Significativamente Oltre

innovazione

Italia 2018: Innovatori Europei nella “Terza Repubblica”

di Massimo Preziuso

Torniamo “live” dopo un paio di mesi, a causa di un brutto attacco informatico.

Anche se era già dal mio ultimo post di gennaio scorso su La brevissima campagna elettorale e l’importanza di progetti, programmi e visioni politiche che ci eravamo fermati, dopo aver subito verificato che niente di questo si era verificato.

Abbiamo così approfittato per una pausa di riflessione abbastanza lunga.

Ci risvegliamo in questo maggio 2018, in un’Italia evidentemente cambiata, all’alba di una possibile e auspicabile Terza Repubblica.

Il Partito Democratico – per cui ci siamo spesi per un decennio almeno, fino alla triste esperienza della Commissione nazionale sulla Forma Partito (2014 – 2016), in cui provammo a portare le nostre idee sulla necessità di un Dipartimento Progetti e di un “filiera progettuale” (idea condivisa con il forte Fabrizio Barca, che ha coniato il termine) – si è resettato a marzo. E, cosa incredibile, continua a testare minimi assoluti, con una leadership ormai annullata, che continua a pretendere protagonismo assoluto.

Siamo nell’Italia del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord. E in questo week end potrebbe nascere un governo, abbastanza strano e originale (per le differenze di elettorato e di programmi), tra i due protagonisti della scena politica italiana. Un tentativo rischioso, che però è giusto tentare di avviare, per provare poi a rompere gli schemi, in Italia ed in Europa.

In ogni caso, speriamo davvero che tutti gli altri Partiti, a cominciare dal PD, colgano questa crisi / opportunità per riformarsi e cambiare drammaticamente.

Tornando a noi, Innovatori Europei ha lavorato per più di un decennio per provare a portare un contributo di riforma e di innovazione al sistema politico italiano ed europeo.

In alcuni casi il cambiamento è poi arrivato, in molti altri no. Soprattutto, questo ci rammarica, dieci anni dopo non vediamo alcuna sostanziale innovazione nella forma organizzativa e nella modalità di selezione di classe dirigente politica.

Unico esempio (fortemente migliorabile) che abbiamo visto all’opera è quello di M5S, con la sua selezione online e forme di E Democracy. Il Movimento ha così dato opportunità a tantissimi cittadini di provare a cimentarsi nella Politica, senza intermediazioni, anche se ha così prodotto una classe dirigente di qualità a volte assai mediocre.

Negli ultimi anni, la nostra iniziativa da indipendenti si è connotata sempre meno in termini di partecipazione alle elezioni (come abbiamo fatto nel passato in varie realtà, supportando nostri candidati) e sempre più nello sviluppo di progetti complessi, regionali e nazionali. Ed è’ su questa linea che vogliamo continuare. Perché fin dai tempi dell’impegno nelle Associazioni per il Partito Democratico (2006-7) crediamo che una seria progettualità sviluppata in maniera libera da appartenenze sia la principale motrice del cambiamento innovativo.

Continuiamo altresì a sperare nella nascita dei Dipartimenti Progetto in tutte le organizzazioni politiche, che diano il via a quella “cultura di progetto”, che in tanti della mia generazione hanno studiato sui libri, che tarda fortemente ad arrivare nel Paese.

Vogliamo prima di tutto indagare meglio sugli impatti (culturali, economici e politici) delle innovazioni tecnologiche sullo sviluppo sostenibile delle società moderne.

Anche perché, dal 2009 (rivolgendoci al candidato segretario del PD Pierluigi Bersani, che nel 2013 avrebbe voluto realizzarlo al governo ), continuiamo a sperare nella nascita di un Ministero per lo Sviluppo Sostenibile che divenga protagonista di una nuova fase di sviluppo per il Paese.

In questa nuova fase contiamo sicuramente sul supporto delle centinaia di Innovatori Europei presenti in tutta Italia e all’Estero, ma anche sull’apporto di nuove competenze e talenti. Per costruire nuovi progetti e benessere condiviso, in collaborazione con organizzazioni politiche ed istituzioni. Vi aspettiamo.

 

 

 

 

Le emozioni di una sconfitta – di Tommaso Nannicini (e la necessità del Partito “rete di reti e di progetti”)

di Tommaso Nannicini su Medium

Con il voto del 4 marzo, il Partito democratico ha rimediato una sconfitta sonora, senza appelli. Che cosa spiega il successo della Lega e dei 5 Stelle? In questi giorni se ne leggono di tutti i colori. Molti sanno esattamente che cosa è successo. Beati loro. Io di certezze ne ho poche. Condivido questa analisi di Alessandro Fiorenza sull’inadeguatezza delle risposte che circolano, ma anche lì non ne troverete di nuove. Più che sulle “ragioni” dovremmo cominciare a riflettere sulle “emozioni” della sconfitta. E lo dico con il massimo rispetto per le emozioni, che giustamente guidano gran parte delle scelte di voto (per gli appassionati del genere consiglio la lettura di Drew Westen, The Political Brain).

Mettiamo in fila qualche elemento. Primo: le ferite ancora aperte della crisi economica (rispetto alle quali, noi del Pd, avremmo dovuto mostrare più empatia, facendo capire che per cicatrizzarle occorrono tempo e scelte coraggiose, come quelle che avevamo iniziato a fare). Secondo: il fascino di soluzioni tanto semplici quanto illusorie rispetto a nuove insicurezze (a fronte della nostra incapacità di inserire in una “costituzione emotiva” risposte più solide perché più complesse). Terzo: il malcontento verso un rinnovamento troppo lento o scarsamente selettivo della nostra classe politica. Tutti questi elementi hanno finito per soffiare sulle vele di forze estremiste e populiste, che in Italia hanno trovato terreno fertile anche per le storiche debolezze delle nostre istituzioni e per il ruolo che l’anti-politica ha giocato a più riprese nella nostra cultura collettiva.

Da dove ripartire allora? In questo post su Facebook ho parlato degli errori da evitare nell’immediato. Qui, mi limito a un’autocritica sugli errori del passato. Per evitare la tipica analisi del giorno dopo, ho fatto una scelta metodologica: analizzo solo i limiti della nostra azione politica di cui avevo già parlato prima del 4 marzo. Perché, oggi come allora, penso che riconoscere i propri limiti sia la premessa per superarli.

Una costituzione emotiva

Gli elettori non hanno capito che cosa era il Pd. Negli anni di governo, abbiamo fatto scelte importanti per il bene del Paese, dal Jobs act al reddito di inclusione, dalla riduzione delle tasse a un fisco più a misura di contribuente, dalle unioni civili al biotestamento. Nel nostro programma c’erano proposte altrettanto forti per continuare questo cammino e prendersi cura del futuro: denatalità, occupazione femminile, formazione permanente, non autosufficienza. Sia chiaro: perdere le elezioni quando hai fatto cose buone per il tuo Paese non è un’attenuante, ma un’aggravante. Vuol dire aver fallito sul terreno della politica. Non c’è stato solo un problema di comunicazione. C’è stato un problema politico.

Abbiamo fatto fatica a ricondurre le nostre scelte di governo (o le nostre proposte elettorali) dentro a quella che la psicologia politica chiama “costituzione emotiva”: quell’insieme di valori, principi e macro obiettivi che – da una parte – plasmano l’identità di un partito e – dall’altra – servono da interpretatori di senso per capire le politiche che quel partito sta portando avanti. Troppe scelte che abbiamo fatto faticavano a stare dentro alla stessa costituzione emotiva: la lotta all’evasione con l’innalzamento del limite sul contante, il reddito di inclusione con l’abolizione delle tasse sulla casa per tutti, il Jobs act con la liberalizzazione dei contratti a termine, e così via. Sia chiaro: quelle scelte di policy avevano delle motivazioni (più o meno valide) nel breve periodo, ma nonostante questo faticavano a convivere dentro alla stessa costituzione emotiva. Finendo per non far capire agli elettori per che cosa si stesse battendo il Pd, al di là delle scelte di governo e dell’operato (più o meno efficace) dei propri ministri.

In verità, questa analisi è troppo impietosa. C’è stato un periodo in cui il nuovo corso del Pd una costituzione emotiva l’ha saputa trovare. Nella prima fase, intorno alla “rottamazione”, al rinnovamento della classe dirigente, al superamento dell’immobilismo della Seconda Repubblica, all’esigenza di fare riforme troppo a lungo rinviate. Quell’energia positiva e quella fame di futuro hanno dato identità. In una seconda fase, la costituzione emotiva è arrivata dal tema del “rinnovamento istituzionale”. Il 41% degli italiani che hanno votato “sì” al referendum del 2016 riconoscevano ancora nel Pd il partito del cambiamento. Anche per questo è stato un errore non rilanciare il tema del rinnovamento istituzionale nel nostro programma. Abbiamo ammainato una bandiera che ci aveva dato un’identità riconoscibile.

L’analisi di cui sopra è troppo impietosa per un secondo motivo. Il problema di trovare una nuova costituzione emotiva non è solo del Pd, ma di tutte le forze progressiste in Europa e nel mondo. La cosiddetta “terza via” aveva capito la domanda, ma non ha trovato le risposte. Tocca ripartire da quella sconfitta culturale ancor prima che politica. C’è una sfida di cultura politica da raccogliere. Come ho cercato di accennare in questa intervista su Linkiesta, dobbiamo dare una costituzione emotiva alla sinistra del XXI secolo, partendo da un’analisi multidimensionale delle diseguaglianze: non solo nel reddito, ma nelle capacità (alla Amartya Sen), nelle opportunità, tra generazioni. Se vogliamo portare avanti chi è nato indietro, a volte la risposta sarà più mercato, altre volte più intervento pubblico. A volte più diritti, altre volte più doveri. L’importante è che tutte le risposte stiano dentro un’unica costituzione emotiva, quella di un riformismo empatico e responsabile. Un riformismo che sappia ritrovare un senso, ancora prima del consenso.

Un partito di tipo nuovo

Per farlo, non esistono scorciatoie. Serve un partito che fa il partito, che intermedia la società in forme nuove, che dialoga con altri corpi intermedi, con altri centri dove si raccolgono esperienze e si elaborano idee. Un partito che seleziona e forma la classe dirigente pensando all’interesse del Paese e non di chi fa parte del club dei politici di professione. Si dirà: facile a dirsi, difficile a farsi. Vero. Ma non impossibile se sapremo essere all’altezza del messaggio che ci hanno mandato gli italiani.

Nelle nostre mozioni congressuali abbiamo parlato spesso di un partito in grado di farsi “rete di reti”, ma poi più che reti si sono viste correnti. Una rete di reti ha bisogno di think tank, di luoghi di studio ed elaborazione che riordinino nuove domande politiche dal basso e le facciano circolare (come hanno fatto per anni i conservatori negli Usa). Ha bisogno di incubatori di impegno civico: luoghi, risorse e momenti di formazione messi a disposizione dei tanti che hanno voglia di impegnarsi su campagne tematiche o singole battaglie, lasciando libere queste risorse di auto-organizzarsi al di fuori del partito. E ha bisogno di ripensare il ruolo dei circoli territoriali, con coordinatori che diventino organizzatori di comunità, con luoghi fisici dove, a seconda dei casi, si ricevano ascolto o informazioni e, perché no, anche offerte di formazione e di arricchimento personale al di là dell’impegno politico. Se sapremo mettere in campo tutto questo, il tema di come selezionare meglio la classe dirigente si risolverà a cascata. Perché è inutile negarlo: il voto in certe aree del Paese non si spiega solo con le proposte degli altri partiti, ma anche con l’inadeguatezza della nostra classe dirigente (per usare un eufemismo).

Ci aspetta una lunga traversata nel deserto. Prima di scegliere il capitano, dobbiamo chiarirci le idee sulla destinazione finale. E dotarci di una bussola. Dopodiché, non resterà che mettersi in marcia. Senza fretta, ma senza sosta.

Un buon 2017 per la Basilicata

2017di Rocco Tolve

Auguri di un buon 2017.

La speranza, o se vogliamo la necessità, è che ci sia, finalmente, il cambio di paradigma tanto atteso.

Che la politica sia un po’ meno “politics” (dinamiche attuate dai partiti o gruppi di pressione per riuscire ad ottenere il potere politico) e decisamente più “policy” (gestire la cosa pubblica), e che lo sguardo sia puntato non più all’orizzonte temporale della prossima elezione, per la quale è necessaria una quotidiana creazione del consenso in modi più o meno banali, ma al futuro delle prossime generazioni.

Che poi, in fondo, è quello che gli amministratori della cosa pubblica dovrebbero fare: identificare gli scenari di sviluppo locale e globale del prossimo futuro, ed impostare un impianto legislativo di creazione del valore e sostenibilità nel lungo termine (su scala generazionale, appunto) cercando di risolvere o almeno calmierare i principali problemi socio-economici del territorio.

La situazione appare particolarmente sentita nella nostra Basilicata, dove vuoi per la crisi che ormai ci attanaglia da un lustro abbondante (ed in cui vista la fatica quotidiana si è portati, inevitabilmente, a concentrare i propri sforzi sul breve termine), vuoi per la virata particolarmente forte sulla “politics”, con gruppi, fazioni e correnti che fanno a braccio di ferro per accaparrarsi il pezzo di torta principale (accompagnato magari da buone bollicine…prosit!), si è ormai perso di vista l’obiettivo di lungo periodo.

Eppure, a guardare numeri e statistiche, le problematiche sembrerebbero ben chiare ed identificabili.

Sul sito http://www.istat.it/it/basilicata e sul portale http://www.istat.it/it/archivio/16777 sono disponibili gli indicatori per le politiche di sviluppo.

Alcuni dati sono estremamente significativi nella loro durezza.

Nel decennio 2006-2015

A) il tasso di disoccupazione giovanile è passato dal 31.9 % al 47.7%

B) La disoccupazione complessiva sul totale della popolazione dal 10.6% al 13.7%

C) l’incidenza della disoccupazione di lunga durata (persone in cerca di occupazione da oltre 12 mesi) è passata dal 57.4 % al 65.6%

D) il tasso di giovani NEET 15-29 anni è passato dal 23.9% al 28.7%

E) il livello di istruzione della popolazione adulta (% di popolazione 25-64 anni in possesso almeno di diploma superiore) è sceso dal 49.9% al 41.1%

in termini demografici, l’indice di vecchiaia (percentuale di over 65 rispetto agli 0-14) è passato dal 138% al 170%, e l’età media della popolazione regionale è passata da 41.9 anni a 44.7 anni.

Contemporaneamente troviamo nel 2015 un 25% di famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà, e complessivamente, quasi 230.000 abitanti a rischio di povertà o esclusione sociale (1).

(1)      L’indicatore è dato dalla somma delle persone a rischio di povertà, delle persone in situazione di grave deprivazione materiale e delle persone che vivono in famiglie a intensità lavorativa molto bassa. Le persone a rischio di povertà sono coloro vivono in famiglie con un reddito equivalente inferiore al 60 per cento del reddito equivalente mediano disponibile, dopo i trasferimenti sociali. Le persone in condizioni di grave deprivazione materiale sono coloro vivono in famiglie che dichiarano almeno quattro deprivazioni su nove tra: 1) non riuscire a sostenere spese impreviste, 2) avere arretrati nei pagamenti (mutuo, affitto, bollette, debiti diversi dal mutuo); non potersi permettere 3) una settimana di ferie lontano da casa in un anno 4) un pasto adeguato (proteico) almeno ogni due giorni, 5) di riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere l’acquisto di 6) una lavatrice, 7) un televisione a colori, 8) un telefono o 9) un’automobile). Le persone che vivono in famiglie a intensità lavorativa molto bassa sono invidividui con meno di 60 anni che vivono in famiglie dove gli adulti, nell’anno precedente, hanno lavorato per meno del 20 per cento del loro potenziale.

Mentre, nell’ambito della competitività e del tessuto imprenditoriale, abbiamo osservato:

I) Una riduzione degli investimenti fissi in percentuale del PIL dal 24.33 % del 2006 al 20.12% del 2013;

II) Una riduzione degli investimenti PRIVATI in % del PIL dal 21.45% al 17.87%;

III) Un numero di occupati nei settori manufatturieri ad alta tecnologia e nei servizi ad elevata intensità di conoscenza ed alta tecnologia pari a 3.000 (su 180.000 occupati nell’anno 2013, appena l’1.6%. In Lombardia la percentuale è del 4.93% con 212.000 addetti “hi-tech”, nel Lazio addirittura del 6.17% con 136.000 addetti hi-tech);

IV) Il tasso a sopravvivenza a tre anni delle imprese nei settori ad alta intensità di conoscenza è passato dal 63.2% del 2007 al 43.7% del 2014;

V) Un tasso di iscrizione netto nel registro delle imprese (iscritte meno cessate) passato dal +0.8% del 2006 al -0.7% del 2015 , risulta negativo anche il tasso netto di turnover delle imprese (differenza tra tasso di natalità e mortalità), -1.5% nel 2014. Si è passati da 32.207 imprese del 2006 (con picco di 32.855 nel 2008) a 30.747 nel 2014.

Si rileva dunque un quadro di estrema fragilità, di progressivo impoverimento, di invecchiamento della popolazione, complice anche dinamiche demografiche che portano i giovani ad emigrare fuori regione, ed un tessuto economico/produttivo debole, con riduzione degli investimenti pubblici e privati, numero di imprese e di occupati nei settori hi-tech estremamente basso, scarsa propensione al rischio di impresa ed elevata mortalità delle stesse, complice anche decifit strutturali ed infrastrutturali (in reti sia fisiche che virtuali), che riducono la mobilità, l’incontro e lo sviluppo di persone, merci, idee, da cui possono nascere le soluzioni ai problemi di oggi e le idee per i settori economici portanti del domani.

In verità i problemi, già di per sé gravi, hanno conseguenze che si riverberano appunto su scala generazionale, ai quali la “policy” dovrebbe porre rimedio, prima che la nostra Regione si incammini in una spirale di declino inarrestabile, ed al proposito possono essere utili un paio di esempi.

L’elevato numero di famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà (25%), ed i numerosissimi abitanti a rischio povertà o esclusione sociale (oltre 200.000), sono spesso costretti a privazioni significative, in termini di alimentazione, di cure mediche, di istruzione o di sviluppo cognitivo e attività ludico-ricreative. Queste privazioni in particolar modo sui figli, e nei primi anni di vita dei bambini (anche a causa dei forti stress ambientali durante i quali il flusso di informazioni verso la corteccia prefrontale si interrompe, riducendo anche la creazione di sinapsi) riducono significativamente lo sviluppo cerebrale, cosa ormai accertata universalmente nelle neuroscienze vista la vivacissima neuroplasticità del cervello dei bambini, che vengono privati di stimoli, cure e attenzioni, ed energie. Si è dimostrato che il volume cerebrale di bambini che hanno vissuto al di sotto della soglia di povertà è dall’8 al 10% inferiore, in età adulta, rispetto a pari età che non hanno dovuto subire le medesime privazioni, ed i risultati in test intellettuali, i salari massimi ai quali possono giungere e la produttività lavorativa risulta, in modo analogo, inferiore.

(cfr https://www.scientificamerican.com/article/poverty-disturbs-children-s-brain-development-and-academic-performance/ ; https://www.scientificamerican.com/article/poverty-shrinks-brains-from-birth1/ )

È pertanto necessario fare il possibile, in termini di sviluppo della regione nel lungo periodo, per ridurre la percentuale di adulti in povertà o a rischio esclusione, o qualora questo non fosse possibile in maniera drastica fin da subito, provare a garantire ai bambini nella fascia 0-6 anni il miglior supporto possibile in termini di educazione, supporto e sviluppo.

È un processo che necessità appunto di “policy”, e senza allontanarci troppo verso i paesi nordici come Danimarca, Svezia, Norvegia, dai quali purtroppo siamo distanti anni luce, abbiamo all’interno del nostro territorio nazionale esempi di amministrazioni che hanno dedicato una porzione consistente del bilancio allo sviluppo psico-fisico, culturale ed educativo dei bambini. È il caso di citare la città di Reggio Emilia, che stanzia ogni anno oltre il 20% del proprio bilancio per il percorso educativo e formativo dei bambini 0-6 anni. Non si tratta di approccio del tipo “politics”, i bambini non hanno diritto di voto e non possono “ricambiare” il favore dei fondi stanziati per loro, ma piuttosto di buona policy, lungimirante, le cui conseguenze si misurano su una scala temporale generazionale.

(Altra problematica analoga riguarda l’effetto dirompente e devastante che avrà fra 25-30 anni il metodo pensionistico contributivo, in cui la prestazione previdenziale dipende dalla quantità di contributi versati, unita alla disoccupazione durante la quale, per sua stessa natura, non viene versato alcun contributo, e che genererà una numero spropositato di pensionati sotto la soglia di povertà. La cosa, unita al fatto che ad oggi le famiglie costituiscono il principale ammortizzatore sociale dei giovani disoccupati, può avere un effetto sociale devastante; ma chiaramente argomenti di tale portata vanno trattati in sede nazionale e non regionale).

Il secondo esempio riguarda chiaramente l’andamento demografico, con riduzione della popolazione ed incremento dell’età media e dell’indice di vecchiaia. La mancanza di un tessuto economico produttivo forte, e di investimenti mirati su cluster tematici, ha fatto sì che la crisi economica globale colpisse in maniera più forte qui da noi. L’elevato livello di disoccupazione, in particolar modo quella giovanile, e la mancanza di misure di impatto sul problema, ha generato un flusso migratorio di giovani, in particolar modo quelli con formazione universitaria e post-universitaria, con il risultato di drenare competenze e professionalità fuori dalla regione, di innalzare la vita media e l’indice di vecchiaia della popolazione residente.

La cosa, senza misure significative per invertire la tendenza, avrà come conseguenza una riduzione della forza lavoro specializzata e di creazione di imprese con elevato livello di conoscenza, una riduzione generale del tessuto economico produttivo, ed un contemporaneo aumento delle spese socio-assistenziali per gli anziani, con conseguente taglio di risorse su altri settori.

Dei pochi giovani che restano, alcuni diventano NEET, talmente scoraggiati dallo stato di fatto delle cose da non cercare neanche più occupazione, rifugiandosi negli ammortizzatori sociali garantiti dalla famiglia, alcuni entrano nel sistema della “politics”, provando tramite l’aspetto relazionale ad ottenere un piccolo posto o contratto di lavoro nel pubblico, ma chiaramente non è in grado di invertire la tendenza complessiva, e una piccola percentuale prova ad andare avanti, creando e rischiando in prima persona nel settore privato, o da dipendente, o mettendosi in proprio.

Una buona policy dovrebbe avere l’obbligo morale di invertire questa tendenza, concentrandosi sulla creazione di lavoro, sul provare a far rientrare i cervelli in fuga, o, nel caso peggiore, a non farne partire altri nel prossimo futuro.

Abbiamo le basi su cui partire. Un capitale umano straordinario, con alcune competenze di assoluta eccellenza. Centri di ricerca di caratura nazionale (Università, CNR), alcuni poli industriali di primissimo livello (Fiat-SATA a Melfi).

Serve una visione, quello che la buona politica dovrebbe avere.

Possiamo provare ad esempio ad investire in maniera significativa in ambito fin-tech, una volta completata l’infrastuttura di banda larga ed ultralarga sul territorio regionale.

Possiamo sfruttare il polo fiat-sata, alcune competenze interne all’Università, ed eventuali partnership (ad esempio con Pisa), per creare un polo avanzato di robotica e meccatronica, grazie al quale sarà possibile rilocalizzare nel nostro paese le industrie 4.0. Chiaramente essendo la robotica un’attività piuttosto capital intensive ma poco labour intensive, non genererà un significativo numero di posti di lavoro “generalisti”, ma un numero ridotto di competenze piuttosto specifiche. L’investimento è però in grado di generare un vantaggio competitivo nell’evoluzione del lavoro industriale.

Un numero significativo di posti di lavoro, perlatro non sostituibile nel medio periodo da intelligenze artificiali, importante nella nostra regione, e che avrà uno sviluppo nei prossimi decenni, è quello dei servizi alla persona (sanitari, socio-assistenziali, di supporto e di servizio) su cui la regione dovrebbe puntare in modo forte.

E poi vi sono chiaramente gli altri due cluster, quello energia e ambiente (che necessita di un articolo a parte) e quello dell’osservazione della terra sul quale si può procedere con investimenti piuttosto mirati.

Penso ad esempio alla civionica, la branca dell’ingegneria civile (quindi su strutture e infrastutture) che si occupa di structural health monitoring, controlli e monitoraggi su strutture ed infrastrutture esistenti (il mondo delle costruzioni nei prossimi decenni è destinato a muoversi sempre più verso la gestione e manutenzione del patrimonio edilizio ed infrastrutturale esistente) con sensori e sistemi di controllo da remoto, interfacciati su piattaforme e sistemi SDI (spatial data infrastructure) per la loro gestione, programmazione e manutenzione in tempo reale; oppure alla difesa del territorio dal rischio sismico e idrogeologico.

Ci sono diverse idee possibili, ma è importante che la POLITICA locale inizi ad avere una visione di lungo termine, un approccio da seguire senza disperdere tempi, risorse, e senza lotte interne per il “controllo” di un territorio che altrimenti rischia di dissolversi senza avere più molto da “controllare”. C’è bisogno di idee, competenze, e di una politica che si rinnovi. BUON 2017.

Ing. Rocco Tolve

“Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno.”                                                       Antonio Gramsci

6 Ottobre, Roma: “La Politica tra Riforme e Progetti”

innovatori-europei-locandina-politica-riforme-progetti-edit3

Link alla pagina Facebook dell’iniziativa

Dopo lo scorso convegno di Settembre 2015 sul Mezzogiorno protagonista tra Europa e Mediterraneo, che ha contributo al Master Plan per il Sud, nell’ultimo anno gli Innovatori Europei si sono concentrati sul tema della Forma Partito, dentro e fuori la omonima Commissione istituita nel Partito Democratico, provando ad orientare il dibattito sull’importanza di un Partito – ma più in generale di partiti – aperto e scalabile attorno alla realizzazione di “Progetti” condivisi, veri collanti di un dialogo territori e istituzioni centrali, unici attrattori di sano consenso, in un periodo caratterizzato da così alta disaffezione per la politica.

Nel pieno del dibattito sul Referendum Costituzionale di autunno, che propone la approvazione di importanti modifiche al sistema istituzionale, che aprono il Paese ad una fase di nuova progettualità si è dunque scelto di dedicare il prossimo convegno annuale a “La Politica tra Riforme e Progetti“.

Il convegno è organizzato dal Comitato #BastaunSì di Innovatori Europei e si terrà il 6 ottobre 2016 dalle 9.30 alle 14 presso la Sala delle Conferenze del Partito Democratico, in Via Sant’Andrea delle Fratte a Roma –

Per partecipare: infoinnovatorieuropei@gmail.com

Link alla pagina Facebook dell’iniziativa

Link al Resoconto del Convegno La Politica tra Riforme e Progetti

 

Innovazione e investimenti per non finire come il Messico

di Romano Prodi su Il Messaggero

Mariachi Band Performing with Violins ca. July 1991 Puerto Vallarta, Mexico

Mariachi Band Performing with Violins ca. July 1991 Puerto Vallarta, Mexico

Riflessioni fiduciose e constatazioni amare sono state al centro dell’Assemblea annuale della Confindustria. La fiducia è nella constatazione che molte tra le imprese esportatrici sono state capaci di trasformarsi e, crescendo, si sono adeguate alle dure regole della globalizzazione.
Le constatazioni amare riguardano invece il fatto che, dopo una lunga crisi, la risalita è ancora “modesta e deludente” e, soprattutto, che la produttività del sistema Italia e dell’industria manifatturiera non tengono il passo con gli altri grandi paesi europei.
Alla perdita di velocità del sistema produttivo si è inoltre accompagnato un processo di selezione che ha provocato la scomparsa di quasi un quinto delle nostre aziende e di un peggioramento generale dei risultati economici delle imprese.
Il Presidente della Confindustria e il Ministro dello Sviluppo hanno accompagnato la lettura di questi dati con una serie di proposte destinate ad agire favorevolmente sulla dimensione delle imprese, sulle regole di governo delle imprese stesse, sull’alleggerimento del loro peso fiscale, sugli incentivi agli investimenti e su un rapporto più costruttivo con le banche e con la Pubblica Amministrazione.
Misure non solo utili ma necessarie per dare corpo ad una “risalita” finalmente robusta e veloce sulla quale tutti noi facciamo conto.
Alcune riflessioni aggiuntive sono tuttavia necessarie per capire quali sono gli elementi di fondo che rendono difficile questa “risalita”.
Partiamo da un dato molto semplice ma sorprendente. La lunga crisi di produttività ( e quindi di efficienza) del nostro sistema produttivo e la contemporanea crisi mortale di tante aziende sono state infatti accompagnate da un ottima tenuta della nostra bilancia commerciale, largamente attiva nel settore manifatturiero. Tutto questo mette in rilievo che, pur nella scomparsa delle nostre grandi imprese, abbiamo, centri di eccellenza che, nonostante tutti i nostri limiti, si affermano nei mercati internazionali vincendo i concorrenti tedeschi, cinesi e americani.
Se, nonostante queste affermazioni, la produttività non aumenta, questo significa che una parte troppo grande del nostro sistema economico non è capace di trasformarsi e vive cercando nicchie di mercato interno che si vanno sempre più restringendo, proprio per il cattivo andamento dei nostri consumi e dei nostri investimenti e per la pervasività della globalizzazione.
Se a questi dati aggiungiamo quelli che l’ISTAT regolarmente ci fornisce riguardo alla fortissima crescita dell’economia illegale, ci troviamo di fronte a un’economia italiana sempre più anomala rispetto a quella degli altri paesi europei.
Usando l’esagerazione come strumento didattico Alberto Forchielli, in un recente confronto televisivo, traeva le conseguenze di questi dati affermando che l’Italia si va orientando verso una struttura simile a quella del Messico, dove convivono tre diverse organizzazioni economiche. Una prima formata da imprese eccellenti che sfidano i mercati internazionali, una seconda che opera in un mercato informale, sfruttando le imperfezioni del mercato e utilizzando mano d’opera scarsamente specializzata ed ancora più scarsamente garantita e remunerata. Infine una corposa parte del Paese vive nell’evasione delle regole e nell’illegalità.
Non credo che questo sia fatalmente il nostro destino ma penso che le tendenze che ci portano verso di esso debbano essere combattute con ogni mezzo, affermando in ogni circostanza la maestà della legge e operando sulla preparazione delle risorse umane che sono alla base del successo di ogni paese moderno.
La lettura della realtà non è invece consolante perché i confronti sull’efficacia dei sistemi scolastici ci trovano costantemente in coda, intere realtà del paese operano sempre più nell’ombra e i dati sul progresso dell’illegalità e sulla penetrazione della criminalità nella vita economica e amministrativa sono allarmanti. Credo tuttavia che noi abbiamo ancora la capacità di reagire con successo, dimostrando di avere obiettivi comuni e condivisi.
Il compito di dettare e di imporre la rotta per vincere la sfida spetta naturalmente al governo ma, come si usa dire in Gran Bretagna, la regina si aspetta che ciascuno faccia il proprio dovere.
Dato che queste riflessioni partono dall’analisi di quanto è stato detto nell’assemblea della più autorevole rappresentanza del mondo industriale voglio quindi aggiungere che, mentre mi sono amareggiato ma non sorpreso di vedere molte delle nostre più grandi e floride imprese cadere in mani straniere, mi sono amareggiato e sorpreso nel vedere che i ricavi di queste vendite non sono stati per niente investiti nel fare progredire le nostre strutture produttive.
Dobbiamo cioè concludere che se i generali sentono il dovere di combattere, nemmeno gli incitamenti della regina saranno certo in grado di farci vincere la durissima battaglia che deciderà il nostro futuro.

Il lettone girevole ed i politici bulimici

Giuseppina Bonaviri

 

di Giuseppina Bonaviri

 

Emerge con chiarezza , dalle notizie che corrono e dalle tante voci sussurrate, che ormai tutto è convenuto per le prossime amministrative locali considerando che, tra l’altro, a breve scadrà il mandato per gli amministratori del capoluogo frusinate ed in attesa della nuova corsa alle regionali. Il dato è tratto!

Due i macro argomenti che si intrecciano: il primo riguarda la questione sempre emergente delle non-scelte nelle mani dei soliti noti, l’altro le sovrapposizioni tra i vari attori, partiti e correnti – il cosiddetto partito della nazione o cicli e ricicli storici?- Sembrerebbe più una catena di montaggio che il carattere collegiale di un processo democratico e decisionale da agire localmente e necessario al popolo ciociaro.

Questo scenario si scontra con il reale bisogno di indirizzi strategici operativi e di programma e con l’esigenza fortemente sentita di una solidità sociale quale fondo di garanzia alla crisi in atto. Appare chiara la carenza di una architettura, da parte di chi governa, a mettere le basi per soluzioni alternative. Il lettone girevole e a più piazze dove, in un’unica ed indistinta ammucchiata, si trovano distesi politici bulimici, amministratori miopi, eletti impotenti, buoni per tutte le stagioni è il simbolo della decadenza che vogliono imporci. Costoro, obbedendo solamente all’inesorabile principio del piacere narcisistico ed ignorando l’esistenza delle leggi della logica e della rappresentazione dei valori -che mai saranno svendibili- son divenuti atemporali ed apparentemente invulnerabili.

Chi coordina, fuori da ogni retorica, la partecipazione e l’impegno della base e della cittadinanza attiva? chi getta il cuore oltre l’ostacolo per difendere e proteggere la ricchezza di un popolo tanto martoriato? chi arresta il malcostume? chi ammonisce corrotti e corruttori se di tutt’una erba si fa un fascio? chi riconosce l’urgenza di sostenere programmi adeguati per le future generazioni tanto vulnerabili ed esposte? chi permette al dissenso di esprimersi senza ricattati? chi riconsegna autonomia morale ed autorevolezza all’entroterra provinciale? La marcia è lunga.

Il Maestro Sigmund Freud in uno dei suoi tanti capolavori “ Psicopatologia della vita quotidiana” parla dell’esistenza di “esseri perversi polimorfi” e di loro azioni ed atti mancati, di falsi ricordi e di dimenticanze, di deja vu e di lapsus, di disfunzioni mnestiche, di rimossi e negazioni riuscendo a rappresentare ed attualizzare la rozzezza- mollezza di una classe dirigente avvezza solitamente ad azzannare con le sue voraci fauci e a derubare con le sue lunghe ed affilate mani, nulla lasciando all’altro ed alla storia.

Ed ecco allora che la mission di chi come me, intellettuale ed innovatrice indipendente, impegnata da sempre in frontiera rimane per il bene comune, per la best practice, vicino alla gente comune. Sono consapevole che mai verranno meno coraggio, determinazione, etica , credo, onestà a supporto di libere idee, merito, talento. Continueremo a coniugare metodo e rigore in un percorso progettuale già in essere necessario al rilancio, alla competitività , alla rigenerazione del nostro territorio, a favore della discontinuità e del tanto auspicato e necessario cambiamento.

Chimica, ultima chiamata per l’Italia: senza “big player” non c’è futuro

di Leonardo Maugeri su la Repubblica – Affari & Finanza del 4 aprile 2016

L’Eni si avvia a vendere Versalis, ovvero quel che rimane della grande chimica italiana, sollevando interrogativi e preoccupazioni. Per molti dovrebbe rinunciare all’operazione e impegnarsi essa stessa nel rilancio della chimica, evitando di cederla a un soggetto finanziario straniero piccolo e senza una storia di grandi operazioni alle spalle; per altri, la vendita a un soggetto apparentemente interessato a occuparsi davvero di chimica è di per sé una buona cosa, indipendentemente dalla nazionalità e dalle dimensioni del soggetto stesso. Per altri ancora l’Eni dovrebbe impegnarsi nella ricerca di acquirenti con le spalle più larghe.

A rendere più teso il confronto c’è poi la storia di speranze e fallimenti, parabole politico-industriali, successi, follie e malversazioni proprie della chimica italiana – ma anche una domanda che aleggia come una Spada di Damocle: è ancora “strategico” per un paese avanzato avere un’industria chimica forte, incentrata su un grande soggetto nazionale e in grado di catalizzare lo sviluppo di tante piccole e medie imprese? Affrontare questi temi richiede di ripercorrere brevemente il passato, per poi guardare alla realtà presente e alle possibilità del futuro.

LA STORIA. Quello che oggi rimane della chimica Eni non è stato il frutto di un disegno industriale perseguito dall’Eni stessa. All’inizio, negli anni ’50, il suo sviluppo scaturì soprattutto dalla insensata competizione tra Enrico

Mattei e l’industria privata che lo avversava – a partire dalla Montecatini, che della chimica italiana rappresentava la vera eccellenza (dalla Montecatini vennero, tra l’altro, alcuni dei fertilizzanti chimici di Giacomo Fauser che rivoluzionarono l’agricoltura, e il Nobel per Giulio Natta per quello che commercialmente sarebbe passato alla storia come Moplen). Purtroppo, la guerra tra Eni, Montecatini, Edison e altre società portò alla moltiplicazione di impianti troppo piccoli, spesso costruiti in aree contigue, già deboli a livello internazionale ma capaci di canniba-lizzarsi l’un l’altro. A fare le prime spese di quella guerra fu la migliore, la Montecatini, risucchiata dalla Edison nell’operazione da cui nacque Montedison (1966). La competizione andò avanti, alimentata oltremodo dalle leggi che incentivarono l’industrializzazione delle aree depresse del Paese – soprattutto al sud e nelle isole: siti industriali che non avevano alcun senso economico e logistico sorsero come funghi, mentre gli operatori rimanevano comunque troppo piccoli. La crisi economica degli anni ’70 mandò tutto in frantumi. Società private che avevano beneficiato di copiosi finanziamenti pubblici – come la Sir di Nino Rovelli o la Liquigas di Raffaele Ursini – andarono a gambe all’aria, insieme a società più piccole. Per ovviare al disastro occupazionale, fu imposto all’Eni – allora ente di stato – di incorporare i siti petrolchimici delle società fallite (mentre i loro proprietari, finiti in guai giudiziari, fuggivano all’estero con un cospicuo bottino). Molti dei siti petrolchimici ancora in capo all’Eni sono l’eredità di quell’imposizione di stato, cui sono legati anche gli oneri di danno ambientale e risanamento che ancora oggi gravano sull’Eni stessa. Tra gli anni ’80 e i primi anni ’90, poi, si ebbero altre operazioni insensate – culminate nella disastrosa fusione tra Eni e Montedison da cui nacque Enimont, la “madre di tutte le tangenti” dell’era Tangentopoli. L’impatto economico di quelle operazioni fu devastante, tanto da rischiare di far deragliare l’intera Eni agli inizi degli anni ’90.

IL MOSTRO. Non si può prescindere da questa storia di lacrime e sangue per valutare il successivo atteggiamento dell’Eni post-Tangentopoli nei confronti della chimica. Per quanto vi fossero dei gioielli che meritavano attenzione, l’impulso immediato di chi aveva attraversato tutte quelle vicende fu di disfarsi dei tanti pezzi senza andar troppo per il sottile – anche perché la chimica rimaneva oggetto di continue interferenze politiche, rappresentando un bacino di voti e di affari sul territorio (cosa che, per esempio, non valeva per gas e petrolio). In breve, la chimica divenne una sorta di “mostro” da confinare in un angolo remoto come un malato da accompagnare a lungo in una lenta eutanasia. Negli stessi anni, d’altra parte, l’Eni cominciò a volare, macinando utili crescenti e perfino impressionanti fino alla prima metà degli anni 2000 – quando il greggio stava a livelli di poco superiori a quelli di oggi: nel 2005, con un prezzo medio del greggio di 54 dollari a barile l’utile netto dell’Eni fu di 8.8 miliardi di dollari – un record ineguagliato rispetto al valore del greggio. Nel frattempo, però, l’ordalia della chimica Eni continuò, con vendite continue di altri pezzi, perdite sanguinose, massicce ondate di tagli dei costi e razionalizzazioni. Parlare di grande chimica italiana in riferimento a quella dell’Eni, pertanto, è fuori luogo. Eppure, sebbene offuscata dai tanti problemi di siti petrolchimici critici (ritornerò su questo tema), essa ha mantenuto la co-leadership mondiale nelle tecnologie per gli elastomeri (gomme sintetiche) e gli stirenici (una delle maggiori categorie di plastiche), ricercatori e manager di eccellente livello, lavoratori tra i più competenti, dediti e appassionati che l’industria italiana conosca. Avendo ben presente la realtà con le sue tante ombre, è da queste luci che bisogna ripartire se si vuole pensare ancora a costruire una chimica italiana grande e di successo.

IL RUOLO DELLA CHIMICA. Al di là dell’information technology, tutti i più grandi cambiamenti nelle economie avanzate riguardano settori (dai nuovi materiali all’energia, dalle biotecnologie all’ambiente, e via dicendo) che hanno in comune l’incrocio tra chimica, fisica e ingegneria – un intreccio che è tipico della grande industria chimica. Da questo intreccio deriva una possibilità infinita di fertilizzazioni incrociate: sovente, studiando molecole per un certo uso, se ne scoprono altre per impieghi che non si erano nemmeno immaginati, e si aprono campi completamente nuovi di applicazione industriale. In teoria, questo è possibile anche per gruppi di ricerca indipendenti o piccole e medie imprese italiane, che nel tempo hanno dimostrato eccellenza nell’innovazione. Il loro problema è come finanziare e sviluppare le fasi successive all’invenzione uscita dal laboratorio.

PICCOLO NON È BELLO. Il primo ostacolo si presenta già al momento di coprire con brevetti internazionali l’invenzione che, per molti, presenta già costi insormontabili. Le difficoltà aumentano esponenzialmente nel momento in cui l’invenzione deve essere testata su un progetto pilota – un piccolo impianto il cui costo può raggiungere qualche decina di milioni di euro. Gran parte delle piccole imprese italiane è costretta a arrendersi. Infine, se il progetto pilota supera l’esame, è necessario passare alla prima applicazione su scala industriale, che può comportare investimenti anche dell’ordine di molte decine o di qualche centinaio di milioni. Questo percorso accidentato può spianarsi quando il “piccolo” può contare su un grande partner industriale, con cui abbia facilità di relazione e sintonia culturale: il primo diventa il volano del secondo, magari tramite un’alleanza in forma di joint venture. Per questo nel mondo anglosassone i grandi gruppi industriali vengono considerati uno dei “pilastri” dello sviluppo tecnologico di un sistema paese, sia che facciano ricerca in proprio o fertilizzino quella di terzi. Questo stesso modello fu sperimentato, con straordinario successo, negli anni gloriosi della Montecatini. Le tante invenzioni rivoluzionarie di Fauser furono sviluppate attraverso una joint venture tra la piccola società creata da Fauser stesso – che aveva pochi mezzi – e la Montecatini, guidata allora dal genio di Guido Donegani, che fornì a Fauser risorse finanziarie e quant’altro necessario per il successo finale. Per tutte queste ragioni, penso che una grande industria chimica italiana potrebbe fornire un contributo importantissimo allo sviluppo economico e industriale futuro del nostro Paese. Ma il percorso non è facile.

L’EUROPA AI MARGINI. La chimica sta vivendo una rivoluzione che lascia l’Europa ai margini. Da un lato, Stati Uniti e Golfo Persico, avvantaggiati dalla disponibilità di materia prima a basso costo, stanno costruendo impianti di grande scala che aumenteranno l’offerta di prodotti nei prossimi anni – col rischio di esportazioni a basso costo che potrebbero abbattersi anche sull’Europa. Lo stesso avviene in Asia, e soprattutto in Cina – in questo caso, per far fronte a una domanda interna che cresce in modo rigoglioso e necessita comunque di importazioni. La speranza dei produttori europei è che l’export americano e mediorientale si indirizzi verso l’Asia senza compromettere la già minor competitività di gran parte della petrolchimica europea – che non dispone di materia prima in loco né di una forte domanda interna. La situazione dell’Italia è ancora peggiore.

I SITI ITALIANI. Molti siti petrolchimici italiani – a partire da quelli dell’Eni – sono piccoli e non integrati con quelli di raffinazione; talvolta la logistica è pessima. Alcuni aspetti assurdi della nostra legislazione, in gran parte derivanti da inaccettabili oneri di sistema, rendono i costi dell’energia (una delle componenti più importanti dei costi di produzione) i più alti d’Europa. Le normative ambientali sono così severe e onerose (per chi intende rispettarle) da rendere impossibile un risanamento di aree inquinate simile a quello realizzato dalla Germania nel bacino della Ruhr – che Berlino vanta sempre come esempio da seguire. Lo stesso apparato normativo italiano rende arduo realizzare investimenti in tempi accettabili anche all’interno di siti industriali già esistenti: troppe autorità (nazionali, regionali, locali) si sovrappongono con poteri di autorizzazione o di veto. Cito sempre un esempio: nell’anno e poco più in cui fui a capo della petrolchimica Eni mi venne presentata una lista di ben 51 (!) autorizzazioni necessarie per sostituire una piccola centrale elettrica (delle dimensioni di due roulotte) in un sito di interesse nazionale; se tutto fosse andato bene, sarebbero occorsi tre anni e mezzo per averla in funzione.

COME RICOSTRUIRE. Per tutte queste ragioni, occorre grande realismo nel pensare al futuro della chimica italiana, evitando improvvisazioni e – soprattutto – pericolosi voli di Icaro. Eppure un futuro di successo è possibile, lavorando su tre pilastri. Il primo, naturalmente, è costituito dalla ricerca e dallo sviluppo tecnologico – che già a breve, ma soprattutto a medio-lungo termine, possono rivitalizzare completamente la chimica. Si tratta però di indirizzare bene la ricerca, di collegarla alle necessità del mondo che cambia rifuggendo dallo slogan sterile per cui la ricerca è sempre utile. Il secondo pilastro, che è parte del primo, è la chimica verde, potenzialmente capace di garantire all’Italia una leadership internazionale, essendo ancora un settore di nicchia con molti concorrenti ma senza protagonisti già definiti. Anche in questo caso, però, attenzione ai facili slogan e a entusiasmi ingiustificati: parliamo di un futuro a medio-lungo termine. E’ bene ricordare, infatti, che occorrono almeno 5 anni per passare da un’idea a una realizzazione industriale. Se tutto va bene, pertanto, una solida transizione verso la chimica verde richiede almeno un decennio, forse più: come tutte le nuove frontiere, infatti, la chimica verde sembra avere a portata di mano cose che non lo sono, e purtroppo vengono spesso sbandierate come possibili già oggi da chi poco comprende di processi chimici o di evoluzione dei mercati. Gettarsi a capofitto in queste vere e proprie trappole significherebbe bruciare risorse per la ricerca e per investimenti che meritino davvero d’essere effettuati.

IL FUTURO. La costruzione del futuro fondata sui due pilastri che ho appena sintetizzato, tuttavia, passa inevitabilmente dal puntellare e mettere in sicurezza un terzo pilastro – che sorregge anche i precedenti. È quello che presenta le maggiori difficoltà, essendo costituito dai siti petrolchimici esistenti, con i loro problemi e le loro opportunità: senza gestirli al meglio, senza fare tutto ciò che è necessario per renderli più competitivi nell’ambito del possibile – magari con sviluppi e riconversioni mirate in modo chirurgico, ove conveniente – tutto il sistema che ho prefigurato imploderebbe, perché le perdite della chimica tradizionale toglierebbero ogni possibilità di sviluppo alla ricerca, alla tecnologia e alla chimica verde. Pensare di ricostruire una chimica italiana di grande valore mondiale partendo da quello che rimane oggi nell’Eni è quindi difficile, ma possibile. Per farlo, però, occorrono conoscenza adeguata delle specificità spesso assai singolari del sistema italiano e visione strategica globale, fede nell’innovazione continua, grande conoscenza di processi e impianti industriali complessi. Occorrono, soprattutto, una passione e un’anima imprenditoriali già declinati in un record comprovato di salvataggi quasi impossibili di realtà industriali che sembravano prossime al capolinea. La porta è strettissima, ma credo (e ho sentore) che ci siano ancora soggetti nazionali in grado di gettarsi in questa missione. Viceversa, tendo a pensare che essa rappresenti una proposizione impossibile per un piccolo fondo semisconosciuto, con pochissime persone e mezzi finanziari, senza una tradizione di grandi e importanti operazioni industriali alle spalle. Qualunque sia la sua nazionalità.

Sostieni Innovatori Europei
News da Twitter
News da Facebook