Politica
Bersani: Patto progressisti e democratici per l’Italia. Primarie entro l’anno, mi candiderò
Bersani, un patto dei Democratici e Progressisti per l’Italia. “Lo propongo non solo ai partiti di un centrosinistra di governo ma ad associazioni, movimenti, liste civiche, sindaci e amministratori, singole personalita’. Un patto per la ricostruzione e il cambiamento. ..Si proceda entro l’anno a primarie aperte per la scelta del candidato dei Democratici e Progressisti alla guida del paese. Io mi candido.”
Se in un sommovimento così profondo, se in acque cosi mosse, qualcuno pensa che il compito nostro sia quello di giostrare sugli accorgimenti tattici o sui rapporti politici o perfino sui temi programmatici, si sbaglia. Sono cose che ci vogliono ma che da sole non arrivano a grande parte della popolazione. Il sommovimento è molto, molto profondo. “Tocca a noi” vuol di re tocca a noi giocarcela e investire il consenso che abbiamo sul punto principale della questione, il punto che sta fra politica e popolo, che sta nella faglia che si è aperta fra grande parte dei cittadini e il sistema e che nel profondo, secondo me, è un bisogno di sentirsi comunità e l’impossibilità di esserla: perché la grande traduttrice, colei che traduce l’individuo nella comunità, e cioè la politica, ha ormai un suono che tantissima gente non sente. Quindi noi non staremo fermi. Ci muoveremo. Non lasceremo erodere il consenso che abbiamo, lo investiremo rischiando qualcosa, come succede sempre per un investimento.
Ecco dunque il percorso che vi propongo e che è organizzato su tre punti.
Primo punto. Per intervenire su quella faglia, su quella frattura bisogna cominciare dalla legge elettorale.
Adesso basta. Districhiamo il nodo che si è avviluppato fra riforma elettorale e costituzionale. Il Semipresidenzialismo non è la nostra opzione. Noi siamo per un sistema parlamentare riformato, semplificato e rafforzato, per un ruolo forte del Governo e per una preziosa funzione di equilibrio del Presidente della Repubblica. Naturalmente il semipresidenzialismo è una posizione legittima, ma non è comunque percorribile in questo scorcio di legislatura. Lo stesso PDL nei suoi emendamenti riconosce l’esigenza di leggi di attuazione non banali (a cominciare ad esempio dal conflitto d’interesse) e che non potrebbero essere lasciate fra le varie ed eventuali. E per favore, non si mostri di voler proseguire l’iter o far finta di proseguirlo con qualche voto a maggioranza. In una situazione come quella in cui siamo sarebbe ridicolo. Abbiamo detto più volte e lo ripetiamo che per noi la prossima sarà una legislatura costituente. Siamo pronti a prenderci impegni su questo anche trovando assieme le vie ed eventualmente gli strumenti per formalizzare questo impegno. La legge elettorale sia quindi liberata da ogni condizionamento. Lo ripetiamo per noi (e non solo per noi!) il doppio turno di collegio ha una sua rinnovata attualità, dal punto di vista della percezione dei cittadini, della chiarezza politica, del contributo che può dare in termini di composizione e quindi di governabilità (questione che sta emergendo acutamente). Il doppio turno non è come è ovvio necessariamente connesso agli assetti costituzionali. Questa è la nostra proposta, che ribadiamo, sperando che si comprenda che non è per noi (noi avremmo più sicuri vantaggi da altre soluzioni) ma è per l’Italia. Detto questo, noi non aggiungiamo: o è così o ci teniamo il porcellum. Se qualcuno di noi lo pensasse (e non lo credo) dovrebbe avere la bontà di dichiararlo. Non possiamo permetterci che ad ogni passo di mediazione parta l’accusa di volerci vendere l’anima. Io ribadisco il no al porcellum che considero una causa principe del distacco dei cittadini e che non ha consentito la governabilità. Considero peraltro che i tempi ormai sono molto molto stretti. Alfano ha detto: tre settimane! Gli rispondo: bene, tre settimane e si decide se c’è l’accordo o no e lo si decide all’aperto. I nostri paletti concettuali sono chiari:
1) basta liste bloccate. Per noi la strada maestra sono i collegi.
2) massima attenzione alla governabilità e quindi alla possibilità dei cittadini di pronunciarsi utilmente sull’indirizzo di governo. Ai primi di luglio dobbiamo sapere con ragionevole certezza la soluzione. Chiedo quindi mandato alla Direzione per metterci al lavoro da domani con le altre forze politiche.
Il Secondo punto del percorso su cui ugualmente lavorare da domani è un UN PATTO DEI DEMOCRATICI E DEI PROGRESSISTI PER L’ITALIA.
E’una proposta che propongo di avanzare non solo ai Partiti di un centrosinistra di Governo ma ad Associazioni, Movimenti, Liste Civiche, Sindaci e Amministratori, Singole personalità che si riconoscono nel campo democratico e progressista. Un Patto, e cioè una Carta di intenti PER LA RICOSTRUZIONE E IL CAMBIAMENTO che delinei una idea di Paese alternativa alle pulsioni regressive e populiste a cui l’Italia e l’Europa sono esposte. Una carta di intenti in cui possano riconoscersi le chiavi essenziali del nostro progetto (la legislatura costituente e la riforma delle istituzioni e della politica; il lavoro e la conoscenza, la loro centralità; l’equità, il civismo, la legalità).
Una carta di intenti che significhi per tutti una forte assunzione di responsabilità verso il Paese, verso la sua salvezza e le sue esigenze di cambiamento e di riforma e verso le speranze della nuova generazione. Quindi un passaggio non formale ma sostanziale che seguiremo assieme già dai prossimi giorni.
Terzo punto. Io credo che sia giusto ed utile che sulla scorta di questo fondamentale Patto si proceda entro l’anno a primarie aperte per la scelta del candidato dei Progressisti e dei Democratici italiani alla guida del Paese.
Io mi candiderò, ma mi candiderò dentro a quel percorso e in una giornata di grande partecipazione costruita non per allestire generiche carovane o determinare questa o quella rendita di posizione ma per ricavare governabilità dalla partecipazione, per riconnettere politica e società, per mettere in movimento la forza dei progressisti e non lasciarla spettatrice di acrobazie altrui, spesso senza capo né coda; perché alla fine la democrazia è guardare la gente negli occhi e farla scegliere liberamente. Si dimostrerà che questo lo facciamo solo noi. O vogliamo forse disperdere un punto di forza, un punto distintivo così grande e così vero?
So di chiedere al mio Partito un atto di generosità e il coraggio di una sfida. Conosco bene le contraddizioni, i problemi che dovremo affrontare. Ma io ho sempre pensato che metterci al servizio di un processo più grande di noi non riduce né il ruolo né la forza del nostro Partito. Le accresce, semmai. Facciamo questo percorso con fiducia e sicurezza. La strada che abbiamo compiuto assieme dal Lingotto ad oggi ha avuto inciampi, problemi, difficoltà. Ma ci siamo. Siamo il principale Partito del Paese; siamo un Partito centrale, ma non nella geometria politica; siamo centrali nel rapporto fra politica e Paese. E’ questa la responsabilità da prenderci per essere davvero utili all’Italia.
Dall’oblio al risveglio
Da un lato ci sono i diritti dell’Uomo garantiti dalla Carta Costituzionale e dal diritto Comunitario: diritti umani e civili, diritto alla salute, diritto allo studio e al lavoro, diritto all’uguaglianza ed alla non discriminazione dall’altro la crisi che attanaglia il sistema coinvolgendo dimensione economica e sociale, interazione con l’ambiente, convivenza solidare, culturale, diritti e valori condivisi, esercizio democratico ed etico. Un deterioramento complessivo che vede nel tasso di disoccupazione il punto più drammatico e patologico dell’attuale processo metastatico nazionale (ultimo dato Istat 10,2% con un incremento del 2,2% su base annua di cui 35,9% giovani con un picco del 48,3% al sud e del 51,8% tra le giovani donne del Mezzogiorno ai quali vanno aggiunti i 3 milioni di inattivi disponibili).
Dunque necessitano nell’immediato nuove ricette per difendere e valorizzare collettività, sviluppo dei saperi, giustizia sociale, patrimonio industriale, sistema del welfare indebolito nelle tutele causa manovre finanziarie e speculative indiscriminate come del consumo-abuso delle risorse naturali.
Non quanto si produce ma come si produce, non cementificazione ma recupero, prevenzione e formazione nel sociale, lotta alla dispersione scolastica, sostenibilità, sburocratizzazione degli enti, servizi pubblici efficienti, etica della responsabilità, redistribuzione della ricchezza, dei diritti e dei poteri. Serve un modo nuovo di stare insieme per riconquistare spazi comuni e l’eccellenza nel nostro capoluogo come ovunque in Italia.
Le aggregazioni di volontariato possono diventare un trampolino di lancio per il recupero di stili di vita partecipativi nel tessuto comunitario e del welfare, di scelte volte ad un buon uso della politica dei territori dove il merito prevalga sui nepotismi e i localismi: in una parola il benessere. Questo anche tramite il protagonismo di tante donne finora rimaste ai margini, invisibili.
Si può operare fuori dalle istituzioni per stimolarle e non lasciarle cadere nell’inerzia delle proprie gerarchie costituite sapendo però che è all’interno di esse che lo stimolo deve trovare efficacia ed espressione. Il valore della Istituzione deve allora rimanere Alto in una visione progressista e moderna dell’agire che faccia prevalere il bene comune all’egoismo tattico o alle derive individualistiche così come libertà di pensiero civile prevalga ai “modellini” precostituiti e trasferiti mollemente in copia alla cittadinanza sempre più attonita.
Giuseppina Bonaviri
Rete Indipendente “Nuove idee nei territori”
Le liste civiche : dilemmi e opportunità
Quale reazione assumere davanti all’accresciuta popolarità del fenomeno delle liste civiche è assai difficile stabilire.
Le liste civiche non sono una novità nel nostro panorama politico ma mentre si può riconoscere l’utilità della loro funzione in ambito politico locale, oggi esse sono il sintomo del punto di crisi del modello organizzativo storicamente rappresentato dai partiti.
La lista civica adottata nelle elezioni locali è un valido surrogato della lista di partito. Esso è decisamente più permissivo di fronte a contaminazioni di programmi o di persone che, con elasticità più o meno accentuata, si rifanno a idee avallate dai partiti già da molto tempo.
In tale cornice la funzionalità delle liste civiche è facilmente comprensibile per l’ esistenza di problemi locali, difficilmente risolvibili con i criteri di rigidità connessi con i “fondamentali” delle posizioni di principio.
Il motivo principale della loro popolarità e del prevedibile prossimo accrescimento è senza dubbio enfatizzato dal successo imprevisto del movimento di Grillo nella recentissima competizione amministrativa : fenomeno che tuttavia è essenzialmente effetto più che causa della dilagante crisi di credibilità dei partiti.
La sfiducia generalizzata che investe il mondo politico tradizionale, in assenza di prospettive politiche convincenti ( anche il generoso ma disordinato tentativo di “Alba” stenta molto a decollare ) e manifestatosi nell’ elevato assenteismo, induce a individuare il ricorso alla lista civica come l’ unica possibile alternativa all’ ormai declinante “appeal “ di tutto l’ arco dei partiti politici in campo.
L’ ipotesi enunciata da Eugenio Scalfari, favorevole alla costituzione di una lista civica nazionale, da affiancare al Pd, è una implicita ammissione del suo stesso grado di crisi, e induce a ravvisare in essa l’unico antidoto, attualmente possibile, per allontanare un punto di precipitazione di tutto il sistema basato sulla pluralità dei partiti.
Ma forse non è dissociabile, nella teorizzazione di Scalfari, anche una seconda e più realistica considerazione.
Il Partito Democratico, almeno comparabilmente il più radicato nel territorio, ha nella sua struttura organizzativa la sua forza e la sua debolezza , per la naturale resistenza al cambiamento intrinseca ad ogni burocrazia, specie se di antiche origini e collaudate abitudini.
Molti cittadini, professionalmente affermati e politicamente sensibili allo stesso patrimonio storico e ideale ispiratore della sua fondazione, difficilmente trovano , nel Pd, accoglienza favorevole , senza il prezzo di una parziale rinuncia alla personale autonomia di pensiero e di azione.
Perchè dunque, pur nella consapevolezza del rischio di siffatta ipotesi, non osare e concepire proprio nelle liste cosiddette civiche una forma di sinergia competitiva di idee e programmi , felicemente convergenti e addizionabili, nel quadro della politica nazionale, e capaci di attrazione per quelle fasce di elettorato ora specificamente deluse dal Pd e dalla sua involuzione burocratica ?
Ma , è lecito obiettare, non significherebbe – tale scelta – il fallimento stesso della sua ragione originale ?
Gli Stati Generali del Mezzogiorno (nel mediterraneo) di Italia Camp
Pittella (PD): La Grecia va salvata, ne val del nostro futuro!
Intorno il deserto
di Giuseppina Bonaviri (IE Frosinone)
Incertezza ed insoddisfazione della società, partiti lottizzati e dunque svaniti, politici intercettati in una palude di sabbie mobili, voti di scambio tra quel che rimane delle macerie di una destra –sinistra- centro liquefatti, accordi sfumati e dissapori, comitati elettorali funzionali solo alla conservazione del potere di chi già ce l’ha, associazioni e fondazioni in corsa-retromarcia verso il 2013, astensionisti e antipolitici, soldi e poltrone, populismo e qualunquismo, alleanze corrotte e rotte ancor prima di entrare in azione. Alta alchimia politica o inconsapevolezza di una classe dirigente? Ed intanto un elettore su due rimane a casa “ tanto il voto non incide sulla vita quotidiana”. L’oscillazione del gradimento per i partiti è fissa intorno al 5% il che significa che in una democrazia rappresentativa su mille seggi parlamentari i partiti ne occupano oggi abusivamente 950. Il Pdl perde 28 punti sul 2008, il Pd 16.
Sembrerebbe, allora, in una lucida interpretazione del paese mortificato, vessato, allo sbando che per la prima volta le elezioni non le abbia vinte proprio nessuno. Questo avviene contemporaneamente e difformemente ai milioni di donne e uomini che affollano le piazze, agli indignati, ai precari, ai giovani senza lavoro, ai suicidi di tanti imprenditori, alle morti bianche, alla sofferenza sociale, ai sacrifici chiesti, alla nascita in Svezia, Olanda, Austria, Norvegia del movimento post-moderno dei Piraten che sta sconvolgendo il sistema dei partiti in Germania e che è approdato in Italia. Non possiamo non prenderne atto. L’ alternativa rimane quella di guardare avanti e non quella di chi pensa di sopravvivere stancamente al malessere senza farsene carico nell’illusione che l’autosufficienza di una classe conservatrice che non ha più ascoltatori prosegua imperterrita; la passione civile e politica e non l’apatia o la rinuncia o i furti amministrativi devono caratterizzare i prossimi mesi quelli di una campagna elettorale nazionale già avviatasi sulla via di veleni, frenate e rincorse, attendismi e profezie che avanzano come i vizi eterni di politici incancreniti e senza anima. Frosinone, in queste ultime amministrative, è apparsa inzuppata nel rancore, senza linfa vitale ( se non per il coraggio di rari gruppi privi dell’ appannaggio di padroni), senza nutrimento quello che invece ogni madre buona deve saper donare al proprio figlio dunque alla propria terra. Abbiamo assistito in diretta al peggio di cordate e pseudo coalizioni spentesi come fuochi fatui.
Eppure la risposta c’è: la politica dei territori non è riuscita a tradurre in chiave programmatica la spinta che viene dal basso uguale “ non c’è lavoro, non c’è equità ne solidarietà” e non ha saputo interpretare il futuro non essendo attrezzata alla modernità ma essendo rimasta ferma all’epoca dello schiavismo. Non possono interessarci i gradimenti personalistici, noi vogliamo guardare all’interesse dell’Italia una Italia che chiede speranza e non si fida più delle sempiterne facce che hanno lavorato alla disfatta di una intera civiltà.
Assuefazione e inganno non possono continuare ad essere leve di un auspicato cambiamento. Non c’è alternativa se non c’è cittadinanza. La democrazia è orizzontale.
Continuare a mortificare l’autenticità di un percorso proteso al cambiamento con trucchi ed inganni, con blocchi di potere che blindano la circolazione della conoscenza non fa bene all’intelligenza gruppale e alla salute di un intero popolo. Noi non abbiamo paura dei dinosauri in estinzione.
Rete indipendente “Nuove Idee nei territori”
L’insostenibile leggerezza dell’amministrazione dei fondi europei per la coesione
di Antonino Tropea (IE Reggio Calabria)
Come noto, i fondi strutturali sono il principale strumento per la realizzazione della politica di coesione europea, ovvero della politica regionale comunitaria il cui obiettivo è per l’appunto il rafforzamento della coesione economica, sociale e territoriale, la riduzione delle disparità di sviluppo fra le regioni e gli stati membri, la promozione della competitività delle economie regionali per favorire un costante recupero delle aree più arretrate investendo nelle potenzialità endogene delle regioni. La politica regionale inoltre è l’espressione della solidarietà dell’Unione europea e il motore per il raggiungimento di una maggiore competitività sull’intero territorio europeo.
Per il periodo 2007-2013, la politica regionale dell’Unione Europea occupa il secondo posto nel bilancio dell’Unione Europea, il 36% del bilancio dell’UE con uno stanziamento pari a 348 miliardi di euro su tre obiettivi prioritari: convergenza, competitività regionale e occupazione, cooperazione territoriale europea.
Nonostante i fondi strutturali siano parte del budget comunitario, essi sono spesi sulla base di un sistema di responsabilità condivisa tra la Commissione europea e gli stati membri. La Commissione negozia e approva i programmi di sviluppo proposti dagli Stati e alloca le risorse. Gli Stati membri e le regioni gestiscono i programmi, li implementano scegliendo i progetti, li controllano e li valutano. I progetti scelti sono finanziati dalla Commissione Europea che inoltre monitora e verifica i sistemi di controllo.
Questo punto è essenziale per comprendere le responsabilità che le nostre regioni e lo Stato italiano hanno nell’implementazione dei programmi operativi, i programmi che organizzano la spesa in relazione agli obiettivi di coesione economica, sociale e territoriale, conosciuti attraverso i più celebri acronimi POR, PON, POIN.
Responsabilità che purtroppo, nel caso della nostra regione soprattutto – la Calabria – come peraltro anche delle altre regioni del Mezzogiorno italiano, si declinano in termini di notevoli ritardi e criticità nella gestione e nell’avanzamento della spesa dei fondi strutturali, sia il FESR – Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – che finanzia infrastrutture, ricerca e sviluppo – sia il Fondo Sociale Europeo – FSE, che finanzia formazione ed occupazione.
Ritardi e criticità già visti nel precedente periodo di programmazione 2000-2006 e riprodotti inspiegabilmente e colpevolmente anche nel periodo corrente 2007-2013.
Un dato su tutti: la spesa certificata del POR FESR Calabria 2007-2013 al novembre 2011 ovvero dopo 4 anni su 6 di programmazione è ferma al 18 %. E’ evidente come tale ritardo, che di fatto priva il territorio regionale di preziose risorse per il sistema socio-economico in termini di aiuti alle imprese nonchè di investimenti infrastrutturali e servizi, sia ancor più grave nell’attuale crisi economica e chiami in causa responsabilità trasversali.
E certamente non si tratta solo di un problema quantitativo, ma anche di qualità della spesa e soprattutto, anche in questo caso, di certezza del diritto.
Le recenti vicende sui bandi turismo della regione Calabria che ha annullato ben due iniziative in avanzato stato di progresso – vi era già la pubblicazione delle graduatorie dei beneficiari – a favore di un settore strategico per lo sviluppo della Calabria, non possono trovare giustificazioni e fare lo scaricabarile sulle responsabilità non serve a rimediare agli errori che incessantemente continuano a verificarsi nella gestione della cosa pubblica.
Con quale prospettiva di governance ci apprestiamo a gestire il federalismo se falliamo in quella che certamente è una prima importante prova di autonomia ed autodeterminazione territoriale quale quella della gestione dei fondi strutturali?
Non è intenzione di chi scrive fare sterili polemiche sulla questione di tali ritardi. Tantomeno interessa imputare tale fenomeno a questa o quella parte politica.
Si tratta piuttosto di una questione che interessa tutte le amministrazioni e che deve essere risolta una volta per tutte. Se si tratta di metodo. Occorre cambiarlo. Se si tratta di mancanza di capacità occorre dotarsene. Se si tratta di mancanza di visione occorre una nuove classe politica.
Quello che è certo è che i ritardi nella gestione della spesa dei fondi comunitari rappresentano questioni cruciali perché attengono strettamente alla storia delle occasioni mancate di sviluppo della Calabria e dell’intera questione meridionale, questioni da troppo tempo irrisolte e di cui purtroppo continuano a farne le spese cittadini ed imprese.
La fase storica che stiamo affrontando vede messa a rischio proprio quella coesione sociale, economica e territoriale obiettivo delle politiche comunitarie. A fronte del razionamento delle risorse disponibili per la spesa pubblica e della contrazione di quella privata, l’unica strada percorribile per rilanciare questo nostro Paese passa per l’efficienza amministrativa e l’efficacia gestionale del sistema pubblico e privato.
Questo significa intervenire isolando e riducendo sprechi, inefficienze, clientele, burocrazia cattiva e soprattutto opportunismo amorale. Insieme occorre puntare senza remore alla valorizzazione del merito, delle idee, dell’impegno e della responsabilità sociale.
Solo così si potranno giustificare i sacrifici che ci attendono, solo così è possibile ripristinare la fiducia nel mercato e nelle istituzioni nonché la certezza del diritto necessari per far ripartire positivamente il ciclo economico e concretizzare le condizioni per la coesione sociale.
In questo percorso diventa essenziale l’efficienza e la qualità della spesa disponibile dei fondi strutturali.
R-innovamenti secondo Bankitalia
di Massimo Preziuso (su L’Unità)
Torno da una bella mattinata passata al Quirinale, dove il Centro Studi Arel ha organizzato un dibattito incentrato sul tema “Giovani senza futuro?“, titolo di un libro scritto da più mani rappresentative del mondo giovanile, e curato da Dell’Aringa e Treu.
Stranamente la mattinata non mi ha colpito per i pure interessanti interventi della ampia rappresentanza del mondo dei giovani invitati a dibattere con il Presidente Napolitano.
Nemmeno per l’ottimo Presidente – di cui da tempo apprezzo la carica di umanità e capacità di analisi storica e del presente – nonostante la bellissima frase di chiusura della giornata (“Se le porte e le finestre le trovate chiuse, cercate di spalancarle, io non ho altre ricette da suggerirvi”).
Mi ha invece colpito enormemente ascoltare, senza avere la possibilità di criticarlo per nemmeno un istante, il nuovo Governatore della Bankitalia, Ignazio Visco.
Fino ad oggi ne avevo letto solo sui giornali e consociuto per il forte curriculum professionale, ma non avevo mai avuto modo di approfondirne lo spessore politico.
Nemmeno da un altro grande Governatore come Mario Draghi avevo mai ricevuto una sintesi così stimolante di rappresentazione della complessità e della novità che la nostra società vive e si trova a dover rapidamente affrontare.
Mai prima avevo sentito una figura istituzionale denunciare chiaramente l’analfabetismo proprio delle classi dirigenti attuali (i non giovani) rispetto alla complessità attuale (che i giovani molto meglio conoscono), che è riassunta nella Rete Internet (ma non solo), traducendo in maniera semplice concetti complessi come quello di “(in) adattamento funzionale” di un Paese come il nostro (da questo punto di vista ai livelli più bassi tra i Paesi avanzati).
Mai una figura di questo livello proporre ai giovani laureati italiani uno scambio tra maggiori livelli salariali e un’aumentata flessibilità dei contratti, prendendo spunto dai mercati del lavoro più dinamici e competitivi.
Oggi posso dire di aver ascoltato e conosciuto una altissima figura istituzionale calata perfettamente nell’Italia del 2012.
E’ anche grazie a scoperte come queste che ci si sente fieri comunque di vivere in Italia.
Rientri all’italiana – una sanità che affonda
di Francesco Zarrelli (IE Molise)
La spesa sanitaria, problema che esiste da circa 30 anni e che solo oggi, all’alba di una crisi economica senza precedenti, salta davanti agli occhi dei nostri amministratori e’ uno dei tanti talloni di achille del nostro budget nazionale. Bisogna correre ai ripari – giusta osservazione, bisognava farlo da tempo ma come si dice “meglio tardi che mai”.
La ricetta elaborata per poter pareggiare la spesa e’ semplice e rispondente al classico teorema italico del fare cassa – tagli lineari, blocchi del turnover del personale che va in pensione, stop delle assunzioni, tagli ai posti letto, rincari dei ticket sanitari e chi piu’ ne ha, piu’ ne metta.
In tutto questo questo chi e’ che paga il conto?
Inefficienze e spese folli in ambito sanitario vengono pagate ovviamente dai cittadini e soprattutto vengono pagate due volte da chi deve accedere al servizio sanitario nazionale, i quali non solo si ritrovano ad essere salassati da tasse regionali piu’ salate, ma anche da pesanti accise sui carburanti, i quali notoriamente di questi tempi costano poco. La cosa piu’ grave non e’ l’esborso al quale noi tutti siamo costretti per riordinare i conti ma il servizio inefficiente e totalmente insufficiente che spesso costringe molti, che per questioni di urgenza, sono costretti a doversi rivolgere a loro spese a strutture sanitarie private per poter tutelare la loro salute.
Lavorare nella sanita’ del rientro
Il piano di rientro cosi concepito, oltre a creare forti disservizi verso i pazienti, e’ generatore di forti malesseri nell’ambiente lavorativo. Contratti co.co.pro., incarichi temporanei, scarsita’ di personale, di strumentazione adeguata e di posti letto sono parte dominante della realta’ che si vive tutti i giorni negli ospedali italiani. Si perde a poco a poco il senso di quello che si fa’ grazie alla decurtazione delle buste paga e si decapita letteralmente, a coloro che credono nel lavoro che svolgono, il sentimento di appartenenza verso la propria azienda sanitaria per via delle pessime condizioni lavorative nelle quali si e’ costretti.
Ci si meraviglia dunque di quello che succede nei prontosoccorsi romani, quando si vede gente ammassata nei corridoi su barelle traballanti, o peggio ancora quando si trasmette in tv un tentativo di rianimazione svolto dal personale sanitario ad un paziente steso a terra per mancanza di posti nelle sale di urgenza. La politica scarica il barile a chi combatte tutti i giorni sul fronte della vita, andando a sospendere dal servizio i dirigenti delle unita’ operative che vivono quel dramma tutti i giorni, rendendo chiaro agli occhi dei lavoratori e spero anche dei pazienti, la loro mancanza di volonta’ nel voler risolvere davvero questo problema.
Cosa fa dunque questo piano di rientro sanitario?
Il suo scopo e’ evidente, si limano gli sprechi insieme alla componente positiva della spesa sanitaria. Si spende meno e’ vero, ma a cosa serve questo risparmio se comporta la distruzione della sanita’ pubblica e gratuita? Chi trae vantaggio da questa situazione sono sicuramente le strutture private le quali fanno un passo avanti ogniqualvolta il pubblico e’ costretto a farne uno indietro, centri diagnostici e cliniche private oggigiorno crescono come funghi. Intanto i privilegiati e gli intoccabili baroni della sanita’ pubblica continuano a conservare le loro posizioni e i loro proventi, le consulenze insensate continuano ad essere date agli amici degli amici, le gare di appalto pubbliche continuano ad essere viziate a favore dei conoscenti. Si vogliono ridimensionare gli sprechi senza volerli eliminare poiche’ importante retaggio della politica laurista, a scapito del servizio reso ai cittadini e della salute pubblica.. tanto i politici si curano nelle cliniche private a carico dei nostri generosi portafogli.
R-innovamenti meridionali nel mediterraneo
di Massimo Preziuso (su L’Unità)
Nel giorno del ventesimo anniversario della strage di Capaci vorrei tanto che in Italia si parlasse finalmente di Sud e di rinnovamenti meridionali.
Del Sud bello, non di quello raccontato nelle televisioni e nei giornali, dagli spiacevoli fatti di questi ultimi giorni.
Scrivo di questo perchè in questa fase di oscurità sociale, economica e politica è proprio dalla riscoperta del vero Mezzogiorno, fatto di cultura, tradizioni, cibo buono e tanto sole, che il Paese può ripartire.
Da un lato guardando con occhi fieri a Nord verso Roma, Milano e l’Europa.
Ma soprattutto puntando di corsa lo sguardo verso il Mediterraneo, dove intere popolazioni e Paesi (dalla Turchia al Marocco) – molto più simili a noi di quanto crediamo – ci accolgono da sempre, noi italiani, con braccia aperte e sorrisi pieni.
E’ arrivato il momento che il Sud riparta da solo verso questi lidi naturali, senza più aspettare ulteriori decisioni e proclami di altri.
Per farlo deve tornare a credere nelle potenzialità insite nelle tradizioni dei padri e dei nonni e in quell’enorme bagaglio di apertura e innovazione dei giovani.
E allora da dove cominciare?
Prima di tutto da una repentina e congiunta azione delle leadership politiche meridionali che, aldilà delle appartenenze politiche (oggi più che mai annientate dai fatti e dalle circostanze italiane) si incontrino, possibilmente nella bella e oggi sofferente città di Brindisi, per gli STATI GENERALI DEL MEZZOGIORNO NEL MEDITERRANEO.
Da lì disegnino una fase di r-innovamenti e di prosperità per la società e l’economia italiana, supportati dalle crescenti politiche euro-mediterranee dell’Unione Europea.
Un appello ai Governatori Caldoro, De Filippo, Lombardo, Scopelliti, Vendola: fate presto!




