Significativamente Oltre

mediterraneo

Il 17 aprile vota SI al Referendum

Innovatori Europei – membro del Comitato nazionale per il SI con Legambiente Onlus e tantissime associazioni e comitati – vota SI ‪#‎Referendum17aprile‬ . Perché occasione unica e irripetibile per dare un segnale forte, all’interno del Paese e a livello internazionale, sul fatto che l’Italia vuole finalmente tornare ad essere protagonista nel settore della Green Economy / Sostenibilità Ambientale, che è già oggi il baricentro del nuovo paradigma di sviluppo mondiale.

E perché crediamo il Referendum sia una occasione formidabile per le stesse compagnie petrolifere, a cominciare dalla nostra Eni, per accelerare su questo cammino, insieme ad un governo Matteo Renzi che faccia finalmente il “pioniere” dell’innovazione tecnologica e non solo il “later adopter”.

E se l’uscita di Londra scuotesse l’Europa?

Brexit

di Francesco Grillo

E se convenisse proprio a chi crede – davvero – nell’Europa che dal Regno Unito arrivi quella scossa di cui l’Europa ha bisogno? Per scuoterci dall’inerzia e non dare più per scontate certezze che si stanno sgretolando proprio per la nostra incapacità di concepire che il processo che ha portato all’Unione, possa cambiare direzione e portarci verso la sua disintegrazione?

La lettura dell’accordo strappato dal Premier inglese Cameron ai propri colleghi europei, lascia, in effetti, abbastanza allibiti. Romano Prodi che ha colto, da Presidente della Commissione, le ultime grandi vittorie del progetto federale (l’introduzione della moneta unica e l’allargamento ai Paesi dell’Est), confessava – ieri, da queste colonne – che non si capisce cosa, in quell’accordo, provoca la soddisfazione che tutti i ventisette leader, senza eccezione, hanno espresso tornando a casa (anche se, a dire il vero, mai è successo il contrario e, sempre, il sollievo inziale di aver finito una maratona negoziale si è trasformato, dopo qualche giorno, nel dubbio di aver fatto un ulteriore sbaglio).

Aggiungo, però, che, probabilmente, il non accordo riesce a fare del male a tutti. E che neanche Cameron abbia molto da festeggiare. Tra tanti furibondi scontri ideologici tra gli alleati della perfida Albione e gli europeisti tutti di un pezzo, sembrano essere, infatti, sfuggiti a quasi tutti i commentatori un paio di semplici numeri.

La maggiore concessione strappata dal Regno è stata, alla fine, la possibilità che uno Stato Membro congeli i sussidi di disoccupazione ai migranti venuti dagli altri Paesi dell’Unione per sette anni (nonché di commisurare eventuali assegni di assistenza destinati ai figli dei migranti al costo della vita prevalente nel Paese d’origine). Il punto è, però che i cittadini europei che chiedono benefici sociali nel Regno Unito sono stati – per il Department for Work and Pensions – circa 114 mila: il 3% dei 3 milioni e ottocentomila individui che ogni anno in Inghilterra fruiscono del sussidio. Peraltro, i migranti provenienti dall’Unione che vivono nel Regno sono quasi due milioni; tra di loro ci sono quasi la metà dei dirigenti che guidano le banche della City e dei docenti delle università più prestigiose, e meno del 6% di loro chiede assistenza, mentre la percentuale è quasi doppia per la popolazione locale. È su questa epocale battaglia che Cameron ha investito il suo futuro politico e i leader europei hanno concesso un doloroso accomodamento.

 

Per il resto nel testo c’è (quasi) nulla dopo tanto rumore. Il riconoscimento che l’idea costitutiva che l’Europa sia destinata ad una sempre maggiore integrazione non vale per il Regno Unito; come se questa fosse una novità, laddove per onestà intellettuale dovremmo cominciare a riconoscere che questa ineluttabilità non vale neppure per gli altri 27 Paesi che non riescono più a difendere neppure la libera circolazione. La concessione di un improbabile “freno a mano” che può essere tirato da un Paese che dell’area euro non fa parte, su decisioni che riguardano solo le nazioni dell’area EURO che pure dovrebbero aver diritto a decidere di un’unione monetaria già instabile, senza doversi preoccupare di chi non ne fa parte.

Due rassicurazioni assolutamente simboliche e una vittoria su un aspetto marginale hanno l’effetto controproducente di far perdere di vista una questione molto più grande perché l’Inghilterra (che, peraltro, probabilmente si troverebbe senza la Scozia se decidesse di abbandonare l’Europa) decide – attraverso il referendum – anche il ruolo che vuole avere nel mondo. Del resto, il sindaco di Londra Boris Johnson ci ha messo un solo giorno – dopo essersi conto che le decisioni del Consiglio Europeo assomigliano proprio a quei pasticci che rendono tanto indigesta l’Europa agli elettori britannici – per sciogliere le riserve e schierarsi con chi fa la campagna per l’uscita: una scelta che rischia di spezzare l’equilibrio finora assoluto tra i due schieramenti.

 

Non è, dunque, impossibile che a Giugno che l’Europa perda, per la prima volta, un pezzo. Peraltro assai importante, visto che si tratta dell’economia più dinamica del Continente e sede della maggiore piazza finanziaria del mondo. E non è neanche detto – lo dico da europeista convinto che all’Europa non ci sia alternativa, da persona che appartiene ad una generazione che sul sogno europeo è cresciuta – che un trauma simile non sia, a questo punto, salutare. Per tenere il Regno Unito nell’Unione, il premier britannico si era impegnato ad ottenerne una riforma: quello che lui e gli altri leader portano a casa sono solo eccezioni marginali pensate per rassicurare elettori spaventati.

Il punto è che, però, di riforme radicali hanno bisogno anche gli altri 450 milioni di cittadini europei. Procediamo per aggiustamenti come quello di venerdì scorso: di questo passo rischiamo di avere non più un’Europa a due (tre se contiamo anche Schengen) velocità, ma a velocità che tra di loro interferiscono portando l’intera macchina a fermarsi progressivamente.

Abbiamo bisogno di ministro unico che tassi e decida della spesa pubblica, come cominciano a riconoscere i tedeschi e i francesi. Ma anche – se non vogliamo continuare a girare attorno al problema – di una vera e propria democrazia europea senza la quale tradiremo quel principio elementare – non può esserci tassazione, se chi tassa non ci rappresenta – che furono proprio gli inglesi ad inventare; e che hanno intenzione di difendere anche a costo del “salto nel buio” che Cameron vuole evitare. Per riuscirci abbiamo, però, assoluto bisogno di uscire dall’inerzia di chi è convinto che tutto alla fine si aggiusta. Agli inglesi piace rendere chiari i termini dei problemi; è ora che anche noi europei riscopriamo questa virtù.

 

Resoconto del Convegno annuale degli Innovatori Europei “Per un Mezzogiorno protagonista tra Europa e Mediterraneo”, 11 Settembre 2015, Partito Democratico

Convegno Per un Mezzogiorno protagonista tra Europa e Mediterraneo, 11 Settembre 2015, Partito Democratico

Per un Mezzogiorno protagonista tra Europa e Mediterraneo

Convegno  degli Innovatori Europei

Sala delle Conferenze, Partito Democratico

11 – 9 – 2015, Roma

Resoconto

(Documento in PDF)

Venerdì 11 settembre, presso la sede nazionale del Partito Democratico, gli Innovatori Europei hanno incontrato, come già altre volte avvenuto in questi anni, le tante realtà del Mezzogiorno con cui dialogano sul progetto di rilancio del Meridione e per un suo nuovo protagonismo tra Europa e Mediterraneo.

Al convegno annuale “Per un Mezzogiorno protagonista tra Europa e Mediterraneo”, presenti anche amministratori, politici nazionali e locali, accademici, imprenditori, manager di aziende innovative italiane, si è discusso su come il Sud Italia possa ritrovare centralità nelle politiche del governo italiano ed in quelle europee.

L’iniziativa segue un percorso evolutivo, che era stato già anticipato dal seminario del 2013 “Progetti per un’altra Italia in Europa”, che avviava una riflessione sulla necessaria centralità dei Progetti in un Paese troppo fermo e da quello del 2014 su “Infrastrutture e Logistica per lo sviluppo Euro Mediterraneo” che proseguiva il ragionamento concentrandosi sul gap infrastrutturale del Mezzogiorno quale opportunità per avvicinare culturalmente ed economicamente l’Europa al Mediterraneo.

Il fondatore degli Innovatori Europei, Massimo Preziuso, ha introdotto i lavori ricordando il percorso del movimento politico – culturale, che ha preso il via nel 2006 dal desiderio di portare un serio contributo alla realizzazione di una moderna società della conoscenza, partecipando da protagonisti nelle associazioni per il Partito Democratico (APD) e nella costruzione del Partito Democratico. Gli Innovatori Europei si occupano da sempre dello sviluppo di progetti politici – territoriali complessi, mettendo in rete importanti associazioni di categoria, centri studi, istituzioni e movimenti, in Italia, in Europa e nel Mondo. Dal 2014 Innovatori Europei, entrata a far parte della “Commissione Forma Partito” del Partito Democratico, sta contribuendo alla sua innovazione organizzativa, in qualità di Laboratorio Progetti.

Preziuso ha sottolineato che il “Mezzogiorno oggi è a metà strada” in tutti gli indicatori di sviluppo rispetto al Centro – Nord, mentre detiene un potenziale sviluppo illimitato per risorse culturali, naturali, geografiche e di know – how. “Non si può fare a meno del Sud se si vuole davvero un Paese protagonista nel rafforzamento dell’Europa, che è entità politica, ma anche e soprattutto culturale ed economica”. Da questa convinzione nasce la volontà degli IE di sostenere il lavoro del Partito Democratico e del Governo nella definizione di un Piano per il Sud che parta da una necessaria condivisione di risorse, talenti e progetti tra le sue Regioni e da un lavoro di coordinamento e di stimolo economico svolto tra Roma e Brussels. “Il collasso meridionale si può invertire solo se il Mezzogiorno diventa motore della politica (industriale e culturale) nazionale, con uno Stato Innovatore che investa in nuova offerta produttiva, materiale e immateriale, valorizzandone saperi e talenti”. Un investimento che sia “win – win” con il Centro Nord, aprendo il Paese tutto allo scenario Euro Mediterraneo che è tempo di affrontare. Prima di questo “è bene che il Mezzogiorno si organizzi politicamente, con una governance più efficace, che passa per una condivisione di macro e micro obiettivi e di risorse, umane e finanziarie”. Delineando da subito quelle macro aree vocate a grandi progetti inter regionali che si trasformino in luoghi del rilancio, tramite l’avvio di un ciclo di investimenti – produzione e consumi virtuosi e sostenibili.

Dopo un saluto  del Rettore dell’Università La Sapienza, Professor Emilio Gaudio, si è passati alla lettura del messaggio del Presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, e alla visione degli interventi del Sottosegretario agli Affari Europei On. Sandro Gozi  e dell’ On. Roberto Speranza.

Gozi, apprezzando “il lavoro svolto in questi anni dagli Innovatori Europei per la politica italiana, per il Partito Democratico e anche per una certa visione del ruolo dell’Italia e del Mezzogiorno in Europa e nel Mediterraneo”, ha affermato che “certamente avete visto giusto. L’Italia non si riprende completamente se non riparte il Sud. E il Sud riparte innanzitutto attraverso una nuova politica di investimenti europea, ma una nuova strategia Euro Mediterranea. Perché è chiaro che il Mediterraneo non è solo la collocazione geografica, ma anche il terreno di gioco naturale e obbligato, allo stesso tempo, per il Mezzogiorno per ripartire. Quindi è molto importante la vostra riflessione. Ragioniamo sugli strumenti che abbiamo a disposizione. Il potenziale del Piano Juncker per lo sviluppo di progetti di investimento, piattaforme, nel Mediterraneo, nell’Adriatico e nello Jonio. La necessità di ripensare la politica di vicinato Euro Mediterraneo, e il momento è questo, perché è in autunno che ci sarà un nuovo dibattito e nuove proposte sul rilancio del Mediterraneo. Un rilancio che deve essere necessariamente economico, ma che è anche fortemente politico, perché noi oggi, grazie a voi, possiamo parlare di Mediterraneo come luogo in cui possiamo costruire il nostro futuro di sviluppo, ma purtroppo il Mediterraneo a causa della miopia, della indifferenza, dell’egoismo europei durati troppo tempo, e che finalmente cominciamo a superare, si è trasformato, da culla della cultura europea, in un cimitero. Da questo punto di vista sapete che finalmente la Commissione Europea, la Germania ed altri Paesi sono venuti sulle nostre posizioni e condividono una linea che noi abbiamo proposto sin dall’inizio del Governo Renzi. Certo, anche da questo punto di vista, è importante fare la differenza perché è difficile impegnarci tutti su un progetto di sviluppo del Mediterraneo se oggi non ne affrontiamo con efficacia, con coraggio e con generosità la grave emergenza migratoria. Sono tutti motivi per cui mi dispiace non essere lì con voi. Tutti motivi che certamente devono spingerci a lavorare in maniera ancora più stretta con le Regioni del Sud. Il tema di un utilizzo più efficace dei Fondi Europei continua ad essere uno dei temi fondamentali, perché tanti progetti di sviluppo potranno essere finanziati unicamente, o in gran parte, con i fondi europei. Quindi anche da questo punto di vista un tassello che si lega agli altri strumenti che ho citato. E certamente sarò molto curioso di leggere le proposte che verranno dai vostri lavori, perché credo sia il momento della riflessione e il momento della azione nel Mediterraneo”.

Nel suo messaggio, Speranza, ringraziando gli IE per l’interessante iniziativa e soprattutto per l’intensa attività politica svolta, ha aggiunto che “abbiamo bisogno di associazioni vive che hanno voglia di dare un contributo reale alla grande sfida che il PD sta attraversando in questi mesi”. “Oggi” – ha proseguito Speranza – “avete deciso di parlare di un tema di particolare importanza: la grande questione del Mezzogiorno. E’ uno dei temi che più mi interessa anche da cittadino del Sud Italia. Io penso che il futuro del nostro Paese passi necessariamente per una ripresa di forza, sviluppo ed energia della parte meridionale dell’Italia. Ce lo dicono tutti i dati. I dati ISTAT ultimi che segnalano una ripresa molto significativa della crescita al Nord e, invece, ancora una lentezza nel Mezzogiorno. E ancora ce lo dicono gli ultimi drammatici dati consegnatici nei mesi precedenti dallo SVIMEZ. Sono dati che fanno impressione. Sono dati che raccontano di una arretratezza ancora troppo significativa. Di una vera palla al piede per tutti i cittadini italiani che è esattamente il sottosviluppo del Mezzogiorno. Noi vogliamo  e dobbiamo insieme fare di più. A partire da un utilizzo più efficace e più intelligente dei fondi europei. Il programma 2007-2013 sconta ancora un ritardo incredibile. E, ancora, il programma 2014-2020, che è un programma sulla carta iniziato già da un anno e mezzo, è in realtà ancora fermo. E la stessa Agenzia per la Coesione  che doveva servire per dare una accelerazione, per sviluppare sinergie tra Ministeri e enti territoriali, a partire dalle Regioni, è ancora sostanzialmente in ritardo rispetto all’opera che doveva svolgere. E allora io mi auguro che il dibattito del nostro Partito e del nostro Paese e anche la discussione che farete oggi possano servire esattamente per questo: per dare una scossa, per dare una mossa, per provare a sbloccare una situazione che, così come è oggi, rischia di essere non sostenibile. A partire da una convinzione straordinaria: che l’Italia è un grande Paese che ce la può fare, può essere protagonista in Europa, e può vincere le sfide che ha di fronte a sé. Ma ce la può fare solo se sa essere unito, se sa tenersi insieme, e sa valorizzare ogni pezzo delle sue diversità territoriali. E da questo punto di vista gli investimenti sul Sud e la capacità di credere nelle risorse che ci sono nel Mezzogiorno rappresentano senz’altro uno dei punti decisivi. Anche per questo ritengo che la vostra iniziativa sia meritoria e tutto il sostegno del Partito Democratico diviene assolutamente indispensabile al lavoro della vostra associazione”.

Il capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati, On. Ettore Rosato, ha supportato la iniziativa con il seguente messaggio: “attualmente il Pil pro capite meridionale è pari ad appena il 56% di quello del Centro Nord, un dato che ci riporta agli anni 50. Nel Sud, dove vive circa il 30% dell’intera popolazione italiana, risiede più del 50% dell’intero numero di disoccupati italiani. Il Governo negli ultimi mesi è intervenuto per salvare posti di lavoro e bloccare l’indebolimento produttivo ed industriale che rischiava di tagliarlo definitivamente fuori da ogni tipo di prospettiva di rilancio. Taranto, Carinaro, Flumeri, Termini Imerese, Reggio Calabria, tutti tasselli di questa strategia. Sui fondi comunitari a fine 2011 per quanto riguarda la programmazione 2007-2013 eravamo al 15% di impegno, a giugno siamo al 75% e in questo scorcio di 2015 abbiamo l’obbligo di giungere al 100%. E’ una sfida impegnativa che investe non solo il governo centrale, ma anche le amministrazioni regionali e locali e senza alibi come ha detto lo stesso premier Matteo Renzi. Oggi tutte le regioni del sud sono a guida PD e quindi non abbiamo scuse nel lavorare al raggiungimento di obiettivi ambiziosi che possano invertire la tendenza. Il Pd ha ridato centralità alla questione meridionale, ma in termini diversi, autenticamente riformisti, senza assecondare litanie retoriche, figlie di una cultura che ha condannato il sud all’immobilismo. All’inizio degli anni 90, Beniamino Andreatta da Ministro del Governo Ciampi abolì coraggiosamente la Cassa per il Mezzogiorno perché era diventato un alibi per un intervento che non aveva più nulla di straordinario e offriva un grande alibi a chi strumentalizzava i ritardi del sud. Come Pd, anche sulla base del lavoro impostato dalla direzione dello scorso 7 agosto, ci siamo ricollegati a quella tradizione riformista. Abbiamo inteso lavorare senza proclami e senza enfasi, consapevoli della rilevanza del problema e dell’assoluta necessità di intervenire per rilanciare un’area strategica per il Paese e per l’Europa. Ci sono tanti segnali importanti dall’agricoltura, al numero di nuove start up, al turismo, a Matera capitale europea della cultura 2019. Germogli di un risveglio che può produrre buoni risultati per l’Italia. Il Masterplan dovrà partire da qui, dall’investimento sul capitale umano, sull’aiutare i giovani, sul rafforzare le reti infrastrutturali e dei servizi alla persona anche per un nuovo welfare più attento alle marginalità. E’ questo il lavoro che si sta facendo e si farà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi e il Parlamento avrà un ruolo importantissimo. E su queste basi ci auguriamo di avere gli Innovatori Europei al nostro fianco”.

La responsabile nazionale Mezzogiorno e Fondi Europei del Partito Democratico, On. Stefania Covello, nel suo messaggio rivolto al convegno ha riferito sui lavori del governo sul Mezzogiorno: “il Masterplan per il Sud non conterrà nessuna opera faraonica e non sarà il solito elenco di illusioni. Il principale obiettivo è quello di consolidare le realtà produttive esistenti sostenendo chi intende potenziare le proprie attività, anche mediante misure di defiscalizzazione per investimenti. Si sta verificando la possibilità di un taglio gia’ dal 2016 dell’aliquota Ires per il solo Mezzogiorno ma anche un pacchetto mirato sul lavoro al Sud con un credito di imposta per chi assume, nonché una riduzione dei contributi sociali e un bonus per sostenere gli investimenti e le operazioni di fusione e acquisizione. Il secondo è quello di ridare fiato alle opere pubbliche, attraverso progetti utili allo sviluppo, purtroppo in questi anni il settore edile al sud è quello che ha sofferto più di tutti. Recupero del patrimonio abitativo e infrastrutture che consentano di rammendare un territorio troppo isolato sono le due strade da seguire. Terzo punto agroalimentare e turismo. Expo ci ha dimostrato che il tema dell’alimentazione è un tema di grande richiamo. Il Mezzogiorno è un’area con enormi potenzialità da sfruttare anche in questo campo. La valorizzazione enogastronomica diventa fattore di grande attrattività turistica collegato allo straordinario patrimonio culturale presente. Matera 2019 capitale europea della cultura è una grande opportunità per mettere insieme questi tasselli, una vetrina non solo per la città dei “Sassi” ma di tutto il Mezzogiorno. Al Governo Renzi va dato atto di aver ridato centralità alla questione sud attraverso una nuova impostazione, bandendo lamentazioni e vecchie litanie, puntando tutto sulla voglia di riscatto e sul dato imprescindibile che la ripresa economica sarà tale se anche il Sud torna a crescere. In questo la sfida del pieno utilizzo delle risorse comunitarie da qui al prossimo 31 dicembre senza che neppure un euro venga perduto, rispetto ai fondi 2007-2013, è una sfida che investe non solo il governo centrale ma, anche e soprattutto, le classi dirigenti meridionali per evitare gli errori del passato.”

Il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca ha inviato il seguente saluto: “cari amici Innovatori Europei, l’iniziativa oggi in svolgimento su Europa, Mezzogiorno e Mediterraneo ha un grande valore culturale, geopolitico, economico e strategico e sono assai rammaricato di non potervi prendere parte a causa di precedenti e concomitanti impegni istituzionali nella mia regione. C’è un tema culturale, il Sud crocevia e ponte tra identità, tradizioni, confessioni religiose. C’è un tema geopolitico, il Mezzogiorno come intercettore di flussi migratori, interlocutore istituzionale delle regioni del nord africa e del medio oriente. C’è un tema economico, il Sud piattaforma logistica e interportuale. C’è un tema strategico, il Mezzogiorno guida di un processo di sviluppo civile, economico e politico botton down, finalmente capovolgendo l’asse dominante in Europa. Credo fortemente alla sinergia tra le regioni del Mezzogiorno e all’idea che alle sfide citate debba rispondere un disegno complesso ma unitario, un respiro comune, una messa in comune di risorse europee, un’integrazione sempre più stretta tra i presidenti delle regioni del Sud, oggi tutti accomunati anche dall’appartenenza al Partito Democratico, e un approccio condiviso anche nei confronti dei decisori di Roma e di Bruxelles. E’ una fase delicata in Campania. Il nuovo corso richiede un lavoro senza tregua e senza sconti. Già nelle prime settimane possiamo dire di aver segnato il passo in molti settori strategici. Consentitemi, pertanto, di scusare l’assenza ma al contempo di indirizzare un saluto alle autorità presenti, agli amici colleghi presidenti, agli Innovatori Europei di cui apprezziamo il lavoro e la dedizione”.

La sessione politica è continuata con un intervento del Presidente dei Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo On. Gianni Pittella, che, condividendo in pieno l’iniziativa politica degli Innovatori Europei, ha esortato – in qualità di principale esponente politico italiano in Europa – Partito Democratico, Governo e Regioni ad addivenire ad una comune proposta per un Mezzogiorno che si coordina, che rischia e investe unito sul suo futuro e sul suo sviluppo, a partire da una sua infrastrutturazione immateriale e materiale che attragga nuovi talenti e investimenti, costruendo un contesto competitivo e internazionalizzato”. E ha aggiunto che “realtà come Matera, capitale europea della cultura nel 2019, devono diventare i motori di questo percorso, luoghi di cooperazione interregionale in una prospettiva europea e mediterranea del Mezzogiorno.”

Si è poi passati alla proiezione del video messaggio dell’amministratore delegato di The European House – Ambrosetti, Valerio De Molli  , che ha illustrato con una analisi dettagliata il contesto attuale e potenziale del Mezzogiorno, a partire dall’ aumento esponenziale della sua oggi limitatissima attrazione di investimenti esteri e sul supporto alle sue circa mille aziende “leader” sui mercati internazionali di cui circa 800 presenti nel Mezzogiorno. Facendo leva su uno stock sostanziale di fondi europei della programmazione 2014-2020, che andrebbero utilizzati per progetti strutturati e di impatto, si rompe con l’utilizzo frammentato e scoordinato fatto fino ad ora. Ciò per rilanciare la domanda interna del Mezzogiorno che da tempo vive una seria e grave deficit di bilancia commerciale (dovuta ad un enorme stock di importazioni).

La parola è passata successivamente al Direttore Centrale per la internalizzazione del Sistema Paese presso il Ministero degli Affari Esteri, Vincenzo De Luca, che ha sostenuto che: “le regioni meridionali, anche nel campo dell’internazionalizzazione e dell’attrazione degli investimenti, hanno visto accrescere il divario che le separa dal Centro Nord d’Italia. Nell’ultimo decennio, mentre le regioni centro settentrionali hanno incrementato il proprio export del 22%, nel Sud la crescita delle esportazioni è stata inferiore alla metà: +10%. Se si guarda poi il volume degli investimenti esteri realizzati si registra una forte differenza tra Nord e Sud d’Italia. Nelle regioni settentrionali operano oltre 7500 imprese estere, mentre in quelle meridionali il numero di queste ultime non supera le 570 unità. Il divario crescente in termini di internazionalizzazione riflette anche una profonda differenza in termini di capacità di innovazione e competitività. Sono infatti le imprese innovative nei processi e nei prodotti quelle che in quest’ultimo decennio sono riuscite ad affermarsi su mercati globali sempre più competitivi. D’altra parte nel Sud non mancano esempi in diverse regioni di realtà imprenditoriali che hanno saputo innovare e crescere internazionalmente, in Puglia, in Campania, in parte della Sicilia in settori che variano dall’aerospazio alla moda, all’industria alimentare, in alcuni casi anche nell’ICT, con qualche esempio significativo di start up promosse da giovani laureati. Queste esperienze vanno sostenute a livello internazionale e diffuse in altri territori del Sud. Il Ministero degli Esteri è pienamente impegnato a sostenere l’internazionalizzazione delle imprese italiane ed insieme al MISE promuove continuativamente missioni di sistema nei mercati internazionali più interessanti per l’Export italiane, roadshow su tutto il territorio nazionale insieme al MISE e all’ICE per far conoscere meglio gli strumenti ed il supporto all’ internazionalizzazione. In tale quadro abbiamo svolto numerosi incontri con le imprese meridionali e abbiamo accompagnato e organizzato, insieme alle Regioni, missioni all’estero di tali imprese, seguendo il loro percorso per la penetrazione sui mercati esteri. Occorre far leva sul successo internazionale dell’EXPO di Milano anche per rafforzare due grandi potenzialità per la crescita del Sud, l’agroindustria e il turismo, come pure per favorire una maggiore attrazione di investimenti esteri nelle regioni meridionali. Naturalmente, per consentire una maggiore presenza delle imprese meridionali sui mercati internazionali, occorre promuovere, nell’ambito delle politiche di crescita che ci auspichiamo possano essere intraprese in Italia e soprattutto in Europa, un sostegno all’innovazione tecnologica delle nostre imprese, la promozione di aree di sviluppo con condizioni più favorevoli per attrarre investimenti esteri, un rafforzamento dei servizi turistici e di accoglienza per incrementare il flusso di visitatori esteri nelle regioni meridionali. Il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale è in prima linea per sostenere l’internazionalizzazione del nostro sistema produttivo con un’attenzione particolare al Mezzogiorno.”

La responsabile del Dipartimento Fondi Europei del Partito Democratico, Antonella Rossi, è intervenuta evidenziando il lavoro avviato sul tema: “il contesto nel quale ci siamo mossi copre un arco temporale di un anno: infatti è solo da allora che il Dipartimento è stato costituito. Ed è significativo che esso sia stato affiancato dal Dipartimento Mezzogiorno proprio a dimostrare l’attenzione che il Partito oggi rivolge al Sud Italia anche nella complessa materia dei Fondi Europei. Nell’arco di quest’anno è stata messa in atto una vera e propria campagna di ascolto da parte del Partito / Centro nei confronti delle amministrazioni locali e regionali e delle articolazioni del Partito sul territorio riguardo la percezione dei fondi europei quale risorsa. L’analisi ha dato un esito sorprendente: nella maggior parte dei casi analizzati i fondi europei sono visti più come un ostacolo, a causa delle difficoltà nella progettazione, che come una risorsa. Abbiamo quindi predisposto online un vademecum che orienti e guidi le amministrazioni locali in questo percorso e varie informative su come leggere i bandi e presentare progetti, inviandolo alle nostre sedi sul territorio e alle amministrazioni a guida PD. In questa seconda fase stiamo invece monitorando il territorio per un’analisi quantitativa sui POR – PSR approvati e l’azione di governo mediante l’adozione dei PON. Stiamo predisponendo un tavolo tecnico, anch’esso con la finalità di interpretare il ruolo di facilitatore e affiancare le amministrazioni locali che vorranno essere sostenute nell’europrogettazione. La presenza di un dipartimento e di un tavolo composto da esperti che operano dal centro verso il territorio significa che è necessaria la conoscenza della struttura fisica dei luoghi della realtà socio economica e della realtà culturale ovvero “conoscere per progettare”. Continueremo il lavoro di messa a punto di una strategia di indagine conoscitiva del territorio anche a fronte delle emergenze che si potranno palesare, in modo da suggerire quali possano essere gli interventi su cui appoggiare i progetti, con un lavoro di animazione e comunicazione per la realizzazione dei progetti e per il rispetto del cronoprogramma con cui l’Europa ci chiede di misurarci.”

La mattinata ha visto a seguire gli appassionati interventi degli assessori allo sviluppo economico delle regioni Puglia, Campania e Basilicata – Loredana Capone, Amedeo Lepore e Raffaele Liberali – sulla necessità di condivisione e efficientamento dell’utilizzo delle risorse presenti e future e sulla opportunità di un più razionale e sostenuto intervento del Governo per lo sviluppo di un Mezzogiorno che ha in sé le potenzialità per farcela.

L’assessore Capone, portando i saluti e il supporto del Presidente Michele Emiliano, impegnato alla Fiera del Levante, ha detto che “l’Italia rappresenta oggi il territorio europeo dove maggiori risultano i divari interni di crescita, rispetto a quanto accade nel resto d’Europa. In nessuna altra parte d’Europa, infatti, sono presenti aree interne con differenziali di sviluppo così elevati. In tale contesto nemmeno le Regioni del Sud sono tutte uguali per caratteristiche economiche, sociali, così come anche per capacità amministrative; tuttavia il Sud si presenta come un’area omogenea dal punto di vista dei divari strutturali di sviluppo (ulteriormente accresciuti a seguito della crisi iniziata dal 2008), come confermato da tutti i dati ufficiali (Svimez, Istat) che registrano un allarmante aumento dei ritardi su tutti i principali indicatori negli ultimi 15 anni (in termini di reddito, di occupazione, di numero di imprese, di famiglie in condizione di povertà, di esportazioni ecc.). L’aumento dei divari configura sempre più un paese diviso in due con conseguenze allarmanti dal punto di vista sociale ed economico e delle condizioni di legalità e sicurezza. Tale situazione richiede politiche nazionali adeguate all’entità del fenomeno in corso, muovendo dalla consapevolezza che la situazione prodottasi è da considerare il risultato sia della tradizionale debolezza economica ed imprenditoriale, sia di politiche pubbliche nazionali degli ultimi decenni non in grado di contrastare le tendenze in corso. Inoltre, l’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato con grande evidenza che i fondi comunitari – anche quando risultano spesi bene – non sono in grado di incidere positivamente su divari strutturali di medio e lungo termine così ampi come quelli del Mezzogiorno d’Italia, soprattutto se diventano sostitutivi degli investimenti pubblici ordinari, piuttosto che addizionali. A tale riguardo occorre sottolineare che le stime dell’impatto degli investimenti pubblici cofinanziati dai fondi comunitari in termini di reddito e di occupazione risultano inferiori al 2% annuo (come evidenziato dalla stessa Unione Europea, oltre che dai dati che risultano dall’applicazione di sofisticati sistemi econometrici, come ad esempio il modello “Remi-Irpet”). E’ necessario, pertanto, inserire nell’agenda di governo, da qui ai prossimi anni, il Sud come questione nazionale, che riguarda oltre 23 milioni di cittadini e riveste un ruolo determinante nel rilanciare la competitività e lo sviluppo dell’intero Paese. Il tema di fondo non coincide semplicemente con l’aumento degli attuali flussi di investimento pubblico, ma riguarda, soprattutto, la capacità di costruire una visione strategica condivisa dello sviluppo da perseguire da qui ai prossimi anni, in direzione della quale orientare tutti gli sforzi e le iniziative pubbliche e private.

Si rende necessario, pertanto, promuovere una serie di politiche nazionali finalizzate ai seguenti obiettivi:

  • elevare e qualificare gli investimenti pubblici ordinari per migliorare le condizioni di contesto e sostenere la riduzione dei divari territoriali di sviluppo (dal punto di vista infrastrutturale, del credito, dei servizi ai cittadini, dell’istruzione e formazione, delle aree urbane, del mercato del lavoro, dell’ambiente);
  • contribuire ad elevare l’attrattività territoriale per  nuovi insediamenti produttivi in grado di determinare nuova occupazione di qualità;
  • incrementare il tradizionale basso livello di apertura internazionale dei sistemi produttivi di piccola e media imprenditoria;
  • arrestare i flussi migratori dei giovani alla ricerca di nuova stabile occupazione.

Alcune proposte concrete in merito risultano le seguenti:

  • Istituire una cabina permanente di regia sul Mezzogiorno, con specifico riferimento al tema dell’occupazione e della legalità;
  • individuare una quota minima di investimenti pubblici nazionali ordinari da destinare alle aree meridionali del Paese: un’ipotesi al riguardo potrebbe essere quella del 45% degli investimenti così come individuato dalla norma di circa 10 anni fa, risultata  mai attuata. Tali investimenti devono ritenersi aggiuntivi rispetto alle risorse dei fondi comunitari (assegnati) e delle risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione (FSC –  da assegnare);
  • concertare con l’Unione Europea alcuni strumenti da adottare per attrarre investimenti industriali, a partire, ad esempio, dalla creazione in ogni regione di “zone economiche speciali” che la Commissione Europea ha già autorizzato in alcuni paesi europei come, ad esempio, la Polonia;
  • rivedere le norme sul patto di stabilità per favorire la prosecuzione degli investimenti già programmati (oggi i fondi comunitari gravano per il 50% e le risorse del FSC per il 100%, aspetto che si ripercuote negativamente anche con la nuova regola del saldo invariato). Al riguardo si rende necessario fissare un importo annuo da mettere a disposizione della nettizzazione ai fini del patto di questi investimenti  (come già fatto nel triennio 2011-2013 con 3,5 miliardi di euro);
  •  varare un piano a favore delle famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà, finalizzato anche a ridurre il disagio sociale ed abitativo;
  •  ridurre il carico fiscale e contributivo per le imprese nazionali ed estere che investono nel Sud;
  •  organizzare una serie di iniziative in Italia e all’estero di qualificazione delle competenze e di sostegno all’autoimprenditorialità per i giovani che intendono restare sui territori di origine.”

L’assessore Lepore ha proseguito sul tema sottolineando che “il Mezzogiorno è in grado di costruire progetti di ampio respiro e realizzare cambiamenti profondi, senza lasciarsi sommergere dai colpi della crisi e dei suoi effetti perversi, senza farsi condizionare dallo sguardo miope del breve periodo. Un Mezzogiorno italiano ed europeo, che riscopra il valore di una piena assunzione di responsabilità per le sue sorti e che si faccia carico del compito di contribuire direttamente alla rinascita del Paese. I dati della SVIMEZ sono drammatici e descrivono con chiarezza una condizione divenuta ormai insostenibile. Le analisi e i dati da soli, tuttavia, non bastano per affrontare e possibilmente risolvere la complessità del problema meridionale. Sarebbe riduttivo, inoltre, ricondurre le cause della crisi del Mezzogiorno alle sole conseguenze della crisi, per quanto esse siano state ponderose e abbiano avuto un ruolo certamente decisivo nel rendere ancor più impervio il cammino da percorrere. Lo sguardo deve andare lontano, sia in una dimensione storica dei problemi, sia in una visione di prospettiva che riesca a cogliere le possibilità di una radicale innovazione. In una percezione ampia e consapevole sta il fascino e la sfida di leggere la difficoltà del presente e di impegnarsi a costruire un nuovo Mezzogiorno.

La crescita dell’attitudine volta a considerare contemporaneamente gli interessi del Mezzogiorno e quelli dell’Italia, come avvenne negli anni del “miracolo economico”, è la prima vera rivoluzione da compiere, segnando un netto cambiamento innanzitutto nella capacità di governare i processi economici e di liberare la forza dell’iniziativa privata, di favorire i fenomeni di investimento e di accumulazione produttiva, di realizzare le condizioni migliori per l’affermazione del mercato e per la creazione di nuova occupazione duratura. Questo vuol dire concretamente dimostrare che lo sviluppo delle regioni meridionali è una condizione essenziale per la ripresa dell’intero Paese. Si può ripartire da qui, da un profondo riassetto della governance, fondata sul superamento delle inefficienze e delle storture degli apparati pubblici, alla quale si è spesso assistito nel corso degli ultimi decenni. Anche il Mezzogiorno deve essere parte di questa complessiva ridefinizione della macchina dell’intervento pubblico: a cominciare da una reale ed efficace riorganizzazione dell’impiego dei fondi comunitari e nazionali. È necessario concentrare e rendere efficaci gli sforzi, senza ulteriori perdite di tempo. In questo quadro, dovrebbe iscriversi anche l’esperienza della neonata Agenzia per la Coesione Territoriale. Il pur lodevole obiettivo di semplificazione amministrativa e speditezza della spesa con cui è sorta l’Agenzia non è stato ancora perseguito, a causa di troppe incertezze e spinte centrifughe. La presenza di una pluralità di soggetti istituzionali, incaricati della programmazione delle politiche di coesione, ha determinato una proliferazione delle teste che devono operare sul corpo dei fondi europei e delle quote di cofinanziamento nazionale, portando, quasi inevitabilmente, alla nascita di una nuova “Idra”. Si tratta di strutture con compiti a volte diversificati, a volte sovrapposti, a volte non del tutto chiari, che rischiano di aumentare le difficoltà già esistenti nella strumentazione destinata all’impiego dei fondi europei, anziché superarle definitivamente e spingere le regioni meridionali a una ben diversa assunzione di responsabilità. Uno dei punti di svolta, nell’interesse del Mezzogiorno, è rappresentato dall’affermazione di una forma di governance, che sia in grado di dispiegare una visione lungimirante e un’azione coerente per lo sviluppo, in coordinamento con le Regioni, come potrebbe essere l’Agenzia per la Coesione opportunamente potenziata. Occorre, perciò, ampliare i suoi compiti, facendola diventare il principale strumento per le politiche a favore del Sud. La condizione del Mezzogiorno richiede una più decisa iniziativa di politica economica nazionale ed europea, che ponga al centro dei suoi obiettivi lo sviluppo economico, l’industria manifatturiera e le infrastrutture fondamentali, le attività innovative, l’impiego dei talenti dei giovani e l’occupazione, attraverso il rilancio degli investimenti produttivi. Le regioni meridionali sono chiamate a imprimere una svolta nei loro progetti, nella loro azione e nelle loro capacità realizzative, inaugurando una nuova stagione di responsabilità, efficienza e concretezza dei risultati. La Campania può contribuire, in modo decisivo, a questa prospettiva, attraverso la costruzione di una fase di sempre maggiore crescita economica. Il Sud va inserito all’interno di scelte nazionali, che tengano conto di un’unica strategia per implementare investimenti pubblici e privati. L’iniziativa può dirigersi verso due obiettivi generali. Un’iniziativa decisa di intervento nelle situazioni di crisi e di impoverimento sociale e produttivo, per recuperare un divario cronico. Un forte impulso per la valorizzazione delle eccellenze industriali, di ricerca e territoriali che hanno resistito e si sono affermate in condizioni aspre. In particolare, poi, l’idea di richiamare i grandi gruppi, come Finmeccanica e Fincantieri, a effettuare nel Sud una parte più consistente di investimenti può stimolare un meccanismo autopropulsivo di sviluppo, promosso sia da investimenti veri e propri che dalla pratica di “adozione” delle PMI da parte delle industrie più grandi. La gestione delle crisi aziendali non può riguardare solo la ricerca di ammortizzatori sociali e forme di assistenza, relegando la funzione del lavoro a una posizione di mera difesa. L’ambito delle crisi industriali, nei rapporti tra la Regione e il Governo, può offrire i presupposti d’azione per trasformare un problema in un’opportunità, considerando le aziende in difficoltà nel loro insieme come un’occasione per incentivare nuovi investimenti di carattere interno e, soprattutto, internazionale, come è già avvenuto di recente in alcuni specifici casi, che hanno positivamente registrato il diretto impegno del governo nazionale. Si tratta di avviare una svolta produttiva e di innescare un nuovo processo di sviluppo economico, non limitandosi ad affrontare le situazioni di sofferenza e di crisi, che richiedono in ogni caso un impegno di notevole portata, ma puntando a fare delle realtà produttive più avanzate della regione un punto di forza sistemico da valorizzare in una logica innovativa di competitività e di mercato.

Una prima azione di fondo può agire sui fattori di competitività, riducendo il global tax rate per chi investe nei territori della Campania e del Mezzogiorno, attraverso un beneficio fiscale in grado di stimolare le attività delle imprese con una semplificazione degli strumenti di agevolazione disponibili e meccanismi diretti di sostegno agli investimenti. Si tratta di un’operazione massiva sui fattori per la crescita del PIL, orientata all’attrazione degli investitori privati. Il credito d’imposta, mirato alla realizzazione di un diffuso incremento dei beni strumentali e tecnologici delle imprese e dotato di un meccanismo automatico per la concessione degli incentivi, può avviare una ripresa consistente delle regioni meridionali. Su questo punto come su altre priorità, Governo e Regioni possono contribuire a realizzare una nuova frontiera di sviluppo, dimostrando concretamente la propria volontà di collaborare e di dare un impulso decisivo all’economia italiana, attraverso un’agenda condivisa della competitività per il Mezzogiorno. Per le regioni meridionali occorrono decisioni lungimiranti, che colleghino il processo profondo di riforme in corso con le opzioni economiche necessarie per far decollare le strategie di sviluppo, attivando politiche ordinarie e progetti strategici di carattere speciale, come previsto dalla Costituzione. Insomma, il Paese è chiamato non a un ripensamento delle scelte innovative per il Sud, per ora solo avviate, ma a percorrere con coraggio la strada della coerenza e dell’impegno per imprimere una spinta alla crescita dell’economia meridionale. Il Mezzogiorno non ha bisogno di utopie o fughe in avanti, ma di strumenti concreti per costruire un futuro diverso, a partire dalle proprie forze e dai mezzi disponibili. Quello che non può mancare, in ogni caso, è una strategia nazionale per lo sviluppo e la coesione, capace di inserire la responsabilità del progresso economico e sociale del Mezzogiorno in un contesto sistemico e in politiche di ampio respiro.

Ha concluso la sessione l’assessore Liberali: “è difficile aggiungere molto dopo gli ottimi interventi di Amedeo e di Loredana. Vorrei quindi limitarmi a sottolineare qualche punto e ad aggiungerne uno che non è stato toccato.

Primo il bisogno estremo di un coordinamento tra le varie regioni in termini di programmazione e di iniziative comuni. Quello che mi ha colpito arrivando in Basilicata, e più in generale rientrando in Italia dopo più di trent’ anni passati nelle Istituzioni Europee, è la difficoltà di coniugare il paradigma ‘’cooperazione e competizione’’. Non si riescono a raggiungere insieme, per un certo isolamento regionale dovuto soprattutto ad uno sguardo rivolto quasi esclusivamente al contesto e agli equilibri locali piuttosto che al loro inserimento nella dimensione nazionale ed europea, quelle masse critiche oggi indispensabili soprattutto in termini di sviluppo tecnologico e di internalizzazione dei mercati, due elementi fondamentali per la sostenibilità competitiva delle nostre economie.

Secondo punto la carenza delle infrastrutture. Loredana è stata particolarmente chiara ed incisiva su questo punto. Devo in più aggiungere come su questo tema la Basilicata è particolarmente penalizzata! In temi di infrastrutture per il trasporto su ruota e su gomma la quasi totalità della Regione è tagliata fuori dai grandi assi, penalizzando così tutte le varie iniziative nel settore turistico-culturale e di sviluppo industriale. E questo nonostante che Matera sia la città della cultura europea 2019, che i principali dati macroeconomici recenti sono in controtendenza rispetto a gran parte del Mezzogiorno e che delle realtà industriali importanti (mi riferisco alla FCA di Melfi ma non solo) siano presenti nel nostro territorio. Ma in termini di infrastrutture per lo sviluppo penso si debba ragionare anche su quelle industriali, elettriche e di banda. Tutte e tre rappresentano degli elementi cruciali per l’attrattività degli investimenti. Dobbiamo razionalizzare e rendere appetibili le nostre aree industriali, molte delle quali versano in condizioni di quasi abbandono e portare la banda ultra larga in queste zone in via prioritaria. Indispensabile è anche il completamento della magliatura della rete elettrica di alta, media e bassa tensione. Con le moderne tecnologie ogni buco o salto di tensione, anche dell’ordine dei micro secondi, può provocare delle ripercussioni estremamente significative in termini di produttività.

Ultimo punto, non ancora toccato oggi, è quello del Capitale Umano. Vorrei qui sollevare la problematica legata ai criteri di riparto dell’FFO, il Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università. Il riparto della quota premiale dell’FFO è legato a criteri rigidi basati sui risultati di ricerca e didattica valutati dall’ ANVUR, l’agenzia nazionale di valutazione della ricerca. Ora in tutto il mondo le Università, oltre a missioni di ricerca e di didattica, hanno una terza missione: quella di facilitare lo sviluppo economico e sociale dei territori. Ora questa ‘’terza missione’’ è particolarmente significativa per le piccole Università regionali, molte delle quali a cui la società locale chiede una presenza significativa in termini di coesione e di sviluppo del tessuto culturale. Attività fondamentale anche in ottica nazionale e che richiede spesso importanti risorse. Attività tuttavia dimenticata al momento della valutazione dei risultati ottenuti e della ripartizione dei finanziamenti nazionali. Questa situazione ha creato e continua creare un divario di finanziamenti e quindi di attività, tra le Grandi Università di ricerca e di insegnamento, quasi tutte in Regioni del Centro Nord, e le piccole realtà locali, molte delle quali giocano un ruolo molto importante per lo sviluppo del Mezzogiorno. Il meccanismo è perverso perché non può che fare aumentare rapidamente il divario, soffocandole così definitivamente. Né si può chiedere alle varie Regioni di cofinanziare queste realtà, cosa che tuttavia la Regione Basilicata già fa ad altezza di un quarto del bilancio annuale di UNIBAS. Bisogna quindi riaprire urgentemente il discorso sulle procedure di valutazione e sulle norme di ripartizione dell’FFO in tutte le sedi politiche opportune a livello nazionale. E le regioni del Mezzogiorno dovrebbero farsene i principali promotori.”

Di seguito  hanno preso la parola gli On. Francesco Boccia, On. Gennaro Migliore e il consigliere regionale Mario Polese.

Boccia ha sottolineato gli insuccessi delle programmazioni dei fondi europei per il Mezzogiorno nell’ultimo ventennio: “mai come in questo momento, con il PD che governa tutte le regioni del Sud, abbiamo verso il Mezzogiorno una responsabilità storica. 25 anni di programmazione dei fondi strutturali, dal 1989 al 2013, sono più che sufficienti per capire dove abbiamo fallito. Negli stessi anni in cui le due Germanie si sono riunificate il Mezzogiorno ha visto aumentare il divario dal resto del Paese. I piani nazionali, ben 11, oltre ad essere troppi in questi anni sono stati anche inadeguati e, per alcune regioni del sud le risorse comunitarie sono diventate sostitutive di quelle ordinarie. L’unico modo perché il Mezzogiorno possa realmente cambiare passo è avere un coordinamento politico unico di Cipe, Invitalia, Agenzia per la Coesione e programmazione regionale e Fondi UE. Coordinamento che abbia sotto di sé anche la Banca del Mezzogiorno, che oggi con 450 milioni di capitale e 1.3mld di impieghi, finanzia il Sud solo per 67 milioni. Banca, quella del Mezzogiorno, che avrebbe senso sotto il controllo di Invitalia, solo fuori da Poste che tra l’altro è in via di privatizzazione. Non serve un ministero, basterebbe almeno una persona, alle dirette dipendenze del premier, con una visione d’insieme e una forte capacità decisionale”. “Vorrei che la prossima Legge di Stabilità inaugurasse la stagione non solo dei costi standard ma anche dei fabbisogni: fabbisogni nelle scuole, nelle reti, nel capitale umano. Il Sud non è tutto uguale ed è inaccettabile la confusione che si fa sulla condizione effettiva di intere parti del Mezzogiorno; i famigerati costi da dipendenti pubblici, ad esempio, sono concentrati in alcune regioni del Nord come del Sud, non per questo però è accettabile far passare tutto il Meridione d’Italia, indistintamente, come il luogo simbolo di questa concentrazione”. “Dalle scelte di politica fiscale messe in campo dal governo si capisce con chiarezza come il Pd sta riportando al centro lo Stato centrale che indica una rotta coerente con l’idea originaria di Europa del regionalismo, sgomberando definitivamente il campo da quel federalismo ‘dei portafogli’ in salsa leghista. Il Pd ha il dovere di affrontare il tema ‘Mezzogiorno’ e nel Masterplan che si sta mettendo a punto avere la forza di indicare una strada percorribile. È necessario proseguire con la decontribuzione anche per il 2016 nel Mezzogiorno. Utilizzando i fondi del Sud esclusivamente per le aziende del Mezzogiorno.”

Migliore ha affermato che “i dati Svimez che segnano una profonda divergenza tra il mezzogiorno e il resto del Paese hanno alimentato una discussione proficua nel Partito Democratico. Il minimo punto di distanza tra il nord e il sud del Paese c’è stato quando esisteva pubblicamente una questione meridionale, che era il centro di una iniziativa concreta che ha riguardato l’attività infrastrutturale, produttiva e sociale. Quello è stato anche il periodo di massimo sviluppo del nostro Paese, e non è un caso: se non riparte il sud non può ripartire pienamente l’Italia. Ma una seria politica di ricostruzione di un’area del Paese non può essere affidata al buon cooperare tra le regioni perché ha un profilo strategico di interesse nazionale. Serve una politica di indirizzo che recuperi la credibilità delle istituzioni politiche, amministrative e del credito, per garantire una infrastrutturazione necessaria per mettere a valore le risorse presenti nel territorio. È necessario che le istituzioni aiutino la costituzione di una filiera produttiva e di reti delle eccellenze; necessaria una riforma delle Asi perché non hanno strumenti normativi e di rilancio. La fiscalità di vantaggio deve essere realizzata su base progettuale, sulla capacità di fare sistema. Insomma, fare rete e avere connessione col livello nazionale sono gli elementi che possono determinare una nuova qualità dello sviluppo. Si devono proporre politiche differenziate per intervenire sui fattori di sofferenza che socialmente, economicamente ed eticamente costituiscono elemento di impossibilità per generare nuovo sviluppo. Si deve investire in formazione, contrastando l’abbandono scolastico, migliorando la qualità della scolarizzazione, qualificando l’alta formazione. Promuovere il sud affinché diventi il centro di elaborazione per il rapporto con l’altra sponda del Mediterraneo. Promuovere le tecnologie e l’efficientamento energetico. È necessario riprendere il tema delle energie rinnovabili affinché la potenza installata negli scorsi anni venga messa a frutto. Ragionare sui destini delle grandi aree metropolitane del mezzogiorno: le concentrazioni antropiche fanno presupporre una grande concentrazione di risorse che possono essere moltiplicatori degli investimenti. Non si può fare da soli. Se non riparte il Sud è difficile che possa ripartire l’Italia. Deve essere Questione nazionale dalla quale partire. Del resto l’unico periodo storico in cui si è ridotta la forbice tra Nord e Sud è stato proprio il ventennio ’51-’71. Se cresce il Sud cresce l’Italia.”

E’ infine intervenuto Polese sostenendo che “il tema Mezzogiorno è un argomento esclusivamente italiano. La rinascita del nostro bel paese, infatti, parte proprio dalla rinascita del nostro Sud che storicamente e culturalmente porta con sé valori unici quali l’accoglienza, la creatività e il cuore. Ma è necessario, però, che il nostro Mezzogiorno cambi mentalità. Serve una nuova assunzione di responsabilità da parte delle classi dirigenti ma anche della società meridionale nel suo complesso. Bisogna superare approcci clientelari e interventi frammentari. No all’assistenzialismo, sì alla concentrazione di risorse della programmazione sulle grandi spese quali l’istruzione, la costruzione delle infrastrutture fisiche e immateriali che permetteranno alla società del Mezzogiorno di tornare ad essere centrale in Italia e in Europa. La nostra piccola, per dimensioni, e grande. per partecipazione cittadina, regione Basilicata sta compiendo passi da giganti in questi anni. Abbiamo raggiunto un traguardo storico con la designazione di Matera Capitale della Cultura Europea 2019. Abbiamo fatto del patrimonio artistico, antropologico, paesaggistico il vessillo del rilancio del Mezzogiorno. Non c’è cultura senza solidarietà, c’è invece la necessità di una cultura di solidarietà. E da qui che il Mezzogiorno deve ripartire. Dalle sue storie di forza e bellezza quotidiana e dalle sue risorse. Crediamoci tutti, un po’ di più pensando al futuro che verrà e che lasceremo alle generazioni che l’abiteranno”.

Al termine della sessione mattutina, Massimo Preziuso ha ribadito la assoluta volontà di Innovatori Europei di contribuire al lavoro che PD e governo stanno facendo in queste settimane per il Mezzogiorno, continuando nella ormai lunga attività di laboratorio progettuale per lo sviluppo di un Paese che è e deve rimanere fortemente integrato in una dinamica europeista, ma altresì mirare e operare concretamente per lo sviluppo Euro Mediterraneo.

La sessione pomeridiana, coordinata da Giuseppina Bonaviri di Innovatori Europei, ha visto succedersi circa 20 interventi tecnico – scientifici, che hanno riassunto la grande potenzialità dei progetti meridionali degli Innovatori Europei.

La Bonaviri, introducendo il dibattito, ha evidenziato il lavoro svolto con gli Innovatori Europei nella Provincia di Frosinone, naturale luogo di confronto tra il Centro Italia e il Mezzogiorno.

Alessandro De Biasio, Partner di The European House – Ambrosetti ha introdotto la sessione raccontandoci alcune evidenze del lavoro svolto con la sua azienda sul contesto Mezzogiorno: “come abbiamo potuto rilevare grazie ad un’analisi strutturata del tessuto economico del Mezzogiorno, c’è un gruppo di imprese – abbastanza numeroso – che in questi anni di enorme difficoltà ha saputo rinnovarsi, affrontando la crisi con coraggio, producendo risultati di assoluta eccellenza. E’ la dimostrazione che nel Sud del Paese è ancora possibile fare impresa, e farla bene. Occorre puntare su queste imprese, anche in ottica di attivazione di ricadute di filiera, creando le condizioni per un percorso di ulteriore crescita della loro competitività e produttività. Ciò significa migliori infrastrutture, supporto alle attività di ricerca e sviluppo (per incrementare il valore generato), accesso a un capitale umano di qualità Questo “nocciolo duro” però non basta: perché il Mezzogiorno possa sottrarsi a quello che sembra essere un declino segnato, occorre creare nuovi spazi di attività economica. A tal fine, è fondamentale creare le condizioni di contesto (legalità, sicurezza, qualità delle università, infrastrutture, ecc.) per dare vita ad un ecosistema capace di favorire la nascita di nuove imprese. Il tema delle risorse, che pure è decisivo, è subordinato alla possibilità di farne un buon impiego. Da questo punto di vista, il processo di strutturazione per accedere tanto a fondi (europei) che richiedono controllo e rendicontazione, quanto privati (IDE e venture capital, che si muovono su logiche di pura convenienza economica) può innescare un cambiamento di mentalità decisivo per le sorti del Paese”.

L’innovatore europeo Professor Mario Raffa ha utilizzato la sua passata esperienza di assessore allo sviluppo del Comune di Napoli per offrire spunti sempre validi per la costruzione di un modello di sviluppo del Mezzogiorno: “nel nostro contemporaneo, dove le auto non sono più prodotte in una sola fabbrica ma bensì in 2500 siti industriali sparsi per il mondo, diventa sempre più pressante la necessità di rispondere ad una domanda tanto semplice quanto complessa: come si costruisce un nuovo modello di sviluppo? Gli strumenti sicuramente non mancano. Dai modelli di business a quelli di gestione dei processi produttivi o di ritorno dell’investimento finanziario, possiamo affermare che siamo in grado di poter scegliere strumenti vari e allo stesso tempo efficaci. Quali sono allora gli elementi che possono garantire sviluppo sostenibile e buona occupazione? Sono due i binari su cui possiamo costruire un nuovo presente solido ed equo. Dobbiamo ritornare a parlare di ecosistema territoriale e governance dei beni comuni. Temi che richiamano sia la dimensione economica della nostra vita individuale e collettiva, che quella politica, intesa come azione razionale orientata al benessere collettivo non più solo misurato attraverso la performance economica. Questo è l’approccio che ho messo in campo da Assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, che è stato ispirato dai seguenti principi: centralità del cittadino, legalità, trasparenza e snellimento dell’azione amministrativa, integrazione delle competenze, salvaguardia dell’imprenditoria locale e armonico inserimento delle nuove imprese nel tessuto cittadino. E’ infatti necessario essere immersi nell’ecosistema nel quale si vuole operare prima di immaginare ed attuare qualsiasi piano di sviluppo economico. La conoscenza della città mi ha insegnato che Napoli si è sempre caratterizzata per la diversificazione delle attività produttive dei diversi borghi. Attività che custodivano saperi e competenze artigiane che non solo potevano essere sostenute attraverso l’integrazione di nuove competenze ma che sarebbero potute diventare un’opportunità per quei giovani che nei mestieri tradizionali intravedevano la vera buona occupazione. L’idea era quella di legare l’innovazione all’imprenditorialità recuperando e sviluppando spazi per l’industria creativa, il commercio, l’artigianato e i servizi. Si tratta di un modello di sviluppo il cui obiettivo era quello di valorizzare: il ruolo delle microimprese, delle piccole imprese, dei sistemi di reti di imprese, degli spin off e delle startup; la creatività dei giovani che provano a fare impresa nel campo delle nuove tecnologie; le nuove forme di supporto dell’imprenditorialità. In questo scenario le amministrazioni pubbliche devono trasformarsi in piattaforme abilitanti tra le opportunità delle nuove economie digitali e collaborative e le richieste di nuova e buona occupazione da parte dei giovani e lavoratori appartenenti alle fasce deboli. Questo processo di incontro, discussione e sviluppo supportato da fondi pubblici può e deve avvenire in modo del tutto trasparente. La capacità della buona politica non sta quindi “unicamente nella sua capacità di redistribuire valore, quanto piuttosto di attivare processi di trasformazione che producono, da un lato, modelli di impresa inclusivi, ossia capaci di legare il valore prodotto al lavoro e alle comunità, mentre, dall’altro lato, nuovi modelli per perseguire l’interesse generale” [Paolo Venturi, S-viluppo cioè togliere i viluppi, gli ostacoli]. Il piano di sviluppo ideato e implementato ha identificato delle aree di interesse che sono state definite successivamente distretti economici­ – sociali, attraverso una necessaria saldatura tra le strategie di sviluppo economico, quelle urbanistiche e quelle occupazionali, tenendo conto nel contempo degli obiettivi di inclusione delle fasce deboli, dello sviluppo sociale e culturale della cittadinanza, della diffusione di una cultura della legalità, della sostenibilità ambientale.  Infatti “i processi di sviluppo locale sono sempre più community based, hanno le radici nella comunità, intesa non più come soggetto passivo o semplice stakeholder ma come protagonista della co­produzione, cioè portatore di risorse economiche, relazionali e culturali” [Paolo Venturi, La razionalità del noi]. Le azioni della buona politica devono essere rivolte quindi allo sviluppo di attività e imprese inclusive, per le quali l’impatto corrisponde alla valorizzazione di asset ascrivibili a una comunità e dove la fiducia si riproduce attraverso beni come il capitale sociale e la coesione sociale. Accanto al piano di sviluppo industriale deve poi essere definito anche un programma industriale operativo di azioni sostenibili. E’ necessario superare un approccio resiliente e investire sulle risorse territoriali concrete per sviluppare invece un approccio anti – fragile. Creare un modello che favorisca, come esternalità positiva, anche l’ammodernamento della pubblica amministrazione. Questo è possibile grazie all’approccio concertativo che permette di superare quella diffidenza nell’opera dell’attore pubblico e di instaurare un dialogo proficuo con tutti gli stakeholder coinvolti. Ma oltre che ideare un piano industriale ed elaborare un piano di azioni sostenibili è poi necessario misurare la portata delle proprie attività attraverso un modello integrato di benchmarking e benchlearning competitivo per produrre una serie di informazioni chiave di facile lettura. Un vero e proprio strumento di controllo e gestione dell’innovazione che può verificare l’efficacia delle azioni programmate. In conclusione possiamo affermare che le politiche di sviluppo economico non possono prescindere dall’occuparsi delle condizioni in cui versano gli ecosistemi nei quali si sviluppano le nuove imprese, startup o piccole attività. La buona politica può e deve occuparsi di abilitare processi di innovazione e creazione di luoghi ad alta qualità relazionale attraverso una governance seria e lungimirante delle risorse materiali e immateriali. La collaborazione tra attore pubblico e stakeholder economici è possibile. La buona occupazione passa di lì”.

Paolo Di Battista, Innovatori Europei, ha “manifestato vivo interesse per le proposte emerse nel Convegno, in particolare quelle riguardanti la utilizzazione dei Fondi Europei. Ma ha, poi, rilevato che si doveva anche parlare di chi eroga quei Fondi, cioè dell’Unione Europea, che sta attraversando una grave crisi funzionale e quasi esistenziale. Paolo ha affermato che a monte delle politiche europee di aiuto per lo sviluppo dei territori economicamente deboli, va affrontato il problema dell’Europa che non decide o non è seguita dagli Stati dell’Unione. Occorre, quindi, rafforzare questo organismo sovranazionale – come indicato nella visione politica degli IE – attraverso: l’adozione del processo decisionale a maggioranza qualificata (cioè consenso di nazioni che rappresentano almeno il 66 % della popolazione europea); il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo; la costituzione di una Commissione europea, con caratteristiche e poteri di tipo governativo. Con la consapevolezza che chi accetta, si avvia verso una Federazione di Stati, chi non lo fa potrà far parte di accordi di secondo livello”.

Sulle enormi opportunità del Mezzogiorno italiano e, quindi, del Paese nel Mediterraneo ha poi riferito il Professor Cosimo Inferrera sottolineando che “dal 1990 al 2011 nel Canale di Sicilia si incrementa il transito dei super cargo teu container provenienti da USA, Messico e paesi del BRIC (oggi BRICS) fino al 33% del commercio globale. In barba a ciò, il <governo tecnico> (2011-2013) definanzia il Ponte sullo Stretto, mette in liquidazione la Società Stretto di Messina, rende effettivo lo sviamento del PP1 Berlino – Palermo da Napoli verso Bari–Taranto-Malta. L’abbandono del tratto originario fino a Palermo eclissa l’Africa, orizzonte del secolo; il recente raddoppio del Canale di Suez denota la scarsa conoscenza storica dei governi italiani, dal 2011 fin oggi: il tutto esprime cecità geostrategica autolesionista. Infatti nei prossimi anni il flusso marittimo raddoppierà. Aziende europee e oltre 62 aziende italiane stanno investendo per un progetto di sviluppo da 8,2 miliardi di dollari; così a Port Said, Ismailia, Suez creano hub logistici manifatturieri per high-tech, assemblaggio di auto, raffinerie, acquacoltura. Dunque un Mediterraneo ancora più al centro dell’economia marittima mondiale, che dà scacco matto all’Italia con il Sud sguarnito dei sistemi infrastrutturali per catturarla. Il rimedio è presagito dalla proposta di Gianni Pittella e degli Innovatori Europei di una <Macro Regione del Mezzogiorno>, aggregazione non amministrativa, finalizzata alla programmazione coordinata nei settori target della mobilità Ponti, Strade, Autostrade, Ferrovie), logistica (Porti, Interporti), energia (Elettricità, Gas, Rinnovabili, Efficienza energetica), ambiente (Rifiuti, Idrico), ICT (Banda larga e ultra larga, Smart Cities, Internet of Things). Oggi invece lungo le coste siculo – libiche osserviamo relitti umani sospinti in mare da caos sanguinario, inani al cospetto del benessere economico e tecnologico che sfila accanto. Corpi separati che non cercano l’uomo, epifenomeno esecrabile.”

Carmelo Cutuli di Sviprom ha posto l’accento su una necessaria e nuova imprenditorialità diffusa nel Mezzogiorno: “la Politica si faccia una idea più consistente del fenomeno dello Startup d’Impresa e non cada nella tentazione di utilizzare questo termine come semplice keyword per agganciare l’interesse dei giovani. Lo Startup d’Impresa non è un fenomeno passeggero né tantomeno una moda come qualcuno crede, ma un circuito internazionale che produce Nuova Economia e che, nel nostro Paese, sta sviluppando il suo ecosistema. Il Governo ha fatto e sta facendo tanto in questo settore, è tuttavia necessaria un’ulteriore accelerazione con particolare focus nell’area del Mezzogiorno. Il sistema di finanziamento in conto capitale, ampiamente diffuso nel mondo attraverso l’azione di figure quali il Venture Capital o il Private Equity, ma anche informalmente attraverso l’Angel Investing, va incoraggiato e sviluppato anche nel nostro Paese, e nel Meridione in particolare, non soltanto in quanto risorsa finanziaria, ma soprattutto come fattore di crescita e promozione di una rinnovata Cultura d’Impresa. Sul dato offerto da un precedente intervento dell’Amministratore Delegato della The European House Ambrosetti, relativo all’esistenza di circa un migliaio di aziende leader nel Mezzogiorno, ovvero aziende in forte crescita economica nonostante la crisi, e del fatto che il 22% delle startup innovative siano localizzate nel Mezzogiorno d’Italia, questo vero e proprio bacino di sviluppo economico – dalle evidenti ricadute sociali sul territorio – va certificato ed identificato come nuovo ceppo industriale del Mezzogiorno e si rende – ora più che mai – necessario avviare al più presto tutte quelle iniziative che ci conducano verso un fenomeno di polarizzazione che porti benessere e sviluppo sul territorio.”

La parola è poi passata a Filippo Romeo, ricercatore di ISAG: “il nuovo quadro geopolitico che va profilandosi a livello globale e che ha visto emergere nuovi protagonisti sulla scena del commercio internazionale, oltre a influenzare di gran lunga gli equilibri di mercato, ha determinato un mutamento della geografia dello shipping mondiale, riportando il Mediterraneo al centro dell’economia mondiale. Questo nuovo scenario, se ben interpretato, potrebbe senza dubbio rivelarsi cruciale per lo sviluppo economico del nostro Paese che, godendo di una posizione di centralità, si colloca nel cuore della più importante catena logistica che si estende dall’estremo oriente all’Europa. Tuttavia, anche se la centralità geografica costituisce un fattore importante è al contempo vero che essa sia di per sé insufficiente a cogliere queste nuove sfide ove non opportunamente affiancata da un’adeguata strategia di rilancio infrastrutturale, in un’ottica di sistema logistico integrato, che preveda la valorizzazione del sistema portuale nazionale e, più in particolare, di quei porti come quello di Gioia Tauro, che hanno rappresentato un’eccellenza a livello mondiale e un’esperienza unica per il Mezzogiorno, nonché unico in Italia a poter accogliere le nuove gigantesche navi porta containers provenienti dai Paesi asiatici grazie ai ben suoi 18 metri di fondale”.

Il Professore Giorgio Ventre si è inserito con importanti riflessioni sulla (assente) centralità dell’Università nel Mezzogiorno: “quando si parla di Sud e della sua crescita economica e sociale non possiamo assolutamente ignorare i problemi che le Università del Sud stanno attraversando. Nel corso degli ultimi anni, il combinato disposto di riduzione delle risorse erogate dallo Stato e dell’introduzione di assurdi meccanismi punitivi nella valutazione delle Università meridionali ha portato ad una riduzione di circa 700 tra docenti e ricercatori in favore delle Università del Centro Nord. Meccanismi peraltro non legati a valutazione di merito sulla qualità della didattica o della ricerca ma solo a parametri di contesto (quali ad esempio il livello di autofinanziamento attraverso le tasse di iscrizione) per i quali gli atenei del Sud sono ovviamente penalizzati. Non deve stupire se a seguito di questa riduzione di risorse, di personale e della qualità delle infrastrutture gli studenti delle scuole secondarie hanno avviato un esodo verso gli atenei del Nord, anche a fronte di una offerta qualitativa assolutamente in linea se non in diversi casi migliore. Con questo esodo di studenti, stiamo quindi perdendo anche la nostra sola speranza per un futuro migliore. Pertanto qualsiasi piano strategico non può prescindere da un’azione forte e coerente di rafforzamento del sistema universitario del Mezzogiorno. Rafforzamento che deve necessariamente prevedere azioni su tutti gli ambiti specifici della educazione superiore: 1) Rafforzamento della offerta didattica e di ricerca attraverso un piano speciale di reclutamento di giovani ricercatori e di studenti di dottorato; 2) Aumento delle borse di studio per gli studenti meritevoli e della offerta di servizi residenziali per gli studenti fuori sede; 3) Internazionalizzazione degli Atenei attraverso sia il reclutamento di docenti stranieri sia attraverso accordi con i paesi EU e dell’Area del Mediterraneo per la mobilità studentesca in ingresso; 4) Incentivazione al rafforzamento del sistema accademico ed alla riduzione della frammentazione dell’offerta didattica anche attraverso accorpamenti di atenei e di facoltà; 5) Raccordo con le politiche di incentivazione alla ricerca ed alla innovazione delle imprese attraverso l’introduzione di premialità alle aziende che affidano attività di ricerca e sviluppo agli atenei del Sud; 6) Adozione di iniziative in favore delle start-up e degli spin-off da attività di ricerca; 7) Adozione di criteri stringenti di valutazione dei risultati di queste iniziative con eventuale ricorso ad azioni di “commissariamento” per gli Atenei che pur in presenza di tali risorse aggiuntive, non riuscissero a migliorare le proprie performance; Solo in questo modo eviteremo che il Sud, dopo avere subito una vera e propria desertificazione industriale ne subisca una, ben più grave, in termini culturali e sociali.

Massimo Lodi Rizzini ha parlato in rappresentanza dello Schiller Institute, la cui fondatrice Helga Zepp – LaRouche è conosciuta in Cina come la “signora della Via della Seta”.  Egli ha ricordato che “la civiltà è la presenza di infrastrutture moderne a disposizione della società in una determinata nazione e che le infrastrutture devono essere costruite, partendo da politiche di credito pubblico perché esse sono la vera ricchezza di una nazione che consente la prosperità a imprenditori, lavoratori e cittadini. Il Mezzogiorno costituisce il ponte di collegamento naturale tra Europa, Africa e Medio Oriente. Per questo motivo sono necessari investimenti in collegamenti moderni quali TAV, Ponte dello Stretto, ponte-tunnel tra Sicilia e Tunisia e tra Puglia e Albania, e  poi strade e autostrade per collegare velocemente sud e nord e quindi favorire la creazione di nuova ricchezza diffusa come ai tempi di Enrico Mattei, negli anni del boom economico italiano”.

Per Osvaldo Cammarota, Innovatori Europei Campania, “tra tante cose interessanti e condivisibili, abbiamo ascoltato ancora riverberi di una discussione sterile di qualche anno fa: se lo sviluppo si promuove dal basso o dall’alto. Lo sviluppo nasce dai luoghi, dai territori. La vera sfida, per dirla in sintesi, è: far decollare l’economia dei luoghi e far atterrare l’economia dei flussi. L’Europa è fonte di flussi finanziari che non atterrano. Nel Mezzogiorno i dati sulla spesa sono sconfortanti e, quello che si spende, non sempre produce effetti commisurati agli investimenti. Non c’è sufficiente capacità di praticare coerentemente le culture comunitarie di Coesione e Sviluppo. Nell’azione ordinaria del sistema pubblico italiano (non solo meridionale), stentano ad entrare i principi fondamentali del processo di unificazione europea (Partecipazione, Integrazione, Sussidiarietà, Innovazione e Decentramento amministrativo, …). Nel sistema pubblico (Norme, Politica e Amministrazione) prevalgono comportamenti e logiche settoriali e particolaristiche che frantumano e frammentano i flussi di risorse, benché dai territori si esprima una forte “domanda” di sviluppo integrato, necessario per portare a valore le risorse diffuse che sono la vera grande ricchezza del paese (come è emerso da numerosi interventi, ma non si può continuare a fare retorica su questo punto). Come Innovatori Europei interpretiamo da tempo i caratteri innovativi delle politiche comunitarie; li esercitiamo nel nostro agire professionale e imprenditoriale. In questa sede, dopo aver ascoltato dirigenti del PD consapevoli delle grandi responsabilità che ricadono su questo Partito, vogliamo proporre tre suggerimenti che ci auguriamo possano informare l’azione del PD a tutti i livelli: curare il principio di coerenza, tra strategie, programmi, strumenti, procedure e strutture di attuazione; assicurare sincretismo tra politiche di sviluppo e politiche di riforma del sistema delle Autonomie Locali; selezionare classe dirigente, locale e centrale, più adeguata ad affrontare le sfide del cambiamento. Sono tre questioni che riguardano il medesimo problema: l’innovazione del sistema pubblico come fulcro di processi più ampi e sistemici di innovazione istituzionale, economica e sociale. Su questo fronte ci saremo sempre, è la nostra ragion d’essere”.

La ricercatrice dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria Consuelo Nava ha aggiunto: “più di un anno fa discutevamo con Gianni Pittella nell’occasione del dossier redatto insieme per il gruppo dei S&D, “Un Nuovo Mezzogiorno. Coesione sociale e strategie sostenibili da sud per Europa 2020”, di tre sfide che meritavano di essere intraprese per il futuro sostenibile del Mezzogiorno. La prima – una più giusta qualità’ della vita, la seconda – un nuovo urbanesimo per nuovo umanesimo, la terza – città resilienti e città coese. Un auspicabile percorso collettivo, capace di far uscire tutte le regioni del Sud fuori dall’area di sottosviluppo, annullando quel divario che lo rende disabile e dipendente rispetto al Nord, all’Europa ed al Mediterraneo stesso. Riscattarne una posizione geografica favorevole come Sud d’Europa e Nord del Mediterraneo, con la triplice sfida che coinvolge tanto i territori e la loro capacità produttiva e di visione quanto le comunità con il loro capitale umano. Inoltre, le aree urbane del Sud che sono costituite in massima parte, da città’ medio-piccole, e da una grande superficie di aree interne, nella strategia di coesione e nella strategia di specializzazione intelligente verso Europa 2020, non necessitano tanto di grandi trasformazioni di opere pubbliche e strategiche, quanto di una nuova visione del territorio stabile e sicuro, capace di coniugare la qualità del paesaggio e la sua produttività e abitabilità, con la necessità di opere infrastrutturali che in rete qualificano servizi, beni collettivi e comunità, attraverso programmi integrati di sviluppo e rilancio dei territori. Per fare questo occorre “una nuova demografia utile”, come indicato nella seconda sfida proposta, in cui giovani e donne al Sud, realizzano ed interpretano le politiche di coesione, in chiave di competitività e capacità di costruire nuove professionalità ed occupazioni e quindi vedersi partecipare e contribuire con forza ad una nuova struttura sociale ed economica delle regioni del Sud e del paese. Sentirsi appartenenti alla geografia liquida dell’area Euromediterranea non può che agevolare, non solo la capacità di una giusta e solidale politica di scambio ed accoglienza degli abitanti, provenienti da terre in difficoltà, che attraversano il Mediterraneo, ma ampliare le politiche di inclusione e farne nuovo capitale umano e nuovi cittadini per le nostre città. In Calabria, questa visione di futuro connesso al capitale umano ed alla sua capacità produttiva interna, unitamente alla capacità di internazionalizzare ed innovare i propri settori produttivi e culturali, deve necessariamente coniugarsi con una nuova politica di rilancio attraverso un miglior utilizzo delle risorse del plurifondo POR, FS, FESR 2014-2020, considerando il nuovo ciclo di risorse un modo per stabilire strutturalmente una nuova economia dei territori, che vada verso la sostenibilità sociale, economica ed ambientale per ed oltre Europa 2020”.

Secondo Fabrizio Porrino, vice Presidente di FacilityLive “servono grandi ali per fare innovazione e volare alto per vedere la big picture. La tecnologia permette, oggi, a tutti di essere emigranti digitali senza più dover emigrare fisicamente e far perdere cervelli al paese. E’importante però recuperare le proprie radici per preservare e condividere la conoscenza. La tecnologia digitale è, infatti, un trasformatore della conoscenza precedentemente accumulata.  La proprietà intellettuale è il modo per preservarla e la chiave per attirare investimenti. Oggi anche i cittadini comuni vogliono investire in aziende con proprietà intellettuale per assicurare un futuro ai propri figli. Gli skill digitali sono la chiave per tradurre ed esportare la proprietà intellettuale. Bisogna guardare al Sud e a Matera, il terzo insediamento umano più antico di cui oggi abbiamo traccia evidente, come occasione di rilancio”.

Per Michele Dell’Edera, Partito del Sud Puglia, “il Sud può far ripartire il Paese, ed ecco alcune delle azioni da mettere in campo: coordinamento tra le regioni del sud  e le città metropolitane sulla base delle cose concrete da realizzare per una strategia complessiva sul Sud, nel rispetto delle prerogative e delle vocazioni di ciascuna regione e in collaborazione attiva con il Governo; coordinamento tra Atenei del Sud e politiche di finanziamento e valutazione degli Atenei non su base nazionale ma su base macro-regionale come avviene ottimamente in Gran Bretagna; che le infrastrutture e i trasporti vengano sviluppati e sostenuti in ottica di rete nei territori e non solo per direttrici “nord-sud” come avviene adesso. Che si potenzino i tratti a sud delle direttrici nazionali. Che si ripristino le reti ferroviarie secondarie in ottica di turismo, metropolitane leggere periferia-centro dei territori; che il Sud sia piattaforma europea verso il Mediterraneo, con porti, aeroporti, strade e ferrovie in grado di competere a livello internazionale nella logistica europea; Fare tesoro nei progetti che si pongono in essere anche delle infrastrutture, degli immobili, delle ferrovie, delle stazioni, delle reti elettriche e telematiche esistenti al fine di evitare le “cattedrali nel deserto” e massimizzare l’effetto degli investimenti; Usare la politica non per favorire chi ha successo, ma per mettere nelle condizioni tutti di ottenerlo”.

Per Carmine Nardone, Presidente di Futuridea a Benevento, “la crescita del Mezzogiorno è tornata al centro del dibattito pubblico. I temi da affrontare oggi sono legati al salto di qualità degli interventi di cui il Sud ha effettivamente bisogno. E’ necessario investire sul Sud, ma con criterio, puntando sull’innovazione territoriale. Occorre impedire che il Sud diventi luogo di spesa pubblica incontrollata ed inefficiente, evitando schemi imitativi di modelli applicati in altre aree del Mondo; è necessario sviluppare peculiarità collegate al territorio che lo arricchiscano e lo tutelino. Per far questo bisogna investire su centri di ricerca e progettazione, eliminare i ritardi infrastrutturali materiali ed immateriali, insistere nella semplificazione burocratica e adottare un estremo rigore nell’analisi costi-benefici. In passato anche opere meritorie non hanno avuto alcuna ricaduta sostanziale sui territori. Dunque diamo il via alla progettazione, elaborazione o adozione di nuove tecnologie applicate ai servizi e alla salvaguardia del territorio e del paesaggio, in grado di produrre sbocchi occupazionali, migliorare la qualità della vita e, elemento decisivo, attrarre turismo”.

Ha infine preso la parola il Professor Enzo Siviero, che ha parlato del progetto infrastrutturale TUNeIT: “Braudel aveva visto giusto! Il Mediterraneo come crogiolo di miti e di passioni, di storia e di cultura, di religioni e di rincorsa continua verso una pace negata laddove l’homo homini lupus ha da sempre avuto il sopravvento sull’ homo faber. Ma è proprio così vero? O non è invece la contingenza di pochi fanatici di oggi, emuli ahimè di un passato forse negletto a uccidere non solo i propri simili ma financo se stessi immolati per la ricerca ossessiva di un paradiso negato? E che dire delle tre grandi religioni monoteiste che si sono tra loro sovrapposte evolvendosi una dall’altra nella reciproca rincorsa alla negazione dell’altra da se? Ecco dunque che il pontificare di origine pseudo religiosa può essere la via della ricongiunzione fisica e metafisica reale e virtuale vissuta o sognata tra i luoghi e le genti tra le culture e i credi. Il bisogno impellente di fuggire dall’inferno della guerra e delle violenze, dalle prevaricazioni e da una pseudo schiavitù che si pensava, a torto, figlia di un passato assai remoto. No! Non è con il respingimento che si risolve la tragedia dei migranti! Nè tanto meno negando loro il diritto ad una vita “più vita”. A ben vedere, nei prossimi decenni le crescite più forti non saranno più i Brics bensì la “giovane” Africa. Giovane perché abitata da giovani. Giovane perché piena di speranza. Giovane perché desiderosa di andare avanti per realizzare e realizzarsi. L’Africa che, non appena avrà preso coscienza delle proprie straordinarie ricchezze materiali e immateriali, superando le faide interne che ne neutralizzano l’essere, sarà il vero “nuovo mondo”, se saprà mettere a profitto la lettura del presente con tutte le sue contraddizioni, i suoi errori e le sue grandissime ingiustizie. Il decollo sarà garantito e molto molto veloce. E se, come ormai appare più che evidente, lo sviluppo infrastrutturale dell’intero continente da Città del Capo al Mediterraneo sarà reso operativo così come ideato dalla Nigerian Society of  Engineers con una serie di “corridoi verdi” come meridiani e paralleli (cardi e decumani?) , allora TUNeIT come passaggio naturale verso la vecchia e ancora assai attraente Europa,  sarà un obbligo ineludibile. Un’idea questa, o meglio una “visione avveniristica” paragonabile ai grandi trafori ottocenteschi e ai “ponti d’acqua” quali i tagli di Panama e Suez che hanno cambiato il mondo. Ma vi è di più! un ponte come elemento di continuità fisica tra i due continenti è anche un artefatto simbolico il cui valore emotivo è inestimabile. Un segno di speranza e di pace, di fratellanza e di amore. Un volo pindarico come camminare sull’acqua. Un miracolo! Ebbene questo potrebbe anche non essere solo un sogno. La condivisione tecnico politica è pressoché acquisita. RMEI – Réseau Mediterranéen des Écoles d’Ingenieurs , EAMC – Engineering Associations of Mediterranean Countries , PAM – Parliament Assembly of Mediterranean, Schiller Institut di Francoforte (e Innovatori Europei) ne hanno pienamente condiviso la necessità a medio termine. Quattro isole artificiali intermedie con chiara vocazione anche turistica. Tratte intermedie variabili tra i 20 e i 30 km. Una serie di ponti a campate multiple di grande luce. Un tunnel terminale lato Sicilia per non interferire negativamente con la storia e la cultura dei luoghi e il paesaggio circostante con il suo straordinario affaccio sul mare. Si tratta di un piano di sicurezza molto avanzato, di uso di materiali innovativi, di avanzamento tecnologico senza pari, di straordinaria opportunità di integrazione tra Ingegneria Architettura Design e Paesaggio, di sostenibilità energetica con il sistematico ricorso alle energie rinnovabili e di particolare attenzione alla rinaturalizzazione a livello ambientale per la salvaguardia di flora e fauna marina. Tutto questo e ancor di più è presente nelle intenzioni non solo mie, forse non così visionarie, come potrebbe apparire, a prima vista. E infine occorre un impiego virtuoso di manodopera per dare senso alle migrazioni dolorose e senza futuro che oggi producono rabbia, frustrazione e morte. Una trasformazione geopolitica epocale capace di far ritrovare nuovi equilibri non solo per il conseguente aumento del PIL ma, soprattutto, per dar senso compiuto ad un altro e ben più interessante indicatore: l’IBES – Indice di Benessere Eco Sostenibile. TUNeIT come “messa a fuoco” del futuro. Dall’Africa all’Europa e dall’Europa all’Africa con una rinnovata convergenza attraverso il Mediterraneo ritrovandone l’antico significato di Mare Nostrum, reinterpretato in chiave dell’oggi, perché deve appartenere a tutti come riappacificazione tra i popoli. Questo deve essere il vero significato della globalizzazione: un ponte di ponti, ideato e costruito per percorrerlo, tutti insieme, perché l’Uomo è e deve continuare a Essere. La libertà è anche questo”.

Il Presidente del consiglio regionale della Calabria, Nicola Irto, conclusi i lavori del coordinamento dei Presidenti dei consigli del Sud, ha raggiunto la Sala delle Conferenze aggiungendo interessanti riflessioni sul perché oggi iniziative come queste siano necessarie e su quanto il tema Mezzogiorno sia e dovrà essere centrale nei mesi a venire. Ecco il suo pensiero, in proposito: “è giunto il tempo, ora, di rilanciare il progetto politico del Mezzogiorno. Progettando, con la forza di un protagonismo sentito come necessario assieme al Governo nazionale su temi importanti e mettendo in gioco le capacità, che pur abbiamo, di innovazione, idee e competenze, per definire una piattaforma politica e tecnica per il Sud del Paese. Per ripartire è necessario assumersi precise responsabilità politiche. Non solo per ciò che si farà in futuro, ma anche per ciò che è stato fatto in passato, determinando il mancato sviluppo delle regioni meridionali. Solo da questa sintesi, con uno sforzo collettivo, riusciremo ad emergere. Cambiando la nostra mentalità dell’agire pubblico e con uno svecchiamento della normativa che possa consentire di ammodernare i nostri territori e renderli competitivi con il resto dell’Europa”.

Al termine dei lavori, i presenti sono pervenuti alla necessità di proseguire nel lavoro di cooperazione sulle risorse e sui grandi progetti per lo sviluppo infrastrutturale immateriale e materiale e sul rilancio dell’imprenditorialità diffusa e di attrazione di nuovi talenti e investimenti, anche attorno allo sviluppo di nuovi poli economico – industriali internazionali nel Mezzogiorno. In tal senso, il movimento Innovatori Europei affiancherà la riflessione che il Governo sta avviando sul tema.

LOCRI. Prodi: le Regioni del Sud spingano unite per un’Europa mediterranea

di CONSUELO NAVA* (su Zoom Sud)

Per l’idea di ricordare Franco Fortugno a 10 anni della sua scomparsa con una lectio magistralis di Romano Prodi su “Europa e Mediterraneo nella confusione totale”, va fatto un plauso a M.Grazia Laganà che a Locri, alla presenza di una affollatissima platea, ne ha voluto ricordare umanamente il legame personale con il congiunto e compianto uomo politico calabrese, prima che la condivisa esperienza politica. Paolo Pollichieni, direttore del Corriere della Calabria, ha saputo presentare la figura del professore Prodi, le sue esperienze negli anni, per le sue capacità predittive e fattive di questioni ancora oggi aperte per il paese e per il sud, sul tema dell’innovazione e delle riforme, ma anche delle responsabilità delle classi dirigenti, della necessità di liberarsi tanto dalla ‘ndrangheta quanto dalla malapolitica e di una speranza per un futuro possibile.

Di fatto R.Prodi nella sua lectio magistralis, dissertando sul ruolo del Mediterraneo nelle mutate politiche di un’Europa, “non più un piccolo condominio”, ha proposto un ragionamento sulla necessità di “interpretare il cambiamento con un’idea della politica che non sia solo un problema di forza assoluta”. E’ una citazione dell’incipit di R.Prodi relativamente alla mutazione dei rapporti di forza dello scenario politico Europeo, conteso tra populismi ed il ritorno di nuove forme di nazionalismo, ma che può restituire la traccia con cui il professore ha riferito sull’idea di possibile sviluppo per tutti i paesi del Sud e per il Mezzogiorno d’Italia. Una necessità che l’Europa torni “l’unione delle minoranze ed il Sud organizzi dinamicamente alleanze utili”.

Una politica Europea e Meridionale capace di costruire “poteri bilanciati” rispetto all’asse politico ed economico del Nord d’Europa e di un rilancio della “via della seta” della Cina, diventato punto di riferimento per misurare la stabilità economica mondiale. Questioni non lontane dalla comprensione di alcune vicende legate alla nostra economia, quella della Calabria, per es., che secondo quanto auspicato da Prodi, possa ancora aspirare ad uno sviluppo fatto “per poli, punti di forza ed avanzamento, per cui diventa urgente organizzare una strategia territoriale prodotta da alleanze tra le regioni del Sud”, che peraltro oggi demograficamente pesano pochissimo nell’economia umana e nella geografia politica del paese.

Prodi ammette che vi sia stata da sempre una difficoltà nel far cogliere lo scenario mediterraneo come il possibile spazio geografico ed economico di interesse per l’Europa anche ai tempi della sua presidenza alla comunità europea. Ma ne ravvisa ancora oggi la necessità alla luce delle nuove questioni delle guerre libiche e del terrorismo mediorientale. Il Professore attribuisce tali scenari alla carenza di una “politica estera della mediazione” che provoca, unitamente all’esplosione demografica delle popolazioni del sub-sahara, l’ondata della nuova migrazione nel nostro paese. Ricorda a tutti come la migrazione sia diventata questione “solo quando ha interessato anche il Nord Europa” e che la politica della Merkel sull’accoglienza siriana abbia comunque dimostrato come si possono mettere insieme “generosità ed interesse politico” alla luce di una convenienza a poter accogliere “una nuova economia con un popolo che ha il 40% dei laureati, il 50% dei diplomati e solo il 2% degli analfabeti”.

Su questo aspetto, di contro, nella sua lectio, continua a lanciare l’allarme per l’Italia, che in una sola generazione perderà 5 milioni di abitanti e rammenta al Sud che “non c’è futuro se una parte di popolazione emigra e l’altra è vittima”. In tal senso fa solo un riferimento alla necessità che anche in Calabria si possa “produrre cambiamento per costruire il nuovo con le nuove persone”, ma di ricorrere ad un forte dinamismo nelle decisioni da prendere, un atteggiamento che non sia pigro e scevro dalla coscienza di scenari di contesto e di visioni oltre l’Europa.

Così si riferisce alla questione del “porto di Gioia Tauro”, asserendo che c’è ancora un grande spazio all’interno della politica Euromediterranea, ma che occorre dirsi anche la verità, occorre conquistare questa economia e geografia con l’idea che a fermare il suo sviluppo non sia stato solo la carenza “delle infrastrutture e di fatti tecnici”, ma piuttosto il peso di un “controllo sociale” (così delicatamente il prof. Prodi parla di un porto interessato da fatti ambientali) che negli anni ha fermato gli investitori stranieri. Esorta a partire da questa consapevolezza e rilanciare in uno scenario mutato e continua “ve lo dico con il cuore… I cinesi hanno comprato metà del Pireo e c’è una lobby che dal Pireo va al Nord Europa, faranno ferrovie e strade, ma soprattutto libera economia”.

Le stesse alleanze che Prodi auspica per l’Europa, tra Francia, Italia, Spagna, le augura per l’Italia tra le regioni del Mezzogiorno, “occorre coordinare l’azione delle regioni meridionali, diventa urgente e vitale”. Il prof. non pensa ai fatti di emergenza, ma pensa ad una normalità per invertire la corrente, “solo così anche il Mediterraneo potrà divenire un serio riferimento per l’Europa”.

La platea del cine-teatro di Locri è stata attenta e in ascolto. La lectio magistralis priva della presunzione delle ricette e della consolazione di una sicura e riconosciuta esperienza sui temi, ha mostrato un Romano Prodi, che “sullo stato di confusione dell’Europa”, per fatti politici ed economici da seconda globalizzazione inoltrata, fonda la sua idea con un Sud protagonista, bisognoso di nuovo capitale umano prima che di altre risorse e di una politica delle scelte e non dei poteri assoluti, da affidare a chi è capace di “interpretare il cambiamento che comunque è già in atto”.

*ricercatrice universitaria

Roma, 11 settembre 2015 : “Per un Mezzogiorno protagonista tra Europa e Mediterraneo. La proposta degli Innovatori Europei”

Convegno Per un Mezzogiorno protagonista tra Europa e Mediterraneo, 11 Settembre 2015, Partito Democratico

Per scaricare agenda in PDF Clicca Qui

For English Version click here or visit www.europeaninnovators.eu

Intervento di Sandro Gozi, Sottosegretario agli Affari Europei

Intervento di Roberto Speranza, parlamentare del Partito Democratico

Intervento di Valerio De Molli, AD di The European House – Ambrosetti

Comunicato Stampa finale: Innovatori Europei riunisce il Mezzogiorno protagonista al Nazareno (PD)

Messaggio del Presidente del Consiglio Matteo Renzi a “Per un Mezzogiorno protagonista tra Europa e Mediterraneo”, 11 settembre 2015, Partito Democratico

Gentile Dottor Preziuso,

il Presidente del Consiglio La ringrazia per il cortese invito a partecipare al Convegno sul tema “Per un Mezzogiorno protagonista tra Europa e Mediterraneo” in programma in data odierna.

Purtroppo, nonostante la migliore intenzione, non potrà essere presente per inderogabili impegni già assunti.

Confidando nella Sua comprensione, il Presidente Renzi desidera comunque far giungere i suoi saluti più cordiali a tutti i presenti, unitamente ai migliori auguri per il successo dell’incontro.

La Segreteria del Presidente del Consiglio dei Ministri

Comunicato stampa su iniziativa “L’Italia che vogliamo. Il Pd che vogliamo”: oggi da Roberto Speranza un discorso politico tra i più belli ascoltati nel PD degli ultimi anni

Comunicato Stampa

 

Stamattina, introducendo l’ iniziativa “L’Italia che vogliamo. Il Pd che vogliamo“, Roberto Speranza ha fatto un discorso politico tra i più belli ascoltati nel Partito Democratico negli ultimi anni.

Ha da fare anche lui tanto rinnovamento nella sua area, ma è destinato, per preparazione e serietà, a prendere ulteriore spazio nel PD di oggi e di domani.

Molti in Innovatori Europei continuano a sperare che Matteo Renzi apra ad una leadership condivisa proprio con Roberto.

Perché sia chiaro: da soli, oggi, non si va lontani.

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