Politica
I cambiamenti non avvengono da soli, si provocano
L’informazione e la libertà di pensiero
Da un punto di vista sociale non bastano le semplici elezioni amministrative o politiche per pensare che cambiamento e trasformazione culturale avvengano di conseguenza: il futuro lo si crea risvegliando l’identità di cittadino in ciascuno di noi, ogni giorno nell’azione, e prendendo in considerazione il risultato dell’agire individuale nell’interesse collettivo. Questo significa operare moralmente. In questa direzione è prioritario da subito parlare di informazione che fonte di stimolo, se liberamente esercitata, può pianificare innovazione.
Si è creato, nell’ attuale, un meccanismo – che riguarda una intera generazione di operatori dell’informazione- il cui obiettivo non è quello di far circolare una merce di buona ed alta qualità tra i lettori ma di fornire un buon servizio alla parte politica che pilota il finanziamento. Servendo il padre-padrone della pubblicità subito dopo quello politico l’informazione scade di contenuto e “degenera in rappresentazione acritica e compiaciuta del vizio”. Il concetto di libertà di parola viene garantito dalle stesse leggi che proteggono la libertà di stampa e non dall’indulgenza verso se stessi. Gli operatori della informazione non appaiono interessati se non che a difendere se stesso e a demolire colui che è ritenuto avversario. Così facendo la circolarità della informazione viene imbavagliata e degenera apparendo come l’altra faccia di quel potere forte ed occulto privo di deontologia.
A chi interessa la cultura, la libertà, i principi, il destino della buona prassi e da dove passerà l’informazione dei movimenti indipendenti, sociali, civici, di democrazia partecipativa che attualmente lottano per la propria autodeterminazione, protagonisti di battaglie e mobilitazioni significative, ignorati persino da quei media che si dicono progressisti? Tutto rimane rigidamente controllato. Complici di operare lo smantellamento della libera informazione sono, allora, anche i media.
Un’opera di “desertificazione”, quella che viviamo, del panorama informativo locale e nazionale assai più pericolosa e limitante se inserita nell’attuale contesto sociale in pieno regresso culturale e ideologico dove, nonostante tutto, dobbiamo continuare ad operare.
Invece mettere coraggiosamente al centro la valorizzazione e la circolarità di quanto si muove nella società per accorgersi di quale sia la varietà e la forza di un panorama sempre più ampio di soggetti ed azioni in campo questo appare l’obiettivo prioritario del cambiamento di una epoca.
Rete indipendente “Nuove idee nei territori”
Grecia, Germania e le ragioni della Merkel
L’immagine è quella della “donna sola al comando”: il politico più potente appare circondato da tutti i lati e sul punto di cedere alle argomentazioni degli assedianti, alle pressioni di tutte le più importanti famiglie politiche europee e di quasi tutti gli opinionisti. E la sua immagine appare speculare a quella della Germania, forte e antipatica, in economia come nel calcio, anche se sono convinto che sono proprio i Greci e i Tedeschi a vedere la partita di stasera solo come una grande partita di calcio.
Tuttavia in questa Europa – mai come adesso caratterizzata dalla mancanza di leader – la Merkel è l’unica che mostra di avere dei precisi punti di riferimento nella tempesta perfetta che stiamo attraversando. E seè vero che su alcune questioni il governo tedesco sembra troppo rigido, su altre fa bene a mantenere la sua inflessibilità.
Angela ha fatto, in realtà, e continua a fare almeno tre gravi errori, anche se nel commetterli si ritrova in compagnia di quasi tutti i suoi detrattori. Il primo è quello di continuare ad invocare l’Unione Fiscale come l’unica possibile soluzione strutturale al problema. È vero che una moneta unica alla quale non corrisponde una unione politica non è sostenibile, ed era questo il calcolo che – sin dall’inizio – Jaques Delors con grande intelligenza e passione fece per creare il presupposto che prima o poi avrebbe fatto fare all’Unione il salto di qualità. Tuttavia a sua volta l’Unione politica richiede la creazione di opinioni pubbliche europee e su questo fronte vent’anni sono stati letteralmente buttati via. Come si fa ad immaginare che sulle nostre tasse e su quanto si possa spendere in servizi pubblici possa, da domani, decidere qualcuno di cui non conosciamo neppure il nome? Il secondo errore che fa la Merkel è quello di pensare che i comportamenti sbagliati degli Stati possano essere corretti attraverso sanzioni a carico di tutti i cittadini. Questa è la previsione esplicita del Fiscal Compact, già presente nei regolamenti del Patto di Stabilità. Ed è quello che è stato fatto con la Grecia. Alcune delle misure imposte – in cambio di soldi – sono apparse francamente punitive ed inutili, perché voler curare un raffreddore mettendo il malato fuori al balcone rischia solo di farlo morire. Per ultimo, l’errore di considerare l’Euro un dogma assoluto. I matrimoni – per essere sostenibili – devono prevedere meccanismi di divorzio che siano meno traumatici possibili. Ed invece l’Euro continua ad essere concepito come un vincolo rigido, uno di quelli che – lo insegna la fisica degli oggetti – sono destinati a rompersi rovinosamente, uno di quei sogni destinati a trasformarsi in incubi.
Ha ragione, però, la Merkel su altri tre aspetti e hanno torto i suoi ridicoli “assedianti”. Ha ragione quando rifiuta la soluzione finanziaria a problemi che sono strutturali: far prendere a tutti un antibiotico quando dovremmo riflettere e correggere comportamenti che continuano a debilitarci. In un contesto di inflazione relativamente bassa e di cambi relativamente favorevoli, basterebbe ordinare alla Banca Centrale Europea di battere moneta in quantità sufficiente per ricomprarsi tutto il debito pubblico sottraendolo al fastidioso giudizio dei mercati. Questo significherebbe perdere, però, la possibilità straordinaria che questa crisi offre per cambiare. Cambiare profondamente. Affrontare i privilegi immotivati, le corporazioni che già tempo prima della crisi avevano tolto al Paese Italia qualsiasi possibilità di crescere e innovare. Hanno torto, poi, tutti gli altri a invocare – fuori dal fortino di Berlino – la crescita come se fosse un pulsante che qualcuno può, ad un certo punto, decidere di premere per far ripartire un’economia. Hanno torto a immaginare grandi programmi di spesa pubblica keynesiana, come se – e sono sicuro che Keynes stesso ce lo farebbe notare se fosse in vita – fossimo ancora in un contesto di spesa pubblica sul PIL del 20% e di economie relativamente chiuse (come per la crisi di cento anni fa). E Ed è altrettanto sbagliato ridurre la maggiore capacità di crescere della Germania alla possibilità di doversi confrontare con concorrenti che, da quando l’Euro è stato introdotto, non hanno più l’arma della svalutazione per proteggere la propria competitività. In realtà le opportunità si devono saper cogliere: la Germania vi è riuscita straordinariamente bene visto che è la prima potenza economica mondiale per volume di esportazioni, davanti agli Stati Uniti e la Cina, ed esporta di più dell’Italia, della Francia e della Spagna messi insieme; altri paesi che, come il nostro, pure dall’Euro hanno avuto lo straordinario vantaggio di tassi d’interesse bassi che avrebbero potuto favorire gli investimenti necessari per poter modernizzare la propria economia, le hanno completamente sprecate. Ha ragione, infine, Angela a ritenere irricevibile la proposta di un’unificazione dei debiti pubblici, non solo perché non è giusto che il debito accumulato dall’Italia (anche per pagare i prepensionamenti ai pilotidell’Alitalia) debba essere pagato dai contribuenti tedeschi, ma soprattutto perché da una soluzione “tarallucci e vino” di questo tipo verrebbero penalizzati i giovani, le donne, gli immigrati italiani: chiunque ha continuato caparbiamente ad investire su se stesso e sulla propria squadra, in un paese che aveva e continua ad avere attenzione solo per gruppi di potere sempre più ripiegati su se stessi e fuori dalla storia.
Alcuni dei dogmi dei tedeschi sono certamente da mettere in discussione, usando un po’ di pragmatismo e la volontà di salvare quel grande sogno che è l’Europa. E tuttavia la “ragazza” nata nella Germania dell’Est ha ragione soprattutto a porre una questione morale. Una questione che è forse quella che le deriva dal suo far parte integrante di una cultura protestante, che sul significato specifico della parola perdono ha costruito la separazione rispetto alla cultura cattolica: non si può uccidere il malato; ma non si può permettere al furbo di comprarsi una facile assoluzione. La crisi è certamente una grande opportunità di cambiamento profondo di comportamenti, di modelli economici, di modalità di stare insieme, di spostamento di risorse tra ceti improduttivi e chi – giovani, immigrati, donne – ha gli strumenti per poter generare valore per tutti. Forse la Merkel non è un leader grande come il suo maestro Kohl, però di lei e della sua inflessibilità hanno bisogno tutti quelli che vogliono liberare l’Europa dalla giungla di privilegi e protezioni che stanno compromettendo quel patto tra cittadini e Stato che era stato costruito attraversando guerre mondiali e rivoluzioni.
Rio 20 anni dopo
di Giuseppe Ciarlero (pubblicato su Gli Euros)
Dal 1972 a oggi i governi di tutto il mondo hanno organizzato eventi al fine di migliorare le condizioni dell’ambiente in cui viviamo aumentando la consapevolezza che il pianeta sul quale viviamo è l’unico che abbiamo e che le risorse a nostra disposizione sono limitate.
I leader mondiali hanno sottoscritto nel corso delle precedenti conferenze delle Nazioni Unite alcune importanti dichiarazioni sullo sviluppo sostenibile : la Dichiarazione di Stoccolma (1972), la Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo (1992), la Dichiarazione di Johannesburg (2002), e hanno adottato alcuni importanti documenti programmatici : l’Agenda 21 di Rio de Janeiro (1992) e Il Piano d’azione di Johannesburg (2002).
Sviluppo sostenibile : questo sconosciuto
Per definire lo sviluppo sostenibile ci sono utili le parole di Gro Harlem Bundtland, contenute nell’omonimo rapporto elaborato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo sostenibile, che definisce lo stesso come “processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali”Nel documento vengono enfatizzati gli obiettivi di miglioramento non solo ambientale, ma anche economico e sociale. Questi aspetti vanno implementati sia a livello locale che globale, nel rispetto di tutti gli individui e cercando di assicurare loro migliori condizioni di vita. Il fine di Bruntland e della Commssione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo sostenibile era quello di avviare al discussione e creare i presupposti per la tutela e la valorizzazione delle risorse naturali soddisfacendo i bisogni delle attuali generazione ma non compromettendo le capacità di quelle future. Nascevano in questo modo i diritti umani di terza generazione che vogliono tutelare anche coloro che oggi data la loro assenza non possono partecipare al processo decisionale garantendo l’eguaglianza intergenerazionale e la sostenibilità ambientale. Rio+20.
Rio+20
Con la Risoluzione RES/64/236 del 23 dicembre 2009, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha stabilito di organizzare nel 2012 la conferenza sullo sviluppo sostenibile (UNCSD), denominata anche Rio+20, in quanto cade a 20 anni di distanza dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro UNCED del 1992.
- La conferenza, che si svolge in questi giorni (20 al 22 giugno) a Rio de Janeiro, ha l’obiettivo di promuovere nuovi traguardi, considerare i progressi raggiunti e valutare le lacune per poter poi affrontare le nuove sfide in linea con le raccomandazioni emerse in passato dai vertici sullo sviluppo sostenibile. La Conferenza si concentra su due temi principali. Il primo tema cardine ripropone una definitiva conciliazione tra crescita e rispetto dell’ambiente, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Questi ultimi potrebbero essere i maggiori beneficiari di un definitivo spostamento verso una “economia verde”. Durante la discussione del secondo tema verrà invece discussa una razionalizzazione e una maggiore organizzazione delle organizzazione ambientali e delle regolamentazioni a livello globale e locale.
Un’economia verde nel contesto dello sviluppo sostenibile e riduzione della povertà.
A livello macroeconomico questa transizione comporta l’attuazione di riforme e la creazione di incentivi per la tutela delle risorse naturali, il potenziamento delle infrastrutture per l’ambiente, l’introduzione di eco-tecnologie, la creazione di investimenti e l’eliminazione di sussidi dannosi per l’ambiente. Grazie a questa politica economica il settore privato riuscirebbe ad incrementare gli investimenti per l’innovazione per sfruttare le opportunità derivanti da un’economia verde. Oggi, più che ieri, si è consapevoli che il rispetto dell’ambiente non inibisce la creazione di ricchezza né deprime l’opportunità di occupazione. Al contrario, i settori più fiorenti sono molto spesso i settori “verdi” che quindi offrono crescita e occupazione. Affinché avvenga tutto ciò la transizione deve investire la totalità degli gli attori di governo e dei soggetti operanti sul territorio (imprese, parti sociali, cittadini). Bisogna proporre nuove misure economiche, legislative, tecnologiche e di educazione che abbiano come obiettivo il rispetto dell’ambiente. Il dibattito teorico sta lasciando progressivamente spazio alla sperimentazione e all’attuazione di specifiche misure che possano facilitare e velocizzare l’azione dei governi. In tal senso alla conferenza Rio+20 saranno presentati un Global Green New Deal (GGND) e la Green Economy Initiative. I maggiori beneficiare di queste misure e dell’applicazione di questi nuovi paradigmi dovrebbero essere proprio coloro che oggi non vivono nelle condizioni di vita più fortunate ma che non avendo mai distrutto il loro legame con l’ambiente possono oggi essere i primi a trarre i benefici di questa rivoluzione culturale e tecnologica.
Un quadro istituzionale per lo sviluppo sostenibile
Il sedondo tema principlae della conferenza sarà la riorganizzazione del quadro istituzionale dello sviluppo sostenibile. Una reale e concreta implementazione delle politiche di sviluppo ha un disperato bisogno di approccio istituzionale che sia unitario e organizzato. Per questo motivo ai tre pilastri principali dello sviluppo sostenibile (ambiente, economia e società) a Rio sarà chiesto di rivedere e rafforzare le strutture esistenti e di considerare il settore istituzionale come il quarto pilastro dello sviluppo sostenibile. Da queste premesse nasce il concetto di Governance dello sviluppo sostenibile che comprende l’analisi e la riorganizzazione sia delle strutture istituzionali che si occupano di ambiente sia di quelle operanti nelle aree economiche e sociali. Uno dei punti centrali del dibattito avviato a livello internazionale riguarda la possibilità di riformare l’attuale architettura istituzionale delle Nazioni Unite i cui organismi, programmi e risorse non sembrano più adeguati alle sfide contemporanee. Molto probabilmente sarà avanzata l’ipotesi di trasformazione dell’UNEP (United Nations Environment Programme) in un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che lo collochi sullo stesso livello di organismi quali la FAO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il nuovo organismo avrà il compito di ridurre la frammentarietà che caratterizza il sistema internazionale di tutela dell’ambiente, suddiviso in più di 500 accordi internazionali e regionali. L’Italia e l’Unione Europea sostengono in tal senso già dal 2005, la creazione di un’Organizzazione Mondiale sull’Ambiente (UNEO).
“Non siete qui per curare la vostra immagine, ma per fare un mondo migliore”
La conferenza rappresenta una sfida importante che mira, attraverso uno sforzo congiunto da parte dei governi e della società civile, a raggiungere obiettivi comuni e tutelare gli equilibri del pianeta, verso un nuovo assetto per lo sviluppo sostenibile globale e per l’umanità. Una nutrita parte della comunità internazionale e soprattutto le associazioni e la società civile da anni impegnati nella lotta per l’ambiente chiedono che si faccia di più, più in fretta e in modo più esplicito. Il futuro del nostro pianeta non è retoricamente in pericolo e come ha detto Britney Trifford (17/enne della Nuova Zelanda) ai leader presenti all’apertura vertice in Brasile “l’orologio è scattato “e loro non sono lì “per curare la loro immagine, ma per fare un mondo migliore”.
It is democracy, stupid!
È una bella boccata d’ossigeno quella che ieri l’Europa è riuscita ad inspirare ieri ad Atene. All’ultimo secondo di una maratona disperata corsa tutta in apnea.
La novità – anche se pochi l’hanno notata – è che per la prima volta la crisi e la democrazia si toccano. Per la prima volta il popolo, il demos (fatto di persone e di sofferenze, di aspirazioni e di I-phone) e le ragioni del cambiamento convergono: non sembrano più irrimediabilmente andare ognuna per la sua strada, sempre più lontane e sempre più laceranti per quelle società che avevano fatto della democrazia il proprio aspetto distintivo e vincente; quelle società europee il cui declino è cominciato il momento stesso che le èlites (soprattutto quelle impegnate a Brusxelles nel seguire un sogno sempre più svuotato dei suoi ideali) avevano, da tempo, deciso che era una perdita di tempo cercare di parlare con le persone.
Per la prima volta, nella storia di una crisi dell’Europa che dura da vent’anni, di fronte ad una scelta radicale – stare nell’Euro e accettare ancora sacrifici o uscirne ed andare in caduta libera all’indietro nella storia – il popolo, quella “cosa maleodorante” di cui parlano tanti tromboni ignorando che ciascuno di noi ne fa parte integrale, ha dimostrato senso di responsabilità. Forse superiore a quello di tanti politici e banchieri ai quali nessuno può chiedere sacrifici personali.
E non è un caso che sia ad Atene, quell’Atene in difficoltà ma in un certo senso gioiosa delle biciclette che stanno sostituendo le automobili, che la democrazia riscuote questa rivincita. Le persone, se messe di fronte a scelte radicali, sanno esercitare la responsabilità. Anche se i piani di austerity sono effettivamente in gran parte sbagliati, non adatti alle specificità di quella società, apparentemente dettati da un frettoloso ricorso a luoghi comuni e, persino, a qualche tentazione di punire. E non c’è dubbio che allora il primo governo politicamente legittimato – sarebbe bello che alla coalizione aderisse anche Syriza, che non rappresenta l’estrema sinistra come vogliono farci credere alcuni commentatori pigri in cerca di stereotipi – che la Grecia può vantare da quando è scoppiata la crisi, possa finalmente anche pretendere di negoziare condizioni più ragionevoli.
Da Atene viene allora effettivamente anche un’indicazione forte per l’Europa. E parafrasando al contrario quello che tempo fa disse un presidente degli Stati Uniti, dico: It is democracy, stupid!
Alla fine l’Europa – nonostante lo scetticismo di Giuliano Amato o di Emma Bonino giusto per nominare due icone di un europeismo che appare sempre più stanco – non può più fare a meno di democrazia.
È assurdo – come sa forse l’unico leader politico che è rimasto, quella ragazza nata nella Germania dell’Est e che è diventato l’ “uomo” politico più potente d’Europa – pensare ad un’Unione politica (e persino a quella fiscale) senza uno straccio di demos europeo. Senza opinioni pubbliche europee. Senza dibattito politico europeo.
La grande intuizione che Jaques Delors ebbe vent’anni fa, fu che creare un’unica moneta (sottraendo agli Stati una delle prerogative che li definiva in quanto tali) avrebbe creato una pressione tale da andare verso un’unione politica piena, senza la quale l’Euro non si regge. Non si regge tecnicamente. E tuttavia per vent’anni piccolissimi leader – che hanno preso il posto dell’ultimo grande visionario – non hanno fatto assolutamente nulla per preparare quell’unione politica che adesso tutti invocano come unica salvezza.
Potevamo introdurre – come ha proposto Vision insieme ad altre think tank europee – un semestre di studio obbligatorio in un altro paese Europeo per gli studenti della scuola superiore e delle università per incoraggiare l’integrazione – non meno importante – delle generazioni. Potevamo fare finalmente eleggere il Presidente della Commissione direttamente dai cittadini, o perlomeno avere un Presidente del Consiglio Europeo come Tony Blair meno invisibile di Van Rompuy (per non parlare dell’ancora più sconosciuta baronessa Ashton, in teoria ministro degli esteri dell’UE). Avremmo potuto sottoporre ad un vero e proprio referendum europeo il trattato di Lisbona e rischiare la democrazia senza la quale le istituzioni appassiscono.
Ed invece abbiamo – vent’anni dopo Delors – una generazione di ventenni che secondo i sondaggi dell’Eurobarometro sono molto meno europeisti di chi era ventenne vent’anni fa; ad ogni elezione del parlamento europeo si riduce di ulteriori cinque punti la percentuale – già bassa – di chi partecipa alle elezioni; e non sono più del cinque per cento i cittadini europei che sanno il nome del capo della Commissione Europea.
Quelli della generazione di Amato insistono che è così perché altrimenti l’Europa sarebbe bocciata. Io dico che invece questo è un rischio che dobbiamo prenderci. Perché altrimenti l’Unione politica senza opinioni pubbliche a cui rispondere aprirebbe contraddizioni ancora più rischiose di quella di un’Unione monetaria senza Unione politica.
Le persone, il popolo, la democrazia non sono una fastidiosa perdita di tempo che rischia solo di disturbare un manovratore troppo intelligente per farsi capire dalle persone. La democrazia è il motivo per il quale l’Europa ha vinto le sue battaglie più difficili contro i totalitarismi. Ne è valore fondante. Abbiamo con tutta evidenza bisogno di una nuova generazione di leader per andare verso il futuro, recuperando alcuni dei valori più importanti del nostro passato.
Sarà Germania-Grecia il quarto di finale più bello di questi Europei: ho la sensazione che finalmente saranno molti sia a Berlino che ad Atene ad essere contenti di applaudire anche le giocate più belle degli avversari. In fin dei conti i sogni per poter sopravvivere a se stessi hanno bisogno solo di essere rinnovati.
R-innovamenti BRICS: intervista a Sandro Gozi
R-innovamenti BRICS: intervista a Sandro Gozi
Intervista a Sandro Gozi, responsabile politiche europee del Partito Democratico e del comitato parlamentare Italia – India
Ciao Sandro.
All’interno del progetto Innovatori Europei BRICS, abbiamo voluto intervistarti perchè sei la persona più adatta con cui parlare di politiche innovative per lo sviluppo delle relazioni del nostro Paese con questi luoghi dotati di straordinaria rapidità di cambiamento e opportunità.
1) Partiamo dalla fine: Non credi che il nostro Paese debba rovesciare il (falso) problema della delocalizzazione delle nostre fabbriche e lo spostamento di investimenti verso i paese emergenti e soprattutto BRICS, aiutando – soprattutto i giovani – a comprendere le enormi opportunità che risiedono in tali luoghi? Non è il momento di una ondata di “emigrazione” di cervelli italiani in Paesi come l’India, che possano poi diventare i nostri ponti per la creazione di relazioni di ogni tipo (come avviene in Germania o Inghilterra tramite le istituzioni universitarie)?
Quello della delocalizzazione delle nostre imprese all’estero è solo in parte un falso problema. Se infatti si considera che il nostro paese continua a perdere posizioni nella classifica degli “attrattori” di investimenti diretti esteri, la delocalizzazione delle imprese italiane all’estero si traduce in un perdita di capitali, di occupazione e di prelievo fiscale, in molti casi. In secondo luogo se è vero che i BRICS sono ormai paesi non più emergenti ma “emersi” pur tuttavia non sono l’eldorado. Grandi possibilità, certo, ma anche grandi difficoltà sia per i lacci e laccioli della burocrazia (India), sia per le difficoltà della crisi economica (Cina) e delle sue conseguenza, il ritorno del protezionismo in particolare. Non dimentichiamo che se è vero che siamo ancora in una fase di piena globalizzazione, nondimeno il fenomeno della deglobalizzazione, cioè il ritorno delle imprese nei paesi di origine, si sta facendo consistente.
Sulla questione dell’emigrazione guidata, non sono d’accordo. Per una serie di ragioni. Innanzitutto la parola “emigrazione” sa di fame e povertà. In secondo luogo mi ricorda due fasi della storia italiana – quella post unitaria e quella del dopoguerra – quando per risolvere l’instabilità del sud e la disoccupazione si favorì l’emigrazione. Per assurdo, è chiaro che facendo emigrare tutti i disoccupati, si risolverebbe il problema in un lampo, ma questa scorciatoia non può essere l’obiettivo di una politica seria e responsabili per il bene del Paese. Questo non significa certo chiudere i confini del paese, ma fare in modo che la decisione dei giovani di andare all’estero, o nei BRICS, nasca da una libera scelta più che da una stringente necessità. Per questo sarei favorevole a sprovincializzare il Paese, ad avviare campagna di informazione su questo grande fenomeno che è l’emersione dalle nuove potenze e ad aprire canali che possono facilitare coloro che hanno deciso di cogliere le nuove opportunità presenti in questi mercati. Ma non mi spingerei oltre.
2) Andando all’India, quali i settori di maggiore cooperazione? Secondo noi si dovrebbe cominciare dallo sfruttare sull’ enorme apertura del loro settore retail e puntare poi su Cultura, Moda, Tecnologie, Energia, Ingegneria e Meccanica – Manifattura, dove l’Italia detiene un enorme vantaggio competitivo. Che ne pensi?
I paesi europei, nel complesso, hanno rappresentato il 19% delle importazioni indiane; fra questi il 3,6% proveniva dalla Germania e il 2,1% dal Belgio; Francia e Italia detenevano una quota pari a 1,5% e 1,3%, rispettivamente (Anno fiscale 2009-2010). Nello stesso arco temporale le esportazioni indiane verso l’italiana rappresentano il 1,9% delle esportazioni complessive del paese (Olanda, 3,6; Regno Unito, 3,5; Germania 3%; Francia, 2,1)
“Sulla base dei dati Istat, nel primo semestre del 2010 le importazioni dall’India sono ammontate a 1,8 miliardi di euro, salendo del 19,4% rispetto al medesimo periodo del 2009, a fronte di una crescita del 18% registrata da quelle complessive; cfr. Tavola 5; la quota di mercato delle merci indiane nel nostro paese è pertanto salita leggermente all’1,03 per cento a quelle cinesi era invece riconducibile il 6,8%. Le importazioni dall’India si compongono in primo luogo di prodotti dell’industria tessile e dell’abbigliamento, con un’incidenza del 29%, seguiti dai mezzi di trasporto 13% e dai prodotti di base e metallo e quelli chimici rispettivamente 10,7% e 10,3%. Sempre sotto il profilo merceologico, i mezzi di trasporto sono fra i prodotti per cui si registra il più sensibile aumento nell’incidenza complessiva sulle nostre importazioni dall’India” (Fonte Ice MAE)
“La maggiore dinamicità delle economie emergenti si è riflessa nell’evoluzione ancora sostenuta delle esportazioni italiane verso questi paesi. Quelle verso l’India, pari a 1,51 miliardi di euro, hanno segnato un aumento del 23,3%, quasi doppio di quello registrato dalle nostre esportazioni complessive 12,6%, e in linea con la dinamica segnata nei confronti della Cina 23%. Fra i prodotti italiani più esportati in India, figurano in primo luogo i macchinari e gli apparecchi elettrici e meccanici con una quota del 43,1%, seguiti dai prodotti di base in metallo 12,1%, le sostanze e i prodotti chimici 9,3% e i mezzi di trasporto 6,7%” (Fonte Ice Mae).
C’è però una riflessione da fare sul caso indiano. La struttura dell’economia indiana è infatti assolutamente sui generis: se infatti un parte del paese è ormai proiettata nella fase post-industriale (servizi e prodotti ad alta intensità di capitali e di conoscenza), un’altra parte del paese (senza una precisa demarcazione territoriale) è ancora in una fare pre-industriale. L’India oggi per risolvere una parte dei problemi che l’affliggono ha pertanto bisogno di una fase industriale, fatta di attività labour-intensive. Io credo che qui, in un’ottica di cooperazione mutualmente vantaggiosa per l’Italia e per l’India, le nostre imprese possono giocare un ruolo significativo.
3) Quali i primi passi compiuti e quali i passi da compiere in Italia per creare concrete collaborazioni con l’India?
Credo sia unanimemente riconosciuto che il viaggio di Romano Prodi abbia rappresentato un punto di svolta nelle relazioni tra i due paesi. Sulla scia di quell’esperienza si è inserito il rilancio dell’Associazione Italia-India che ha organizzato varie iniziative a riguardo.
4) Facilitare i Visti di professionals e studenti BRICS aiutandoli all’inserimento professionale ex – ante e all’inserimento sociale in itinere in Italia. Una idea realizzabile?
5) Non è limitante l’approccio usato dall’inziativa targata Partito Democratico denominata “Controesodo” che facilita il rientro degli Italiani residenti all’estero attraverso una Tax facility? Non dovrebbe semmai essere applicata al contrario, per i talenti BRICS che vengono in Italia?
Rispondo a queste due domande congiuntamente. A proposito di un percorso preferenziale per i visti professionals e per gli studenti, lo ritengo non solo un’ottima idea, ma anche un fronte sul quale l’Associazione sta già lavorando. L’approdo di nuove intelligenze e di nuovi talenti non può che far bene alla cultura e all’economica dell’Italia, il che poi significa anche creare quell’intreccio di legami umani che sono la vera forza nelle relazioni bilaterali tra i paesi. Per questo sono assolutamente favorevole all’ipotesi di una Tax facility per i talenti dei BRICS. Tuttavia credo che non basti, insieme alle misure di facilitazione fiscale, servono anche delle politiche “umane”: politiche di accoglienza, politiche abitative, iniziative che favoriscano l’inserimento scolastico, per i figli di coloro che hanno deciso di venire a lavorare in Italia ed infine affrontare la questione della cittadinanza per le seconde generazioni. A tale proposito mi sia permesso citare Max Frish, l’intellettuale elvetico, che riflettendo sugli errori della politica migratoria svizzera così si espresse “Volevamo braccia, sono arrivati uomini”. La scelta di lasciare il proprio paese è, per il migrante, una scelta di vita, che tocca ogni aspetto della propria esistenza. E’ per questo che se si vogliono attuare delle politiche migratorie che favoriscano l’approdo in Italia di alcuni gruppi o categorie, bisogna pensare ad interventi che coprano la globalità dell’esperienza umana, per non commettere ancora una volta l’errore di voler “parcellizzare” l’immigrato, “prendendo” solo ciò che ci pare più utile e dimenticando che dietro ogni talento, dietro ogni professionista, c’è un uomo che ha in testa un proprio progetto di vita, per sé, per la sua famiglia e per i suoi figli.
Grazie per la disponibilità.
Massimo Preziuso
La strana democrazia di 5 Stelle, La Repubblica e Montezemolo: chi comanda non è nel partito
Sta nascendo una strana democrazia in Italia. Mentre a destra ci si sta convincendo che forse è bene fare le primarie per eleggere un signore o una signora che prenda il posto di Berlusconi, e mentre a sinistra Bersani (che prese poco tempo fa qualche milionata di voti per diventare segretario di partito) dovrà sottoporsi a una nuova prova per diventare il candidato premier, c’è questo pullulare di nuovi movimenti, questo formicolio di società civile, questo insorgere di antipolitica che si svolge nell’ombra e tine al riparo i grandi burattinai, cioè i capi della nuova forma-partito, il partito-occulto. Mi viene da dire che è meglio il peggior partito, con regole democratiche vere, che il miglior movimento affidato nelle mani di uno o più guru che possono di soppiatto e senza controllo decidere le sorti della politica e con essa di milioni di cittadini.
Stiamo diventando quello strano paese in cui il massimo di virtù democratica viene riconosciuta a personalità e movimenti che non si sottopongono a congressi o a qualcosa di simile. Prendete quel democratico di Di Pietro: non ha mai fatto un congresso, ha selezionato una classe dirigente peggiore di quella della prima repubblica, i suoi parlamentari sono stati oggetto di attenzioni e di scambi per tenere in piedi il vecchio governo. Eppure Di Pietro, che non fa congressi né primarie, guida la lista di coloro che hanno qualcosa da insegnare ai partiti ed elogia Grillo sul ricambio generazionale dimenticando che sia lui sia Grillo sono, anagraficamente e non solo, abbastanza avanti con gli anni. La lista di Montezemolo, per parlare di un altro partito occulto, verrà fuori da un’associazione che è fatta di tante belle persone, la Tinagli è anche brava e carina, ma nessuno sa chi e come sono selezionati i suoi dirigenti, eppure anche loro criticano i partiti perché poco trasparenti. Il gruppo editoriale citato è il prototipo della struttura autoritaria, ben più di quanto lo sia necessariamente ogni giornale, e la sua eventuale lista sarà formata con un meccanismo di selezione arbitrario, senza alcun rapporto con una linea politica che è stata di una mutevolezza e anche di un opportunismo politico da lasciare interdetti.
L’unico che dovrà fare gli esami sarà Bersani e con lui i suoi contraddittori, si chiamino Renzi o Vendola o altri ancora. Nella Italia stanca dei partiti invece saremo pieni di movimenti di duri e puri che della democrazia non sanno che farsene, in cui comanderanno i nuovi ayatollah formati nei camerini dei teatri, nelle stanze di grandi aziende, nelle redazioni militarizzate. Sono tutti nipotini di Berlusconi, buonanima. Per questo, passando sopra a tutti i miei mal di pancia, guardo con affetto a Bersani e tifo per lui. So che se toccherà a lui comandare, a me e a tanti altri resterà la possibilità di criticare. Con quegli altri, duri e puri, movimentisti, espressione della società civile, eccetera e eccetera forse correrò qualche pericolo come capita nelle democrazie commissariate dai guru, dai para-guru, dalle strutture di comando occulte.
Lettera al Sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani
Gentile Sindaco Nicola
Nel porgerLe l’augurio di buon governo nel nostro capoluogo ciociaro, per la sua recente vittoria elettorale, a nome di tutta la Rete Indipendente “Nuove Idee nei territori” ci preme sottolineare quanto sia auspicabile incominciare da subito ad interagire con la cittadinanza attiva di Frosinone per una partecipazione democratica ed autentica nella nostra amministrazione comunale.
Noi della Rete di Indipendenti, all’interno di un contesto di puro civismo, restiamo a conferma e a garanzia che la sovranità di un territorio passa dal rispetto del patrimonio della sua gente. Continueremo la nostra opera di tutela sulla governance delle Istituzioni come sulle forze della opposizione affinché anche queste rimangano sempre costruttive, fuori dal frastuono o da artifici di stile comunicativo.
Siamo qui, a differenza dei tanti leaderini locali che si ostinano in questi giorni a chiedere visibilità e incarichi, per proporre un percorso che ci auguriamo sintonico con il Suo staff e per chiederLe quali aperture intenda dare alla base civile ma soprattutto quali gli spazi di azione e dialogo con i tanti giovani talenti che, meritevoli e disponibili al confronto, lottano perché “un’altra Italia” -quella che più ci piace- risorga. La democrazia diretta, figlia oggi di quella digitale, le consensus conference, i town meeting, le assemblee pubbliche, le ampie discussioni prima delle decisioni amministrative, la democrazia elettronica deliberativa, le giurie civiche, il voto cumulativo diventino una prassi oltre che una esigenza nella gestione dell’Ente.
Diamo pure a ciascuno un suo altarino, se questo servisse a rasserenare gli animi, ma non dimentichiamo che ora necessitiamo di un nuovo modo di stare insieme per riconquistare spazi comuni di eccellenza, quelli che anni di amministrazioni distratte e corrotte hanno devastato, sottraendoceli e derubandoci. Ritroviamo e rivalutiamo i luoghi deputati da sempre alla cultura del nostro entroterra, per il Bene Comune.
Si torni a dare voce e accesso alle minoranze e alle diversità nel nostro Comune, non si rimanga sordi alle sollecitazioni di cambiamento nella gestione dell’Ente come della qualità di vita arruolando anche quei ceti medi diffusi schiacciati dalla attuale crisi sistematica.
Si torni a dare un volto amico ai luoghi delle decisioni, si torni a decidere liberamente e autenticamente della ricchezza naturale del nostro territorio. Frosinone come l’Italia intera è un paese vulnerabile. Va protetta la sovranità del popolo e lo stato di diritto dei nostri concittadini, delle donne come dei bambini, delle fasce deboli come dei pensionati.
Noi continueremo con determinazione ad operare fuori dai partiti e dalle Istituzioni sorvegliando che queste non cadano nella inerzia delle proprie gerarchie costituite in potentati. Sorveglieremo che si ponga fine al malgoverno locale e truffaldino perché finalmente si ripristini la buona pratica della Res Pubblica rimanendo in uno spazio ideale quello tra rappresentanza e decisioni.
L’Istituzione intesa come un insieme armonico di canali, gradini, barriere, apparati collaudati può tornare ad essere avanguardia per chi compie il proprio dovere e non per chi trama contro l’innovazione della società.
Il nostro impegno continuerà a testimonianza che una alternativa riformista, sopra le parti e fuori dai conflitti di partiti lottizzati, è ancora possibile nella nostra provincia. Si può rimanere massa critica anche invertendo la marcia. Il dramma sociale ed economico che avvolge il Paese non ci consentirà di fare sconti a nessuno.
Coesione sociale vuol dire poter garantire a tutti i servizi
primari: noi proseguiremo su questa via. La nostra resistenza civile, quella posta in atto in questi anni contro strapoteri e faccendieri unti dal signore, dimostra che la trasformazione del sistema è in movimento.
Nessuna occasione sarà persa dunque per ricordare che “una testa vale un voto” e che quella testa e quel voto andranno sempre e comunque rispettati, interpellati ed interpretati in modo equo ed inclusivo.
Giuseppina Bonaviri
Rete Indipendente “Nuove Idee nei territori”
Quattro regolamenti per la Federazione del PD di Roma
di Paolo Di Battista
L’Assemblea cittadina del PD di Roma, riunita il 5 giugno 2012 presso la sede nazionale del Partito Democratico,
ha deliberato a larghissima maggioranza che:
* d’ora in poi il documento denominato Statuto, considerate le critiche per la mancanza di una esplicita autorizzazione,
sia trasformato in “regolamento attuativo dello Statuto regionale del PD Lazio”;
* l’Assemblea continuerà i lavori per l’esame e l’approvazione delle norme per il buon funzionamento del PD romano
nei giorni martedì 12, mercoledì 20, mercoledì 27 giugno e sabato 7 luglio;
* saranno consentiti emendamenti soltanto all’Esecutivo ed alla Commissione, che ha preparato i documenti normativi;
* gli emendamenti presentati potranno essere spiegati dal firmatario nel tempo di 2 minuti e sarà consentito un solo
intervento contrario di 2 minuti;
* i regolamenti saranno discussi iniziando dal regolamento attuativo dello Statuto regionale e di seguito regolamento
finanziario, regolamento organizzativo municipale, regolamento per l’elezione del Segretario cittadino e Coordinatore
municipale.
Infine l’Assemblea del PD romano ha dato mandato al Segretario ed all’Esecutivo di verificare presso gli organismi
competenti del Partito Democratico nazionale la possibilità di concedere formalmente alla Federazione del PD di
Roma, in ragione della sua specificità di Roma Capitale, la facoltà di dotarsi di un proprio Statuto (come, mesi addietro,
consentito verbalmente).
R-innovamenti nel Partito Democratico
di Massimo Preziuso su l’Unità
E finalmente il Partito Democratico – e con esso il Paese – sta per tornare a vivere una fase di innovazione politica e culturale.
Sono passati ormai più di 6 anni da quando tanti di noi si entusiasmarono con la discesa in campo di Romani Prodi da Brussels, sicuri che il Paese avrebbe finalmente svoltato. Iniziò da lì un biennio unico, in cui tanti normali cittadini scoprirono il piacere di mettere da parte almeno un po’ i propri interessi indivduali per condividere idee e progetti politici con sconosciuti, che poco dopo sarebbero diventati molto di più. Così ad esempio accadde – cito un’esperienza diretta – nelle Associazioni per il Partito Democratico e poi in Innovatori Europei.
E, con Prodi premier, furono proprio le primarie del Partito Democratico del 2007 il momentum in cui tutti gli italiani, direttamente coinvolti o indirettamente sollecitati, sentirono di vivere un periodo unico di partecipazione e dibattito. E, cosa più importante, questa energia si “sentì” per le strade di Italia.
Tutto finì rovinosamente nel 2008 con la caduta del Governo Prodi, e l’inizio di 4 anni di pesantissima crisi politica ed economica.
Prima la fase finale – la più brutta – di un berlusconismo auto – referente e auto – distruttivo, che ci ha incattivito, mentre già accusavamo i primi colpi della crisi internazionale.
Poi, in una tensione masochistica, la scelta di un governo “troppo tecnico” a guida Monti, che ha totalmente disintegrato la (già poca) progettualità e l’attivismo della società civile ed imprenditoriale nei territori italiani.
Infine, conseguenza di tutto questo, l’emergere prepotente – alle amministrative di maggio scorso – di una realtà come il Movimento 5 Stelle, che rappresenta a pieno lo svuotamento della proposta politica dei partiti e della loro quasi inesistente presa sull’intera popolazione, logorata pesantemente dalla coda finale di una crisi diventata troppo lunga e di dimensione europea.
Arrivati a questo punto il Partito Democratico doveva necessariamente cambiare passo, pena la sua scomparsa dalla scena politica, dopo quella del PDL, della Lega e del mai nato Terzo Polo. E all’ultimo momento lo ha fatto, nella direzione nazionale di venerdì scorso.
Con la r-innovata scelta delle Primarie per la selezione del candidato premier di centro-sinistra, il Segretario Bersani ha infatti messo finalmente un punto a questo brutto quadriennio e aperto un nuovo libro, che libererà energie in tutto il Paese.
E lo si è visto subito: nello stesso giorno, un PDL alla ricerca di un suo nuovo spazio di azione, seppure ridimensionato, ha annunciato anche’esso primarie per la leadership, seppure alla sua maniera (cioè senza alcuna discussione precedente).
E lo si continuerà a vedere sempre di più nei prossimi giorni e settimane. Il Paese tornerà presto ad attivarsi. La gente tornerà a crederci e a partecipare, ne sono convinto.
Ora c’è questo libro nuovo da scrivere a più mani. Il Partito Democratico – come era immaginabile ed auspicabile – ne sarà l’editore e questa è una bella notizia per tutti quelli che vi hanno dedicato energie in questi anni.
Adesso cominciano i 10 mesi più affascinanti e sfidanti per il Paese dal dopoguerra, al cui termine – con le elezioni di Aprile 2013 – dovremo ritrovarci in un’altra era con tante facce e tanti progetti nuovi, per tornare a crescere ed entusiasmarci.
Tocca a tutti noi: è tornato il momento della partecipazione, che è stavolta necessaria ancora di più che 5-6 anni fa.
Convegno “Spending review e crescita” domani a Milano
(Gli amici di) Fondazione Etica e la Fondazione Corriere della Sera
invitano al convegno:
SPENDING REVIEW E CRESCITA
Come tagliare gli sprechi per liberare risorse de investire
L’evento si terrà Lunedì 11 giugno alle ore 18.00 a Milano presso Fondazione Corriere della Sera.
Introducono:
Gregorio Gitti, Presidente Fondazione Etica
Piergaetano Marchetti, Presidente Fondazione Corriere della Sera
Interviene:
Corrado Passera, Ministro dello Sviluppo Economico
Ne discutono:
Paola Caporossi, Direttore Fondazione Etica
Ivanhoe Lo Bello, Vicepresidente Confindustria
Coordina:
Ferruccio De Bortoli, Direttore Corriere della Sera





