Editoriali
Il programma elettorale dopo la caduta delle ideologie di partito

CIVITAVECCHIA – Proseguono le riflessioni del Centro di Sviluppo Politico e Sociale cittadino sulle amministrative, sui candidati sindaci e candidati al consiglio comunale e più in generale sulla vita politica che anima la nostra città. Questa volta nel mirino il programma elettorale.
“Dopo aver trattato della situazione politica locale e dei valori di cui i nuovi politici dovrebbero essere i portabandiera, il think tank CSPS passerà alla disamina di come sembra venga interpretata la campagna elettorale da un po’ di anni a questa parte: un’arena per la conquista dei consensi.
Con la caduta delle vere ideologie di partito e l’ibridizzazione dei partiti, riteniamo che il programma politico, soprattutto a livello locale, debba essere parte fondante della campagna elettorale dei candidati. Tuttavia, ciò che si sta vedendo in questi mesi, è la lotta tra gruppi della società civile, individuati nei partiti e nel porto. La macchina del fango instauratasi tra i vari interessi rischia di avere sempre più il sopravvento sulle problematiche e i problemi della città. Ciò – secondo il CSPS – mette in mostra quanto la politica sembra travisare i bisogni concreti dei cittadini per cercare di affossare il proprio avversario attraverso metodi personalistici piuttosto che collettivistici.
In un sondaggio pre-elettorale da noi ultimamente realizzato e chiamato “Sindaco per un giorno” sono chiaramente emerse specifiche aree che necessitano, secondo i cittadini, di interventi urgenti sul territorio. Tra queste il 57% della cittadinanza sente il peso, la lentezza e la mancata efficacia della macchina amministrativa. In questa sezione i pareri negativi espressi sono ricaduti principalmente sui soggetti che finora hanno occupato posti a livello politico e amministrativo-gestionale. Una Pubblica Amministrazione che appare dunque lontana dai cittadini, – spiegano – una macchina farraginosa che altro non fa che peggiorare la disillusione nei confronti dell’istituzione, che dovrebbe occuparsi di risolvere i problemi dei cittadini e non di sviarli attraverso abili argomentazioni.
Oggi come oggi la pressante crisi economica allontana sempre più le persone dalla politica, le quali non riescono a comprendere la vera utilità sociale degli attuali rappresentanti. Utilità che non viene dall’aprire vasi di pandora, da propaganda elettorale fine al voto o da promesse elettorali, ma dai progetti che risiedono alle spalle di quegli stessi candidati. Il programma, lo ribadiamo, – proseguono dal Centro di Sviluppo Politico e Sociale – deve sostituire la morte dei valori politici, strozzati da accordi e negoziati che hanno portato le vecchie ideologie ad assumere colori neutri e distaccati dal passato. Ad oggi serve un politico preparato, lontano da poteri forti e da interessi personali, che sappia cosa fare già a partire dalla prima settimana, visti i problemi onnipresenti ormai da anni nelle trame della nostra organizzazione pubblica e della nostra società.
Un politico con un programma elettorale e con personale competente, – chiudono dal CSPS Civitavecchia – che riesca a gestire le complesse problematiche interne dell’amministrazione”.
Renzi sì, anzi no

di Aldo Perotti
Matteo Renzi a me dovrebbe piacere. E tanto. Ha un curriculum da bravo ragazzo. Pulito. Scuola. Università. Parrocchia. Scout. La moglie (una). I figli. Il lavoro nella ditta di famiglia. Come storia personale sembra aderire perfettamente alle mie idee.
- Capacità oratoria: serve per farsi eleggere e convincere gli altri. E tipica dei commercianti. Non c’è garanzia sulla qualità del prodotto che loro si limitano a promuovere e non a produrre. Si rischia la fregatura. Vent’anni di Berlusconi dovrebbero avere chiarito anche ad altri l’idea.
- Fortuna: il problema delle persone fortunate è che non si sa mai se la fortuna si possa allargare anche a quello che toccano. Nel senso che una persona fortunata non è detto che “porti bene”. Potrebbe essere fortunato solo per se. Ovvero se imbarco Renzi che è fortunato non è detto che la nave non affondi, anzi. Lui si salverà perché è comunque fortunato, gli altri no.
- Sostegno esterno: in Italia tutte le posizioni di potere sono collegate alla volontà di qualcuno di farti accedere a quelle posizioni nella convinzione che tu possa risultare, prima o poi, utile. In questo Renzi (cresciuto all’interno di un Partito) è assolutamente uguale agli altri e quindi, come tale, pieno di “debiti” da onorare e di “vincoli” da rispettare.
Note sulla Crimea
Il mio nome è nessuno
di Giuliana Cacciapuoti
Abstract
Le espressioni per definire le ragazze e i ragazzi nati o arrivati da piccoli in Italia sono molteplici; attraverso una panoramica delle differenti espressioni e delle motivazioni con le quali vengono catalogate/i -seconde generazioni, 2G, camaleonti ,sacrificati, nuovi /e italiani/e- si comprende che nessuna di queste descrive e definisce con chiarezza il loro status. Solo la riforma della legge di cittadinanza darà la giusta definizione: di nazionalità italiana.
Premessa.
E’ il momento, alla luce dei dati aggiornati dagli ultimi rilevamenti statistici e demografici (Istat Cnel Censis ISMU)[1] di provare a conoscere da vicino, attraverso le molteplici definizioni attribuite loro, le nuove generazioni dei figli e figlie di migranti. Trattando del tema delle seconde generazioni l’ assunto dal quale prendere le distanze all’inizio del 2014 è che l’immigrazione sia ancora materia relativamente nuova. Ciò è vero se si paragona l’Italia a paesi quali Gran Bretagna o Francia[2] Canada o Stati Uniti. Il tema seconde generazioni è per noi recente ma da un decennio è un tema urgente nell’agenda politica del paese. E’ bene poi ricordare che la seconda generazione di cui parliamo non corrisponde ad una generazione temporale ”strictu sensu. Nel caso italiano”, si è seconda generazione in relazione ai propri genitori, i migranti di prima generazione giunti in Italia tra i primi anni 80 al 2006/7 del nuovo millennio. La particolarità e peculiarità della situazione italiana è stata sempre in molti interventi da me sottolineata: nel suo carattere di genere, più del 50% della popolazione immigrata è donna , per il saldo positivo che le nascite da madri straniere apportano alla crescita demografica del paese, per il modello culturale non scelto nel nostro paese[3]. L’Italia nella sua necessità di elaborazione del modello culturale in relazione alle migrazioni ha saputo produrre solo un modello culturale “oscillante” [4]in rapporto all’immigrazione, un pendolo incerto tra solidarismo e sicuritarismo, un’ambivalenza che si riverbera nella società e nelle risposte politiche e legislative della questione migrazione e generazioni. In realtà l’Italia ha perso “l’occasione unica” che le prime fasi delle presenze migratorie negli anno novanta offrivano; in seguito alla indecisione cronica che ha determinato una NON scelta di un modello migratorio di riferimento, la non scelta ha addirittura prodotto fuori tempo massimo un Ministero dell’Integrazione ( Governo Letta aprile 2013-febbraio 2014)ha prodotto una sistematica “problematizzazione” dell’immigrazione in ambito accademico, una falsa contrapposizione di facciata tra schieramenti di sinistra e di destra, una distorta comunicazione nei media. A ciò si aggiunga la necessità tutta italiana di deviare risorse per sostenere progetti e situazioni transitorie, invece di fornire risorse per una riforma strutturale coerente delle politiche migratorie, dotandosi anche di impianti legislativi solidi, includendovi una riforma della Legge sulla cittadinanza.
Un malinteso concetto di autodefinizione di Italia quale nazione accogliente, un generale autocompiacimento nella liberalità e magnanimità nazionale, hanno portato a eludere l’infiltrarsi tra le crepe di una società in crisi, dell’intolleranza e del razzismo( aperto o strisciante )a ogni livello, alimentando la dialettica del NOI e LORO e del NON sono razzista MA…[5] e impedendo un discorso diretto ma franco e realista nella sfera politica, accademica e nella società[6]. Gli sconcertanti fenomeni di violenza e aggressività sui campi sportivi e nelle strade ,le guerre tra bande tra i giovani maschi[7]( siano italiani immigrati o di seconda generazione in questo ambito la questione è di genere) le aggressioni e pestaggi a vittime inermi, ne sono spia. Il momento storico evidenzia il declino della nazione. Il declino egemonico di una nazione è un fattore strutturale che incrementa la consapevolezza della ”differenza culturale”; si preferisce conservare le proprie “tradizioni” locali anche in opposizione alle istanze positive e al cambiamento e affrontare così le istanze d’ integrazione nel migliore dei modi[8].
In ogni caso, conoscendo il quadro di riferimento, elencare le parole per descrivere ragazze e ragazzi nati nel nostro paese , ci permette di orientarci nel complicato mondo della generazione in cerca di un nome e di una definizione giuridicamente valida, delineando allo stesso tempo attraverso il nome/nomen il destino/omen di oltre un milione di persone.
Seconda Generazione
Esterni se non estranei alla società in cui crescono, studiano, lavorano. La definizione più utilizzata per catalogarli è “seconda generazione” alla quale molte altre vengono aggiunte, cerchiamo di analizzare il perché di questi diversi appellativi.
La definizione di Seconda Generazione secondo la Raccomandazione del Consiglio d’Europa del 1984 può essere data ai figli d’immigrati:
a) nati nel paese in cui sono emigrati i genitori;
b) emigrati insieme ai genitori;
c) minori che hanno raggiunto i genitori a seguito del ricongiungimento familiare, e/o hanno raggiunto i genitori in un periodo successivo a quello di emigrazione di uno o di entrambi i genitori.
La stessa Raccomandazione sottolinea che l’accezione di seconda generazione deve essere ristretta a quei figli che hanno compiuto nel paese di immigrazione una parte della loro scolarizzazione o della loro formazione professionale. Ciò che, quindi, sembra determinare il passaggio e lo scarto qualitativo dalla prima alla seconda generazione di immigrati è l’aver vissuto parte della socializzazione primaria e secondaria nel paese di accoglienza.
G2 e “Generazione del sacrificio”
Un termine molto usato per efficacia e brevità mediatica è G2. Questa definizione illustra un’altra modalità di definizione delle seconde generazioni: i nati in Italia, identificati in senso pieno come seconda generazione o come G2 e i ricongiunti denominati G1,5 ossia generazione 1.5.[9]
Una definizione che cito spesso perché ritengo definisca in modo molto chiaro la posizione scomoda delle “seconde generazioni” è quella che diede l’attuale Segretario Generale della Fondazione ISMU Vincenzo Cesareo: (2004)”I minori immigrati sono la ‘generazione del sacrificio ‘ – afferma – in quanto generazione destinata a pagare gli alti costi del percorso migratorio familiare: essi sono migranti senza averlo voluto o deciso e devono adattarsi a una situazione in cui spesso i genitori sono logorati dal lavoro e dalla lontananza dal paese d’origine”. Una loro definizione potrebbe essere quella di generazione del sacrificio: non hanno scelto un percorso migratorio e vivono sulla loro pelle le scelte fatte dai loro genitori.” La vita dei bambini e delle bambine delle seconde generazioni si dipana tra aiuti e affidi a parenti oppure a estranei , senza i genitori si torna al paese d’origine, oppure si vive in istituti, strutture assistenziali anche religiose, molto spesso lontane dalla cultura della terra d’origine. L’arte di arrangiarsi e le relazioni incentrare sulla collaborazione” fai da te” per ragioni economiche stempera nell’affetto e la partecipazione umana come nel caso delle “mamme napoletane” che allevano i bambini e le bambine cinesi al Lavinaio[10].
La definizione di questa generazione solo nell’area del sacrificio rischia di essere fin troppo negativa, punitiva e rischia di falsare la realtà dei 2G. Occorre certo considerare l’elemento della non scelta della realtà migratoria, a differenza della prima generazione, che questo processo di cambiamento l’ha voluto e attuato in prima persona, con la prospettiva di un cambiamento positivo, ma non bisogna per questo porre l’attenzione solo al negativo.
La posizione della seconda generazione in Italia è certo difficile. Questi giovani sono sottoposti a una pressione notevole. La distanza con gli affetti familiari nei primi anni di vita, le difficoltà di rincontrare i genitori dopo molti anni, nei casi di ricongiungimenti familiari, influiscono sulla formazione, sulla sfera affettiva ed emozionale, e la loro relazione e collocazione nella sfera pubblica ne subisce l’influenza. Le aspettative dei loro genitori sono molto alte e il successo scolastico è un altro elemento significativo nel loro background. Abbandoni e fallimenti scolastici sono altrettanti motivi di conflitti intergenerazionali, i successi soprattutto se in campi specifici della cultura italiana sono segno di piena integrazione ma a volte innesco di conflitti con le lealtà primordiali.
Una vera palestra per le prove tecniche d’interazione è la scuola italiana, il reale luogo dove sperimentare le prove tecniche di interazione e cittadinanza. La definizione di “seconda generazione” citata del Consiglio d’Europa, è proprio quella impegnata a vivere in Italia la socializzazione primaria e secondaria , che nella pratica , si svolge principalmente frequentando le scuole. Quando ciò non accade, le difficoltà e le incomprensioni possono aumentare.
Un fenomeno diffuso tra gli srilankesi è quello di far studiare i propri figli o nella madrepatria, quindi affidandoli a nonni o parenti prossimi, o a scuole private srilankesi in Italia perché la loro formazione possa essere prioritariamente in lingua inglese, necessario viatico a un inserimento di successo formativo e lavorativo in Sri-Lanka. Qualora i giovani di seconda generazione non scelgano di tornare al paese di origine ma di restare invece in Italia, li si sottrae a un confronto con il contesto italiano.
I Camaleonti
Il conflitto con le lealtà secondarie, quelle del paese di acquisizione dei genitori, dove poter praticare la dialettica e il confronto con la società della quale vogliono essere parte, diventa complesso e lacerante. La scelta deve esser fatta ma con un travaglio interiore ed esteriore. L’esempio precedente ci dimostra come le seconde generazioni molto spesso, loro malgrado, sono obbligate a districarsi tra conflitto di lealtà nei confronti dei genitori, che li vorrebbero nel solco delle tradizioni e della cultura di origine, e nei confronti della società alla quale sentono di appartenere. Questi giovani di seconda generazione vivono una doppia appartenenza culturale. Questo sottende, come è facile intuire, uno slancio affettivo verso entrambe le appartenenze, non senza contraddizioni. Ecco che essi sembrano voler compiacere tutti e due i mondi nei quali vivono: quello delle famiglie d’origine e quello che è al centro del loro presente, fino a sviluppare una doppia identità che si adatta a seconda delle circostanze al contesto in cui agiscono: camaleonti! Una definizione descrittiva per le seconde generazioni forse non pienamente gratificante ma di certo calzante oltre che stressante. La difficoltà non è tanto nell’essere a cavallo tra due mondi ,due culture, due lingue, due sfere di valori diverse, che caratterizza la dimensione di chi è una seconda generazione, quanto invece la richiesta pressante da un lato o dall’altra di effettuare una scelta di campo assoluta. Questo non è possibile, la ricchezza di ciascuna individualità sarà data dalla fusione dei diversi elementi delle contraddizioni. Le aspettative sia dei genitori sia della società italiana, l’ alternativa o con noi o contro di noi spinge molti ragazzi e ragazze verso un limbo identitario, adattarsi alle circostanze e agli ambienti diversi secondo i casi. Meglio sarebbe invece dichiarare apertamente il proprio melting -pot come Sumaya Abdel Qader che già nel titolo del suo romanzo dichiarava ”Porto il velo, adoro i Queen!” [11]tanto da meritarsi il sottotitolo : nuove italiane crescono!
Questo sottotitolo introduce un altro termine e ambito che definisce con una connotazione positiva e propositiva, la seconda generazione vista come quella di nuove e nuovi italiani, sebbene ancora virtuale, aspettando appunto una riforma giuridica e legislativa, non ancora compiuta.
G2 a scuola
Il luogo più significativo dove si gioca in pieno il percorso dell’inclusività e l’interazione , la riflessione e il confronto con le seconde generazioni, è la scuola. La scuola fatta da persone che rappresentano al meglio la realtà tangibile che ciascuno è formato da identità multiple e le culture sono rappresentazioni di realtà complesse, nella loro costituzione ibride e perennemente in evoluzione e movimento. . L’utenza “di origine straniera” in Italia non è indifferenziata e il lavoro interculturale di volta in volta fa riferimento in ambito scolastico alla prima infanzia, alla scuola materna, alla scuola elementare , alla scuola media o alla scuola superiore. Si deve occupare di aspetti specifici quali minori soli non accompagnati, minori rom, bambine e bambini che arrivano con il ricongiungimento familiare, oppure nate e nati in Italia. Un elemento da evidenziare è che quasi il 78% degli alunni stranieri nella scuola superiore sceglie istituti tecnico – professionali, solo il 18% i licei, mentre tra gli italiani le percentuali sono del 55% e del 41%(Dati Miur). È una sproporzione che fa riflettere anche in considerazione del fatto che i genitori di questi alunni possiede titoli di studio superiori. La popolazione straniera adulta in Italia per 21,1 % è laureata a fronte del 7,1% della popolazione italiana(Dati Dossier Caritas).Osservando il grafico[12] si nota come ci sia stata l’annunciata e attesa crescita esponenziale delle presenze di “nuova utenza” nelle nostre scuole statali e non statali.[13]
Sui banchi di scuola avviene il sorpasso delle seconde generazioni . Le nascite in Italia da genitori stranieri hanno subito un’accelerazione in seguito alla “grande regolarizzazione” Bossi-Fini del 2002-03.
La simultanea stabilizzazione (legale, lavorativa, previdenziale, abitativa, ) che ha interessato centinaia di migliaia di famiglie immigrate ha infatti provocato un’impennata di nascite, chiaramente osservabile a partire dal 2004. Quest’ anno scolastico 2013-14 vede nella scuola dell’obbligo i numerosi figli di quel baby boom. Il loro ingresso nell’età scolastica ha due implicazioni: l’aumento degli studenti stranieri sui banchi della scuola italiana e, all’interno di questa popolazione, il progressivo sorpasso delle seconde generazioni in senso stretto (G2, per l’appunto i nati in Italia da genitori stranieri, oggi maggioritarie solo alla scuola dell’infanzia e nel primo biennio delle primarie) nei confronti delle “generazioni 1.5”, composte da ragazzi nati all’estero e arrivati in Italia dopo aver iniziato la scuola al paese di origine. La ricerca pubblicata nel 2009 [14] di Rivellini e Terzera oltre a sollecitare le Istituzioni ad afferrare l’attimo fuggente dell’ hic et nunc (speriamo non fuggito del tutto) di questi anni cruciali per definire al meglio l’integrazione, ci offre altre definizioni per le seconde generazioni. Le ricercatrici individuano quattro profili tipici e dunque altrettante definizioni per la categoria seconde generazioni individuati anche con una connotazione di genere: Gli integrati (24,6%): hanno amici sia italiani sia stranieri e li frequentano sia a scuola sia fuori. All’interno della classe sono popolari, ma soprattutto espansivi; hanno rendimenti scolastici in media, sebbene le ambizioni sul proprio futuro scolastico siano rivolte a scuole tecnico/professionali. Sono principalmente maschi e vi è un’accentuazione della presenza di adolescenti provenienti dall’Africa Sub-sahariana. Gli integrati “sportivamente” (21,1%): le amicizie italiane sono presenti ma legate esclusivamente alla squadra sportiva di cui fanno parte. In classe sono, infatti, ancora isolati poiché poco espansivi e popolari, e perché hanno rendimenti scolastici sotto la media. La percezione del “sentirsi italiani” è tuttavia paragonabile a quella manifestata dagli “integrati”. Anche in questo caso vi è una leggera prevalenza maschile, ma non vi è una specificità rispetto al paese d’origine. Gli integrati “scolasticamente” (31,7%): sono ben coinvolti nella vita scolastica sul fronte sia dei rendimenti (sopra la media) sia delle relazioni con i compagni. Sono il gruppo che più di altri si sente italiano e dove prevale l’aspirazione a proseguire gli studi anche nei licei. Tra di essi vi è equilibrio di genere, una presenza maggiore di figli di coppie miste (un genitore italiano e uno straniero) e una presenza in Italia più prolungata. Le marginalizzate (22,6%): non hanno amici italiani fuori dalla scuola e la presenza di quelli stranieri è in media con gli altri profili. In classe sono isolati e non hanno altri ambiti di socializzazione, come ad esempio la pratica di un’attività sportiva. Questa volta sono principalmente ragazze, hanno performances scolastiche di basso profilo e sono incerte circa il loro futuro formativo. Prevalgono ragazzi con genitori asiatici o latino americani e da poco tempo in Italia. Altri studi in verità se si tratta di genere rilevano invece che sono le ragazze il punto forte del successo di integrazione nella società mentre i maschi sono l’anello debole, ma rimandiamo la questione a altri lavori e alla letteratura su questo tema. Quello che conta in questa sede, è che nell’analizzare le diverse denominazioni e caratterizzazioni nell’ambito scolastico si giunge al punto cruciale: qualsiasi sia la casella descrittiva e la denominazione data ai giovani di seconda generazione a scuola o nella società sarà sempre più evidente la frizione tra l’enfasi sulla cittadinanza (in senso pedagogico) – sempre più diffusa nelle scuole – e le difficoltà di rispondere alla crescente domanda di cittadinanza italiana (in senso giuridico)[15]
Italiani con genitori stranieri.
A questo punto la definizione di Bjørn Thomassen[16] più che di seconda generazione di (immigrazione) non si tratta di italiani con genitori stranieri? Se si tratta di persone nate qui che vivono studiano parlano l’italiano ,l’Italia è l’unico paese che conoscono , tanto da farli autodefinire Italiane e italiani senza ulteriori aggiunte. Lo studioso propone di usare l’espressione “Italiani/e di prima generazione” che potrebbe identificare con maggiore precisione la nuova generazione di quanto faccia il termine 2G.
In realtà la soluzione semplice ci sarebbe. Riconoscendo i diritti di cittadinanza e riformando la legge, si potrebbe evitare ai membri di tante associazioni come Rete G2, agli “Anolfini “ giovani dell’Associazione nazionale Oltre le frontiere, ai Giovani 2G , al Forum nazionale delle seconde generazioni, i giovani cinesi “associnesi” di Associna, ai Giovani Musulmani d’Italia, a Yallah Italia con gruppo vivacissimo che vede impegnate moltissime giovani donne, alle Banat al Ghad , Le ragazze di domani, ai tantissimi i gruppi Facebook blog e siti, di andare a caccia di una definizione o nickname , di trovarsi un’ appellativo che li descriva con efficacia. Con la riforma delle legge 91 del 1992, la legge sulla cittadinanza [17] si ovvierebbe a una faticosa ricerca , all’ esercizio linguistico e semantico, nel reperire nuovi termini ;il risultato oltre che migliorativo della espressione linguistica avrebbe quale risultato finale sul piano giuridico politico e sociale, di togliere dall’ indeterminatezza oltre un milione di giovani. La conseguenza del lasciarli senza un nome, senza la definizione di cittadina e cittadino italiano, è lasciare in sospeso numerosissimi adolescenti stranieri nati in Italia, senza offrire loro quella certezza dell’approdo alla cittadinanza italiana, così importante nell’età in cui si costruiscono le identità e i sensi di appartenenza.[18] Ultimo aspetto della questione che vogliamo solo citare per la sua rilevanza ma non analizzare per la vastità del tema, riguarda la relazione tra “seconde generazioni” e la loro identità mista e di transizione, divisa tra l’essere minoranza culturale etnica e/o nel caso dei musulmani in Italia, minoranza religiosa. L’integrazione nella società italiana di questa minoranza di fatto egualmente tocca l’ambito della costruzione dell’identità e delle lealtà primarie e secondarie, con implicazioni molto importanti.
Conclusioni
Le persone non possono vivere le loro appartenenze multiple costrette a scegliere tra una posizione o l’altra, obbligate a rientrare sempre in un gruppo di appartenenza. Nell’epoca della globalizzazione, del flusso continuo di informazioni nell’epoca del sempre connessi, occorre rendere stabile e riconoscibile il concetto di identità. Non si possono lasciare in bilico nella scelta tra una definizione assertiva della propria identità o della sua perdita totale, tra fondamentalismo o disgregazione completa, tra una serie infinita di definizioni per descrivere la loro posizione, giuridica o non, nella società a cui appartengono. Tanti nomi è nessun nome, nessuna identità. Le posizioni e le opinioni possono essere le più diverse, i meccanismi per la riforma della legge di cittadinanza i più diversi, non potendo sostituirsi alle competenze del giurista, dal punto di vista della relazione e interazione nel nostro Paese, a mio parere, ciò che occorre è avere una definizione unica e chiara di giovani alla cui cittadinanza sociale e pedagogica si aggiunga quella giuridica. Potersi definire con valenza giuridica “ di cittadinanza italiana” apre orizzonti nuovi per proiettare nel futuro il nostro Paese, che in un tempo non lontano, si dovrà misurare con l’alto tasso di invecchiamento della popolazione autoctona, la costituzione di future minoranze “nazionali” non da ultima la minoranza musulmana italiana, una nuova definizione dei rapporti di genere. Le donne con la capacità di ridefinire nuovi modelli culturali ponte tra le due culture appaiono in prospettiva per abilità e capacità una carta vincente e la vera nuova opportunità.[19]
Riferimenti bibliografici
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Cacciapuoti G., (2007)MEDIAZIONE CULTURALE: sperimentazioni e strumenti per l’interazione consapevole nelle esperienze progettuali della Regione Campania in campo interculturale, Interagendo, Spazi di confronto delle mediazioni, Università degli Studi di Napoli “S. Orsola Benincasa”. Napoli: Elio Sellino editore, : 169-182;
____________, (2011)Islam in Canada, una sfida al multiculturalismo, Ibridità Canadesi, Buono Angela Marina Zito (ed.) Napoli: Università degli studi di Napoli l’Orientale, 77-98;
Cassarino M., (2011)intervista Giuliana Cacciapuoti-“ Saperi Umanistici e flussi migratori”, i ,in «Saperi umanistici oggi- Le Forme e La storia» n.s.IV,2011,1- a cura di 2Antonio Pioletti Rubbettino editore, Catanzaro;
Crul M., Schneider J., and Lelie F.,(2012), The European Second Generation Compared. Does the Integration Context Matter? Amsterdam: Amsterdam University Press;
Crul, M. (2008), ‘The Second generation in Europe’ in The Experience of Second Generation Canadians. Spring/printemps 2008, Vol. 6, No. 2, pp: 17-20 Association of Canadian Studies / Association d’études canadiennes, Montreal (Quebec);
Istat (2013), La popolazione straniera residente in Italia. Bilancio Demografico, Statistiche Report, 26 luglio 2013,: www.istat.it;
Thomassen B., (2010) Second Generation Immigrants’ or ‘Italians with Immigrant Parents’? Italian and European Perspectives on Immigrants and their Children, Bulletin of Italian Politics Vol. 2, No. 1, 2010,21-44,22.
[1] http://www.istat.it/it/immigrati e gli altri siti di riferimento
[2] In Francia la norma del doppio ius soli (“chi nasce in Francia da un genitore a sua volta nato in Francia è automaticamente francese”) è in vigore dal XIX secolo. La Gran Bretagna si è adeguata nel 1981, la Spagna nel 1990; la Germania l’ha adottata, con la nuova legge sulla cittadinanza del 2000
[3] Cfr Università degli Studi di Napoli l’Orientale C.I.L.A” a.a.2010-11” Modelli culturali in relazione all’Islam”. Si rimanda alla bibliografia di questo articolo e per i temi generali ai materialipubblicati sul sito www.giulianacacciapuoti.it
[4] Cfr Cacciapuoti idem
[5] Bjørn Thomassen (The American University of Rome )‘Second Generation Immigrants’ or ‘Italians with Immigrant Parents’? Italian and European Perspectives on Immigrants and their Children, Bulletin of Italian Politics Vol. 2, No. 1, 2010,21-44,22.
[6] Thomassen art.cit. 38-41
[7] Mi è stato chiesto spesso perché eviti di parlare nel ritratto delle seconde generazioni di Mario Balotelli. A mio parere il campione della nostra nazionale di calcio è un elemento fuorviante, estraneo all’argomento in esame. La vicenda umana e sportiva di Supermario è unica anche per la sua eccezionalità sportiva e mediatica e per l’intreccio di “topoi”, rappresentazioni simboliche, sentimenti passioni e conflitti che solleva. Unicum che distrae di nuovo dal tema centrale seconde generazioni, un metaforico rimettere la testa sotto la sabbia e rimandare la soluzione dei problemi per l’attribuzione della cittadinanza a una generazione che in tutti i contesti, anche sportivi, reclama.
[8] Thomassen ,art.cit., 33
[9] http://www.yallaitalia.it/2013/04/generazione-1-5-c
[10] S. Manna, Segni dei tempi, Caritas diocesana Pozzuoli, 2003
[11] Sumaya Abdel Kader ,Porto il velo, adoro i Queen. Nuove italiane crescono, Sonzogno 2008
[12] http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=365 ©www.neodemos.it Lo schema si ferma al 2009 mail trend è in ascesa, a.s. 2011/2012, gli alunni stranieri nati sono il 334.284 .Le previsioni del MIUR per a.s.2013-14 diffuse il 10 settembre 2013 parlano di736 mila stranieri nelle scuole di ogni ordine e grado.
[13] cfr Gian Carlo Blangiardo” Stranieri in Italia: guardando al presente e immaginando il futuro” gennaio 2014
http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=766 06/10/2010
Stefano Molina – Rita Fornari, I figli dell’immigrazione sui banchi di scuola: una previsione e tre congetture http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=443
[14] Giulia Rivellini* & Laura Terzera , Oltre la scuola … nuovi ingredienti nella ricetta dell’integrazione, http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=365
[15] Rivellini-Terzera, art. cit.
[16] Tohmassen, art.cit., 29
[17] La legge vigente (91 del 1992) prevede l’acquisizione automatica – dunque non discrezionale – della cittadinanza italiana per gli stranieri nati in Italia che a 18 anni ne facciano domanda. Il problema è che la domanda deve essere accompagnata dalla dimostrazione di una residenza legale ininterrotta sul territorio italiano, cosa che in molti casi risulta difficile, se non impossibile: si tratta infatti di una probatio diabolica per le centinaia di migliaia di famiglie immigrate che in passato hanno beneficiato di una delle tante operazioni di regolarizzazione. A seguito di un rinfiammarsi del dibattito sul tema della cittadinanza ci sono altre proposte che giudico fantasiose oppure ancora una volta attendiste. cfr Molina S., Stallo in tre mosse(2013) http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=700, ma in realtà il problema deve essere risolto al più presto dal punto di vista giuridico.
[18] Thomassen, art.cit.,41
[19] Idem,37-38
Domani è davvero un altro giorno
di Michele Mezza
Siamo alla fine di questo gioco degli specchi della fiducia. Renzi continua a distribuire segnali di discontinuità. L’opposizione chiede verifiche concrete. Ora vedremo. Vi propongo un criterio di valutazione per capire strutturalmente a chi e a cosa serve questo governo.
Siamo infatti in una fase di ripresa economica globale, europea e perfino nazionale. Non si tratta di risolvere l’emergenza e la disperazione. Quella è alle spalle. Si tratta di ricollocare il paese sul mercato mondiale, assicurandogli potenza, autonomia e sovranità. Questa è la partita. Chi parla di arrivare alla fine del mese distrae o abbaglia.
Allora qual è il tema e la materia in cui l’Italia si gioca il prima: è il sistema innovativo della comunicazione e della narrazione. O il made in Italy diventa senso comune della qualità e si conquista primati in settori portanti, come i linguaggi digitali, le infrastrutture relazionali e la suggestione dei marchi, oppure anche il mercato interno sprofonderà.
Allora vediamo cosa potrà accadere, a cominciare dai sottosegretari: a chi la responsabilità dell’innovazione? sarà unop capace, ne sono sicuro. Ma capace di fare che? di dare all’ Italia potere negoziale e controllo dei propri linguaggi o capace a subordinare il paese a logiche e culture esterne?
In tutti i lunghi interventi di Renzi non sono rintracciabili accenni alla politica dell’innovazione multimediale: che fare con Rai, Telecom, Finmeccanica, e sistemi di digitalizzazione? Si apre una partita autonoma o si consegna tutto a Google?
Noi abbiamo alle spalle già 3 esempi di internazionalizzazione passiva del paese: 62/64 con la vendita della divisione elettronica dell’Olivetti alla general Elettric82/86 con la strategia del costo contatto di Berlusconi che inflazionò il mercato pubblicitario consegnando i settori dei generi di consumo ai centri media esteri ( con lo spossessamento del 70% dell’industria dell’alimentazione, abbigliamento di massa, e arredamento)
96/2004 con l’abdicazione di ogni ambizione a governare il sistema delle telecomunicazioni, con le privatizzazioni senza liberalizzazioni di Telecom e del sistema della telefonia mobile.
In quei tre frangenti l’Italia viene svenduta al mercato globale. Il primo centro sinistra, Il Caf, e Berlusconi ne sono i responsabili
Oggi siamo al nuovo tornante: linguaggi digitali, con il primato delle app e il ruolo di paese beta testing del mercato social; il know how del gusto dell’ individualizzazione dei consumi, con moda ed enogastronomia; le trasformazioni di materiali e applicazioni biomedicali. Sono i tre settori prioritari del Sistema Italia. Il motore non è più la grande industria ma il pulviscolo artigianale.
Più inafferrabile da parte degli oligopoli. Qualcuno oggi mira a sfibrare l’artigianato italiano, mascherando con le nuove forme di produzione, la sostituzione dei Faber con i Makers. Questa è la partita.
Qui Renzi deve confermarsi statista di Firenze, figlio di Machiavelli e dei Medici, e non debuttante a Roma, ennesimo mascotte della subalternità a Franza o Spagna. Qui la sinistra deve riprendere in mano l’ambizione di un nuovo modo di fare economia. Qui si riapre la partita europea.
Da domani si fanno i conti. La Politica ricomincia e la talpa riprende a scavare
Burocrazia: la madre di tutte le battaglie
di Francesco Grillo
La lotta alla burocrazia come “madre di tutte le battaglie” di chi voglia davvero fissare negli occhi la bestia che tiene incatenata da vent’anni una società e un’economia che nei decenni precedenti era stata – anche se tra tante contraddizioni – una delle più dinamiche del mondo.
Fa bene Matteo Renzi a dichiarare guerra sul fronte della trasformazione radicale della pubblica amministrazione: questa è la sfida che deve assolutamente vincere chi – come lui – voglia sfuggire alla maledizione che ha visto chiunque abbia provato a governare l’Italia, destinato alla sconfitta elettorale. E fa bene a indentificare con chiarezza l’elemento decisivo del confronto nel rapporto tra dirigenti dello Stato e la politica: il concorrere dell’instabilità della politica e della inamovibilità dei dirigenti pubblici ha prodotto, infatti, nel tempo un avveramento in Italia della profezia di Max Weber con un colossale e permanente trasferimento di potere tra chi è eletto e chi gestisce la macchina pubblica. Al punto che, come dice il Presidente del Consiglio, vi sono settori della burocrazia nei quali da tempo è prevalsa l’idea che “i Governi passano, i dirigenti restano” e che sono questi ultimi ad avere in mano le leve del potere e, dunque, a dover autorizzare un qualsiasi cambiamento.
Gli adempimenti che ci strozzano nascono, in effetti, quasi sempre per iniziativa del Legislatore e come riflesso difensivo da parte dello Stato rispetto a fenomeni rischiosi che non capisce fino in fondo.
Fatto sta che se l’Italia è tradizionalmente indietro nelle classifiche internazionali sulla competitività (ad esempio quella del World Economic Forum) e sulla capacità di fornire a chi fa impresa un ambiente non ostile (la misurazione più nota è quella della Banca Mondiale) è, proprio, sul peso delle “regole” che il nostro Paese precipita: su 148 Paesi che vengono considerati siamo al terz’ultimo posto. La complessità delle procedure, tuttavia, non sembra scalfire la corruzione – siamo collocati da Transparency International al settantesimo posto insieme alla Romania – e lo spreco di denaro pubblico che per gli investitori internazionali in Italia è maggiore che in Egitto che ci precede immediatamente. Parte consistente delle richieste che la pubblica amministrazione produce sembrano, del resto, il riflesso di un apparato che cerca una giustificazione alla sua stessa esistenza nella richiesta di ulteriori documentazioni. Pur essendoci notevoli eccezioni, da tempo l’amministrazione pubblica sembra aver perso la capacità e gli strumenti per interpretare i bisogni dei cittadini e quanto essi si stiano rapidamente evolvendo.
Rispetto a questa situazione il nuovo Presidente del Consiglio propone una ricetta drastica: la contestualità tra l’espressione popolare del Governo del Paese e la struttura dirigente della macchina pubblica. Ciò equivarrebbe all’introduzione di un spoiling system che porterebbe l’Italia in un contesto più simile a quello americano che quello europeo. Una rivoluzione che fa accapponare la pelle a molti studiosi di Diritto Pubblico e che, tuttavia, per poter essere anche solo immaginata, ha bisogno di un’altra leva fondamentale: la valutazione di cui si parla da decenni e che, nessuno, tra tanti illustri predecessori di Marianna Madia è mai riuscito a realizzare fino in fondo.
Sono necessari, dunque, strumenti che costringano chiunque gestisce anche un solo euro dei contribuenti italiani a “dar di conto” (esiste, già, la traduzione in Italiano che Renzi chiede per la parola accountability) dei risultati (che è nozione ben più ampia e decisiva della pubblicazione on line di ogni spesa) ottenuti rispetto a obiettivi che vanno negoziati con il dirigente che accetti una determinata responsabilità: è questa la vera rivoluzione, il grimaldello verso quella meritocrazia che finora abbiamo evocato a parole e che diventa l’unica garanzia per poter effettuare nomine di qualità.
Ciò vale – anche se è un ambito parzialmente diverso – anche per le seicento nomine che lo stesso Governo si accinge a fare per le società partecipate dal Tesoro e che diventano, a questo punto, una verifica fondamentale per capire se le intenzioni del nuovo Presidente del Consiglio sono diventate metodo in grado di cambiare i processi stessi attraverso i quali in Italia si acquisisce e si distribuisce potere.
È la vera rivoluzione di cui abbiamo bisogno: valutazione semplice su indicatori che siano conosciuti ai cittadini; selezioni e carriere legate al raggiungimento degli obiettivi negoziati con chi ne risponde nei confronti degli elettori; possibilità di promuovere la mobilità verso servizi di maggiore valore aggiunto di chi è stato condannato dall’inerzia a diventare una zavorra per gli utenti e per le imprese; un ridisegno del bilancio dello Stato che, attualmente, rende difficilissima una revisione della spesa che non sia lineare.
Ciò è essenziale per vincere la sfida della crescita. Ma serve anche alla pubblica amministrazione che obbligata a dimagrire solo attraverso il blocco delle assunzioni è stata tecnicamente inchiodata ad un destino di progressiva obsolecenza. Per Matteo Renzi sarà, adesso, decisivo convincere persino i privilegiati della inevitabilità del cambiamento.
Giornata internazionale della tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili
di Giuseppina Bonaviri
Il 6 febbraio 2014 è stata la Giornata internazionale della tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili, istituita dall’OMS nel 2003. Queste pratiche, che ovviamente non comportano benefici per la salute, sono internazionalmente riconosciute come una violazione dei diritti umani delle ragazze e delle donne bloccando le loro facoltà alla salute, alla sicurezza e alla integrità fisica. Riflettono disuguaglianze profonde di genere e rappresentano una forma estrema di discriminazione contro le donne. Essendo poi praticate sulle bambine costituiscono una grave violazione dei diritti dell’infanzia ed una forma di abuso sui minori. Si tratta di un fenomeno globale che lede lo stato più profondo dell’uomo.
Basti ricordare la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (Cedaw), la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, la Convenzione europea per la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali approvata dal Consiglio d’Europa nel 1950 entrata in vigore nel 1953 e la Carta sociale europea approvata dal Consiglio d’Europa nel 1961 entrata in vigore nel 1965 affinché ognuno di noi si possa sentire coinvolto, in prima persona, in una battaglia che oggi vede più di 140 milioni di bambine e di donne mutilate nelle parti più intime del loro corpo, di cui 500 000 nella sola UE. Anche in Italia, secondo l’ISTAT, ogni anno circa 35.000 donne e bambine immigrate sono vittime di mutilazioni genitali femminili.
Il 20 dicembre del 2012 l’Assemblea Generale dell’Onu ha adottato una risoluzione per un bando universale delle mutilazioni genitali femminili, riconoscendo la pratica come violazioni dei diritti umani. Queste pratiche sono riconosciute come il modo più crudele, violento, umiliante, per avere il controllo totale sul corpo femminile e, proprio, su quell’organo da cui “scaturisce la vita”. La Commissione europea ha ribadito anche quest’anno, in un documento programmatico, la ferma intenzione dell’UE di lottare contro le mutilazioni genitali femminili (MGF) nell’Unione europea e oltre i suoi confini. In Italia per tutto l’anno 2014 si continueranno a promuovere iniziative di azione estrema per eliminare le MGF.
Per capire meglio il problema in collaborazione con l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) e con le istituzioni nazionali, si sono messe a punto indicatori che permetteranno stime più precise del numero di vittime reali e potenziali delle mutilazioni sulla popolazione di donne e ragazze. Anche l’Italia sta favorendo l’applicazione delle normative nazionali che vietano le mutilazioni per proteggere le donne a rischio sul territorio monitorandone il processo. Ne emerge un chiaro quadro sociale allarmante che sarà valutato da studiose e studiosi internazionali.
I migliori risultati finora riscontrati emergono tra quelli che hanno utilizzato forme di collaborazione-cooperazione tra istituzioni nazionali e locali, società civile, apparati giuridici, mezzi di informazione che favoriscono la creazione di una rete ed una cultura favorevole all’eliminazione di queste terribile pratiche.
Al fine di realizzare uno strumento coordinato per il raggiungimento degli obiettivi di pari opportunità previsti in Europa, Il Tavolo provinciale del Patto di solidarietà sociale sarà presente alla Tavola rotonda” Non chiamateci rose per infliggerci spine” che in settimana prossima si terrà presso L’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma assieme a partner quali Amnesty International, Cuamm Medici con l’Africa, Sism-Ifmsa (Segretariato Italiano degli Studenti di Medicina membro della Federazione internazionale delle associazioni degli studenti di medicina) con la certezza che il nostro entroterra debba ripartire qualitativamente tramite progetti scientifici e protocolli innovativi che al centro vedano equità e stato di diritto, unici strumenti che ci consentiranno di andare oltre i limiti imposti dagli standard che politici locali e nazionali hanno voluto imporci in questo ultimo ventennio. Con la ferma certezza che anche la Ciociaria, tra le prime provincie della regione Lazio, possa finalmente diventare un posto ospitale per tutte quelle donne privilegiate perché eccellenti e, dunque, libere di pensare e di agire senza sottomissioni alcune.
Lavoriamo insieme contro la disgregazione democratica
di Fucsia Nissoli (deputato di Popolari per l’Italia)
Cari lettori, questi giorni nella mia mente tornano spesso alcuni episodi della settimana scorsa. Così mi rivedo che guardo ad occhi sgranati l’Emiciclo di Montecitorio che si trasforma in arena, un circo, uno spettacolo raccapricciante fatto di grida, spintoni, corse ad occupare gli scranni del Governo per bloccare il processo di lawmaking del Parlamento italiano. Sono allibita e mi chiedo in che direzione stia andando la democrazia, anzi vedo un manipolo di scalmanati che ne impediscono l’esercizio. Una pagina nera del Parlamento italiano, un momento che segna un punto nero nella storia della democrazia italiana che, nonostante tutto è viva, è forte, è insita nella coscienza sia dei cittadini che della maggior parte dei politici.
Vorrei gridare, richiamare al rispetto delle regole, di lasciarci lavorare per il bene del Paese: quello per cui siamo stati eletti, ma la confusione era tale che a nulla sarebbe valso. Nonostante questo, la Camera dei Deputati ha funzionato lo stesso. Ma che spettacolo ignobile per la democrazia ed il buon senso! Qualcosa di mortificante per l’Italia che portiamo nel cuore e che vogliamo servire.
Per fortuna quanto accaduto non rispecchia l’Italia. Il mio Paese non è così, è invece tollerante, accogliente, paziente, ha un volto umano che è scomparso in chi si è comportato in maniera indegna nell’esercizio delle sue funzioni parlamentari.
Mi sento umiliata dall’accaduto ed a pensare solo a quanto noi italiani all’estero guardiamo con orgoglio al nostro Paese; ma non tutti sono così, anzi non lo è la maggior parte che lavora in silenzio, con educazione e dignità di persone.
Uno scenario preoccupante di degenerazione del tessuto democratico di cui si rendono responsabili addirittura alcuni esponenti politici e delle amministrazioni pubbliche. Gente che dovrà passare il giudizio del popolo che non può dimenticare un pezzo di storia nera della nostra Italia come lo abbiamo ricordato il 27 gennaio celebrando “Il Giorno della Memoria”, commemorazione della tragedia della Shoah. L’odio razziale e l’odio politico non possono e non devono attecchire in questo tessuto sociale, politico e civile dell’Italia di oggi che vuole essere esempio di umanità e di civiltà nel mondo lavorando per la concordia e la pace.
Di fronte a questo, un contesto in cui, addirittura, si rischia di superare i populismi per disgregare la società, credo che noi politici dobbiamo rimboccarci le maniche e compiere gesti che siano in grado di ridare fiducia nel futuro e nelle Istituzioni democratiche a partire dal nostro Parlamento e da quelle Istituzioni europee che sono sempre più indispensabili e che devono essere rafforzate per affrontare le sfide globali. I responsabili politici e sociali ed il mondo dell’educazione devono dare un contributo importante affinché la democrazia sia sempre alimentata dalla fiaccola dei valori che devono incarnarsi nella società in continuo cambiamento: una sfida importante, ma vale la pena affrontarla per il futuro della qualità del nostro vivere civile.
Il Governo Renzi – Lanzetta – D’Alema
E’ davvero la prima volta in vita mia, vi prego di credermi, che sputo sentenze con il tremore di avere ragione. I pierini di solito presuppongo di averla come dato naturale.
Questa volta spero proprio di sbagliare sonoramente, come del resto mi capita spesso. So bene infatti che dopo la carta Renzi si va in prigione senza passare dal via, come al Monopoli.E chi mi conosce sa quanto ho sperato nel sindaco fiorentino.Almeno come scopa nuova per spazzare il vecchio.
Il fallimento di questo che non è un governo ma un puro stato d’animo, improntato alla speranza più irrazionale, comporterebbe non solo di bruciare con Renzi l’unica chance di una leva di nuovi quadri riformatori , ma anche di consumare ogni ambizione del PD (immaginate la revanche dei vecchi bersaniani se Renzi torna con le pive nel sacco) e anche di dare un colpo mortale all’invadenza del Quirinale, che rimane pur sempre l’unico appiglio in questa tempesta.
Detto questo il governo non mi piace proprio.
Non mi piace in assoluto per composizione e procedura, non mi piace in relazione alle suggestioni che Renzi aveva alimentato. Siamo molto più indietro che con Letta.
I nomi, presi uno per uno non valgono i precedenti: Padoan è un saccomanni più furbetto, con una vena di dalemismo tattico: ma dov’è lo scarto?
La Mogherini è una debuttante allo sbaraglio fresca di master brillantissimo in relazioni internazionali. Ma poco più di uno sherpa non il capo della diplomaria di un paese che deve ricostruire il modo in cui è percepito politicamente e commercialmente.
La Giustizia va il meno politico dei politici e il più etereo dei competenti.Con il marchio dell’inciucio con berlusca.
Le due vispe terese (Masdia e Boschi) sono tali.
Poletti è il peggio del protezionismo immobilistico dell’economia nazionale, oltr4e che rafforzare l’iupoteca dalemiana ( ma chi ha rottamato chi?)
Martina è promosso ministro dopo un’esperienza di nullismo come sottosegretario all’Expo ( e ci risiamo con il dalemismo-bersanismo)
Franceschini alla cu8ltura vale solo per il suo ristretto, ma molto ristretto inner circle, che si occupa di indotti culturali.
La Guidi è una confusa reazionaria figlia di papà.
Della delegazione NCD non ne parliamo.
La Lanzetta da la cifra al tutto: una brava donna, ma perchè ministro e non preside o commendatore?
Se poi volessimo addentrarci nella geografia delle funzioni: il comparto economico non è ne tecnico ne politico.Quyello degli apparati è disancorato da un’idea di gestione innovativa.Quello della spesa è casuale.
Manca poi ogni riferimento alla svolta digitale, o alla valorizzazione formativa, con l’ennesimo rettore che torna a bottega alla Pubblcia Istruzione.
Il tutto con il marchio delle tre ore di pasticci nella stanza del Presidente.
Il rischio vero è che Renzi pensi davvero di fare il sindaco d’Italia, governando tutto dal bunker di Palazzo Chigi, con del Rio. Una vera follia.Tanto più che la sua maggioranza è già logora prima di cominciare ed è escluso che con questa comnpagine possa attrarre apporti da altri versanti: i grillini dissenzienti sono gelati.
E’ la conferma che la politica è una scienza esatta, e la differenza fra un grande politico e un grande testimonial sonop i tempi e gli obbiettivi. renzi pare , purtroppo, averli mancati entrambi.
Speriamo che la Merkel si accontenti della Lanzetta.

