Significativamente Oltre

Politica

Verso le europee. Un PD più innovativo possibile. Adesso o mai più

Europee-2014di Massimo Preziuso su L’Unità

Per il Partito Democratico è tempo di spingere nel solco di quel cambiamento innovativo invocato da Matteo Renzi, per ora avviato nella comunicazione e nella forma.

Con il declino netto del Partito Socialista francese alle amministrative di ieri, a due mesi da elezioni europee  “costituenti”, fondamentali per il rilancio del Sud Europa, non si può davvero scherzare.

Soprattutto se si pensa che, dopo anni di tentennamenti, il PD a guida Renzi ha deciso di entrare nella famiglia socialista solo qualche settimana fa, dando vita ad una chiara contraddizione politica: quella del giovane premier rinnovatore, formatosi nella Margherita, che aderisce ad una famiglia politica piena di valori sedimentati nel tempo, in alcuni casi meno innovativi e attuali di qualche anno fa.

Una scelta rischiosa, dunque, come si è poi visto con i risultati di ieri. Che si sommano al precedente annuncio del mancato supporto dei laburisti inglesi al candidato socialista alla presidenza della Commissione Europea Schulz.

E allora per ovviare al rischio di una débâcle alle europee, il Partito Democratico ha una sola via possibile: quella di tradurre le speranze di rinnovamento e riformismo riposti nella carica comunicativa e di leadership di Matteo in cambiamenti concreti da qui a maggio.

Tre sono i livelli su cui operare:

– Riforme. Il PD sostenga Renzi a migliorare e approvare quella elettorale e avvii una sostanziosa spending review che dia forza ai consumi italiani, con un aumento dei salari netti degli italiani tutti (non solo i dipendenti!).

– Alleanze elettorali. La sensazione è che il PD non possa più permettersi le alleanze storiche. Fortunatamente, il “Centro Democratico” è andato ad avventurarsi nell’ALDE italiana. Ma è evidente che anche la alleanza con un “SEL” statico e pieno di contraddizioni non regge più. Essa è in forte contrasto con la visione che gli italiani e gli elettori democratici hanno di questo nuovo PD.

– Persone e competenze. Il Partito di Renzi ha finalmente la forza di aprire la porta ai  Talenti italiani presenti nel mondo, che oggi han voglia di “ricostruire” il Paese, disegnando con il governo nuove politiche industriali competitive. Lo può fare a partire dalle nomine delle aziende quotate di cui si discute in questo periodo.  Può non  farlo, riconfermando il molte volte vetusto management attuale, o imponendo figure politiche senza riguardo al merito, dando in quel caso il via ad una slavina. Evidentemente lo stesso ragionamento è applicabile nella scelta dei candidati alle europee.

In conclusione: il PD diventi più “innovativo” possibile. Faccia sua, con fatti netti e svelti, la voglia di cambiamento politico e progettuale presente nel Paese. Attui le prime soluzioni anticrisi. Altrimenti, rimanendo in una sorta di limbo tra visioni socialiste e rinnovamenti annunciati, i suoi risultati elettorali alle europee saranno sicuramente deludenti. Con effetti sulla stabilità del governo, e del Partito, immaginabili.

 

Perché l’Italia non innova più

di Leonardo Maugeri (su Il Sole 24 Ore)

In questi ultimi mesi mi sto occupando di trovare finanziamenti negli Stati Uniti per alcune start-up molto innovative in settori in cui le loro invenzioni avrebbero un’immediata e dirompente applicabilità – se di successo. La relativa facilità sia del contesto, sia di trovare interlocutori pronti a rischiare il loro denaro, mi ha spinto a un amaro parallelo con quanto avviene in Italia.

Mentre l’America continua a rigenerarsi e a uscire da ogni crisi grazie a moti periodici di innovazione, l’Italia non inventa più da troppi anni. E questa è una causa del suo declino economico.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, il miracolo economico italiano fu sostenuto dalla straordinaria inventiva di un popolo che non aveva grandi capitali: eppure, dalla chimica all’industria dei trasporti, dagli elettrodomestici alla meccanica di precisione, il nostro era un Paese che inventava, brevettava e trasformava in industria il risultato delle sue scoperte. Ricercatori innovativi trovavano capitani d’industria (allora era giusto chiamarli così) culturalmente pronti a sposare l’innovazione, a investirci sopra, a scommettere su nuovi prodotti che avrebbero cambiato il mercato e consentito di generare ricchezza e lavoro. Questo connubio naturale tra ricerca e industria, peraltro, rendeva la prima più concentrata sui bisogni e le aspettative della seconda, evitando così di disperdere risorse su filoni che non avevano prospettive commerciali. Di quel terreno fertile, è rimasto poco o niente. I ricercatori italiani sono di ottimo livello internazionale, nonostante siano pagati malissimo e siano dimenticati da tutti. Anche per questo, il numero dei brevetti italiani si è più che dimezzato rispetto agli anni Sessanta, e i brevetti di oggi spesso rappresentano solo migliorie all’esistente, non innovazioni tali da introdurre discontinuità di mercato. Molte università non hanno nemmeno un ufficio brevetti e – se lo hanno – non hanno alcuna idea di come valorizzare un brevetto. Nella mia esperienza industriale ho avuto esempi deprimenti di questa mancanza, su cui è meglio stendere un velo pietoso. Allo stesso tempo, i capitani d’industria dell’Italia post-bellica hanno lasciato il campo a grigi manager capaci di tarare le loro azioni solo sull’esistente e per un orizzonte temporale non superiore a tre anni, quello che – per il codice civile – esaurisce il loro mandato.
Per tutti loro, la ricerca è fondamentale solo a parole, in termini di comunicazione e immagine. Eppure, senza la capacità di generare nuove attività economiche basate sull’innovazione, le possibilità di crescita di un Paese sono nulle, e l’unica via è quella di competere sul costo del lavoro. Scelta che ci porterebbe verso il terzo mondo. E’ possibile cambiare questo stato di cose? Forse.
Ma occorre agire all’unisono su almeno sette fronti.
Primo: occorre liberare dalle tante vessazioni che li opprimono e dare un ruolo preminente a fondi di investimenti privato, private equity, venture capital etc. disponibili a investire nelle piccole società innovative. Nelle aree più produttive di idee degli Stati Uniti, come la Silicon Valley o Boston, ne esistono a centinaia, spesso migliaia. In Italia, secondo i dati di “Start Up Italia”, esistono solo 1.127 start up innovative, di cui solo 113 finanziate, per un misero totale di poco più di 110 milioni investiti nel 2013. Niente, rispetto agli oltre 10 miliardi di dollari che – nel 2013 – i soli venture capital statunitensi hanno trainato su start-up americane. Nel complesso, esistono (dati Aifi – Associazione Italiana Private Equity e Venture Capital) non più di 13 venture capital (contro i quasi 2.000 degli Stati Uniti o gli 800 della Germania). Ugualmente misero è il numero delle società di private equity. Con questi numeri non si va da nessuna parte. Un’ampia presenza di fondi privati e venture capital, invece, è fondamentale in quanto da noi manca una grande industria le cui articolazioni possano svolgere il ruolo di “pillar companies” – società pilastro, in grado esse stesse di finanziarie e aiutare le start-up nel loro percorso di crescita. Tuttavia, i pochi investitori nell’innovazione sono sottoposti (in quanto raccolgono capitali privati) a un sistema di vigilanza spesso vessatorio, che andrebbe drasticamente ridimensionato.
Secondo: i fondi privati dovrebbero godere di tassazioni agevolate, in particolare sugli investimenti in conto capitale. Per la fase iniziale della loro vita, si potrebbe addirittura pensare a annullare o rendere minimi tutte quegli esborsi (oneri di costituzione e registrazione, etc.) in modo da rendere attraente anche per fondi stranieri l’ingresso nel nostro Paese. Si tenga presente l’investimento in piccole società innovative è a altissimo rischio, in quanto la percentuale di start-up che muoiono prima di arrivare alla commercializzazione di un prodotto supera di gran lunga quella di quante hanno successo. Secondo un recente studio di Harvard, per esempio, solo il 25 percento delle start-up americane ha successo, nel senso che produce innovazioni vere e reddito per chi ci ha investito: ma è proprio quel 25 percento che rappresenta l’onda di continuo rinnovamento dell’economia americana. In un sistema perfetto, nessun problema: il tipico investitore si attende che i profitti realizzati su due delle dieci start-up su cui ha messo soldi eccedano di gran lunga gli investimenti complessivi. Ma in un sistema che deve decollare, come quello italiano, senza forti incentivi (e con le tante vessazioni di cui ho parlato) è difficile pensare che il capitale di rischio si muova agevolmente.
Terzo: bisogna smettere di pensare che tutta la ricerca sia utile, e quindi degna di finanziamento. In assoluto può essere anche vero, ma in pratica – per un Paese che deve ripartire – è un’idea velleitaria e dannosa. Occorre puntare su quei filoni che, in questo decennio, possono avere una grande potenzialità di mercato e in cui le barriere d’ingresso e i vantaggi accumulati dai concorrenti non siano già insormontabili. Queste caratteristiche, per esempio, escludono l’energia nucleare, ma non l’energia solare, le biotecnologie, la remediation ambientale, la chimica verde, il riutilizzo dell’acqua, i nuovi materiali a basso impatto energetico e ambientale, e molto altro ancora.
Quarto: la ricerca deve essere collegata al mercato e confrontarsi con esso. In realtà, questo aspetto è un corollario del precedente. Il ricercatore deve capire di che cosa ha bisogno il mondo che gli sta intorno e cercare di trovare delle risposte. Allo stesso tempo, deve essere in grado di presentare un business plan articolato a potenziali investitori. Pochissimi sono preparati su quest’ultimo aspetto: le università che fanno ricerca dovrebbero introdurre dei corsi specifici sull’argomento.
Quinto: tra università e l’universo di fondi e società che finanziano piccole società innovative deve esistere una sorta di simbiosi. Non a caso, grandi società, venture capital, private equity assediano letteralmente i campus del MIT o di Harvard. Da noi, come ho già osservato, gran parte delle università ha perfino difficoltà a dare valore alla proprietà intellettuale che produce, e non prepara i propri ricercatori a mettersi sul mercato. Tra i parametri di finanziamento della ricerca nelle università italiane, pertanto, dovrebbe entrare un meccanismo che consenta di misurare quel valore. Questo renderebbe più agevole e auspicabile l’erogazione di fondi di ricerca all’università – sia pubblici sia privati – e consentirebbe alle stesse università di creare fondi per finanziare spin-off e start-up da cui trarre royalty con cui finanziare altra ricerca (come fanno le grandi università americane), o per vendere le loro quote nel momento più propizio, anche attraverso periodiche esposizioni aperte agli investitori (vere e proprie mostre) delle ricerche più interessanti in atto, come fanno Harvard e MIT.
Sesto: lo stato dovrebbe limitarsi a finanziare la ricerca di base, una volta individuati i filoni di ricerca che meritano finanziamento. Chi riceve il finanziamento dovrebbe comunque presentare dei piani in cui siano presenti le tappe fondamentali che si vogliono conseguire con la ricerca, i tempi previsti per ciascuna tappa, l’originalità e la potenziale competitività di ciò su cui si lavora. Periodicamente, tutti questi aspetti dovrebbero essere rendicontati per evitare che si continuino a gettare soldi al vento per anni senza alcun controllo. Potrebbe partecipare anche al capitale di rischio dei fondi creati da università o soggetti privati.
Settimo: la proprietà intellettuale va difesa. In Italia lo si fa pochissimo, cosicché la possibilità di “scippi” di idee innovative è sempre in agguato. Il problema investe la scarsa specializzazione di studi legali e di altre organizzazioni professionali specializzate in materia. Visto che il mercato da solo non può dare in brevi tempi una risposta a questo problema, forse sarebbe più utile che lo stato o le regioni creasse questo tipo di organizzazioni sul territorio.

 

Riforma dell’Arpab sì, ma verso una maggiore autonomia

di Prof. Albina Colella (Università della Basilicata)

Si vuole riformare l’ARPAB, ma è necessario riformare anche e soprattutto la Politica Ambientale della Basilicata. Il Governatore lucano Marcello Pittella in un articolo della Nuova del Sud ha dichiarato di voler promuovere la riforma dell’ARPAB, perché diventi organismo affidabile e super partes. Mi auguro che realmente la politica metta l’ARPAB nelle condizioni di divenire tale, concedendogli la necessaria autonomia decisionale, finanziaria e di comunicazione, ovvero che venga garantito che i dati ambientali non siano sottoposti a “filtri” vari prima di essere pubblicati. E’ bene ricordare che il compito istituzionale dell’ARPAB è semplicemente “diagnostico”, ovvero di controllo delle condizioni ambientali del territorio attraverso analisi e monitoraggi, i cui dati sono forniti poi al Dipartimento Ambiente: il resto compete alla politica. Ed è qui che casca l’asino, perché l’ARPAB ha rischiato e rischia di diventare il capro espiatorio di responsabilità che competono invece alla politica. Se la Basilicata oggi si trova ad affrontare tanti disastri ambientali e i conseguenti problemi di salute dei cittadini, è perchè mancano alcuni strumenti di pianificazione territoriale di cui deve farsi carico la politica. In Basilicata manca ad esempio il Piano di Tutela delle Acque, nonostante la presenza di attività petrolifera e i rischi connessi. È grazie all’assenza di un Piano delle aree di Salvaguardia delle acque superficiali e sotterranee destinate al consumo umano che in Val d’Agri le società petrolifere hanno potuto perforare anche nelle aree di ricarica degli acquiferi, o a due passi dagli invasi, aree cioè molto vulnerabili all’inquinamento, aree dove in altre regioni non è permesso. E’ grazie a questa inadempienza che l’oleodotto del pozzo petrolifero Pergola1 rischia di essere realizzato in un territorio non solo ad alto rischio sismico, idraulico e di frana, ma anche nelle aree di ricarica di alcuni preziosi acquiferi della Val d’Agri. In Basilicata manca anche il Piano dei Rifiuti, mancano i Piani di zonizzazione degli Idrocarburi, dei Nitrati, dei Fitofarmaci, degli Interferenti Endocrini, delle Diossine, ecc.. Oggi si pensa ottimisticamente che la bonifica delle falde acquifere della Val Basento possa risolvere l’inquinamento, senza sapere che, oltre ad essere lunga, non è affatto garantito il risultato, sempre che i bandi non siano stati bocciati dal Ministero, come qualcuno sussurra.

In passato sono stata molto critica nei confronti dell’operato dell’ARPAB, al punto da condividere anche delle denunce, ma oggi devo ammettere che negli ultimi tre anni sono stati fatti passi da gigante, considerando la gravità dei problemi ereditati dalla nuova gestione. Ho appreso del ridotto staff tecnico di laboratorio, della necessità di risanare debiti per circa 6 milioni di euro, situazione che ha impedito l’adeguamento dei laboratori, e del mancato introito delle risorse ENI: a quanto pare non sarebbe stata attivata dal Dipartimento Ambiente l’intesa ENI-Regione, che prevedeva oltre alle royalty anche 3 milioni di euro l’anno per i monitoraggi della Val d’Agri a cura dell’ARPAB a partire dal 2004-2005. Con la gestione del Direttore Raffaele Vita il debito è stato sanato, l’entrata dei ricercatori dell’Agrobios ha portato nuova linfa potenziando il settore di ricerca, la diagnostica è aumentata e sono state analizzate per la prima volta le diossine, i laboratori lavorano in qualità, sono state acquistate nuove apparecchiature, come il laboratorio mobile per le diossine, si sono attivati nuovi laboratori e se ne stanno allestendo altri. Sotto state attivate anche collaborazioni scientifiche mediante convenzioni, come quella con l’ARPA Puglia per le diossine, e se ne stanno attivando altre con l’università e altri centri di ricerca, il sito internet dell’ARPAB si è arricchito di dati ambientali di vario tipo, e sono state prontamente recepite le istanze provenienti dal territorio, come ad esempio la misura degli idrocarburi nelle acque e nei sedimenti del Pertusillo, dopo che ne avevamo denunciato la presenza. Si può dunque affermare che il cambiamento sia in atto. E ora si parla di riforma dell’ARPAB. Non è che per caso si ritorna indietro ? Mi auguro che se riforma ci sarà, questa sia volta a promuovere lo sforzo di autonomia e indipendenza dagli organi politici: solo così l’ARPAB sarà credibile.

 

Elezioni europee: apriamo un confronto sul mediterraneo, a Frosinone

Europee 2014di GIUSEPPINA BONAVIRI

 

Siamo alle porte di un grande evento politico: le elezioni europee. Nessuno ne parla, pochi nutrono reale interesse ad aprire un confronto a riguardo nelle periferie d’Italia, i partiti tradizionali sono latitanti e sfioriti, i progetti roba d’altri tempi.

Tra il 22 e il 25 maggio andremo alle urne. Siamo chiamati tutti alle consultazioni elettorali per eleggere i nostri nuovi rappresentanti europei, elezioni queste che per la prima volta si tennero nel 1979. Quest’anno si aggiunge un nuovo Paese membro, la Croazia e questa volta il compito si fa arduo. Sarà come andare ad un referendum sull’euro cosicché la discontinuerà si presenta come l’arma vincente.

La discussione è arenata dentro le stanze dei potenti dove da settimane si discute animosamente sulle candidature da “riproporre” agli italiani, che in tutta verità, sonnolenti assistono inermi, senza reazione adeguata, come malati impotenti su un letto di morte.

Chiedere di aprire un dibattito, in Ciociaria come in altri territori d’Italia, entrare in contatto con il disegno che ci persegue, chiedere riconoscibilità chiara degli impianti, delle regole, delle competenze ed articolazioni che seguiranno per una concezione federale necessita di conoscenza e di scambio, di informazioni tra “centro” e dimensione cittadina.

Destra, sinistra, centro: tutto appare omologato e spregiudicatamente pronto al saccheggio. Tutto appiattito su logiche di mercato, Paese messo in ginocchio – da burocrati, papaveri, lacchè, amministratori ingordi, politicanti dell’ultim’ora testimonial del non cambiamento- se ne fa un altro magari sotto l’egida delle logiche europeiste.

Prendiamone atto per proporre da subito un percorso che, come nostra consuetudine e buon costume, parte da una etica civica e dal rispetto della buona politica, che parla la lingua dei nostri entroterra e che, anche ora rivitalizzi la politica partendo da un processo dal basso. I nostri territori appaiono, quanto mai, bisognosi di donne ed uomini, che non assurgano a caporali di quei clan e lobby che, invece, finora hanno fatto della malapolitica e della crisi istituzionale il loro pane quotidiano.

Papa Francesco si fa, in questi giorni, apripista spiazzando con la sua scelta sulle nuove nomine cardinalizie, in cui il peso dell’Europa appare fatalmente destinato a diminuire. Il futuro del cattolicesimo è tra le masse del Terzo Mondo, infatti, e non nel Vecchio Continente. Un segno questo di un mondo che evolve nonostante tutto; segnali di innovazione che dovrebbero essere recepiti non solo dalla politica ecclesiastica ma anche dalla nostra classe dirigente. L’altro messaggio che Papa Francesco ci invia è di come intendere le sedi un tempo ritenute prestigiose per creare cordate perché “queste non assicurano più, nel mondo che avanza, un automatismo di avanzamento di carriera” ma sono simbolo di come tutti possano autorevolmente essere partecipi. Parla di un ceto nuovo centrale e per nulla settario. La sua determinazione dovrebbe ulteriormente fare riflettere il ceto politico italiano, troppo spento e avvizzito intorno alle logiche di personalismi e per nulla inclusivo.

Rinforzare, allora, la legittimazione popolare, la democrazia diretta anche in versione europeista ci pare un primo spunto in cui nuove proposte possono essere suggerite dagli stessi cittadini. Tanto per iniziare all’Italia serve un progetto di alleanza Mediterranea che la aiuti a non disperdere e rilanciare le nostre radici e prerogative storiche.

Il progetto che fu presentato dalla nostra Rete Indipendente con il forte sostegno del gruppo Innovatori Europei e delle tante donne che da buona parte dell’Europa aderirono alla mia candidatura da Sindaco Indipendente nel Comune di Frosinone ben si addice ad una linea per il rilancio europeista della nostra provincia di Frosinone.

Frosinone allora sia primo nodo settentrionale dell’hub italiano del Mediterraneo. 

La futura area metropolitana di Frosinone si agganci così ad una naturale direttiva dello sviluppo italiano nel Mediterraneo. Puntando su settori più strategici, moderni, ad elevato valore aggiunto.

Proponiamo allora un dibattito pubblico su questo percorso e da subito aperto alle forze politiche che stanno terminando il loro mandato europeo e a quelle che saranno candidate.

Innanzitutto vogliamo parlare assieme a loro di infrastrutture immateriali, della filiera delle comunicazioni moderne. Il ritardo accumulato in questi anni può ribaltarsi e le condizioni competitive trasformate in vantaggio per una moderna e innovata imprenditoria frusinate desiderosa di puntare su una semplice ma ambiziosa idea che fu da noi Innovatori lanciata nel 2011: fare del centro Italia l’hub settentrionale connettivo dell’area euro-mediterranea, fare di Frosinone una piccola Capitale.

Lavoriamo con la rete degli Innovatori Europei per agire insieme, imponendo un dialogo tra diversi settori quali i trasporti, la formazione, i media, il turismo, la tecnologia. Per creare sinergie e integrazione tra forze socio-politiche ed istituzionali, in questa area, innescando meccanismi immediati di co-sviluppo ed integrazione economica-produttiva.

E’ su questi temi che si rimescoleranno le prossime possibilità di successo della nostra città. Costruiamo una nuova stagione di relazioni economico – culturali con il bacino Mediterraneo rilanciando l’immagine in campo nazionale ed internazionale del nostro territorio. Si può certamente fare con l’aiuto di tutti.

Legge elettorale: meriti e limiti della proposta di Renzi

di Francesco Grillo

L’Italia riesce ad avere, contemporaneamente, il sistema politico meno efficiente e quello meno capace di rappresentare i cittadini: fu proprio l’attuale presidente del consiglio, Enrico Letta, a fornire una delle più efficaci diagnosi del problema che una nuova legge elettorale e le riforme istituzionali dovrebbero risolvere. Un ridisegno complessivo dei meccanismi attraverso i quali si forma e si attua la volontà politica in Italia, dovrebbe dunque avere questi obiettivi: dare ai cittadini la possibilità di poter scegliere e sentirsi partecipi di un cambiamento; rendere chi è scelto in grado di poter realizzare le riforme di cui l’Italia ha assoluto bisogno sfuggendo alla paralisi dei microinteressi che, come dimostra l’ultima legge finanziaria, rende impossibile anche solo concepire una strategia e, dunque,di rispondere agli elettori dei propri risultati.

La domanda più immediata è però un’altra: in che misura questo Parlamento e questo Governo possono contribuire a risolvere i problemi di cui essi stessi sono il prodotto? Fino a che punto l’iniziativa che Matteo Renzi assume il primo giorno lavorativo dell’anno, può accelerare un lavoro che finora, nonostante tante solenni promesse, non è riuscito neppure ad evitare al Parlamento la figuraccia di farsi anticipare dalla stroncatura della Corte Costituzionale?

Il sindaco di Firenze gode, a differenza degli altri protagonisti di questa vicenda, del vantaggio di non essere figlio del sistema elettorale che vogliamo correggere e di trarre anzi  la propria legittimazione da un processo di partecipazione al quale hanno aderito tre milioni di persone. Renzi usa questa forza per sterzare proprio sul terreno di maggiore sofferenza e lo fa con un metodo giusto. Partendo da un elenco di ipotesi, chiede ai partiti di scegliere nel menu la ricetta migliore, rivolgendosi all’intero Parlamento perché la legge elettorale deve partire da una condivisione ampia di quella consentita da larghe intese diventate assai strette.

Tuttavia, il segretario del PD fa almeno tre errori che rischiano di riportare l’intera discussione in alto mare.

Il primo dei problemi della proposta di Renzi è che essa presenta proposte sufficientemente precise sulle quali è possibile esprimersi. Propone tre modelli – quello francese, quello spagnolo e quello che ha accompagnato la prima fase della seconda Repubblica in Italia – stravolgendoli però tutti con spargimenti di “premi di maggioranza” e aggiungendovi ingredienti che ne cambiano fortemente il sapore. Sarebbe stato, inoltre,  preferibile aggiungere qualche riga di spiegazioni – su cosa si intende, ad esempio, per diritto di tribuna o sul funzionamento (per collegio o nazionale) dello sbarramento nell’ipotesi “spagnola” – in assenza delle quali è impossibile per un partito scegliere se quella proposta è coerente ai propri interessi o assolutamente indigeribile. In particolar  modo, l’intera comunicazione dell’ipotesi del “sindaco d’Italia” sembra mischiare il doppio turno usato in Francia per le elezioni dell’Assemblea nazionale con quello utilizzato nello stesso Paese per la scelta del Presidente della Repubblica e che richiederebbe non solo una legge elettorale ma una trasformazione della forma dello Stato assai complessa.

Il secondo errore che il Sindaco fa – allineandosi in questo a tutti gli altri – è che non distingue con nettezza tra ciò che è il “minimo indispensabile” da portare subito a casa, e ciò che è auspicabile se si verificassero, per incanto, ampie convergenze su una visione di lungo periodo. Non distingue cioè tra cambiamenti che necessitano una modifica complessa della Costituzione e quelli – come le regole elettorali – che, invece, richiedono  leggi di natura ordinaria. La mancata separazione tra i due livelli è – in maniera sempre più evidente agli occhi degli elettori – servita, finora, a chi ha usato la mancata “messa in sicurezza” del sistema politico, quale pretesto per mantenere in vita la stessa legislatura che era colpevole della mancata riforma. Sarebbe, invece, importante ricordare con forza che l’”ottimo è  nemico del bene” e che il vero pericolo è continuare a non fare neppure una legge elettorale accettabile, mentre con Quagliariello siamo impegnati in una storica operazione di ridisegno delle forme dello Stato.

Ma lo sbaglio maggiore è forse, quello di aver “complicato” un eventuale ritorno al Mattarellum: una legge che come tutte quelle elettorali aveva dei difetti, ma che è quella maggiormente alla portata di questo Parlamento ed ha garantito – nel 1994, 1996 e 2001 – ciò che Renzi ritiene il suo obiettivo più importante: dire la sera stessa delle elezioni chi ha vinto ed è destinato a diventare Presidente del Consiglio.

I cittadini italiani, compresi molti di quelli che hanno fatto la fila per votare Matteo Renzi qualche settimana fa, non hanno – a differenza di ciò che accadde vent’anni fa con il referendum che portò all’abolizione delle preferenze – idee chiare su come uscire dall’impasse. Approvare una nuova legge elettorale nelle prossime settimane è, però, una condizione che precede qualsiasi tentativo di riforma complessiva di uno Stato andato vicino a dichiarare il proprio fallimento. Il leader che si propone di guidare una fase di crescita che duri almeno quanto è durato il declino del  Paese, deve dimostrare di possedere la visione per immaginare la direzione nella quale ci muoviamo in tempi medio lunghi, ma anche il pragmatismo per identificare i risultati più a breve termine che sono necessari per dare al cambiamento credibilità e consenso.

La frana che viene da lontano

di Giuseppina Bonaviri

 

All’inizio di un nuovo anno e in un momento di grande travaglio pe la nostra amministrazione comunale e per il nostro territorio, da anni mortificato da cementificazione selvaggia e da aggressione dei gestori pubblici all’ambiente, la Rete Indipendente La Fenice, assieme a tecnici ed esperti come il geologo e fisico Prof. Mario Catullo, ritiene doverose alcune precisazioni  nel rispetto dell’informazione, riguardo la gravità attuale delle condizioni franose della zona del Viadotto Biondi di Frosinone.

Già nel mese di maggio 2013 nella sede del nostro  Movimento furono organizzati incontri e conferenze di chiarificazione illustranti le condizioni dell’ecosistema frusinate che, non rispettato negli ultimi trenta anni, ha apportato gravi danni alla parte alta del capoluogo e non solo. In quei momenti di dibattito, aperti e rivolti alla cittadinanza, alla presenza di ex amministratori, venivano precisati tutti quei riferimenti tecnici e scientifici -desunti dalle leggi della fisica e della chimica- che vanno ben oltre semplici schematismi ed appiattimenti propinatici dalla mala politica e da quelle poche ed incoerenti nozioni che, nonostante tutto, siamo costretti ad ascoltare.

La condizione  ambientale della zona attigua al Viadotto Biondi è stata molto bene acclarata dagli studi dell’Italtekna  che negli anni ‘80 aveva condotto, sotto l’egida del Ministero dei Lavori Pubblici e con il benestare della legge nazionale n. 730 del 28-10-86 (recepita al Protocollo del Comune di Frosinone il 16-12-89 con n. 30962) uno studio specifico riguardante il dissesto idrogeologico di Torrice, Frosinone ed Arnara. In base a questa normativa nazionale sono stati condotti direttamente dallo Stato, tramite il Ministero dei Lavori Pubblici, lavori complessi e altamente scientifici riguardanti la geologia delle suddette città, la sismica e l’idraulica del territorio come anche la meccanica dei pendii.

All’interno di questo documento-elaborato, composto di vari volumi ognuno riguardante una zona specifica della città capoluogo, contenente prescrizioni e obblighi (fu consegnato nel 1989 nelle mani della stessa Amministrazione Comunale perché ne fossero rispettati i criteri oltre che al Ministero dei Lavori Pubblici e alla Università La Sapienza, vedi allegato ) erano contenuti i dati che lasciavano presuppore le drammatiche conseguenze qualora non si fossero rispettati i criteri suggeriti. Questi stessi documenti, che per trasparenza amministrativa dovrebbero essere a disposizione del facente richiesta, non sono invece mai stati consegnati a chi, come Catullo, li avesse richiesti ufficialmente ( forse perché dispersi?). Due erano i capisaldi prescritti dalla Italtekna per evitare la catastrofe: continuare il monitoraggio sul territorio e-o dare luogo al risanamento. Ma, come si sa, non ci fu seguito alcuno. Si sarebbe, invece, dovuto operare preventivamente evitando la messa in atto di opere o surrogati.

I tecnici dell’Università La Sapienza che lavorarono al documento, nel 2000 pubblicarono un volume specifico intitolato “Le frane della Regione Lazio” che affrontava la questione frusinate come emblematica del dissesto geologico a seguito del disordine urbanistico causato dall’incuria e la impreparazione di una classe politica, incapace e mediocre. Sarebbero stati sufficienti controlli inclinometrici e piezometrici ( oggi molto di moda), per giunta previsti per obbligo di legge e loro eventuale sostituzione o integrazione nel caso di rottura. Ciò, invece, non fu mai fatto (vedi l’inclinometro a contorno del Piazzale Vittorio Veneto e quelli che furono collocati, solo inizialmente, al di sotto del pendio Biondi e che arrivavano al viadotto).

Inoltre, la mancanza dello spazio utile per gradonature e gabbionate, la mancanza di capacità portante della collina già gravata dai numerosi carichi antropici ed urbanistici, la presenza del fiume Cosa che alla base erode le sponde e degrada la collina, suggerivano interventi meno invasivi per carichi meccanici e, certamente molto meno costosi per le nostre tasche. Emerge con chiarezza una domanda: perché non sono state messe in atto queste misure protettive? Quali le vere motivazioni? Quali i guadagni e diretti a chi?

La proposta, che già ad aprile del 2013 il nostro Movimento aveva reso pubblica, considerava la situazione stratigrafica del pendio e la mancanza di uno strato di base utile per palificate prevedendo, in sintesi, di aumentare i legami elettrochimici ed elettro osmotici con l’utilizzo di semplici coppie galvaniche o pannelli solari, intervento che si presenta ad oggi risolutivo ed estremamente economico per la nostra già tanto sofferente amministrazione. Si suggeriva, anche, di creare una task force di tecnici esterni, non manipolabili e a costo zero per supervisioni e confronti partecipati dalla base che potessero essere a garanzia di una governance diffusa.

Torneremo a dibattere e a riproporre questo progetto il 9 gennaio alle ore 17, a Frosinone in Vicolo Moccia, in un incontro aperto alla popolazione e a tutti i nostri amministratori e politici che, benpensanti , intendessero il confronto frontale la base di una buona politica per il rilancio del bene comune. Si effettuerà, a partire dai prossimi giorni, nelle piazze e nelle strade del capoluogo, un volantinaggio informativo e formativo che non lascerà spazio a dubbi e cattivi propositi amministrativi.

Adesso, il PD rinnovi istituzioni e governo!

partito_democraticoAbbiamo salutato con entusiasmo la nuova segreteria del Partito Democratico.

L’avvio netto del rinnovamento dipenderà ora dalla reale apertura che si vorrà dare a quelle personalità della società civile che hanno stimolato e sostenuto il dibattito negli ultimi anni.

Un progetto riformatore non può fare a meno di un percorso condiviso con la società.

– Si dia vita ai dipartimenti nazionali, nel PD, che siano estrapolazione della voce di quella cittadinanza attiva che è sinonimo di vero cambiamento.

– Si apra istituzioni e governo a figure rinnovatrici e competenti.

Noi ci siamo da sempre. E ci saremo.

Auguri!

I ribelli dei forconi e i luoghi della vita

di Barbara Spinelli ( La Repubblica)

Fin qui abbiamo visto come in uno specchio, in maniera confusa, l’impoverirsi italiano: lo leggevamo nella scienza triste delle statistiche, delle percentuali. Ora lo vediamo faccia a faccia: è l’insurrezione formidabile, generalizzata, di chi patisce ricette economiche che piagano invece di risanare. Non è insurrezione pura, anzi il contrario. Non è collera di operai ma dei più svariati mestieri, perché tutti precipitano, anche il ceto medio che s’immaginava scampato e tanto più si sgomenta. In molte regioni il movimento è agguantato dalle mani predatrici della destra estrema, o berlusconiana, o leghista. Già sei anni fa, il Censis avvertì governi e politici: attenzione – disse – l’Italia è una “poltiglia” che ha smesso di sperare nel futuro, non potete far finta di niente. Prima ancora, fra il 2003 e il 2004, nacque la canzone che divenne emblema del sito di Grillo ed è oggi parola ricorrente del movimento 9 dicembre: “Non ce la faccio più!”. Qualche mese fa sui muri di Atene comparve una scritta, contro l’Unione europea, che echeggia il nuovo antieuropeismo italiano: “Non salvateci più!”. È detta rivolta dei forconi, perché volutamente rimanda alle jacquerie contadine del ’300. Neppure questa è una novità. La crisi frantuma la società, il vecchio scontro fra chi nella scala sociale stava sopra e chi sotto è soppiantato dall’atroce separazione tra chi sta dentro i castelli signorili e chi è fuori: escluso, non visto, non più rappresentato, ignaro della vecchia contrattazione perché il sindacato protegge i protetti, non chi è allo sbando. Hilary Mantel, scrittrice inglese, sostiene che gli inglesi son ricaduti nel Medio Evo: “La povertà è di nuovo equiparata a fallimento morale e debolezza, e l’assistenza pubblica anziché un diritto è un privilegio”. C’è di tutto, nel tumulto degli impoveriti: i piccoli commercianti che non rientrano dallo scoperto bancario, gli artigiani senza soldi per pagare le tasse e puniti dai tassi usurai praticati da Equitalia, i proletari giovanili del precariato, gli autotrasportatori, e il popolo delle partite Iva che usava evadere, che votava Lega, ed è ora sul lastrico. Non stupisce che nel movimento si attivino destre eversive come Forza Nuova o CasaPound. La Casa della Legalità a Genova sospetta infiltrazioni mafiose a Torino, Imperia, Ventimiglia, Savona. Alcuni inneggiano a governi militari, come in Grecia. Andrea Zunino, agricoltore, rappresenta solo se stesso ma si proclama leader e confessa, a Vera Schiavazzi su Repubblica, la sua ammirazione per la dittatura nazionalista e xenofoba del premier ungherese Orbàn. Si domanda, anche, come mai “5 o 6 tra i più ricchi del mondo siano ebrei”. Lo sguardo lungo della storia è utile, per ascoltare e capire la storia mentre si fa. Forse più dello sguardo degli economisti, disabituati a pensare l’uomo quando dice, nel sottosuolo, “non ne posso più”. Jacques Le Goff, non a caso specialista del Medio Evo, denunciò già nel ’97 la nefasta smemoratezza storica degli economisti: “Una lacuna tanto più disdicevole se si pensa che la maggior parte degli stessi economisti, che hanno acquisito nelle nostre società e presso i governi europei e mondiali un’autorità spesso eccessiva e a volte ingiustificata, non hanno una buona conoscenza della storia economica e, cosa ancor più grave, si preoccupano poco della dimensione storica”. Anche l’apparire di un personaggio come Pierre Poujade, negli anni ’50 in Francia, sorprese le élite dominanti quando si mise alla testa di una vastissima rivolta di piccoli commercianti e artigiani fino allora trascurati. Anche quel movimento, effimero ma per alcuni anni possente, covava sporadici pensieri fascistoidi, antisemiti (il bersaglio era il premier Mendès France, “non autenticamente francese”). Gli intellettuali lo stigmatizzarono, da Roland Barthes a Maurice Duverger. Più fine e terribilmente attuale il giudizio che diede lo storico-geografo André Siegfried: figli reietti della deflazione, i poujadisti “si dibattono nel chiasso, con i gesti disordinati della gente che annega”. Qui si ferma tuttavia il paragone. Poujade spuntò nell’era della ricostruzione e del Piano Marshall, a partire dal 1953. Lottava contro le trasformazioni di una crescita forte: le prime catene di supermercati che bandivano i negozi tradizionali, e le tasse innanzitutto, che dopo la Liberazione misero fine a tanti vantaggi – penuria, prezzi alti, mercato nero – accumulati in guerra dal piccolo commercio. Ben altro clima oggi: c’è deflazione, ma senza trasformazioni e senza vere rappresentanze locali. È una discesa di tutti, tranne per i ricchissimi. Forse per questo viene meno il mito della Piazza, caro a Poujade. La piazza romana divide i capi dell’odierno movimento, e i più temono infiltrazioni neofasciste. La parola che usano di più è “presidio”. Importante non è sfilare davanti al centro del potere ma presidiare i propri territori, i “pochi metri quadrati di pavimento” di cui parla Kafka, su cui a malapena stanno diritti. Ma, soprattutto, quel che manca oggi alla rivolta è un’egemonia culturale e politica che la interpreti e non la sfrutti elettoralmente. Il poujadismo fu all’inizio egemonizzato dai comunisti, che presto si ritrassero. Poi fu De Gaulle ad assorbirlo. La partitocrazia esecrata dai poujadisti fu lui a spegnerla, creando una repubblica presidenziale; e poté farlo perché nella Resistenza era stato uomo senza macchia, capace di incarnare il meglio e non il peggio della nazione, di redimerla e non di inchiodarla ai suoi vizi. Non così da noi: specie nell’ultimo trentennio. Sono tante le colpe di chi ha lasciato gli impoveriti senza rappresentanza e senza futuro. “Troppo volgare è stato l’esodo della sinistra, di tutte le sinistre, dai luoghi della vita”, scrive Marco Revelli sul Manifesto del 12 dicembre, e pare di riascoltare l’economista Federico Caffè quando deprecava il “mito della deflazione risanatrice” e l’indifferenza dei politici, degli economisti, degli stessi sindacati, a chi questo mito lo pagava immiserendosi. Gli adoratori del mito fanno capire che non c’è niente da fare: altra medicina non esiste. Mario Monti quand’era premier invitò addirittura a rassegnarsi: una generazione è perduta. La realtà è ancora più cupa, se pensiamo che in Italia i Neet (le persone che non lavorano né studiano-Not in Education, Employment or Training) sono il 27% fra i 15 e i 35 anni, non fra i 16 e i 25 come si calcola in altre democrazie: vuol dire che stiamo parlando ormai di due generazioni perdute, non di una sola. C’è da fare invece, se si aprono gli occhi su quel che accade nei luoghi della vita (sono questi i “presìdi”), e non si trasforma la rivolta in mero affare di ordine pubblico. Se la sinistra non lascia alle destre il monopolio su una disperazione in parte poujadista e regressiva, in parte assetata di giustizia e uguaglianza di diritti. Se si tira la gente verso l’alto e non il basso; verso l’Europa da cambiare e non verso la bugia dell’assoluta sovranità nazionale. È un insulto al movimento bollarlo come fascista, ma anche abbracciarlo con euforica, ipocrita, e finta acquiescenza. Senza linguaggio di verità, inutile sperare in un’egemonia culturale che aiuti a pensare chi insorge. È quel che tenta Paolo Ferrero, quando adotta il parlar-vero e dice al movimento: in fondo la vostra è una battaglia subalterna al liberismo che combattete; è dal liberismo che attingete i vostri slogan anti-statalisti, anti-tasse, anti-sindacato. Non ha torto: molto accomuna i nuovi movimenti italiani al moderno tea party americano, oltre che al poujadismo di ieri. Meglio schiodarsi da simili modelli, se non si vuol restar prigionieri di un nazionalismo che vuol liquidare il Welfare, e che non aiuterà chi soffre la povertà e la perdita dei diritti.

Per un governo pubblico di governance

di Giuseppina Bonaviri

La 47settesima edizione del rapporto Censis, resa pubblica qualche giorno fa, ci descrive un paese che fa fatica a riprendersi, una società senza respiro, “sciapa, infelice dove circola troppa invidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale” e dove i consumi, tornati ai livelli di dieci anni fa, non ci consentono di stare al passo con tasse e bollette. Emerge con chiarezza che anche i bisogni primari sono stati impacchettati, basti pensare che i ticket sui farmaci sono aumentati in questi ultimi quattro anni del 114 per cento.

Non c’è da sorprendersi se in un tempo di “lean” meglio conosciuto come  vacche magre prosperino disaffezione alla cosa pubblica ( il 39% delle famiglie italiane non si interessa più di politica) e rivolte sociali fomentate dal crescente impoverimento delle popolazioni. E qui non c’entra l’ideologia, la questione si fa profonda, colpisce le parti più intime dei sentimenti umani: ingiustizia, frustrazione, disperazione, dolore che alimentano indignazione e violenza. Il malessere è generalizzato.

La congiuntura economica spietata, le tendenze demografiche, la marginalità delle innovazioni, il ristagno inevitabile che ne consegue non consentono assetti tali da consentire, a chi invece sarebbe deputato a farlo, di ascoltare l’urlo che arriva dal basso o il richiamo alle urne che non dovrebbe essere stigmatizzato come un vulnus in una fisiologia di democraticità. Non si può continuare ad aspettare una ripresa creata altrove, c’è bisogno che lo Stato italiano contratti direttamente in Europa quegli asset capaci di diventare incubatori di sviluppo economico e civile e non solamente di “ordinario galleggiamento”.

La crisi fa aggregare le energie che, buone, affiorano fuori dagli interessi predatori e parassitari -come attualmente appare la grande finanza- . Necessita chiedersi quale è la missione dell’Italia, dell’Europa. Diventare competitivi sul livello dell’internazionalizzazione, rilanciare la cultura collettiva come comparto, creare grandi eventi come nuovi quartieri di servizio al cittadino, orientare all’innovazione a all’informatica l’economia legata ai servizi del terziario, ripartire dalle donne, dai giovani e dagli immigrati, centralizzare le reti di relazioni per la ripresa di un sistema di welfare dove prevenzione complementare e sanità integrativa diventino consapevole bagaglio sociale, individuare nel settore dell’agricoltura un driver della crescita futura per noi, ora, diventa leva fondante.

Per valutare l’impatto territoriale del contenimento della spesa pubblica e per rilanciare l’economia d’impresa sarà necessario una fase di monitoraggio anche in provincia di Frosinone. Serve una analisi puntuale e regolare del funzionamento di enti e di sistema ma guardando introspettivamente all’entroterra, alla sua morfologia, ai processi socio-economici che lo intersecano per provare a scongiurare quelle riforme del sistema delle autonomie che, al momento, appaiono troppo estemporanee e poco organiche.

 

Oggi si fa tanto parlare di funzioni di presidio di area vasta senza un approfondimento di competenze  e responsabilità mentre sarebbe doveroso partire  proprio dall’informazione e dal confronto. Si fa tanto parlare di aree urbane ma non si accenna alla governance che alla base farà funzionare i partenariati. Si fa tanto parlare di aree marginali del paese ma non si racconta della loro centralità nella valorizzazione del patrimonio diffuso della nostra terra. Non ci pare che si intraveda, ancora, chi potrà essere capace di imporre un nuovo modello di crescita che poggi su equità, coesione, eguaglianza ma vogliamo continuare a sperare.

Ed è proprio su questa ultima traiettoria che nasce l’idea della creazione di un Tavolo di progettazione provinciale a Frosinone per la realizzazione  di un “Patto di solidarietà sociale” tra i diversi attori istituzionali, cittadinanza libera e volontariato, associazioni, privato sociale. Tutti sappiamo che lavorare bene insieme, produce forti sinergie a difesa dei più deboli e degli emarginati, della discriminazione. La direzione giusta è quella della collegialità e del decentramento con il concorso della  amministrazioni comunali e delle associazione del Terzo settore co-partecipi già dalla fase programmatica.

Si potrà dare, così, finalmente vita a quel modello unitario di nuovo welfare con la formalizzazione di una Rete integrata e sinergica su tutta la provincia frusinate, una provincia che deve rimanere in vita per il bene comune.

Resoconto di Progetti per un’altra Italia in Europa, 30 novembre, Roma

massimo convegnoProgetti per un’altra Italia in Europa

30 novembre 2013, ore 10 – 14

Via Sant’Andrea delle Fratte 16, Roma – Sala delle Conferenze, Partito Democratico

Esperti nazionali ed internazionali provenienti dal mondo accademico, dalle istituzioni, dal mondo delle professioni e dell’impresa, molti giovani in una sala entusiasta ed interessata. Si parlava di progetti per un’altra Italia in Europa, quella che noi Innovatori Europei auspichiamo da anni.

Dopo i saluti istituzionali pervenuti dalla Ministra Bonino, dalla Presidente della Camera Boldrini, dal segretario del Partito Democratico Epifani, dal Vice Ministro Catricalà, dal Vice Presidente vicario del Parlamento Europeo Pittella e un comunicato di supporto e stima all’iniziativa da parte del Sindaco di Roma Marino, il video messaggio del capogruppo alla Camera dei Deputati Speranza ha aperto i lavori.

Massimo Preziuso, presidente IE, ha fatto un veloce excursus sul progetto che, nato nel 2006 quale luogo di elaborazione e di proposta politica progettuale indipendente, sostenendo l’idea della urgenza di fondare un nuovo soggetto politico riformista ed europeista, rimane oggi un movimento autonomo che spazia in Europa e nel mondo.

Gli interventi, grazie agli autorevoli relatori, hanno sottolineato – auspicando nuove direzioni di crescita politica ed economica per l’Italia in Europa e nel mondo in un contesto caratterizzato dalle difficoltà degli Stati Uniti, dalla complessità della crescita cinese ed indiana, delle nuove opportunità del sud est asiatico, e la naturale ma culturalmente difficile convergenza con realtà come la Turchia o il nord Africa – l’urgenza di un rafforzamento della strategia politica ed industriale.

E’ altresì apparso evidente come oggi l’Italia può essere leader nel software e nell’industria ad alto contenuto di intelligenza, e come il progetto IE, calatosi nel vivo della costruzione di reti di collaborazione per la valorizzazione della italianità nel mondo è linfa vitale per il rilancio di un progetto comune a supporto dell’Italia e italianità nel mondo.

E’ stato così facile avviare i lavori alla conclusione, ricordando come IE in alcuni comuni italiani ha già dato il via ad esperienze politiche indipendenti con programmi basati su un nuovo policy making rivolto alla trasformazione delle città intelligenti e della loro governance in ottica progressista. Dai lavori emerge con chiarezza la necessità di un Paese che produca e consumi ricchezza in maniera diffusa e metta in una nuova rete saperi e produzioni in cui città medie e grandi, attorno ad una Capitale intelligente, rimangano protagonisti.

La necessità di dare fiato ad un largo movimento europeo, condiviso con molti dei relatori presenti, in un percorso congiunto tra le diverse realtà europeiste sui temi caldi e più che attuali delle prossime elezioni europee (nel semestre di presidenza italiana in Europa sarà necessario l’avvio della costruzione di una comunità euromediterranea, che includa e renda protagonista il nostro mezzogiorno) ci vedrà protagonisti del rilancio italiano in Europa a partire dalla prossima campagna elettorale .

La costruzione in itinere di una leadership italiana in Europa e nel Mediterraneo passa proprio da una rinnovata capacità di elaborazione di progetti complessi e di lungo periodo. Questo continuerà ad essere il nostro intento ed il nostro impegno.

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