Editoriali
Inchiesta Centro Oli. Modificati i dati delle centraline Eni? Il sospetto degli investigatori della Dda
di Leo Amato (su Il Quotidiano di Basilicata)
L’ad Eni, Paolo ScaroniPOTENZA – E’ possibile che i dati rilevati dalle centraline dell’Eni sui camini del Centro oli siano stati modificati di proposito prima di arrivare negli uffici deputati al controllo delle emissioni?
Stanno cercando di appurare anche questo gli investigatori dell’Antimafia di Potenza che martedì hanno “scoperto” il secondo filone dell’inchiesta sull’inquinamento prodotto dal principale impianto della compagnia del cane a sei zampe in Val d’Agri.
L’acquisizione di tutti i dati contenuti nei server che regolano il funzionamento delle centraline interne servirebbe proprio a questo. Lo stesso vale per quelli archiviati dalla ditta che ha realizzato il software gestionale utilizzato e li convalida prima di avviare le comunicazioni di rito.
Si tratta della Ebc di Potenza, un’impresa attiva da anni nel settore delle tecnologie ambientali che vanta proprio la capacità «di acquisire dati provenienti da sistemi di monitoraggio ambientale, rilevando con esattezza la quantità di emissioni ed immissioni nell’atmosfera di gas potenzialmente dannosi».
I militari del Noe dei carabinieri sono stati anche nei suoi uffici in via dell’Edilizia e hanno effettuato tutte le operazioni necessarie sotto le direttive impartite dall’ultimo consulente incaricato dai pm Laura Triassi e Francesco Basentini.
Per conoscere i risultati anche di questa attività, e del confronto tra il dato “grezzo” prelevato dai server e quello comunicato in via ufficiale occorrerà diverso tempo. D’altronde si è ancora in attesa di quelli delle analisi sui campioni di reflui di produzione prelevati durante il primo blitz nel Centro oli.
A suggerire agli inquirenti le operazioni da svolgere per verificare i dubbi su un traffico illecito di rifiuti in partenza da Viggiano verso il depuratore di Tecnoparco, a Pisticci, erano stati due nomi che hanno già causato diversi problemi ai vertici della compagnia di San Donato. In particolare all’amministratore delegato Paolo Scaroni, che anche a causa loro, stando a quanto si maligna nella capitale, rischia di perdere il posto nel prossimo giro di nomine del Governo.
Paolo Rabitti e Alfredo Pini, sono infatti gli stessi ingegneri che per conto della procura di Rovigo si erano occupati dell’inquinamento della centrale Enel di Porto Tolle. Proprio l’inchiesta per cui il 31 marzo gli ex amministratori delegati della società, Scaroni e Franco Tatò, sono stati condannati in primo grado a tre anni di reclusione più 5 d’interdizione dai pubblici uffici. L’accusa: disastro ambientale, per aver gestito la centrale senza adeguati meccanismi di contenimento delle emissioni che hanno messo in pericolo la pubblica incolumità.
Possibile che una contestazione del genere venga mossa anche ai vertici di Eni per i gas sprigionati dal Centro oli? Nel decreto di perquisizione esibito martedì mattina dai carabinieri al comando del capitano Luigi Vaglio si parla ancora di traffico di rifiuti, ma è ragionevole credere che nel fascicolo in procura si siano già aggiunte altre ipotesi di reato. Se non è comparso anche qualche altro nome rispetto agli 11 indagati che hanno già ricevuto un avviso di garanzia, tra cui il responsabile della Divisione Sud di Eni Ruggero Gheller e il presidente di Confindustria Basilicata, ai vertici di Tecnoparco Valbasento.
Stando a quanto prescrive l’autorizzazione integrata ambientale all’impianto della compagnia di San Donato, concessa dalla Regione con una delibera di giunta nei primi mesi del 2011, al suo interno devono essere monitorati in continuo «i volumi di gas diretti alle torce» e «tutte le emissioni di processo ai camini». Quanto agli «eventuali superamenti dei limiti emissivi imposti» spetta ad Eni autodenunciarsi comunicandoli «entro 8 ore dall’evento a Comune di Viggiano, Provincia di Potenza e Arpab».
Inoltre esiste un sistema di monitoraggio ambientale «condiviso con gli Enti di controllo (Arpab e Regione Basilicata)» che è composto da 6 centraline “esterne” per ulteriori verifiche sulla qualità dell’aria: 5 sono dell’Arpab («di cui 4 realizzate da Eni e cedute all’Agenzia»), mentre una è dell’Eni. Questo è quanto hanno riferito i rappresentanti della compagnia alla Commissione ambiente della Camera durante la visita a Viggiano di ottobre.
Un meccanismo che vive di leale collaborazione tra le parti. Per capirsi. Proprio quella che gli inquirenti sospettano che possa essere stata tradita, alterando i dati su cui controllore e controllato si confrontano ogni giorno. A scapito dell’ambiente circostante.
l.amato@luedi.it
IoD City of London: ‘The EU & the City – What Next? (Gianni Pittella meets Lord David Lidington)
Dove: Londra , Guildhall – ore 18.30 Quando: 8 aprile
Gianni Pittella, First Vice President of the European Parliament & The Rt Hon David Lidington, UK Minister of State for Europe, will discuss the City’s and the UK’s relationship with Brussels.
‘For some, the free movement of goods and people within a single market is a triumph of our time. For others, the regulatory and financial burdens of membership raise questions about how well the system works – and for whom it is working.’ (Simon Walker, Director General of the IoD, commenting about discussions regarding the UK & the EU during the IoD National Convention 2013.)
This event will discuss the economic relationship between the City, the wider economy and Brussels. There will also be a consideration of the UK’s present and future political relationship with the European Union, its benefits, it challenges, future opportunities and future threats. No discussion can leave out either Britain’s or the EU’s relationships with other countries and international organisations.
Speranza: “Riforme sono urgenti, le istituzioni sono in pericolo”
Nomine pubbliche: Renzi cambi verso al Paese!
“Win-win situation” per la Cina con l’Europa
di Alberto Forchielli (su Piano Inclinato)
Sappiamo che nella globalizzazione è sbiadito il rigore dell’ideologia, la certezza dell’identità. Il fenomeno ci costringe a una trattativa perenne, dove la forza deve coniugarsi con la capacità di gestione. Quest’ultima è carente sia per l’Europa che per la Cina. Bruxelles è dilaniata da divisioni interne che ne riducono impatto ed efficacia; Pechino è tradizionalmente abituata a negoziare con la sola leva della forza: mostrata, subìta o messa in atto. La recente missione del presidente Xi Jin Ping in Europa ha messo chiaramente in luce questa impasse. Gli accordi commerciali – soprattutto con Germania e Francia – sono stati copiosi e di grande portata.
Non poteva che essere così: Pechino ha bisogno di qualità, l’Europa vuole in cambio valuta, reddito e occupazione. Tuttavia Pechino ambisce a molto di più: un rapporto politico di neutralità imperniata sugli affari, se non proprio di amicizia. Nella piatta scacchiera della globalizzazione, l’Europa può in parte compensare l’ambivalenza delle relazioni con gli Stati Uniti. I rapporti tra Pechino e Washington sono in una fase dove prevalgono le tensioni invece che gli accordi; la Cina è ora più uno strategic competitor piuttosto che uno strategic partner. Per il Dragone le relazioni con l’Europa sviluppata, aperta, prospera ma stagnante sono un eccellente banco di prova per dimostrare l’abilità della sua nuova diplomazia. Erano tre i cardini di una possibile intesa: la rimozione dell’embargo militare, la disponibilità a fornire tecnologia, il riconoscimento dello status di economia di mercato a Pechino.
Questi obiettivi sembrano ora insufficienti e potrebbero squagliarsi in un più vasto accordo commerciale e politico, un vero e proprio Free Trade Agreement. La Cina ne trarrebbe grandi vantaggi: accesso completo ai mercati ricchi, disponibilità di nuove capacità produttive, possibilità di acquisire asset importanti in economie in crisi. Inoltre, motivo forse più importante, troverebbe un partner aggiuntivo e forse concorrenziale agli Stati Uniti. Esistono dunque tutte le premesse per insistere sull’accordo da parte cinese. Tuttavia, all’altra estremità dell’Eurasia, trova un interlocutore instabile, diviso, impotente e forse inesistente. Kissinger si chiedeva chi doveva chiamare per parlare con l’Europa; Pechino si interroga su chi potrebbe rispondere. Nel dubbio, privilegia Berlino a Bruxelles, almeno in Germania si concludono gli affari. Nel frattempo la Commissione Europea dimostra la propria inconsistenza. Tutte le sue minacce a Pechino sono rientrate, l’Europa dei diritti è sacrificata a quella delle merci, si discute sulle parole prima ancora che sui valori, da veri burocrati. Barroso e Van Rompuy sono stati chiarissimi dopo il colloquio con Xi: “L’Europa è d’accordo di procedere verso un trattato (di FTA) nel medio termine. Noi preferiamo andare avanti inizialmente con un accordo sugli investimenti (BIT)”.
Contemporaneamente nell’Eurozona la crisi incalza, la disoccupazione è drammatica, si sente fortissima la necessità di un’iniziativa politica. Aumentano pericolosamente le posizioni anti-euro, il risentimento verso Bruxelles, il rimpianto per le monete nazionali e l’ostracismo alla Cina. Queste posizioni sono retrograde, ma Bruxelles non fa nulla per evitarle. Dovrebbe gestire una situazione complessa; è invece prigioniera delle proprie debolezze: veti incrociati, mancanza di una visione lungimirante, assenza di leader adeguati. Gestire un trattato con la Cina richiede impegno, competenza, condivisione degli obiettivi. Si tratta di dialogare senza svendere il patrimonio ideale e materiale che l’Europa ha accumulato in decenni di prosperità e democrazia. Tutto è invece lasciato alla forza di Pechino rispetto alle necessità spesso egoiste dei singoli stati. Se il bilateralismo con la Commissione arranca, inevitabilmente prevale quello con le Cancellerie del vecchio continente. Alla Commissione Europea non rimane che ripiegarsi e perpetuare l’agonia dei comunicati. Vi abbondano espressioni infruttuose e ripetitive: collaborazione, dialogo, win-win situation, una partita dove se non si negozia con acume sarà la Cina a vincere due volte, anche se è ancora più probabile che le divisioni interne tra i paesi europei creino un invisibile muro di nulla di fatto.
Lo spettro delle elezioni europee
di Francesco Grillo
Un fantasma si aggira nelle sedi delle istituzioni europee ed esso agita anche il sonno di molti dei capi dei Governi nazionali. In effetti, l’ultimo sondaggio sull’esito delle elezioni politiche europee curato da ricercatori della London School of Economics per VoteWatch dà sostanza alle peggiori paure: un’alleanza di quelli per i quali l’EURO fu una pessima idea potrebbero presto essere maggioranza e per più di cento dei nuovi europarlamentari non dovrebbe esistere neppure lo stesso Parlamento del quale essi saranno membri. Tuttavia, questo esito potrebbe anche essere visto come un’opportunità se gli europeisti dovessero finalmente capire che l’opzione di uno smantellamento del progetto europeo è possibile: per evitarlo è necessario un cambiamento profondo che abbia il coraggio di affrontare finalmente il problema più grosso che è, in definitiva, un problema di democrazia. In questo contesto, dice ancora il sondaggio, il Partito Democratico di Matteo Renzi potrebbe ritrovarsi tra le mani un’opportunità unica.
Certo le elezioni del prossimo parlamento difficilmente potranno segnare un immediato ribaltamento dei processi di integrazione più rilevanti: la coalizione tra tutti quelli che condividono sentimenti di profonda opposizione nei confronti di quest’Europa è resa difficile – come dimostra la distanza tra il movimento cinque stelle italiano e il Fronte Nazionale francese – da divisioni ideologiche che ancora distinguono la Sinistra dalla Destra. Tuttavia, se anche le prossime consultazioni dovessero far registrare un aumento dell’astensione – uno dei paradossi è che la partecipazione al voto per il Parlamento europeo è costantemente diminuita passando dal 61% delle prime elezioni del 1979 al 44% delle ultime nel 2009, mentre contemporaneamente crescevano i poteri -, la sera del 25 Maggio potremmo ritrovarci ad accorgerci che per le forze che hanno guidato l’assemblea di Strasburgo nei suoi quarant’anni di vita – le “grandi” famiglie dei socialisti, dei popolari a cui aggiungere i verdi e i liberali – si sono espressi non più di quarto dei cittadini europei aventi diritto al voto: è questo sarebbe molto di più di un campanello d’allarme.
Paradossalmente però proprio il Partito Democratico potrebbe ritrovarsi tra le mani una leadership continentale assolutamente imprevedibile solo pochi settimane fa: dipende, infatti, dal PD la possibilità che il Partito socialista riesca ad essere l’unico dei movimenti politici europeisti a crescere seppur di poco e che superi, sul filo di lana, il Partito Popolare. In questo scenario Renzi potrebbe essere il segretario del Partito nazionale più forte all’interno del Partito europeo che potrebbe guidare una grande coalizione a livello europeo e l’ulteriore coincidenza del semestre italiano potrebbe davvero fare da piattaforma di un processo di riforma di livello europeo guidato dall’Italia.
Una leadership che, però, dovrebbe trovare subito sostanza nella capacità di affrontare quella che è la sostanza di un problema di un progetto arrivato al capolinea.
La diagnosi della malattia è chiara: un’intera generazione di politici e professori ha costruito l’Europa con la convinzione che essa fosse semplicemente troppo complicata per essere spiegata ai cittadini. Il paradosso è che ci troviamo oggi nel Continente che ha inventato lo stesso concetto di democrazia a violare quella che è, dai tempi di Thomas Jefferson, una delle leggi fondamentali della democrazia stessa: non si può “tassare” e incidere sulla vita delle persone, se l’istituzione che assume certe decisioni non è sufficientemente “rappresentativa”, se non è percepita da un numero sufficientemente vasto di contribuenti come espressione della loro volontà e, in definitiva dei loro interessi. Il problema è che l’Europa si sta incamminando verso un processo di ulteriore integrazione delle politiche fiscali e viene da anni di durissima austerità imposta ai cittadini dei Paesi in maggiore difficoltà, senza che vi sia mai stato un momento di reale confronto tra opinioni pubbliche sui momenti più importanti.
Il problema è, certamente, il costo della crisi pagato dalle persone in Grecia, in Portogallo, in Spagna, in Italia, ma anche il fatto che tasse e tagli appaiono imposti da una classe dirigente che neppure si conosce, sensazione questa resa ancora più forte dal comportamento dei politici nazionali che assumono certe decisioni a Bruxelles solo per presentarle come non loro appena fanno ritorno nelle proprie rispettive capitali. Troppi sacrifici, troppa poca democrazia: questa la tenaglia che rischia di schiacciare un progetto vissuto finora come ricerca costante di un minimo comune denominatore guidato da tecnocrati.
Cosa fare dunque? Rendere più intelligente il processo di riduzione del debito pubblico per non gettare con l’acqua sporca degli sprechi e dei privilegi, il bambino della crescita. E, quindi, rivedere il patto di stabilità discriminando le varie categorie di spesa pubblica per incoraggiare i governi a cambiarne il mix e a renderla più produttiva. Ma anche ridurre, sul serio e dopo tante chiacchiere sterili, la distanza tra cittadini e istituzioni che è questione di democrazia. Nel senso più ampio del termine.
Non abbiamo bisogno di imbarcarci in nuova stagione di negoziazioni complicate di nuovi trattati e nuovi poteri. Abbiamo, invece, bisogno di creare i presupposti allo sviluppo di un demos europeo senza il quale qualsiasi discussione sul deficit democratico è esercizio retorico. Dobbiamo, proprio come per l’Italia centocinquanta anni fa, di “fare gli europei dopo aver fatto (almeno in parte) l’Europa”, e oggi come allora abbiamo bisogno di competizioni elettorali vere, di scuola, di giornali europei.
Abbiamo bisogno di un’unica legge elettorale che – come prevede la proposta che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Sandro Gozi riprenderà nel corso del semestre italiano – incoraggino la creazione di liste e collegi transnazionali. Ma anche di proposte come quelle che il think tank italiano Vision ha presentato al ministro Stefania Giannini: l’ipotesi è di una specie di ERASMUS per tutti e, dunque, di rendere parte del curriculum obbligatorio per gli studenti della scuola superiore e dell’università un semestre di studi all’estero finanziato con una parte dei fondi attualmente destinati alla politica agricola comune. E abbiamo bisogno di media europei e, forse, avrebbe molto senso condizionare la concessione di finanziamenti pubblici a giornali e televisioni ad una maggiore attenzione alle questioni non nazionali.
Paradossalmente la paura può essere un’opportunità, come ha avuto modo di dire Enrico Letta che potrebbe avere in questo contesto una possibilità concreta di sfruttare la sua esperienza guidando da presidente della Commissione Europea una coalizione tra socialisti e popolari. Un Paese che da anni fa della paura, della non alternativa al cambiamento, della necessità dell’alleanza tra forze deboli la propria, unica flebile forza, potrebbe avere nell’Europa instabile che nascerà il 25 Maggio un vantaggio competitivo. Ma anche in Europa la paura non è sufficiente: sarà necessario guardare negli occhi le questioni e affrontarle con coraggio dopo decenni di inutili chiacchiere con l’intenzione di trovare una soluzione.
Le ragioni dei risultati e di una governance chiara
di Luigi Zingales su Il Sole 24 ore
Aurea mediocritas la chiamava Orazio, la giusta via di mezzo. Nella battaglia sul rinnovo dei vertici delle società controllate dallo Stato sembra essere la via preferita dal governo Renzi. Non un mantenimento dello status quo impresentabile politicamente e neppure una rottamazione spinta che esporrebbe il premier al rischio di un errore nelle scelte (oltre che all’inimicizia di alcuni dei manager più potenti d’Italia). Quindi non un rinnovo dei principali amministratori delegati (AD), ma neppure un loro totale pensionamento. Un patrimonio di competenze accumulato in anni di gestione può essere utile, ma a patto che il nuovo quadro di governance sia chiaro e definito. Non ci possiamo permettere soluzioni confuse. C’è dibattito se in un società quotata sia giusto separare il ruolo di presidente da quello dell’AD.
Gli inglesi sono molto favorevoli, gli americani meno. Ma da entrambi i lati dell’Atlantico tutti sono d’accordo su quali debbano essere le caratteristiche di un buon presidente, quando questo ruolo è separato da quello di AD. «Perché la divisione dei ruoli funzioni – scrive un esperto come Jay Lorsch con Andy Zelleke sulla Sloan Management Review – il presidente deve usare un po’ di autocontrollo, cosa difficile per una persona con tanto potere». Il rischio di un presidente interventista è di confondere i dipendenti su chi veramente dirige la società e di creare una situazione di tensione con l’AD. I ruoli e i compiti devono essere chiaramente distinti. Oltre a dirigere il consiglio, il presidente deve essere a capo della funzione audit e deve agire da collegamento tra gli indipendenti e il management. Ma soprattutto il presidente deve essere il rappresentante degli azionisti, cui risponde. All’AD, invece, spetta la funzione di capo azienda con tutti gli onori e gli oneri che questo comporta, compresa la responsabilità in caso di cattiva performance.
L’aurea mediocritas sarebbe negativa anche da un punto di vista politico. Nel caso di posizioni di gestione importanti il limite dei tre mandati non riflette solo una questione di efficienza economica, ma anche valutazioni che riguardano un importante limite alla concentrazione del potere politico. Nell’ex Stato padrone molti capi azienda controllavano i politici e non viceversa. Per evitare lo strapotere politico di chi dovrebbe essere responsabile di fronte alla politica, è necessario un limite dei tre mandati, a meno che i risultati siano tali da giustificare la conferma nell’incarico anche perché i risultati devono comunque fare premio su tutto.
Sia in Italia che all’estero il nuovo premier si è distinto per il suo linguaggio franco e le sua volontà di fare scelte chiare, non di compromesso. Se il governo Renzi ritiene che alcuni AD abbiano fatto talmente bene da giustificare un superamento del limite dei tre mandati, se ne prenda tutta la responsabilità e li rinnovi nei rispettivi ruoli spiegando al Paese le motivazioni della scelta. Non cerchi compromessi democristiani e operi le sue scelte secondo criteri che garantiscano una governance chiara. Se non facesse ciò da leader della rottamazione rischierebbe di diventare il premier del riciclo.
L’Aquila, ore 3:32: la tragedia in un corto d’autore
Emozionante, con la voce di Giannini e girato dai ragazzi del Centro sperimentale – Corriere Tv
TOGETHER: Progetto sperimentale pilota per la costruzione a Frosinone di Campus tecnico-scientifici partecipativi
di Giuseppina Bonaviri su L’inchiesta
Questo progetto parte dall’idea che anche una provincia come la nostra con il suo capoluogo, Frosinone e con le tante città simbolo di storia possano finalmente considerarsi città simbolo del nostro tempo. Il progetto che svilupperemo si propone di essere una piccola riconquista di quel passato storico indebolito per mano dell’uomo. L’idea nasce dalla convinzione che il Paese, partendo da ogni dove e da ogni città, possa rinascere anche solo attraverso libere e spontanee iniziative che la gente comune, la società civile voglia proporre con spirito di servizio e credo. I cittadini in quanto popolo sovrano sono amministratori del bene pubblico e chiedono di partecipare direttamente ai processi decisionali accentuando la qualità della partecipazione alla discussione della res pubblica. Tutte le periferie possono, in tal modo, diventare una Piccola Capitale.
E’ importante quindi cercare una coesione che sia inclusiva, un elemento facilitatore che amplifichi la partecipazione anche rispetto a quegli attori che potranno presentarsi in seguito o di conseguenza all’avvio del processo, processo che prevediamo essere, nell’immediato, estensivo della area vasta in modo da facilitare e stimolare anche quelle autonomie di pensiero e di auto-organizzazione ovviamente sintoniche con le autorità e con i rappresentanti preposti alla salvaguardia del patrimonio pubblico. Abbiamo per questo previsto la costituzione di una piattaforma quale interfaccia di riferimento per promuovere, sostenere, coordinare attività di ricerca e collaborazioni scientifiche con tutte le realtà universitarie ed istituti d’ambito che volessero coadiuvare l’iniziativa.
Come esperienza pilota proponiamo, alle amministrazioni locali e provinciali, la nascita di start up, un CAMPUS laboratorio di idee, fucina di innovazioni sociali, di contaminazione scientifica a garanzia tecnica.
Il primo esempio di concertazione tra cittadinanza attiva, esperti, luminari, scienziati, didatti, tecnici e amministrazioni comunali potrà riguardare il dissesto ambientale idrogeologico che tanti danni sta causando alla nostra terra partendo proprio dalla criticità del Viadotto Biondi della città di Frosinone e della frana ancora oggetto di studi ed approfondimenti. A tal proposito si sta procedendo ad individuare un tavolo di progettazione in collaborazione con realtà sociali e di settore, esperti locali ed universitari a partire dalla Sapienza e da Roma Tre, con proposte di tesi di laurea sperimentali, che coordineranno un progetto pilota di risanamento naturalistico della zona interessata“ La frana che viene da lontano” progetto preso in esame molti mesi fa all’interno della programmazione delle azioni sinergiche che la Rete la Fenice sta attualizzando in provincia.
Costruire azioni sinergiche e condivise accrescere la competitività delle conoscenze e del sapere nel rispetto della autonomia produttiva dei territori al fine di aumentare il potenziale dell’intera Rete che sarà preposta alla dimensione di nuova macro area. In termini di ritorno c’è un primo immediato e vitale effetto sulle azioni intraprese da parte dei cittadini attivi ma anche un positivo secondario effetto a catena sull’intero comparto che ne sarà interessato. Inoltre, un Campus rimane aperto alla partecipazione di tutte quelle realtà con idee in grado di individuare aree di collaborazione per elaborare interventi tesi a migliorare la capacità innovativa dell’intera area aderente. Fare Rete vuol significare fare impresa. La stessa flessibilità della Rete ne garantisce, da un lato, l’adattabilità alle specificità progettuali attraverso la condivisione degli obiettivi e, dall’altro, la salvaguardia e la valorizzazione delle singole identità in grado di modularsi in relazione alle diverse esigenze organizzative ed operative. Ne deriva la nascita di uno strumento moderno ed efficace a superamento dei confini e delle logiche localistiche che non sono più in grado di rimanere competitive se prese per compartimenti stagni. Rete, dunque, di imprese a conferma dell’importanza che il Contratto di rete sta già assumendo per il sistema produttivo delle Regioni più avanguardistiche. Pianificare insieme, poi, corrisponde ad un adattamento a impostazioni e metodologie in costante variazione e trasformazione in quanto capace di proporre best practice e soluzioni adeguate a conservare quel prezioso know-how che preservano livelli occupazionali e standard qualitativi-operativi doc. Strutturare un processo di gestione del cambiamento, con l’interattività tra i diversi partecipanti, dalle sue prime fasi ci consente di progettare modelli scientifici di efficacia e di efficienza basati su meritocrazia e talenti per la buona gestione anche delle amministrazioni.
Le nostre amministrazioni appaiono assai in ritardo rispetto alla volontà di applicare moduli eccellenti nella gestione del cambiamento. RICERCA ED INNOVAZIONE SCIENTIFICO-TECNOLOGICA POSSONO FAVORIRE PROGRESSO ECONOMICO E SOCIALE . La valorizzazione del merito -che proponiamo agli amministratori locali partendo dal capoluogo ma che rimangono sordi alle nostre continue richieste di incontro e condivisione del percorso partecipativo promosso anche grazie al Campus – rimangono le uniche capaci di trasformare l’attuale crisi di valori etici. Il nostro movimento indipendente che, a vario titolo, può considerarsi una eccellenza in quanto portatore di fermenti delle parti più avanzate della società civile locale ci chiarisce come qualcosa di nuovo succede nei momenti di mobilitazione.
Per essere depositari del futuro c’è bisogno di esprimere una visione del sapere sempre più diffuso e accessibile, costruito su nuovi moduli partecipativi. La “multidisciplinarietà” favorisce la trasformazione del territorio e delle riorganizzazione produttiva che diventa un mix tra agire per innovare (nuove idee) e sviluppo (fare nuove cose). La finalità di un Campus è, allora, quella di mettere insieme esperienze adeguate alle sfide del presente, all’interno di una progettualità condivisa e a sostegno di chi costruisce progresso senza limiti di schieramenti e potentati.
Per rinnovare il Paese, un nuovo management è urgente adesso
Nelle prossime settimane il governo Renzi nominerà i nuovi managers delle grandi aziende controllate dallo Stato.
Come sempre capita in questi casi, non vi è discussione pubblica a riguardo, nonostante l’importanza cruciale di queste scelte per provare a rimettere in campo il Paese – in ginocchio dopo un decennio pieno di crisi – disegnando nuove politiche industriali e nuove alleanze internazionali.
Evidente infatti quanto le grandi aziende italiane (ENI, Enel, Finmeccanica, Telecom e le altre) contribuiscono a definire quello che è il presente e quello che potrebbe essere il futuro del Paese.
In questo passaggio cruciale, il governo ha la possibilità di definirsi “innovatore”, nel rinnovare con nuove personalità e competenze di caratura internazionale i management di queste grandi aziende, per poter ragionare insieme ad essi sulle nuove sfide di natura industriale e politica, emerse nell’ultimo decennio, che possono essere affrontate e vinte dal nostro Paese.
E con un nuovo management dare il senso del cambiamento di prospettiva e di visione ad un intero Paese, con effetti positivi – politici e sociali – a cascata che sono immaginabili.
Per il momento, le attese suscitate dal Governo Renzi sono sicuramente positive e l’idea di cambiare la totalità dei top-manager attuali delle grandi imprese dopo molti anni di governo di quelle imprese e risultati a volte modesti (come documentato per la più grande società italiana, l’Eni, da un ottimo articolo di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera) è presupposto fondamentale per continuare incisivamente la sua azione riformatrice.
A leggere la stampa delle ultime settimane, anche il Tesoro, con il competente neo ministro Padoan, sembra volere puntare dritto in questa direzione.
Come qui doverosamente già evidenziato alcuni giorni fa, l’unico elemento di perplessità in questa vicenda riguarda il lavoro di uno dei cacciatori di teste scelti a suo tempo dal precedente Governo proprio per collaborare proprio con il Tesoro alla selezione dei nomi per la guida delle grandi imprese partecipate. Ci riferiamo a Spencer & Stuart, i cui requisiti di indipendenza in questo caso rischiano di essere offuscati in quanto sembra essere consulente proprio delle grandi imprese il cui management dovrebbe contribuire a cambiare. E dalla presenza nel suo advisory board della figura politica di Gianni Letta, che fu evidentemente uno dei protagonisti principali delle nomine degli attuali vertici delle imprese di stato.
Tutte notizie che oggi risultano confermate anche da L’Espresso, con un articolo della sua importante firma Denise Pardo.
Viene allora da chiedersi: possibile che, anche per motivi di opportunità, non potesse essere individuato un altro cacciatore di teste al suo posto?
