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STUDIO DEL GRUPPO SAPERE
DRAFT STUDIO – GRUPPO SAPERE E INNOVAZIONE: http://innovatorieuropeisapere.wordpress.com
Partiamo dallo studio di Fondazione Edison – Accademia dei Lincei: I dieci trend che cambieranno la geo-economia del mondo. Popolazione, economia, cibo, energia e materie prime”
– POPOLAZIONE – Nel 2030, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, la popolazione di Cina e India (quasi 3 miliardi di persone) sarà 2,7 volte superiore a quella di Europa, Russia e Nord America (1,1 miliardi).
– PIL – Nel 2039, secondo le proiezioni della Goldman Sachs, il PIL a prezzi correnti dei cosiddetti BRICs (Brasile, Russia, India e Cina) supererà quello complessivo dei Paesi del G-6 (USA, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia e Italia). Nel 2041 il PIL della Cina a prezzi correnti supererà quello USA. Ma già nel 2015, secondo le proiezioni dell’economista Angus Maddison per l’OCSE, il PIL a parità di potere di acquisto della Cina supererà quello degli Stati Uniti.
– ENERGIA E CO2 – Secondo le proiezioni dell’International Energy Agency, la Cina diventerà presto il principale consumatore mondiale di energia, superando gli Stati Uniti poco dopo il 2010. Nel 2015 il consumo di energia primaria della Cina sarà già di 2,9 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio (tep) contro i 2,6 miliardi degli USA e gli 1,9 miliardi della UE-27. Nello stesso anno le emissioni totali di CO2 della Cina saranno pari a 8,6 miliardi di tonnellate, contro i 6,4 miliardi degli USA e i 4 miliardi della UE-27.
– CONSUMO DI RAME – La Cina, secondo l’International Copper Study Group, ha superato gli Stati Uniti a livello mondiale nel consumo di rame nel 2002 ed ha superato la UE-27 nel 2005. Nel periodo gennaio-ottobre 2007 il consumo cinese di rame è già stato pari all’83% di quello complessivo di Stati Uniti e UE-27.
– SALDO COMMERCIALE NELL’ELETTRONICA/TLC – Secondo l’OCSE, dal 2004 la Cina è diventata il principale esportatore mondiale di prodotti dell’Information and Communication Technology. Nei prossimi anni rafforzerà sempre più questa posizione anche con propri marchi ed esportazioni dirette di proprie aziende.
– CONSUMO DI CARNE – Già oggi la Cina è il primo consumatore mondiale di carne (bovina+suina+pollo). Negli ultimi 20 anni i consumi pro capite di carne della Cina sono più che raddoppiati. Nel 2013, secondo le proiezioni del Food And Policy Research Institute (FAPRI), i consumi cinesi di carne supereranno quelli complessivi di Stati Uniti ed Unione Europea considerati assieme, toccando i 75 milioni di tonnellate.
– IMPORTAZIONI DI SOIA (IL “PETROLIO VERDE”) – A causa della crescente domanda mangimistica proveniente dai propri allevamenti e dalla domanda interna di carni, le importazioni di semi di soia della Cina sono state già pari nel 2007 a circa il 15% della produzione mondiale di soia. Nel 2017, secondo il FAPRI le importazioni cinesi di semi di soia toccheranno i 52 milioni di tonnellate, una somma pari all’86% della futura produzione di soia del terzo produttore mondiale, l’Argentina (il primo e secondo produttore mondiale, sono rispettivamente, USA e Brasile). In pratica, nel 2017 un quantitativo equivalente a quasi tutta la produzione di soia del terzo produttore mondiale sarà dunque destinata a soddisfare esclusiavmente la sola domanda della Cina.
– SURPLUS COMMERCIALE – Secondo “The Economist” nei dodici mesi intercorsi tra febbraio 2007 e gennaio 2008 il surplus commerciale con l’estero della Cina è stato di 265,2 miliardi di dollari. Ha superato quindi l’attivo commerciale della Germania, pari a 257,8 miliardi di dollari nel periodo gennaio-dicembre 2007. Nello stesso tempo il deficit commerciale con l’estero degli Stati Uniti è stato nel 2007 di 815,6 miliardi di dollari, appesantito in particolare dai deficit bilaterali con la Cina stessa, il Giappone e i Paesi petroliferi.
– RISERVE VALUTARIE – Secondo “The Economist”, le riserve valutarie della Cina hanno raggiunto a fine dicembre 2007 i 1.530 miliardi di dollari e sono ormai di gran lunga le più elevate del mondo. Ciò nonostante, il cambio della moneta cinese resta ancorato artificiosamente al dollaro ed è sempre più debole, rendendo così “iper-competitive” le merci cinesi, specie rispetto a quelle europee. Negli ultimi 4 mesi il tasso di cambio tra la valuta europea e quella cinese è oscillato tra 10,4 e 10,9 renmimbi per euro toccando nuovi massimi storici.
– DEBITO PUBBLICO USA IN MANI ASIATICHE – A fine 2007, secondo il Tesoro USA, il 44,5% del debito pubblico americano collocato sul mercato (“debt held by the public”, cioè escluso il debito finanziato direttamente dai fondi pensionistici, agenzie, ecc.) risultava sottoscritto da investitori stranieri. In particolare, il valore dei titoli a lungo termine del Tesoro degli Stati Uniti detenuto dai soli 6 maggiori Paesi asiatici (Cina, Giappone, Hong Kong, Corea del Sud, Taiwan e Singapore) ha raggiunto i 1.197 miliardi di dollari, pari al 61% delle obbligazioni di questo tipo detenute da investitori stranieri e a circa ¼ del debito pubblico complessivo americano collocato sul mercato.
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Detto questo: dove andremo noi Europei? E su cosa è importante specializzarsi oggi? Quali relazioni geo politiche e culturali instaurare?
Su queste domande vogliamo avviare i lavori di un primo studio del Gruppo Sapere ed Energia di Innovatori Europei.
STUDIO DEL GRUPPO ENERGIA
EDILIZIA POPOLARE ECOSOSTENIBILE
PRIMO DRAFT STUDIO – GRUPPO ENERGIA e AMBIENTE: http://innovatorieuropeienergia.wordpress.com
Nel programma del Partito Democratico si elencano una serie di iniziative volte ad incentivare il risparmio energetico e l’utilizzo di fonti rinnovabili, come il solare termico, le biomasse, etc.
Più avanti nel Programma si propone il rilancio del mercato delle case in affitto, sviluppando in particolare piani di edilizia residenziale pubblica.
La proposta è quella di creare una forte sinergia tra questi due punti programmatici, facendo in modo che “case popolari” non sia più sinonimo di “bassa qualità”, ma al contrario che rappresentino l’eccellenza nel panorama edilizio, soprattutto per quanto riguarda l’efficienza energetica, con l’utilizzo di tutte le tecnologie disponibili (solare termico e fotovoltaico, geotermia, impianti di riscaldamento e raffrescamento a pavimento, schermatura solare, raccolta acque piovane, impianto idrico sdoppiato, domotica, etc.)
Nell’ambito delle case in affitto è molto difficile incentivare, anche tramite gli sgravi fiscali già disponibili, gli interventi di efficientamento energetico degli edifici. Il motivo è semplice: l’investimento è a carico del proprietario, mentre i benefici si vedono nelle bollette energetiche, quindi sono a favore dell’inquilino.
Ora ciò non può costituire un ostacolo nel caso dell’edilizia pubblica, in cui il proprietario è lo Stato Italiano; al contrario rappresenta una grande opportunità per tutti:
Per lo Stato: a fronte di un maggior investimento iniziale (dal 3 al 10%, come emerso anche nel recente convegno “Energetica 2008? il 12 marzo scorso) si crea un patrimonio immobiliare di valore molto superiore, si incentiva l’edilizia ecosostenibile, si onorano gli impegni internazionali sottoscritti per far fronte al climate change.
Per gli inquilini: si vive in una casa che costa drasticamente di meno ed è più sana.
Per tutta la società: la promozione dell’edilizia sostenibile può contribuire a sgonfiare la bolla speculativa presente nel mercato immobiliare, riportando i valori di mercato più aderenti ai “fondamentali” del prodotto casa.
Lo sviluppo dell’edilizia ecosostenibile può portare a semplificazioni burocratiche e riduzioni di costi anche per i privati, inoltre può favorire l’adozione di una pianificazione urbanistica ecosostenibile, in cui la riqualificazione delle aree urbane sia fatta cercando di progettare interi quartieri ad “impatto zero”.
Le tecnologie per il risparmio energetico sono ormai ampiamente collaudate e disponibili, la domanda c’è, sia per una coscienza ecologica che comincia a diffondersi, sia per i prezzi dell’energia ormai insostenibili, c’è solo bisogno di un “catalizzatore” che permetta di accelerare il processo: questo dovrebbe proprio essere il ruolo di uno Stato efficiente ed innovativo come quello che crediamo sia nostro diritto chiedere al prossimo governo.
Alberto Zigoni
STUDIO DEL GRUPPO EUROPA
Innovazione, Meridione, Mediterraneo: una scelta d’indirizzo per le politiche europee
PRIMO DRAFT STUDIO – GRUPPO EUROPA – http://innovatorieuropei.wordpress.com
Le scelte future per le regioni meridionali del nostro paese ma soprattutto della Campania debbono inevitabilmente confrontarsi con la collocazione geografica della regione; egualmente in base alle differenti scelte di sviluppo e innovazione attuate nel campo delle politiche locali in relazione al resto del bacino del Mediterraneo si apriranno prospettive differenti di crescita e sviluppo.
Accadimenti politici, significativi cambiamenti legislativi e sociali in alcune nazioni del Maghreb, tra tutte Algeria e Marocco, il significativo riaffacciarsi del Libano a un dialogo europeo, la richiesta d’ ingresso della Repubblica turca nell’Unione europea, nonché le più distanti ma certo incombenti vicende mediorientali dalla guerra irachena all’interminabile quasi insolubile conflitto tra Israele e Palestina: sono questioni centrali che avranno significative conseguenze sulle nostre aree meridionali .
E ‘ chiaro che una relazione stretta con tutta l’area del Maghreb e del vicino Oriente permetterà un’inversione di rotta rispetto al percorso che vedeva le società meridionali e mediorientali del Mediterraneo fuori inesorabilmente dai luoghi dei processi innovativi del futuro.
Maggiore democrazia, maggiore dibattito e conseguente libertà di confronto, ricerca e sviluppo nelle società mediterranee, il confronto competitivo con le scelte avanzate delle regioni catalane e francesi, modelli da seguire, ribalterebbero la previsione di unici centri di propulsione mondiale, incentrati su una inarrestabile avanzata indiana e cinese, collocata nelle aree asiatiche, contraltare di un acquisito declino euro-mediterraneo e dei paesi arabi mediorientali.
La ritrovata possibilità, non solo apparente , la voglia di affermazione di gruppi sociali nuovi, gli atti legislativi per rimettere in corsa la società locale, le stesse riforme del diritto di famiglia in Algeria, la recente promulgazione della Mudawwana ossia il nuovo diritto di famiglia che ha rivoluzionato la società marocchina, e soprattutto il nuovo regime del diritto del lavoro introdotto nel regno marocchino dal 2003, facendo crescere il P.I.L. del paese del + 5,5% possono essere alcuni esempi. Al di là delle cifre si tratta di segni non solo di una ritrovata possibilità di presenza e influenza nelle scelte di questi paesi con la partecipazione di professionalità e soggetti finora elusi o imbrigliati, si tratta anche della occasione di coinvolgere finalmente un mondo scientifico e intellettuale , stretto tra lotte terroriste e islamiste , e capace di alimentare una rinascita dello spirito di ricerca e sviluppo di pensiero della “scienza islamica”.
Ancor più questa relazione appare interessante e positiva, in termini di investimento e crescita delle comunità intellettuali e scientifiche, con ricadute positive per l’investimento e crescita delle risorse locali, anche con caratteri profondamente adatti ai contesti culturali e sociali in cui si sviluppano, liberando le potenzialità locali, se questa si fonda su modelli di collaborazione e scambio, tra le università i centri di ricerca e di eccellenza delle regioni meridionali e le aree in espansione del bacino MENA , regione del Medio Oriente e del Nord Africa (Mena). Qui come nelle nostre regioni meridionali il tasso di disoccupazione è concentrato soprattutto tra i giovani e le donne, eppure sebbene in area MENA solo il 13% delle aziende siano di proprietà di donne, tuttavia , riportiamo una nota di Nadereh Chamlou, Senior Advisor della Banca Mondiale e co-autrice di un rapporto su come le diseguaglianze di genere influiscono le performance economiche dell’area Mena, le aziende possedute da imprenditrici hanno in media più impiegati e sono mediamente più grandi, rispetto a quelle dei colleghi maschi. Impiegano più donne, e dipendenti più qualificati e più istruiti. Sanno attrarre di più gli investimenti stranieri, esportano di più e gestiscono aziende che valgono di più di quelle degli uomini. Una prospettiva di incentivo innovativo e strategico che potrebbe essere egualmente vincente nelle regioni del meridione d’Italia.
E’ ampio dunque il giacimento di formazione ricerca che attende di sprigionarsi sulle altre sponde mediterranee, che si nutre degli apporti dell’esperienze della ricerca e delle ricerca e delle applicazioni positive insite nel sostrato e nella tradizione della scienza nel mondo musulmano, potrebbe anche con risvolti pratici, arginare una eguale fuga di intelligenze da queste terre travagliate, e trovare in un centro meridionale e mediterraneo, un corrispettivo dell’Istituto di scienze di Trieste, luogo di promozione delle culture e della ricerca mediterranea.
Naturalmente il Mediterraneo, non estende la sua influenza solo nell’area mediorientale. L’allargamento dell’Europa a est riconduce a una sua centralità anche le coste adriatiche e la relazione di queste con il cuore produttivo della Mitteleuropa, inserisce di nuovo molte aree dei Balcani che non si sentono escluse alla “attitudine” del pensiero e dell’ innovazione legate allo sviluppo contemporaneo di indirizzo scientifico europeo ma anche extraeuropeo o islamico.
Se oggi la prospettiva è che le nuove conoscenze sono opportunità, non pericolo o fonte di disuguaglianze, se esse sono decisive negli equilibri culturali sociali ed economici occorre governare con la politica questi processi. E’ compito del politico “governare la società nell’era della riproducibilità tecnica dell’uomo, della società multietnica e multiculturale, della ricomposizione degli equilibri tecnoscientifici planetari.
Acquisire coscienza che il problema esiste” e “soprattutto” in Italia finora è chiaro a pochi.
E’ sperabile che ciò possa divenire chiaro anche nel processo politico dei futuri cambiamenti e scelte ,con l’intento di permettere ai nostri “luoghi”, dai centri di formazione e di eccellenza delle università ma anche all’ imago sine re del polo tecnologico e multimediale di Bagnoli, un auspicabile centro di riferimento per il “nostro” Mediterraneo per promuovere sviluppo e lavoro qualificante, oltre che qualificato.
G8 GROUP SUL CLIMATE CHANGE
Interim Report sul Climate Change di “G8 Research Group-Oxford” (dal Gruppo Energia e Ambiente)
Dato che faccio parte del Team di Ricerca, quale coordinatore per l’Italia, mi fa piacere presentarvi questo documento, appena pubblicato.
E’ una analisi critica delle politiche dei Paesi del G8 sul problema del Climate Change, in risposta agli obiettivi concordati nel Summit di Giugno 2007 ad Heiligendamm-Germania.
Visto che questo Gruppo di Innovatori Europei nasce attorno a questa sfida, spero che questo lavoro vi interesserà, essendo un documento di approfondimento sul Tema.
A Giugno, prima del G8 in Giappone, pubblicheremo il Report finale.
Ecco il Link in cui è stato pubblicato.
http://www.g8.utoronto.ca/oxford/g8rg-ox-interim-2007.pdf
Grazie.
Massimo Preziuso
ARIA + ACQUA = ENERGIA
Con aria e acqua si fa la benzina (dal Gruppo Energia)
È l’energia racchiusa nell’uovo di Colombo. Si comincia prelevando l’anidride carbonica dall’aria. Poi si prende dell’acqua, e si separa l’idrogeno dall’ossigeno. A quel punto, unendo gli atomi di idrogeno con quelli di carbonio, si ottengono – come dice la parola stessa – degli idrocarburi. Non fossili, ma nuovi di zecca.
Jeffrey Martin e William Kubic, due scienziati del Los Alamos National Laboratory – il centro di ricerca dove fu concepita la prima bomba atomica – non sono i primi a sognare di poter alimentare le automobili del futuro con aria e acqua. Ma la novità è che, durante un convegno in Florida, hanno annunciato di aver perfezionato l’idea con poche, strategiche innovazioni. E assicurano che quel sogno è alla portata del genere umano. <>, scrivono Martin e Kubic.
Ora, prima che alla portata del genere umano, sarà più facilmente alla portata degli americani. <>. È utile ricordare che la missione del laboratorio del Manhattan Project – tutt’oggi responsabile della sicurezza del deterrente nucleare americano – è la <>. Il comunicato non dice se la procedura inventata da Martin e Kubic sia stata brevettata o meno. Ma il fatto curioso è che il suo nome è stato registrato come un vero e proprio marchio di fabbrica. E, per di più, con un sapore vagamente patriottico: <>.
Inutile dire che questa benzina sintetica, in quanto fabbricata con la CO2 prelevata dall’atmosfera, avrebbe un impatto neutro sull’algebra del riscaldamento climatico. Già oggi è possibile estrarre la CO2 all’aria, portandola a contatto con del carbonato di potassio. Ma la chiave di volta di Green Freedom sta nel passo successivo, quando la CO2 va ulteriormente separata: <>.
Secondo i loro calcoli, ci vogliono 5 miliardi di dollari, per costruire un impianto capace di fabbricare 18mila barili al giorno di benzina sintetica, derivata dall’aria e dall’acqua. Senza violare nessuna legge della fisica, Green Freedom promette di essere energeticamente in attivo, nonostante – anche solo per “spaccare” le molecole di acqua – richieda notevoli quantità di energia. Non a caso si fa notare che, se funzionasse in coppia con una centrale nucleare, costi si abbasserebbero ulteriormente.
Considerando gli elevati costi iniziali, Martin e Kubic calcolano che Green Freedom <>. Oggi in America – complice la storica, generosa fiscalità alle pompe di benzina – il carburante costa circa 3 dollari al gallone. Dunque in Europa, dove la benzina costa più del doppio, sarebbe già economico da oggi.
di Stefano Casati
QUALE FUTURO PER L’EURO MEDITERRANEO?
Quale futuro per la cooperazione Euro-mediterranea? (dal Gruppo Europa)
I dieci anni che separano la Conferenza di Barcellona (1995) da quella di Malta (2005) hanno rappresentato per la Cooperazione Euro-mediterranea un vero e proprio percorso sperimentale. In questi dieci anni il mondo è completamente cambiato. L’attacco dell’11 Settembre 2001 e le conseguenti politiche dell’Amministrazione Statunitense per l’attuazione del piano definito Grande Medio Oriente sono questioni ricadute fortemente sugli equilibri interni alla Cooperazione Euro-mediterranea. Se dieci anni prima la fine del sistema bipolare aveva liberato i Paesi dell’Europa orientale e dell’area Mediterranea da vecchi meccanismi costrittivi contribuendo alla nascita di nuove relazioni tra l’Unione Europea e i Paesi terzi, dal 2001 l’instabilità nell’area balcanica, in quella mediterranea e mediorientale ha compromesso molte delle politiche e degli obiettivi che il Partenariato Euro-mediterraneo si era prefissato.
Le stesse relazioni tra i Paesi appartenenti al Partenariato – tra alcuni Paesi Arabi e Israele e Israele e Autorità Palestinese – erano state messe in crisi da nuovi conflitti aperti. La crisi degli accordi di Camp Darby e del processo di Oslo, la morte di Arafat, la vittoria di Sharon e la conseguente vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi unitamente alle scelte del Governo statunitense di aprire i fronti in Afghanistan ed Iraq e di lanciare la guerra globale al terrorismo hanno prodotto una crisi profonda tra Occidente e Medio Oriente tale da far intuire alle Istituzioni dell’Unione Europea di prendere atto del cambiamento accorso e di avviare delle politiche di aggiustamento delle Politiche di Partenariato.
Innanzitutto la Nuova Politica di Vicinato Europea – European Neighbourhood Policy (ENP) – è nata per unificare in un solo programma economico-finanziario ed in una politica estera semplificata, le relazioni europee con i Paesi appartenenti al Vicinato, definito da Xavier Solana “a ring of friends” un circolo di amici.
In secondo luogo il concetto strategico delle relazioni Euro-mediterranee, precedentemente basate sul Partenariato (accordi bilaterali e multilaterali tra Paesi terzi e Unione Europea) si strutturava sull’idea della cooperazione orizzontale e decentrata. L’ENPI invece stabilisce un criterio diverso che presuppone un modello “hub and spokes” cioè basato su un centro (Unione Europea) ed una periferia (Paesi Terzi appartenenti al Vicinato).
Questo vuol dire che i Paesi terzi per l’UE sono tutti sullo stesso piano e che si intende stabilire una nuova relazione diretta bilaterale con ogni singolo Paese. Esaustivo è il caso della Turchia, ma anche il processo avviato con alcuni Paesi terzi che assume connotati simili ad una cooperazione a doppia velocità. I Paesi terzi che hanno fatto più strada rispetto agli obiettivi stabiliti a Barcellona nel 1995 dai trattati di Partenariato sui temi delle riforme economiche e dei processi di democratizzazione saranno privilegiati rispetto ad altri. Se i programmi TACIS, PHARE, EUROMED erano istituiti appositamente da Regolamenti dell’UE per la cooperazione per aree geo-politiche specifiche, il programma ENPI attualmente appare generalista e purtroppo anche ridotto nelle sue dimensioni finanziarie, ma comunque pronto a premiare i più meritevoli. Bisognerà comunque ancora aspettare i documenti che indicheranno i sottoprogrammi operativi e pluriannuali per aree geo-economiche del Programma ENPI per giudicare e valutare il risultato concreto di queste iniziative europee.
Alessandro Massacesi
IL NANISMO DI IMPRESA
Nanismo di impresa: una criticità strutturale da risolvere (dal Gruppo Sapere e Innovazione)
Il dibattito sulla capacità di crescita competitiva di ciascun sistema territoriale ad industrializzazione diffusa non può che essere strettamente vincolato con l’evoluzione del suo tessuto imprenditoriale.
Come è noto, il modello ancora predominante nel Paese continua a reggersi sulla piccola impresa e su specializzazioni settoriali che se fino alla fine degli Anni Ottanta hanno fatto la fortuna della nostra economia, grazie soprattutto alla loro adattabilità e flessibilità agli andamenti del mercato, oggi purtroppo faticano di fronte ai mutamenti strutturali intervenuti negli ultimi venti anni. L’integrazione dei paesi in via di sviluppo nell’economia mondiale e la rivoluzione tecnologica nel campo dell’informatica e delle comunicazioni hanno eroso la posizione competitiva di queste imprese di più ridotta dimensione, troppo piccole per sfruttare pienamente le opportunità del processo di globalizzazione e troppo carenti dal punto di vista delle risorse umane per trarre beneficio dalle nuove tecnologie. Parimenti, il continuare a perseverare su settori e comparti tendenzialmente a crescita media o lenta della domanda mondiale, con basse economie di scala e relativamente basso impiego di manodopera ad alto grado di istruzione e alte qualifiche, ha esposto le nostre imprese ad una situazione difficilmente difendibile di fronte all’impetuoso imperversare dei grandi Paesi in via di sviluppo.
Aziende sempre più piccole, sottocapitalizzate, con bassa remuneratività, scarsa produttività dei fattori, e difficoltà a crescere, è dunque la malattia principale del sistema imprenditoriale del nostro Paese. Secondo molti studi, piccola dimensione è sinonimo oggi di minore produttività per addetto, minore retribuzione per addetto e, conseguentemente minore attrattività per lavoratori con elevati gradi di istruzione e qualifiche, minori investimenti fissi per addetto, minori investimenti in formazione del proprio “capitale umano”, minori spese in ricerca e qualità, minori investimenti in rete distributiva e assistenza al cliente, minore capacità di affermare e coltivare marchi noti sul mercato, maggior dipendenza da canali indiretti per l’esportazione (e relativo minor “potere di mercato” quando i mercati si fanno fragili e/o fortemente competitivi), minor numero di mercati esteri serviti, minor polmone di risorse umane e organizzative per intraprendere investimenti diretti all’estero quando le opportunità di mercato lo esigerebbero.
Dati positivi contingenti come quelli sulle esportazioni non possono essere la “coperta di lino” di un quadro che comunque va consolidato.
Nell’occasione crediamo che, qualunque sarà il colore del prossimo Governo, non si possa esulare dal mettere in campo queste minime azioni di policy, persuandendo, ove fosse necessario, il mondo imprenditoriale nel:
favorire i processi di “rete” delle aziende
promuovere azioni di private equity
stimolare processi di ricerca e innovazione, di upgrading tecnologico e qualitativo favorire la creazione di un sistema di servizi ad alto valore aggiunto apertura strategica dell’impresa al capitale e alle risorse esterne.
Due condizioni imprescindibili per mettere in campo queste azioni di sistema sono quindi, da un lato, una grande trasformazione culturale, l’adozione di nuove visioni, di nuovi modi di pensare l’economia e i mercati, insomma una nuova cultura del fare l’imprenditore e l’impresa. Sono orientamenti che vanno consolidati anche attraverso azioni “educative”. Dall’altro, una maggiore sforzo a migliorare la loro trasparenza contabile: se nelle pieghe dei bilanci continuano a restare delle difformità tra contabilità formale e contabilità sostanziale, certamente questo non aiuta né ad aggregazioni formali e sostanziali, né tantopiù all’utilizzo di veicoli sostitutivi di finanziamento del tradizionale credito bancario, come venture capital e più in generale del private equity, soprattutto oggi alla luce dell’entrata in vigore della normativa di Basilea 2 sull’accesso al credito.
Deve essere chiaro che l’intento non è di ripristinare il modello della grande impresa, per altro oggi per certi versi in difficoltà, ma quello di favorire la sistematizzazione a rete e la formazione di più imprese di taglia media; dimensione che viene valutata ormai come quella più idonea a competere internazionalmente in quest’epoca di globalizzazione, racchiudendo in sè sia le caratteristiche positive della piccola struttura (flessibilità organizzativa e rapida adattabilità agli scenari di mercato) che della grande organizzazione aziendale (capacità di aggredire mercati lontani, produrre innovazione, disporre di cervelli più fini, etc).
di Daniele Mocchi
IL PD E GENERE E GENERAZIONI
Il Partito Democratico e il confronto tra le differenze di genere e intergenerazionali – (dal Gruppo Sapere e Innovazione)
Le dimensioni dell’erranza, delle diversità, dei generi e delle generazioni interagiscono a vicenda, complementandosi. Le generazioni nelle epoche, nel corso della storia remota o recente, riguardano tutti, per i risvolti interrelazionali che stampano in noi solchi, tacche, tappe del tempo di appartenenze o differenze, che comunque segnalano la comunicazione e l’interazione tra più persone. Le generazioni delle donne apportatrici di cambiamento nel ’68, rappresentano quella fascia femminile che ha cominciato a pensare su di sé, a praticare un lavoro di riflessione sul proprio sé, cambiando così i destini tradizionali delle donne. Le relazioni tra generazioni che rivelano spesso punti oscuri e nevralgici di pregiudizio, in questo peculiare momento epocale, di passaggio e transizione generazionale sono inedite e memorabili. I cambiamenti apportati dalle “state giovani” del ’68 hanno generato differenti relazioni intergenerazionali. Per esempio non esistono passaggi di modelli. Le “ereditiere”, le giovani generazioni femminili, non hanno accettato la “consegna”, in vissuti di mancato riconoscimento e disdetta dell’eredità dove non esiste trasmissione, accettazione, integrazione e consegna di eredità. Non si effettuano passaggi di modelli tra uomini, si verifica assenza di conflitto intergenerazionale, senza imbarazzi e pesantezze perché il pregiudizio entra in questi vissuti, nella difficoltà di comunicazione, sorta dalla crisi di un modello tradizionalista di patriarcato, dalla nascita dei nuovi padri. Dalla crisi del modello assolutista del maschio, gli uomini hanno compreso la possibilità di crearsi spazi per ripensarsi come genere, portatori di un’acquisita eredità femminile postsessantottina, come ambito e spazio per riflettere e che il maschio, l’uomo forte per obbligo e non per scelta del passato non poteva legittimare.
Il pregiudizio intergenerazionale ha sempre rappresentato una particolare modalità di comunicazione, di espressione nelle relazioni tra generazioni. L’atteggiamento pregiudiziale, il cattivo giudizio degli adulti nei confronti dei giovani ha diverse radici, significati, motivazioni e giustificazioni, impedendo la rigenerazione ricorsiva, l’erranza, i passaggi di consegne di eredità tra generazioni, tra epoche, nella trasmissione di significati, valori racchiusi nella memoria storica remota e recente, nell’impegno intellettuale e culturale al servizio del sociale per sostenere i valori etici della “comunità educante”, della società aperta al cambiamento, gli ideali democratici della “Resistenza” alle dittature, contro sciovinismi e imperialismi, i valori, le conquiste, i diritti acquisiti con le rivendicazioni e trasformazioni del movimento sessantottesco che devono essere tramandati di padre in figlio, dove la società sia una grande famiglia educante con punti e figure di riferimento tra generazioni, dove esistano “padri” e “madri” che trasmettano i valori dell’appartenenza alle generazioni che hanno vissuto e sofferto un tempo di lotte di rivendicazioni, di traguardi e conquiste che non va dimenticato, scadendo nell’oblio della modernità. La trasmissione della memoria storica di generazione in generazione “…per non dimenticare” e non ripiombare negli errori della storia, nell’intolleranza cieca nei confronti delle diversità, nello spettro dei conflitti civili armati, nelle dittature di qualsiasi colorazione, nei nazionalismi esasperati, negli sciovinismi ed imperialismi esacerbati da conflitti. Il “filo rosso” della storia unisce le nuove generazioni ai vecchi “padri” della resistenza prima e del ’68 poi, per tramandare e portare avanti il vero impegno intellettuale, culturale, quindi etico nella società contemporanea, nell’attualità del presente, in prospettiva futura, per le nuove generazioni, come eredi ed ereditiere dei movimenti di emancipazione tra i sessi, tra classi sociali, per la conquista di libertà e parità di diritti, per la risoluzione del sottile contrasto dicotomico tra differenza e discriminazione, in vista dell’abolizione di pretese, prevaricazioni classiste, di subdole manovre revisioniste e, addirittura, negazioniste della storia, della verità ed obiettività del relazionarsi degli eventi, al fine della messa in discussione, la confutazione logica del principio di autorità assoluta, per l’emancipazione dal patriarcato, dal dominio e strapotere “dell’uomo forte”. Devono convivere, finalizzate al confronto e all’arricchimento reciproco, le diversità di pensiero, di genere, tra sessi, culturali, etniche, razziali, religiose, ma non devono sussistere, in uno stato di democrazia e progresso, diversità discrimianti e differenze discriminate circa i diritti inalienabili dell’uomo.
di LAURA TUSSI
INNOVAZIONE SOLO DA RICERCA?
Innovazione solo da Ricerca?
Nel dibattito politico economico di questi anni recenti è ricorrente il tema della competitività delle imprese e del suo stretto legame con l’innovazione e quindi implicitamente con il livello di attività di R&S di un Paese.
La domanda che ci poniamo oggi è questa:
Ma siamo proprio sicuri che l’innovazione nasca solo dalla ricerca? Che sia direttamente proporzionale ad essa?
Prendendo per buono che gli effetti di trasmissione funzionino efficacemente, che ci sia un fluido legame tra Poli universitari – Sistema delle imprese – Pubblica amministrazione, cosa purtroppo non vera nella realtà, proviamo a rispondere alla domanda iniziale prendendo a riferimento una recente indagine del Censis condotta sulle imprese artigiane.
Secondo i risultati di tale indagine la risposta sarebbe no. Varrebbe, al contrario, l’assioma per cui “non tutti gli investimenti in ricerca e sviluppo generano innovazione, così come al contempo l’innovazione non nasce solo dalla ricerca“.
Questa tesi diventa lampante tra quelle piccole imprese famigliari, tipiche del nostro sistema competitivo, le quali pur non disponendo di grosse risorse economiche, riescono (alcune di esse) con la genialità che è loro propria, a fare comunque ampio ricorso all’innovazione. Ad una tipologia di innovazione per lo più incrementale, fatta di attività non codificate, frutto più del saper fare, del lavoro e dell’ingegno quotidiano e solo in parte di una specifica attività di ricerca.
L’artigiano tende a concentrare soprattutto la sua attenzione verso il miglioramento del proprio prodotto, del servizio che offre, sulle modalità e gli strumenti della produzione, ma anche sulla riduzione dell’incidenza del sistema costi, come dimostra il fatto che il 55% delle imprese analizzate nella ricerca hanno innovato il sistema delle telecomunicazioni aziendali, sostituendo alla tradizionale linea telefonica il Voip (Voice Over IP), una tecnologia – come noto – resa disponibile solo in tempi molto recenti.
Ciò significa che i dati nazionali e internazionali sulle attività di R&S non tratteggiano completamente lo scenario competitivo di un Paese, non riuscendo appunto a cogliere l’esistenza di questi processi di sviluppo, che sono impliciti in diverse imprese italiane di piccole dimensioni, specie quelle operanti nei settori tradizionali del made in Italy, le quali, pur nelle difficoltà contingenti di questi ultimi tempi continuano ad essere uno dei motori del sistema Italia.
di Daniele Mocchi
CONTINUA LA CORSA DI OBAMA
Obama vince in Winsconsin e Hawaii – Ma Hillary non molla e lo attacca
WASHINGTON – Il senatore Barack Obama ha proseguito la sua serie di vittorie contro la rivale Hillary Clinton imponendosi in modo netto anche in Wisconsin e nelle native Hawaii, raggiungendo il decimo successo consecutivo contro la ex-first lady dopo il Supermartedì del 5 febbraio. Altrettanto netta è stata la vittoria del candidato repubblicano John McCain contro Mike Huckabee nel Wisconsin e nella seconda parte delle primarie dello Stato di Washington, dove si era già imposto il 9 febbraio anche se di stretta misura, e adesso ha vinto con margine maggiore.
Obama si è imposto in Wisconsin ottenendo circa il 58 per cento dei voti, contro il 41 per cento per Hillary. Il senatore nero ha vinto in uno Stato in cui l’88 per cento degli elettori è bianco, e dove è alta la percentuale di persone dal basso reddito (uno dei serbatoi di voti, almeno in teoria, della senatrice di New York). Alle Hawaii Obama ha trionfato ottenendo il 76 per cento delle preferenze contro il 24 per cento della senatrice. Per la prima volta le isole sono andate alle urne nella consapevolezza che il loro voto avrà un peso (finora le primarie alle Hawaii arrivavano a giochi ormai chiusi).
Sia la Clinton che McCain, parlando dopo i risultati, hanno attaccato Obama, con parole quasi identiche, accusandolo di essere tutto fumo e poco arrosto. “La scelta di un presidente non deve essere limitata alle parole, ma occorre il lavoro, un duro lavoro, per rimettere in marcia l’America”, ha detto la Clinton, senza porgere al rivale le tradizionali congratulazioni per la vittoria, “Non possiamo avere solo discorsi, dobbiamo avere soprattutto soluzioni”. Anche McCain ha espresso lo stesso concetto: “L’America non deve essere tratta in inganno da esortazioni, eloquenti ma vuote, al mutamento”.
Nel suo discorso di vittoria, insolitamente ricco di dettagli (una risposta indiretta alle accuse dei due rivali), Obama ha sottolineato che “la scommessa sta pagando: la gente ha accolto il messaggio di cambiamento, ha manifestato il desiderio di pilotare l’America verso una nuova direzione”.
La serie di sconfitte impone adesso a Hillary Clinton di ottenere una convincente vittoria nel voto del 4 marzo in Texas e Ohio dove i due democratici si giocheranno un bottino di 334 delegati, e in Pennsylvania il 22 aprile, se vuole sperare di fermare la marcia, per adesso irresistibile, del senatore Obama verso la candidatura democratica e forse la Casa Bianca.
Al momento, il senatore nero può contare su 1342 delegati contro i 1265 della rivale. Per la nomination ufficiale è necessario raggiungere il numero di 2025. Mc Cain, che ha conquistato i 37 delegati in palio nel Wisconsin e i 19 dello Stato di Washington, al momento è in netto vantaggio con 877 delegati contro i poco più di 200 di Huckabee: per vincere, dovrà ottenerne 1191.
(20 febbraio 2008)