Significativamente Oltre

Editoriali

La politica non può limitarsi all’ordinaria amministrazione. Francia e Italia collaborino per realizzare una vera identità europea

prodiDiscorso del Presidente Romano Prodi in occasione del conferimento della massima onoreficienza francese: la “Gran Croce della Legion D’Onore” da parte di M. Alain Le Roy, ambasciatore francese in Italia.

Ambasciata di Francia – Roma, 13 febbraio 2014

Signor Ambasciatore, Cari amici

è con grande orgoglio e commozione che oggi ricevo questa onorificenza che la Repubblica Francese ha voluto riconoscermi. Ringrazio di questo il presidente Hollande e Lei ambasciatore che ha accolto con tanto calore me, i miei famigliari e i miei amici in questo palazzo che, personalmente, considero il più bello del mondo.

Se penso a tutto quello che la Francia ha rappresentato, e tuttora rappresenta per me, non posso che unire l’immagine di Parigi a quella di Roma e Bruxelles. Questo poiché, da europeista convinto che si è trovato a servire tanto il proprio paese che l’Unione Europea, ho sempre immaginato la Francia come la punta di diamante di una costruzione comune che deve ritornare ad essere protagonista della politica mondiale.

Il disegno europeo si fonda su forti motivazioni politiche, economiche e culturali. Solo all’interno di esso si può decidere il destino di Francia e Italia. Un destino che si fonda su un’identità comune.

Cerimonia per il conferimento della “Gran Croce della Legion D’Onore” – S. Exc. M.Alain Le Roy e Romano Prodi

Si nous pensons à la France et à l’Italie, il y a eu, au fil du temps, d’innombrables occasions où les élites nationales ont mis en oeuvre un processus de construction du soi collectif, c’est à dire d’un «nous» qui a caractérisé une communauté.

C’est le pas premier et fondamental vers la création d’une communauté politique aussi cohérente que possible. Les grands leaders qui ont pris en main la France et l’Italie dans l’après-guerre n’ont fait autre chose que renforcer un certain ensemble de valeurs, et rassembler une nation autour d’eux. Et ce n’est pas un hasard si justement de France et d’Italie sont venues de puissantes impulsions à la création du processus communautaire, sous les auspices de grands leaders et de grands penseurs qui, tout d’abord, se sont attelés à penser l’Europe et après à la renforcer.

C’est le cas de Robert Schuman et d’Alcide De Gasperi puis de François Mitterrand, Jacques Delors et Altiero Spinelli, Ce qui manque aujourd’hui à l’Europe politique, et je dis cela avec un profond regret, ce sont précisément la vision et le courage, en d’autres termes le leadership, et plus encore la curiosité mutuelle, cette conscience de ce que nous pouvons faire et accomplir ensemble qui, par contre, avait si longtemps marqué nos relations.

Premièrement, nous n’arrivons pas à expliquer ce qu’est l’Europe, trop occupés que nous sommes à mettre l’accent sur ce qui nous sépare par rapport à ce qui nous unit. Nous avons peu de dirigeants politiques décidés à prendre des risques, à défier l’opinion publique pour poursuivre un but, celui de l’intégration européenne, trop longtemps rêvé pour pouvoir être oublié, comme si de rien n’était.

Voilà où la France et l’Italie peuvent trouver un terrain fertile pour la coopération : dans la construction, étape par étape, d’un sentiment européen commun.

À mon avis, il est nécessaire de travailler dans deux directions: à renforcer l’engagement envers l’identité européenne, et à lutter contre ces forces qui cherchent à casser et à briser là où, par contre, on avait laborieusement atteint un point d’entente.

En effet, grande est la tradition européiste de la France et de l’Italie.

Un engagement qui ne serait pas en première ligne dans la défense des institutions et de leur fonctionnement serait inconcevable, pour la simple raison que c’est dans l’Europe que les deux pays peuvent s’épanouir complètement.

Cerimonia per il conferimento della “Gran Croce della Legion D’Onore” – S. Exc. M.Alain Le Roy, Romano Prodi e Flavia Franzoni

Chi, se non Francia e Italia, ha il dovere di lavorare per migliorare la gracile identità europea che la crisi economica ha messo a dura prova?

Vediamo già troppi esempi di mancata lungimiranza, di assenza di progettualità, di incapacità di ragionare con cuore europeo, prima ancora che con la mente. Specialmente in un’ epoca in cui chi potrebbe esercitare la leadership non lo fa, o lo fa in maniera riluttante e discontinua.

E dalla crisi economica europea non vedo oggi una via di uscita se non in un’azione comune che, guidata da Francia e Italia, proponga a tutti i paesi membri dell’Unione una politica economica di sviluppo e di occupazione.

Proponga e imponga una alternativa credibile ad una politica europea che emargina proprio le giovani generazioni per le quali abbiamo costruito l’Europa.

Francia e Italia hanno non solo la possibilità, ma il dovere di lavorare insieme. È solo da una collaborazione fra Parigi e Roma che può arrivare una risposta alla domanda di futuro che tutti abbiamo dentro di noi. Come possiamo deludere una intera generazione di giovani europei che pensano a loro stessi come a cittadini di un continente? Che sono abituati a viaggiare, studiare e lavorare senza frontiere?

Cerimonia per il conferimento della “Gran Croce della Legion D’Onore” – S. Exc. M.Alain Le Roy, Romano Prodi e Flavia Franzoni

Nos deux pays doivent étre le moteur d’une nouvelle politique européenne, qui montre un visage commun en abordant les affaires internationales. L’Europe se fera vraiment quand nous nous présenterons au monde en tant qu’Europe. Ceci, bien sur, ne sera possible que si, derrière, on aura bàti une identité collective commune, parce que dans le cas contraire il s’agira toujours d’un géant aux pieds d’argile.

C’est l’actualité impitoyable qui nous impose cette réflexion, il suffit de songer à ce qui se passe à Kiev ou dans tous les lieux où les droits sont en danger, et où notre voix ne réussit pas à arriver comme il faudrait.

Il ruolo di una politica di collaborazione tra Francia e Italia è, anche sotto questo aspetto essenziale. Permettetemi, a questo punto, un ricordo personale.

Quando è scoppiata una tragica crisi sociale e politica in Albania e quando il Libano sembrava dissolversi in una tensione senza rimedio, solo la collaborazione tra Francia e Italia ha potuto risolvere due tragedie che potevano sconvolgere il Mediterraneo.

In entrambi i casi abbiamo agito insieme con rapidità ed efficenza, ma soprattutto con la condivisa fiducia che il nostro esempio sarebbe stato seguito da tutti gli altri paesi europei.

E tutti ci hanno seguito. Da allora l’Albania ha cominciato il cammino verso il progresso e la democrazia e il Libano trova nella regione da noi custodita l’unico punto di stabilità.

Il fatto che in Francia e Italia vi fossero governi di colore diverso non ha nemmeno sfiorato le nostre menti. Non erano due governi ma due popoli che operavano insieme per un grande obiettivo condiviso.

Cerimonia per il conferimento della “Gran Croce della Legion D’Onore”

Nous avons une grande histoire derrière nous en tant qu’États-nations, mais nous ne pouvons pas nous permettre le luxe de trop feuilleter l’album des souvenirs.

Les racines d’un arbre sont essentielles, mais si nous nous arretons à cela l’arbre meurt. C’est aux feuilles nouvelles que nous devons regarder.

Solo se saremo in grado di pensarci europei, potremo agire da europei. Il compito di invertire una rotta che negli ultimi tempi ci sta trascinando verso una pericolosa deriva spetta a noi. All’Italia, che deve recuperare lo spirito di tanti anni fa, e alla Francia, che proprio tramite l’Europa, può guidare un processo di cambiamento degno del suo rango.

Si tratta di una sfida difficile, non c’è dubbio… Ma la politica non può limitarsi all’ordinaria amministrazione. Deve riuscire a vedere strade dove non ce ne sono e deve costruire idee e valori tali da dare sostanza ai nostri obiettivi. Realizzare una vera e propria identità europea è quanto di più complesso possa esserci, ma non riesco a immaginare nulla di più importante per la nostra generazione.

Merci.

Renzi e i rinnovamenti necessari

renzidi Massimo Preziuso su L’Unità

Matteo Renzi ha deciso di accelerare e scalare il Paese, senza passare per le urne.

Forte di un consenso pressoché unanime (!?) nel Partito Democratico e in tanti stakeholders del Paese, dopo aver chiesto e ottenuto in maniera discutibile le dimissioni di Enrico Letta, presidente del consiglio del suo stesso partito, egli si propone come premier alla stessa compagine governativa (?).

Una operazione così rapida e ambiziosa è chiaramente rischiosa: lo si vedrà nelle prossime ore, fino alla richiesta di fiducia alle camere, e nei prossimi mesi, con tensioni nelle istituzioni parlamentari, dentro il Partito Democratico e nell’elettorato del centrosinistra.

Per attenuare questi rischi, Renzi allora eviti di proporre un governo di legislatura, fissando un termine per completare, migliorandole, le riforme istituzionali programmate nelle scorse settimane ed avviarne nuove sui gravosi temi del lavoro e dell’economia.

E soprattutto – per costruire un solido consenso in un Paese che sembra lentamente uscire (almeno formalmente, con un +0,1% di PIL nello scorso trimestre) da una dura recessione a “doppia V”, con una classe politica “rottamata” da dentro e da fuori – Matteo attui rapidamente una serie di ”rinnovamenti” (dal titolo di questa rubrica), ovvero cambiamenti di qualità (più che di quantità).

E allora Renzi diventi “rinnovatore” in Italia (a partire dalla composizione del governo che va a proporre a breve, per proseguire con le nomine di primavera nelle grandi aziende pubbliche) e in Europa (nel semestre europeo a guida italiana si faccia portatore delle istanze dei Paesi del Sud Europa, richiedendo a Brussels l’avvio di quei cantieri europei di crescita sostenuti dalla leva pubblica).

Contestualmente apra il governo e il Partito Democratico al contributo di variegate energie esterne presenti nel mondo dell’associazionismo e della piccola e media impresa. Lì risiede gran parte dell’energia vitale del Paese, soffocata in questi anni di austerità e di centralismo decisionale, che va adesso messa al centro della ripresa economica e sociale italiana.

Insomma, verificate nei prossimi giorni le condizioni politiche per un governo di riforme, si utilizzi questo forse irripetibile momento per “cambiare rotta” sul serio al Paese.

Se riuscirà nel 2014 su questi temi, Renzi potrà tornare alle urne da “costruttore” per vincere la vera “missione impossibile” italiana: quella di portare il centrosinistra al governo pieno del Paese, attraverso i voti degli elettori, e non ad accordi di “larghe o medie intese”.

 

Renzi e l’elogio della follia

di Francesco Grillo

Forse non è la meno battuta delle strade, ma certamente è strettissimo il cammino che Matteo Renzi ha scelto per riuscire in un’impresa che sfugge a chiunque da vent’anni: fare uscire l’Italia dalla palude. Il leader del Partito Democratico, infatti, deve riuscire in tre imprese titaniche: riavviare un’economia in recessione da nove trimestri; realizzare una nuova legge elettorale, portare a compimento le riforme costituzionali senza le quali la stessa legge elettorale non può entrare in vigore. Perdere anche solo una delle tre partite comprometterebbe il risultato finale e la complicazione è che in tutti e tre i casi condizione necessaria per riuscire è il supporto continuo di quelli che, in teoria, sono suoi avversari politici (la minoranza del PD,  il Nuovo Centro Destra, Forza Italia). I rischi politici sono elevati quanto quelli che corre un soldato che arrivato in trincea decide di uscirne andando all’assalto con la baionetta provando a trascinarsi dietro un esercito stanco.

Tuttavia, se fu un principio di razionalità cartesiana tipico di certi grandi burocrati quello che ha guidato e frenato Enrico Letta, sembra invece l’”elogio della follia” di Erasmo, lo stesso citato spesso da Berlusconi, ad ispirare Matteo Renzi. L’intuizione potrebbe, in effetti, essere giusta: trasformare in forza quella che sembra a tutti un’evidente debolezza.

In effetti, il tentativo del leader del PD è anche l’ultima spiaggia per un intero Paese arrivato al capolinea. Se la politica italiana fallisse, l’Italia si troverà ad aver esaurito tutte le sue “riserve della Repubblica” e la società italiana avrà, forse, perso la sua ultima speranza. La disperazione è, peraltro, una forma di assicurazione sulla vita per Matteo: nessuno dei suoi concorrenti (incluso Berlusconi) ha davvero voglia di sostituirlo perché nessuno di quelli che hanno provato negli ultimi vent’anni a governare una crisi difficilissima è riuscito a trovare soluzioni e tutti – anche quelli arrivati con maggioranze e aspettative ben superiori – sono stati regolarmente sconfitti appena si è tornati alle elezioni. Inoltre, i costi di un fallimento risulterebbero enormi anche oltre i confini nazionali riportando sull’orlo del baratro l’unione monetaria che ancora gode di salute malferma: ciò è un’ulteriore opportunità, a patto che Renzi la usi per costruirsi una rete di alleanze e protezioni di cui è quasi completamente sprovvisto.

Se dunque la forza di Renzi è l’inevitabilità del cambiamento, vale la pena usarla per imporre – subito – una road map per uscire dalla depressione. Il metodo è proprio quello suggerito dal più improbabile degli alleati del Sindaco, Angelino Alfano, secondo il quale sul famoso file excel devono esserci: il nome delle quattro, cinque cose indispensabili per rianimare un Paese bastonato; la definizione dei tempi e, soprattutto, delle responsabilità di ciascuno di tali compiti. Del resto, il titolo della sfida e i nomi dei capitoli sono chiari. La montagna da scalare si chiama una drastica riduzione della spesa pubblica che consente di ridurre e semplificare le tasse, condizione indispensabile per ricominciare ad avere impresa, e spostamento della spesa stessa da utilizzi improduttivi ad investimenti sul futuro.

Più in particolare.

Non ha futuro un Paese che, tuttora, spende in pensioni – il passato, cioè – – tre volte e mezzo quello che spende in educazione – dunque nel suo futuro – dagli asili nido all’università: occorre che un Governo che prenda le questioni di petto, aggredisca la questione dello stock delle pensioni esistenti usando i risparmi (che possono essere ingenti) in un drastico aumento di competenze a tutti i livelli.

Non ci si può più permettere la convocazione di un altro esperto di revisione della spesa per poi fargli partorire topolini ridicoli, dopo aver smosso montagne di negoziazioni con i sindacati. È il tempo di Renzi ed è il momento che qualcuno dica finalmente la verità – e cioè che nessuna revisione può essere intelligente se non e’ possibile toccare gli impiegati pubblici – e cominci a realizzare a casa propria (magari tra le società partecipate dal Ministero dell’Economia) qualche robusta razionalizzazione sulla base della valutazione dei risultati.

Non si può più blaterare di attrarre investimenti esteri o rimproverare alla FIAT di “scappare”, se non ci dotiamo – in non più di due anni – di una giustizia e di un fisco che funzionino in maniera normale (altro che perdere mesi nella rimodulazione dell’IMU), dando a tutti la certezza dei propri obblighi e dei propri diritti nei confronti dello Stato e degli altri cittadini.

E si dovrebbe vietare l’ennesima lamentela sulla mancanza di risorse per la cultura e per il turismo, se uno che per mestiere ha fatto il Sindaco di Firenze non ricorda il primo giorno da Premier che è uno scandalo senza fine che il primo museo italiano – quello degli Uffizi – secondo la classifica dei musei più visitati del mondo è solo al ventisettesimo posto. Saremmo di fronte all’ennesimo appello retorico se non riuscissimo a portare ad un livello almeno paragonabile a quello della Spagna la spesa per la valorizzazione dei beni culturali (spostandovi risorse dalla difesa, ad esempio, che costa all’Italia venti volte più della cultura) e se qualcuno non stabilisse – una volta e per tutte – che i singoli musei non sono più monopolio dello Stato concedendone la gestione a fondazioni autonome, come accade negli altri Paesi europei.

Infine l’Italia non potrà dire di aver superato i vent’anni di letargo, senza una legge elettorale ed un assetto istituzionale che consenta ai cittadini di contare e alla politica di decidere.

Un’Italia che mettesse finalmente in ordine la sua casa, avrebbe, finalmente, le carte in regole per dare un contributo ad un progetto europeo di cui è socio fondatore. La sconfitta, al contrario, rischia di far esplodere quel progetto. Tutto è possibile ma tutto si gioca in pochi mesi, settimane.

Sono queste le sfide e ad esse va fatto corrispondere – proprio come nell’esempio di un progetto di turn around – compiti specifici, tempi, responsabilità. A viso aperto, facendo seguire all’orgia dei simboli, una successione efficiente di interventi.

Se anche solo uno dei tasselli necessari per vincere la missione impossibile venisse meno, l’unico piano B per Matteo a quel punto diventa andare alle elezioni,indicando per nome e cognome la responsabilità di chi ha fatto venir meno il suo contributo al piano di salvataggio dell’Italia. L’alternativa è farsi bruciare a fuoco lento e, purtroppo, su quella graticola finirebbe un’intera società e persino categorie privilegiate che non possono non sapere che non ci sono più soldi per sostenere quei privilegi.

Democrazia e disuguaglianza

di Giuseppina Bonaviri

In Italia, dagli ultimi dati aggiornati CGIA, una famiglia su quattro versa in condizioni di disagio sociale. Nel 2012 1 famiglia su 4 ha presentato tre tra le difficoltà che si contemplano nell’indice sintetico di deprivazione – deprivation index- e che corrisponde alla misura dello svantaggio socio-economico, espressione dell’impossibilità al possesso di almeno una delle seguenti classi di risorse predittive dello stato di salute e dell’accesso ai beni di servizi: materiali, culturali, di potere, di sostegno sociale. Il 2,4% delle famiglie non si può permettere l’acquisto di una tv, di un telefono o di un’auto; il 50,5% non può permettersi una settima di vacanza fuori da casa; il 17,5% non accede ad un pasto adeguato se non solo ogni due giorni e il 22% non riesce a riscaldare la propria abitazione. Sono in condizioni di povertà assoluta il 6,8% dei nuclei familiari, meglio dire, più di 4,8 milioni di persone. Gli studi sull’origine delle disuguaglianze ci porta a decodificare la salute in termini di mortalità, morbilità e di bisogni sanitari che rientrano nelle misure della qualità di vita. Ciò ci lascia prevedere che se si continuasse con l’abdicazione dal pubblico necessiterebbero con urgenza nuove strategie di welfare del Paese. E paradossalmente, mentre con un decreto di qualche giorno fa la Casa Bianca riduce la diseguaglianza economica aumentando il salario minimo ed introducendo una sorta di scala mobile capace di indicizzare la cifra oraria pattuita all’inflazione, in Italia si intravede il furto persino sull’8% che non sarà destinato più ad azioni sociali ma utilizzato come salvadanaio dal governo.

La rappresentazione della società che, nei giorni scorsi, è emersa poi dai dati resi noti da Bankitalia conferma lo stato della diseguaglianza socio-economica che rallenta il passo all’economia e ai processi di democrazia e di inclusività. Crescita della diseguaglianza, povertà, restringimento della partecipazione elettorale, appaiono le regole del gioco perverso che “viaggia parallelo alla indifferenza verso la politica e alle sue attuali procedure verticistiche” scenario, quest’ultimo, che ben si coniuga con l’immagine di una società sempre più diseguale e divisa. I dati di Bankitalia confermano, anche, il “progressivo peggioramento del reddito familiare medio e di un allargamento della forbice tra chi può e chi non può come i poveri relativi, gli impoveriti e a rischio di povertà”.

Si assiste da un lato alla crescita della concentrazione dei redditi e dall’altro alla aumentata povertà di chi già non ha essendosi raddoppiata, negli ultimi quattro anni, la fascia di coloro che sono caduti in povertà. La ricchezza si è così concentrata nel 64% della popolazione: poco più di due terzi dentro, tutti  gli altri fuori. E’ evidente che l’andamento della forbice sociale abbia ricadute, allora, anche sulla politica. Avendo, così, la partecipazione subito un declino progressivo negli ultimi 20 anni alle ultime consultazioni politiche hanno votato circa il 75% alla Camera e 70% al Senato “cifre che rispecchiano quelle relative al numero delle persone nelle mani delle quali sta la ricchezza”. A conferma rimare un dato: la politica è praticata da chi meglio si posiziona nella società perché, non avere la propria voce rappresentata non comporta migliorie in termini di diritti e uguaglianza. “ Il divario che nasce tra classi sociali, elettori, cittadini e politici corrisponde ad una società sempre più divisa, con pesi sociali sempre meno proporzionati e sempre più ineguali”.

Per quanto ci riguarda, poi, il nostro entroterra sta anche facendo i conti con un alto tasso di dispersione scolastica –epifenomeno che stiamo studiando- mentre appare sempre più chiaro che non si può continuare a ragionare solo in termini di emergenza compromettendo servizi essenziali come scuola, sanità, lavoro. Restituire trama e protagonismo alla nostra Provincia ci pare l’atto più alto e generoso che si possa fare. Le nostre istituzioni locali possono lavorare meglio di quanto possa fare lo Stato centrale.

E, in questa direzione, va il Patto di Solidarietà Sociale istituito dalla Provincia di Frosinone. Si sta lavorando ad interrompere le accresciute disuguaglianze e l’indebolimento del tessuto sociale. Il nostro percorso intende favorire la valorizzazione dei talenti di ognuno, rilevarne le competenze mettendo a frutto progetti equi a garanzia di giovani, donne, aree svantaggiate, rilanciando in condizioni di pari opportunità coesione sociale, competenze aggiornate, capitale umano. Il lavoro provinciale che abbiamo avviato è a garanzia di quel benessere che, passando dall’istruzione, rappresenta il vero investimento per le giovani generazioni. Stiamo rimettendo in moto speranze individuali e collettive a vocazione territoriale.

Il ritorno di un principe

 di Rocco Pellegrini

Parlo di principe in questo contesto nell’intenzione con cui ne parlava Machiavelli. Il principe è un progetto di potere per governare, sviluppare e dirigere un popolo e chiedo al mio lettore di non lasciarsi forviare dall’aspetto aristocratico della parola stessa che, anche Gramsci, per stare a sinistra, considerava il progetto di fondazione del PCI come il principe della sua epoca.

Dunque oggi Matteo Renzi si gioca la carta del principe.

L’ultimo altro grande progetto analogo, pur nelle profonde differenze programmatiche e di idea stessa di civiltà e di stato, è stato fatto da Silvio Berlusconi che non ha caso è stato il politico di riferimento dell’ultimo ventennio sia nei fatti che nell’immaginario collettivo del paese.

Mi raccomando, piaccia o meno è del tutto secondario.

Per capire quel che succede bisogna, almeno per qualche minuto meglio per qualche ora, sollevare la testa dal chiacchiericcio che ci avvolge e ci condiziona e provare a pensare in grande. In fondo la politica svolge un ruolo così importante nella vita sociale perché organizza la nostra vita stessa come specie e, dunque, è bene ogni tanto ricordarsi di ciò, di questa sua funzione centrale piuttosto che pensarla, come purtroppo troppo spesso essa è, soltanto imbroglio, mercato delle vacche, corruzione e disgusto.

Insomma cerchiamo di volare alto per quanto possibile per ognuno di noi.

 

Renzi ha scalato il partito democratico, rinnovandone completamente la classe di prima fila. Non descrivo come che tutti lo ricorderanno ma ricordo che nessuno credeva possibile quel che lui si era ripromesso di fare.

Il PD, per quanto sfasciato e ridotto male dall’incuria e la debolezza culturale del gruppo dirigente che lo  ha governato negli ultimi 20 anni, resta ancora l’unica forza democratica che c’è in Italia.

Tutti gli altri, nessuno escluso, sono partiti padronali, cordate di potere pure, insomma strapuntino per la mangiatoia.

Dunque Renzi ha scalato l’unico partito che c’è in Italia degno di questo nome, dove esistono sezioni, federazioni, gruppi regionali, circoli culturali, insomma un insediamento popolare e diffuso.

Ha vinto nettamente congresso e primarie superando la primitiva debolezza del rottamatore, che pure era stata importante per scassare le vecchie  fragili certezze, ed oggi che il PD è saldamente nelle sue mani ha preso l’iniziativa a tutto campo sparigliando completamente i suoi avversari e cambiando drasticamente il quadro politico italiano.

La prima mossa è stata il cambiamento delle istituzioni coinvolgendo le opposizioni.

La seconda mossa, proprio in queste ore, la proposta di un governo di legislatura.

Sul primo punto non parlerò perché, alla luce del secondo, è solo una mossa preliminare.

Quanto al secondo, invece, spendo volentieri qualche parola di riflessione.

 

C’è una crisi delle istituzioni e del rapporto tra la politica ed i cittadini.

E’ sotto gli occhi di tutti e basta ricordarla.

Questa crisi di consenso è fortemente aggravata dalla crisi della società che vuol dire mancanza di lavoro, difficoltà di funzionamento della macchina pubblica, stagnazione della vita nelle città… Insomma quella tragedia che viviamo tutti i giorni e che ormai ci terrorizza tutti perché non si vede via d’uscita e perchè la risposta delle istituzioni che sono abilitate a farlo, soprattutto il governo, è senz’altro debolissima.

 

Chi mi segue sa che io spesso chiamo Enrico Letta, Barzel Letta.

Sia chiaro Letta è un uomo serio, stimabile, efficiente ma starebbe bene nel dipartimento di stato americano a rappresentare corazzate spaventose e poteri sublimi.

Qui in questo traballante fortino esposto a tutti i venti, in questo mare in tempesta che è la repubblica italiana sotto l’attacco continuo dei mercati finanziari e della competitività darwiniana della nostra epoca, il governo di Letta è rassicurante quanto sapere che l’esercito che ci difende è sotto il comando della principessa sul pisello.

Letta è del tutto inadeguato a fronteggiare questi marosi mentre, probabilmente, sarebbe un ottimo manager per qualcosa di forte e di compiuto.

Renzi è un ruspante, è più italiano, in tutti i sensi, meno zen e più bulimico, insomma uno di noi e soprattutto è uno che non vuole rassegnarsi a sorridere sulle macerie, a spiegare i suoi compitini mentre la crisi strozza le famiglie e distrugge la ricchezza della nazione.

Qui non ci si può rassegnare a questo andazzo, non si può più vedere una classe dirigente che sorride sulle macerie e che si fa buddhista, col tutto il rispetto che merita quella grande regione, trovando il Nirvana lei ma lasciando noi negli inferni.

Qui ci vuole qualcuno che provi a buttarsi nella mischia, nella tragedia della vita quotidiana di tanti per portar sollievo, con norme concrete, con fatti e non col pareggio di bilancio del cavolo che fa star tranquilla la burocrazia di stato ma fa suicidare gli imprenditori veneti e siciliani e dannare i vecchi minacciati da Equitalia.

E’ chiaro che Renzi stesso, e tutti quelli tra di noi me compreso che sono lineari, avrebbero preferito che il PD si sottoponesse al giudizio elettorale per arrivare al potere ma il tempo per questo processo adesso non c’è.

Nessuno lo può negare se è ragionevole. La crisi è troppo forte per il rispetto delle forme.

E quando dico forme, lo dico sul serio, perché per il governo ci vuole innanzitutto la legittimità.

Le istituzioni repubblicane sono state rinnovate circa un anno fa e dunque quelle che ci sono oggi sono del tutto legittime.

Non v’è, dunque, alcuna forzatura nell’evitare l’ennesima conta elettorale perché questo è un regime parlamentare e non esiste alcun governo eletto dal popolo nella costituzione italiana.

Queste sono menzogne berlusconiane, ne abbiamo già parlato e per me, su questo punto, finisce qui.

Si può parlare, certamente, di maggiore opportunità in una nuova tornata elettorale, questo si.

Ma dopo il giochetto della corte costituzionale e la risposta Renzi Berlusconi questo paese dovrebbe stare ancora per 8-10 mesi a bagno Maria, in mezzo al guado dell’inazione e del barzellettismo leninismo.

A Renzi sembra non giovare fare quello che fa ma lo fa.

Oggi mi ricredo: ha ragione lui. Meglio l’impegno diretto che l’inerzia.

Non c’è il tempo per tanta filosofia e tanta carineria istituzionale.

Il PD ha già la forza ed i numeri coi suoi alleati per cambiare verso e cambiare politica e mettere le mani nella merda che ce ne è davvero tanta.

Riuscirà a farlo?

E’ difficile lo so ma è l’unica cosa possibile e ragionevole.

E ci vuole un coraggio grande come una casa.

Ed è per questo motivo che io gli auguro ogni successo.

Per l’Ucraina, Europa e Russia insieme

Perché non fare del tavolo Europa Russia sull’Ucraina proposto dal Presidente Pittella il luogo del lancio di strategie di innovazione energetica congiunte, come richiamato dal Presidente Prodi qualche settimana fa? 

I settanta anni di libertà e di pace che abbiamo alle spalle li dobbiamo in buona parte al processo di unificazione europea. Un tesoro che oggi, più di sempre, dobbiamo saper condividere con i nostri vicini, Ucraina e Federazione Russa in primis. Perché in Europa non si ripeta la tragedia vista nell’ex-Jugoslavia.

Con un grande Paese alle porte dell’Ue, come l’Ucraina, sull’orlo di una guerra civile, le istituzioni europee e i governi degli Stati membri non possono limitarsi ad un mero sostegno di principio ai movimenti più filo-europei e moderati, come quello di Vitalij Klycko e di Yulia Tymoshenko, che pure – chi scrive ne è testimone diretto – meritano.

L’Europa deve fare qualcosa di più e di diverso. L’Unione europea deve farsi carico di un ruolo da protagonista come agente di pace, attraverso l’istituzione di un tavolo negoziale con il governo di Kiev, le opposizioni e la Russia.

Ecco perché la presenza di Enrico Letta a Sochi – uno dei pochissimi leader occidentali che incontrerà sia il presidente russo Vladimr Putin, che quello ucraino Viktor Yanukovych, all’inaugurazione delle olimpiadi invernali venerdì 7 febbraio – può, da questo punto di vista, rivelarsi più utile di quanto molti non credano.

Un tavolo negoziale fra Europa, Ucraina e Federazione Russa, senza precondizioni, senza pregiudizi, con l’obiettivo di sostenersi l’un altro, come partner a favore della libertà, della pace, delle riforme e dello sviluppo.

Un tale vertice trilaterale potrebbe propiziare la rapida fine di ogni violenza di Stato contro cittadini inermi, il varo di una vasta amnistia e di riforme costituzionali, colloqui più costruttivi fra le autorità centrali e quelle periferiche.

L’Ucraina non è solo Leopoli e Kiev, ci sono anche la multietnica provincia di Odessa, la repubblica autonoma russo-tartara di Crimea, la città autonoma di Sebastopoli – storica base logistica, quest’ultima, della marina prima sovietica poi russa.

L’Ucraina, il paese più esteso e più centrale del continente, è la naturale cerniera fra Europa e mondo russo, e proprio insieme a Europa e Russia, Kiev può raggiungere risultati storici, nel campo delle libertà politiche e civili, del riscatto dalla povertà dei suoi quarantacinque milioni di abitanti – oltre un terzo dei quali sono russofoni.

Pur avendo personalmente preso parte a Kiev alle manifestazioni a favore dell’avvicinamento dell’Ucraina ai principi e ai valori di democrazia dell’Europa, non si possono dimenticare le condizioni di vita dei ceti popolari russofoni, nell’immenso est del Paese, la cui economia e sentimento identitario sono strettamente legati a Mosca.

Siamo nel 2014, non nel 1914. Non ci servono vecchi o nuovi nazionalismi, né giochi di potere. I nostri interessi strategici di lungo termine, come italiani e europei, sono chiari: libertà civili, forti democrazie locali e nazionali, libera circolazione, innovazione e cultura. Siamo convinti che essi siano convergenti con le aspirazioni più autentiche e profonde di Ucraini e Russi.

*Vicepresidente vicario del Parlamento europeo

Perché l’Italia non innova più

di Leonardo Maugeri (su Il Sole 24 Ore)

In questi ultimi mesi mi sto occupando di trovare finanziamenti negli Stati Uniti per alcune start-up molto innovative in settori in cui le loro invenzioni avrebbero un’immediata e dirompente applicabilità – se di successo. La relativa facilità sia del contesto, sia di trovare interlocutori pronti a rischiare il loro denaro, mi ha spinto a un amaro parallelo con quanto avviene in Italia.

Mentre l’America continua a rigenerarsi e a uscire da ogni crisi grazie a moti periodici di innovazione, l’Italia non inventa più da troppi anni. E questa è una causa del suo declino economico.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, il miracolo economico italiano fu sostenuto dalla straordinaria inventiva di un popolo che non aveva grandi capitali: eppure, dalla chimica all’industria dei trasporti, dagli elettrodomestici alla meccanica di precisione, il nostro era un Paese che inventava, brevettava e trasformava in industria il risultato delle sue scoperte. Ricercatori innovativi trovavano capitani d’industria (allora era giusto chiamarli così) culturalmente pronti a sposare l’innovazione, a investirci sopra, a scommettere su nuovi prodotti che avrebbero cambiato il mercato e consentito di generare ricchezza e lavoro. Questo connubio naturale tra ricerca e industria, peraltro, rendeva la prima più concentrata sui bisogni e le aspettative della seconda, evitando così di disperdere risorse su filoni che non avevano prospettive commerciali. Di quel terreno fertile, è rimasto poco o niente. I ricercatori italiani sono di ottimo livello internazionale, nonostante siano pagati malissimo e siano dimenticati da tutti. Anche per questo, il numero dei brevetti italiani si è più che dimezzato rispetto agli anni Sessanta, e i brevetti di oggi spesso rappresentano solo migliorie all’esistente, non innovazioni tali da introdurre discontinuità di mercato. Molte università non hanno nemmeno un ufficio brevetti e – se lo hanno – non hanno alcuna idea di come valorizzare un brevetto. Nella mia esperienza industriale ho avuto esempi deprimenti di questa mancanza, su cui è meglio stendere un velo pietoso. Allo stesso tempo, i capitani d’industria dell’Italia post-bellica hanno lasciato il campo a grigi manager capaci di tarare le loro azioni solo sull’esistente e per un orizzonte temporale non superiore a tre anni, quello che – per il codice civile – esaurisce il loro mandato.
Per tutti loro, la ricerca è fondamentale solo a parole, in termini di comunicazione e immagine. Eppure, senza la capacità di generare nuove attività economiche basate sull’innovazione, le possibilità di crescita di un Paese sono nulle, e l’unica via è quella di competere sul costo del lavoro. Scelta che ci porterebbe verso il terzo mondo. E’ possibile cambiare questo stato di cose? Forse.
Ma occorre agire all’unisono su almeno sette fronti.
Primo: occorre liberare dalle tante vessazioni che li opprimono e dare un ruolo preminente a fondi di investimenti privato, private equity, venture capital etc. disponibili a investire nelle piccole società innovative. Nelle aree più produttive di idee degli Stati Uniti, come la Silicon Valley o Boston, ne esistono a centinaia, spesso migliaia. In Italia, secondo i dati di “Start Up Italia”, esistono solo 1.127 start up innovative, di cui solo 113 finanziate, per un misero totale di poco più di 110 milioni investiti nel 2013. Niente, rispetto agli oltre 10 miliardi di dollari che – nel 2013 – i soli venture capital statunitensi hanno trainato su start-up americane. Nel complesso, esistono (dati Aifi – Associazione Italiana Private Equity e Venture Capital) non più di 13 venture capital (contro i quasi 2.000 degli Stati Uniti o gli 800 della Germania). Ugualmente misero è il numero delle società di private equity. Con questi numeri non si va da nessuna parte. Un’ampia presenza di fondi privati e venture capital, invece, è fondamentale in quanto da noi manca una grande industria le cui articolazioni possano svolgere il ruolo di “pillar companies” – società pilastro, in grado esse stesse di finanziarie e aiutare le start-up nel loro percorso di crescita. Tuttavia, i pochi investitori nell’innovazione sono sottoposti (in quanto raccolgono capitali privati) a un sistema di vigilanza spesso vessatorio, che andrebbe drasticamente ridimensionato.
Secondo: i fondi privati dovrebbero godere di tassazioni agevolate, in particolare sugli investimenti in conto capitale. Per la fase iniziale della loro vita, si potrebbe addirittura pensare a annullare o rendere minimi tutte quegli esborsi (oneri di costituzione e registrazione, etc.) in modo da rendere attraente anche per fondi stranieri l’ingresso nel nostro Paese. Si tenga presente l’investimento in piccole società innovative è a altissimo rischio, in quanto la percentuale di start-up che muoiono prima di arrivare alla commercializzazione di un prodotto supera di gran lunga quella di quante hanno successo. Secondo un recente studio di Harvard, per esempio, solo il 25 percento delle start-up americane ha successo, nel senso che produce innovazioni vere e reddito per chi ci ha investito: ma è proprio quel 25 percento che rappresenta l’onda di continuo rinnovamento dell’economia americana. In un sistema perfetto, nessun problema: il tipico investitore si attende che i profitti realizzati su due delle dieci start-up su cui ha messo soldi eccedano di gran lunga gli investimenti complessivi. Ma in un sistema che deve decollare, come quello italiano, senza forti incentivi (e con le tante vessazioni di cui ho parlato) è difficile pensare che il capitale di rischio si muova agevolmente.
Terzo: bisogna smettere di pensare che tutta la ricerca sia utile, e quindi degna di finanziamento. In assoluto può essere anche vero, ma in pratica – per un Paese che deve ripartire – è un’idea velleitaria e dannosa. Occorre puntare su quei filoni che, in questo decennio, possono avere una grande potenzialità di mercato e in cui le barriere d’ingresso e i vantaggi accumulati dai concorrenti non siano già insormontabili. Queste caratteristiche, per esempio, escludono l’energia nucleare, ma non l’energia solare, le biotecnologie, la remediation ambientale, la chimica verde, il riutilizzo dell’acqua, i nuovi materiali a basso impatto energetico e ambientale, e molto altro ancora.
Quarto: la ricerca deve essere collegata al mercato e confrontarsi con esso. In realtà, questo aspetto è un corollario del precedente. Il ricercatore deve capire di che cosa ha bisogno il mondo che gli sta intorno e cercare di trovare delle risposte. Allo stesso tempo, deve essere in grado di presentare un business plan articolato a potenziali investitori. Pochissimi sono preparati su quest’ultimo aspetto: le università che fanno ricerca dovrebbero introdurre dei corsi specifici sull’argomento.
Quinto: tra università e l’universo di fondi e società che finanziano piccole società innovative deve esistere una sorta di simbiosi. Non a caso, grandi società, venture capital, private equity assediano letteralmente i campus del MIT o di Harvard. Da noi, come ho già osservato, gran parte delle università ha perfino difficoltà a dare valore alla proprietà intellettuale che produce, e non prepara i propri ricercatori a mettersi sul mercato. Tra i parametri di finanziamento della ricerca nelle università italiane, pertanto, dovrebbe entrare un meccanismo che consenta di misurare quel valore. Questo renderebbe più agevole e auspicabile l’erogazione di fondi di ricerca all’università – sia pubblici sia privati – e consentirebbe alle stesse università di creare fondi per finanziare spin-off e start-up da cui trarre royalty con cui finanziare altra ricerca (come fanno le grandi università americane), o per vendere le loro quote nel momento più propizio, anche attraverso periodiche esposizioni aperte agli investitori (vere e proprie mostre) delle ricerche più interessanti in atto, come fanno Harvard e MIT.
Sesto: lo stato dovrebbe limitarsi a finanziare la ricerca di base, una volta individuati i filoni di ricerca che meritano finanziamento. Chi riceve il finanziamento dovrebbe comunque presentare dei piani in cui siano presenti le tappe fondamentali che si vogliono conseguire con la ricerca, i tempi previsti per ciascuna tappa, l’originalità e la potenziale competitività di ciò su cui si lavora. Periodicamente, tutti questi aspetti dovrebbero essere rendicontati per evitare che si continuino a gettare soldi al vento per anni senza alcun controllo. Potrebbe partecipare anche al capitale di rischio dei fondi creati da università o soggetti privati.
Settimo: la proprietà intellettuale va difesa. In Italia lo si fa pochissimo, cosicché la possibilità di “scippi” di idee innovative è sempre in agguato. Il problema investe la scarsa specializzazione di studi legali e di altre organizzazioni professionali specializzate in materia. Visto che il mercato da solo non può dare in brevi tempi una risposta a questo problema, forse sarebbe più utile che lo stato o le regioni creasse questo tipo di organizzazioni sul territorio.

 

Buffett e gli errori

Warren Buffettdi Massimo Sapienza
(Con questa, avviamo una serie di pubblicazioni di Sapienza sulla esperienza trentennale di innovazione imprenditoriale di Buffett)
Quando sei diventato la leggenda vivente degli investitori finanziari mondiali puoi permetterti il lusso di fare errori. Quando la storia delle tue imprese economiche diventa parte della storia della finanza, allora puoi addirittura esibire i tuoi sbagli. Oppure forse proprio perché hai sempre avut…o il coraggio di riconoscere, ammettere, analizzare e soprattutto mai aver tentato di nascondere i tuoi limiti sei diventato l’incarnazione contemporanea di Re Mida. Buffett teorizza in maniera esplicita l’interesse comune suo e del suo socio Munger per gli errori, non solo nel business, ma più in generale nella vita: “Our Vice Chairman, Charlie Munger, has always emphasized the study of mistakes rather than successes, both in business and other aspects of life.  [.] You’ll immediately see why we make a good team: Charlie likes to study errors and I have generated ample material for him particularly in our textile and insurance businesses”. La chiusura del brano potrebbe sembrare una mera captatio benevolentiae. Si potrebbe dire: “Ma come il presidente di una holding che nell’arco di quasi 50 anni ha reso oltre il 20% all’anno composto che si schernisce per i suoi errori?” Eppure non è una mera clausola di stile. E’ molto di più. E’ una filosofia di vita, tipicamente americana da etica protestante e spirito del capitalismo: “If you are going to play the game, you must count the runs scored against you in all nine innings”. Non ci sono sconti per nessuno, chi cerca di sottrarsi, con scuse o altri artifici a questo crivello indagatore non è degno probabilmente di partecipare al gioco: “Any manager who consistently says “except for” and then reports on the lessons he has learned from his mistakes may be missing the only important lesson- namely, that the real mistake is not the act, but the actor”. Nessuna attenuante, tantomeno per sé stessi. Un processo di esame infinito e spietato, difficile, molto difficile per un lettore di cultura cattolica. Nella lettera del 1989 Buffett dedica addirittura una sezione agli “errori dei primi 25 anni di Berkshire Hathaway” e promette di aggiornare il paragrafo nel 2015 con gli errori dei primi 50 anni. In seguito ha introdotto episodicamente in alcune lettere un paragrafo intitolato “Mistake du jour”. Ma come sono gli errori di Buffett? Gli aggettivi che li descrivono negli anni, lettera dopo lettera, sono abbastanza roboanti: “despite some colossal  mistakes made by your Chairman”, “In 1982 I made a huge mistake in [.]”, “whatever the reason the mistake was large”, “my decision to sell McDonald’s was a very big mistake”.  Niente male per uno che ha guadagnato oltre i limiti dell’immaginabile. Pensato cosa avrebbe scritto di sé stesso qualora il successo della sua holding di investimento fosse stato banalmente solo “eccezionale”, noblesse oblige del capitalismo finanziario moderno, s’intende. Per entrare più nel concreto partiamo dall’errore iniziale di Buffett, quello su cui ha più lungamente recriminato nel corso del tempo. Un errore ormai famoso: avere comprato la stessa Berkshire Hathaway che tanta fama gli ha dato nel cinquantennio successivo. “My first mistake, of course, was in buying control of Berkshire. Though I knew its business -textile manufacturing- to be unpromising, I was enticed to buy because the price looked cheap”. Buffett ascrive il suo “errore originale” alla sua tendenza innata a cacciare le opportunità a buon marcato. Si tratta di un’inclinazione naturale, chi ha questa tendenza tenderà sempre a subire il fascino del buon prezzo. L’umanità in questo è proprio bipartita con una muraglia adiabatica in mezzo: da un lato quelli che pensano che se paghi poco, la qualità che otterrai sarà sempre bassa, e dall’altro coloro i quali invece sono attratti dal prezzo basso con l’intensità di desiderio di una baccante durante un rito dionisiaco. Analizzeremo meglio questo vizio del presidente di Berkshire Hathaway, trattando nello specifico il suo rapporto con le opportunità di investimento in un approfondimento dedicato, per adesso ci limitiamo a segnalare un brano nel quale la tendenza a comprare a basso prezzo, trascende il borghese “mistake” per diventare un mistico ed esoterico “folly”: “I could give you other personal examples of “bargain-purchase” folly but I’m sure you get the picture: It’s far better to buy a wonderful company at a fair price than a fair company at a wonderful price”.  Il secondo tipo di errore sul quale vorrei concentrare la vostra attenzione è invece quello legato all’eccesso di sicurezza derivante dalla grande esperienza e dai successi ottenuti nel passato. Quante volte in paesi di cultura latina (e non solo) abbiamo ascoltato l’elogio dei capelli grigi e dell’esperienza. In un paese in cui un cinquantenne al potere è un giovane, cosa potremmo mai pensare di un ultra-ottantenne plutocrate? Chi oserebbe mai in una riunione italiana contraddire una persona dell’esperienza di Buffett? Ma anche su questo tema, con la sua consueta ironia, l’oracolo di Omaha racconta di come una volta aveva forzato, sbagliando, per fare un’operazione giocandosi la carta “Io sono più vecchio, fidatevi di me”: “I subtly indicated that I was older and wiser. I was just older”. Quante volte avete visto manager, senior manager o chiunque dotato di un minimo grado di autorità contorcersi come una tarantola pur di non ammettere i propri sbagli? A me tantissime volte. Devo ammettere però che, personalmente, a me le persone che non sanno riconoscere  i loro errori, più che farmi arrabbiare, mi fanno ridere, le trovo per l’appunto ridicole. Quanti mediocri non comprendono che la sola speranza per il miglioramento passa attraverso il riconoscimento dei limiti e degli sbagli che si sono commessi? Quanti invece si crogiolano nell’immobilismo estatico e auto-flagellatorio del rimuginare eterno  sulle proprie mancanze? Per entrambe le categorie Buffet ha parole di condanna. “Agonizing over errors is a mistake. But acknowledging and analysing them can be useful, though that practice is rare in corporate boardrooms”. Io ho una esperienza di consigli di amministrazione, e più in generale di organi collegiali di direzione, abbastanza importante rispetto alla mia età, ma devo dire che in effetti non ricordo nessuna seduta di consiglio nella quale ci sia presi il tempo di fare un analisi sistematica e scientifica di cosa non è andato secondo I piani. I dossier si studiano e si approfondiscono molto ex-ante, si approvano se è il caso e si celebrano quando finiscono bene. Quando finiscono male o sono destinati all’oblio o a processi alle persone che s’intende usare come capri espiatori in stile caccia alle streghe. Un consiglio di successo forse dovrebbe riuscire a fare di più e meglio sotto quest’aspetto. Il terzo e ultimo tipo di errori che segnaliamo ci rimanda una formula che i credenti hanno sentito ripetere tante volte: “In pensieri, parole, opere e omissioni”. Pur non essendo cattolico Buffett ha un’idea degli errori che rimanda alla nozione di peccato tipica dei santi della chiesa cattolica: “Typically, our most egregious mistakes fall in the omission, rather than commission, category”. Non solo, infatti, il nostro Warren si accusa degli errori che hanno portato a perdite in bilancio di Berkshire Hathaway e che sono quindi quasi immediatamente evidenti agli occhi del lettore/azionista, ma anche addirittura di ciò che è invisibile agli occhi del pubblico, vale a dire i mancati affari: “Some of my worst mistakes were not publicly visible”. “These were stock and business purchases whose virtues I understood and yet didn’t make”.

La Nuova Questione Meridionale: Da Dove Ripartire

di Massimo Veltri

Forse è il caso di non assegnare solo a specialisti – storici, letterati, saggisti, giornalisti… – il ruolo di discettare sul sud, sulla irrisolta, e sempre presente, questione meridionale, sulle dicotomie che costantemente affliggono le popolazioni delle nostre regioni, strette …fra un’autodifesa a volte arrogante di sé e della propria storia e del loro presente e un accollare sempre ad altri le condizioni di disagio in cui si sta a sud di Roma. C’è una parte della opinione pubblica che resta silente e oscillante fra questa e quella lettura delle cose, anche quella più avvertita, culturalmente e politicamente più o meno orientata, presa forse da altri temi e comunque in difficoltà nel chiarirsi le idee e formarsi una propria convinzione. E’ probabile che allargare la discussione possa risultare di qualche utilità oltre a fungere da esercizio di democrazia più o meno partecipata.
Il fenomeno leghista di qualche decennio fa e la chiusura formale e definitiva dell’intervento straordinario del mezzogiorno possono, se pure schematicamente, essere individuati come momenti spartiacque, dopo dei quali, in pratica, il sud s’è mostrato povero, muto, sulla difensiva. Le parole e i comportamenti di Miglio prima, Bossi e c. poi, caratterizzati da rozzi anatemi xenofobi, lombrosiani, divaricanti e al limite dell’eversività istituzionale con le minacce di separazione del paese erano basati sul nulla, sul voler mettere l’accento sulla questione settentrionale, su spostare l’asse delle azioni pubbliche verso la ‘parte produttiva’ del paese facendo leva su facili parole d’ordine che mobilitassero i siurbrambilla e le casalinghedivoghera, in base a una padanità fatta di operosità contro i vagabondi mediterranei? Certo, la questione settentrionale si poneva urgentemente entro uno schema di simmetricità con quella delle regioni del sud, entrambe le parti del paese chiamate a dover fare i conti con risorse finanziarie sempre più esigue, la fine dei partiti e dello stato della prima repubblica, lo scandalo di tangentopoli, la mondializzazione dopo la caduta del muro, un’economia chiamata a fronteggiare il postfordismo, l’istituto regionale scalpitante fra attribuzioni autonome e ruoli da svolgere. Una chiamata oggettiva di autodeterminazione e di responsabilità molto forte, quindi, in cui il protagonismo veniva invocato, così come pure la crescita dal basso, in quanto strumenti in grado di fornire scrollate a un sistema sempre più alle prese con un debito pubblico montante e il dover fare i conti con l’Europa. Si ricorderà, fra i tanti, lo slogan: Spostare l’asse europeo dalla valle del Reno fino al Mediterraneo. Sì, ma come?, se nel frattempo non ci si era resi conto che una stagione era finita, che la Cassa per l’Intervento Straordinario nel Mezzogiorno aveva chiuso i battenti, che aggiuntiva o sostitutiva o normale che fosse non c’era all’orizzonte alcuna politica mirata di accompagnamento o di sostegno per fuoriuscire dalle aree dell’obbiettivo 2 o 5bis, come la burocrazia di Bruxelles definì le regioni meridionali – le così dette aree in ritardo di sviluppo. Strumenti di programmazione negoziata come i Patti Territoriali parevano a qualcuno l’uovo di Colombo per mettere insieme stato, nelle sue diverse articolazioni, imprenditori, tecnici, ma pure quella stagione si esaurì non lasciando grande traccia di sé.
Sono stati licenziate alle stampe di recente alcuni libri che di provenienza e con taglio diverso forniscono un’utile traccia di ragionamento oltre che l’occasione per suscitare un dibattito allargato. Vito Teti, Carlo Borgomeo, Gianantonio Stella, Pino Aprile, tutti parlano del sud, parlano di noi. E noi, parte chiamata in causa, qualcosa la possiamo – la dobbiamo – dire. Non so se è il caso di pensare a un convegno ad hoc : qui mi limiterò ad alcune brevi considerazioni, che per il momento non parlano di Mezzogiorni, come pure, appropriatamente, Cersosimo e Donzelli qualche anno fa fecero.
Mentre c’è da parte di qualcuno la constatazione che i pur ingenti fondi europei non sono stati utilizzati per mancanza di progettualità e reclama cabine di regìa e linee guida da parte dello stato centrale, per altro verso si continua a reclamare la più totale autonoma regionale. E se da una parte ci si lamenta perché le risorse finanziarie sono del tutto inadeguate a dare risposte alle popolazioni, e si bussa a cassa, dall’altra restano impietosamente non spese grande parte degli euro di provenienza europea.
C’è un punto iniziale, a mio parere, da dirimere: il sud come reagì all’euro, alla lega, alla fine della Cassa del Mezzogiorno? O, piuttosto, il sud non doveva essere pronto a ‘prevenire’ e ‘prevedere’ quello che sarebbe successo? Mi riferisco alla sua classe dirigente – mi correggo: alle sue classi dirigenti, non solo quella politica, intendo: una stagione aveva chiaramente lasciato intravvedere ch’era ormai giunta al capolinea e bisognava perciò cambiare. Cambiare cosa? Atteggiamento culturale, attrezzatura politica, strumenti di intervento, e così via. Una vera e propria cesura, s’è verificata lungo le trame d’un tessuto istituzionale e produttivo del paese, quello, fra gli altri, che voleva un sud consumatore versus un nord produttore.
Stare a rincorrere quello che poteva essere e non è stato è esercizio bolso oltre che inutile. Così come improponibili appaiono certi posizionamenti nostalgici che vagheggiano a ritorni preunitari e borbonici. Atteggiamenti razzisti ed escludenti sono parimenti da rigettare mentre interessanti appaiono un paio di posizioni. Quella che mira alla crescita non tanto o non solo del Pil quanto all’aumento della coesione sociale (Borgomeo), e in specie quella di Teti, che introduce il termine di ‘nostalgia attiva’, per sottolineare la ricerca, la riscoperta delle radici identitarie, non già per chiudersi in sterili autocompiaciute e autoconsolatorie visioni d’un’arcadia che non c’è più (ammesso ci sia mai stata), ma piuttosto per incamminarsi con dignità entro scenari non localistici ma nazionali e globali con il carico, positivo, di specificità da mettere in gioco. Certo, in Teti si avverte il travaglio, il disagio, di chi è consapevole di non poter difendere l’indifendibile, costituito da cialtronerie, demagogismi, ruberie, inadeguatezze… e Teti è pure certo, contemporaneamente e con pari se non maggiore carico di indignazione, che non si può dire sempre la-colpa-è-degli-altri. Difendersi dagli attacchi esterni è necessario, è dovuto. In particolare quando questi attacchi sono sommari, falsi, storicamente decontestualizzati, ma farlo può risultare esercizio difficile, da solo, da soli. Occorre perciò una riflessione per fare un punto e per avanzare una proposta. Abbiamo città importanti, comunità d’alto profilo, patrimoni inutilizzati. Bisogna fare rete.

Parlando di donne e di legge elettorale

di Giuseppina Bonaviri

 

La legge elettorale che viene presentata alle Camere esprime una parità di genere  solo enunciata che penalizza la società italiana. E’ il risultato d’inerzie culturali che si ripercuotono  sugli squilibri della rappresentanza. Un vulnus che si ripete, già visto in occasione dell’approvazione del “Porcellum” nel 2005. In quell’occasione , infatti, l’emendamento che proponeva «quote di genere» presentato dalla stessa maggioranza fu respinto alla Camera in sede di votazione con scrutinio segreto: ottenne 452 voti a sfavore, contro solo 140 favorevoli.

Il testo base della legge elettorale, l’Italicum, pur rappresentando un passo avanti rispetto al passato, continua a non assicurare un’equa rappresentanza per noi donne italiane. Sebbene la nuova legge in studio preveda l’obbligo di garantire uguale presenza di uomini e donne nelle liste non assicura altrettanto nella rappresentanza in parlamento. Occorrerebbe che tutte-i  i parlamentari lavorassero per modificare il testo, introducendo la semplice alternanza “una donna un uomo” e la parità 50-50 rispetto ai capilista. Molte deputate e senatrici si sono già mobilitate trasversalmente ai partiti politici dandoci la sensazione che, finalmente, le donne e la gente è diventata consapevole che le questioni di genere sono temi di cittadinanza e non sessisti.

Attualmente non viene salvaguardato il principio antidiscriminatorio previsto dagli art.3 e 51 della Costituzione, articoli che sanciscono la pari dignità sociale delle-i cittadine-i e le condizioni di eguaglianza nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. “ Nonostante l’elemento positivo introdotto all’art.1, comma 9, l’ alternanza dei generi due a due maschera in realtà un ritorno al passato cancellando di fatto l’ unico elemento capace, come è noto, di garantire una reale rappresentanza.” La politica non vuole ancora capire che le donne non sono riserve protette. Stando così le cose, torniamo a sottolineare, che per rendere realmente efficace il principio di pari opportunità nella rappresentanza politica è necessario introdurre quel vincolo dell’alternanza di genere uno a uno nelle liste e la medesima alternanza per i capilista. Quella presentata nei giorni scorsi dalla legge in discussione ci pare una formula inadatta che non ci consentirà nuovamente il cambiamento tanto profondamente auspicato. Crediamo che non si tratti di semplice questione di quote ma di un vero salto di qualità, di un avanzamento della nostra democrazia oggi, purtroppo, ancora assai zoppicante.

Proporre allora profili eccellenti, come già molti movimenti di base in Italia stanno facendo, perché le prossime donne che entreranno in Parlamento possano essere espressione della migliore società italiana (ciò sta già avvenendo, grazie alla legge sulle quote di genere, nei  CdA delle società quotate e controllate) può restituire alle cittadine e cittadini un vero potere di scelta che peserà sul reale interesse per il bene comune del Paese e sulla determinazione di scrivere regole trasparenti  che restituiscano capacità di decisione reale alla base.

Manca l’attenzione al tema della democrazia paritaria da parte della maggioranza delle forze politiche. Bisogna iniziare dal modificare i linguaggi comuni per permettere che anche il nostro territorio si trovi al passo coi tempi.  Il linguaggio non è solo strumento di comunicazione; rimane la piattaforma prioritaria della formazione dei nostri pensieri  tanto che, come ci insegnano  gli scienziati, non esiste pensiero senza linguaggio. Per una cittadinanza di genere diffusa dobbiamo partire proprio da qui: trovare le parole giuste che siano l’inizio di un cambiamento di rotta. La lingua rispecchia la nostra cultura, dunque, la riflessione sul modo di rappresentare le donne attraverso il linguaggio è la ragione per la quale è importante il ruolo che esso svolge nel processo di costruzione dell’immagine femminile collettiva. Sollecitare, allora, l’adozione spontanea di codici di autoregolamentazione nella comunicazione dei problemi e nelle aspettative progressiste di genere è condizione primaria per una politica più umana ed equa.

Le innovatrici fanno un appello perché sia modificata della legge elettorale ricordando anche l’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria che va sostenuto con azioni comuni di massa. Proponiamo da tempo di lavorare insieme per riscrivere una agenda di democrazia paritaria mobilitandosi verso un’altra Europa come opportunità reale di voltare pagina e costruire un futuro nuovo, con un parlamento profondamente rinnovato, nelle pratiche e nelle ideologie.  Solo se non si lascerà indietro metà della popolazione, quella che sta dimostrando le migliori performance e il più forte impegno nel sociale, si creeranno le basi di una svolta sociale, civile e politica. Le donne non sono vessillo di conquista e di supposta emancipazione, ciò sarebbe un segnale assai negativo. Le donne possono e devono essere, invece,  in prima linea insieme agli uomini se si vuole scrivere un nuovo, fiorente  capitolo di storia italiana.

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