Significativamente Oltre

Editoriali

Di donne non basta solo parlare

di Giuseppina Bonaviri – Le donne non sono riserve protette, non sono vessillo di conquista o di supposta emancipazione. Dare spazio alle donne, ancor più se a quelle donne che vivono la loro normale quotidianità, in qualità di persone comuni che agiscono virtuosamente, ha un forte significato progressista. Sollecitare l’adozione spontanea di nuovi codici di comunicazione non ha semplicemente valore di questione di quote ma di un vero salto di qualità, di un avanzamento della democrazia paritaria, di cultura di genere diffusa. Non si può continuare ad abusare di luoghi comuni che ci vedano prigioniere di partiti o di finte lotte progressiste spesso , purtroppo, agite proprio da quelle donne che rimangono ostaggio del potere maschile. Le strategie culturali e di dominazione di genere stanno involvendo ma la verità rimane che l’appartenenza al gruppo come il cognome si trasmettono per linea maschile: questo è il modello imposto ancora esistente. Allora non basta proporre sulla pelle delle donne -vedi sexy-worker- bisogna, prima, imparare l’arte dell’ ascolto e dell’accoglienza rispetto alle minoranze per sentirti classe civile e politica liberata. Necessita un grande apprendistato prima di avvicinarsi ad un gruppo stigmatizzato senza cadere nel precostituito rigido e questo, al momento se lo possono permettere poche-i eletti come le-gli studiose-i e scienziate-i. Diversamente, anche i messaggi più alternativi serviranno solo a rinforzare gli stereotipi tradizionali. Continuare a credere che ci sono donne cattive e donne buone giova solo alla stabilità di un sistema logoro, è un elemento di controllo sociale. Si continua a perseguitare, così, la sessualità autonoma delle donne mentre dovremmo essere, invece, consapevoli dell’esistenza di questi modelli standardizzati per demistificarli e modificarli. Potremo pensare di cambiare solo quando disporremo di soluzioni sociali corrispondenti al di là dall’approssimazione intellettuale.

Iniziamo dal modificare i linguaggi comuni per permettere che anche il nostro territorio si trovi al passo coi tempi . La lingua rispecchia la nostra cultura, dunque, le riflessioni sul modo di rappresentare le donne attraverso il linguaggio e la storia è la ragione per la quale essa svolge un ruolo prioritario nel processo di costruzione dell’immagine femminile collettiva. Le donne possono e devono essere sempre in prima linea -insieme agli uomini paritariamente- se si vuole scrivere un nuovo, fiorente capitolo d’epopea italiana. Noi donne, che lottiamo per la giustizia e per la pace, per i diritti civili siamo in prima linea e ben sappiamo che è solo un atto di giustizia che potrà rendere consapevoli le classi dirigenti che, se non si lascerà spazio alla democrazia di genere fuori dal becero utilizzo questa sarà negata. Allora non ci potrà essere cambiamento che tenga nell’immediato.

Non vogliamo essere complici di un pregiudizio che ci vuole vittime di soprusi. Fuori dalle strumentalizzazioni della mala gestione politica che continua ad enfatizzare le quote rosa- pensiamo a quello che succede nella formazione del governo e poi a seguire nella proposta della nuova legge elettorale- fare Rete tra donne comuni e virtuose della, siano esse intellettuali o di riconosciuto talento crea le vere condizioni di beneficio per tutta la società. Nell’ambito delle iniziative che la Rete La Fenice porta avanti è stato dato grande spazio alle criticità moderne dell’essere donna. Basti pensare alla iniziativa, ormai di respiro nazionale ” L’arte contro il femminicidio”. Il nostro appello, che partì il 21 settembre scorso nel corso della prima iniziativa provinciale a sostegno del donne vittime di abusi alla Villa Comunale di Frosinone, è stato ascoltato ed ha sensibilizzato amministrazioni comunali e provinciali, a partire da quelle locali, che hanno accolto la nostra richiesta uscendo dai sentieri di omertà e di silenzio. Ne da conferma l’iniziativa provinciale dell’8 marzo scorso a Frosinone per l’inaugurazione della Campagna di sensibilizzazione provinciale contro discriminazioni e violenze di genere e la Marcia di solidarietà alla quale hanno aderito più di 50 comuni locali, moltissime scolaresche provenienti da tutta la provincia, associazioni, sindacati unitari, gente comune in una terra, la nostra, corrosa da microcriminalità e dall’arroganza di un potere politico irrivente.

Consapevoli, dunque, che la partecipazione è solo l’inizio di un lungo momento di riflessione innovativa ed aperta al contributo di tante e tanti sono stati messi in cantiere per i prossimi mesi altri importanti momenti di incontro con la gente, con le Università e nelle scuole (dibattiti pubblici sull’evento saranno trasferiti a Napoli, Pescara, Rieti, Milano e proseguiranno sino a giugno su Roma).

Portare sul piano del confronto pubblico -tenendo alla base prerequisiti tecnico-specialistici che ne certificano la qualità- in provincia e fuori, tra i giovani e nelle piazze tematiche occultate significa scavalcare i limiti dell’attuale dibattito politico sterile ed usurante. Perché di donne non basta solo parlare.

Riforma PA – Qualche idea

padi Aldo Perotti
Ho buttato giù qualche idea innovativa su come cambiare il lavoro pubblico nel nostro paese partendo dall’analisi dei momenti principali della vita di un dipendente pubblico. Chissà che non arrivi qualcosa a chi può decidere.
L’ingresso
Su questo tema la Costituzione parla chiaro: si accede per concorso (salvo eccezioni). Ma è il concorso il modo migliore ? Forse no, o non sempre, visto che la stessa Costituzione prevede la possibilità – per legge – di derogare. Il termine concorso è poi abbastanza vago per cui negli anni le modalità operative si sono via via diversificate, specificate, dettagliate, trasformando il “concorso” in oggetto piuttosto misterioso, dalle diverse forme e sembianze in funzione della tipologia di impiego a cui si accede. Si trasforma spesso in “concorsone” con una platea immensa di partecipanti che aumentano in maniera direttamente proporzionale al tasso di disoccupazione. Senza disoccupati chi parteciperebbe ad una selezione così folle? E per uno stipendio, a pari livello, mediamente inferiore a quello di un lavoro privato? Negli anni del boom economico l’impiego pubblico era un “ripiego”, un second best. Oggi, in funzione della sicurezza che garantisce, è indubbiamente molto ambito. Ambitissimo addirittura in quei casi, in realtà limitati numericamente rispetto alla platea degli impiegati, dove si può godere di eccezionali e spesso ingiustificati privilegi.
Se guardiamo al passato quando il numero dei concorsi, le procedure selettive, erano molto più numerose, più facili, più o meno pilotate (quanti scandali), ma anche al presente, con prove selettive di carattere sempre più nozionistiche e mnemoniche, che selezionano gli individui essenzialmente per l’attitudine a memorizzare acriticamente un discreta massa di informazioni, forse il concorso come è stato ed è concepito proprio non funziona.
Se pensiamo poi alla necessità diffusissima di integrare il personale con consulenti, precari, ecc. si capisce che il personale selezionato per concorso in più di qualche caso non da i risultati sperati. Se poi, come avviene oggi, addirittura la dirigenza è selezionata con queste modalità senza tenere in alcun conto di altri parametri quali l’esperienza (quella vera non la semplice anzianità) si capisce come la possibilità che nell’amministrazione accedano persone non del tutto idonee è tutt’altro che remota.
Il modo migliore da sempre per valutare, capire e scegliere le persone è metterle alla prova.
Occorre trasformare il tempo passato a valutare le numerose prove in tempo trascorso a valutare il lavoro.
Prima cosa da fare: i voti contano. Il voto di diploma e quello di laurea sono comunque un indicatore riepilogativo di un periodo abbastanza lungo di vita e di esperienza. Stabiliamo delle soglie di voto per l’accesso anche molto alte (credo lo faccia la Banca d’Italia). Se pensi ad un lavoro pubblico sai che devi arrivare ad un certo livello. La prima prova del concorso è così diluita in più anni. Se lo sai, ti impegni.
Ristretta la platea degli aspiranti inizia il percorso di avvicinamento che è per passi graduali con una selezione di tipo piramidale. Si inizia con degli stage volontari ai quali si accede sulla base di pochi parametri tipo età e voto (lasciamo perdere i titoli di preferenza, di qualsiasi natura, serve gente capace non i figli o gli orfani di gente capace, non è il posto pubblico il modo giusto per fare politiche sociali di quella natura). Allo stage segue un primo tirocinio, poi un secondo, poi un periodo di prova e quindi l’assunzione sempre con la formula che solo la metà passa al livello successivo. In pratica 16 stagisti, 8 primi tirocinanti, 4 secondi tirocinanti, 2 alla prova, 1 assunto. Per il passaggio non sono previste prove, test, esami, ma solo la scelta, essenzialmente un voto, delle persone che già lavorano nell’amministrazione (si potrebbe anche ponderare i voti, ma con grande attenzione per evitare posizioni/gruppi predominanti), comunque una sorta di commissione speciale abbastanza numerosa. Ovviamente astenersi parenti e amici (non votano).Tempi lunghi? Troppo complicato? Non credo. Penso che l’intera procedura possa durare non più di sei mesi. Le fasi hanno durata crescente e i partecipanti percepiscono una frazione dello stipendio (prima 1/16, poi 1/8, ecc.) quindi i costi sono gli stessi di assumere una risorsa a stipendio pieno con sei mesi di prova. Alla fine sempre una risorsa rimane stabile al lavoro ma scelta tra 16 e già inserita nella realtà lavorativa (la più inserita).
E i 15 che non ce la fanno ? Possono provare altrove lo stesso percorso. Sempre meglio che stare a casa ad aspettare una lettera raccomandata.
La modalità di selezione piramidale penso possa essere utilizzata in tutti gli impieghi pubblici (anche per le forze dell’ordine, i magistrati) credo con buoni risultati.
La carriera
Una volta entrati nella PA che succede ? Oggi succede veramente di tutto. In alcuni casi (Ministeri) può non succedere più nulla; si può rimanere in un posto per un tempo indefinito a fare lo stesso lavoro. In altri casi si attivano meccanismi automatici o semiautomatici di progressione economica (esercito, magistratura) in parte anche scollegati dal lavoro svolto. Aggiungiamo il fatto che alcuni passaggi, alcuni incarichi, ricadono nella discrezionalità della politica e si scopre che il detto “o lavori, o fai carriera” rappresenta nella PA un assioma. L’indipendenza, in pratica assoluta, tra la variabile composita lavoro-impegno-risultati  e l’altra variabile carriera-responsabilità-stipendio  è la fondamentale causa della mediamente scarsa produttività del lavoro pubblico a tutti i livelli ed in tutte le situazioni.
Partendo dal fatto che nella Pubblica Amministrazione:
Non è detto che il migliore degli insegnanti diventi Preside
Non è detto che il peggiore dei capitani non diventi colonnello
Non è detto che i migliori funzionari diventino dirigenti
Non è detto che il peggiore dei dirigenti non diventi dirigente generale
Non è detto che chi lavora riceva una qualche forma di considerazione/premio
Non è detto che chi non lavora non venga ugualmente promosso come gli altri
(potrei continuare)
Appare chiaro che in queste condizioni la macchina amministrativa funziona esclusivamente in funzione del fatto che una schiera molto numerosa di persone ritiene, onestamente, di svolgere il proprio lavoro per dovere, per educazione, per amor patrio e perché, anche se poco, lo Stato lo paga. Ovviamente il livello di impegno, presto o tardi, ne risente.
Come uscire da questo vortice infernale che porta a una produttività via via più bassa del personale ?
Potrebbe essere abbastanza semplice secondo il detto “patti chiari, amicizia lunga”.
Bisogna definire a priori dei “percorsi di carriera”. Chi entra nella PA deve sapere con relativa certezza cosa lo attende se, se e se…. Anche in questo caso si deve tenere conto di modalità “piramidali”. Si deve avere, secondo regole certe, la possibilità di accedere ad un livello superiore, ad una posizione di maggiore responsabilità e retribuzione (perché sono quelle le cose che vanno collegate, responsabilità e retribuzione, non altre come avviene di solito con il risultato che identici lavori vengono retribuiti diversamente se uno è dipendente di un Ministero o della Presidenza del Consiglio).
Non sarebbe male anche in questo caso che il sistema di valutazione sia il più democratico possibile. Come nelle cooperative sono i soci che eleggono il presidente nella PA dovrebbero essere i dipendenti che promuovono i dirigenti. Sarebbe anche giusto che il “promosso” possa beneficiare anche del gradimento dei superiori, con la possibilità di un “veto” fortemente motivato, questo per evitare conflitti interni alle strutture. Ovviamente andrebbe studiato un sistema di corresponsabilità e di incentivi/disincentivi che faccia ricadere su chi sceglie le conseguenze di una scelta sbagliata.  Se un  dirigente è inadeguato, sei tu che lo ha messo li che ti vedi, insieme a lui, decurtato dei premi lo stipendio. In considerazione poi del fatto che è possibile che qualcuno si riveli successivamente inidoneo a ricoprire un determinato incarico il “percorso di carriera” deve essere completamente bidirezionale a tutti i livelli, con la possibilità di “degradare”, ovviamente in modo motivato, ma senza troppe complicazioni, chiunque.
Non ho precisato che questo sistema deve anche prevedere la possibilità di inserimenti dall’esterno da attuarsi attraverso la libertà di spostamento orizzontale del personale che deve poter e (dover) occupare posizioni libere. Un piccolo incentivo economico alla mobilità volontaria (e non) renderebbe tutto più semplice e veloce.
E lo scambio pubblico-privato? Si può fare  ma solo sulle posizioni libere e dove i “percorsi di carriera” siano inapplicabili per mancanza di risorse. Che senso ha inserire un esterno che non sa nulla quando c’è un funzionario esperto che meriterebbe di essere promosso ? Giusto, che senso ha, ma è quello che avviene quasi regolarmente. Ovviamente l’ultimo arrivato trova di solito un ambiente leggermente ostile che non gli renderà la vita facile. Con conseguenze infauste per produttività e risultati.
La PA ha essenzialmente bisogno di ridurre e magari azzerare i livelli di incazzatura e di frustrazione delle sue risorse frutto di un complesso di norme che sembrano fatte apposta per rendere difficile tutto. Qualsiasi operazione diretta alla semplificazione ed alla eliminazione di anomale disparità, di privilegi ingiustificati e di immotivate complesse procedure contribuirà sicuramente a ridurre lo stress a livelli più accettabili ed ad aumentare la produttività.
L’uscita
L’uscita è la pensione. Si, pare semplice.
Nella pubblica amministrazione si osserva che:
Ci sono persone stanche, frustrate, che vorrebbero andare in pensione e non possono per vari motivi (no età, no contributi, bisogno di soldi).
Ci sono persone molto attive che sono costrette ad andare in pensione ma non vorrebbero (o meglio non vorrebbe la PA perché gli fanno in qualche caso sempre comodo come “memoria storica”).
Ci sono persone che, pure se in pensione, continuano per vie traverse a lavorare nella PA cumulando due redditi (alcune volte sono quelle della riga sopra, le più furbe tra queste però).
Ci sono persone che per competenze, età e/o condizioni personali (malattie, ecc.) si trovano oggettivamente nelle condizioni di non poter/voler dare molto alla PA, che sono ancora lontane dalla pensione ed alle quali occorrerebbe trovare una diversa e più appropriata collocazione lavorativa.
Ed altro.
Qualche soluzione.
Stabiliamo un’età (un numero) unica ed universale in cui ogni rapporto tra la PA ed il suo dipendente termina senza possibilità di deroga. Diciamo 70 anni. Nessuno e per nessun motivo (magistrati, ufficiali, direttori, ecc.) può lavorare per la PA dopo quell’età (ammesse solo cariche onorifiche senza retribuzione ne responsabilità alcuna, niente incarichi ne consulenze).
Stabilito che il diritto alla pensione segue nella PA la normativa comune di tutti i lavoratori per età, anzianità, contributi, ecc. sarà possibile per chiunque, se vuole, chiedere di superare l’età e continuare a lavorare fino ai 70 anni alle stesse condizioni. Il prolungamento dovrà essere richiesto/autorizzato dall’Amministrazione solo se realmente necessario e non sarà possibile nel caso ci siano risorse disponibili nel “percorso di carriera”, questo per soddisfare le aspettative di chi, più giovane, può legittimamente aspirare a fare un passo avanti. In caso di mancanza di autorizzazione il diritto alla pensione diventa un dovere e si potrà comunque svolgere una attività secondaria ovviamente non per l’Amministrazione di provenienza

Verso le europee. Un PD più innovativo possibile. Adesso o mai più

Europee-2014di Massimo Preziuso su L’Unità

Per il Partito Democratico è tempo di spingere nel solco di quel cambiamento innovativo invocato da Matteo Renzi, per ora avviato nella comunicazione e nella forma.

Con il declino netto del Partito Socialista francese alle amministrative di ieri, a due mesi da elezioni europee  “costituenti”, fondamentali per il rilancio del Sud Europa, non si può davvero scherzare.

Soprattutto se si pensa che, dopo anni di tentennamenti, il PD a guida Renzi ha deciso di entrare nella famiglia socialista solo qualche settimana fa, dando vita ad una chiara contraddizione politica: quella del giovane premier rinnovatore, formatosi nella Margherita, che aderisce ad una famiglia politica piena di valori sedimentati nel tempo, in alcuni casi meno innovativi e attuali di qualche anno fa.

Una scelta rischiosa, dunque, come si è poi visto con i risultati di ieri. Che si sommano al precedente annuncio del mancato supporto dei laburisti inglesi al candidato socialista alla presidenza della Commissione Europea Schulz.

E allora per ovviare al rischio di una débâcle alle europee, il Partito Democratico ha una sola via possibile: quella di tradurre le speranze di rinnovamento e riformismo riposti nella carica comunicativa e di leadership di Matteo in cambiamenti concreti da qui a maggio.

Tre sono i livelli su cui operare:

– Riforme. Il PD sostenga Renzi a migliorare e approvare quella elettorale e avvii una sostanziosa spending review che dia forza ai consumi italiani, con un aumento dei salari netti degli italiani tutti (non solo i dipendenti!).

– Alleanze elettorali. La sensazione è che il PD non possa più permettersi le alleanze storiche. Fortunatamente, il “Centro Democratico” è andato ad avventurarsi nell’ALDE italiana. Ma è evidente che anche la alleanza con un “SEL” statico e pieno di contraddizioni non regge più. Essa è in forte contrasto con la visione che gli italiani e gli elettori democratici hanno di questo nuovo PD.

– Persone e competenze. Il Partito di Renzi ha finalmente la forza di aprire la porta ai  Talenti italiani presenti nel mondo, che oggi han voglia di “ricostruire” il Paese, disegnando con il governo nuove politiche industriali competitive. Lo può fare a partire dalle nomine delle aziende quotate di cui si discute in questo periodo.  Può non  farlo, riconfermando il molte volte vetusto management attuale, o imponendo figure politiche senza riguardo al merito, dando in quel caso il via ad una slavina. Evidentemente lo stesso ragionamento è applicabile nella scelta dei candidati alle europee.

In conclusione: il PD diventi più “innovativo” possibile. Faccia sua, con fatti netti e svelti, la voglia di cambiamento politico e progettuale presente nel Paese. Attui le prime soluzioni anticrisi. Altrimenti, rimanendo in una sorta di limbo tra visioni socialiste e rinnovamenti annunciati, i suoi risultati elettorali alle europee saranno sicuramente deludenti. Con effetti sulla stabilità del governo, e del Partito, immaginabili.

 

Rendere permanente la spending review

di Francesco Grillo

Qual è il fattore che più di ogni altro misurerà la serietà dell’intenzione di Matteo Renzi di finanziare gli investimenti in futuro con una revisione permanente della spesa pubblica?

Ad un alto funzionario dello Stato che commentava la grande difficoltà che l’Italia ha nell’utilizzare i finanziamenti che la Commissione Europea destina allo sviluppo delle Regioni italiane, è capitato qualche giorno fa di ammettere: “abbiamo sprecato decine di miliardi di Euro, quelli utilizzati hanno dato risultati scarsi, anche se ovviamente ciò non è colpa di nessuno in particolare”.

L’esempio può forse essere utile a chiarire i termini della rivoluzione nella Pubblica Amministrazione che Matteo Renzi ha promesso come la prima delle grandi riforme che caratterizzerà il suo governo: essa sarà compiuta solo quando nessuno più tra gli statali potrà ancora dire – con una certa legittimità peraltro – che dei fallimenti “nessuno ha colpa”; e le stesse revisioni della spesa pubblica diventeranno permanenti – così come sarà finalmente duratura la fiducia delle cancellerie europee nel nuovo corso italiano – quando ci saremo assicurati che chiunque gestisca anche un solo Euro spremuto a contribuenti senza più fiato, risponda personalmente dei risultati ottenuti. E questo, dunque, il fronte – economico e valoriale – sul quale il Premier si gioca la battaglia interna per conquistarsi la credibilità da spendersi all’esterno per ottenere maggiore flessibilità. Vincerla però richiede che ad essere resi strutturali siano non solo i tagli ma lo stesso processo di revisione della spesa: ciò comporta un superamento dello stesso metodo che ha visto lo Stato affidare a persone pur valide – come Cottarelli e prima Bondi – quello che ha, comunque, i meriti ed i limiti tipici di un incarico di consulenza.

Ha fatto bene il commissario il suo lavoro: ha indicato con prudenza i risparmi ottenibili evidenziando le condizioni – in termini di mobilità del personale e modifica di diritti acquisiti – indispensabili per realizzare i risparmi; ha ricordato che le riduzioni di spesa sono al lordo degli effetti che esse possono avere in termini di impatto negativo sul fatturato dei fornitori e, dunque, di minori entrate; e, soprattutto, sembra aver segnato la fine dei tagli lineari perché ha individuato con una certa precisione i settori sui quali è possibile una razionalizzazione e quelli – prima di tutti la scuola e la cultura – nei quali la necessità è, al contrario, quella di aumentare le risorse.

E, tuttavia, sono tre i limiti che il lavoro di Cottarelli aveva nel suo stesso mandato: l’obiettivo era, infatti, sin dall’inizio quello della riduzione della spesa pubblica e non già di una revisione della sua composizione per aumentarne la produttività; le regole entro le quali l’esercizio si è svolto sono date e senza una loro modifica il risultato continua ad essere relativamente piccolo (a regime la stima è quello di un decremento della spesa inferiore al cinque per cento); l’incarico svolto ha carattere straordinario e, al momento, non è chiaro né chi sarà responsabile dell’implementazione delle misure identificate e, neppure chi – valutando gli effetti del piano appena presentato – avrà il compito di ripetere l’operazione nei prossimi anni.

Ed allora per convincere, in maniera duratura, sarà necessario andare “oltre Cottarelli”, come lo stesso Cottarelli, chiede tra le righe delle sue diapositive. Per riuscirvi sono indispensabili almeno tre condizioni.

In primo luogo, bisogna rendere sistematica, obbligatoria, rilevante per le carriere e gli stipendi dei dirigenti, la valutazione. È questo il vero vincolo che andava, forse, messo in Costituzione, più ancora di quello sul pareggio di bilancio: chiunque gestisce soldi pubblici, lo fa rispondendo di obiettivi misurati da pochissimi indicatori, in maniera che la sua prestazione sia controllabile non solo dallo Stato ma dai cittadini. Se ciò si realizzasse, non necessariamente agli stipendi dei dirigenti andrebbe messo un tetto: chi fornisce ai contribuenti un vantaggio straordinario va premiato; ma chi fallisce ripetutamente deve lasciare il proprio incarico.

La seconda condizione è quella di una revisione dei metodi della contabilità pubblica e dei processi di definizione delle previsioni di spesa per il futuro. Al momento, leggendo il bilancio pubblico, non so neppure quanti poliziotti lavorano in ufficio rispetto a quanti sono in strada a presidiare l’ordine pubblico, e i volumi di spesa sono fissati quasi esclusivamente applicando variazioni percentuali ai livelli dell’anno precedente. In futuro, come dice il Ministro della Difesa, Pinotti, le risorse assorbite da una qualsiasi politica pubblica si farà partendo da un’analisi su quali sono i bisogni di un Paese rispetto, ad esempio, alla necessità di difendersi date le attuali condizioni tecnologiche e di integrazione in un contesto internazionale: e forse è su queste basi che mi accorgerò che oggi gli eserciti hanno meno bisogno di navi e di caccia, e di più droni e controllo del territorio.

In terzo luogo, bisognerà rimuovere i vincoli – gli stessi sommessamente ricordati da Cottarelli – che inevitabilmente fanno partorire alle montagne – come quella della cancellazione delle Province – topolini ridicoli che valgono qualche centinaia di milioni di Euro. Vincoli che sono, soprattutto, in termini di intoccabilità dei dipendenti pubblici che è, ormai, un totem al quale la stessa Pubblica Amministrazione sta sacrificando il suo futuro: del resto, è l’aritmetica a dire che l’effetto congiunto della immobilità del personale e dell’aumento dell’età pensionabile, non poteva che essere il blocco del turn over e l’invecchiamento progressivo degli uffici e, dunque, ulteriori perdite di consenso.

Rendere permanente i processi di revisioni della spesa: la chiave politica vera è quella di riuscire a convincere i sindacati e gli stessi dipendenti pubblici che certe protezioni sono il macigno che zavorra, non solo, l’intera società italiana, ma anche chi vorrebbe tornare a poter produrre benessere per tutti.

Berlinguer ti vogliono troppo bene

di Michele Mezza

Eugenio Scalfari, con l’articolessa di oggi su Repubblica, in memoria di Berlinguer, spiega, meglio di ogni afficionados, le ragioni del trionfo di Renzi.

La rievocazione del fondatore di Repubblica, è davvero esemplare.No n tace ne rimuove nulla dei luoghi comuni della casta culturale e politica che ha rimpicciolito l’Italia nei decenni precedenti. usando, con inconsapevole cinismo, la tempra morale e lo straordinario esempio di passione civile di Berlinguer, cerca di ricavarne le ragioni di un’attuale “diversita” generazionale.

Quelli sì erano tempi. Ripete Scalfari, snocciolando il Panteheon del circolo della caccia dei combattenti e reduci:
Berlinguer, Pertini, Lama, De Mita,La Malfa, Visentini,Ingrao, Amendola. 
Potremmo aggiungere, sicuri di interpretare i sentimenti del nostro: Mediobanca,De benedetti, La Fiat, l’IRI, L’Eni,Gardini,La Pirelli, l’Einaudi, ecc.ecc.

Un’Italia che Scalfari rimpiange, celebrandone fasti e trionfi morali: ti ricvordi quando Berlinguer tornò dalla conferenza dei partiti comunisti? io e La Malfa stavamo cambianbdo il mondo, poi peccato che La malfa Morì. Ti ricordi quando Berlinguer lanciò l’austerità? io e De Mita avremmo cambiato il mondo, poi peccato che Craxi-il miserabile lo definisce con sottile finezza storica Scalfari- si mise di mezzo.

Stranamente Scalfari dimentica di citare nei suoi santini Moro. Come mai?

Un ragione forse pòotrebbe essere rintracciata nel fatto che quell’italia di galatuomini, dove maggioranze e minoranze si mischiavano allo stesso tavolo della contessa Angelillo a Piazza di Spagna,era la stessa del Caso Moro, forse? e del caso Ambrosiano Calvi , forse?e prima ancora della svendita dell’Olivetti gestita da Visentini? e poi della P2, forse? e dell’Italcasse, forse? e del fdallkimento feruzzi, forse? e della maxci tangente enimonto, forse? e di tangentopoli,forse? e delle stragi impunite, forse? e dell’esplosione del depbito pubblico, forse? e del fallimento di ogni strategia industriale , forse? e dell’assoluta incomprensione e ignoranza del nuovo mondo che da anni stava riorganizzando la vita e l’economia con la tecnologia, forse?

Queste sono le domande che costituiscono il capitale di Renzi.

Berlinguer è stato un grande.Come Silvio pellico e Raffaele Cadorna. Ma nulla della sua pratica e della sua cultura oggi può esserre richiamata come un modello.

laswciamolo riposare in pace. Non rfimestiamo sulla sua tomba.Onoriamolo come lui oggi probabilmente, fra mille sofferenze, ci direbbe di fare: studiare e lavorare per capire e governare il nuovo. E non rimpiagnere un passato che grazie a dio è passato,non senza costi. Immani.

Il network come metodo. Francesco Nicodemo, voce del Pd

Originario  di Lauria superiore, ecco chi è l’uomo che organizza la comunicazione del Partito democratico.

di Sara Lorusso (Quotidiano della Basilicata)

Il network come metodo
Francesco Nicodemo, voce del Pd di Renzi(foto gonews.it)

POTENZA – Cominciamo dalle origini. «La mie? Orgogliosamente lucane», twittava qualche giorno fa.

Di Lauria superiore, per la precisione. Il papà di Francesco Nicodemo, responsabile comunicazione del Pd, è arrivato a Napoli dalla Basilicata anni fa per studiare e poi ha messo su famiglia. Ma Francesco, classe ’78, a sua volta da Napoli a Roma con – racconta nella bio – il pallino per i Radiohead e la politica, in Basilicata torna spesso. Un’infanzia passata a lungo qui tra mare e montagna, a zonzo tra i luoghi di famiglia, le contrade dove erano cresciuti i nonni; oggi in estate tappa a Maratea. Ricordi densi di una terra che «accidenti quanto è bella». Uno per uno, cita tutti i paesi della costa tirrenica, gira a largo, poi approda mentalmente nell’entroterra. «Al Pollino, a quei paesaggi, sono legato. Molto».

Matteo Renzi ha chiamato Francesco in segreteria,  a organizzare il partito anche in rete, a costruire  la comunicazione democratica tra luoghi e digitale. «È che non c’è differenza tra l’abitare la rete e il paese reale. Cittadini. Perché dovremmo prediligere un luogo, o un canale, piuttosto che un altro?»

La capacità di Renzi, spiega, è anche lì. Non basta twitter, non basta il sito, né solo la tv. Comunicazione integrata perchè quello che conta è saper spiegare alle persone e poi ascoltarle. In uno scambio di messaggi, feedback, reazioni, informazioni che viaggia dal centro alla periferia, e poi tra nodi di periferia, e torna al centro. «Circolarità» restiuisce l’idea.

Francesco fa parte di una squadra giovane, il pragmatismo conta. «È un problema di coerenza: il metodo della velocità, la spinta a fare, non è un vezzo, solo l’urgenza del Paese».

Lo sforzo è restituire fiducia alla popolazione. La parte difficile è nel legame con i territori, dove le storie si mescolano, le comunità devono ricucire, superare disfatte e ripartire. «Con i congressi il partito deve anche ritrovare un ruolo, essere un po’ cinghia di trasmissione tra il governo e le comunità e ritorno. Se Renzi sceglie di andare nelle scuole è per stare dove la struttura del Paese si ricostruisce».

Fare network. «Perché il renzismo non funziona se è una corrente. Preferisco pensarlo come metodo di cambiamento». Che parte dalla disintermediazione a cui il premier sembra tenere molto. «Servono risposte, spetta a chiunque si candidi a essere classe dirigente».

Al sud, ripete spesso, vale persino doppio. «Dopo anni di lamentele sulle risorse tagliate, forse è il caso di ripensare al rapporto tra fondi erogati e risultati ottenuti».

La Basilicata è un po’ caso a sé. Premiata sempre per la spesa dei fondi comunitari, ricca di risorse naturali, petrolio da poter sostenere a livello energetico mezzo Paese, però povera da primato.

«La cosa che mi colpisce ogni volta che torno è l’assenza di sistema. Penso, per esempio, all’agroalimentare. Non c’è paese, contrada, angolo di questa regione dove non ci siano sapori o prodotti straordinari, spesso riconosciuti e molto richiesti. Manca, però, una rete, sono tutte esperienze isolate. Mi aspetto un po’ più iniziativa dall’impresa privata. Al pubblico, invece, il compito di costruire gli asset principali dello sviluppo locale».  Formazione, infrastrutture, superamento del digital divide. «In Basilicata ci sono alcuni temi forti, che mescolano necessità e opportunità. Vale per il green job, per il turismo e la cultura».

La direzione da seguire, giura, resta quella dello sguardo in Europa. Soprattutto ora che è già campagna elettorale. «Vorrei un Pd delle cento piazze», dice Francesco. E lo dice spiegando ancora «che la differenza online/offline non ha più senso, e la politica deve capirlo. Organizzare una comunità politica in rete, coinvolgerla, ascoltarla, significa affiancare quelle stesse persone anche nel porta a porta».

La lezione «dovremmo averla imparata. È già successo: mentre noi ci chiudevamo nei teatri, altri si prendevano piazza San Giovanni. Il Pd non stava capendo». Ora,  magari, «è la volta buona».

A Frosinone: Tavolo di progettazione provinciale per un Patto di solidarietà sociale

Campagna di sensibilizzazione “Diamoci la mano” contro discriminazioni e violenze di genere

Parte oggi, con una Marcia di solidarietà una importante iniziativa del Tavolo di progettazione provinciale per un Patto di solidarietà sociale:  la Campagna di sensibilizzazione “Diamoci la mano” contro discriminazioni e violenze di genere che vede la partecipazione di molti comuni  e scuole della provincia. L’ iniziativa, che si articolerà in Ciociaria per tutto l’anno 2014, vuole offrire una via di fuga dagli stereotipi intransigenti e deformanti ed uno sguardo positivo rivolto alla difesa delle differenze.  Quelle differenze che sono parte integrante dell’essere: normali, naturali e tutte rispettabili e apprezzabili. La battaglia è contro i luoghi comuni e gli atteggiamenti  di esclusione che minano i cardini delle società civili.

Le discriminazioni, di ogni ordine e tipo, sono un male diffuso e corrosivo, un nodo sociale che deve essere sciolto e risolto con consapevolezza.  Uno degli obiettivi principali della Campagna  è di continuare a promuovere la “cultura del rispetto”:  il rispetto della persona, dei diritti e delle differenze.  La paura del diverso, oggi, rischia di diventare un automatismo che, producendo atteggiamenti difensivi , sfocia in espressioni penalizzanti e selettive. Una raccomandazione della Commissione Europea già nel 2012 invitava tutti i Paesi dell’Europa ad armonizzare i loro ordinamenti e sanzionava i reati di omotransfobia perché una società democraticamente adulta deve essere  tollerante, armoniosa, attenta ai temi dei diritti e della dignità delle persone tutte. Non si può rimanere incuranti al tema dell’inclusione dei diritti come delle donne vittime di abusi, della uguaglianza di genere, delle pari opportunità, del coming out, dei migrantes e, per completezza  di intenti,  al rischio dell’appiattimento dei nostri territori più piccoli previsto silentemente nella riorganizzazione del federalismo tra centro e periferie, gravissima criticità dei tempi che cambiano.

Lo scopo principale della giornata è quello di far riflettere su tanto delicato tema e di portare, all’attenzione dell’opinione pubblica, quanto finora sommerso. Promuovere un piano annuale, in sintonia con i comuni e le scuole nell’ambito delle rispettive competenze, nella cultura del cambiamento e dell’inclusione sarà il prossimo livello di intervento. La prevenzione ed il contrasto di ogni tipo di violenza e discriminazione va supportata con iniziative di studio e di approfondimento come l’avvio di corsi nelle scuole all’educazione sentimentale e alle relazioni, di confronto  e riflessioni, con il coinvolgimento della società civile, di alunni e genitori, docenti  e paritariamente di tutti gli amministratori, fuori dalle stretture gestionali.

Nasce l’esigenza di un protocollo di intesa volto a tematizzare le criticità del contrasto, della violenza  e della legalità all’interno di una Rete integrata reale quale network tra istituzioni, società civile ed istituti scolastici per cogliere al meglio sinergie di azioni e scambi di esperienza. La Campagna intende, infine, lanciare un concorso di idee rivolto agli studenti di ogni ordine e grado e al mondo della Cultura affinché si possa dare vita ad una banca dati che consapevolizzi  sulle necessità di adozione di buone pratiche e dove il singolo cittadino possa attingere liberamente creando quel substrato necessario al riscatto e alla legittimazione di una “svolta”.

Vogliamo affermare quel cambiamento capace di superare gli stereotipi che hanno fin ora ostacolato la democrazia paritaria. Il contrasto alle azioni di violenza sulle donne come del bullismo necessita di un percorso di approfondimento del fenomeno tale che  i fattori culturali e sociali, in cui la violenza trova espressione, siano estirpati alle radici. In considerazione dell’alto valore civile ed educativo dell’iniziativa ci auguriamo  un’ ampia collaborazione anche nel proseguo della iniziativa. Si continuino ad assicurare, alla collettività dei piccoli comuni, tutele e legittimazioni tramite la futura e condivisa pianificazione di una macroarea visionaria ed innovativa. Puntare sulla forza virale del massaggio, sulla libera circolazione in Rete consentirà ai pregiudizi di lasciare il posto ad un pensiero  razionale proiettato all’inclusione, con una maggiore attenzione ai diritti umani  tale che lo svantaggio sociale possa diventare una eccellenza della nostra terra.

Resta ancora molto cammino da fare per raggiungere l’obiettivo che era stato fissato e bramato dai nostri costituenti: pari dignità, giustizia e diritti per tutti i cittadini, inclusione sociale. Noi ci crediamo. Andremo avanti  reputando che un paese equilibrato avrà un futuro migliore.

Tante diversità, si, ma uguali diritti per tutti.

                                                                                          

                                                                                       La Presidente

                                                                                                              Giuseppina Bonaviri

 

Palazzo della Provincia di Frosinone, 08 marzo 2014.

Frosinone – L’8 marzo sarà commemorato con una marcia contro le discriminazioni e le violenze di genere

L’8 marzo avrà luogo a Frosinone una marcia di solidarietà che si articolerà parallelamente ai Comuni della Provincia che hanno aderito a simboleggiare una catena umana solidale. Alle ore 10 presso il Salone dell’Amministrazione provinciale le scolaresche incontreranno le autorità locali per il saluto istituzionale per poi mettersi in marcia raggiungendo Largo Turriziani dove le-gli allieve-i del Conservatorio di Musica L. Refice si esibiranno con un concerto.

Ciò nell’ambito delle attività che si sono attivate nel Tavolo di Progettazione Provinciale per un Patto di Solidarietà Sociale. L’8 marzo è, dunque, una Giornata di mobilitazione per la Campagna di sensibilizzazione ”Diamoci la mano” contro le discriminazioni e le violenze di genere che proseguirà per tutto l’anno 2014, con iniziative e dibattiti che toccheranno tutti i comuni della ciociaria.

Il Commissario Patrizi e la Presidente del Tavolo Dott.ssa Giuseppina Bonaviri ritengono doveroso un impegno a 360 gradi sostenendo che “ valori e metodi sono prassi da consolidare per un impegno futuro unitario ed equo dell’ intero territorio. Si è attivato un percorso di consapevolezza e responsabilizzazione che tra le priorità vede l’ aggregazione di un network di scuole e comuni della provincia per sviluppare incontri, seminari, dibattiti assieme alle realtà locali di settore, gli assessorati alle pari opportunità, gli assessorati alla cultura, gli assessorati alla formazione e Alta Istruzione, i servizi sociali, associazioni di volontariato e cittadinanza attiva. Collaborare per innovare.

Dobbiamo cambiare nel profondo lavorando all’unisono – aggiungono Patrizi e Bonaviri – per modificare modelli culturali inadeguati e rendendo socialmente approvabili tutti i comportamenti di rispetto reale delle differenze. Ripartire chiamando ad una vitale responsabilità i soggetti istituzionali e i privati. Così, certamente, solleciteremo quel senso di responsabilità sociale diffusa necessario al rinnovamento delle nostre coscienze e delle nostre Istituzioni”.

8 MARZO 2014 #Rompiamolecode – Pari o Dispare

Il bel video delle amiche di Pari o Dispare.

E a Frosinone domani, 8 marzo, dalle ore 10 presso il salone dell’Amministrazione provinciale di Frosinone, partirà una marcia di solidarietà contro le violenze di genere e discriminazioni promossa dalla Rete La Fenice.

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