Editoriali
Dramma lavoro. Sud ultimo in Europa
di Francesco Grillo
Sono drammatici i dati di ieri sulla disoccupazione al 12,7% che ha fatto registrare il suo record dal 1977 o del numero di ore di cassa integrazione concesse dall’INPS che ha superato nel 2013 il miliardo.
Tuttavia, è il tasso di occupazione il numero che meglio di ogni altro descrive la dimensione della palude nella quale la società italiana sta – neanche tanto lentamente – sprofondando. È il conteggio semplice di quante persone hanno un lavoro regolare a dirci non solo quanti sono gli individui che percepiscono un reddito, ma quanti sono quelli che possono contare su uno strumento potente di inserimento in una comunità e quanto vasto è, al contrario, lo spreco di competenze, di entusiasmi che una società sta producendo.
Meglio usare come unità di misura della crisi il numero di occupati, quindi, che il tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo che non tiene conto delle diseguaglianze nella sua distribuzione, ma anche di quello sulla disoccupazione che non cattura quelli che semplicemente un’occupazione ha smesso di cercarla o del numero di ore di cassa integrazione che non copre chi un lavoro non lo ha mai avuto . Facendolo si capisce meglio la natura del problema e si disegnano politiche efficaci.
Innanzitutto, se si misura la quantità di lavoro, la distanza dagli altri Paesi europei appare molto più forte: se il nostro tasso di disoccupazione è di poco superiore alla media comunitaria, quello di occupazione è di quasi dieci punti inferiore . Se in Italia sono occupati il 56% degli individui in età lavorativa; la Germania, l’Inghilterra, l’Olanda sono sopra il 70, la Francia è al 65. Siamo sotto al Portogallo e alla Grecia e, persino, di poco, alla Spagna che pure ha un tasso di disoccupazione molto più alto perché molte meno persone hanno perso la speranza. Il dato agghiacciante è però quello del nostro Sud: Campania, Sicilia e Calabria riescono ad occupare gli ultimi tre posti tra duecentocinquanta regioni europee (includendovi quelle di Bulgaria e Romania) e le uniche con una percentuale di persone che hanno un lavoro (regolare) inferiore al 40%. L’altra cosa che si scopre osservando la capacità di un Paese di generare lavoro è che in Italia il problema è molto meno legato alla crisi: dalla fine del 2007 il reddito per abitante è caduto di un rovinoso 10% in Italia, ma il numero di occupati “solo” del 2%; il contrario è successo in Spagna, dove il PIL è sceso del 7%, ma il numero di lavoratori si è, invece, ridotto del 15%. È evidente che la maggiore sensibilità di altri Paesi alla crisi dipende, in parte, dalla maggiore difficoltà che esiste in Italia a licenziare, ma ciò rende anche le nostre imprese molto meno propense ad assumere laddove l’economia ricominciasse a crescere.
Il bilancio netto di una maggiore flessibilità non è però necessariamente positivo: l’OECD misura la protezione dei lavoratori da licenziamenti individuali e collettivi e in Paesi come la Germania o l’Olanda, le garanzie risultano superiori da quelle che in Italia godono i lavoratori a tempo indeterminato. La crisi, del resto, si scarica tutta sui giovani: se sempre alla fine del 2007 il tasso di disoccupazione tra i giovani in Italia era del 20%, oggi il numero è raddoppiato. Con un aggravante, però, rispetto a quando la disoccupazione colpisce un anziano: perché un milione e duecentomila giovani italiani che non lavorano e neppure studiano, hanno molte meno possibilità di farlo in futuro rispetto ai propri coetanei, con una perdita secca di capacità innovativa che si trascina negli anni colpendo tutti.
Che fare allora?
Le ricette ci sono, ma un’analisi più attenta dei numeri ne cambia le priorità.
Al primo posto c’è, senza dubbio, l’urgenza di ridurre la distanza (cuneo) tra costo del lavoro per le imprese che è superiore alla media dei Paesi sviluppati, e la paga netta dei lavoratori che è trascinato agli ultimi posti tra gli stati OCSE da un peso delle tasse che non ha paragoni nel mondo. Questa macigno è, però, a sua volta determinato dalla necessità di finanziare una spesa pubblica eccessiva ma, soprattutto, di cattiva qualità. Se continuiamo a pagare in pensioni tre volte di più di quanto paghiamo in educazione, dagli asili alle università, è evidente che i giovani si trovano ad essere impreparati e le donne a dover scegliere tra carriera e famiglia. Infine,poi, c’è la questione – sottovalutata in Italia – dell’efficienza del software che deve far incontrare la domanda e l’offerta: se non mettiamo mano ai centri per l’impiego, se non coinvolgiamo gli operatori privati laddove il pubblico è incapace, se non pretendiamo che chiunque faccia formazione sia pagato solo ad ottenimento del risultato, individui e imprese rimarranno lontani.
Serve la crescita e sarebbe già un miracolo che riuscissimo a far ripartire l’economia. Ma ancora di più serve ridurre e riqualificare fortemente l’intervento dello Stato. L’alternativa è una disintegrazione sociale, ancor più che economica.
Legge elettorale: meriti e limiti della proposta di Renzi
di Francesco Grillo
L’Italia riesce ad avere, contemporaneamente, il sistema politico meno efficiente e quello meno capace di rappresentare i cittadini: fu proprio l’attuale presidente del consiglio, Enrico Letta, a fornire una delle più efficaci diagnosi del problema che una nuova legge elettorale e le riforme istituzionali dovrebbero risolvere. Un ridisegno complessivo dei meccanismi attraverso i quali si forma e si attua la volontà politica in Italia, dovrebbe dunque avere questi obiettivi: dare ai cittadini la possibilità di poter scegliere e sentirsi partecipi di un cambiamento; rendere chi è scelto in grado di poter realizzare le riforme di cui l’Italia ha assoluto bisogno sfuggendo alla paralisi dei microinteressi che, come dimostra l’ultima legge finanziaria, rende impossibile anche solo concepire una strategia e, dunque,di rispondere agli elettori dei propri risultati.
La domanda più immediata è però un’altra: in che misura questo Parlamento e questo Governo possono contribuire a risolvere i problemi di cui essi stessi sono il prodotto? Fino a che punto l’iniziativa che Matteo Renzi assume il primo giorno lavorativo dell’anno, può accelerare un lavoro che finora, nonostante tante solenni promesse, non è riuscito neppure ad evitare al Parlamento la figuraccia di farsi anticipare dalla stroncatura della Corte Costituzionale?
Il sindaco di Firenze gode, a differenza degli altri protagonisti di questa vicenda, del vantaggio di non essere figlio del sistema elettorale che vogliamo correggere e di trarre anzi la propria legittimazione da un processo di partecipazione al quale hanno aderito tre milioni di persone. Renzi usa questa forza per sterzare proprio sul terreno di maggiore sofferenza e lo fa con un metodo giusto. Partendo da un elenco di ipotesi, chiede ai partiti di scegliere nel menu la ricetta migliore, rivolgendosi all’intero Parlamento perché la legge elettorale deve partire da una condivisione ampia di quella consentita da larghe intese diventate assai strette.
Tuttavia, il segretario del PD fa almeno tre errori che rischiano di riportare l’intera discussione in alto mare.
Il primo dei problemi della proposta di Renzi è che essa presenta proposte sufficientemente precise sulle quali è possibile esprimersi. Propone tre modelli – quello francese, quello spagnolo e quello che ha accompagnato la prima fase della seconda Repubblica in Italia – stravolgendoli però tutti con spargimenti di “premi di maggioranza” e aggiungendovi ingredienti che ne cambiano fortemente il sapore. Sarebbe stato, inoltre, preferibile aggiungere qualche riga di spiegazioni – su cosa si intende, ad esempio, per diritto di tribuna o sul funzionamento (per collegio o nazionale) dello sbarramento nell’ipotesi “spagnola” – in assenza delle quali è impossibile per un partito scegliere se quella proposta è coerente ai propri interessi o assolutamente indigeribile. In particolar modo, l’intera comunicazione dell’ipotesi del “sindaco d’Italia” sembra mischiare il doppio turno usato in Francia per le elezioni dell’Assemblea nazionale con quello utilizzato nello stesso Paese per la scelta del Presidente della Repubblica e che richiederebbe non solo una legge elettorale ma una trasformazione della forma dello Stato assai complessa.
Il secondo errore che il Sindaco fa – allineandosi in questo a tutti gli altri – è che non distingue con nettezza tra ciò che è il “minimo indispensabile” da portare subito a casa, e ciò che è auspicabile se si verificassero, per incanto, ampie convergenze su una visione di lungo periodo. Non distingue cioè tra cambiamenti che necessitano una modifica complessa della Costituzione e quelli – come le regole elettorali – che, invece, richiedono leggi di natura ordinaria. La mancata separazione tra i due livelli è – in maniera sempre più evidente agli occhi degli elettori – servita, finora, a chi ha usato la mancata “messa in sicurezza” del sistema politico, quale pretesto per mantenere in vita la stessa legislatura che era colpevole della mancata riforma. Sarebbe, invece, importante ricordare con forza che l’”ottimo è nemico del bene” e che il vero pericolo è continuare a non fare neppure una legge elettorale accettabile, mentre con Quagliariello siamo impegnati in una storica operazione di ridisegno delle forme dello Stato.
Ma lo sbaglio maggiore è forse, quello di aver “complicato” un eventuale ritorno al Mattarellum: una legge che come tutte quelle elettorali aveva dei difetti, ma che è quella maggiormente alla portata di questo Parlamento ed ha garantito – nel 1994, 1996 e 2001 – ciò che Renzi ritiene il suo obiettivo più importante: dire la sera stessa delle elezioni chi ha vinto ed è destinato a diventare Presidente del Consiglio.
I cittadini italiani, compresi molti di quelli che hanno fatto la fila per votare Matteo Renzi qualche settimana fa, non hanno – a differenza di ciò che accadde vent’anni fa con il referendum che portò all’abolizione delle preferenze – idee chiare su come uscire dall’impasse. Approvare una nuova legge elettorale nelle prossime settimane è, però, una condizione che precede qualsiasi tentativo di riforma complessiva di uno Stato andato vicino a dichiarare il proprio fallimento. Il leader che si propone di guidare una fase di crescita che duri almeno quanto è durato il declino del Paese, deve dimostrare di possedere la visione per immaginare la direzione nella quale ci muoviamo in tempi medio lunghi, ma anche il pragmatismo per identificare i risultati più a breve termine che sono necessari per dare al cambiamento credibilità e consenso.
La frana che viene da lontano
di Giuseppina Bonaviri
All’inizio di un nuovo anno e in un momento di grande travaglio pe la nostra amministrazione comunale e per il nostro territorio, da anni mortificato da cementificazione selvaggia e da aggressione dei gestori pubblici all’ambiente, la Rete Indipendente La Fenice, assieme a tecnici ed esperti come il geologo e fisico Prof. Mario Catullo, ritiene doverose alcune precisazioni nel rispetto dell’informazione, riguardo la gravità attuale delle condizioni franose della zona del Viadotto Biondi di Frosinone.
Già nel mese di maggio 2013 nella sede del nostro Movimento furono organizzati incontri e conferenze di chiarificazione illustranti le condizioni dell’ecosistema frusinate che, non rispettato negli ultimi trenta anni, ha apportato gravi danni alla parte alta del capoluogo e non solo. In quei momenti di dibattito, aperti e rivolti alla cittadinanza, alla presenza di ex amministratori, venivano precisati tutti quei riferimenti tecnici e scientifici -desunti dalle leggi della fisica e della chimica- che vanno ben oltre semplici schematismi ed appiattimenti propinatici dalla mala politica e da quelle poche ed incoerenti nozioni che, nonostante tutto, siamo costretti ad ascoltare.
La condizione ambientale della zona attigua al Viadotto Biondi è stata molto bene acclarata dagli studi dell’Italtekna che negli anni ‘80 aveva condotto, sotto l’egida del Ministero dei Lavori Pubblici e con il benestare della legge nazionale n. 730 del 28-10-86 (recepita al Protocollo del Comune di Frosinone il 16-12-89 con n. 30962) uno studio specifico riguardante il dissesto idrogeologico di Torrice, Frosinone ed Arnara. In base a questa normativa nazionale sono stati condotti direttamente dallo Stato, tramite il Ministero dei Lavori Pubblici, lavori complessi e altamente scientifici riguardanti la geologia delle suddette città, la sismica e l’idraulica del territorio come anche la meccanica dei pendii.
All’interno di questo documento-elaborato, composto di vari volumi ognuno riguardante una zona specifica della città capoluogo, contenente prescrizioni e obblighi (fu consegnato nel 1989 nelle mani della stessa Amministrazione Comunale perché ne fossero rispettati i criteri oltre che al Ministero dei Lavori Pubblici e alla Università La Sapienza, vedi allegato ) erano contenuti i dati che lasciavano presuppore le drammatiche conseguenze qualora non si fossero rispettati i criteri suggeriti. Questi stessi documenti, che per trasparenza amministrativa dovrebbero essere a disposizione del facente richiesta, non sono invece mai stati consegnati a chi, come Catullo, li avesse richiesti ufficialmente ( forse perché dispersi?). Due erano i capisaldi prescritti dalla Italtekna per evitare la catastrofe: continuare il monitoraggio sul territorio e-o dare luogo al risanamento. Ma, come si sa, non ci fu seguito alcuno. Si sarebbe, invece, dovuto operare preventivamente evitando la messa in atto di opere o surrogati.
I tecnici dell’Università La Sapienza che lavorarono al documento, nel 2000 pubblicarono un volume specifico intitolato “Le frane della Regione Lazio” che affrontava la questione frusinate come emblematica del dissesto geologico a seguito del disordine urbanistico causato dall’incuria e la impreparazione di una classe politica, incapace e mediocre. Sarebbero stati sufficienti controlli inclinometrici e piezometrici ( oggi molto di moda), per giunta previsti per obbligo di legge e loro eventuale sostituzione o integrazione nel caso di rottura. Ciò, invece, non fu mai fatto (vedi l’inclinometro a contorno del Piazzale Vittorio Veneto e quelli che furono collocati, solo inizialmente, al di sotto del pendio Biondi e che arrivavano al viadotto).
Inoltre, la mancanza dello spazio utile per gradonature e gabbionate, la mancanza di capacità portante della collina già gravata dai numerosi carichi antropici ed urbanistici, la presenza del fiume Cosa che alla base erode le sponde e degrada la collina, suggerivano interventi meno invasivi per carichi meccanici e, certamente molto meno costosi per le nostre tasche. Emerge con chiarezza una domanda: perché non sono state messe in atto queste misure protettive? Quali le vere motivazioni? Quali i guadagni e diretti a chi?
La proposta, che già ad aprile del 2013 il nostro Movimento aveva reso pubblica, considerava la situazione stratigrafica del pendio e la mancanza di uno strato di base utile per palificate prevedendo, in sintesi, di aumentare i legami elettrochimici ed elettro osmotici con l’utilizzo di semplici coppie galvaniche o pannelli solari, intervento che si presenta ad oggi risolutivo ed estremamente economico per la nostra già tanto sofferente amministrazione. Si suggeriva, anche, di creare una task force di tecnici esterni, non manipolabili e a costo zero per supervisioni e confronti partecipati dalla base che potessero essere a garanzia di una governance diffusa.
Torneremo a dibattere e a riproporre questo progetto il 9 gennaio alle ore 17, a Frosinone in Vicolo Moccia, in un incontro aperto alla popolazione e a tutti i nostri amministratori e politici che, benpensanti , intendessero il confronto frontale la base di una buona politica per il rilancio del bene comune. Si effettuerà, a partire dai prossimi giorni, nelle piazze e nelle strade del capoluogo, un volantinaggio informativo e formativo che non lascerà spazio a dubbi e cattivi propositi amministrativi.
Building the Tech – Energy economy in Basilicata: An interview with Richard Florida
Techs and Energy: A knowledge – energy growth model for Region Basilicata, now!
Adesso, il PD rinnovi istituzioni e governo!
Abbiamo salutato con entusiasmo la nuova segreteria del Partito Democratico.
L’avvio netto del rinnovamento dipenderà ora dalla reale apertura che si vorrà dare a quelle personalità della società civile che hanno stimolato e sostenuto il dibattito negli ultimi anni.
Un progetto riformatore non può fare a meno di un percorso condiviso con la società.
– Si dia vita ai dipartimenti nazionali, nel PD, che siano estrapolazione della voce di quella cittadinanza attiva che è sinonimo di vero cambiamento.
– Si apra istituzioni e governo a figure rinnovatrici e competenti.
Noi ci siamo da sempre. E ci saremo.
Auguri!
L’Italia paese dei balocchi
di Giuseppina Bonaviri
Ogni Natale ci ricorda la Nascita, la nascita per eccellenza. Natalis “relativo alla nascita” dal verbo “nasci” ovvero “nascere”.
Eppure, anche oggi, vicini al Natale dobbiamo ricordare con lucidità che della nostra Italia non rimane che un paese di balocchi, con i suoi tanti burattinai che non si fermano mai impegnati come sono ad intesserne fili di morte. Della nostra Nazione che invecchia, un tempo capofila di storia e arte, oggi rimane il ricordo. Un paese diventato parcheggio di classi dirigenti incapaci di decidere -forse perché troppo impegnate a “mangiare i panettoni”?- ma certamente attente a sottoscrivere leggi-inganno con l’aiuto di figuri lucidati a nuovo che fingono di essere il cambiamento, “una lunga corte di possidenti di pezzi di partiti o di mezzadri vissuti sempre a comando di cui le apparenze sopravanzano sulla realtà”.
Non può non alzarsi una voce critica, non si può continuare ad assistere in silenzio mentre più di 4 italiani su 10, sotto albero di Natale, sognano un cesto di prodotti alimentari che non avranno. Il fiscal compact impone all’Italia, già in recessione, il taglio alla spesa pubblica di 50 miliardi l’anno con un crollo dei consumi natalizi calati dal 2009 del 42,7%. Nel 2013 la spesa degli italiani nell’intero periodo natalizio non supererà la quota 10,3 miliardi di euro.
Il 12 per cento delle famiglie rispetto allo scorso anno taglierà per le festività sui generi alimentari, il 43 per cento sull’abbigliamento, il 47 per cento sui divertimenti e il 52 per cento sulle vacanze. Ci sarà solo un 37 per cento che si comporterà come nel passato (Coldiretti/Ixè, dicembre 2013) così come nel Mezzogiorno d’Italia sono 500 mila i bambini che vivono sotto il livello minimo di povertà vessati dalla crisi economica drammatica.
Anziani, stranieri, persone senza dimora, precari, disabili, pensionati, famiglie in difficoltà, malati senza potere contrattuale e sempre meno assistiti non potranno consentirsi la festa natalizia. Oggi, a questa larga schiera, si aggiungono i precari della scuola che non vedranno monetizzate le ferie non usufruite
Dopo anni di crisi, disoccupazione, malcostume, vecchie e nuove povertà la sofferenza di tanti è in crescita. Non sappiamo quanti dei nostri amministratori locali, consapevoli del degrado causato, hanno pensato -all’interno di una reale rete di solidarietà- ad organizzare un pasto caldo di Natale per i più bisognosi o, magari, hanno messo a disposizione dei più soli o di qualche scolaresca di periferia una navetta-bus gratuita per un tour della città vestita a festa, per una visita guidata presso un Museo.
Per Natale il Papa dona ai poveri di Roma carte telefoniche e biglietti per la metropolitana provando a regale un attimo di “quella gioia di vivere che frequentemente si spegne” mentre, la nostra casta governante, vile con i potenti è sempre più inesorabile con i deboli continua a colpire chi sta in basso e paga dignitosamente le tasse. E questa casta, cara, non può che continuare a pensare alla propria autoriproduzione: 23,2 miliardi di spese annuali spendono gli italiani per far si che sopravviva.
Palazzo Chigi costa 15 volte la Casa Bianca. Superata la stagione della sobrietà tecnica ha ripreso a spendere 458,6 milioni di euro nel 2013, più dello 11,6% rispetto al 2012 ( partecipate, incarichi ammontano a 2,2 miliardi di euro; le spese per i dirigenti e i nominati nelle Aziende Sanitarie e Ospedaliere oltre 390 milioni di euro. A questi va aggiunto il costo dei Consigli di Amministrazione e degli Ater/Aler che è di circa 45 milioni di euro. I costi, poi, per il personale contrattualizzato di nomina politica, secondo stime recentissime, si aggirano intorno a 2,8 miliardi di euro l’anno) e per concludere, è evaporata dietro la scia di false promesse e riforme mai avvenute, una evasione fiscale di 202 miliardi di euro, tasse non pagate nell’anno che sta per finire.
Eppure tra i tanti mediocri ed allucinati politici che continuano ad allungare le mani ubriachi come sono di potere, burocrazie asmatiche, casse vuote, ragazzi senza lavoro, ospedali in chiusura sta arrivando anche quest’anno il Natale. Un Natale di austerity che ci riserva, consapevolmente, poche speranze nell’imminente ma ci fa credere che ripartire con un progetto di largo respiro, risanante il paese, nella riscoperta della gratuità del rapporto, di equità, solidare sia ancora possibile.
Rimane forte l’orgoglio di essere italiani.
Con l’auspicio di un futuro impegnato e migliore per tutti noi.
I ribelli dei forconi e i luoghi della vita
di Barbara Spinelli ( La Repubblica)
Fin qui abbiamo visto come in uno specchio, in maniera confusa, l’impoverirsi italiano: lo leggevamo nella scienza triste delle statistiche, delle percentuali. Ora lo vediamo faccia a faccia: è l’insurrezione formidabile, generalizzata, di chi patisce ricette economiche che piagano invece di risanare. Non è insurrezione pura, anzi il contrario. Non è collera di operai ma dei più svariati mestieri, perché tutti precipitano, anche il ceto medio che s’immaginava scampato e tanto più si sgomenta. In molte regioni il movimento è agguantato dalle mani predatrici della destra estrema, o berlusconiana, o leghista. Già sei anni fa, il Censis avvertì governi e politici: attenzione – disse – l’Italia è una “poltiglia” che ha smesso di sperare nel futuro, non potete far finta di niente. Prima ancora, fra il 2003 e il 2004, nacque la canzone che divenne emblema del sito di Grillo ed è oggi parola ricorrente del movimento 9 dicembre: “Non ce la faccio più!”. Qualche mese fa sui muri di Atene comparve una scritta, contro l’Unione europea, che echeggia il nuovo antieuropeismo italiano: “Non salvateci più!”. È detta rivolta dei forconi, perché volutamente rimanda alle jacquerie contadine del ’300. Neppure questa è una novità. La crisi frantuma la società, il vecchio scontro fra chi nella scala sociale stava sopra e chi sotto è soppiantato dall’atroce separazione tra chi sta dentro i castelli signorili e chi è fuori: escluso, non visto, non più rappresentato, ignaro della vecchia contrattazione perché il sindacato protegge i protetti, non chi è allo sbando. Hilary Mantel, scrittrice inglese, sostiene che gli inglesi son ricaduti nel Medio Evo: “La povertà è di nuovo equiparata a fallimento morale e debolezza, e l’assistenza pubblica anziché un diritto è un privilegio”. C’è di tutto, nel tumulto degli impoveriti: i piccoli commercianti che non rientrano dallo scoperto bancario, gli artigiani senza soldi per pagare le tasse e puniti dai tassi usurai praticati da Equitalia, i proletari giovanili del precariato, gli autotrasportatori, e il popolo delle partite Iva che usava evadere, che votava Lega, ed è ora sul lastrico. Non stupisce che nel movimento si attivino destre eversive come Forza Nuova o CasaPound. La Casa della Legalità a Genova sospetta infiltrazioni mafiose a Torino, Imperia, Ventimiglia, Savona. Alcuni inneggiano a governi militari, come in Grecia. Andrea Zunino, agricoltore, rappresenta solo se stesso ma si proclama leader e confessa, a Vera Schiavazzi su Repubblica, la sua ammirazione per la dittatura nazionalista e xenofoba del premier ungherese Orbàn. Si domanda, anche, come mai “5 o 6 tra i più ricchi del mondo siano ebrei”. Lo sguardo lungo della storia è utile, per ascoltare e capire la storia mentre si fa. Forse più dello sguardo degli economisti, disabituati a pensare l’uomo quando dice, nel sottosuolo, “non ne posso più”. Jacques Le Goff, non a caso specialista del Medio Evo, denunciò già nel ’97 la nefasta smemoratezza storica degli economisti: “Una lacuna tanto più disdicevole se si pensa che la maggior parte degli stessi economisti, che hanno acquisito nelle nostre società e presso i governi europei e mondiali un’autorità spesso eccessiva e a volte ingiustificata, non hanno una buona conoscenza della storia economica e, cosa ancor più grave, si preoccupano poco della dimensione storica”. Anche l’apparire di un personaggio come Pierre Poujade, negli anni ’50 in Francia, sorprese le élite dominanti quando si mise alla testa di una vastissima rivolta di piccoli commercianti e artigiani fino allora trascurati. Anche quel movimento, effimero ma per alcuni anni possente, covava sporadici pensieri fascistoidi, antisemiti (il bersaglio era il premier Mendès France, “non autenticamente francese”). Gli intellettuali lo stigmatizzarono, da Roland Barthes a Maurice Duverger. Più fine e terribilmente attuale il giudizio che diede lo storico-geografo André Siegfried: figli reietti della deflazione, i poujadisti “si dibattono nel chiasso, con i gesti disordinati della gente che annega”. Qui si ferma tuttavia il paragone. Poujade spuntò nell’era della ricostruzione e del Piano Marshall, a partire dal 1953. Lottava contro le trasformazioni di una crescita forte: le prime catene di supermercati che bandivano i negozi tradizionali, e le tasse innanzitutto, che dopo la Liberazione misero fine a tanti vantaggi – penuria, prezzi alti, mercato nero – accumulati in guerra dal piccolo commercio. Ben altro clima oggi: c’è deflazione, ma senza trasformazioni e senza vere rappresentanze locali. È una discesa di tutti, tranne per i ricchissimi. Forse per questo viene meno il mito della Piazza, caro a Poujade. La piazza romana divide i capi dell’odierno movimento, e i più temono infiltrazioni neofasciste. La parola che usano di più è “presidio”. Importante non è sfilare davanti al centro del potere ma presidiare i propri territori, i “pochi metri quadrati di pavimento” di cui parla Kafka, su cui a malapena stanno diritti. Ma, soprattutto, quel che manca oggi alla rivolta è un’egemonia culturale e politica che la interpreti e non la sfrutti elettoralmente. Il poujadismo fu all’inizio egemonizzato dai comunisti, che presto si ritrassero. Poi fu De Gaulle ad assorbirlo. La partitocrazia esecrata dai poujadisti fu lui a spegnerla, creando una repubblica presidenziale; e poté farlo perché nella Resistenza era stato uomo senza macchia, capace di incarnare il meglio e non il peggio della nazione, di redimerla e non di inchiodarla ai suoi vizi. Non così da noi: specie nell’ultimo trentennio. Sono tante le colpe di chi ha lasciato gli impoveriti senza rappresentanza e senza futuro. “Troppo volgare è stato l’esodo della sinistra, di tutte le sinistre, dai luoghi della vita”, scrive Marco Revelli sul Manifesto del 12 dicembre, e pare di riascoltare l’economista Federico Caffè quando deprecava il “mito della deflazione risanatrice” e l’indifferenza dei politici, degli economisti, degli stessi sindacati, a chi questo mito lo pagava immiserendosi. Gli adoratori del mito fanno capire che non c’è niente da fare: altra medicina non esiste. Mario Monti quand’era premier invitò addirittura a rassegnarsi: una generazione è perduta. La realtà è ancora più cupa, se pensiamo che in Italia i Neet (le persone che non lavorano né studiano-Not in Education, Employment or Training) sono il 27% fra i 15 e i 35 anni, non fra i 16 e i 25 come si calcola in altre democrazie: vuol dire che stiamo parlando ormai di due generazioni perdute, non di una sola. C’è da fare invece, se si aprono gli occhi su quel che accade nei luoghi della vita (sono questi i “presìdi”), e non si trasforma la rivolta in mero affare di ordine pubblico. Se la sinistra non lascia alle destre il monopolio su una disperazione in parte poujadista e regressiva, in parte assetata di giustizia e uguaglianza di diritti. Se si tira la gente verso l’alto e non il basso; verso l’Europa da cambiare e non verso la bugia dell’assoluta sovranità nazionale. È un insulto al movimento bollarlo come fascista, ma anche abbracciarlo con euforica, ipocrita, e finta acquiescenza. Senza linguaggio di verità, inutile sperare in un’egemonia culturale che aiuti a pensare chi insorge. È quel che tenta Paolo Ferrero, quando adotta il parlar-vero e dice al movimento: in fondo la vostra è una battaglia subalterna al liberismo che combattete; è dal liberismo che attingete i vostri slogan anti-statalisti, anti-tasse, anti-sindacato. Non ha torto: molto accomuna i nuovi movimenti italiani al moderno tea party americano, oltre che al poujadismo di ieri. Meglio schiodarsi da simili modelli, se non si vuol restar prigionieri di un nazionalismo che vuol liquidare il Welfare, e che non aiuterà chi soffre la povertà e la perdita dei diritti.
Per la prima volta
di Michele Mezza
Ammetto ho diffidato.
Benchè avessi votato Renzi fin dalle precedenti primarie.
Da buon comunista , figlio di quella cultura e tradizione, che mi hanno insegnato a leggere e scrivere, diffidavo istintivamente. Capivo che bisognasse cambiare scena, archiviare l’eredità del PCI, ma quel ragazzino saputello, a cui il 21 gennaio non dice niente, mi turbava.
Era troppo diverso da me, figuratevi dagli altri. Ebbene questa mattina faccio ammenda. Il ragazzino si è guadagnato tutti i più di due milioni e mezzo che ha ricevuto alle primarie. Altro che sorpresina. Ha spiazzato tutti. A cominciare da me.
Per la prima volta un segretario del principale partito del centro sinistra ha mostrato di leggere la società in cui vive, ed ha annunciato di volerla cambiare, senza complessi di colpa, senza freudiano complesso rivoluzionario, ma con la determinazione, e la libertà intellettuale, di voler costruire un mondo migliore.
Per la prima volta un segretario del centro sinistra ha attaccato realmente gli avversari, ignorando Berlusconi, disprezzando la destra, prendendo di petto il populismo furbo di Grillo. E lo ha fatto in nome di valori non di retorica: eguaglianza, accoglienza, sostenibilità, partecipazione emancipazione.
Per la prima volta un segretario del centro sinistra critica la Agcom e parla di rete sapendo di cosa stia parlando. Per la prima volta un segretario del centro sinistra rigetta l’ideologia del lavoro, e promuove la politica per le occupazioni e la dignità dell’affermazione di ognuno.
Per la prima volta un segretario del centro sinistra si chiede perchè in 40 anni la California dal vino, sole e mare èì diventata la Silicon Valley mentre la toscana è rimasta al chianti e brunello.
Per la prima volta un segretario del centro sinistra materialmente privilegia la cultura come area di sviluppo economico e la scuola come apparato per la modernizzazione del paese, senza piangere sui cervelli in fuga.
Per la prima volta un segretario del centro sinistra fa politica, mette sul piatto forza e potenza di un pensiero, chiede una riforma elettorale subito, annunciando che si farà entro il prossimo mese, non anno, ma mese. Per la prima volta un segretario del centro sinistra, muove la scena, con una proposta irrinunciabile al fanfarone di Grillo:tu voti l’abolizione del senato io rinuncio all’ultimo finanziamento pubblico.
Infine, per la prima volta a chiedersi cosa significhi essere oggi di sinistra e come il lavoro può diventare risorsa e non elemosina sia stato un imprenditore informatico, come Renato Soru.
Ragazzi aria nuova in cucina. Buon appetito a tutti. Per la prima volta
Per un governo pubblico di governance
di Giuseppina Bonaviri
La 47settesima edizione del rapporto Censis, resa pubblica qualche giorno fa, ci descrive un paese che fa fatica a riprendersi, una società senza respiro, “sciapa, infelice dove circola troppa invidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale” e dove i consumi, tornati ai livelli di dieci anni fa, non ci consentono di stare al passo con tasse e bollette. Emerge con chiarezza che anche i bisogni primari sono stati impacchettati, basti pensare che i ticket sui farmaci sono aumentati in questi ultimi quattro anni del 114 per cento.
Non c’è da sorprendersi se in un tempo di “lean” meglio conosciuto come vacche magre prosperino disaffezione alla cosa pubblica ( il 39% delle famiglie italiane non si interessa più di politica) e rivolte sociali fomentate dal crescente impoverimento delle popolazioni. E qui non c’entra l’ideologia, la questione si fa profonda, colpisce le parti più intime dei sentimenti umani: ingiustizia, frustrazione, disperazione, dolore che alimentano indignazione e violenza. Il malessere è generalizzato.
La congiuntura economica spietata, le tendenze demografiche, la marginalità delle innovazioni, il ristagno inevitabile che ne consegue non consentono assetti tali da consentire, a chi invece sarebbe deputato a farlo, di ascoltare l’urlo che arriva dal basso o il richiamo alle urne che non dovrebbe essere stigmatizzato come un vulnus in una fisiologia di democraticità. Non si può continuare ad aspettare una ripresa creata altrove, c’è bisogno che lo Stato italiano contratti direttamente in Europa quegli asset capaci di diventare incubatori di sviluppo economico e civile e non solamente di “ordinario galleggiamento”.
La crisi fa aggregare le energie che, buone, affiorano fuori dagli interessi predatori e parassitari -come attualmente appare la grande finanza- . Necessita chiedersi quale è la missione dell’Italia, dell’Europa. Diventare competitivi sul livello dell’internazionalizzazione, rilanciare la cultura collettiva come comparto, creare grandi eventi come nuovi quartieri di servizio al cittadino, orientare all’innovazione a all’informatica l’economia legata ai servizi del terziario, ripartire dalle donne, dai giovani e dagli immigrati, centralizzare le reti di relazioni per la ripresa di un sistema di welfare dove prevenzione complementare e sanità integrativa diventino consapevole bagaglio sociale, individuare nel settore dell’agricoltura un driver della crescita futura per noi, ora, diventa leva fondante.
Per valutare l’impatto territoriale del contenimento della spesa pubblica e per rilanciare l’economia d’impresa sarà necessario una fase di monitoraggio anche in provincia di Frosinone. Serve una analisi puntuale e regolare del funzionamento di enti e di sistema ma guardando introspettivamente all’entroterra, alla sua morfologia, ai processi socio-economici che lo intersecano per provare a scongiurare quelle riforme del sistema delle autonomie che, al momento, appaiono troppo estemporanee e poco organiche.
Oggi si fa tanto parlare di funzioni di presidio di area vasta senza un approfondimento di competenze e responsabilità mentre sarebbe doveroso partire proprio dall’informazione e dal confronto. Si fa tanto parlare di aree urbane ma non si accenna alla governance che alla base farà funzionare i partenariati. Si fa tanto parlare di aree marginali del paese ma non si racconta della loro centralità nella valorizzazione del patrimonio diffuso della nostra terra. Non ci pare che si intraveda, ancora, chi potrà essere capace di imporre un nuovo modello di crescita che poggi su equità, coesione, eguaglianza ma vogliamo continuare a sperare.
Ed è proprio su questa ultima traiettoria che nasce l’idea della creazione di un Tavolo di progettazione provinciale a Frosinone per la realizzazione di un “Patto di solidarietà sociale” tra i diversi attori istituzionali, cittadinanza libera e volontariato, associazioni, privato sociale. Tutti sappiamo che lavorare bene insieme, produce forti sinergie a difesa dei più deboli e degli emarginati, della discriminazione. La direzione giusta è quella della collegialità e del decentramento con il concorso della amministrazioni comunali e delle associazione del Terzo settore co-partecipi già dalla fase programmatica.
Si potrà dare, così, finalmente vita a quel modello unitario di nuovo welfare con la formalizzazione di una Rete integrata e sinergica su tutta la provincia frusinate, una provincia che deve rimanere in vita per il bene comune.
Resoconto di Progetti per un’altra Italia in Europa, 30 novembre, Roma
Progetti per un’altra Italia in Europa
30 novembre 2013, ore 10 – 14
Via Sant’Andrea delle Fratte 16, Roma – Sala delle Conferenze, Partito Democratico
Esperti nazionali ed internazionali provenienti dal mondo accademico, dalle istituzioni, dal mondo delle professioni e dell’impresa, molti giovani in una sala entusiasta ed interessata. Si parlava di progetti per un’altra Italia in Europa, quella che noi Innovatori Europei auspichiamo da anni.
Dopo i saluti istituzionali pervenuti dalla Ministra Bonino, dalla Presidente della Camera Boldrini, dal segretario del Partito Democratico Epifani, dal Vice Ministro Catricalà, dal Vice Presidente vicario del Parlamento Europeo Pittella e un comunicato di supporto e stima all’iniziativa da parte del Sindaco di Roma Marino, il video messaggio del capogruppo alla Camera dei Deputati Speranza ha aperto i lavori.
Massimo Preziuso, presidente IE, ha fatto un veloce excursus sul progetto che, nato nel 2006 quale luogo di elaborazione e di proposta politica progettuale indipendente, sostenendo l’idea della urgenza di fondare un nuovo soggetto politico riformista ed europeista, rimane oggi un movimento autonomo che spazia in Europa e nel mondo.
Gli interventi, grazie agli autorevoli relatori, hanno sottolineato – auspicando nuove direzioni di crescita politica ed economica per l’Italia in Europa e nel mondo in un contesto caratterizzato dalle difficoltà degli Stati Uniti, dalla complessità della crescita cinese ed indiana, delle nuove opportunità del sud est asiatico, e la naturale ma culturalmente difficile convergenza con realtà come la Turchia o il nord Africa – l’urgenza di un rafforzamento della strategia politica ed industriale.
E’ altresì apparso evidente come oggi l’Italia può essere leader nel software e nell’industria ad alto contenuto di intelligenza, e come il progetto IE, calatosi nel vivo della costruzione di reti di collaborazione per la valorizzazione della italianità nel mondo è linfa vitale per il rilancio di un progetto comune a supporto dell’Italia e italianità nel mondo.
E’ stato così facile avviare i lavori alla conclusione, ricordando come IE in alcuni comuni italiani ha già dato il via ad esperienze politiche indipendenti con programmi basati su un nuovo policy making rivolto alla trasformazione delle città intelligenti e della loro governance in ottica progressista. Dai lavori emerge con chiarezza la necessità di un Paese che produca e consumi ricchezza in maniera diffusa e metta in una nuova rete saperi e produzioni in cui città medie e grandi, attorno ad una Capitale intelligente, rimangano protagonisti.
La necessità di dare fiato ad un largo movimento europeo, condiviso con molti dei relatori presenti, in un percorso congiunto tra le diverse realtà europeiste sui temi caldi e più che attuali delle prossime elezioni europee (nel semestre di presidenza italiana in Europa sarà necessario l’avvio della costruzione di una comunità euromediterranea, che includa e renda protagonista il nostro mezzogiorno) ci vedrà protagonisti del rilancio italiano in Europa a partire dalla prossima campagna elettorale .
La costruzione in itinere di una leadership italiana in Europa e nel Mediterraneo passa proprio da una rinnovata capacità di elaborazione di progetti complessi e di lungo periodo. Questo continuerà ad essere il nostro intento ed il nostro impegno.