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Italia 2018: gli Innovatori Europei nella “Terza Repubblica”

di Massimo Preziuso

Torniamo “live” dopo un paio di mesi, a causa di un brutto attacco informatico.

Anche se era già da gennaio scorso e il mio post su La brevissima campagna elettorale e l’importanza di progetti, programmi e visioni politiche che ci eravamo fermati, dopo aver verificato che niente di quello che auspicavamo era successo. Abbiamo così approfittato per una pausa di riflessione abbastanza lunga.

Ci risvegliamo in questo maggio 2018, in un’Italia evidentemente cambiata, all’alba di una possibile e auspicabile Terza Repubblica.

Il Partito Democratico – per cui ci siamo spesi per un decennio almeno, fino alla triste esperienza della Commissione nazionale sulla Forma Partito (2014 – 2016), in cui provammo a portare le nostre idee sulla necessità di un Dipartimento Progetti e di un “filiera progettuale” (idea condivisa con il forte Fabrizio Barca, che ha coniato il termine) – si è resettato a marzo. E, cosa incredibile, continua a testare minimi assoluti, con una leadership ormai annullata, che continua a pretendere protagonismo assoluto.

Siamo nell’Italia del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord. E in questo week end potrebbe nascere un governo, abbastanza strano e originale (per le differenze di elettorato e di programmi), tra i due protagonisti della scena politica italiana. Un tentativo rischioso, che però è giusto tentare di avviare, per provare poi a rompere gli schemi, in Italia ed in Europa.

In ogni caso, speriamo davvero che tutti gli altri Partiti, a cominciare dal PD, colgano questa crisi / opportunità per riformarsi e cambiare drammaticamente.

Tornando a noi, Innovatori Europei ha lavorato per più di un decennio per provare a portare un contributo di riforma e di innovazione al sistema politico italiano ed europeo.

In alcuni casi il cambiamento è poi arrivato, in molti altri no. Soprattutto, questo ci rammarica, dieci anni dopo non vediamo alcuna sostanziale innovazione nella forma organizzativa e nella modalità di selezione di classe dirigente politica.

Unico esempio che abbiamo visto all’opera è quello di M5S, con le prime forme di E Democracy. Il Movimento ha così dato opportunità a tantissimi comuni cittadini di provare a cimentarsi nella Politica, senza intermediazioni, anche se ha così prodotto una classe dirigente di qualità a volte non eccezionale.

Negli ultimi anni, la nostra iniziativa da indipendenti si è connotata sempre meno in termini di partecipazione alle elezioni (come abbiamo fatto nel passato in varie realtà, supportando nostri candidati) e sempre più nello sviluppo di progetti complessi, regionali e nazionali. Ed è’ su questa linea che vogliamo continuare. Perché fin dai tempi dell’impegno nelle Associazioni per il Partito Democratico (2006-7) crediamo che una seria progettualità sviluppata in maniera libera da appartenenze sia la principale motrice del cambiamento innovativo.

Continuiamo altresì a sperare nella nascita dei Dipartimenti Progetto in tutte le organizzazioni politiche, che diano il via a quella “cultura di progetto”, che in tanti della mia generazione hanno studiato sui libri, che tarda fortemente ad arrivare nel Paese.

Vogliamo prima di tutto indagare meglio sugli impatti (culturali, economici e politici) delle innovazioni tecnologiche sullo sviluppo sostenibile delle società moderne.

Anche perché, fin dal 2009 (quando ci rivolgemmo al candidato segretario del PD Pierluigi Bersani, che nel 2013 avrebbe voluto realizzarlo al governo ), continuiamo a sperare nella nascita di un Ministero per lo Sviluppo Sostenibile che divenga protagonista di una nuova fase di sviluppo per il Paese.

In questa nuova fase contiamo sicuramente sul supporto delle centinaia di Innovatori Europei presenti in tutta Italia e all’Estero, ma speriamo anche nell’apporto di nuove competenze e talenti. Per costruire nuovi progetti e benessere condiviso, in collaborazione con organizzazioni politiche ed istituzioni. Vi aspettiamo.

Se vi va, scriveteci a infoinnovatorieuropei@gmail.com

Ciao.

 

Fummo chiamati alle urne lo scorso 4 marzo (di Giuseppina Bonaviri)

su Paese Roma

La lucida e accurata riflessione di Giuseppina Bonaviri sulle elezioni regionali e politiche scorseelezioni-politiche-2018-640x426«Chiamate-i alle urne il 4 marzo, quasi le elettrici e gli elettori non se ne sono nemmeno accorti. Eppure le risposte che hanno dato sono state eclatanti e chiare, pur lasciando nell’incertezza il destino della Nazione. Una Nazione dal debito pubblico elevatissimo, lacerata dall’aumento della povertà assoluta e dalla disoccupazione giovanile e dove le donne sono ancora costrette a subire le minorazioni del soffitto di cristallo.  Ora si dovrà aspettare speranzosi che non si attivino dinamiche egocentristiche o pretestuose recriminazioni tanto meno nascondimenti di minoranze ricattatorie che potrebbero  obbligare ad un ulteriore voto in tempi brevi. Palude sulle presidenze, consultazioni e veti, rivendicazioni, contraddizioni mentre Mattarella attiva la decantazione con la Costituzione alla mano.

Per il consiglio regionale del Lazio le cose sono andate in una direzione diversa, se pur prevedibile, anche se con un verdetto finale che lascia l’attuale Presidente -eletto al secondo mandato- senza maggioranza certa.

Qualche dato necessita per coerenza politica. Zingaretti, candidato presidente per la coalizione larga del centrosinistra, vince nonostante abbia perso 311.662 voti (pari a -7,8) rispetto al 2013. Il centrodestra con Parisi sale a 964.418 voti rispetto a Storace che nel 2013 ne ottenne 959.683, il che significa che in questi ultimi cinque anni si è notevolmente ridotto il margine di distanza che separa il centrodestra dal centrosinistra: dagli oltre 11 punti percentuali nel 2013 si è giunti a meno di 2 punti percentuali di scarto tra i due schieramenti.

Un secondo livello di analisi ci descrive come le liste che appoggiavano Parisi hanno ottenuto un numero maggiore di consensi – 922.606 – rispetto a quelle a sostegno di Zingaretti che invece si sono fermate a 867.369 voti. Questo significa che soltanto la forza del Presidente uscente ha permesso al centrosinistra di riconfermarsi alla guida della regione Lazio. In ultimo, nel contesto della competizione regionale sono emerse le stesse tendenze rispetto a quelle nazionali e cioè che i due partiti che hanno dato le migliori prestazioni rispetto al 2013 sono state la Lega e il Movimento 5 stelle. Il primo aumenta i suoi consensi di 8,8 punti percentuali mentre  il M5s cresce di 92.490 voti dal voto del 2013.

Va puntualizzato che il Partito democratico riscontra il maggiore arretramento nei suoi consensi (960.932 voti presi unnamed-30nel 2013, ridotti di circa un terzo -311.744 nel 2018),  un calo di -8,6 punti percentuali.  Il secondo sconfitto appare il partito di Berlusconi che ha registrato un calo di 187.054 voti rispetto ai consensi ottenuti nel 2013, pari a 595.220, ma  a differenza di quanto avvenuto nel c/s (dove la perdita di consensi ha avvantaggiato i partiti che erano fuori dalla coalizione), in questo ultimo caso, la riduzione dei consensi è stata riassorbita dalla Lega e da Fratelli d’Italia.

Nella Provincia di Frosinone i votanti in questa tornata regionale sono stati il 66,56%: Forza Italia raggiunge il 17,57% con un totale del c/d del 39,67% e con la lista Parisi presidente al 35,73%. Il Partito democratico raggiunge il 20.21% con un totale del c/s del 33,94% e con la lista Zingaretti presidente al 31,77%. Il M5s arriva al 20,90% con la lista di Lombardi presidente al 26,32%.

Nella nostra provincia appare chiarissima la diminuzione della capacità d’attrazione di due forze politiche (Forza Italia ed il Pd) che sono state protagoniste, nel bene e nel male e sotto diverse forme ma con continuità, dal 1994 ad oggi. Agli occhi degli elettori la politica locale sembra  subalterna a piccoli e medi notabili che gestiscono i voti fra un’elezione e l’altra, mentre si continuano a perdere posti di lavoro ed opportunità di sviluppo. Tutti hanno perso, dunque tutti hanno vinto e la verità è che nessuno ha seriamente voglia di fare una analisi di quanto accaduto serena, dettagliata,coerente e aperta coinvolgendo la base dell’elettorato e gli astenuti.

Finchè gli uomini che governano i partiti da queste parti (visto che di donne non possiamo parlare perché non hanno mai occupato veramente posti decisionali nella enclave partitica provinciale) non capiranno che è necessario ridisegnare una FORMA PARTITO nuova, evoluta, moderna, diversa che deve necessariamente mettere al centro il PROGETTO e la gente e che diventi una opportunità per il territorio (una vera e propria Rete delle Reti dal basso che intercetti civismo, talenti ed eccellenze), nulla potrà cambiare.

Giuseppina BonaviriNoi della Rete, indipendenti, civici, liberi da pregiudizi abbiamo fatto in questi giorni un tentativo per riunire intorno ad un tavolo, in un confronto unico anime e pensieri diversi, a partire dal centro sinistra. Perché crediamo che un dibattito sia urgente e necessario. Le risposte sono state negative rimanendo “costoro” – vinti e vincitori- chiusi nelle logore logiche di gestione e salvaguardia dei propri bottini predati. Nessuno ha dato finora, la propria reale disponibilità, segno chiaro che non c’è da parte loro nessuna volontà credibile a rilanciare il futuro di questa terra.

Insisteremo oltre gli ostacoli, mettendo a disposizione il nostro background, certi che un nuovo risorgimento della nostra terra è ormai vicino».

Le emozioni di una sconfitta – di Tommaso Nannicini (e la necessità del Partito “rete di reti e di progetti”)

di Tommaso Nannicini su Medium

Con il voto del 4 marzo, il Partito democratico ha rimediato una sconfitta sonora, senza appelli. Che cosa spiega il successo della Lega e dei 5 Stelle? In questi giorni se ne leggono di tutti i colori. Molti sanno esattamente che cosa è successo. Beati loro. Io di certezze ne ho poche. Condivido questa analisi di Alessandro Fiorenza sull’inadeguatezza delle risposte che circolano, ma anche lì non ne troverete di nuove. Più che sulle “ragioni” dovremmo cominciare a riflettere sulle “emozioni” della sconfitta. E lo dico con il massimo rispetto per le emozioni, che giustamente guidano gran parte delle scelte di voto (per gli appassionati del genere consiglio la lettura di Drew Westen, The Political Brain).

Mettiamo in fila qualche elemento. Primo: le ferite ancora aperte della crisi economica (rispetto alle quali, noi del Pd, avremmo dovuto mostrare più empatia, facendo capire che per cicatrizzarle occorrono tempo e scelte coraggiose, come quelle che avevamo iniziato a fare). Secondo: il fascino di soluzioni tanto semplici quanto illusorie rispetto a nuove insicurezze (a fronte della nostra incapacità di inserire in una “costituzione emotiva” risposte più solide perché più complesse). Terzo: il malcontento verso un rinnovamento troppo lento o scarsamente selettivo della nostra classe politica. Tutti questi elementi hanno finito per soffiare sulle vele di forze estremiste e populiste, che in Italia hanno trovato terreno fertile anche per le storiche debolezze delle nostre istituzioni e per il ruolo che l’anti-politica ha giocato a più riprese nella nostra cultura collettiva.

Da dove ripartire allora? In questo post su Facebook ho parlato degli errori da evitare nell’immediato. Qui, mi limito a un’autocritica sugli errori del passato. Per evitare la tipica analisi del giorno dopo, ho fatto una scelta metodologica: analizzo solo i limiti della nostra azione politica di cui avevo già parlato prima del 4 marzo. Perché, oggi come allora, penso che riconoscere i propri limiti sia la premessa per superarli.

Una costituzione emotiva

Gli elettori non hanno capito che cosa era il Pd. Negli anni di governo, abbiamo fatto scelte importanti per il bene del Paese, dal Jobs act al reddito di inclusione, dalla riduzione delle tasse a un fisco più a misura di contribuente, dalle unioni civili al biotestamento. Nel nostro programma c’erano proposte altrettanto forti per continuare questo cammino e prendersi cura del futuro: denatalità, occupazione femminile, formazione permanente, non autosufficienza. Sia chiaro: perdere le elezioni quando hai fatto cose buone per il tuo Paese non è un’attenuante, ma un’aggravante. Vuol dire aver fallito sul terreno della politica. Non c’è stato solo un problema di comunicazione. C’è stato un problema politico.

Abbiamo fatto fatica a ricondurre le nostre scelte di governo (o le nostre proposte elettorali) dentro a quella che la psicologia politica chiama “costituzione emotiva”: quell’insieme di valori, principi e macro obiettivi che – da una parte – plasmano l’identità di un partito e – dall’altra – servono da interpretatori di senso per capire le politiche che quel partito sta portando avanti. Troppe scelte che abbiamo fatto faticavano a stare dentro alla stessa costituzione emotiva: la lotta all’evasione con l’innalzamento del limite sul contante, il reddito di inclusione con l’abolizione delle tasse sulla casa per tutti, il Jobs act con la liberalizzazione dei contratti a termine, e così via. Sia chiaro: quelle scelte di policy avevano delle motivazioni (più o meno valide) nel breve periodo, ma nonostante questo faticavano a convivere dentro alla stessa costituzione emotiva. Finendo per non far capire agli elettori per che cosa si stesse battendo il Pd, al di là delle scelte di governo e dell’operato (più o meno efficace) dei propri ministri.

In verità, questa analisi è troppo impietosa. C’è stato un periodo in cui il nuovo corso del Pd una costituzione emotiva l’ha saputa trovare. Nella prima fase, intorno alla “rottamazione”, al rinnovamento della classe dirigente, al superamento dell’immobilismo della Seconda Repubblica, all’esigenza di fare riforme troppo a lungo rinviate. Quell’energia positiva e quella fame di futuro hanno dato identità. In una seconda fase, la costituzione emotiva è arrivata dal tema del “rinnovamento istituzionale”. Il 41% degli italiani che hanno votato “sì” al referendum del 2016 riconoscevano ancora nel Pd il partito del cambiamento. Anche per questo è stato un errore non rilanciare il tema del rinnovamento istituzionale nel nostro programma. Abbiamo ammainato una bandiera che ci aveva dato un’identità riconoscibile.

L’analisi di cui sopra è troppo impietosa per un secondo motivo. Il problema di trovare una nuova costituzione emotiva non è solo del Pd, ma di tutte le forze progressiste in Europa e nel mondo. La cosiddetta “terza via” aveva capito la domanda, ma non ha trovato le risposte. Tocca ripartire da quella sconfitta culturale ancor prima che politica. C’è una sfida di cultura politica da raccogliere. Come ho cercato di accennare in questa intervista su Linkiesta, dobbiamo dare una costituzione emotiva alla sinistra del XXI secolo, partendo da un’analisi multidimensionale delle diseguaglianze: non solo nel reddito, ma nelle capacità (alla Amartya Sen), nelle opportunità, tra generazioni. Se vogliamo portare avanti chi è nato indietro, a volte la risposta sarà più mercato, altre volte più intervento pubblico. A volte più diritti, altre volte più doveri. L’importante è che tutte le risposte stiano dentro un’unica costituzione emotiva, quella di un riformismo empatico e responsabile. Un riformismo che sappia ritrovare un senso, ancora prima del consenso.

Un partito di tipo nuovo

Per farlo, non esistono scorciatoie. Serve un partito che fa il partito, che intermedia la società in forme nuove, che dialoga con altri corpi intermedi, con altri centri dove si raccolgono esperienze e si elaborano idee. Un partito che seleziona e forma la classe dirigente pensando all’interesse del Paese e non di chi fa parte del club dei politici di professione. Si dirà: facile a dirsi, difficile a farsi. Vero. Ma non impossibile se sapremo essere all’altezza del messaggio che ci hanno mandato gli italiani.

Nelle nostre mozioni congressuali abbiamo parlato spesso di un partito in grado di farsi “rete di reti”, ma poi più che reti si sono viste correnti. Una rete di reti ha bisogno di think tank, di luoghi di studio ed elaborazione che riordinino nuove domande politiche dal basso e le facciano circolare (come hanno fatto per anni i conservatori negli Usa). Ha bisogno di incubatori di impegno civico: luoghi, risorse e momenti di formazione messi a disposizione dei tanti che hanno voglia di impegnarsi su campagne tematiche o singole battaglie, lasciando libere queste risorse di auto-organizzarsi al di fuori del partito. E ha bisogno di ripensare il ruolo dei circoli territoriali, con coordinatori che diventino organizzatori di comunità, con luoghi fisici dove, a seconda dei casi, si ricevano ascolto o informazioni e, perché no, anche offerte di formazione e di arricchimento personale al di là dell’impegno politico. Se sapremo mettere in campo tutto questo, il tema di come selezionare meglio la classe dirigente si risolverà a cascata. Perché è inutile negarlo: il voto in certe aree del Paese non si spiega solo con le proposte degli altri partiti, ma anche con l’inadeguatezza della nostra classe dirigente (per usare un eufemismo).

Ci aspetta una lunga traversata nel deserto. Prima di scegliere il capitano, dobbiamo chiarirci le idee sulla destinazione finale. E dotarci di una bussola. Dopodiché, non resterà che mettersi in marcia. Senza fretta, ma senza sosta.

Prodi: sostenere coalizione di centrosinistra, in particolare gli amici di ‘Insieme’

 

Prodi dice: “La democrazia moderna esige i raggruppamenti. La società moderna è cosi diversificata. Esige che quando si hanno alcuni indirizzi fondamentali in comune, poi il resto lo si decide insieme. Ecco perché è cosi importante che la coalizione di centrosinistra riesca ad avere un ruolo nelle prossime elezioni. E io mi auguro proprio che ci sia un contributo plurale per una vittoria comune.”

La brevissima campagna elettorale e l’importanza di progetti, programmi e visioni politiche

di Massimo Preziuso

Dalla settimana prossima, con la presentazione delle liste elettorali, comincia una rapidissima e, si spera, appassionante campagna elettorale per le elezioni di Marzo.

Una occasione storica per ridare progetti, programmi e visioni politiche chiare ad un Paese che ha fame di partecipazione e speranze condivise.

La partenza non è delle migliori, anzi.

Sia per una selezione delle candidature che – tranne il caso (comunque non brillante) delle parlamentarie online del Movimento Cinque Stelle – è tornata (ma forse non si era mai troppo allontanata) nelle stanze delle segreterie dei partiti politici, che partoriranno liste piene di “fedelissimi” a discapito della qualità e dell’indipendenza di azione dei parlamentari, che per un dibattito oggi più centrato sulle “fake news” o la “querelle” quotidiana su una gaffe del politico di turno, che sulla necessaria costruzione di un ricco futuro per l’Italia, attraverso la partecipata discussione su programmi e idee solide e innovative.

Si spera davvero che, tra qualche giorno, si entri dunque in una fase totalmente nuova.

Queste elezioni sono – forse più che mai – cruciali per il Bel Paese, per vari motivi.

Con una ripresa trainata in questi anni da una crescita internazionale, oggi sostenuta, ma comunque vulnerabile su vari fronti, e supportata, in maniera forse eccessiva, dalla politica monetaria della BCE di Mario Draghi, che prima o poi servirà il conto proprio a noi, l’Italia non potrà vivere di rendite alcune, ma dovrà focalizzarsi su grandi progetti e riforme di medio – lungo periodo.

Sarà fondamentale, dunque, puntare su:

  • Un nuovo protagonismo italiano tra Europa e Mediterraneo, che metta al centro il nostro Mezzogiorno, oggi visto a Brussels quale punto dolente ma, allo stesso tempo, potenziale protagonista di un futuro prospero per tutta Europa, lavorando da subito ad un piano speciale per lo sviluppo sostenibile (come da noi IE suggerito al PD e non solo) dell’area.
  • Una politica lungimirante, “win – win”, per lo sviluppo sostenibile del continente Africano, oggi visto come esportatore di umanità sofferente (che l’Europa non riesce realmente ad aiutare, rischiando anzi di venirne sopraffatta), ma in realtà naturale centro di sviluppo Mondiale dei prossimi decenni.
  • Un aggressivo piano di investimenti per la ricerca e l’istruzione, perché oggi larga parte del Paese è ancora evidentemente non attrezzata  a “competere” con l’accelerazione esponenziale dell’economia digitale di questo decennio e dei prossimi.
  • Una rivoluzione della Forma dei Partiti Politici e delle Istituzioni attorno alla centralità del Progetto, quale luogo di aggregazione di competenze, visioni, luoghi e sensibilità diverse per il raggiungimento di sviluppo sostenibile.

E’ quindi attorno alla Sostenibilità dello Sviluppo che si gioca la partita dei prossimi decenni. Sostenibilità che non è più solamente ambientale, ma anche sociale e tecnologica.

L’impatto della automazione tecnologica con l’evoluzione della intelligenza artificiale che, prima o poi, competerà anche sul piano delle emozioni con l’individuo, richiede uno sforzo sistemico su questo tema, per evitare le drastiche conseguenze di una lunga “jobless economy and society”.

Dopo alcuni anni, quasi dieci (era infatti il 2009 quando, per la prima volta lo proponemmo a Pierluigi Bersani candidato segretario del PD), tocca dunque tornare sulla importanza della costituzione di quel Ministero per lo Sviluppo Sostenibile (che metta oggi insieme Ambiente, Sviluppo Economico e Innovazione Tecnologica) che traini il Paese verso un futuro ricco di opportunità soprattutto per l’Italia, proprio perché oggi è al centro di tantissima complessità e rischi.

2009 -> 2016 -> 2017: Un Ministero per lo Sviluppo Sostenibile e il PD diventi il Partito dei Progetti o non reggeremo la modernità

pd

di Massimo Preziuso

Si ha una strana sensazione quando si scopre di aver visto giusto negli anni ma di non essere stati ascoltati. E’ quello che ci capita in questi giorni in cui il nostro Belpaese soffre pesantemente, per ragioni di inefficacia ed inefficienza politica, l’adattamento ad un clima ormai drammaticamente e profondamente cambiato.

Ebbene, nel 2009 il nostro Comitato Green Economy and Society della Mozione Bersani presentò una proposta di istituzione del MISS – Ministero per lo Sviluppo Sostenibile che anticipasse e provasse a reagire ai forti problemi che il cambiamento climatico stava per portare ai nostri territori e al nostro sistema economico. Nessuno ci ascoltò e il Paese perse una occasione enorme di porsi da leader in un continente protagonista sul tema su questi temi di frontiera culturale, tecnologica ed economica.

Nel 2016 tornammo a scrivere al Partito Democratico e al Governo Renzi chiedendo una riflessione attenta sul tema ambientale e di sviluppo sostenibile del Paese (con la istituzione del solito MISS, per fusione tra Ministero dello Sviluppo Economico e quello dell’Ambiente) e sulla necessità di una nuova Forma Partito (di cui discutemmo nella apposita Commissione nazionale) che si incentrasse sui “Progetti per il Paese” (con la istituzione di un “Dipartimento Progetti” e della “Filiera Progettuale” proposta da Fabrizio Barca) per provare a riavvicinare la periferia del Paese al suo centro tramite idee e iniziative concrete. Ed evitare un ulteriore distacco elettorale a pochi mesi dalle amministrative che poi, come ipotizzato, si tradussero in una sconfitta netta.

E’ passato un altro anno da allora, in cui il PD ha pure perso il Referendum Costituzionale (a mio avviso anche per ragioni di organizzazione) e le ultime amministrative di quest’anno.

E, soprattutto, il Paese ha dimostrato a tutto il Mondo la propria fragilità geografica fino alla severa siccità delle ultime settimane, che andrà sicuramente a peggiorare ad Agosto.

E allora lo chiediamo per la terza volta:

si abbia il coraggio di porre il tema dello Sviluppo Sostenibile di un Paese così delicato al centro delle riforme governative. Il presidente Gentiloni dia il via al MISS – Ministero per lo Sviluppo Sostenibile, mettendo insieme  Sviluppo Economico e Ambiente per costruire il futuro del Paese . 

E il PD abbia la voglia di diventare finalmente il “Partito dei Progetti” utilizzando la naturale matrice delle competenze composta dai nuovi Dipartimenti (verticali) e la Segreteria (orizzontale) nazionali per sviluppare iniziative di cambiamento con il supporto di un forte luogo di elaborazione di proposte innovative diffuse nei territori. Il neonato gruppo “Italia 2020” (composto da Maria Elena Boschi, Sergio Chiamparino, Graziano Delrio, Michele Emiliano, Tommaso Nannicini, Andrea Orlando) che organizzerà la Conferenza Programmatica di Ottobre dovrebbe operare in questa direzione.

Speriamo che qualcosa accada presto o il Paese e il Partito Democratico non riusciranno a gestire la complessità di questa modernità che ci accelera contro.

 

Convegno 10 luglio, Talent Garden, Milano : Quale politica economica per l’Europa?

Europa XXI secolo e Tortuga sono liete di invitarvi all’incontro:

Quale politica economica per l’Europa?
10 luglio 2017 – 18:30-20* Talent Garden Calabiana Via Arcivescovo Calabiana 6, Milano

Programma
Presentazione di “Europe’s Political Spring: Fixing the Eurozone and Beyond” (a cura di Agnès Bénassy-Quéré e Francesco Giavazzi, con un capitolo di Guido Tabellini)

Introduzione a cura del Gruppo Tortuga

Ne discutono:  Francesco Giavazzi  Tommaso Nannicini  Guido Tabellini  Irene Tinagli

Modera:  Francesco Cancellato (Direttore Linkiesta)

* L’evento sarà l’occasione per presentare al pubblico l’associazione Europa XXI secolo. Trattandosi di una associazione non solo europeista ma anche europea, la discussione inizierà alle 18:30 in punto come da invito. Seguirà rinfresco.

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