Editoriali
Liberiamo i piccoli professionisti. Proposta di iniziativa
Il fenomeno della “crisi” in Italia ha portato ad incrementare, oramai in dismisura, lo stato di disoccupazione del Paese e anche quello dell’eterno precariato.
All’inizio del mese di novembre 2011 abbiamo appreso che l’Italia è al secondo posto, dopo la Spagna, dove si registra il numero maggiore di “senza lavoro”. Secondo i dati diffusi dall’Istat, a settembre 2011, il tasso di disoccupazione è stato pari al 8,3%, + 0,3% rispetto ad agosto 2011 e + 0,3% su base annua. La disoccupazione giovanile (15-24 anni) passa dal 28% al 29,3%, quale dato più alto registratosi da gennaio 2004 ad oggi; la disoccupazione maschile sale al 7,4% e quella femminile, aumenta al 9,7%.
Per quanto poca informazione sullo specifico si riesca, purtroppo, ad attingere dai dai mass media, a destare forte preoccupazione sono inoltre le persone che rientrano nella fascia di età intermedia, ovvero fra i 30 e i 44 anni, dove la percentuale di disoccupati è ugualmente aumentata in modo significativo con un sempre più crescente numero di persone scoraggiate a trovare lavoro.
Quella fra i 30 e i 44 anni è la fascia d’eta in cui si decide di mettere su famiglia o comprare casa, di staccare il cosiddetto cordone ombelicale e, di contro, il rischio è invece quello di non trovare un lavoro (se non delle collaborazioni saltuarie) o restare precari a vita.
La disoccupazione “adulta” è frutto di una vera e propria emarginazione sociale vittima, spesso, del silenzio anche da parte delle stesse Istituzioni Politiche tutte che dovrebbero interessarsi alla creazione di nuove misure indirizzate ad incentivare le opportunità dell’occupazione, e non soltanto quindi per i giovani.
Una di queste misure potrebbe essere la revisione di alcune delle normative che disciplinano le tipologie del lavoro adottate quando ancora l’effetto prodotto dal cambio monetario dalla “Lira” all’ “Euro”, la cui entrata ha significativamente dimezzato il valore monetario raddoppiando il costo della vita, non era ancora così marcato come nel tempo si è poi invece sviluppato con conseguenze negative per i lavoratori a basso reddito.
Basti pensare ai molti giovani che dopo il diploma o la laurea non riescono ad entrare nel mondo del lavoro, ai tanti lavoratori maturi, ai 50enni ancora lontani dalla pensione, espulsi dal mercato perché la loro azienda si è ristrutturata o ha chiuso, si sono ritrovati ad abbracciare la libera professione per necessità, per mancanza di alternative.
A tal proposito vogliamo citare le cosidette “prestazioni occasionali” per le quali l’art. 61 del D. Lgs. 276/2003 che le definisce, stabilisce “che il compenso complessivo annuo che il prestatore percepisce dallo stesso committente non deve superare i 5000 Euro lordi”.
Nel caso di superamento di tale importo, in qualità di lavoratore autonomo, vi è l’obbligo di iscriversi alla gestione separata dell’Inps e all’apertura di una partita iva.
Cosa comporta, però, aprire una partita iva come libero professionista e quando conviene? Per praticità del discorso, riportiamo un esempio: immaginiamo di poter contare su collaborazioni che nell’anno solare ci riportano ad un reddito pari a 15000 euro lordi.
Avremo: 15000 euro (guadagno lordo annuale) – 26,72% (contributi previdenziali INPS) = 10992 euro (imponibile).
Ai 10992 euro andrà tolto il 5% di tasse (*) (10992 – 5% = 10442 euro netti). Oltre a questi costi si potrebbero aggiungere le spese del commercialista.
Da ciò si deduce che l’apertura di una partita iva conviene a coloro che possono contare su un discreto reddito annuale, partendo da un minimo che oscilla tra i 20 e i 30 mila euro l’anno.
In riferimento a quanto sopra riportato, nell’attuale crisi che vede lontana una ripresa e quindi opportunità di lavoro ed evidenziato che persino le borse di studio percepite durante il corso della nostra formazione (borse di dottorato, borse di formazione specialistica, assegni di ricerca) sono state rivalutate con importi un po’ più equilibrati al costo della vita, non è un paradosso ritrovarsi poi “alla fame” con l’apertura della partita iva e l’iscrizione alla gestione separata dell’inps, quasi ci dovessimo sentire colpevoli di raggiungere un reddito di 15000 euro lordi con delle collaborazioni occasionali?
Oltre a questo, al raggiungimento della soglia del reddito minimo annuale di € 8.000 lordi l’anno per lavoro dipendente e prestazioni di lavoro ad esso assimilato, di € 4.800 lordi l’anno per lavoro autonomo (per i disabili, il limite di reddito è pari a € 11.645,79 lordi l’anno), viene perso lo stato di disoccupazione.
Chiaro che le attuali leggi disciplinanti il lavoro del piccolo professionista risultano essere soffocanti e non agevolano per nulla l’occupazione, né la possibilità di seguire le proprie inclinazioni professionali in maniera autonoma.
Con questa iniziativa chiediamo allora alle Istituzioni di rivalutare l’ importo limite previsto per le prestazioni occasionali portandolo almeno alla soglia di 15000 euro lordi l’anno, essendo già tanto la “ritenuta d’acconto” di 20% (ben 3000 euro) che ci viene sottratta. Inoltre, si chiede di rivedere gli importi limite previsti per il mantenimento dello stato di disoccupazione.
In attesa di un vostro riscontro,
Vi salutiamo cordialmente.
Elisabetta Caredda e Massimo Preziuso
Cagliari e Roma, 27 novembre 2011
infoinnovatorieuropei@gmail.com
(*)Tasse del 5% considerando un lavoratore autonomo che percepisce un reddito annuale inferiore ai 30 mila euro lordi annui e che potrà rientrare nel regime dei nuovi contribuenti minimi 2012, previsti dalla manovra economica approvata nel mese di luglio 2011 (decreto legge n.98 del 6 luglio 2011, articolo 27, convertito nella legge n. 111 del 15 luglio 2011). E’ da tener presente che quest’agevolazione, per chi ha 35 anni e apre nel 2012 una partita iva, ha una validità di 5 anni. Successivamente verrà applicata l’aliquota del 20%.
Pd / Lazio : Bachelet versus Gasbarra , sfida all’apparato
Il vincolo statutario regionale – maggioranza assoluta degli aventi diritto per la nomina del segretario –subito riconosciuto come funzionale al controllo verticale e centralizzato della sua nomina , aveva ben presto determinato, dalla Direzione nazionale del Pd, la nomina di un commissario già nel 2009 nella persona dell’ on. Vannino Chiti.
Il biennio trascorso, anche per un certo signorile distacco del commissario citato, non ha sortito alcun effetto di decantazione nella ridda dei divieti incrociati dei numerosi gruppi di piccolo o grande potere locale, peraltro assai difficilmente riconducibili a nettezza di posizioni politiche di carattere o interesse regionale.
E’ stato naturale che esponenti nazionali del partito , per l’ indecoroso protrarsi del periodo commissariale, scegliessero la strada di designare un candidato unico che rispondesse alla necessità dei gruppi nazionali di non compromettere ulteriormente i già fragili equilibri della direzione nazionale del Pd.
La dichiarazione di Nicola Zingaretti, aggiuntiva a molte precedenti di dirigenti minori, favorevole alla nomina dell’ on. Enrico Gasbarra ( ex partito popolare e predecessore di Zingaretti alla guida della provincia di Roma ), assecondava tale impostazione, con sapienza di pesi e contrappesi , come unica rassicurante strategia per la distribuzione dei poteri fra i gruppi storici del Pd, nel robusto cemento delle rispettive provenienze diessina e popolare.
Il semplice irrompere della auto candidatura dell’ on. Giovanni Bachelet, mai precedentemente iscritto ad alcun partito, è apparso immediatamente come occasione di interrompere il procedere rassegnato ma perdente dei democratici laziali e cercare un riscatto del partito dopo i tutt’altro che lusinghieri risultati del Partito nelle tornate elettorali dell’ ultimo triennio.
Una occasione, è bene precisare , che coinvolge la parte militante effettivamente pensosa del pericolo di una crisi degli apparati organizzativi e di un dissolvimento di fatto delle ragioni costituenti del partito stesso.
La crescente ala protestante del partito è ormai consapevole che la coralità delle doglianze, nel sordo persistere dei gruppi dirigenti, potrà conferire assai scarso giovamento al partito senza parallelo ricorso alla concretezza dell’ azione.
Come appunto è oggettivamente interpretabile la candidatura alla segreteria regionale di Giovanni Bachelet .
Manifesto: Ricostruiamo l’Italia con le Rinnovabili
Lo spread ci opprime. Ma il sole può salvarci
La crisi – ma anche la possibilità di afferrare la coda di una sorprendente fase tecnologica, economica, sociale e dunque tutta politica – è la molla che ci riporta in campo. Siamo una comunità di imprenditori, tecnici, scienziati, studiosi, professionisti e soprattutto di cittadini, che abitano il presente e vogliono esserne parte.
Vogliamo quindi credere che il nuovo governo ritenga utile confrontarsi anche con noi per rafforzare l’impegno a tirare fuori dalla crisi il nostro paese, a partire da una valorizzazione esplicita delle energie rinnovabili. In questo ambito il Made in Italy può riversarsi nel Made in Europe per ritrovare un primato dentro le difficili sfide della globalizzazione.
I tre grandi mercati energetici – Nord America, Europa e Asia Pacifico (India, Cina, Oceania) – consumano oggi il 78% del petrolio e dispongono solo del 10% delle riserve. Così per il gas, consumano il 61% e hanno l’85% delle riserve. Per il carbone le percentuali sono l’88% ed il 35%. In tutto ciò, mentre le emissioni di CO2 crescono del 1,2% annuo, nei paesi in via di sviluppo la crescita è del 2,8%. Se la Cina e l’india avessero le emissioni pro capite del Giappone la concentrazione di CO2 nell’atmosfera aumenterebbe del 40%.
Bisogna cambiare, ma nessuno sembra volerlo realmente. Anzi, abbiamo assistito a scelte cervellotiche e autolesionistiche: si è voluto, più che tagliare , rendere precaria e ingestibile l’intera politica degli incentivi alle fonti energetiche rinnovabili, mettendo l’Italia in contrasto con gli indirizzi europei ed esponendo il paese a nuovi contenziosi e a prevedibili sanzioni.
Entro il 2020, in base al PAN (Piano di Azione Nazionale), presentato dal Ministero dello sviluppo economico nella primavera scorsa, dovremo produrre da fonti rinnovabili più di 105 miliardi di kWh/anno in energia elettrica, ma occorre tenere presente che nel 2005 ne abbiamo prodotti per soli 56 miliardi. Si prevede di triplicare la produzione di energia termica (caldo/freddo) e moltiplicare di sette volte la produzione di biocarburanti. Si prevede di contenere i nostri consumi di energia primaria ai livelli attuali, pari a 131 milioni di TEP (tonnellate equivalenti di petrolio).
Per arrivare a questi obiettivi, il settore richiede di rimuovere gli attuali ostacoli di tipo burocratico/autorizzativo e relativi allo sviluppo della rete elettrica, che impediscono la certezza e la stabilità delle prospettive di investimento nel settore.
Non vogliamo andare all’assalto di ipotetiche diligenze pubbliche. Chiediamo l’inverso: rigore e coerenza. Chiediamo al nuovo governo un Piano di Azione Nazionale coordinato ed efficace sia sotto l’aspetto normativo e fiscale, sia riguardo le azioni delle amministrazioni locali e delle Regioni nonché dell’Europa.
Dare la giusta importanza alla filiera delle energie rinnovabili significa inoltre agire in contemporanea su molti settori produttivi (edilizia, impiantistica, componenti meccanici ed elettronici, materiali, tecnologie dell’informazione e della comunicazione) e su molte tipologie di operatori (PMI e grandi imprese industriali, professionisti e tecnici, servizi finanziari, ricerca e sviluppo, cooperazione internazionale). Un programma di sviluppo deciso in questa direzione, ben coordinato e correttamente incentivato, porterebbe ad un coinvolgimento veramente pervasivo di tutti i fattori produttivi sul territorio.
Infine, vogliamo abbassare i costi finali di produzione ed incrementare l’efficienza. Vogliamo ripristinare il buon senso. Ad esempio: se è vero che oggi la Germania produce dieci volte l’energia fotovoltaica che produciamo noi “Paese del Sole” va detto che, in presenza di una competizione tra Sistemi Paese “normali”, essa non sarebbe in grado di reggere la competizione con paesi mediterranei come Portogallo, Spagna, Italia, Grecia. E invece oggi, non solo la regge, ma incredibilmente la domina.
La Germania ci mostra come si può pianificare la riconquista di un primato dopo aver, non senza travagli, maturato la drastica decisione di uscita dal nucleare, proprio grazie ad una azione mirata e concertata.
Alla luce degli enormi cambiamenti di scenario avvenuti in questo 2011, quale nuova funzione deve avere dunque la politica pubblica per abbracciare una auspicabile e vicina “terza rivoluzione industriale” centrata sulle rinnovabili?
Noi suggeriamo alcune semplici, ma innovative ed equilibrate, proposte:
1) Superamento del Decreto Romani – con i suoi tagli lineari agli incentivi – e definizione di un nuovo modello che porti il sostegno al fotovoltaico alle medie europee.
2) Nuovo regime per i terreni agricoli, che diversifichi il regime normativo tra i terreni incolti e quelli sottratti a colture.
3) Nuovo regime agevolato per le serre agricole, che vanno considerate coperture.
4) Piano regolatore dell’energia nei grandi e medi comuni, con l’istituzione di un assessorato all’energia che promuova e faciliti l’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili.
5) Costituzione di un fondo per la valorizzazione del patrimonio immobiliare e culturale pubblico attraverso investimenti in efficienza energetica.
6) Istituzione di una conferenza nazionale dei servizi energetici dove far sedere i grandi monopolisti accanto a tutti gli attori del settore.
7) Certezza dei tempi sulle pratiche tecnico-amministrative riguardanti i sistemi fotovoltaici al fine di impedire ostruzionismi dei monopolisti, che assicuri in 30 giorni l’istruzione della pratica e in 60 giorni il tempo di rilascio delle autorizzazioni e degli allacci.
8 ) Destinazione di una percentuale dei fatturati di esercizio degli impianti di produzione di energia da fonte fossile a finanziare un fondo per la ricerca e sviluppo in tecnologie energetiche.
9) Estendere ed incentivare la trasformazione a metano delle autovetture a trazione diesel e rendere obbligatoria la circolazione nelle grandi città solo per veicoli a trazione elettrica, ibrida GPL o Metano (o altro che verrà..).
10) Intervenire sul Monopolio ENEL che – con le proprie società – crea un conflitto di interesse macroscopico nella sue duplice veste di “controllore” e “controllato”.
11) Rendere tutte le proposte armoniosamente legate all’occupazione giovanile ed alla riqualificazione ed reinserimento di risorse umane in cerca di nuova occupazione, per ragioni di chiara opportunità per il Sistema Paese.
12) Sburocratizzare le procedure autorizzative attraverso un utilizzo maggiore dell’asseverazione.
Italia, 24/11/2011
Innovatori Europei e SOS Rinnovabili
Facebook group: http://www.facebook.com/groups/246254908762267/
“Prima Persona” presenta “European Common Goods” al Parlamento Europeo
Domani, 23 Novembre al Parlamento Europeo di Brussels l’associazione promossa dal Vice Presidente Gianni Pittella – Prima Persona – presenterà il manifesto “European Common Goods“.
Innovatori Europei Brussels partecipa all’iniziativa e porta con sè la Bozza del Manifesto “Ricostruiamo l’Italia con le Rinnovabili”, promosso insieme a SOS Rinnovabili, per nuovi suggerimenti e proposte migliorative.
Vi aspettiamo.
Per chi volesse contattarci: infoinnovatorieuropei@gmail.com
Un magistrale Bersani alla Camera
L’unico a parlare chiaramente di “Patrimoniali” sui grandi capitali!
Che cosa si può intendere oggi per Patrimoniale in Italia?
Un amico bolognese ha commentato ad un articolo di Innovatori Europei dal titolo “E ora subito una Patrimoniale per lanciare i Cantieri di Crescita” chiedendomi cosa io intendessi per Patrimoniale nell’Itaila 2011.
Consapevole della possibilità che essa sia parziale e incompleta, aperto a critiche, mi viene da rispondere rapidamente così:
“In un contesto di crisi finanziaria come questa, per Patrimoniale – in un Paese “ricco” di risorse private come l’Italia, dove però il “reale” (non quello ufficiale che fotografa parzialmente l’economia italiana, che è piena di evasione) indice di distribuzione della ricchezza (indice di Gini) è molto alto, ovvero dove pochi (diciamo un 20% della popolazione) posseggono molto (diciamo il 70%-80% della ricchezza totale) e pagano pochissime tasse (diciamo il 20-30% delle tasse totali) – non si può che intendere una “reidstribuzione del carico fiscale” che si sposta – almeno un po’ ed in maniera strutturale – da chi vive del proprio lavoro dipendente (la situazione di oggi) a chi ha accumulato ricchezze patrimoniali consistenti che, in Italia, sono attualmente tassate poco, e a cui un contenuto aggravio non cambia assolutamente la vita.
Per es. si può cominciare con una tassazione permanente dell’1% dei patrimoni superiori al 1,000,000 di Euro con la quale recuperare un gettito fiscale nell’ordine (ipotizzo) dei 20-60 miliardi di euro annui da utilizzare per il lancio dei “Cantieri di Crescita” con i quali generare lavoro, sviluppo e crescita economica – PIL con cui poi abbattere lo stock di debito pubblico.
Se a questo strumento si associa una seria politica di contrasto all’evasione fiscale (anche qui tre proposte semplici: introduzione del pagamento elettronico sopra i 500 euro, introduzione di meccanismi di detraibilità “parziale” a fini fiscali degli “scontrini”, nascita di “lotterie a premi associate al singolo scontrino” con cui alleggerire anche la pazza corsa al “gratta e vinci” che impoverisce quotidianamente centinaia di migliaia di cittadini), in pochi anni l’Italia torna ad essere, insieme alla Germania, la locomotiva europea, senza il bisogno di dover dismettere inutilmente e a prezzi stracciati ulteriore patrimonio pubblico (quello – come proponiamo con il “Cantiere Rinnovabili” – andrebbe in ogni caso valorizzato attraverso efficientamento energetico – prima di ogni eventuale decisione).”
#RIMONTIAMO
Massimo Preziuso
E ora subito una “Patrimoniale” per lanciare i “Cantieri di Crescita”
Oggi gli spread sul decennale BTP – BUND tornano a 540 punti base.
E’ la prova evidente che i mercati sono in attesa frenetica di novità concrete e riforme dall’Italia.
Speriamo allora che questo fortissimo Governo Monti dia una risposta netta al mondo e cominci subito – con un accordo bipartisan – da una PATRIMONIALE da almeno 100 miliardi di euro l’anno per abbassare lo “Stock di Debito” e rilanciare “Cantieri di Crescita”.
Un esempio di Cantiere? La valorizzazione del patrimonio immobiliare attraverso efficientiamento energetico, di cui discutiamo nel “Cantiere per le Rinnovabili”.
Senza una PATRIMONIALE ,rischiamo di perdere un’occasione storica di rilancio e di leadership europea per colpa di chi ci ha portato a livelli altissimi di rischio default, con l’ingresso nel “club dei 500”.
Agiamo subito, valorizzando il Paese, prima di doverlo svendere o dismettere ai mercati.
Nasce un robusto Governo Monti. Finalmente il Paese rinasce!
Nasce oggi un robusto Governo Monti, con nomi importanti.
A partire da un Super Ministro allo Sviluppo e alle Infrastrutture – Corrado Passera – che, in tandem con il Premier e Ministro dell’Economia – Prof. Mario Monti – e con il supporto del Ministro all’Ambiente – Corrado Clini – , può dare finalmente lo slancio al Paese.
Auguri al Governo Monti.
E adesso, per favore, un po’ di normalità.
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– Qui il Link al “Cantiere per le Rinnovabili”
– Qui il Link ad un intervento del “Verde” Corrado Passera
– Qui il Link all’iniziativa “RIMONTIAMO” – Slogan per la rinascita italiana
Apriamo un Cantiere per le rinnovabili in Italia? Aggiornamento
Mentre da Trento il mondo digitale già ha lanciato un appello al Senatore e premier in pectore Monti a favore del mondo digitale, manca un’iniziativa per il settore trainante e a maggiore potenziale di crescita per i prossimi anni in Italia, duramente, volutamente e stupidamente colpito durante questo Governo: quello delle rinnovabili.
Allora io credo sarebbe necessario mettere rapidamente insieme una iniziativa comune proveniente dal mondo dell’associazionismo.
Ecco la proposta:
– Aprire un cantiere di discussione su come vogliamo il futuro energetico e ambientale del Paese e sulle poche ma sostanziali iniziative che pubblico e privato dovrebbero a nostro avviso sostenere per raggiungerlo.
– A valle della discussione, scrivere un “manifesto verde” ed inviarlo subito al Governo Monti affinchè si cominci seriamente a legiferare a favore di un settore che può ancora segnare una rivoluzione industriale anche in Italia.
News del 14/11/2011
Ecco le prime idee per un Manifesto Verde:
– La nascita di una Green Bank per il finanziamento della micro generazione da fonti rinnovabili
– Piano di efficientamento energetico degli edifici pubblici italiani per il rilancio della ricerca e della competitività del settore fotovoltaico
– Un piano di sviluppo Paese incentrato sulle parole “Sole” e “Patrimonio culturale”
La associazione SOS Rinnovabili rilancia l’iniziativa sul proprio sito.
News del 15/11/2011
Un primo gruppo di lavoro sta mettendo insieme le idee che stanno pervenendo per definire una versione iniziale del MANIFESTO VERDE del Cantiere Rinnovabili.
News del 17/11/2011
Lettera aperta a Mario Monti
di Outsider – Partito degli Esclusi
Italia, 10 novembre 2011
Egregio Senatore a vita, Prof. Mario Monti,
siamo un movimento di liberi cittadini, Outsider – Partito degli Esclusi, che ha deciso di rimboccarsi finalmente le maniche per aprire le porte dei Palazzi facendo entrare aria fresca. Siamo stati esclusi e penalizzati dalle cricche e dalle vecchie Caste, che decidono sempre contro i giovani, il futuro e l’innovazione, macrediamo ancora nella Politica. Finora ci siamo tenuti in disparte perché il sistema scaccia chi è più competente e idealista ma adesso è arrivato il momento di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Vogliamo far crescere la libertà di ognuno in una società pluralista e multietnica. Ci proponiamo di costruire regole di convivenza che aumentino le opportunità individuali e di vigilare affinché la libertà non sia un diritto teorico ma una effettiva condizione di vita. Adottiamo i valori e il metodo liberaldemocratici e laici, perché, alle prove della storia, si sono dimostrati gli strumenti più efficaci per molteplici obiettivi: dare modo ad ogni donna e ad ogni uomo di esprimere se stessi e interagire con gli altri, potenziare la conoscenza affidando la libertà di ricerca a scienziati responsabili e trasparenti, promuovere il benessere con il cambiamento innovativo, amministrare la giustizia nel segno del diritto e della dignità umana, influenzare il futuro poggiando sulla memoria del passato e sulla sua eredità di cultura e di bellezza. Questa nostra identità politica ci distingue da tutti coloro che, a destra, al centro e a sinistra, non mettono la libertà e il rispetto della persona prima di ogni valore.
La classe politica e dirigente attuale ha fallito in quasi tutto, consegnandoci un Paese mutilato culturalmente ed economicamente. C’è una sola cosa che i suoi rappresentanti possono fare, se davvero hanno a cuore le nostre sorti, ed è quella di farsi da parte. E’ finito il tempo di elencare cosa non va e ascoltare l’ennesima di tante proposte di cambiamento, tutte inconsistenti quanto prive di qualsiasi fondamento. E’ finito il tempo della retorica da cui ci siamo fatti rapire troppo a lungo: berlusconismo e antiberlusconismo sono oggi la stessa cosa; come lo sono destra e sinistra, o tutte quelle sigle che del cambiamento hanno fatto il loro mantra ma che alla prova dei fatti sono solo i cloni rivestiti di chi li ha preceduti; come lo sono quei movimenti elitari, salottieri, intellettuali, il cui unico interesse è sovvertire gli equilibri del potere per rimpiazzarli con mali peggiori.
Noi dobbiamo invece trovare il coraggio di reagire prima che sia troppo tardi, prima che il sogno muoia sotto il peso della frustrazione. La nostra macro-generazione deve decidere se lasciare il proprio futuro nelle mani di chi ci sta trascinando verso il baratro economico e culturale, delle corporazioni che uccidono ogni libera iniziativa, della burocrazia di uno Stato che complica, invece di chiarire, la vita al cittadino, o se riprendere in mano le redini del proprio destino.
Vogliamo che l’Italia ritorni ad essere un sogno, un modello, un punto di riferimento per tutti e non solo per la sua storia o per il suo territorio, anch’esso ormai umiliato dall’incapacità dei suoi amministratori. Vogliamo costruire la Società aperta, che non abbia paura del nuovo, dello straniero, della concorrenza. Noi non siamo contro la politica ma, al contrario, siamo per una politica che non invada la sfera dell’iniziativa privata, non sia orientata solo al potere ma rappresenti ed elabori la moltitudine degli interessi individuali senza compromettere il futuro di qualcuno.
Questa è l’Italia degli outsider e degli esclusi, di quelle generazioni che, nonostante tutto, hanno iniziato o continuano a creare idee e prodotti di successo, a lavorare duro, a cambiare il mondo. Ci siamo ritrovati tra decine di giovani, uomini e donne, italiani all’estero e stranieri in Italia, finora penalizzati ed estromessi dalle grandi scelte strategiche del Paese. Alcuni di noi hanno una tessera di partito e porteranno i nostri valori in quelle organizzazioni per tramutarle dall’interno, altri sono sempre stati fuori dai partiti e ora vogliono aiutare l’Italia a tornare una meta, un desiderio e non una ragione di fuga.
Abbiamo le idee chiare: aprire la società per dare più potere ai cittadini e liberalizzare il mercato per stimolare l’iniziativa individuale. Ma abbiamo soprattutto un metodo – che chi ha la presunzione di rappresentarci (la politica) e di comandarci (la gerontocrazia imperante) non ha. Siamo per il metodo scientifico nella soluzione dei problemi, siamo per la trasparenza e la verificabilità dei dati su cui si basano le decisioni politiche, affinché chi le propone sappia motivarle e se ne prenda le responsabilità. Siamo quelli che vogliono che i cialtroni si facciano da parte, per lasciare spazio a chi sa coniugare esperienza e competenze nell’interesse di tutti.
Sosteniamo l’urgenza di grandi riforme, che modifichino strutturalmente gli assetti industriali e finanziari del Paese. La nostra analisi muove dalla constatazione che – con l’avvento della globalizzazione e della conseguente dimensione “liquida” dell’economia – non ha più senso parlare di paesi sviluppati e di paesi in via di sviluppo: ogni nazione deve considerarsi continuamente in via di sviluppo e quindi bisognosa non solo di libero mercato ma anche di regole e controlli da parte dello Stato. Il sistema produttivo italiano è arretrato e in declino, sopravvive grazie alle rendite: da un lato dobbiamo insistere per l’attuazione di politiche settoriali che incentivino l’innovazione e la produttività delle imprese italiane, favorendone la buona competitività sul mercato globale. E’ inutile continuare a fabbricare t-shirts o bulloni, con i giganti asiatici ormai in gioco, mentre è sensato puntare sulle produzioni a più alto valore aggiunto in comparti quali la chimica, l’elettronica di precisione, l’informatica, i servizi tecnologici avanzati, le cosiddette “industrie verdi” e le fonti energetiche rinnovabili. Da rilanciare inoltre un turismo di alta qualità e di potente richiamo internazionale. Naturalmente, va sostenuto il made in Italy della moda, dell’enogastronomia e dell’artigianato, settori che tuttavia non basterebbero mai, da soli, a farci competere con le economie emergenti. Dall’altro lato, è indispensabile dotare l’Italia di infrastrutture e trasporti che giustifichino lo sviluppo e gli investimenti, con nuove reti materiali e immateriali. Autostrade più grandi, collegamenti ferroviari ad alta velocità, un trasporto aereo nazionale efficiente e sano, porti e aeroporti in grado di trasformare i nostri scali in veri e propri HUB del mercato euro-asiatico. Ma sono necessarie anche reti di trasmissione-dati ad alta e altissima velocità, e la copertura con adsl dei tanti Comuni che in Italia ancora non ne sono raggiunti. Una informatizzazione e uno snellimento della Pubblica Amministrazione sono condizioni di base per aprire le porte allo sviluppo e un volano per l’informatizzazione dell’intera società civile (imprese e cittadini). Infine, siamo a favore di una massiccia e autentica liberalizzazione di mercati primari per l’economia italiana (energia, comunicazioni, trasporti, servizi pubblici locali). Tutto questo, mentre un debito mostruoso e la crisi finanziaria mettono a repentaglio la tenuta economica dello Stato e il futuro delle nuove generazioni, che dovranno pagare prezzi enormi per le spese folli del passato. Rifiutiamo proposte demagogiche quali la riduzione fine a sé stessa dell’imposizione fiscale. Per quanto riguarda le nuove imprese e in particolare l’imprenditoria giovanile e femminile, sosteniamo con forza la necessità di interventi che non siano di facciata o irrilevanti (come microcrediti di poche migliaia di euro, che andrebbero bene in Paesi poverissimi) bensì radicali e realmente motivanti: per esempio, la predisposizione di un Fondo di Garanzia per i giovani neo-imprenditori e dei relativi accordi con il sistema bancario, affinché le nuove generazioni siano incoraggiate e facilitate nell’ottenimento del credito per la creazione d’impresa. Inoltre, sarebbero decisivi gli esoneri dai minimi contributivi Inps (spesso delle autentiche “strozzature” per le giovani start-up commerciali). In generale, vorremmo il Ministero dell’Economia e della Gioventù, in uno.
Siamo consapevoli che buona parte dei ragionamenti sulla flessibilità/precarietà/dualità del lavoro non si risolvono senza sanare e trasformare il sistema produttivo, che ne costituisce la base. Senza buone imprese, non c’è buon lavoro. Tuttavia, ci sono state anche una serie di mancate scelte a favore o, peggio, di scelte prese contro la categoria dei più giovani e precari. Si può fare qualcosa, in Italia, malgrado le difficoltà economiche di fondo. In primo luogo, non riservando alle sole nuove generazioni lo status di “flessibili”, facendo scelte politiche di condivisione inter-generazionale della elasticità lavorativa. Siamo per il contratto unico di lavoro.
In secondo luogo, ponendo le basi per un sistema di welfare più moderno, “delle opportunità”, che consenta ai giovani di non restare stagisti a vita, di mettere a frutto con nuove formazioni professionali i momenti di stand-by lavorativo, di reggere al contraccolpo rappresentato da una improvvisa perdita del reddito. A questo, aggiungiamo una constatazione preoccupante: più della metà dei giovani precari risulta oggi al servizio della Pubblica Amministrazione, dove invece resistono – come testimoniano innumerevoli e seri studi – importanti sacche di personale improduttivo e inamovibile, di età sicuramente più avanzata. Un ulteriore aspetto di ingiustificata penalizzazione dei giovani lavoratori è la progressiva dequalificazione del lavoro, con stipendi troppo bassi e una strisciante proletarizzazione del ceto medio italiano di domani (generazione 1000 euro).
Infine, i contributi alla famiglia: assegni, deduzioni, detrazioni e servizi (come asili nido) che, sul modello tedesco, diano ossigeno e prospettive ai giovani nella creazione di nuovi nuclei familiari con figli, per tornare ad una crescente natalità, per superare la crisi di progettualità e di futuro delle nostre generazioni. In buona parte, tutti questi punti possono e devono essere affrontati con politiche che distribuiscano in maniera più equa gli sforzi tra i vari strati della “società anagrafica” italiana.
Constatiamo con preoccupazione come una valanga di centinaia e centinaia di miliardi di euro si prepari a travolgere il sistema pensionistico italiano, nei prossimi anni. Questo denaro, che dovrà essere pagato in toto da chi oggi ha meno di 40 anni, rischia di innescare una grave crisi economica e sociale nel Paese. Le nostre generazioni dovranno farsi carico del mantenimento dei più anziani con proporzioni di spesa che porteranno molti milioni di persone, ora giovani, verso livelli di vera e propria povertà. Per questo vogliamo l’innalzamento dell’età pensionistica a 65 anni, uguale per uomini e donne.
Per non impedire il ricambio generazionale e tuttavia fare i conti con la più elevata età di abbandono del lavoro, serve poi una profonda riflessione sulle soluzioni da applicare alla “ageing society” (la società che invecchia): soluzioni che consentano di mantenere il contributo produttivo dei più anziani, insieme favorendo l’assunzione di responsabilità e la qualificazione professionale dei più giovani.
Appoggiamo l’idea di una ragionata e generalizzata (ma non ottusa) apertura dei mercati e degli accessi alle professioni, con il passaggio dagli Ordini alle associazioni. In Italia, ai fini di tutelare e “blindare” le condizioni sociali ed economiche di determinate categorie professionali, si è arrivati alla creazione di vere e proprie caste, dannose se si vogliono professionisti più giovani e meglio preparati. Siamo inoltre a favore della superamento del valore legale del titolo di studio, come avvenuto in diversi Paesi europei, affinché la competizione debba giocarsi sul terreno delle competenze, della bravura, della qualità dei servizi offerti e non delle formalità dei ruoli.
Introdurre criteri meritocratici sostanziali nelle Università italiane, premiando le ricerche di maggior valore e superando inutili baronati, è uno dei nostri obiettivi principali. La creazione di un Fondo per l’Innovazione ad hoc, come si vuole realizzare su scala globale ad opera della Banca Mondiale e dell’ONU nei confronti della ricerca pubblica/privata, sembra un’idea applicabile anche al microcosmo nazionale italiano. Per quanto riguarda la formazione universitaria, è necessario un sistema più selettivo e maggiormente collegato al mondo economico privato: a tal fine, ha certamente senso orientare i giovani verso facoltà scientifiche, per favorire la formazione di competenze realmente necessarie in un sistema produttivo moderno, ma senza penalizzare quelle artistiche e umanistiche che costituiscono un punto strategico per la presenza italiana nel panorama mondiale.
Crediamo nel progetto di Stati Uniti d’Europa, condividendo la visione di un federalismo verso l’alto che consenta agli Stati membri di mantenere le proprie differenze e peculiarità, oltre che una propria autonomia istituzionale e un’identità culturale forte ma aperta all’integrazione tra popoli di diverse origini. Sosteniamo la necessità di una conformazione europea poliarchica più vicina ai cittadini-elettori, con l’accentuazione dei caratteri democratici nella scelta dei rappresentanti e nell’esercizio dei compiti di governo. Siamo a favore di una UE dotata di personalità unitaria e ben definita nelle materie di politica estera, energetica e commerciale internazionale.
Contestiamo ogni forma di estremismo, sia esso di tipo religioso, culturale, politico. Sostiene inoltre fermamente il valore imprescindibile della laicità degli Stati. Non può quindi che disapprovare fenomeni di violenza politica e di integralismo, ovunque questi si verifichino. Quanto all’immigrazione in Italia, crediamo necessaria un’integrazione che non sacrifichi i diritti umani e le diversità culturali di origine, ma nemmeno rifiuti i principi di osservanza della legalità e di rispetto delle culture ospitanti. Alcune persone, poi, non possono essere considerate “ospiti”: è inaccettabile che molti giovani italiani, seconde generazioni figlie di immigrati, non abbiano la cittadinanza malgrado siano, spesso, persino più italiani di noi per cultura, esperienza e aspirazioni personali.
Non siamo per l’anti-politica. Siamo per un nuovo ruolo forte dei partiti politici, anziché per il loro definitivo superamento. L’attuale configurazione dei partiti italiani – più simili a comitati elettorali dominati da piccole elites – è però inefficiente e non garantisce a queste fondamentali organizzazioni di svolgere la loro essenziale funzione di tramiti rappresentativi tra la cittadinanza e l’amministrazione politica. Il riferimento al “metodo democratico”, inserito nella Costituzione all’articolo 49, ha dimostrato d’essere eccessivamente blando e generico: bisogna fissare le regole di funzionamento interno dei partiti con maggiore precisione, come accade per esempio in Spagna e Germania, a livello costituzionale o almeno legislativo ordinario. Pensiamo per esempio a una regolazione attenta delle primarie e alle tutele delle pari opportunità. Solo in questo modo, con strutture di partito realmente contendibili e in grado di formare, selezionare e dare occasioni di emersione ai soggetti più capaci, si potrà tornare a parlare di “ricambio di classe dirigente”, paroloni altrimenti vuoti e da salotto.
La democraticità dei meccanismi interni di partito consentirebbe inoltre di evitare discriminazioni sulla mera base delle disponibilità economiche o della fama degli attori politici, mettendo anche i più giovani – solitamente meno “attrezzati” – nelle condizioni di competere e di raccogliere consensi, a tutto vantaggio della democrazia. Siamo contro un sistema non meritocratico di pure cooptazioni. Riteniamo necessario che – soprattutto in un periodo in cui la lontananza dei cittadini dalla politica è ai massimi – sia ridata agli elettori la possibilità di scegliere il proprio candidato. Sosteniamo la necessità di riforma del sistema elettorale, in senso proporzionale alla tedesca (con sbarramento al 5%) o maggioritario alla francese (con doppio turno). Entrambe queste soluzioni consentirebbero una più efficace governabilità del Paese, riducendo la presenza e il peso delle forze troppo piccole o estreme.
Quanto detto a proposito dei sistemi di democraticità interna dei partiti, logicamente, ci porta a non volere meccanismi quali le quote-rosa o le quote-giovani: trucchi inutili se in presenza di partiti sani, solidi e rappresentativi. Un’analoga analisi, con le medesime premesse sulla “salute” dei partiti, va fatta circa le preferenze: siamo per la loro reintroduzione, ma richiamiamo l’attenzione sul fatto che spesso l’espressione di preferenze verso singoli nomi, nelle liste e specialmente con circoscrizioni troppo grandi, non va a vantaggio dei candidati con meno mezzi materiali, premiando invece in molti casi gli investimenti economici più ingenti e i legami clientelari. Per questo, servono controlli e una maggiore trasparenza sull’operato dei candidati e degli eletti.
Crediamo nella somma validità dei principi contenuti nella Carta Costituzionale, ma non pensiamo che questa sia intangibile e irriformabile a tutti i costi, laddove ciò avvenga in modo responsabile e senza stravolgimenti. Questo significa disapprovare le modifiche fatte a colpi di maggioranza, ma anche insistere affinché si creino le condizioni per una revisione della Costituzione il più possibile armonica, partecipata e condivisa: attraverso l’istituzione di un’Assemblea Costituente, che permetta di riscrivere le regole del gioco senza strappi e con animo politico costruttivo. Un’Assemblea alla quale contribuiscano anche i rappresentanti delle categorie finora escluse dal dibattito politico, rinnovando così quello spirito costituente e quel sentimento di impegno civile che furono alla base della nascita repubblicana. Siamo convinti che la Carta, con le dovute prudenze, possa e debba essere integrata anche nella sua prima parte, quella dei princìpi, adeguandola alle nuove esigenze della modernità; quanto agli assetti amministrativi dello Stato, non ci convince un federalismo moltiplicatore di costi, anzi appoggiamo l’idea di eliminare enti e strutture inutili (ad esempio le Province) e di snellire lo Stato burocratico a favore di una più sensata integrazione verso l’alto, trovandoci nel contesto europeo e confrontandoci con le problematiche causate dalla globalizzazione.
Siamo l’Italia di chi vuole innovare; di chi non ha paura del diverso, consapevole che è nella diversità che prende forma l’evoluzione. Oggi siamo noi a sentirci diversi, estranei ad un sistema in cui non ci possiamo più riconoscere, ostile al merito e alla libera iniziativa.Noi Outsider ci stiamo riunendo per provare a cambiare, per riprenderci quello spazio individuale che appartiene solo a noi e alle generazioni che ci seguiranno. Siamo stanchi di farci umiliare assistendo al teatrino quotidiano del nulla, assuefatti dall’arte retorica dei suoi attori ed emissari. Non vogliamo vivere con il rimorso verso i nostri figli e nipoti, verso noi stessi, il rimorso di chi ha solo subito. Forse falliremo, ma sarà comunque un successo averci provato mentre tutto sembrava addormentato, scontato, rassegnato. Un successo per chi ama il nostro Paese, per chi vuole costruire un’Italia aperta, prosperosa, di cittadini liberi.
Ora, Lei è in procinto di diventare il nostro Presidente del Consiglio, alla guida di un Governo di solidarietà nazionale che potrà veramente trasformare a fondo l’Italia. In Lei e nella responsabilità del Parlamento, noi Outsider riponiamo oggi molte speranze. Il momento è drammatico, non ci deluda, deluderebbe il futuro di questo magnifico, creativo, ferito Paese.
Gianpiero Alaimo (Dirigente d’azienda), Fabio Giuseppe Angelini (Avvocato), Paolo Balboni (Avvocato), Marco Bertolotto (Medico), Armando Biondi (Imprenditore), Luca Bolognini (Avvocato), Stefano Brustia (Avvocato), Daniele Catteddu (Dirigente), Sandro Cotellessa (Impiegato), Francesco Dagnino (Avvocato), Marco De Amicis (Funzionario ONG), Annamaria De Michele (Avvocato), Piercamillo Falasca (Economista), Marco Ferraro (Funzionario europeo), Guglielmo Forgeschi (Medico), Valentina Gavioli (Avvocato), Michele Gerace (Giurista), Fred Kuwornu (Regista), Lorenzo Lo Basso (Giornalista), Francesco Lucà (Dottore Commercialista), Simone Maccaferri (Funzionario di banca), Caterina Mannacio Soderini (Impiegata), Sara Marcozzi (Avvocato), Luigi Massa (Avvocato), Simona Nalin (Assistente Parlamentare), Flavio Notari (Economista), Alessandro Olmo (Avvocato), Pietro Paganini (Docente universitario), Gianfranco Passalacqua (Avvocato), Marco Piana (Private equity), Antonio Picasso (Giornalista), Massimo Preziuso (Ingegnere), Roberto Race (Giornalista), Morena Ragone (Giurista), Giuseppe Ragusa (Docente universitario), Stefano Rampinini (Imprenditore), Alessandro Rapisarda (Consulente del Lavoro), Roberto Ruggiero (Impiegato), Lucio Scudiero (Giurista), Fabiana Tenerelli (Imprenditrice), Valerio Togni (Economista), Marco Toia (Odontoiatra), Alessandro Tuffu (Imprenditore), Marco Villa (Venture capitalist) – e gli altri cittadini del www.partitodeglioutsider.it




