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Politica

Inchiesta Centro Oli. Modificati i dati delle centraline Eni? Il sospetto degli investigatori della Dda

di Leo Amato (su Il Quotidiano di Basilicata)

Modificati i dati delle centraline Eni?<br /><br /><br /><br />
Il sospetto degli investigatori della DdaL’ad Eni, Paolo Scaroni

POTENZA – E’ possibile che i dati rilevati dalle centraline dell’Eni sui camini del Centro oli siano stati modificati di proposito prima di arrivare negli uffici deputati al controllo delle emissioni?

Stanno cercando di appurare anche questo gli investigatori dell’Antimafia di Potenza che martedì hanno “scoperto” il secondo filone dell’inchiesta sull’inquinamento prodotto dal principale impianto della compagnia del cane a sei zampe in Val d’Agri.

L’acquisizione di tutti i dati contenuti nei server che regolano il funzionamento delle centraline interne servirebbe proprio a questo. Lo stesso vale per quelli archiviati dalla ditta che ha realizzato il software gestionale utilizzato e li convalida prima di avviare le comunicazioni di rito.

Si tratta della Ebc di Potenza, un’impresa attiva da anni nel settore delle tecnologie ambientali che vanta proprio la capacità «di acquisire dati provenienti da sistemi di monitoraggio ambientale, rilevando con esattezza la quantità di emissioni ed immissioni nell’atmosfera di gas potenzialmente dannosi».

I militari del Noe dei carabinieri sono stati anche nei suoi uffici in via dell’Edilizia e hanno effettuato tutte le operazioni necessarie sotto le direttive impartite dall’ultimo consulente incaricato dai pm Laura Triassi e Francesco Basentini.

Per conoscere i risultati anche di questa attività, e del confronto tra il dato “grezzo” prelevato dai server e quello comunicato in via ufficiale occorrerà diverso tempo. D’altronde si è ancora in attesa di quelli delle analisi sui campioni di reflui di produzione prelevati durante il primo blitz nel Centro oli.

A suggerire agli inquirenti le operazioni da svolgere per verificare i dubbi su un traffico illecito di rifiuti in partenza da Viggiano verso il depuratore di Tecnoparco, a Pisticci, erano stati due nomi che hanno già causato diversi problemi ai vertici della compagnia di San Donato. In particolare all’amministratore delegato Paolo Scaroni, che anche a causa loro, stando a quanto si maligna nella capitale, rischia di perdere il posto nel prossimo giro di nomine del Governo.

Paolo Rabitti e Alfredo Pini, sono infatti gli stessi ingegneri che per conto della procura di Rovigo si erano occupati dell’inquinamento della centrale Enel di Porto Tolle. Proprio l’inchiesta per cui il 31 marzo gli ex amministratori delegati della società, Scaroni e Franco Tatò, sono stati condannati in primo grado a tre anni di reclusione più 5 d’interdizione dai pubblici uffici. L’accusa: disastro ambientale, per aver gestito la centrale senza adeguati meccanismi di contenimento delle emissioni che hanno messo in pericolo la pubblica incolumità.

Possibile che una contestazione del genere venga mossa anche ai vertici di Eni per i gas sprigionati dal Centro oli? Nel decreto di perquisizione esibito martedì mattina dai carabinieri al comando del capitano Luigi Vaglio si parla ancora di traffico di rifiuti, ma è ragionevole credere che nel fascicolo in procura si siano già aggiunte altre ipotesi di reato. Se non è comparso anche qualche altro nome rispetto agli 11 indagati che hanno già ricevuto un avviso di garanzia, tra cui il responsabile della Divisione Sud di Eni Ruggero Gheller e il presidente di Confindustria Basilicata, ai vertici di Tecnoparco Valbasento.

Stando a quanto prescrive l’autorizzazione integrata ambientale all’impianto della compagnia di San Donato,  concessa dalla Regione con una delibera di giunta nei primi mesi del 2011, al suo interno devono essere monitorati in continuo «i volumi di gas diretti alle torce» e «tutte le emissioni di processo ai camini». Quanto agli «eventuali superamenti dei limiti emissivi imposti» spetta ad Eni autodenunciarsi comunicandoli «entro 8 ore dall’evento a Comune di Viggiano, Provincia di Potenza e Arpab».

Inoltre esiste un sistema di monitoraggio ambientale «condiviso con gli Enti di controllo (Arpab e Regione Basilicata)» che è composto da 6 centraline “esterne” per ulteriori verifiche sulla qualità dell’aria: 5 sono dell’Arpab («di cui 4 realizzate da Eni e cedute all’Agenzia»), mentre una è dell’Eni. Questo è quanto hanno riferito i rappresentanti della compagnia alla Commissione ambiente della Camera durante la visita a Viggiano di ottobre.

Un meccanismo che vive di leale collaborazione tra le parti. Per capirsi. Proprio quella che gli inquirenti sospettano che possa essere stata tradita, alterando i dati su cui  controllore e controllato si confrontano ogni giorno. A scapito dell’ambiente circostante.

l.amato@luedi.it

IoD City of London: ‘The EU & the City – What Next? (Gianni Pittella meets Lord David Lidington)

Dove: Londra , Guildhall – ore 18.30 Quando: 8 aprile

Gianni Pittella, First Vice President of the European Parliament & The Rt Hon David Lidington, UK Minister of State for Europe, will discuss the City’s and the UK’s relationship with Brussels.

‘For some, the free movement of goods and people within a single market is a triumph of our time. For others, the regulatory and financial burdens of membership raise questions about how well the system works – and for whom it is working.’ (Simon Walker, Director General of the IoD, commenting about discussions regarding the UK & the EU during the IoD National Convention 2013.)

This event will discuss the economic relationship between the City, the wider economy and Brussels. There will also be a consideration of the UK’s present and future political relationship with the European Union, its benefits, it challenges, future opportunities and future threats. No discussion can leave out either Britain’s or the EU’s relationships with other countries and international organisations.

Speranza: “Riforme sono urgenti, le istituzioni sono in pericolo”

Intervista a Roberto Speranza di Ninni Andriolo – L’Unità
«Quella attuale deve diventare la legislatura in cui finalmente si fanno riforme attese da anni. Dobbiamo corrispondere a questa necessità profonda del Paese se abbiamo a cuore la tenuta delle istituzioni». Per Roberto Speranza la posta in gioco va al di là della tattica politica e delle risposte a effetto alle polemiche di Brunetta. «Nello scontro vero di questo tempo, che non è solo italiano e contrappone politica e campo democratico da una parte antipolitica e forze populiste dall`altra, o siamo nelle condizioni di mostrare che la politica sa fare le riforme e sa produrre un moto di autoriforma o rischiamo di dare un vantaggio alle forze che pensano che le istituzioni democratiche debbono essere abbattute». Questa e non altra la posta in gioco secondo il presidente dei deputati Pd. «È questa la premessa per evitare che tutto si riduca a una dimensione tattica e politicista», sottolinea Speranza.
Il rischio è che le riforme non si varino nemmeno questa volta… 
«Il ragionamento che mi porta a sostenere con grande fermezza che questa volta le riforme dobbiamo farle parte da un`allarme. Si diffonde l`idea che le istituzioni democratiche non sono in grado di fornire soluzioni ai problemi dei cittadini, ma sta diventando un luogo comune anche il fatto che le istituzioni democratiche sono diventate parte consistente dei problemi quotidiani dei cittadini. Il passaggio successivo? Che delle istituzioni democratiche si possa fare a meno».
Siamo a un passaggio di sistema quindi? 
«Sì e dobbiamo essere all`altezza della responsabilità riformatrice alla quale ci ha richiamati il Capo dello Stato quando gli chiedemmo di rimanere al Quirinale. O le forze democratiche faranno propria la sfida delle riforme, superando il lungo periodo degli annunci, oppure rischia di franare il sistema che abbiamo conosciuto fino adesso. L`iniziativa del Pd deve essere letta dentro questo sforzo complessivo. E voglio ricordare che in questo momento i grillini insultano quotidianamente il Capo dello Stato senza che ciò faccia grande scalpore; il discredito del Parlamento è altissimo: la crisi economica investe cittadini e imprese. Un mix micidiale se la politica non è in grado di dare un messaggio di credibilità e di cambiamento che vada al di là del Pd».
Il fronte che vuol far naufragare le riforme comprende anche Forza Italia? 
«Lo dico con rispetto per le persone e per le loro affermazioni. Se misurate alla dimensione dell`allarme, le polemiche di Brunetta sembrano legate più alla necessità della battuta senza respiro e a un ricatto fuori tempo massimo. Se non facciamo le riforme apriamo un`autostrada davanti a chi vuole abbattere le istituzioni democratiche».
Se Forza Italia si tira indietro saremmo al solito spartito: i problemi di Berlusconi che spingono a rivoltare il tavolo… 
«Noi abbiamo lanciato una sfida riformista a 360 gradi. I grillini hanno detto no. Forza Italia, al contrario, ha detto sì e ha fatto un pezzo di cammino con noi. Bisogna proseguire quel percorso: le riforme non si fanno a colpi di maggioranza. Noi abbiamo già approvato l`Italicum alla Camera, anche se il testo dovrà essere migliorato a Palazzo Madama. Adesso siamo a un punto decisivo perché riforma del Senato e Titolo V sono due momenti di rango costituzionale. È chiaro che oggi non si può più bluffare, bisogna scoprire le carte. Noi le riforme le vogliamo fare. Ci aspettiamo che chi ha sottoscritto il patto con noi, i partiti della maggioranza assieme a Forza Italia che sta all`opposizione, siano all`altezza della sfida. Non si commetta l`errore di mettere le vicende personali di Berlusconi davanti a questo obiettivo. Sarebbe un`occasione storica perduta per tutti, prima di tutto per il Paese».
Solo un` extrema ratio per il Pd varare le riforme a maggioranza, quindi? 
«Assolutamente sì. Io sono convinto che sulle riforme costituzionali dobbiamo inseguire la maggioranza più larga possibile. Il dialogo con Forza Italia andava esattamente in questa direzione. Sulla legge elettorale noi non abbiamo approvato alla Camera il testo perfetto per il Pd, ma un necessario compromesso. Mi auguro che nel passaggio al Senato l`Italicum migliori, ma già a Montecitorio ci siamo vincolati a un accordo che andava oltre la maggioranza. A maggior ragione la costruzione di un fronte il più possibile largo deve avvenire con riforme di rango costituzionale. Per questo non si comprende il senso politico dell`ultimatum, o del diktat, di Brunetta».
Non è che allargare a Fi serve perché la maggioranza non ha i numeri al Senato? 
«Vorrei rassicurare Brunetta, la maggioranza ha i numeri sia alla Camera che al Senato e lo ha sempre dimostrato. Qui, però, non stiamo parlando di una semplice iniziativa di governo, ma di una grande riforma, di un obiettivo ambizioso che renderà questa legislatura significativa agli occhi del Paese. Giusto quindi che questo disegno abbia un confine che vada al di là della semplice maggioranza di governo».
Anche dentro la maggioranza tuttavia si registrano spinte a modificare il testo del governo. Sulla eleggibilità dei senatori ad esempio… 
«Sull`eleggibilità ritengo giusta la posizione del governo, quello è un punto che dobbiamo provare a mantenere. Dopodiché, più in generale, penso che i passaggi parlamentari servano ad approfondire. Le critiche devono essere ascoltate con attenzione perché spesso chi le fa prova a migliorare le riforme e non ad affossarle. Anche in questo passaggio, quindi, c`è bisogno di valorizzare il lavoro parlamentare. E più lo si fa e meglio è. Il metodo da seguire? Ascolto e condivisione».
L`Italicum è stato posto in coda all`ordine del giorno delle riforme, possibile tornare indietro come chiede Forza Italia? 
«Abbiamo prodotto una legge valida solo per la Camera e non per Palazzo Madama. Lo stralcio dell`articolo 2 dell`Italicum ha rappresentato l`impegno solenne a riformare il Senato. Non farlo sarebbe un fallimento senza precedenti. Facciamo partire il percorso della riforma costituzionale, così come sta avvenendo a Palazzo Madama. Una volta completata la prima lettura, e passato il testo alla Camera, il Senato tornerà a occuparsi di Italicum. Vorrei ricordare che non ci serve una legge per andare a votare tra due mesi, ma una riforma elettorale come primo passaggio vero per un disegno che serva a dare risposte di sistema. Se si andasse ale urne con un Senato che dà ancora la fiducia al governo, e ancora composto da 315 persone, saremmo al fallimento della politica e dei partiti. Renzi dice che se non si fa questa riforma lascerebbe: la considero un`affermazione generosa. Vorrei ricordare però che la posta in gioco non riguarda il destino di uno, ma la tenuta delle istituzioni. E noi democratici siamo pienamente impegnati in una partita che tocca storie e sensibilità alle quali non è estraneo l`obiettivo di rendere più forte la democrazia».
Fonte: L’Unità

Nomine pubbliche: Renzi cambi verso al Paese!

Il Giornale (!) lo fa intendere chiaramente: attorno a queste nomine si gioca la solita partita italiana, contro quei poteri consolidati, finora indissolubili, che operano in maniera trasversale nei partiti politici. Anche dentro e attorno al PD, ai massimi livelli.
E allora non si può che sperare che il premier Renzi abbia la voglia e la forza di rompere questi monopoli decennali, che hanno fatto troppi danni al Paese.
E che un saggio Silvio Berlusconi dia prova di lungimiranza e di senso dello Stato, assecondando questa necessità di cambiamento, che urge nel Paese.
Perché dovesse rimanere tutto pressoché uguale, con cambi di facciata o poco più, in tanti tornerebbero ad allontanarsi dal PD e dal governo. E il governo perderebbe la sua principale ragione d’essere: il cambiamento di metodi e persone.
Come auspicava ieri la bravissima Milena Gabanelli, chiudendo la puntata di Report sul tema: “Il governo scelga piuttosto nomi nuovi, non legati alla politica e soprattutto con qualche successo imprenditoriale alle spalle”
Innovatori Europei

“Win-win situation” per la Cina con l’Europa

scelta di Alberto Forchielli (su Piano Inclinato)

Sappiamo che nella globalizzazione è sbiadito il rigore dell’ideologia, la certezza dell’identità. Il fenomeno ci costringe a una trattativa perenne, dove la forza deve coniugarsi con la capacità di gestione. Quest’ultima è carente sia per l’Europa che per la Cina. Bruxelles è dilaniata da divisioni interne che ne riducono impatto ed efficacia; Pechino è tradizionalmente abituata a negoziare con la sola leva della forza: mostrata, subìta o messa in atto. La recente missione del presidente Xi Jin Ping in Europa ha messo chiaramente in luce questa impasse. Gli accordi commerciali – soprattutto con Germania e Francia – sono stati copiosi e di grande portata.

Non poteva che essere così: Pechino ha bisogno di qualità, l’Europa vuole in cambio valuta, reddito e occupazione. Tuttavia Pechino ambisce a molto di più: un rapporto politico di neutralità imperniata sugli affari, se non proprio di amicizia. Nella piatta scacchiera della globalizzazione, l’Europa può in parte compensare l’ambivalenza delle relazioni con gli Stati Uniti. I rapporti tra Pechino e Washington sono in una fase dove prevalgono le tensioni invece che gli accordi; la Cina è ora più uno strategic competitor piuttosto che uno strategic partner. Per il Dragone le relazioni con l’Europa sviluppata, aperta, prospera ma stagnante sono un eccellente banco di prova per dimostrare l’abilità della sua nuova diplomazia. Erano tre i cardini di una possibile intesa: la rimozione dell’embargo militare, la disponibilità a fornire tecnologia, il riconoscimento dello status di economia di mercato a Pechino.

Questi obiettivi sembrano ora insufficienti e potrebbero squagliarsi in un più vasto accordo commerciale e politico, un vero e proprio Free Trade Agreement. La Cina ne trarrebbe grandi vantaggi: accesso completo ai mercati ricchi, disponibilità di nuove capacità produttive, possibilità di acquisire asset importanti in economie in crisi. Inoltre, motivo forse più importante, troverebbe un partner aggiuntivo e forse concorrenziale agli Stati Uniti. Esistono dunque tutte le premesse per insistere sull’accordo da parte cinese. Tuttavia, all’altra estremità dell’Eurasia, trova un interlocutore instabile, diviso, impotente e forse inesistente. Kissinger si chiedeva chi doveva chiamare per parlare con l’Europa; Pechino si interroga su chi potrebbe rispondere. Nel dubbio, privilegia Berlino a Bruxelles, almeno in Germania si concludono gli affari. Nel frattempo la Commissione Europea dimostra la propria inconsistenza. Tutte le sue minacce a Pechino sono rientrate, l’Europa dei diritti è sacrificata a quella delle merci, si discute sulle parole prima ancora che sui valori, da veri burocrati. Barroso e Van Rompuy sono stati chiarissimi dopo il colloquio con Xi: “L’Europa è d’accordo di procedere verso un trattato (di FTA) nel medio termine. Noi preferiamo andare avanti inizialmente con un accordo sugli investimenti (BIT)”.

Contemporaneamente nell’Eurozona la crisi incalza, la disoccupazione è drammatica, si sente fortissima la necessità di un’iniziativa politica. Aumentano pericolosamente le posizioni anti-euro, il risentimento verso Bruxelles, il rimpianto per le monete nazionali e l’ostracismo alla Cina. Queste posizioni sono retrograde, ma Bruxelles non fa nulla per evitarle. Dovrebbe gestire una situazione complessa; è invece prigioniera delle proprie debolezze: veti incrociati, mancanza di una visione lungimirante, assenza di leader adeguati. Gestire un trattato con la Cina richiede impegno, competenza, condivisione degli obiettivi. Si tratta di dialogare senza svendere il patrimonio ideale e materiale che l’Europa ha accumulato in decenni di prosperità e democrazia. Tutto è invece lasciato alla forza di Pechino rispetto alle necessità spesso egoiste dei singoli stati. Se il bilateralismo con la Commissione arranca, inevitabilmente prevale quello con le Cancellerie del vecchio continente. Alla Commissione Europea non rimane che ripiegarsi e perpetuare l’agonia dei comunicati. Vi abbondano espressioni infruttuose e ripetitive: collaborazione, dialogo, win-win situation, una partita dove se non si negozia con acume sarà la Cina a vincere due volte, anche se è ancora più probabile che le divisioni interne tra i paesi europei creino un invisibile muro di nulla di fatto.

Lo spettro delle elezioni europee

di Francesco Grillo

Un fantasma si aggira nelle sedi delle istituzioni europee ed esso agita anche il sonno di molti dei capi dei Governi nazionali. In effetti, l’ultimo sondaggio sull’esito delle elezioni politiche europee curato da ricercatori della London School of Economics per VoteWatch dà sostanza alle peggiori paure: un’alleanza di quelli per i quali l’EURO fu una pessima idea potrebbero presto essere maggioranza e per più di cento dei nuovi europarlamentari non dovrebbe esistere neppure lo stesso Parlamento del quale essi saranno membri. Tuttavia, questo esito potrebbe anche essere visto come un’opportunità se gli europeisti dovessero finalmente capire che l’opzione di uno smantellamento del progetto europeo è possibile: per evitarlo è necessario un cambiamento profondo che abbia il coraggio di affrontare finalmente il problema più grosso che è, in definitiva, un problema di democrazia. In questo contesto, dice ancora il sondaggio, il Partito Democratico di Matteo Renzi potrebbe ritrovarsi tra le mani un’opportunità unica.

Certo le elezioni del prossimo parlamento difficilmente potranno segnare un immediato ribaltamento dei processi di integrazione più rilevanti: la coalizione tra tutti quelli che condividono sentimenti di profonda opposizione nei confronti di quest’Europa è resa difficile – come dimostra la distanza tra il movimento cinque stelle italiano e il Fronte Nazionale francese –  da divisioni ideologiche che ancora distinguono la Sinistra dalla Destra. Tuttavia, se anche le prossime consultazioni dovessero far registrare un aumento dell’astensione – uno dei paradossi è che la partecipazione al voto per il Parlamento europeo è costantemente diminuita passando dal 61% delle prime elezioni del 1979 al 44% delle ultime nel 2009, mentre contemporaneamente crescevano i poteri -, la sera del 25 Maggio potremmo ritrovarci ad accorgerci che per le forze che hanno guidato l’assemblea di Strasburgo nei suoi quarant’anni di vita – le “grandi” famiglie dei socialisti, dei popolari a cui aggiungere i verdi e i liberali – si sono espressi non più di quarto dei cittadini europei aventi diritto al voto: è questo sarebbe molto di più di un campanello d’allarme.

Paradossalmente però proprio il Partito Democratico potrebbe ritrovarsi tra le mani una leadership continentale assolutamente imprevedibile solo pochi settimane fa: dipende, infatti, dal PD la possibilità che il Partito socialista riesca ad essere l’unico dei movimenti politici europeisti a crescere seppur di poco e che superi, sul filo di lana, il Partito Popolare. In questo scenario Renzi potrebbe essere il segretario del Partito nazionale più forte all’interno del Partito europeo che potrebbe guidare una grande coalizione a livello europeo e l’ulteriore coincidenza del semestre italiano potrebbe davvero fare da piattaforma di un processo di riforma di livello europeo guidato dall’Italia.

Una leadership che, però, dovrebbe trovare subito sostanza nella capacità di affrontare quella che è la sostanza di un problema di un progetto arrivato al capolinea.

La diagnosi della malattia è chiara: un’intera generazione di politici e professori ha costruito l’Europa con la convinzione che essa fosse semplicemente troppo complicata per essere spiegata ai cittadini. Il paradosso è che ci troviamo oggi nel Continente che ha inventato lo stesso concetto di democrazia a violare quella che è, dai tempi di Thomas Jefferson, una delle leggi fondamentali della democrazia stessa: non si può “tassare” e incidere sulla vita delle persone, se l’istituzione che assume certe decisioni non è sufficientemente “rappresentativa”, se non è percepita da un numero sufficientemente vasto di contribuenti come espressione della loro volontà e, in definitiva dei loro interessi. Il problema è che l’Europa si sta incamminando verso un processo di ulteriore integrazione delle politiche fiscali e viene da anni di durissima austerità imposta ai cittadini dei Paesi in maggiore difficoltà, senza che vi sia mai stato un momento di reale confronto tra opinioni pubbliche sui momenti più importanti.

Il problema è, certamente, il costo della crisi pagato dalle persone in Grecia, in Portogallo, in Spagna, in Italia, ma anche il fatto che tasse e tagli appaiono imposti da una classe dirigente che neppure si conosce, sensazione questa resa ancora più forte dal comportamento dei politici nazionali che assumono certe decisioni a Bruxelles solo per presentarle come non loro appena fanno ritorno nelle proprie rispettive capitali. Troppi sacrifici, troppa poca democrazia: questa la tenaglia che rischia di schiacciare un progetto vissuto finora come ricerca costante di un minimo comune denominatore guidato da tecnocrati.

Cosa fare dunque? Rendere più intelligente il processo di riduzione del debito pubblico per non gettare con l’acqua sporca degli sprechi e dei privilegi, il bambino della crescita. E, quindi, rivedere il patto di stabilità discriminando le varie categorie di spesa pubblica per incoraggiare i governi a cambiarne il mix e a renderla più produttiva. Ma anche ridurre, sul serio e dopo tante chiacchiere sterili, la distanza tra cittadini e istituzioni che è questione di democrazia. Nel senso più ampio del termine.

Non abbiamo bisogno di imbarcarci in nuova stagione di negoziazioni complicate di nuovi trattati e nuovi poteri. Abbiamo, invece, bisogno di creare i presupposti allo sviluppo di un demos europeo senza il quale qualsiasi discussione sul deficit democratico è esercizio retorico.  Dobbiamo, proprio come per l’Italia centocinquanta anni fa, di “fare gli europei dopo aver fatto (almeno in parte) l’Europa”, e oggi come allora abbiamo bisogno di competizioni elettorali vere, di scuola, di giornali europei.

Abbiamo bisogno di un’unica legge elettorale che – come prevede la proposta che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Sandro Gozi riprenderà nel corso del semestre italiano – incoraggino la creazione di liste e collegi transnazionali. Ma anche di proposte come quelle che il think tank italiano Vision ha presentato al ministro Stefania Giannini: l’ipotesi è di una specie di ERASMUS per tutti e, dunque, di rendere parte del curriculum obbligatorio per gli studenti della scuola superiore e dell’università un semestre di studi all’estero finanziato con una parte dei fondi attualmente destinati alla politica agricola comune. E abbiamo bisogno di media europei e, forse, avrebbe molto senso condizionare la concessione di finanziamenti pubblici a giornali e televisioni ad una maggiore attenzione alle questioni non nazionali.

Paradossalmente la paura può essere un’opportunità, come ha avuto modo di dire Enrico Letta che potrebbe avere in questo contesto una possibilità concreta di sfruttare la sua esperienza guidando da presidente della Commissione Europea una coalizione tra socialisti e popolari. Un Paese che da anni fa della paura, della non alternativa al cambiamento, della necessità dell’alleanza tra forze deboli la propria, unica flebile forza, potrebbe avere nell’Europa instabile che nascerà il 25 Maggio un vantaggio competitivo. Ma anche in Europa la paura non è sufficiente: sarà necessario guardare negli occhi le questioni e affrontarle con coraggio dopo decenni di inutili chiacchiere con l’intenzione di trovare una soluzione.

Le ragioni dei risultati e di una governance chiara

di Luigi Zingales su Il Sole 24 ore

Aurea mediocritas la chiamava Orazio, la giusta via di mezzo. Nella battaglia sul rinnovo dei vertici delle società controllate dallo Stato sembra essere la via preferita dal governo Renzi. Non un mantenimento dello status quo impresentabile politicamente e neppure una rottamazione spinta che esporrebbe il premier al rischio di un errore nelle scelte (oltre che all’inimicizia di alcuni dei manager più potenti d’Italia). Quindi non un rinnovo dei principali amministratori delegati (AD), ma neppure un loro totale pensionamento. Un patrimonio di competenze accumulato in anni di gestione può essere utile, ma a patto che il nuovo quadro di governance sia chiaro e definito. Non ci possiamo permettere soluzioni confuse. C’è dibattito se in un società quotata sia giusto separare il ruolo di presidente da quello dell’AD.

Gli inglesi sono molto favorevoli, gli americani meno. Ma da entrambi i lati dell’Atlantico tutti sono d’accordo su quali debbano essere le caratteristiche di un buon presidente, quando questo ruolo è separato da quello di AD. «Perché la divisione dei ruoli funzioni – scrive un esperto come Jay Lorsch con Andy Zelleke sulla Sloan Management Review – il presidente deve usare un po’ di autocontrollo, cosa difficile per una persona con tanto potere». Il rischio di un presidente interventista è di confondere i dipendenti su chi veramente dirige la società e di creare una situazione di tensione con l’AD. I ruoli e i compiti devono essere chiaramente distinti. Oltre a dirigere il consiglio, il presidente deve essere a capo della funzione audit e deve agire da collegamento tra gli indipendenti e il management. Ma soprattutto il presidente deve essere il rappresentante degli azionisti, cui risponde. All’AD, invece, spetta la funzione di capo azienda con tutti gli onori e gli oneri che questo comporta, compresa la responsabilità in caso di cattiva performance.

Nelle migliori pratiche anglosassoni, ancora sconosciute nel nostro paese, il consiglio di amministrazione si riunisce periodicamente senza la presenza dell’AD per valutare la performance dell’AD stesso. Proprio per questi motivi è essenziale che il presidente non sia né l’ex amministratore delegato né un aspirante tale. Se così non fosse, si confonderebbero i ruoli, creando tensioni che inevitabilmente si tradurrebbero in problemi per la società. Non a caso, queste sono state anche le caratteristiche del presidente ideale suggerite dai i consigli uscenti di Enel ed Eni. Nel rispetto di quanto raccomandato dal Codice di autodisciplina delle società quotate, entrambe le società hanno formulato e messo sul loro sito degli orientamenti del consiglio di amministrazione agli azionisti sulla dimensione e composizione del nuovo consiglio. Le raccomandazione del consiglio Enel identificano il presidente ideale come «una persona dotata di adeguata autorevolezza per lo svolgimento dell’incarico, indipendente all’atto della prima nomina», mentre quelle del Consiglio Eni in «una persona di spessore, autorevole, preferibilmente indipendente al momento della prima nomina o che, comunque, rappresenti una figura di garanzia per tutti gli azionisti». È giusto, dunque, che il patrimonio di esperienza e competenza, accumulato negli anni di gestione, sia opportunamente valutato nell’interesse della società.

L’aurea mediocritas sarebbe negativa anche da un punto di vista politico. Nel caso di posizioni di gestione importanti il limite dei tre mandati non riflette solo una questione di efficienza economica, ma anche valutazioni che riguardano un importante limite alla concentrazione del potere politico. Nell’ex Stato padrone molti capi azienda controllavano i politici e non viceversa. Per evitare lo strapotere politico di chi dovrebbe essere responsabile di fronte alla politica, è necessario un limite dei tre mandati, a meno che i risultati siano tali da giustificare la conferma nell’incarico anche perché i risultati devono comunque fare premio su tutto.

Sia in Italia che all’estero il nuovo premier si è distinto per il suo linguaggio franco e le sua volontà di fare scelte chiare, non di compromesso. Se il governo Renzi ritiene che alcuni AD abbiano fatto talmente bene da giustificare un superamento del limite dei tre mandati, se ne prenda tutta la responsabilità e li rinnovi nei rispettivi ruoli spiegando al Paese le motivazioni della scelta. Non cerchi compromessi democristiani e operi le sue scelte secondo criteri che garantiscano una governance chiara. Se non facesse ciò da leader della rottamazione rischierebbe di diventare il premier del riciclo.

Per rinnovare il Paese, un nuovo management è urgente adesso

aziende pubblichedi Innovatori Europei

Nelle prossime settimane il governo Renzi nominerà i nuovi managers delle grandi aziende controllate dallo Stato.

Come sempre capita in questi casi, non vi è discussione pubblica a riguardo, nonostante l’importanza cruciale di queste scelte per provare a rimettere in campo il Paese – in ginocchio dopo un decennio pieno di crisi – disegnando nuove politiche industriali e nuove alleanze internazionali.

Evidente infatti quanto le grandi aziende italiane (ENI, Enel, Finmeccanica, Telecom e le altre) contribuiscono a definire quello che è il presente e quello che potrebbe essere il futuro del Paese.

In questo passaggio cruciale, il governo ha la possibilità di definirsi “innovatore”, nel rinnovare con nuove personalità e competenze di caratura internazionale i management di queste grandi aziende, per poter ragionare insieme ad essi sulle nuove sfide di natura industriale e politica, emerse nell’ultimo decennio, che possono essere affrontate e vinte dal nostro Paese.

E con un nuovo management dare il senso del cambiamento di prospettiva e di visione ad un intero Paese, con effetti positivi – politici e sociali – a cascata che sono immaginabili.

Per il momento, le attese suscitate dal Governo Renzi sono sicuramente positive e l’idea di cambiare la totalità dei top-manager attuali delle grandi imprese dopo molti anni di governo di quelle imprese e risultati a volte modesti (come documentato per la più grande società italiana, l’Eni, da un ottimo articolo di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera) è presupposto fondamentale per continuare incisivamente la sua azione riformatrice.

A leggere la stampa delle ultime settimane, anche il Tesoro, con il competente neo ministro Padoan, sembra volere puntare dritto in questa direzione.

Come qui doverosamente già evidenziato alcuni giorni fa, l’unico elemento di perplessità in questa vicenda riguarda il lavoro di uno dei cacciatori di teste scelti a suo tempo dal precedente Governo proprio per collaborare proprio con il Tesoro alla selezione dei nomi per la guida delle grandi imprese partecipate. Ci riferiamo a Spencer & Stuart, i cui requisiti di indipendenza in questo caso rischiano di essere offuscati in quanto sembra essere consulente proprio delle grandi imprese il cui management dovrebbe contribuire a cambiare. E dalla presenza nel suo advisory board della figura politica di Gianni Letta, che fu evidentemente uno dei protagonisti principali delle nomine degli attuali vertici delle imprese di stato.

Tutte notizie che oggi risultano confermate anche da L’Espresso, con un articolo della sua importante firma Denise Pardo.

Viene allora da chiedersi: possibile che, anche per motivi di opportunità, non potesse essere individuato un altro cacciatore di teste al suo posto?

Di donne non basta solo parlare

di Giuseppina Bonaviri – Le donne non sono riserve protette, non sono vessillo di conquista o di supposta emancipazione. Dare spazio alle donne, ancor più se a quelle donne che vivono la loro normale quotidianità, in qualità di persone comuni che agiscono virtuosamente, ha un forte significato progressista. Sollecitare l’adozione spontanea di nuovi codici di comunicazione non ha semplicemente valore di questione di quote ma di un vero salto di qualità, di un avanzamento della democrazia paritaria, di cultura di genere diffusa. Non si può continuare ad abusare di luoghi comuni che ci vedano prigioniere di partiti o di finte lotte progressiste spesso , purtroppo, agite proprio da quelle donne che rimangono ostaggio del potere maschile. Le strategie culturali e di dominazione di genere stanno involvendo ma la verità rimane che l’appartenenza al gruppo come il cognome si trasmettono per linea maschile: questo è il modello imposto ancora esistente. Allora non basta proporre sulla pelle delle donne -vedi sexy-worker- bisogna, prima, imparare l’arte dell’ ascolto e dell’accoglienza rispetto alle minoranze per sentirti classe civile e politica liberata. Necessita un grande apprendistato prima di avvicinarsi ad un gruppo stigmatizzato senza cadere nel precostituito rigido e questo, al momento se lo possono permettere poche-i eletti come le-gli studiose-i e scienziate-i. Diversamente, anche i messaggi più alternativi serviranno solo a rinforzare gli stereotipi tradizionali. Continuare a credere che ci sono donne cattive e donne buone giova solo alla stabilità di un sistema logoro, è un elemento di controllo sociale. Si continua a perseguitare, così, la sessualità autonoma delle donne mentre dovremmo essere, invece, consapevoli dell’esistenza di questi modelli standardizzati per demistificarli e modificarli. Potremo pensare di cambiare solo quando disporremo di soluzioni sociali corrispondenti al di là dall’approssimazione intellettuale.

Iniziamo dal modificare i linguaggi comuni per permettere che anche il nostro territorio si trovi al passo coi tempi . La lingua rispecchia la nostra cultura, dunque, le riflessioni sul modo di rappresentare le donne attraverso il linguaggio e la storia è la ragione per la quale essa svolge un ruolo prioritario nel processo di costruzione dell’immagine femminile collettiva. Le donne possono e devono essere sempre in prima linea -insieme agli uomini paritariamente- se si vuole scrivere un nuovo, fiorente capitolo d’epopea italiana. Noi donne, che lottiamo per la giustizia e per la pace, per i diritti civili siamo in prima linea e ben sappiamo che è solo un atto di giustizia che potrà rendere consapevoli le classi dirigenti che, se non si lascerà spazio alla democrazia di genere fuori dal becero utilizzo questa sarà negata. Allora non ci potrà essere cambiamento che tenga nell’immediato.

Non vogliamo essere complici di un pregiudizio che ci vuole vittime di soprusi. Fuori dalle strumentalizzazioni della mala gestione politica che continua ad enfatizzare le quote rosa- pensiamo a quello che succede nella formazione del governo e poi a seguire nella proposta della nuova legge elettorale- fare Rete tra donne comuni e virtuose della, siano esse intellettuali o di riconosciuto talento crea le vere condizioni di beneficio per tutta la società. Nell’ambito delle iniziative che la Rete La Fenice porta avanti è stato dato grande spazio alle criticità moderne dell’essere donna. Basti pensare alla iniziativa, ormai di respiro nazionale ” L’arte contro il femminicidio”. Il nostro appello, che partì il 21 settembre scorso nel corso della prima iniziativa provinciale a sostegno del donne vittime di abusi alla Villa Comunale di Frosinone, è stato ascoltato ed ha sensibilizzato amministrazioni comunali e provinciali, a partire da quelle locali, che hanno accolto la nostra richiesta uscendo dai sentieri di omertà e di silenzio. Ne da conferma l’iniziativa provinciale dell’8 marzo scorso a Frosinone per l’inaugurazione della Campagna di sensibilizzazione provinciale contro discriminazioni e violenze di genere e la Marcia di solidarietà alla quale hanno aderito più di 50 comuni locali, moltissime scolaresche provenienti da tutta la provincia, associazioni, sindacati unitari, gente comune in una terra, la nostra, corrosa da microcriminalità e dall’arroganza di un potere politico irrivente.

Consapevoli, dunque, che la partecipazione è solo l’inizio di un lungo momento di riflessione innovativa ed aperta al contributo di tante e tanti sono stati messi in cantiere per i prossimi mesi altri importanti momenti di incontro con la gente, con le Università e nelle scuole (dibattiti pubblici sull’evento saranno trasferiti a Napoli, Pescara, Rieti, Milano e proseguiranno sino a giugno su Roma).

Portare sul piano del confronto pubblico -tenendo alla base prerequisiti tecnico-specialistici che ne certificano la qualità- in provincia e fuori, tra i giovani e nelle piazze tematiche occultate significa scavalcare i limiti dell’attuale dibattito politico sterile ed usurante. Perché di donne non basta solo parlare.

Riforma PA – Qualche idea

padi Aldo Perotti
Ho buttato giù qualche idea innovativa su come cambiare il lavoro pubblico nel nostro paese partendo dall’analisi dei momenti principali della vita di un dipendente pubblico. Chissà che non arrivi qualcosa a chi può decidere.
L’ingresso
Su questo tema la Costituzione parla chiaro: si accede per concorso (salvo eccezioni). Ma è il concorso il modo migliore ? Forse no, o non sempre, visto che la stessa Costituzione prevede la possibilità – per legge – di derogare. Il termine concorso è poi abbastanza vago per cui negli anni le modalità operative si sono via via diversificate, specificate, dettagliate, trasformando il “concorso” in oggetto piuttosto misterioso, dalle diverse forme e sembianze in funzione della tipologia di impiego a cui si accede. Si trasforma spesso in “concorsone” con una platea immensa di partecipanti che aumentano in maniera direttamente proporzionale al tasso di disoccupazione. Senza disoccupati chi parteciperebbe ad una selezione così folle? E per uno stipendio, a pari livello, mediamente inferiore a quello di un lavoro privato? Negli anni del boom economico l’impiego pubblico era un “ripiego”, un second best. Oggi, in funzione della sicurezza che garantisce, è indubbiamente molto ambito. Ambitissimo addirittura in quei casi, in realtà limitati numericamente rispetto alla platea degli impiegati, dove si può godere di eccezionali e spesso ingiustificati privilegi.
Se guardiamo al passato quando il numero dei concorsi, le procedure selettive, erano molto più numerose, più facili, più o meno pilotate (quanti scandali), ma anche al presente, con prove selettive di carattere sempre più nozionistiche e mnemoniche, che selezionano gli individui essenzialmente per l’attitudine a memorizzare acriticamente un discreta massa di informazioni, forse il concorso come è stato ed è concepito proprio non funziona.
Se pensiamo poi alla necessità diffusissima di integrare il personale con consulenti, precari, ecc. si capisce che il personale selezionato per concorso in più di qualche caso non da i risultati sperati. Se poi, come avviene oggi, addirittura la dirigenza è selezionata con queste modalità senza tenere in alcun conto di altri parametri quali l’esperienza (quella vera non la semplice anzianità) si capisce come la possibilità che nell’amministrazione accedano persone non del tutto idonee è tutt’altro che remota.
Il modo migliore da sempre per valutare, capire e scegliere le persone è metterle alla prova.
Occorre trasformare il tempo passato a valutare le numerose prove in tempo trascorso a valutare il lavoro.
Prima cosa da fare: i voti contano. Il voto di diploma e quello di laurea sono comunque un indicatore riepilogativo di un periodo abbastanza lungo di vita e di esperienza. Stabiliamo delle soglie di voto per l’accesso anche molto alte (credo lo faccia la Banca d’Italia). Se pensi ad un lavoro pubblico sai che devi arrivare ad un certo livello. La prima prova del concorso è così diluita in più anni. Se lo sai, ti impegni.
Ristretta la platea degli aspiranti inizia il percorso di avvicinamento che è per passi graduali con una selezione di tipo piramidale. Si inizia con degli stage volontari ai quali si accede sulla base di pochi parametri tipo età e voto (lasciamo perdere i titoli di preferenza, di qualsiasi natura, serve gente capace non i figli o gli orfani di gente capace, non è il posto pubblico il modo giusto per fare politiche sociali di quella natura). Allo stage segue un primo tirocinio, poi un secondo, poi un periodo di prova e quindi l’assunzione sempre con la formula che solo la metà passa al livello successivo. In pratica 16 stagisti, 8 primi tirocinanti, 4 secondi tirocinanti, 2 alla prova, 1 assunto. Per il passaggio non sono previste prove, test, esami, ma solo la scelta, essenzialmente un voto, delle persone che già lavorano nell’amministrazione (si potrebbe anche ponderare i voti, ma con grande attenzione per evitare posizioni/gruppi predominanti), comunque una sorta di commissione speciale abbastanza numerosa. Ovviamente astenersi parenti e amici (non votano).Tempi lunghi? Troppo complicato? Non credo. Penso che l’intera procedura possa durare non più di sei mesi. Le fasi hanno durata crescente e i partecipanti percepiscono una frazione dello stipendio (prima 1/16, poi 1/8, ecc.) quindi i costi sono gli stessi di assumere una risorsa a stipendio pieno con sei mesi di prova. Alla fine sempre una risorsa rimane stabile al lavoro ma scelta tra 16 e già inserita nella realtà lavorativa (la più inserita).
E i 15 che non ce la fanno ? Possono provare altrove lo stesso percorso. Sempre meglio che stare a casa ad aspettare una lettera raccomandata.
La modalità di selezione piramidale penso possa essere utilizzata in tutti gli impieghi pubblici (anche per le forze dell’ordine, i magistrati) credo con buoni risultati.
La carriera
Una volta entrati nella PA che succede ? Oggi succede veramente di tutto. In alcuni casi (Ministeri) può non succedere più nulla; si può rimanere in un posto per un tempo indefinito a fare lo stesso lavoro. In altri casi si attivano meccanismi automatici o semiautomatici di progressione economica (esercito, magistratura) in parte anche scollegati dal lavoro svolto. Aggiungiamo il fatto che alcuni passaggi, alcuni incarichi, ricadono nella discrezionalità della politica e si scopre che il detto “o lavori, o fai carriera” rappresenta nella PA un assioma. L’indipendenza, in pratica assoluta, tra la variabile composita lavoro-impegno-risultati  e l’altra variabile carriera-responsabilità-stipendio  è la fondamentale causa della mediamente scarsa produttività del lavoro pubblico a tutti i livelli ed in tutte le situazioni.
Partendo dal fatto che nella Pubblica Amministrazione:
Non è detto che il migliore degli insegnanti diventi Preside
Non è detto che il peggiore dei capitani non diventi colonnello
Non è detto che i migliori funzionari diventino dirigenti
Non è detto che il peggiore dei dirigenti non diventi dirigente generale
Non è detto che chi lavora riceva una qualche forma di considerazione/premio
Non è detto che chi non lavora non venga ugualmente promosso come gli altri
(potrei continuare)
Appare chiaro che in queste condizioni la macchina amministrativa funziona esclusivamente in funzione del fatto che una schiera molto numerosa di persone ritiene, onestamente, di svolgere il proprio lavoro per dovere, per educazione, per amor patrio e perché, anche se poco, lo Stato lo paga. Ovviamente il livello di impegno, presto o tardi, ne risente.
Come uscire da questo vortice infernale che porta a una produttività via via più bassa del personale ?
Potrebbe essere abbastanza semplice secondo il detto “patti chiari, amicizia lunga”.
Bisogna definire a priori dei “percorsi di carriera”. Chi entra nella PA deve sapere con relativa certezza cosa lo attende se, se e se…. Anche in questo caso si deve tenere conto di modalità “piramidali”. Si deve avere, secondo regole certe, la possibilità di accedere ad un livello superiore, ad una posizione di maggiore responsabilità e retribuzione (perché sono quelle le cose che vanno collegate, responsabilità e retribuzione, non altre come avviene di solito con il risultato che identici lavori vengono retribuiti diversamente se uno è dipendente di un Ministero o della Presidenza del Consiglio).
Non sarebbe male anche in questo caso che il sistema di valutazione sia il più democratico possibile. Come nelle cooperative sono i soci che eleggono il presidente nella PA dovrebbero essere i dipendenti che promuovono i dirigenti. Sarebbe anche giusto che il “promosso” possa beneficiare anche del gradimento dei superiori, con la possibilità di un “veto” fortemente motivato, questo per evitare conflitti interni alle strutture. Ovviamente andrebbe studiato un sistema di corresponsabilità e di incentivi/disincentivi che faccia ricadere su chi sceglie le conseguenze di una scelta sbagliata.  Se un  dirigente è inadeguato, sei tu che lo ha messo li che ti vedi, insieme a lui, decurtato dei premi lo stipendio. In considerazione poi del fatto che è possibile che qualcuno si riveli successivamente inidoneo a ricoprire un determinato incarico il “percorso di carriera” deve essere completamente bidirezionale a tutti i livelli, con la possibilità di “degradare”, ovviamente in modo motivato, ma senza troppe complicazioni, chiunque.
Non ho precisato che questo sistema deve anche prevedere la possibilità di inserimenti dall’esterno da attuarsi attraverso la libertà di spostamento orizzontale del personale che deve poter e (dover) occupare posizioni libere. Un piccolo incentivo economico alla mobilità volontaria (e non) renderebbe tutto più semplice e veloce.
E lo scambio pubblico-privato? Si può fare  ma solo sulle posizioni libere e dove i “percorsi di carriera” siano inapplicabili per mancanza di risorse. Che senso ha inserire un esterno che non sa nulla quando c’è un funzionario esperto che meriterebbe di essere promosso ? Giusto, che senso ha, ma è quello che avviene quasi regolarmente. Ovviamente l’ultimo arrivato trova di solito un ambiente leggermente ostile che non gli renderà la vita facile. Con conseguenze infauste per produttività e risultati.
La PA ha essenzialmente bisogno di ridurre e magari azzerare i livelli di incazzatura e di frustrazione delle sue risorse frutto di un complesso di norme che sembrano fatte apposta per rendere difficile tutto. Qualsiasi operazione diretta alla semplificazione ed alla eliminazione di anomale disparità, di privilegi ingiustificati e di immotivate complesse procedure contribuirà sicuramente a ridurre lo stress a livelli più accettabili ed ad aumentare la produttività.
L’uscita
L’uscita è la pensione. Si, pare semplice.
Nella pubblica amministrazione si osserva che:
Ci sono persone stanche, frustrate, che vorrebbero andare in pensione e non possono per vari motivi (no età, no contributi, bisogno di soldi).
Ci sono persone molto attive che sono costrette ad andare in pensione ma non vorrebbero (o meglio non vorrebbe la PA perché gli fanno in qualche caso sempre comodo come “memoria storica”).
Ci sono persone che, pure se in pensione, continuano per vie traverse a lavorare nella PA cumulando due redditi (alcune volte sono quelle della riga sopra, le più furbe tra queste però).
Ci sono persone che per competenze, età e/o condizioni personali (malattie, ecc.) si trovano oggettivamente nelle condizioni di non poter/voler dare molto alla PA, che sono ancora lontane dalla pensione ed alle quali occorrerebbe trovare una diversa e più appropriata collocazione lavorativa.
Ed altro.
Qualche soluzione.
Stabiliamo un’età (un numero) unica ed universale in cui ogni rapporto tra la PA ed il suo dipendente termina senza possibilità di deroga. Diciamo 70 anni. Nessuno e per nessun motivo (magistrati, ufficiali, direttori, ecc.) può lavorare per la PA dopo quell’età (ammesse solo cariche onorifiche senza retribuzione ne responsabilità alcuna, niente incarichi ne consulenze).
Stabilito che il diritto alla pensione segue nella PA la normativa comune di tutti i lavoratori per età, anzianità, contributi, ecc. sarà possibile per chiunque, se vuole, chiedere di superare l’età e continuare a lavorare fino ai 70 anni alle stesse condizioni. Il prolungamento dovrà essere richiesto/autorizzato dall’Amministrazione solo se realmente necessario e non sarà possibile nel caso ci siano risorse disponibili nel “percorso di carriera”, questo per soddisfare le aspettative di chi, più giovane, può legittimamente aspirare a fare un passo avanti. In caso di mancanza di autorizzazione il diritto alla pensione diventa un dovere e si potrà comunque svolgere una attività secondaria ovviamente non per l’Amministrazione di provenienza
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