Significativamente Oltre

archivio-post

MANIFESTO ENERGIA – AMBIENTE

MANIFESTO DEL GRUPPO “ENERGIA E AMBIENTE”
L’opinione pubblica si sta finalmente rendendo conto dell’enorme sfida posta all’umanità dal Cambiamento Climatico. L’evidenza della responsabilità umana su questo fenomeno è ormai appurata a livello scientifico, così come l’urgenza di adottare contromisure efficaci per far fronte al mutamento del nostro ecosistema.
Questa consapevolezza non si è ancora tradotta in azione nei tavoli in cui si decide il futuro del pianeta:
• le complesse relazioni geopolitiche tra Paesi produttori di energia (in particolare combustibili fossili) e Paesi consumatori, ostacolano qualunque sviluppo che possa impattare significativamente sullo status quo.
• Al momento si registra una disponibilità di abbondante energia a costi contenuti e questo, nonostante la corsa del prezzo del petrolio, l’utilizzo di fonti rinnovabili (qualora non si valutino le esternalità positive) non è sempre competitiva. Il tasso di crescita delle economie dei Paesi emergenti non è oggi sostenibile senza il petrolio, mentre la crisi finanziaria incombente sull’Occidente rende difficilmente attuabile un piano di investimenti a medio – lungo termine volti ad affrancare i Paesi sviluppati dalla dipendenza dal petrolio.
Nonostante tutto alcuni passi in avanti sono stati fatti, come il Protocollo di Kyoto, con gli sviluppi che ha determinato (il Carbon Market ad esempio): da queste conquiste bisogna ripartire per ridefinire un piano di cambiamento globale.
L’obiettivo strategico del gruppo Energia ed Ambiente di Innovatori Europei è quello di contribuire all’affermazione di un nuovo modello di sviluppo sostenibile: la Clean Economy. Questo modello premia i processi di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi ad impatto zero, ovvero tali che qualunque costo ambientale derivante dalla pressione esercitata dalle attività umane sull’ecosistema Terra sia controbilanciato da un’azione uguale e contraria, evitando di contrarre “debiti ambientali” che ricadono inevitabilmente sulle future generazioni.
Il Gruppo non vuole essere un centro di ricerca fine a se stessa, ma si propone di sviluppare la propria missione lungo due assi:
• ricerca
• azione
• divulgazione
L’attività di ricerca ha due principali obiettivi:
• creare una solida cultura sui temi di interesse
• formulare ed avanzare proposte concrete per l’attuazione della missione del gruppo.
Le proposte, attraverso le capacità di networking di Innovatori Europei, saranno portate all’attenzione di tutti gli attori coinvolti nel mondo dell’Energia:
• istituzioni accademiche e di ricerca
• aziende
• mercato ed autorità di governance
• opinione pubblica
• decisori
Il gruppo è costituito da persone provenienti sia dal mondo accademico e da quello produttivo e può vantare un mix di competenze e di relazioni che permette a ciascuno dei membri di contribuire fattivamente al raggiungimento dei due obiettivi precedentemente indicati.
Gli argomenti trattati dal Think Tank sono i seguenti:
• Fonti rinnovabili
• Nucleare
• Efficienza energetica
• Abbattimento delle emissioni di CO2
• Piattaforme di commercio di certificati verdi
• Smart grids
• Normativa nazionale e protocolli internazionali
• Finanziamento di attività imprenditoriali “verdi”
La creazione di una base di conoscenza estesa ed organica comprendente queste tematiche permette di immaginare percorsi di cambiamento con obiettivi a lungo termine, ma calati nella realtà quotidiana. In questo contesto, in particolare, una grande enfasi sarà data al Clean Behaviour, ovvero a quell’insieme di buone pratiche per il risparmio energetico che ognuno può adottare per risparmiare ed aumentare la propria consapevolezza ambientale.
Nel concreto le attività svolte saranno le seguenti:
• pubblicazione di articoli e studi sui temi elencati precedentemente
• organizzazione di convegni e dibattiti per diffondere i contenuti elaborati dal Think Tank e fare rete
• progetti di formazione e promozione, presso scuole di ogni ordine e grado, per accrescere la consapevolezza di un comportamento responsabile verso l’ambiente e l’utilizzo dell’energia
• azioni di sensibilizzazione sulla politica per dare rilievo ai temi di nostro interesse nell’agenda dei partiti e delle istituzioni
Il modello operativo è quello costitutivo di Innovatori Europei.
• democrazia: ogni argomento è dibattuto tra i membri del gruppo, sempre nel rispetto delle opinioni altrui.
• tecnologia: le attività si svolgeranno inizialmente sfruttando l’infrastruttura tecnologica di Innovatori Europei (Portale, gruppi, email, Skype,…), appoggiandosi alle sedi fisiche della Associazione.
Fondamentale sarà l’interazione con gli altri Think Tank ad oggi attivi in Innovatori Europei:
• Sapere ed Innovazione: una fattore critico di successo per le attività del gruppo è la capacità di comunicare efficacemente i propri messaggi. La sinergia con questo gruppo permetterà di veicolare i nostri contenuti nell’ambito di quella società della conoscenza che il Think Tank Sapere ed Innovazione contribuisce a disegnare.
• Europa e Mediterraneo: le relazioni dell’Europa con i Paesi del Mediterraneo è di fondamentale importanza nell’ambito delle tematiche energetiche ed ambientali, sia per quanto riguarda le fonti tradizionali (petrolio e gas) che per le rinnovabili (solare ed eolico). Un programma di sviluppo condiviso in questo senso può essere cruciale per il consolidamento delle relazioni politiche tra gli stati che si affacciano sul Mediterraneo. In questo contesto, in cui l’Italia gioca un ruolo fondamentale, la collaborazione con il gruppo Euromed permette di inquadrare le attività del Think Tank in una cornice politica di primaria importanza (Unione per il Mediterraneo) e di articolare le proposte alla luce della ricchezza e diversità di culture coinvolte (finanza islamica ad esempio).

MANIFESTO EUROPA – MEDITERRANEO

MANIFESTO DEL GRUPPO “EUROPA E MEDITERRANEO”
Nel mese di febbraio 2008 è partito definitivamente il Gruppo Europa di IE, che, da allora, si sta occupando principalmente di politiche Euro Mediterranee.

Nel termine “EuroMediterraneo” c’è un ovvio riferimento al Partenariato EuroMediterraneo, alle Politiche Europee di Vicinato e all’Unione per il Mediterraneo .Si parla perciò (come è ovvio) di relazioni politiche EuroMediterranee.
Basta fermarsi a questi tre quadri normativi per capire che non solo le relazioni politico-diplomatiche stanno al centro del dibattito, ma il Mare in sé è l’oggetto, e serve, perciò, come spunto per entrare nel merito dei più diversi argomenti, che uniscono e separano entrambe le sponde mediterranee:
1) da un punto di vista di POLITICA AMBIENTALE: le fonti di energia alternative che il Mediterraneo può fornire (sia come risorsa idrica che per quanto riguarda sole, vento e altre fonti di energia pulite).
2) di RELAZIONI COMMERCIALI e, perciò, della volontà di creare una zona di libero scambio euromediterranea (come prevedeva il Partenariato). La libertà di scambi in quest’area (tenendo conto del precedente europeo – cioè delle 4 libertà all’interno delle frontiere dell’Unione – ) fa subito pensare ai “rapporti sociali euromediterranei” (punto 3).
3) Il termine RAPPORTI SOCIALI EUROMEDITERRANEI è volutamente ampio e poco preciso, per poter così fare riferimento a diversi aspetti, tra i quali:
– dal punto di vista delle relazioni commerciali, della libertà di movimento nell’area euromediterranea, argomento che richiama velocemente altre tematiche, quali i movimenti migratori e le politiche adottate in merito.
– si può, però, parlare pure di rapporti sociali, dal punto di vista del sapere e della cultura, della possibilità di scambio e trasmissione di conoscenza
Da un punto di vista internazionale, la crisi dell’economia basata sul petrolio, la discussione sulle clean energies e la clean economy in genere, e il possibile ritorno al nucleare, mettono PEM, PEV ed UPM al centro di un dibattito affascinante: il Mediterraneo si presenta come uno degli scenari più interessanti al mondo su ambiente, energia e co-sviluppo, e ci invita a realizzare una nuova e più approfondita riflessione sul tema.
Le tematiche dell’ambiente e del co-sviluppo assumono sempre più rilevanza nei dibattiti nazionali e nei vertici internazionali (dalle iniziative su base regionale allo scorso Summit del G8 incentrato sul clima). E le politiche europee e quelle degli Stati che si affacciano sulle due sponde del Mediterraneo non sono estranee a queste dinamiche.
L’attenzione all’impatto delle urbanizzazioni, le politiche di insediamento di plessi industriali (perciò politiche economiche) e quelle energetiche, il rispetto della natura ma anche le conseguenze dei fenomeni migratori e la gestione delle risorse naturali (riserve d’acqua, smaltimento dei rifiuti, nuovi costi sostenuti in termini economici e sociali dalle amministrazioni locali per l’aumento di coloro che ‘sfruttano’ il territorio) si collegano tutte alle tematiche del cosiddetto “sviluppo sostenibile”.
Tale concetto è diventato, non a caso, uno dei principi guida nelle politiche dei Paesi Mediterranei e dà luogo a 3 sfide prioritarie, che rispondono alle 3 dimensioni del problema, ovvero:
• sul piano ambientale, la protezione dell’ambiente e delle risorse naturali, con particolare riferimento all’energia;
• dal punto di vista economico, la sfida della lotta alla povertà nella sponda Sud del Mediterraneo e lo sviluppo socio-economico della Regione;
• nell’ambito sociale, il mantenimento della Pace tra i popoli.
I tre concetti si accompagnano alla necessità “ultima” di ripensare le Società moderne nel loro complesso, trovando in un nuovo rapporto con l’Ambiente il driver per cambiamenti sociali epocali, in termini di comportamenti economici e di redistribuzione delle ricchezze.
La stessa UE, nell’art. 177 del Trattato di Amsterdam, ha già collegato il concetto di sviluppo sostenibile con quello dell’ambiente e con la politica di cooperazione, stabilendo che:
• per quanto riguarda lo sviluppo economico e sociale sostenibile, i Paesi in via di sviluppo (PVS) devono tener conto sistematicamente degli aspetti ambientali nella formulazione delle politiche economiche e sociali;
• nella lotta alla povertà, nel dialogo con i PVS si deve tener conto dell’equazione tra povertà ed ambiente;
• si deve favorire l’inserimento dei PVS nell’economia mondiale, attraverso il commercio, lo sviluppo nel settore privato e gli investimenti internazionali, ma sempre nel rispetto dell’ambiente.
Tutti questi aspetti sono stati trattati, gli scorsi 13 e 14 luglio, a Parigi, dai Capi di Stato e di Governo dei Paesi Mediterranei, riuniti per discutere sull’Unione per il Mediterraneo (UPM). L’UPM parte infatti da un focus sulle politiche ambientali, energetiche e di co-sviluppo.
L’UPM propone una visione che è una via di mezzo tra un approccio globale (e cioè euro – mediterranea) ed uno “semi-locale” (e cioè di Vicinato, che presuppone un rapporto bilaterale): una visione intra – mediterranea degli argomenti di suo interesse, ma in cui la Commissione sia “socia” e partecipi ai lavori, in modo tale che il rapporto sia di associazione e complementarietà e che i meccanismi si “rinforzino” a vicenda.
Il progetto che il Gruppo Europa di Innovatori Europei si pone di portare avanti si concentra sui rapporti tra questi aspetti (energia, ambiente, economia, sapere e cultura), all’interno del più ampio contenitore che è il co-sviluppo (un primo titolo, ancora in discussione, sarebbe quello di “Impatto socio-economico delle energie rinnovabili sulle relazioni Euro Mediterranee”).
Esso va realizzato con un approccio top-down, studiando le modalità con le quali il PEM, la PEV e l’UPM hanno inquadrato l’argomento.
Metodologicamente si adotterà il modello del PEM, che prevede la suddivisione dell’argomento in 3 pilastri, in base a 3 prospettive differenti e allo stesso tempo complementari:
– piano politico (politiche ambientali ed energetiche; posizioni dell’UE, da una parte, e degli Stati della sponda Sud, dall’altra, su ambiente ed energia; influenza di questi settori sui movimenti di popolazione, lavoro,…);
– piano socio – economico (fondi stanziati per ambiente ed energia; accordi commerciali; clean energies economy;…) ;
– piano socio-culturale (ricerca e sviluppo; fuga di cervelli; cooperazione R&D&I tra le due sponde;…).
Si è proceduto ad iscrivere IE ad importanti network euromediterranei, quali la Fondazione Anna Lindh per il Dialogo tra le Culture (utile, tra l’altro, per l’identificazione di possibili partners con i quali poter avviare progetti di ricerca) , Platon Plus Net (network nell’ambito del VII Programma Quadro di Ricerca) e APRE (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea, come network referente in Italia del VII Programma Quadro).
Infine si è avviato un primo gruppo di lavoro attorno alla redazione di articoli a cadenza bimestrale su sottoargomenti riguardanti il macro tema Euro mediterraneo, con i quali sviluppare una massa critica di competenze sull’argomento.

MANIFESTO SAPERE – INNOVAZIONE

MANIFESTO DEL GRUPPO “SAPERE E INNOVAZIONE”
L’Italia soffre di un male oscuro: l’assenza di meritocrazia, che crea stagnazione nella società, nell’economia, nella politica, negli stessi rapporti umani. Un paese che non premia il merito, che non premia il talento, è un Paese che non consente mobilità sociale e quindi non consente vera libertà.

Si è liberi quando si è in grado di avere le stesse opportunità e le stesse possibilità degli altri di accedere alle risorse, all’istruzione, e di liberarsi dalle condizioni di partenza (quelle dei propri genitori) attraverso il talento e l’impegno.
I principali Istituti di ricerca ci dicono, ad esempio, che tutt’oggi la possibilità di accedere agli studi universitari rimane, invece, appannaggio quasi esclusivo delle classi più abbienti: sono studenti universitari il 18,1% dei maggiorenni figli della borghesia contro il 4,1% dei figli della classe operaia. Questo vuol dire, per i figli più “sfortunati”, affrontare una serie di ostacoli preliminari anche solo per poter provare ad investire le proprie risorse e capacità in un’aspirazione di scalata sociale. E’ dimostrato, infatti, come soltanto con un elevato livello di istruzione il giovane può (ma difficilmente comunque ci riuscirà) evitare di rimanere ingessato nella stessa posizione sociale dei propri genitori.
Senza parlare poi delle difficoltà delle donne ad imporsi nella società odierna, nonostante tendano a studiare più e meglio degli uomini e più di questi debbano far fronte ad impegni extralavorativi. Il nostro Paese deve tornare finalmente a porre al centro della sua azione politica la donna, e vedere il lavoro femminile, come strumento per uno sviluppo più armonioso della sua economia e della sua società.
Una società che non premia il merito, che non premia le donne, è una società destinata ad avvitarsi su sé stessa, ad avviarsi al declino e all’invecchiamento. L’Italia è un paese senza natalità, che invecchia: siamo tra i Paesi meno fecondi al mondo! Se non invertiamo la rotta, dove troveremo le energie per crescere e prosperare? Il lavoro incerto e non garantito, l’enorme costo degli alloggi, sia di proprietà che in affitto, la carenza di servizi (asili nido) per le donne che lavorano, la rigidità degli orari di lavoro, la scarsa diffusione del part-time e del lavoro da casa sono ostacoli che devono essere abbattuti. Un Paese dove nascono pochi bambini non ha futuro! Non è pensabile rimanere fermi di fronte alla possibilità che fra qualche decennio 3 persone su 5 non saranno in età lavorativa, ma pensionati o bambini. Perché questo significa che più della metà della popolazione “non produttiva” peserà su meno della metà della popolazione “produttiva”.
Più merito vuol dire più mercato. L’Italia ha bisogno di una forte cultura riformista di mercato, oggi poco presente sia a sinistra che a destra. Se il mercato funziona, esso è democratico. Sono i conflitti d’interesse che ammazzano il mercato, creando rendite di posizione che a loro volta consentono ad alcuni di poter forzare le regole o addirittura farsele su misura. Un circolo vizioso che va spezzato.

Il progetto di Innovatori Europei punta a dare valore, dunque, ai seguenti aspetti: Ricerca e innovazione, Istruzione e capitale umano, Immigrazione, Competitività delle imprese, Rinnovamento generazionale, Parità di genere, Meritocrazia, Trasparenza e moralità delle Istituzioni saranno i nostri cavalli di battaglia, le tematiche che cercheremo di sviscerare, facendone nella circostanza battaglie culturali e politiche.
Ma da dove cominciare per cambiare la società italiana se non dalla sua classe dirigente, pubblica e privata?

Una società che non investe sul futuro e che non dà fiducia alle nuove generazioni non può dirsi veramente aperta e veramente libera. E’ una società destinata all’atrofizzazione. Una classe dirigente moderna dovrebbe avviare e governare l’atteso cambiamento della società civile e della politica del Paese, presentandosi come struttura “ponte” tra la società, la cosa pubblica e coloro che devono gestirla. Ma, purtroppo, chi si trova oggi in posizione di responsabilità nella direzione generale del Paese sembra non essere in grado di svolgere questa funzione, perché in generale manca di “visione comune” delle cose, di una condivisione forte di obiettivi per il futuro e di capacità di individuazione o di espressione di soggetti capaci di guidare l’innovazione. Insomma di capacità di assumersi il rischio del cambiamento. Una classe dirigente moderna dovrebbe possedere, invece, qualità come “visione strategica”, “senso morale, legalità, etica”, “capacità d’innovazione e creatività”, “capacità di attuare le decisioni” e “credibilità internazionale”.

E’ proprio su queste qualità che Innovatori Europei vuole crescere, attraverso un approccio “bottom up”.
Dal 2006, Innovatori Europei crede infatti che una società più giusta e meritocratica non possa trascendere dallo sviluppo di libertà quali Mobilità, Competitività, Etica, Talento, ovvero i veri nodi da sciogliere per ridare speranza e futuro a questo nostro Paese, lavorando con la base della Società.

MA E’ VERA DISOCCUPAZIONE?

di Daniele Mocchi
I recenti dati Istat sulle tendenze del mercato del lavoro italiano lanciano segnali di una preoccupante crisi occupazionale che nei prossimi mesi potrebbe ulteriormente acuirsi alla luce della piega che sta prendendo l’economia mondiale.
Il tasso di disoccupazione è infatti riaumentato, posizionandosi al 6,7%, e la fase di crescita dell’occupazione sta gradatamente rallentando. A parte il terziario, tutti gli altri settori, a cominciare dall’industria, denotano restringimenti della base occupazionale. I servizi reggono a questo urto, facendo però ricorso in dosi sempre più massicce ai contratti atipici che vengono utilizzati soprattutto per impiegare lavoro femminile.
Tant’è che nel giro di dodici mesi, l’incidenza degli occupati che lavorano oltre le 30 ore è scesa di un punto percentuale (dal 74,6% al 73,5% attuale), riversandosi quasi totalmente nella fascia più bassa, quella che lavora dalle 10 alle 30 ore (dal 18,8% al 19,9%).
In generale le indicazioni che provengono da questi dati sono quelle che si tende a lavorare meno tempo, si lavora con meno sicurezze e diritti, e si trova lavoro soprattutto nei servizi.
Inoltre, a differenza di ciò che comunemente si può pensare, l’incremento della disoccupazione non è figlia soltanto di una espulsione della forza lavoro, ma anche di ex inattivi, soprattutto donne, che hanno deciso finalmente di mettersi attivamente alla ricerca di un’occupazione.
Questo fatto deve indurre a pensare, perché se da un lato è positivo, visto l’auspicio che l’occupazione (ma anche l’occupabilità) femminile aumenti, avendo la capacità di trascinarsi dietro lo sviluppo economico e sociale di un Paese, dall’altro questo nuovo attivismo deve fare riflettere alla luce anche della difficile condizione che vivono oggi le famiglie monoreddito. E’ evidente infatti, che oggi la famiglia ha problemi a sbarcare il lunario quando vi è una sola entrata, per cui anche quelle donne che fino a ieri potevano permettersi di stare fuori dal mondo del lavoro, oggi sono costrette ad entrarvi, anche accettando condizioni meno tutelanti da un punto di vista occupazionale e retributivo, ancora meglio laddove l’unico percettore di reddito è un working poor o un lavoratore atipico.
In genere questi nuovi lavori femminili del terziario sono spesso di basso profilo e abbastanza dequalificanti.
Questo non vuol dire che di punto in bianco sia sparita completamente quella che gli addetti ai lavori chiamano “la zona grigia”, ossia quell’area che sta a cavallo tra l’essere forza lavoro e il non esserlo.
Esiste purtroppo ancora un circa 5% di persone che per un motivo o per l’altro (disponibilità o ricerca) è in questa zona: è quello che viene definito segmento potenziale. E’costituito soprattutto da scoraggiati (sono circa un milione e mezzo ed in aumento del 17% rispetto a 12 mesi fa), donne in particolare, che anche per vincoli oggettivi legati all’ingresso e al contesto familiare, non sono riuscite a trovare in questi anni uno straccio di lavoro che risponda minimamente alle proprie esigenze/studi.
Sono convinto che su questi segmenti lo Stato debba mettere in campo azioni di policy, che oltre a favorirne un loro ingresso nel mercato del lavoro e/o a stimolarne le capacità imprenditoriali, mirino ad aumentarne il grado di autostima o la consapevolezza delle loro potenzialità

CLEAN BEHAVIOUR E CARBON MARKET

Clean Behaviour e Carbon Market: la Democrazia e il mercato sfidano il Climate Change
La riflessione di Innovatori Europei (pubblicata su PD MAGAZINE)

Lo sviluppo sostenibile del nostro Pianeta passa per una nuova organizzazione della Società.
Il recente summit dei G8 in Giappone ha dimostrato ancora una volta la sostanziale incapacità dei governi nazionali di farsi carico dei problemi che assillano il pianeta nella sua globalità. La crescita economica rappresenta ancora l’idolo sul cui altare si sacrifica ogni altro valore, compreso l’ecosistema Terra ed il futuro delle prossime generazioni. Per decenni l’Occidente ha vissuto contraendo enormi “debiti ecologici”, che ora cominciamo tutti a pagare con gli interessi; la situazione è poi aggravata dalla globalizzazione che, permettendo a milioni di persone di uscire da una condizione di povertà, ha anche impresso una frenetica accelerazione al riscaldamento globale.
Esiste una sola via d’uscita da questa spirale autodistruttiva: la presa di coscienza che ogni nostra azione lascia un’impronta sul pianeta, un’impronta, la cosiddetta carbon footprint. Dobbiamo allora imparare a “camminare più lievemente” sul nostro Pianeta, e noi cittadini delle nazioni più ricche ed evolute abbiamo il dovere di perseguire e diffondere questo nuovo stile di vita.
L’obiettivo strategico di questa svolta è l’affermazione di un nuovo modello macroeconomico globale, che qui chiamiamo “Clean Economy”. Secondo questo paradigma, gli impatti ambientali derivanti da qualunque attività umana sono considerati a tutti gli effetti “passività contabili”, che devono trovare una corrispondente voce di “attività contabile” che ne azzeri i costi. In un contesto siffatto, sono chiaramente vincenti tutte le forme di produzione che sono nativamente ad impatto zero, mentre quelle tradizionali devono sopportare costi aggiuntivi e tendono pertanto ad essere non concorrenziali e quindi progressivamente abbandonate.
Occorre innescare un processo virtuoso che, sfruttando le leggi del mercato, determini l’emersione ed affermazione di questo nuovo modello economico globale: tutti noi, in quanto abitanti del pianeta Terra ed attori di un mercato globale, possiamo agire sviluppando la domanda di prodotti e servizi ecosostenibili, scegliendo l’offerta che “costa meno” secondo questa nuova definizione di “costo”. La vera sfida consiste, infatti, nel diffondere nella società civile una consapevolezza ambientale che si traduca in comportamenti e buone pratiche quotidiane, che nel loro insieme definiamo “Clean Behaviour”. Queste azioni vanno dagli accorgimenti quotidiani per la riduzione dei consumi di energia ad interventi più strutturati di efficientamento energetico degli edifici, installazione di impianti di generazione da fonti rinnovabili, progetti di energy management, di trasporto sostenibile, produzione sostenibile etc., sia in ambito business che domestico.
Le soluzioni sono ormai note, la tecnologia è in gran parte già disponibile; per diffondere il Clean Behaviour ed accelerare la transizione di paradigma economico i fattori critici di successo sono:
1. Sfruttare l’attuale crisi energetica, che da congiunturale sta diventando a tutti gli effetti strutturale, come opportunità offerta dal mercato per sensibilizzare tutti sui risparmi immediati che nascono da comportamenti eco-compatibili;
2. Adottare Internet come paradigma di processo bottom-up, autenticamente democratico e direttamente partecipativo. Il Web è esploso nel momento in cui si è configurato come rete peer-to-peer in cui tutti collaborano alla creazione e diffusione dei contenuti: lo stesso modello va adottato per creare e condividere conoscenza sul tema del Clean Behaviour. È importante notare che la “rete intelligente” sarà anche molto probabilmente il modello di generazione e distribuzione dell’energia del futuro, in cui ciascun utente sarà potenzialmente produttore e consumatore di energia, esattamente come nel Web 2.0 il navigatore ha un ruolo di creatore e fruitore di contenuti.
3. Gli Stati devono creare le condizioni di consolidamento di una massa critica di “politiche” che possa scatenare un processo irreversibile. Ciò può avvenire incentivando gli investimenti in iniziative di Clean Behaviour attraverso strumenti normativi (standard a livello internazionale) ed economici (sgravi fiscali, finanziamenti agevolati di livello sovra-nazionale).
In conclusione, le risorse necessarie per raggiungere questi traguardi possono essere trovate sia investendo sui risparmi economici ottenuti dal “Clean Behaviour”, sia utilizzando gli strumenti finanziari più sofisticati del Carbon Market, la piattaforma finanziaria “nata” con il Protocollo di Kyoto del 1997: quest’ultima rappresenta il “propulsore” di mercato necessario ad avviare un nuovo “motore” di Sviluppo Sostenibile, una nuova Società incentrata sul “Clean Behaviour” appunto.
Massimo Preziuso, Alberto Zigoni, Stefano Casati
Innovatori Europei – Energia

PARTENARIATO SOCIALE EURO MED

Il partenariato sociale, culturale e umano dell’area euro-mediterranea

di Giuliana Cacciapuoti – Facoltà di studi arabo islamici e del Mediterraneo “Università di Napoli l’Orientale” ed Innovatori Europei EUROPA

Abstract: Idee per dotare le regioni meridionali dell’area mediterranea di strumenti informativi e formativi al fine di ampliare e consolidare le opportunità di formazione professionale in una prospettiva di crescita occupazionale, della crescita sociale e civile e di nuovo welfare dell’area euro-mediterranea

E’ utile evidenziare il quadro europeo di riferimento. Nell’ambito delle attività europee due temi generali possono indirizzare la programmazione, il 2007 è stato l’anno europeo delle Pari Opportunità e il 2008 in corso è stato designato “ l’anno europeo per il dialogo interculturale.”

Quadro normativo e degli accordi internazionali di riferimento

Per quanto concerne gli accordi internazionali il principale punto di riferimento é la dichiarazione di Barcellona con la quale, sulla base degli orientamenti già definiti dai Consigli europei di Lisbona (giugno 1992), Corfù ( giugno 1994) e Essen ( dicembre 1994) e alle proposte della Commissione, l’Unione europea (UE) ha deciso di istituire un nuovo contesto per le sue relazioni con i paesi del bacino mediterraneo in vista di un progetto di partenariato. Questo progetto si è concretato in occasione della conferenza di Barcellona che ha riunito, il 27 e 28 novembre 1995, i quindici ministri degli Esteri degli Stati membri dell’UE e quelli dei seguenti dodici paesi terzi mediterranei (PTM): Algeria, Cipro, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia e Autorità palestinese. Sono stati invitati anche la Lega degli Stati arabi, l’Unione del Maghreb arabo (UMA) e la Mauritania (in qualità di membro dell’UMA).
La conferenza ha gettato le basi di un processo che avrebbe dovuto portare all’istituzione di un quadro multilaterale di dialogo e di cooperazione tra l’UE e i paesi terzi mediterranei. In occasione di questo incontro, i 27 paesi partecipanti hanno adottato all’unanimità una dichiarazione e un programma di lavoro. La dichiarazione euromediterranea definisce, infatti, un quadro multilaterale che associa strettamente gli aspetti economici e di sicurezza e comprende, inoltre, la dimensione sociale, umana e culturale.

Il partenariato social culturale e umano ispiratore della proposta progettuale
Ai sensi della dichiarazione di Barcellona, si è convenuto di instaurare un partenariato in ambito sociale, culturale ed umano finalizzato al ravvicinamento e alla comprensione tra popoli e ad una migliore percezione reciproca. Il partenariato si fonda da un lato, sul delicato compromesso tra l’esistenza, il riconoscimento e il rispetto reciproco di tradizioni, di culture e di civiltà diverse su entrambe le sponde del Mediterraneo e dall’altro, sulla valorizzazione delle radici comuni. In tale ottica, la dichiarazione di Barcellona e il suo programma di lavoro pongono l’accento su :

– l’importanza del dialogo interculturale e interreligioso;

– l’importanza del ruolo dei mezzi di comunicazione di massa ai fini della conoscenza e della comprensione reciproca tra culture; 

– lo sviluppo delle risorse umane nel settore della cultura: scambi culturali, conoscenza di altre lingue, attuazione di programmi educativi e culturali rispettosi delle identità culturali;

– l’importanza del settore sanitario e dello sviluppo sociale e il rispetto dei diritti sociali fondamentali; 

– la necessità di coinvolgere la società civile nel partenariato euro mediterraneo e il rafforzamento degli strumenti della cooperazione decentrata per favorire gli scambi tra i diversi settori dello sviluppo; 

– la cooperazione nel settore dell’immigrazione clandestina e della lotta al terrorismo, al traffico di droga, alla criminalità internazionale e alla corruzione.

La proposta progettuale nell’ambito della programmazione europea

Nella valorizzazione della dimensione umana sociale e culturale rientrano le iniziative come il programma MEDA (I e II) che dal 2000 al 2006 ha finanziato per un ammontare di circa 5,3 miliardi di Euro programmi di cooperazione, di supporto tecnico e finanziario per riforme sociali ed economiche nei Paesi partner mediterranei.

MEDA ha sostenuto tra gli altri temi: 

– la partecipazione della società civile e delle popolazioni alla progettazione e all’attuazione dello sviluppo; 

– il rafforzamento della democrazia, dei diritti dell’uomo e dello Stato di diritto;

– la promozione degli scambi di giovani e della cooperazione culturale.

Inoltre, il programma MEDA ha appoggiato la cooperazione regionale, sub regionale e transfrontaliera attraverso gli scambi tra le società civili della Comunità e dei paesi terzi mediterranei nel quadro della cooperazione decentrata, attraverso la creazione di reti tra i soggetti della società civile (università, enti locali, associazioni, sindacati, mass media, imprese, organizzazioni non governative, ecc.).

La stessa Banca Europea di Investimento, soprattutto tramite il Fondo Euro-Mediterraneo d’Investimento (Facility for Euro-Mediterranean Investment and Partnership – FEMIP), dal 2000 al 2007 ha finanziato attività di sviluppo nei paesi membri del Partenariato per un ammontare di circa 6,4 miliardi di Euro.
Per il periodo 2007-2013, per quanto concerne l’area del Mediterraneo, il Programma MEDA è stato sostituito dall’ENPI: con una dotazione complessiva di circa 12 miliardi di euro, lo strumento Europeo di Vicinato e Partenariato (ENPI) è, con lo strumento di Pre-Adesione (IPA) e lo strumento di Cooperazione allo sviluppo (DCI), uno dei nuovi strumenti geografici che compongono il nuovo “pacchetto aiuto esterno” dell’Unione europea nel quadro della Rubrica 4 (“L’Unione europea come attore globale”) del Bilancio comunitario

Infine, in una riflessione generale sui temi della cooperazione sociale culturale e umana nell’ambito del bacino mediterraneo non si può non concludere sulla questione cruciale del futuro dell’Europa.

La necessità di un governo consapevole dei flussi migratori elemento necessario allo sviluppo dell’area.

L’ Unione non è stata ancora in grado di elaborare una politica comune europea sull’immigrazione, soprattutto in tema di integrazione culturale e sociale, i fondi predisposti e l’azione dedicata a questo scopo è stata approvata solo dal giugno 2007, ieri praticamente. Oggi l’Europa non gestisce l’immigrazione, la UE dovrebbe seguire la strada di accordi bilaterali tra stati UE e non UE anche con l’ipotesi di avere flussi migratori temporanei, anche per darsi il tempo di poter gestire le migrazioni nelle 3 fasi temporali a 3 velocità: velocità economica (immediata) velocità logistica( a medio termine casa/istruzione) velocità psicologica e culturale di lungo periodo. Inoltre occorre considerare i ruoli di nazioni di recente entrate nella UE, es.Romania e Polonia, delle nazioni UE datrici di lavoro soprattutto nel Nord Europa, il ruolo dei paesi di transito, in qualche modo ancora Spagna Italia e Portogallo e i paesi di transito non UE, verso l’Europa la Libia. Il domani alla luce di questo deficit purtroppo non è incoraggiante.

Una proposta politica, coniugata anche a valori etici di collaborazione e sostegno a realtà più deboli, deve fare riferimento però a idee e politiche innovative: rete di relazioni progetti e cooperazioni che si fondino su sviluppo ricerca, formazione e azioni del saper fare, investendo significative risorse sul capitale umano emergente e capace di “inventare” un nuovo modello di cooperazione economica e umana.

PREMESSA

La Regione Campania che vanta una popolazione in giovane età più ampia rispetto al resto dell’ Europa, ha una grande opportunità: la Regione Campania e altre regioni “Euromed” dell’Italia Meridionale, con simili caratteristiche potrebbero contare su un grande vantaggio competitivo nel prossimo futuro purché le Istituzioni locali siano in grado di offrire ai giovani dell’area e in particolare del loro territorio di origine, opportunità significative.

In considerazione di quanto detto nel quadro di riferimento generale, e alla luce della richiesta specifica trasmessa a questo Ente XXXXXXXXXXXX da XXXXXXX nella quale enumerando tutte le questioni precedentemente illustrate, richiedeva specificamente l’elaborazione di un progetto esecutivo che avesse quale obiettivo principale la realizzazione di solide significative stabili e produttive relazioni, alla luce di tutti gli accordi citati, con i paesi del bacino del Mediterraneo, in particolare in ambito delle politiche rivolte alla fasce in formazione dell’area in oggetto, si ritiene dunque necessario considerare i giovani come risorsa su cui investire, non trascurando il loro ruolo di cittadini/e consapevoli, critici e attivi, protagonisti dello sviluppo complessivo della società.
In questo contesto si comprende bene il valore e il significato dell’investimento nel capitale umano.

E’ la prima condizione per costruire rapporti duraturi di carattere culturale, politico ed economico, oltre che per facilitare tutte le partnership.

I contatti a livello locale promuovono interessi comuni e rafforzano la democrazia locale e la società civile.

Altrettanto rilevante, come nel caso nell’investimento nelle risorse per la gioventù di ambito Euromediterraneo, è l’importanza di organizzazioni come, ad esempio, le “Euro-regioni” che promuovano la cooperazione a livello regionale e locale e la cooperazione a livello locale attraverso strumenti quali i gemellaggi tra regioni con caratteristiche simili e trovino tra loro elementi di convergenza.

L’Europa allargata annovererà 75 milioni di giovani tra i 15 e i 25 anni. Anche se eterogenei (in termini di accesso al mercato del lavoro, di istruzione, di vita familiare, di reddito, ecc.), i giovani rivendicano la loro condizione di cittadini con i loro diritti e i loro obblighi. Investire nella gioventù significa investire nella ricchezza delle nostre società di oggi e di domani. Si tratta di una delle chiavi del successo per l’obiettivo politico definito dal Consiglio europeo di Lisbona: fare dell’Europa “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”.
Peraltro, mentre sotto l’effetto congiunto di un tasso di natalità ridotto e di una maggiore longevità le nostre società stanno invecchiando e tra il 2000 e il 2020 la proporzione delle persone tra i 65 e i 90 anni di età passerà da 16 a 21% della popolazione complessiva, in Campania la popolazione in giovane età è più ampia rispetto al resto del paese Italia: già nel 2003 si registrano 78 anziani per ogni 100 giovani in Campania, contro i 132 del resto del paese (e i 98 nel Mezzogiorno).
Ciò può costituire in futuro un vantaggio in termini di minore impatto dell’invecchiamento della popolazione e di maggiore disponibilità di forza lavoro, laddove si riuscisse a trattenerla sul territorio. Gli indicatori relativi al grado di istruzione della popolazione – pur attestandosi in alcuni casi al di sotto dei dati di confronto (Italia/ Mezzogiorno) – hanno registrando nel corso dell’ultimo decennio significativi miglioramenti: il tasso di partecipazione alla scuola secondaria superiore è aumentato di circa il 20% (87,3% nel 2003), anche il livello di scolarizzazione della popolazione in età compresa tra i 15-19 anni è migliorato portandosi al 95,2 nel 2003.
Efficaci azioni pubbliche hanno consentito una sostanziale riduzione della dispersione nelle scuole elementari, ma rimane elevata la dispersione nelle scuole medie in relazione alla quale la Campania detiene il primato tra le regioni italiane.

La regione mostra comunque una relativa capacità di ritenzione e remunerazione del capitale umano, come si evince dal fatto che mediamente i giovani a più elevata scolarizzazione e qualificazione tendono a rimanere in regione molto più dei giovani con gradi intermedi di istruzione.

Visto l’alto livello di istruzione dei profili curriculari richiesti nel contesto della globalizzazione e dell’economia della conoscenza, risulta necessario rafforzare l’istruzione, la alta formazione e migliorare il patrimonio di competenze necessario a sostenere la crescita del capitale umano della regione.

Diversi i settori di attività che riguardano direttamente o indirettamente la gioventù: la lotta contro la discriminazione, la cittadinanza europea, l’occupazione, la lotta contro l’esclusione sociale, l’istruzione, la formazione professionale, la cultura, la salute, la protezione dei consumatori, la libera circolazione delle persone, la protezione dell’ambiente, la mobilità dei giovani ricercatori, la cooperazione allo sviluppo e la lotta contro la povertà. Al di là delle politiche generali e settoriali che interessano i giovani, si è sviluppato anche un altro tipo di attività che favorisce la mobilità, gli incontri interculturali, la cittadinanza, il volontariato ecc. In tale contesto, e sulla base dell’articolo 149 del Trattato, l’Unione ha attuato una serie di azioni tra cui il programma GIOVENTÙ.

L’AGENDA DI LISBONA

Nel marzo del 2000 si è tenuto a Lisbona un Consiglio Europeo straordinario dedicato ai temi economici e sociali dell’Unione Europea. In tale sede sono state introdotte importanti novità nella guidance delle politiche economiche degli Stati membri e dell’area nel suo insieme.

Innanzitutto, viene rivendicato il ruolo cruciale del Consiglio Europeo nel definire le priorità di policy a livello comunitario. In secondo luogo, viene definito un obiettivo strategico decennale e una strategia per attuarlo, la cosiddetta “Strategia di Lisbona”.

Infine, viene delineato un processo di coordinamento economico europeo in grado di rafforzare l’attuazione della strategia; tale processo prende avvio, ciascun anno, dal Consiglio Europeo di Primavera e si sviluppa nell’arco dell’intero anno tentando di conciliare i lavori delle diverse formazioni del Consiglio dell’Unione Europea.

L’obiettivo posto a Lisbona è molto ambizioso e si propone, in dieci anni, di far divenire l’Europa “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”.
Uno degli obiettivi primari è “MODERNIZZARE IL MODELLO SOCIALE EUROPEO INVESTENDO NELLE PERSONE E COSTRUENDO UNO STATO SOCIALE ATTIVO”.

Le persone sono la principale risorsa dell’Europa e su di esse dovrebbero essere imperniate le politiche dell’Unione. Investire nelle persone e sviluppare uno stato sociale attivo e dinamico sarà essenziale per la posizione dell’Europa nell’economia della conoscenza, nonché per garantire che l’affermarsi di questa nuova economia non aggravi i problemi sociali esistenti rappresentati dalla disoccupazione, dall’esclusione sociale e dalla povertà.

In particolare, quello della gioventù è un ambito in cui vanno applicati i seguenti principi di provenienza comunitaria:

– Apertura: assicurare un’informazione e una comunicazione attiva nei confronti dei giovani, formulata nel loro linguaggio.

– Partecipazione: assicurare la consultazione dei giovani e promuovere la loro partecipazione alle decisioni che li riguardano e, in linea generale, alla vita delle loro collettività.

– Responsabilità: sviluppare una cooperazione nuova e strutturata onde attuare, al livello di responsabilità appropriato, soluzioni concrete in risposta alle aspirazioni dei giovani.

– Efficacia: valorizzare la risorsa costituita dalla gioventù perché possa meglio rispondere alle sfide della società, contribuire al successo delle diverse politiche che la riguardano e costruire l’Europa di domani.

– Coerenza: sviluppare una visione integrata delle diverse politiche che riguardano la gioventù e dei diversi livelli d’intervento pertinenti.

Nella nuova prospettiva europea, i giovani hanno un ruolo chiave e non possono essere esclusi dal fondamentale processo di costruzione dell’U.E..

Occorre rivolgere una particolare attenzione alle politiche giovanili, favorendo un maggiore coinvolgimento dei giovani nei processi decisionali e nell’elaborazione delle politiche per lo sviluppo. Bisogna, tuttavia, sottolineare che il modello di sviluppo da adottare non è quello di considerare i giovani prevalentemente come problema sociale da affrontare, ma come risorsa produttiva su cui investire, non trascurando il loro ruolo di cittadini consapevoli, critici e attivi, che dovrebbero essere protagonisti dello sviluppo complessivo della società. Un rapporto europeo definisce lo sviluppo sostenibile come “uno sviluppo che consente di soddisfare i bisogni delle generazioni attuali pensando alle generazioni future” e si fonda su tre pilastri fondamentali: il sociale, l’economico e l’ecologico. Questi pilastri hanno acquisito un ruolo trainante e determinante nelle dinamiche della programmazione delle azioni per lo sviluppo a livello internazionale, comunitario, nazionale e locale. Ma l’idea strategica dello sviluppo sostenibile di fatto deve comprendere la dimensione culturale come motore di sviluppo: quarto pilastro ineludibile per investire più incisivamente sui giovani in una prospettiva durevole. Giovani, dunque, intesi come risorsa umana, prima che economica, in grado di sviluppare autonomamente le loro potenzialità e valorizzare la loro identità culturale in un ottica interculturale.

Il Libro Bianco : punto di partenza per una politica sulla Gioventù

Il Libro bianco della Commissione europea «Un nuovo impulso per la gioventù europea», presentato il 21 novembre 2001, ha il merito di considerare i giovani come la principale risorsa del nostro futuro: risorsa intesa prima di tutto in senso umano e poi in senso economico. Il Libro Bianco sottolinea l’importanza e l’urgenza di “considerare la gioventù come una forza nella costruzione europea e non come un problema da gestire”. Suggerisce, inoltre, di “inserire la dimensione gioventù nell’insieme delle politiche”, consentendo di attuare politiche trasversali ed integrate, che mirino a favorire la partecipazione attiva dei giovani in tutti i processi decisionali, in modo da renderli protagonisti della costruzione dell’Europa dei popoli e dei cittadini. Un’Europa in cui la qualità della vita preveda un sistema dove la sostenibilità economica va di pari passo con la sostenibilità sociale, culturale ed ecologica. Il Libro Bianco anticipa quindi il concetto di sostenibilità, coniugandolo alle politiche giovanili e propone alcune fondamentali parole chiave, tra cui prioritarie appaiono l’informazione e la partecipazione.

L’informazione e la partecipazione.

La Risoluzione del Consiglio dell’U.E. del 25 novembre 2003 in materia di obiettivi comuni sulla partecipazione e informazione dei giovani (2003/C 295/04) ha confermato l’importanza delle priorità «partecipazione e informazione dei giovani». Lo ha fatto nel prendere atto: 1) del Libro bianco della Commissione europea, che prospetta un nuovo quadro per la cooperazione europea in materia di gioventù; 2) della risoluzione del 27 giugno 2002, che nel definire un nuovo quadro di cooperazione in materia di gioventù, ha sottolineato che le politiche e le iniziative che riguardano i giovani, sia a livello nazionale che europeo, tengano in considerazione questioni quali le esigenze, la situazione, le condizioni di vita e le aspettative dei giovani; 3) della comunicazione della Commissione [COM(2003) 184 defin.] dell’11 aprile 2003 che ha proposto un insieme di obiettivi comuni per la partecipazione e l’informazione dei giovani, del Consiglio del 5 maggio 2003.

La partecipazione

La partecipazione si declina con lo sviluppo della partecipazione dei giovani, mettendo in atto e appoggiando azioni che favoriscano l’esercizio di una cittadinanza attiva e rafforzando la loro partecipazione effettiva alla vita democratica, mediante:

1. ampliamento della partecipazione dei giovani alla vita civile della loro comunità;

2. ampliamento della partecipazione dei giovani al sistema della democrazia rappresentativa;

3. maggior sostegno alle varie forme di apprendimento della partecipazione.

Precipitato dell’elemento partecipazione risulta essere il coinvolgimento dei giovani nella vita pubblica.
In linea di massima, i giovani vogliono promuovere la democrazia e soprattutto esserne gli attori. È emersa però una certa diffidenza rispetto alle strutture istituzionali. I giovani si identificano meno che in passato nelle strutture tradizionali dell’azione politica e sociale (partiti, sindacati) e la loro partecipazione alle consultazioni democratiche è debole. Le organizzazioni dei giovani risentono anch’esse di questa situazione e avvertono il bisogno di rinnovarsi.

Ciò non significa affatto che i giovani si disinteressino alla vita politica. La maggior parte di loro dimostra una chiara volontà di partecipare e di influenzare le scelte della società, ma secondo forme d’impegno più individuali e più specifiche, al di fuori delle vecchie strutture e dei vecchi meccanismi di partecipazione. Spetta alle autorità pubbliche colmare il fossato che separa la volontà di espressione dei giovani e le modalità e le strutture offerte a tal fine dalle nostre società, se non vogliono alimentare il deficit di cittadinanza o addirittura incoraggiare la contestazione.

I giovani affermano il loro ruolo di cittadini responsabili. A questo titolo desiderano essere maggiormente associati alla vita della collettività e vogliono pronunciarsi sulle tematiche più svariate. Questa volontà di partecipazione deve potersi esprimere a diversi livelli – da quello locale a quello regionale – e la partecipazione dei giovani non può essere limitata alla sola consultazione e ancor meno a sondaggi d’opinione, ma deve includere i giovani nel processo decisionale. L’Europa, peraltro, chiede che si debba incoraggiare la partecipazione, senza escludere nessuno e questo significa che la si dovrà agevolare per tutti coloro che incontrano più difficoltà e aprire maggiormente le strutture attuali ai giovani non appartenenti a organizzazioni.

Corollario indispensabile allo sviluppo di questa cittadinanza attiva è quello dell’informazione, che è un ambito da cui i giovani si attendono molto: consapevoli che i campi da coprire sono ampi (occupazione, condizioni di lavoro, alloggi, studi, salute ecc.) e che vanno al di là di un’informazione sui programmi comunitari, le loro aspettative vertono in primo luogo sul riconoscimento del fatto che c’è un bisogno da soddisfare. I principali punti da sostenere e incoraggiare sono:

– promuovere studi e indagini, raccogliere dati e diffondere informazioni relative alla condizione giovanile, in tutti i suoi aspetti;

– valutare l’impatto sulla condizione giovanile delle politiche regionali;

– curare iniziative tendenti a innalzare i livelli della formazione, favorire l’inserimento sociale e lavorativo dei giovani, incentivare lo sviluppo di forme di imprenditorialità giovanile;

– esercitare un’azione di impulso e di supporto nei confronti dei singoli Assessori, volta a favorire l’adozione di provvedimenti di loro competenza e conseguire una politica coordinata a favore dei giovani;

– promuovere l’adempimento di convenzioni internazionali, direttive e regolamenti comunitari, concernenti settori a forte impatto per la condizione giovanile nell’ambito delle proprie competenze.
La partecipazione è realizzata in prima battuta attraverso i Forum regionali della gioventù cui è data facoltà di predisporre gli opportuni strumenti di informazione rivolti ai giovani.
Obiettivo deve essere il dialogo con il Forum Europeo della Gioventù, fondato nel 1979 per rappresentare le organizzazioni giovanili a livello europeo e per avviare un dialogo con i giovani. È composto dai consigli giovanili nazionali degli Stati membri dell’UE e da organizzazioni giovanili internazionali non governative.
Intrattiene contatti continui e comunicazioni con i membri, che riuniscono complessivamente milioni di giovani, e con i giovani a titolo personale. Persegue l’obiettivo di allargare la propria rappresentanza. Il Forum ha acquisito competenze significative nel settore dell’animazione della gioventù, della politica della gioventù, dei settori non governativi della gioventù e delle questioni della società civile. È rappresentato nei gruppi di lavoro della Commissione europea e partecipa alla selezione dei progetti nel quadro del programma GIOVENTÙ.
Le aree regionali dunque devono aver cura di iniziative tendenti a innalzare i livelli della formazione, favorire l’inserimento sociale e lavorativo dei giovani, incentivare lo sviluppo di forme di imprenditorialità giovanile, e conseguire una politica coordinata a favore dei giovani, anche promuovendo l’adempimento di convenzioni internazionali, direttive e regolamenti comunitari concernenti settori a forte impatto per la condizione giovanile nell’ambito delle proprie competenze.
Alla luce di tutti gli accordi euro mediterranei e seguendo le linee guida del trattato di Barcellona, lo sviluppo delle risorse umane nel settore della cultura, dagli scambi culturali, la conoscenza di altre lingue, attuazione di programmi educativi e culturali rispettosi delle identità culturali, riveste un ruolo significativo e strategico sul piano delle relazioni per la cooperazione e la collaborazione in senso più ampio nel bacino del Mediterraneo; rilevante è la necessità di coinvolgere la società civile nel partenariato euromediterraneo; il rafforzamento degli strumenti della cooperazione decentrata per favorire gli scambi tra i diversi settori dello sviluppo rende necessario considerare i giovani come risorsa su cui investire, non trascurando il loro ruolo di cittadini consapevoli, critici e attivi, che devono essere protagonisti dello sviluppo complessivo della società.

MERITOCRAZIA

di Daniele Mocchi
In questi ultimi giorni, sta tornando centrale nel dibattito politico nazionale il tema della meritocrazia e del talento. Iniziamo innanzitutto col dire che la società italiana ha un serio ed evidente gap da colmare su questo fronte. Premiare la meritocrazia e il talento significa aumentare la mobilità sociale, attualmente al palo, significa aprire le porte a chi per esempio è nato da genitori operai, non condannando il soggetto a fare la stessa sacrificata vita di coloro che lo hanno messo al mondo.
Significa anche maggiore efficienza e parità di diritti tra pubblico e privato.
Onestamente, le prime prese di posizione del Ministro dell’Innovazione Brunetta su questo tema non mi sono dispiaciute. Tuttavia l’esperienza insegna che non bastano le buone intenzioni, sono tantissimi gli ostacoli da superare, oltre ad un modello culturale che non si può pensare di cambiare soltanto a colpi di legge, come dimostrano le diverse riforme succedutesi negli anni precedenti (come ad esempio l’introduzione della licenziabilità dei dipendenti pubblici) che nella realtà sono rimaste inapplicate.
Qualche giorno fa leggendo l’intervista di Brunetta al Corriere sono un pò trasecolato: il senso della dichiarazione che ha fatto circa l’introduzione di un’aspettativa non retribuita per coloro che dal pubblico vorrebbero passare al privato o diventare autonomi, chiudendone il contratto se l’approdo va a buon fine, mi è sembrata più un’idea tesa al dimagrimento della Pubblica Amministrazione che ad una valorizzazione dei talenti che vi lavorano. E’ infatti assolutamente evidente che accetterebbero di lasciare il posto pubblico, coloro che credono veramente nelle loro capacità e si sentono frustrati perché non riescono a valorizzarle, a metterle in atto…Figuriamoci se i fannulloni penserebbero minimamente a mettere su un’impresa o a lavorare in un’azienda privata!
E’ per questo che ritengo che alle mere dichiarazioni debbano seguire atti concreti e corrispondenti e determinazione nelle loro applicazioni.

LA NUOVA FRONTIERA ENERGETICA

OPEN PAPER – ENERGIA, 12-06-2008 (Redatto da Gabriele Mariani)
La crisi delle risorse energetiche tradizionali, per ora solo annunciata, ma abbastanza vicina anche nelle attuali aspettative di vita, ha già effetti pesanti per i nostri consumi.
La “grandiosità” del problema aggredisce le nostre coscienze e ci impedisce di vivere come prima, anche se cerchiamo ostinatamente di credere, in termini personali ed egoistici, che si troverà una soluzione, e che le nostre condizioni di vita non muteranno. Tuttavia, anche se gli effetti sul piano pratico non incidono ancora in modo definitivo sul nostro stile di vita, cresce dentro di noi il malessere e il timore di svegliarci un giorno in un mondo diverso.
……………………………………………………………….
Non si possono rimandare le scelte.
Occorre farsi carico dei problemi.
I problemi di chi ricerca uno sviluppo delle condizioni sociali ed economiche che sia portatore di benessere in un contesto favorevole e rassicurante.
La conoscenza delle nuove frontiere delle tecnologie, la ricerca di obiettivi sfidanti.
Occorre sacrificare la ricerca di tranquillità e di sicurezza nel breve termine, puntando agli interessi delle generazioni a venire.
L’egoismo dei paesi progrediti porta a spendere tutti gli obiettivi della politica e dell’economia al sostegno del nostro attuale benessere. Le possibili conseguenze negative sulle generazioni future già si avvertono, ma non si affrontano con serio impegno.
Infatti gli ultimi due secoli di sviluppo delle condizioni di vita sul nostro pianeta, e in particolare l’accelerazione del secolo scorso, hanno richiesto l’impiego di enormi quantità di energia, e comportano ora la prospettiva di un rapido esaurimento delle fonti tradizionali di sviluppo e di benessere, sostanzialmente di origine fossile. Tutto ciò anche per l’uso sfrenato e poco efficiente di questa energia, spreco che è causa ormai universalmente riconosciuta del surriscaldamento del globo terrestre e del danno ecologico conseguente.
A coloro che non credono o non vogliono credere alle cause di questa situazione di crisi danno una risposta le leggi della termodinamica, che sanciscono che, pur essendo l’energia una costante,a causa della eccessiva dissipazione si può arrivare a comprometterne l’equilibrio. Intendendo come equilibrio quello fra l’apporto dell’energia dal sole e il processo di conversione della natura, che per millenni ha stabilito condizioni favorevoli allo sviluppo della vita animale e vegetale sulla crosta terrestre. E ne deriva un disordine che può avere conseguenze che, misurate sui nostri tempi di vita, rischiano di essere devastanti e irreversibili.
……………………………………………………………………….

I paesi che soffrono delle condizioni di sottosviluppo tentano di “rompere” la volata dei paesi ricchi. Paradossalmente chi ha meno certezze ha anche più coraggio, o ha la forza della disperazione, ed è quindi più disposto a rischiare a breve termine. La disponibilità di grandi quantità di energia è essenziale nella lotta contro la fame .Ne consegue ad esempio l’uso sfrenato tal quale(ovvero senza trattamenti adeguati che ne limitino le caratteristiche inquinanti) di energia di natura fossile, quale il carbone, disponibile ancora in gran quantità nei paesi in via di sviluppo. Ma il disastro e la beffa sono ancor più grandi quando si incentiva l’uso di prodotti dell’agricoltura per fabbricare carburanti sintetici .

Lo stato di arretratezza e la necessità di sviluppo può comportare da parte di questi popoli un uso improprio delle risorse, e diventare una minaccia per coloro che li hanno sino ad ora sopravanzati. Ed oggi per uso improprio è da intendersi anche quello su vasta scala di idrocarburi, petrolio, carbone e gas, le maggiori cause di una produzione enorme di gas tossici e di CoDue, che la natura non riesce più a riciclare. La possibilità di “catturare” la CoDue e reiniettarla nel sottosuolo è una soluzione che l’uomo sta studiando, ma che, sia dal punto di vista tecnico che economico, non trova per ora larga applicazione. Forse potrebbe trovarla se imposta o favorita da un contributo economico.
Così paesi come la Cina o l’ India nel migliore dei casi, o l’Iran e Pakistan nel peggiore, diventano in prospettiva mine vaganti.
La natura a lungo termine porrà rimedio a questo disordine, come ha già fatto in altre situazioni nei millenni trascorsi, ma della nostra civiltà, o di parti di essa, potrebbero rimanere solo dei segni. E’ quanto è già accaduto per delle civiltà di cui si ricercano i motivi della sparizione, genericamente da ricondurre comunque al rapporto non corretto e irrispettoso dell’uomo con la natura.
Quindi la prima esigenza è quella di promuovere lo sviluppo su vasta scala sull’intero pianeta di nuove risorse energetiche alternative alle risorse fossili e rispettose della natura
E questo oggi è possibile solo con l’energia nucleare.
Già la dimensione delle attuali carenze e/o delle esigenze prossime future giustifica la necessità di non rimandare più a lungo l’impiego di tecnologie che ormai hanno raggiunto un elevato livello di sicurezza, quali il nucleare di terza generazione, come dimostra l’esercizio, nella maggior parte dei casi da oltre vent’anni, di oltre 200 centrali in Europa e 500 nel mondo, con le migliorie nel frattempo intervenute nei progetti.
Contemporaneamente sviluppare gli studi e le applicazioni della quarta generazione, potenzialmente meno impattante dal punto di vista del combustibile(torio al posto di uranio arricchito) e meno inquinante dal punto di vista delle scorie tossiche. Il prototipo andrà in esercizio fra poco e si parla di venti o trent’anni di tempo necessari per mettere a punto il progetto su grande scala.
Sospendere quindi la realizzazione di centrali di terza generazione non è possibile, perché molte di quelle in esercizio stanno per chiudere il loro ciclo di attività ottimale di progetto (trent’anni circa). Aspettare significa continuare a incrementare l’uso di combustibili fossili.

Non c’è nulla tuttavia che l’uomo abbia scoperto, inventato, o solamente intuito in una certa epoca che non possa essere valorizzato come un elemento che va ad aggiungersi al miracolo della nascita e dello sviluppo dell’universo. Perché non esiste in natura il buono e/o il cattivo in assoluto, ma è l’uso che l’uomo fa delle risorse che le qualifica .E questo deve valere a maggior ragione per una risorsa così “grandiosa “ come l’energia fornita dall’atomo.
Compito di coloro che veramente vogliono farsi garanti di uno sviluppo che, mirando alla salvaguardia del nostro futuro, voglia combattere le ingiustizie e diminuire le distanze fra lo stile di vita degli uomini, è quello di non trascurare ogni chance che miri alla globalizzazione del processo. Negare una possibilità a qualcuno in nome della sicurezza di pochi significa coltivare l’odio e la ribellione.
Perseguire questi obiettivi significa abbattere le frontiere e stimolare la cooperazione allo sviluppo.
Non è solo generosità,ma è lungimiranza .Da soli si sopravvive ma non si salvano le generazioni future. Ogni tonnellata in meno di CoDue prodotta a casa nostra può avere un effetto insignificante se non contribuiamo a far sì che se ne producano cento, mille in meno in India e in Cina. Perché tale sarà il rapporto dettato dallo sviluppo fra le nostre esigenze e quelle di questi paesi entro i prossimi vent’anni.
Ma veniamo all’Italia .
Rispetto agli altri paesi europei noi abbiamo un forte gap da recuperare.
Al momento attuale infatti, a causa dei ritardi e degli sbandi della nostra politica energetica dopo l’esito del referendum sul nucleare alla fine degli anni ‘80 , dobbiamo importare dall’estero circa il 15% per cento dell’energia attualmente necessaria al benessere del paese, con la previsione di un incremento straordinario dei consumi solo nei prossimi vent’anni, senza una seria politica e un’educazione al risparmio. E il mezzo più pratico e veloce è ricorrere all’energia nucleare.
E’ un rischio calcolato, perchè la scelta, in fondo, se vogliamo essere sinceri, l’hanno già fatta per noi quei paesi , come Francia e Svizzera, che hanno realizzato una catena di centrali nucleari ai nostri confini .Centrali che ci forniscono l’energia che ci manca e di cui non possiamo, per ora almeno, fare a meno.
E allora…………………..come si può convincere coloro che vivono nel ricordo dell’effetto devastante dell’energia sprigionata dall’atomo per usi non pacifici ?
Non esistono elementi definitivi per dare le garanzie che la gente si aspetta, se non in termini di statistiche di un numero limitato di incidenti, dopo Cernobyl, con effetti molto limitati, se confrontati fra l’altro con altre situazioni incidentali che affrontiamo nella vita di ogni giorno accettandoli senza riserve.

………………………………………………………………………
Ciò non significa rinunciare alle risorse energetiche rinnovabili, anche se non se ne può sviluppare l’impiego in modo concentrato e su grande scala, come occorre negli impianti di produzione di E.E. al servizio delle grandi comunità, e anche se i costi per kilowattora prodotto sono al momento fra i più alti.
Occorre devolvere contemporaneamente adeguate risorse per lo sviluppo e le applicazioni di nuove tecnologie per lo sfruttamento di fonti di energia rinnovabili che possano fare da cuscinetto, o diversificare l’uso delle risorse.
Ma trovare le risorse economiche e/o gli incentivi in Italia è più gravoso, stante l’attuale già alto costo dell’energia. E’ possibile ed è quasi doveroso per quei paesi che hanno affrontato il rischio delle centrali di terza generazione anche dopo Cernobyl. Perché hanno usufruito dei vantaggi dei bassi costi dell’energia e, al termine quasi di questo ciclo e in attesa dei progetti meno impattanti degli impianti di quarta generazione,hanno risorse economiche da impiegare nello sviluppo di queste tecnologie.
In questo contesto in Italia devono trovare spazio l’impiego delle energie rinnovabili anche su scala ridotta e sul piano locale, ovunque l’entità della domanda ne giustifichi l’impiego, incentivandone l’applicazione con l’uso di sgravi fiscali e/o di finanziamenti agevolati.

Le tesi più ardite degli oppositori a questo tipo di politica energetica sono che tali problemi e le scelte conseguenti potrebbero essere vanificate nei prossimi anni dallo sviluppo dell’efficienza e del risparmio, con la conseguenza che i consumi nei prossimi vent’anni potrebbero rimanere stabili o non incrementarsi in modo significativo, favorendo una transizione più graduale e tranquilla, ovvero senza gravi rischi di “black out”, all’impiego delle energie rinnovabili, e alla messa a punto dei progetti nucleari di quarta generazione.
Questa tesi non va sicuramente trascurata né dai Governi né da tutte le forze politiche,che devono stimolare i comportamenti virtuosi, attraverso leggi che favoriscano e/o puniscano tali comportamenti . Perché incrementare l’efficienza negli impianti e nelle costruzioni comporta gravi costi, almeno nel breve termine.
Ecco perché occorre pretendere che ciò avvenga al livello più elevato del governo del paese, che possa farsi carico della impopolarità della cosa .Ma si auspica che ciò parta ancora più in alto, dalle organizzazioni internazionali, quali ONU ed UE.
A qualcuno vorremo pur credere……………

Ma ciò è ancor più necessario, perché è possibile che non tutte le informazioni sulle vicende che accompagnano la nascita e la vita degli impianti che trattano uranio vengano diffuse in modo trasparente, almeno quando riguardano “mancati incidenti”, finché rimangono tali.
………………………………………………………………….
Non esiste certezza, la sola soluzione è che la corsa allo sviluppo non ci esima dall’obbligo civile di fare ordine nel modo di operare di casa nostra, sviluppando la nostra educazione all’uso corretto delle risorse, parlandone in casa, nelle scuole e in ogni occasione pubblica.
Sviluppare una gara fra coloro che accettano ogni rischio pur di limitare i danni di uno sviluppo senza freni e coloro che ancora credono nella possibilità che l’umanità sappia darsi delle regole.

10/06/2008

IL MASTER IN FINANZA ISLAMICA

Sono felice per questa notizia.
E’ partito il Master in Finanza Islamica, ideato da ISME , di cui ho il piacere di far parte come Direttore del neonato Centro Studi, insieme ad altri amici Innovatori Europei.
Un augurio particolare al Presidente Ermanno Mantova di cui ho avuto modo di apprezzare l’impegno e la passione messa in questa attività, da lui ideata e portata avanti.
Massimo Preziuso

Roma, al via Master sulla finanza Islamica (Isme) – 08/05/2008 11.00
Crescono le dimensioni e l’interesse verso la finanza islamica e anche il mondo della formazione inizia ad adeguarsi: da questo autunno partirà a Roma un Master in «Mediterranean and Arab Finance and Banking», organizzato dall’università La Sapienza di Roma in collaborazione con l’Istituto per gli studi economici e finanziari per lo sviluppo del Mediterraneo (ISME).
L’iniziativa è patrocinata dall’Associazione bancaria italiana (Abi) e dall’Union of Arab Banks (Uab) e si inserisce nell’ambito del memorandum d’intesa siglato dalle due organizzazioni a settembre scorso per promuovere le relazioni tra le banche italiane e quelle del mondo arabo.
Il master, si legge sul Sole 24 ore di oggi, sarà internazionale, con lezioni esclusivamente in inglese tenute da professori dell’università, manager, professionisti e esperti di finanza rispettosa della sharia.
Il corso, spiega Domenico Santececca, direttore dell’area corporate di Abi, «intende formare una particolare figura professionale che sarà sempre più richiesta dalle banche, in Italia ma soprattutto nell’intero sistema economico del Mediterraneo».

News da Twitter
News da Facebook