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Editoriali

La scossa di Prodi al premier: non abbia paura, ora tenti una sortita

Romano Prodi (Epa)Romano Prodi (Epa)

BOLOGNA – Professor Prodi, l’Italia vive uno dei momenti peggiori del dopoguerra. E il sogno europeo appare infranto, con la Germania che vuole farla da padrone. «Non è che vuole: la Germania la fa da padrone. E continua per la sua strada, anche se molti osservatori, tedeschi e non tedeschi, pensano che l’eccessivo surplus renda il rapporto di cambio dell’euro insopportabile per gli altri Paesi. Un surplus minore aiuterebbe l’economia di tutta l’Europa».
L’euro è troppo forte per noi? «Oggi siamo quasi a 1,40 sul dollaro. Fossimo a 1,10, anche 1,20, saremmo in una situazione ben diversa».
L’euro era stato pensato per valere un dollaro? «Più o meno. Ricordo, quand’ero presidente della Commissione europea, gli incontri annuali con il presidente cinese Jiang Zemin. Avevamo dossier alti una spanna, ma a lui interessava solo l’euro. Gli consigliai di comprarne come riserva. All’inizio il valore dell’euro crollò a 0,89 rispetto al dollaro e, quando tornai da Jiang, avevo la coda fra le gambe. Ma lui mi rasserenò subito: “Lei pensa di avermi dato un cattivo consiglio, ma io continuerò a investire in euro. Perché l’euro salirà. E perché non mi piace un mondo con un solo padrone: sono felice che accanto al dollaro ci sia un’altra moneta”. A causa degli errori europei, l’altra moneta accanto al dollaro sta diventando lo yuan. Le divisioni europee ci hanno fatto perdere occasioni enormi. Vai in Medio Oriente e ti senti dire: “Siete il primo esportatore e il primo investitore, ma non contate nulla”. Non c’è un grande problema internazionale in cui l’Europa abbia contato qualcosa».
Alle elezioni del 25 maggio si profila un successo delle forze antieuropee. Può essere una scossa? «Lo sarà senz’altro. Questa del resto è la storia d’Europa. L’Unione ha sempre avuto uno scatto dopo le crisi. La prima volta accadde con la “sedia vuota” di De Gaulle. Oggi la sensazione è ancora più forte perché abbiamo sul collo il fiato della Cina, dove fortunatamente il costo del lavoro continua a crescere. Anche se rimangono ancora grandi differenze nel costo della mano d’opera standard, oggi Unicredit paga i neolaureati di Shanghai come quelli di Milano. Dobbiamo ritrovare una politica europea comune, se vogliamo avere ancora una leadership. Occorre ribaltare la situazione. Nelle svolte del mondo bisogna essere i primi a capirle».
L’Italia si impoverisce. Eppure non c’è rivolta sociale. Perché? «Perché la perdita del lavoro avviene goccia a goccia: infinite gocce che fanno molto più di un fiume, ma non fanno una rivoluzione. È un fenomeno mondiale: la frantumazione della classe media; la jobless society ».
La società senza lavoro. «Si distruggono i lavori di medio livello. Disegnatori. Segretarie. Praticanti degli studi legali. Cassieri. Impiegati delle agenzie di viaggio o degli sportelli bancari e assicurativi. L’altro giorno parlavo con il responsabile di una grande banca. Gli ho chiesto se tra dieci anni i dipendenti saranno più o meno della metà rispetto a oggi. Mi ha risposto che saranno molto meno della metà. Aumenta la disoccupazione diffusa, cui si cerca rimedio con i “minijobs”: spezzoni di lavoro pagati sotto la soglia di sussistenza. Ma quando tagli la fascia media, si distanziano non soltanto i redditi; si distanziano due parti della società. Si salvano solo gli innovatori. Non a caso gli Stati Uniti, patria dell’innovazione, vanno meglio di noi».
Perché proprio l’Italia è il grande malato d’Europa? «Perché non agisce come un Paese unito. I problemi aperti esigono una risposta corale. Invece la società è frammentata. Il governo ha una cronica mancanza di autorità. I sindacati si saltano gli uni con gli altri, sono divisi anche all’interno della stessa organizzazione, e la Confindustria è stata sempre ben contenta di dividerli. Tra sindacato e grandi imprese ci sono tensioni, come alla Fiat, che non si sono viste in nessuno stabilimento europeo. Il problema non è il costo del lavoro: in Spagna è inferiore di appena il 7%; in Germania è superiore di oltre il 50%. Il problema è il modo in cui si lavora. È la paralisi del sistema produttivo. È la mancanza di una politica industriale».
Che valutazione dà del Jobs Act di Renzi? «La direzione è quella buona. Ma bisogna tradurla in decisioni concrete. Devono capirlo tutti: il potere politico, i sindacati, le imprese. In questi anni si sono aperti molti tavoli di concertazione; la frammentazione li ha uccisi tutti».
Voi varaste il pacchetto Treu. «Sì, noi usavamo l’italiano e lo chiamammo pacchetto». Oggi a Palazzo Chigi c’è un suo allievo, Enrico Letta. Quale consiglio gli darebbe? «Di tentare una sortita. Di prendere iniziative anche contestate. Di non avere paura di mettersi in una controversia».
In un articolo sul «Messaggero » lei ha ricordato che il potere pubblico è intervenuto ovunque in difesa dell’industria dell’automobile, dalla Spagna agli Stati Uniti, tranne che in Italia. «È oggettivo che l’affare Fiat si sia concluso senza la voce del governo. E sull’Electrolux c’è stata solo una mediazione a posteriori».
Perché è andato a votare alle primarie del Pd? «Ho deciso il giorno dopo la sentenza della Consulta. Perché ho avuto paura che riemergesse una legge elettorale che rendesse impossibile governare il Paese».
La nuova legge le piace? Cosa pensa dell’attivismo di Renzi? «Non rispondo a questa domanda. Ho sentito il dovere di votare alle primarie come risposta a un’emergenza, non come scelta di tornare alla partecipazione. Il ruolo elettorale è un dovere civico, non significa proporsi o essere disponibili ad accettare una carica. Ho ritenuto che il Pd fosse indispensabile per evitare lo sfascio totale. Dopo di che non ho più preso parte alla politica attiva. Sarei solo di disturbo».
Perché? «Perché ogni azione sarebbe interpretata come appoggio all’uno o all’altro, come un disegno personale per un futuro che non esiste».
Non vuole fare il presidente della Repubblica? «No. Mi pare di averlo già chiarito in più di un’occasione. Il Paese è cambiato. C’è un nuovo mondo. Occorrono persone nuove che lo interpretino. La nuova politica, per linguaggio, contenuto, velocità, supera la mia capacità di comprensione. Non sono un uomo 2.0».
Lei ha raccontato una telefonata con D’Alema, nel giorno dei 101 franchi tiratori, da cui dedusse che sarebbe finita male. Come andò? «Fu anche divertente. Ero in riunione a Bamako, in Mali. C’era un’atmosfera distesa. France Presse scriveva che stavo diventando presidente della Repubblica, tutti i capi di Stato africani mi facevano il pollice alzato. Io rispondevo con il pollice verso, perché sapevo già come sarebbe andata a finire. Avevo fatto le telefonate di dovere. Prima a Marini, poi a D’Alema, che mi disse che certe candidature non si possono fare in modo così improvvisato. Fu allora che chiamai mia moglie Flavia in Italia, per dirle di andare pure alla sua riunione, tanto non sarebbe accaduto nulla. Poi telefonai a Monti, che mi avvisò che non mi avrebbe votato perché ero “divisivo”. Infine telefonai a Napolitano perché ormai era chiaro come sarebbe andata a finire. Anche se mi aspettavo 60 defezioni, non 120: perché furono più di 101».
È stato scritto che lei è in contatto con Grillo e Casaleggio. È vero? «Mai avuto rapporti politici di nessun tipo, salvo quello di spettatore divertito. Grillo venne a trovarmi nell’81 a Nomisma, per discutere gli aspetti economici dei suoi testi. Nel 2007 mi fece un’intervista strumentale a Palazzo Chigi: all’uscita disse che dormivo. Avevo invece risposto a tutte le sue domande, spesso con gli occhi chiusi, come faccio d’abitudine quando penso, e il filmato lo dimostra. Casaleggio è venuto una volta a salutarmi a un convegno pubblico a Milano. Stop».
Come valuta il successo dei Cinque Stelle? «È un movimento di protesta che si manifesta in varie forme in tutti i Paesi europei, tranne che in Germania. La Merkel è stata molto abile ad assorbire il populismo, riassicurando i tedeschi a scapito del resto d’Europa. Anche per questo Italia, Francia e Spagna dovrebbero reagire presentando un programma alternativo nei confronti della Germania. Noi abbiamo gli stessi interessi, ma ognuno pensa di essere più bravo degli altri. Dai consigli europei si esce con le stesse decisioni con cui si è entrati».
La sua immagine pubblica è legata alla bonomia, alla fiducia. È raro trovarla così pessimista. «Io sono pessimista per poter essere ottimista. Il passaggio dal pessimismo all’ottimismo si ha solo attraverso un’azione politica forte e coraggiosa. L’unico fatto positivo di questa crisi drammatica è che sta maturando la consapevolezza dell’emergenza, e della necessità di cambiare. Sempre più ci si rende conto che c’è troppa gente che soffre. Finora la sofferenza arrivava alla Caritas. Ora si è affacciata persino al Forum di Davos. Anche se la finanza ha ripreso a operare come prima».
C’è il rischio di un’altra bolla e di un altro crollo? «Non ci sono state riforme fondamentali nel sistema finanziario. C’è più paura e quindi più consapevolezza ma non ci sono veri strumenti nuovi».
Nella storia italiana recente, e quindi nel declino del Paese, anche lei ha avuto un ruolo. C’è qualche errore che non rifarebbe? «Questa è una domanda inutile. Ci sono sfide che si affrontano sapendo perfettamente che si incontrerà la resistenza e la reazione del sistema, e quindi con buone possibilità di fallimento; eppure sono sfide che affronterei di nuovo».
Faccia un esempio. «La privatizzazione dell’Alfa Romeo. Trattai con Ford perché ritenevo necessario che ci fosse concorrenza. Arrivammo ad un progetto di accordo di grande respiro, però avvertii i negoziatori: se si mette di mezzo la Fiat, salterà tutto, perché si muoveranno i sindacati, le autorità ecclesiastiche, gli enti locali, insomma il Paese. Fu proprio quello che accadde. È vero che la Fiat offrì qualche soldo in più ma, in ogni caso, non vi furono alternative. I negoziatori della Ford conclusero dicendo: “Ci spiace molto; lei però ci aveva detto la verità”».
Le chiedevo di farmi l’esempio di un errore. «È un errore sopravvalutare le proprie forze. Ma penso che oggi l’Italia abbia bisogno di essere messa di fronte alle sue sfide. Per questo parlo di “sortita”. Verrà il momento in cui le sfide non si potranno non affrontare. Se hai un disegno, devi anche rischiare. E io credo di aver rischiato sempre. Non a caso, sia il primo sia il secondo governo Prodi sono stati fatti saltare. Anche se tra le due cadute c’è una bella differenza».
Quale differenza? «Nel 2008 il mio governo è caduto a causa della frammentazione politica e dei personali interessi di alcuni suoi membri ma, in ogni caso, era un cammino faticoso. Nel 1998 il mio primo governo è caduto perché andava bene. Non solo hanno buttato giù un ottimo governo, con Ciampi all’Economia, Andreatta alla Difesa, Napolitano agli Interni, Bersani all’Industria e poi Flick e Treu… Peggio ancora: hanno distrutto l’entusiasmo. E ci vuole più di una vita per ricostruire l’entusiasmo».
Rifarebbe pure il Pd? «Il Pd è l’unico punto di solidità del Paese. Ma se fosse andato avanti l’Ulivo avremmo avuto il Pd già quindici anni fa, e l’Italia non sarebbe sprofondata in questa crisi politica».

Sibari e il Crati

di Massimo Veltri (su Il Quotidiano della Calabria)

Due teoremi agitano da tempo il dibattito culturale. Ragionare e lavorare in termini multiculturali e interdisciplinari; coniugare il patrimonio delle conoscenze vie via acquisite con le scelte politiche. Infatti è alta la consapevolezza della complessità dei problemi che una società qual è quella moderna – attraversata da mille contraddizioni e altrettante domande – pone all’attenzione dei decisori, in termini di vere e proprie sfide che, per essere affrontate con qualche probabilità di successo, richiedono oggettivamente, più sapere, più saperi mesi assieme. Questi teoremi assumono vero e proprio valore di paradigmaticità relativamente alla discussione che benemeritamente si sta portando avanti sull’area archeologica di Sibari, e per estensione sull’intero catalogo dei nostri beni culturali, sul paesaggio, sull’intero territorio calabrese. Salvatore Settis nel ricevere la laura honoris causa dall’Ateneo reggino ha pronunciato parole impegnative, quando ha ricordato di non esser mai stato interpellato da alcun amministratore e politico calabrese, circa aspetti legati alle sue specializzazioni che lo hanno reso famoso nel mondo. E quando ha confessato che ha trovato una Calabria meno povera ma sempre più alla ricerca di se stessa. Il consumo del suolo, l’incuria, l’abbandono, il costruire selvaggio, l’assenza di un’idea di paesaggio, hanno attraversato il messaggio di Settis, che resta affidato, così, a quanti vorranno farne una bandiera. Una bandiera che in verità non è di oggi ché solo qualche lustro fa l’attenzione per i comparti richiamati da Settis era forte, sentita, praticata. Poi si scelse (passivamente?) il fai-da-te e la spoliazione del territorio. Proprio dalla Calabria può ripartire invece una nuova tendenza, ch’è quella dettata dalla ragione, dal buon senso: quella di un modello di sviluppo intrinsecamente legato ai giacimenti culturali e naturali locali, in nome della sostenibilità e del rispetto della storia. Sibari, appunto: abbiamo appreso che c’è – ci sarebbe – una disponibilità finanziaria utile a intervenire sull’area degli scavi per quanto riguarda musei da costruire e interventi di tipo squisitamente archeologico. Qualche risorsa è ravvisata altresì per il drenaggio delle acque, ma non pare chi sa che. La domanda che, ingenuamente, affiora è la seguente: si può pensare di salvare una bottiglia su un tavolo se il tavolo è instabile? O si deve prima, o insieme, stabilizzare il tavolo? Fuor di metafora: ben vengano le attenzioni e le misure per i reperti archeologici (purché non tardino molto), ma contemporaneamente – se si vogliono fare le cose per bene e non introdurre rattoppi e  e rammendi che durano lo spazio di qualche stagione – è necessario porre mano all’emergenza fisica del suolo e del sottosuolo che interessa la valle del Crati (tanto per fissare qui la nostra attenzione). Perciò si parlava all’inizio di multidisciplinarietà e interculturalità. Non si fanno passi in avanti se il responsabile di un assessorato ignora quel che fa il suo collega d’altro assessorato, se le azioni che promuovono su un ben determinato tema, sono fra loro disgiunte, con il rischio, per di più, di collidere fra loro. Una volta si parlava di politiche coordinate, e pure di accordi di programma, o di conferenze di servizi, per evidenziare, a vari livelli e su scale diverse, l’imprescindibilità di mettere insieme attribuzioni e afferenze tematicamente distinte, verso obiettivi comuni che richiedono convergenze. Per muoversi in tale direzione non solo c’è bisogno di volontà e di guida politica, ma serve pure altro. Serve che si mettano assieme archeologi, storici, ingegneri, architetti, geologi… ; serve che ciascuno di coloro che appartengono alle varie professioni si spoglino della loro certezza d’esser gli unici – o i più qualificati – portatori di soluzioni definitive e si abituino a lavorare inter pares con gli altri; serve imparare a parlare un linguaggio comune; serve la sintesi. Tutto ciò al di fuori da spontaneismi legati a visioni e a conoscenze obsolete, ché negli anni le ricerche e gli approcci metodologici, le stesse best practices, sono molto mutati e perciò servono specialisti seri, veri, ben guidati e accompagnati. La scommessa prima, e la più difficile, è proprio quella di sposare convintamente la scelta interdisciplinare: quindi forte impulso al Piano di Bacino del Crati, manutenzione e pulizia dell’alveo e delle sponde (nella ridda degli enti competenti sempre più intricata, sovrapposta, di fatto deresponsabilizzante con il continuo gioco a rimpiattino), interventi di somma urgenza certo, ma accanto o subito dopo una politica territoriale scaglionata nel tempo, programmata. Mentre si mette mano a tutto l’enorme lavoro che c’è da fare su quanto insiste a fianco e sotto il letto del fiume, con tutti i tesori abbandonati e mortificati che aspettano un segno di resipiscenza dell’uomo.

Il futuro del lavoro

di Francesco Grillo (Su Il Messaggero)

Una crescita senza lavoro: è questo il nuovo spettro che preoccupa i governi del mondo. In Europa la ripresa – peraltro assai debole in Italia – rischia di non intaccare tassi di disoccupazione assai elevati con l’effetto di aumentare le diseguaglianze e la frantumazione. Chiunque parli di lavoro non può non tenerne conto, se vuole evitare il rischio di prescrivere cure che nascono obsolete prima ancora di essere somministrate. Ed è  ancora una volta la tecnologia che sta cambiando tutto.

Tra vent’anni, prevede l’Economist nell’ultimo numero dedicato al “futuro del lavoro”, in molte città del mondo non ci saranno più tassisti, sostituiti da automobili che si guidano da sole: un sogno antico che le sperimentazioni di Google stanno avvicinando sempre di più. Forse – aggiunge il settimanale inglese – non ci saranno più neppure i giornalisti che un tempo quando arrivavano in una città nuova ricevevano proprio dai tassisti informazioni di prima mano, perché con Internet stanno cadendo molte delle barriere che proteggono l’accesso privilegiato alla conoscenza di cui questa professione beneficiava. Non ci saranno più neppure i vigili, sostituiti dai telefoni cellulari che forniscono  molte più informazioni di quelle  stradali e dalle telecamere che – con assai maggiore affidabilità e minori costi – possono controllare il traffico e dispensare multe. In uno studio dell’Università di Oxford si calcola che il 47% dei posti di lavoro rischiano di scomparire nei prossimi vent’anni sotto l’urto di un gigantesco tsunami tecnologico.

L’ultima mutazione è però diversa da quelle che l’hanno preceduta: stavolta ad essere automatizzati non sono i lavori manuali nelle grandi fabbriche come con la rivoluzione industriale dell’ottocento e, neppure, quelli contabili come è successo con i computer negli ultimi cinquant’anni. La nuova rivoluzione è quella delle tecnologie che escono dalle fabbriche e dagli uffici e si abbattono sulle quotidianità trasformando le automobili, le piazze, le case, gli ospedali, i libri in oggetti informativi in grado di ricevere, trasmettere ed elaborare informazioni e di prendere decisioni al posto dell’uomo sulla base di quelle informazioni. Ad essere sostituiti sono non solo quelli che lavorano agli sportelli, ma tutti quelli il cui lavoro può essere sostituito da una routine:secondo gli economisti di Oxford sono quasi fuori dal mercato centinaia di migliaia di persone che lavorano alle casse, quando tutti i detersivi saranno forniti di sensori; ma anche i chirurghi rischiano di perdere il proprio ruolo se – almeno per un certo tipo di interventi – riusciremo a incorporare in una macchina il know how del migliore specialista e renderlo fruibile a distanza.

Benessere senza lavoro:i numeri confermano che il fenomeno è già ampiamente in corso. Se consideriamo gli ultimi tredici anni dal 2000 che è un periodo sufficientemente lungo per trarne conclusioni strutturali, l’economia americana – considerata da tutti una vera e propria macchina che fabbrica lavoro grazie alla sua flessibilità e capacità di innovare – ha creato poco più di cinque milioni di nuovi posti di lavoro: mai così pochi da quando esiste questa statistica. È vero che nel 2008 c’è stata una crisi devastante, ma nello stesso periodo il PIL è aumentato del 28%, la popolazione del 13 e l’occupazione solo di quattro punti. Gli stessi numeri valgono anche per i Paesi che non hanno conosciuto crisi: secondo l’ILO, nonostante il fatto che il PIL mondiale sia cresciuto del 60% negli ultimi quindici anni e la creazione di vaste classi medie in Cina o Brasile, il tasso di occupazione è rimasto lo stesso. Le conseguenze della crescita senza occupazione sono evidenti: sempre più bassa è la quota della ricchezza generata che va a remunerare il lavoro, sempre più forti sono le differenze tra quei pochi che si adattano al nuovo contesto e chi rimane fermo.

Cosa fare allora? Quali sono i lavori che sopravvivono? Come fa un governo a incoraggiare i processi che trasformano la minaccia in un’opportunità per tutti?

Di sicuro cambia radicalmente l’obiettivo delle politiche per il lavoro. Difendere ciò che esiste equivale a negare il problema, rendendo ancora più dolorosa la transizione quando saremo, e già lo siamo, con le spalle al muro. Conta rendere le persone molto più capaci di cambiare: per competenze, approccio al lavoro e alla vita. E incoraggiare le imprese a fare la stessa cosa, perché c’è un problema anche sul lato della loro propensione a innovare se il sistema è sempre più incapace di assumere i giovani.

Certamente è necessario – lo dicono i numeri sulla correlazione tra investimento in educazione e occupazione – investire molto di più e subito nella scuola. Sarà però necessario anche un cambiamento in ciò che la scuola insegna: ciò che conta – come dice l’esempio dei chirurghi e degli specialisti sostituiti dai robot che ne incorporino le procedure – è la capacità di aggiornare continuamente la propria conoscenza, adattarla al contesto e alla persona che si ha di fronte, battere la routine.

In settori a produttività stagnante come quello pubblico la mutazione sarà radicale: si svuoteranno gli uffici e gli sportelli; ma a produrre beni pubblici in settori non raggiunti dal mercato saranno chiamati molti più insegnanti, consulenti per giovani e anziani che vogliono trovare un’occupazione nuova, mediatori di crisi familiari, fisioterapisti e archeologi.

L’Italia ha poi una grande possibilità: tra i lavori che difficilmente verranno sostituiti ci sono quelli che hanno a che fare con l’arte,i beni culturali che sono solo parzialmente fruibili a distanza. Come è successo nel passato, la tecnologia libera risorse per poter far emergere nuovi, più sofisticati bisogni tra le classi medie dei Paesi emergenti.

È la creatività distribuita la chiave di accesso al futuro, un futuro che potrebbe essere, paradossalmente, simile ad un passato classico che proprio in Italia ha vissuto il proprio apogeo. Un leader, se c’è, dovrebbe capire che la vera riforma di cui abbiamo bisogno, è rovesciare l’inerzia, il pessimismo di tanti in un progetto che mobiliti le aspettative e le energie di tutti.

 

Risposta a Michele Mezza: i problemi dell’Italicum, il metodo Renzi

di Francesco Grillo

Non faccio parte del PD e mi innervosisco quando qualcuno prova ad associarmi ad una qualche famiglia politica. Ma devo dire che il dibattito nel PD e attorno al PD è importante. Che tale dibattito, però, è alle volte un po’ deludente. E con assoluta sincerità devo, per esempio, dire che semplicemente non capisco quello che l’amico Michele Mezza scrive a proposito di Brenno e Matteo Renzi. Non si può non essere d’accordo con l’urgenza di darci – come sistema – una mossa. Non si può non provare a dare una mano a chi si metta in testa di dover mandare in soffitta mummie putride rottamando una classe dirigente. Non si può non apprezzare il metodo di stilare un programma di governo come se fosse un file Excel con tanto di impegni, responsabilità e date. E, tuttavia, se è vero bisogna muoversi, è altrettanto vero che bisognerebbe tentare di farlo nella direzione giusta. Discutendo del merito dei problemi da affrontare. Cercando, anzi costruendo i meccanismi diffusi di selezione della classe dirigente (si tratta di centinaia di migliaia di persone – nella politica, nelle amministrazioni pubbliche, negli ospedali, nelle scuole, nelle grandi imprese a partecipazione statale – e, non soltanto, di una decina di dirigenti di Partito) che dovrà sostituite quella vecchia. E allora costa dirlo ma le prime mosse di Renzi sembrano approssimative e rischiose. Se proviamo a scendere nel merito. E prescindiamo per un momento dalla discussione sugli incontri tra Renzi e Berlusconi. La proposta di legge elettorale, ad esempio, è rischiosa per la credibilità del Parlamento. Per il Paese e per quella che, una volta, si definiva con un termine retorico, la sua “tenuta democratica”, perché essa è legata alla conservazione di quel poco di credibilità che rimane al Parlamento. Per lo stesso Partito Democratico, perché questa legge rischia di essere – per motivi opposti – un regalo proprio ai due concorrenti – M5S e Forza Italia – con i quali Renzi si vuole giocare la possibilità di governare senza contrasti per cinque anni. Fatto sta che appare assai discutibile partire dall’assunto di voler ridurre – a forza di premi di maggioranza e sbarramenti – l’offerta politica italiana a due poli – quando ce ne abbiamo tre di dimensioni uguali. O, addirittura, a due partiti – eliminando magari proprio quello che alle ultime elezioni ha avuto più voti e quando per i due che si vogliono far sopravvivere alle ultime due elezioni hanno votato meno di un terzo degli elettori. Certamente non abbiamo ulteriore tempo da perdere con la legge elettorale ed, anzi, è certamente vero che essa doveva essere fatta dieci mesi fa come atto preliminare alla nascita del Governo e ha fatto bene Renzi a “stanare” tutti. Tuttavia, un senso di responsabilità minima dice che non possiamo assolutamente permetterci il rischio che questo Parlamento – eletto con una legge ritenuta non costituzionale – faccia una legge ritenuta nuovamente non costituzionale dalla Corte, se non vogliamo mandare definitivamente in frantumi la legittimità delle istituzioni democratiche. E allora perché non ricorrere ad una legge che ha già funzionato per i primi dieci anni di questa cosiddetta seconda repubblica (si chiamava Mattarellum) senza che nessuno ne invocasse la illegittimità e che sembrava non dispiacere né al PD, né a Forza Italia e neppure al Movimento Cinque Stelle? Perché non prendere – verificate le compatibilità istituzionali minime – senza nessuna modifica la legge di un qualsiasi altro Paese normale europeo nel quale le leggi elettorali durano da decenni? Perché arrivare a concepire questo “italicum” per il quale il rischio di bocciatura da parte della Corte esiste, ma che presenta anche – per il PD – il rischio di una vittoria definitiva di Berlusconi? E, comunque, per chiunque governi il rischio di farlo contro la volontà o l’indifferenza di due terzi degli elettori? L’errore più grosso è, però l’idea della legge elettorale come uno strumento per forzare esiti che non esistono nel Paese. La tentazione di voler – a tutti i costi – far vincere chi non riesce a vincere politicamente nel Paese. La convinzione che tutti i problemi si riducano a dare a qualcuno – a costo di sceglierlo a sorte – tutte le leve del potere. Non c’è nulla di nuovo in questo atteggiamento: è il riflesso condizionato di una società in grave difficoltà e che non sa più a quali santi votarsi; lontanissima dalla percezione del cambiamento come progetto che coinvolge tutti e del leader come soggetto che convince molti a mettersi in gioco. Di questo – aldilà degli incontri, degli slogan, delle metafore – dovrebbe parlare il PD e il Paese. Di contenuti e non di intenzioni. In maniera veloce ma focalizzata. Nell’interesse anche di Matteo Renzi.

Brenno al Nazareno

di Michele Mezza

Come Brenno, Renzi ha buttato la sua spada sul tavolo della direzione del Pd gridando il suo Guai ai vinti. E come dargli torto: dopo 30 anni di moine, in un mese si mettono in movimento le riforme, si sblocca il bicameralismo, si da una scossa ai partiti, seppellendo gli apparati centrali e spostando lo scontro sul territorio e qualcuno si attacca all’estetismo di Berlusconi che viola il sacro Graal della sede del PD?

E’ proprio il segno che il partito erede evolutivo del PCI è ormai un guscio vuoto. E Renzi ne è l’ufficiale liquidatore che sta rapidamente celebrando le esequie della solenne salma, tra l’altro scegliendo come giorno data proprio la vigilia dell’anniversario della fondazione del PCI.

Due i totem attorno a cui si ballava oggi: primo, la storia della vergogna per l’incontro con  Berlusconi  al Nazzareno.Liquidata da Renzi con la feroce battuta per cui lui lo ha fatto entrare al Nazzareno mentre altri avevano fatto entrare Berlusconi a Palazzo  Chigi, polemica chiusa.

Secondo il modo di decidere: Renzi ha spiegato che non tocca al partito , o a quello che ne rimane, ma al popolo delle primarie, che votandolo ha votato un programma che prevedeva la riforma elettorale e l’abolizione del Senato.

Dunque chi sta discutendo nella sala del Nazareno è solo un prestanome. Cuperlo ha capito bene che si trattava della lapide che chiudeva il sepolcro ed ha alzato la voce: che partito è mai questo dove tutto è deciso dalle primarie. Un altro partito, gli aveva già risposto Renzi, perchè altri sono i suoi valori e soprattutto altra la sua base sociale.

Siamo vicini al tema caldo della concezione del partito e della politica che ha sinistra ha sempre avviato i processi di scissione. E credo che con oggi la coazione a ripetere si sia messa in moto.

Sul merito poco da dire: il groviglio delle norme  non lascia spazio a discussioni. Legge maggioritaria di fondo, con un doppio turno di coalizione e un diritti generoso di tribuna. Collegi plurinominali, con identificazione dei candidati e primarie per la loro selezione.

E’ una legge che scompiglierà i partiti, scomponendo ulteriormente la destra, ma anche il Pd, e seppellirà Grillo. Renzi oggi ha fatto le prove della campagna elettorale: sono io il guastatore del sistema tu sei un chiacchierone.

Infine il sugello che chiude la bocca a chiunque voglia storcere il naso: dopo 30 anni di noia e di impotenze interessate io in un mese cambio il sistema. Che dirgli?

Questa mano è tutta sua. Rimane unico sulla scena .Gli rimane solo da stabilire come mettere sotto tutela il governo, ma le chiacchierate con Alfano senza Letta hanno fatto capire anche quale sarà il metodo.

Ora rimane il problema di come tradurre questa vittoria in linea politica e in alleanze sociali. Renzi conquistato il partito deve riempirlo di nuove figure sociali eguali a lui, dopo aver rottamato i dirigente ex PCI deve rottamare gli elettori ex PCI.E la comparsa di Veltroni è apparsa come l’ultima minaccia: se non io tornano quelli là….

Lo strappo radicale però, come sempre, lascia aperta la strada a chi vorrà rimettere l’idea di sinistra sul mercato politico: o ripristinando l’eredità, con l’ennesima ritualità di una scissione per tradimento, o ripensando  la cultura e l’ambizione di una sinistra che riprenda a competere con i centri di comando del capitale per civilizzare il sistema.

Magari ricominciando dall’unico minuto in cui la direzione del PD è apparsa in sintonia con il paese che corre e che cresce: con il ricordo del Maestro abbado. Ripartiamo dalla potenza del sapere dalla negoziazione delle sue forme diffusive dal contrasto dei poteri che ne vogliono limitare la corsa. Una sinistra che non pianga al ricordo del 21 gennaio, ma che riprovi ha dargli spessore nella storia del futuro del paese.

Riforma dell’Arpab sì, ma verso una maggiore autonomia

di Prof. Albina Colella (Università della Basilicata)

Si vuole riformare l’ARPAB, ma è necessario riformare anche e soprattutto la Politica Ambientale della Basilicata. Il Governatore lucano Marcello Pittella in un articolo della Nuova del Sud ha dichiarato di voler promuovere la riforma dell’ARPAB, perché diventi organismo affidabile e super partes. Mi auguro che realmente la politica metta l’ARPAB nelle condizioni di divenire tale, concedendogli la necessaria autonomia decisionale, finanziaria e di comunicazione, ovvero che venga garantito che i dati ambientali non siano sottoposti a “filtri” vari prima di essere pubblicati. E’ bene ricordare che il compito istituzionale dell’ARPAB è semplicemente “diagnostico”, ovvero di controllo delle condizioni ambientali del territorio attraverso analisi e monitoraggi, i cui dati sono forniti poi al Dipartimento Ambiente: il resto compete alla politica. Ed è qui che casca l’asino, perché l’ARPAB ha rischiato e rischia di diventare il capro espiatorio di responsabilità che competono invece alla politica. Se la Basilicata oggi si trova ad affrontare tanti disastri ambientali e i conseguenti problemi di salute dei cittadini, è perchè mancano alcuni strumenti di pianificazione territoriale di cui deve farsi carico la politica. In Basilicata manca ad esempio il Piano di Tutela delle Acque, nonostante la presenza di attività petrolifera e i rischi connessi. È grazie all’assenza di un Piano delle aree di Salvaguardia delle acque superficiali e sotterranee destinate al consumo umano che in Val d’Agri le società petrolifere hanno potuto perforare anche nelle aree di ricarica degli acquiferi, o a due passi dagli invasi, aree cioè molto vulnerabili all’inquinamento, aree dove in altre regioni non è permesso. E’ grazie a questa inadempienza che l’oleodotto del pozzo petrolifero Pergola1 rischia di essere realizzato in un territorio non solo ad alto rischio sismico, idraulico e di frana, ma anche nelle aree di ricarica di alcuni preziosi acquiferi della Val d’Agri. In Basilicata manca anche il Piano dei Rifiuti, mancano i Piani di zonizzazione degli Idrocarburi, dei Nitrati, dei Fitofarmaci, degli Interferenti Endocrini, delle Diossine, ecc.. Oggi si pensa ottimisticamente che la bonifica delle falde acquifere della Val Basento possa risolvere l’inquinamento, senza sapere che, oltre ad essere lunga, non è affatto garantito il risultato, sempre che i bandi non siano stati bocciati dal Ministero, come qualcuno sussurra.

In passato sono stata molto critica nei confronti dell’operato dell’ARPAB, al punto da condividere anche delle denunce, ma oggi devo ammettere che negli ultimi tre anni sono stati fatti passi da gigante, considerando la gravità dei problemi ereditati dalla nuova gestione. Ho appreso del ridotto staff tecnico di laboratorio, della necessità di risanare debiti per circa 6 milioni di euro, situazione che ha impedito l’adeguamento dei laboratori, e del mancato introito delle risorse ENI: a quanto pare non sarebbe stata attivata dal Dipartimento Ambiente l’intesa ENI-Regione, che prevedeva oltre alle royalty anche 3 milioni di euro l’anno per i monitoraggi della Val d’Agri a cura dell’ARPAB a partire dal 2004-2005. Con la gestione del Direttore Raffaele Vita il debito è stato sanato, l’entrata dei ricercatori dell’Agrobios ha portato nuova linfa potenziando il settore di ricerca, la diagnostica è aumentata e sono state analizzate per la prima volta le diossine, i laboratori lavorano in qualità, sono state acquistate nuove apparecchiature, come il laboratorio mobile per le diossine, si sono attivati nuovi laboratori e se ne stanno allestendo altri. Sotto state attivate anche collaborazioni scientifiche mediante convenzioni, come quella con l’ARPA Puglia per le diossine, e se ne stanno attivando altre con l’università e altri centri di ricerca, il sito internet dell’ARPAB si è arricchito di dati ambientali di vario tipo, e sono state prontamente recepite le istanze provenienti dal territorio, come ad esempio la misura degli idrocarburi nelle acque e nei sedimenti del Pertusillo, dopo che ne avevamo denunciato la presenza. Si può dunque affermare che il cambiamento sia in atto. E ora si parla di riforma dell’ARPAB. Non è che per caso si ritorna indietro ? Mi auguro che se riforma ci sarà, questa sia volta a promuovere lo sforzo di autonomia e indipendenza dagli organi politici: solo così l’ARPAB sarà credibile.

 

Elezioni europee: apriamo un confronto sul mediterraneo, a Frosinone

Europee 2014di GIUSEPPINA BONAVIRI

 

Siamo alle porte di un grande evento politico: le elezioni europee. Nessuno ne parla, pochi nutrono reale interesse ad aprire un confronto a riguardo nelle periferie d’Italia, i partiti tradizionali sono latitanti e sfioriti, i progetti roba d’altri tempi.

Tra il 22 e il 25 maggio andremo alle urne. Siamo chiamati tutti alle consultazioni elettorali per eleggere i nostri nuovi rappresentanti europei, elezioni queste che per la prima volta si tennero nel 1979. Quest’anno si aggiunge un nuovo Paese membro, la Croazia e questa volta il compito si fa arduo. Sarà come andare ad un referendum sull’euro cosicché la discontinuerà si presenta come l’arma vincente.

La discussione è arenata dentro le stanze dei potenti dove da settimane si discute animosamente sulle candidature da “riproporre” agli italiani, che in tutta verità, sonnolenti assistono inermi, senza reazione adeguata, come malati impotenti su un letto di morte.

Chiedere di aprire un dibattito, in Ciociaria come in altri territori d’Italia, entrare in contatto con il disegno che ci persegue, chiedere riconoscibilità chiara degli impianti, delle regole, delle competenze ed articolazioni che seguiranno per una concezione federale necessita di conoscenza e di scambio, di informazioni tra “centro” e dimensione cittadina.

Destra, sinistra, centro: tutto appare omologato e spregiudicatamente pronto al saccheggio. Tutto appiattito su logiche di mercato, Paese messo in ginocchio – da burocrati, papaveri, lacchè, amministratori ingordi, politicanti dell’ultim’ora testimonial del non cambiamento- se ne fa un altro magari sotto l’egida delle logiche europeiste.

Prendiamone atto per proporre da subito un percorso che, come nostra consuetudine e buon costume, parte da una etica civica e dal rispetto della buona politica, che parla la lingua dei nostri entroterra e che, anche ora rivitalizzi la politica partendo da un processo dal basso. I nostri territori appaiono, quanto mai, bisognosi di donne ed uomini, che non assurgano a caporali di quei clan e lobby che, invece, finora hanno fatto della malapolitica e della crisi istituzionale il loro pane quotidiano.

Papa Francesco si fa, in questi giorni, apripista spiazzando con la sua scelta sulle nuove nomine cardinalizie, in cui il peso dell’Europa appare fatalmente destinato a diminuire. Il futuro del cattolicesimo è tra le masse del Terzo Mondo, infatti, e non nel Vecchio Continente. Un segno questo di un mondo che evolve nonostante tutto; segnali di innovazione che dovrebbero essere recepiti non solo dalla politica ecclesiastica ma anche dalla nostra classe dirigente. L’altro messaggio che Papa Francesco ci invia è di come intendere le sedi un tempo ritenute prestigiose per creare cordate perché “queste non assicurano più, nel mondo che avanza, un automatismo di avanzamento di carriera” ma sono simbolo di come tutti possano autorevolmente essere partecipi. Parla di un ceto nuovo centrale e per nulla settario. La sua determinazione dovrebbe ulteriormente fare riflettere il ceto politico italiano, troppo spento e avvizzito intorno alle logiche di personalismi e per nulla inclusivo.

Rinforzare, allora, la legittimazione popolare, la democrazia diretta anche in versione europeista ci pare un primo spunto in cui nuove proposte possono essere suggerite dagli stessi cittadini. Tanto per iniziare all’Italia serve un progetto di alleanza Mediterranea che la aiuti a non disperdere e rilanciare le nostre radici e prerogative storiche.

Il progetto che fu presentato dalla nostra Rete Indipendente con il forte sostegno del gruppo Innovatori Europei e delle tante donne che da buona parte dell’Europa aderirono alla mia candidatura da Sindaco Indipendente nel Comune di Frosinone ben si addice ad una linea per il rilancio europeista della nostra provincia di Frosinone.

Frosinone allora sia primo nodo settentrionale dell’hub italiano del Mediterraneo. 

La futura area metropolitana di Frosinone si agganci così ad una naturale direttiva dello sviluppo italiano nel Mediterraneo. Puntando su settori più strategici, moderni, ad elevato valore aggiunto.

Proponiamo allora un dibattito pubblico su questo percorso e da subito aperto alle forze politiche che stanno terminando il loro mandato europeo e a quelle che saranno candidate.

Innanzitutto vogliamo parlare assieme a loro di infrastrutture immateriali, della filiera delle comunicazioni moderne. Il ritardo accumulato in questi anni può ribaltarsi e le condizioni competitive trasformate in vantaggio per una moderna e innovata imprenditoria frusinate desiderosa di puntare su una semplice ma ambiziosa idea che fu da noi Innovatori lanciata nel 2011: fare del centro Italia l’hub settentrionale connettivo dell’area euro-mediterranea, fare di Frosinone una piccola Capitale.

Lavoriamo con la rete degli Innovatori Europei per agire insieme, imponendo un dialogo tra diversi settori quali i trasporti, la formazione, i media, il turismo, la tecnologia. Per creare sinergie e integrazione tra forze socio-politiche ed istituzionali, in questa area, innescando meccanismi immediati di co-sviluppo ed integrazione economica-produttiva.

E’ su questi temi che si rimescoleranno le prossime possibilità di successo della nostra città. Costruiamo una nuova stagione di relazioni economico – culturali con il bacino Mediterraneo rilanciando l’immagine in campo nazionale ed internazionale del nostro territorio. Si può certamente fare con l’aiuto di tutti.

Su Sibari e altro ancora

di Massimo Veltri (su Il Quotidiano della Calabria)
Quando visitai qualche mese fa l’area archeologica di Susa, antica capitale della Persia, mi vennero in mente, a guardare i pochissimi reperti abbandonati che costellavano la grande spianata ventosa, le parole che avevo letto chi sa dove: E si dissolse nelle spire del tempo. Andando a Sibari di recente ho avuto l’identica sensazione, fra limo, fango, muschio, detriti, nel ronzare indolente delle idrovore che senza sosta cercano di succhiare acqua e acqua che si accumula nel sottosuolo, in un tramonto d’inverno in cui s’avverte il sapore salmastro del mare vicino, assediati da zanzare e moscerini, avvolti in un silenzio rispettoso che pare attenda che l’uomo finalmente si risvegli da un torpore che l’ha assalito e gli abbia fatto dimenticare tutto. Dimenticare pure che un anno fa il fiume ha inondato tutto e da allora nulla è successo.
Parole, promesse,impegni, ma di concreto non si ha traccia. Aggirandosi fra canne, acquitrini, mota, non è facile raggiungere il punto in cui si verificò la rotta, dodici mesi fa. Ma con la esperta guida di due amici del luogo, quando il sole è ormai è al tramonto si raggiunge la riva sinistra del Crati, il largo argine golenale cosparso di rovi e veri e propri alberi, immerso fra gli agrumeti, che occupano per intera la golena al di qua del fiume, e l’area archeologica. Un argine percorribile che avrebbe dovuto fungere da barriera di contenimento contro gli aumenti di livello del fiume, tutto in terra, abbandonato all’incuria da chi sa quanto tempo, preda di animali acquatici che scavano le loro gallerie, facile ad aggredire da erosioni e smottamenti. Nel fiume che ora scorre placido e pure limpido fra barre di ghiaia e pietrisco, in un alveo rettilineo dopo le anse poco a monte, c’è di tutto: copertoni abbandonati, ramaglia, veri e propri alberi divelti a monti e portati giù dalla corrente, qualche masso di considerevole dimensione pure esso sceso giù dalle pendici pedemontane. Uno stato di disordine idraulico che non solo stride con la placidità circostante ma è sopra tutto indice, e conseguenza e causa al tempo stesso, di cattiva funzionalità idraulica.
Il letto del Crati non è sempre stato questo: nel corso dei secoli il suo girovagare alla ricerca dello sbocco a mare, ha subìto frequenti mutamenti sia plano che altimetrici, testimoniati da rilievi satellitari recenti e aggiornati comparati con supporti cartografici disponibili storicamente. A causa dell’uomo, di insediamenti fatti nel bacino fluviale, di opere di presa, di adduzione, di sbarramenti, di sistemazioni idraulico forestali… . Per gran parte, alla foce, il fiume defluisce a quote inferiori al livello del mare. Ma non è questo che ha provocato l’alluvione. L’alluvione l’hanno provocata l’infiltrazione e il sormonto delle acque di piena del Crati. L’argine, bucherellato, s’è lasciato superare in altezza e attraverso il suo corpo in terra inadeguato a opporre resistenza all’avanzare della piena. E si parla ora di messa in sicurezza.
Cosa è da intendersi con questa espressione deve essere chiarito. Perché può riguardare almeno due cose: la prima è intervenire con opere urgenti per ridurre il rischio del ripetersi di un evento simile nel futuro. Opere di rafforzamento degli argini, di consolidamento dell’esistente, di miglioramento di difesa passiva. In corrispondenza di sezioni e tratti più sensibili e pericolosi. E’ stato fatto qualcosa, in tal senso? Dalle informazioni possedute e da quanto si è costatato de visu è possibile dare conto che una ruspa campeggia solitaria a sette-ottocento metri dall’area archeologica, verso la sponda sinistra del Crati, laddove presumibilmente c’è stata la rotta, e lì vicino c’è un cartello che indica che lì si lavora per ripristinare l’officialità idraulica. Sull’argine c’è terra smossa, alberi e rami tagliati, per una lunghezza di due-trecento metri. Nient’altro. E’ bene ricordare che tutto questo non si riferisce a mesi fa, ma ad oggi, ad un anno dall’alluvione. Messa in sicurezza, dicevamo, può riferirsi pure ad altro, e riguarda azioni ad ampio raggio e con respiro temporale lungo, investe politiche territoriali e ambientali attente, pianificate, coordinate, necessita di risorse, intelligenze, saperi, buone pratiche. Ma sopra tutto richiede attenzione e cura per due cose, due cose che sono i tesori della nostra terra: la storia, l’archeologia, i siti che testimoniano delle nostre radici e dei nostri caratteri identitari, la linfa del nostro presente e del nostro futuro; e il paesaggio, i fiumi, i monti, il mare… da salvaguardare, proteggere, introdurli in circuiti di crescita sostenibile, in armonia con i beni storici. Non si ha traccia alcuna di interessi, azioni, priorità d’intervento né lungo la prima che la seconda direttrice.
Eppure ci sarebbero, ci sono, strumenti e precedenti, in materia. Stiamo parlando di difesa del suolo, di mitigazione del rischio idrogeologico, di messa in sicurezza del territorio; stiamo parlando di salvaguardia del patrimonio storico e paesaggistico calabrese: esistono norme, esistono esperienze consolidate, nell’uno e nell’altro settore. Le esperienze sono quelle maturate nel campo delle conoscenze, dei saperi, del che fare, non solo in istituti universitari e in centri di ricerca del CNR, ma anche presso i numerosi professionisti, i tecnici, via via formatisi. Le esperienze consistono pure nelle attenzioni dedicate negli ultimi decenni dalle istituzioni locali, regionali in specie, alla conservazione del suolo: basterebbe recuperare, fra le tante, le iniziative del Consiglio Regionale della Calabria a metà degli anni ’70 e a metà degli anni ’80, con convegni e approfondimenti sfociati in atti pubblicati, che fornivano precisi orientamenti e puntuali indicazioni. Ma esperienze significano pure tutto il comparto legislativo nazionale in materia, che fornisce lo scrigno del che fare. Un che fare che investe volontà e priorità politica di azioni a scala di bacino. Il bacino idrografico di un corso d’acqua è la porzione territoriale, dalla foce fino allo sbocco del corso d’acqua a mare o in un altro recipiente, che recapita l’acqua piovana nel fiume. Tutto quello che avviene nel bacino, tanto di fenomeni naturali che di iniziative antropiche quali che siano o non siano, ha una sua pecularietà: si riverbera da monte verso valle e da valle verso monte. Fenomeni franosi, scoscendimenti, stabilità di versanti, alluvioni, esondazioni, regimi del corso d’acqua, efficienza idraulica… devono essere guardati e affrontati unitariamente, ‘a scala di bacino’, come si suol dire. Ha senso quindi affrontare la rotta di un fiume esclusivamente in riferimento al punto in cui la rotta s’è verificata? Ha senso solo e soltanto per tamponare contingentemente quanto s’è verificato. Il senso vero, efficace, risiede invece nel metter mano ai Pai, piani di assetto idrogeologico, e a una azione coordinata di protezione civile. I piani di assetto idrogeologico sono il frutto maturo della legge dello stato n.183 del 1989 sulla difesa del suolo: voluta dal legislatore in occasione degli eventi di Sarno e di Soverato di qualche anno fa, in sede di conversione in legge di decreti legge emanati dal governo. Atti legislativi propri di una stagione in cui ai ricorrenti eventi idrogeologici disastrosi si sapeva rispondere con prontezza e unitarietà d’intenti. Quando si praticava l’idea della previsione e della prevenzione come momento da privilegiare in assoluto sull’intervento riparatorio a posteriori. Quando s’era creato un circuito virtuoso fra l’agire politico e tecnico e amministrativo con la comunità scientifica e il mondo dei saperi, attraverso il Progetto Finalizzato Conservazione del Suolo del Consiglio Nazionale delle Ricerche e il Gruppo Nazionale Catastrofi Idrogeologiche, anch’esso del CNR.
Affrontare la questione Sibari, che in sé ha valenza assoluta ma che assume caratteri di paradigmaticità per l’intero territorio calabrese (oltre che nazionale), significa recuperare e aggiornare quello spirito. Lo spirito che ha visto affermare non solo in atti ma sopra tutto in azioni concrete il primato delle attenzioni e delle cure da assegnare, prima di ogni altra cosa, al territorio e agli uomini e agli investimenti, recenti e antichi, che insistono su di esso.In un recentissimo convegno nazionale tenutosi preso la facoltà di Ingegneria dell’Università della Calabria, che ha riguardato le politiche territoriali e ambientali, è stato licenziato, alla fine dei lavori, un documento conclusivo di sintesi che forniva qualche utile chiave di intervento. Recuperarlo e partire da lì potrebbe essere utile.

Comunicato Stampa di “La frana che viene da lontano” a Frosinone

di  Rete La Fenice con Bonaviri

In data 09-01-2014 presso la sede della Rete Indipendente La Fenice con Bonaviri si è tenuto un confronto aperto alla cittadinanza e alle forze sociali e politiche sull’emergenza della frana e sul dissesto idrogeologico del Viadotto Biondi nonché sulle precarie condizioni ambientale che vive tutta la città capoluogo a partire dalla zona alta.

La Rete La Fenice, che dal mese di aprile dello scorso anno sta dibattendo, con assemblee pubbliche, sulla necessità di lavorare ad una progetto alternativo sul risanamento dell’ecosistema locale- con tecnici ed esperti che vedono in prima linea il Prof. Mario Catullo, geologo e fisico che dagli anni 80 si è occupato della criticità in questione- ha messo in cantiere una proposta di risanamento naturalistico del Viadotto, condiviso con la base,  proposta che verrà consegnata nei prossimi giorni ai responsabili regionali, all’amministrazione comunale e alle autorità competenti.

Assieme alle realtà associative presenti ieri alla conferenza –Consulta delle associazioni di Frosinone, zerotremilacento, Osservatorio Peppino Impastato Frosinone, Comitato cittadino per Ceccano, Massimiliano Mancini autore del Dossier “La verità rende liberi”- si procederà alla preparazione di un Dossier completo che sarà inoltrato, nelle prossime settimane, ai diversi componenti e responsabili locali e regionali. E’ nell’interesse dell’intera comunità frusinate che il percorso istituzionale dei vertici e la Conferenza dei servizi indetta per il 04 febbraio prossimo veda la partecipazione attiva di un team di esperti esterni e di cittadinanza partecipativa che possa revisionare  e condividere le decisione e le soluzioni che si prenderanno. Ci batteremo anche perché questo nuovo stile di intendere la Cosa Pubblica sia rispettato.

 

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