento su “ La Repubblica” di domenica 4 agosto. Si tratta di un ente “ capace di far fare agli altri ciò che dovrebbero fare” e cioè utilizzare a pieno le grandi opportunità dei fondi europei del programma 2014-2020 con interventi giuridicamente agibili resi tali dai Comuni.

Questo Grande Progetto per il quale occorrono almeno 100milioni di euro può prevedere anche una Società di Trasformazione Urbana ai sensi dell’ art.120 del Testo Unico degli Enti Locali capace di espropriare gli immobili dismessi di proprietà privata e di ristrutturarli per le nuove esigenze e soprattutto di gestirli perché anche questo è una questione di estrema importanza che il prof. D’ Antonio ha rimarcato nel suo intervento.

Il seminario dovrà delineare un quadro opposto al “ facite ammuina” della marina borbonica capace di mettere ciascuno al suo posto, di far fare ad ognuno la sua parte, nell’ interesse dei Giovani che debbono riscoprire il gusto di progettare il futuro.

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