Significativamente Oltre

Editoriali

Come cambia il mondo – Conferenza PD, 14 Febbraio, Roma

Un evento, organizzato dal Dipartimento PD per la politica estera e europea e dal Dipartimento formazione, in collaborazione con il nostro Gruppo alla Camera, che si propone come momento di riflessione, approfondimento e formazione sui diversi scenari globali e sulla proiezione internazionale del nostro Paese

Comecambiailmondo

La seconda fase dello sviluppo cinese offre nuove opportunità per l’Italia (nella Sanità)

 

 La sanità, ultimo treno per l’Italia verso la Cina

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 08 febbraio 2014

È ormai un luogo comune parlare con preoccupazione del rallentamento della crescita cinese. Anche qui a Pechino si scrive con un certo allarmismo che l’aumento dello scorso anno è stato il più basso dal 1990 e che peggiorerà ancora nell’anno in corso. Quando tuttavia analizziamo a fondo i dati statistici, vediamo che la crescita è stata nel 2014 del 7,4% e che, nell’anno in corso si manterrà al di sopra del 7%, anche secondo le più pessimistiche previsioni. Per un paese che ha raggiunto un livello di reddito abbastanza elevato questi dati valgono più della crescita a due cifre che ha accompagnato la prima fase dello sviluppo cinese.

Le preoccupazioni non possono perciò nascere dal tasso di crescita del PIL che, nonostante il suo rallentamento, fa invidia a tutti, ma dalle decisioni politiche che il paese deve affrontare nel prossimo futuro per proseguire a correre a ritmo sostenuto e completare quindi il processo di modernizzazione iniziato quasi quarant’anni fa.

Il governo cinese si è recentemente imposto il compito di cambiare quello che noi definiamo un “modello di sviluppo” fondato sugli investimenti e sulle esportazioni, per passare ad una crescita più equilibrata, con un aumento dei consumi e del ruolo del mercato interno.

L’inizio di questa nuova strategia ha comportato una politica monetaria più prudente e un controllo di una “bolla immobiliare” che rischiava di fare salire al cielo il tasso di inflazione. Il governo ha perciò dovuto mettere mano al freno.

Il crollo del prezzo del petrolio e delle materie prime, delle quali la Cina è il massimo importatore, ha reso più facile questo riequilibrio dell’economia e, nello stesso tempo, ha provocato un progressivo rallentamento dell’aumento dei prezzi. L’inflazione è oggi al livello minimo da molti anni, per cui sono oggi possibili gli stimoli all’economia che fino a poche settimane fa rischiavano di innestare un processo inflazionistico.

Anche se può sembrare strano, un ulteriore elemento ha influito sulla minore crescita degli ultimi mesi: la lotta contro la corruzione, iniziata in grande stile dal presidente Xi. Una lotta che ha portato ad una diminuzione degli acquisti di un’ampia gamma di beni di lusso che costituivano uno dei rifugi più praticati dei proventi della corruzione.

Una lotta contro la corruzione che non solo esercita i suoi effetti nelle boutique dei beni di pregio ma che è l’oggetto principale delle conversazioni di Pechino, perché ha già portato veri e propri sconvolgimenti nelle cariche dello stato, nell’alta burocrazia e nel potente ambiente dei dirigenti delle imprese pubbliche. Una guerra fondata sulla convinzione che la corruzione era così diffusa da divenire un impedimento per lo stesso sviluppo economico della Cina. Una guerra, tuttavia, che può essere definitivamente vinta solo attraverso una maggiore indipendenza della magistratura dal potere politico. Un obiettivo solennemente annunciato dal Presidente Xi ma che si presenta ancora di difficile attuazione.

Dato per condiviso il fatto che la nuova fase di crescita non può consolidarsi senza un aumento dei consumi interni, è anche diventata dottrina comune che, senza un miglioramento della protezione pensionistica e sanitaria, i cittadini cinesi saranno ancora obbligati a risparmiare e non a spendere.

Si aprono quindi, almeno in teoria, nuove forme di possibili collaborazioni con noi europei, dato che il sistema sanitario americano, che fino ad ora è stato ed è ancora il principale se non esclusivo punto di riferimento dei cinesi, è intollerabilmente costoso, pur non offrendo una copertura universale, che è invece il fondamento dei migliori sistemi sanitari europei.

Se vogliamo fare un confronto che tocca direttamente il nostro paese dobbiamo ancora una volta ricordare che, nonostante tutti i rilievi che si possono compiere, il costo della sanità italiana è tra i più bassi d’Europa (spendiamo infatti tra il 7 e l’8% del nostro PIL) e noi italiani viviamo in media quasi quattro anni di più degli americani che spendono invece intorno al 17-18%.

Ebbene in questi giorni è in visita ufficiale a Pechino il primo ministro francese Valls e leggiamo che, nel contorno di questa visita, si è intensamente parlato di una strategia di cooperazione fra il sistema sanitario francese e quello cinese.

In Cina, per la debolezza delle nostre strutture, abbiamo lasciato agli altri ( cominciando dai nostri amici francesi) l’organizzazione delle moderne catene distributive. Non siamo ovviamente presenti nelle strutture alberghiere dove americani, asiatici e altri europei fanno da padroni e siamo quasi assenti dalle organizzazioni professionali e di consulenza che raggiungono ormai fatturati astronomici. Mentre cioè le nuove realtà, a partire da quella cinese, fondano la seconda fase del loro sviluppo sui servizi, noi praticamente non esistiamo, anche se i più alti profitti si realizzano soprattutto nel settore terziario. Non vedo tuttavia perché l’Italia non cerchi di recuperare parte del terreno perduto almeno nei campi, come quello sanitario, nei quali vi è ancora spazio per una nostra presenza. Non si tratta solo di prestigio (anche se il settore sanitario contribuisce tanto all’immagine di un paese) ma di una realtà che mobilita enormi ricadute economiche.

Certo tutte le nostre regioni (che hanno la competenza in materia sanitaria) hanno una dimensione nettamente inferiore a quella di una qualsiasi metropoli cinese, ma si dovrà pure trovare il modo di essere presenti con l’intero pese nei settori nei quali si può entrare solo se si opera in modo efficiente, integrato e capace di dialogare in modo paritario con le strutture pubbliche cinesi.

Operando in modo disperso e senza un sistema distributivo alle spalle abbiamo fino ad ora perso anche la gara del mercato del vino. La nostra insufficiente presenza in Cina è soprattutto affidata ad alcune medie imprese specializzate nella loro nicchia di mercato. Pur nei limiti della loro dimensione queste imprese stanno facendo grandi cose. È tuttavia ora di affrontare anche le sfide nelle quali si deve impegnare l’intero paese. La sanità, pur con infinite difficoltà, è ancora una sfida alla nostra portata.

Lavoro, Bonaviri: crisi durissima, urgono politiche sociali mirate

Lavoro, Bonaviri: crisi durissima, urgono politiche sociali mirate    
Su L’inchiesta   

FROSINONE – “E’ urgente elaborare politiche sociali semplificate e più mirate, integrate da un’assistenza all’infanzia e da un’istruzione di qualità sostenibile (dalla prevenzione dell’abbandono scolastico alla formazione e o­rien- tamento professionale, dall’assistenza abitativa al sistema sanitario accessibile) considerato che è stata proprio la crisi economica che ha messo in luce la difficoltà dei giovani nei mercati del lavoro quali soggetti deboli e con maggiori probabilità di non riuscire ad occupare che posizioni marginali, precarie e temporanee”: l’appallo – lanciato anche dalle pagine de L’inchiesta-quotidiano nei giorni scorsi – è di Giuseppina Bonaviri della rete “La Fenice” di Frosinone. “L’esperienza della disoccupazione ed inattività è preoccupante perché ha effetti permanenti che riducono le prospettive future di occupazione e di reddito (effetto cicatrice) – aggiunge Bonaviri -. A causa di questo meccanismo e degli effetti negativi di una crisi prolungata sull’occupazione giovanile si rischia un radicamento dei problemi strutturali difficilmente aggredibili e che “le giovani generazioni si trasformino in una generazione perduta che non potrà competere con le sfide del futuro”. Sul piano individuale i giovani rischiano di rimanere intrappolati nella inattività e nella disoccupazione/sottooccupazione con una elevata probabilità di esclusione sociale, senza tutele e livelli alti di povertà. Sul piano collettivo questo si traduce in uno spreco di risorse umane potenzialmente produttive che porta inevitabilmente a un indebolimento della crescita economica e all’ampliarsi della fascia delle diseguaglianze con conseguenti elevati costi per il bilancio pubblico, la salute e l’aumento della criminalità”.

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Alexis Tsipras, l’ingegnere che porta di fatto l’Europa nel Mediterraneo

tsipras 

di Massimo Preziuso

Alexis Tsipras – ingegnere della scuola ateniese di NTUA – vince nettamente le elezioni politiche in Grecia, e alla fine degli spogli elettorali porterà Syriza al governo del Paese da sola o con i socialisti di Pasok.
E’ una bellissima notizia per me e per tutti gli Innovatori Europei .
Perché è tempo che diciamo che bisogna dare maggiore spazio agli ingegneri e alle professioni tecniche nella politica italiana. Ed è da un po’ che lavoriamo in tal senso, anche in collaborazione con le organizzazioni di categoria.
E chissà che sia arrivato il momento di ragionarci seriamente: su come la capacità di progettare sistemi complessi si traduce in nuove visioni per la politica.
E soprattutto perché  la vittoria di Tsipras dà il via pienamente ad una fase nuova in Europa, quella che guarda nettamente al suo futuro Mediterraneo, di cui il “nostro” Partito Democratico deve prendere subito la leadership.
Auguri da tutti noi all’ingegnere Alexis, al popolo greco e a tutti noi europei.

Sulle tracce delle biotecnologie

di Giuseppina Bonaviri

Sapevamo che i prodotti e le possibilità che ogni nuova tecnologia mette a disposizione dell’uomo modificano le abitudini quotidiane? Nell’arco di qualche decennio le biotecnologie hanno cambiato e ancora cambieranno le mode e i costumi di cura cosi come la qualità di vita di intere popolazioni.  Le moderne ed attuali tecnologie biologiche permettono di ipotizzare l’attuazione di applicazioni utili in tutti i settori di produzione di beni e servizi che implichino l’intervento di materiale biologico. Le biotecnologie sono nate da studi che affiancano la biologia molecolare, la genetica e la fisiologia degli organismi viventi. Sono prodotti che aggiungono valore in ambito farmaceutico, agroalimentare, industriale ed energetico fornendo  nuovi servizi di prevenzione, diagnosi, terapia e risanamento per la cura della salute dei viventi umani, animali e vegetali e della biosfera in generale compreso l’ambiente come anche dei cicli industriali di manifattura di beni tradizionali e di smaltimento di scarti.

Ovviamente,  nelle Provincie italiane, poco si conosce di queste moderne pratiche pur non dimenticando che i nostri distretti industriali- compresi quelli dell’area chimico farmaceutica- si avvalgono di aziende farmaceutiche prestigiose che continuano ad emergere poco nei servizi di beni innovativi, oggi divenuti preziosi per la salute dell’uomo. Quanto di questo potenziale produttivo verrà realizzato nella nostra terra dipende dalla crescita scientifica e culturale che vogliamo imprimere tramite la creazione di nuovi modi di interpretare il lavoro e, se solo ci si volesse impegnare sulla frontiera dell’innovazione, anche per dare vitalità alle politiche locali con la volontà di intessere alleanze e sinergie attraendo la partecipazione di tutti gli attori dello sviluppo locale. Alla crescita scientifica, culturale e politica si dovrà affiancare una diffusa fiducia sociale, che al momento appare complessa considerata la poca solida assunzione di responsabilità etica da parte dei nostri decisori, incapaci di proiettarsi progettualmente nel mondo per slanciare i “prodotti e i saperi” locali.

Molto peso assumono le motivazioni intrinseche cui tali prodotti e servizi dovrebbero essere destinati in un contesto europeo dove l’economia globalizzata e molto conservatrice (più legata alle tradizioni e meno disponibile all’innovazione) non va persa di vista in considerazione delle fatiche che hanno portato grandi studiosi e scienziati italiani a garantire, nell’arco dei prossimi 10 anni, la disponibilità di centinaia di nuovi farmaci ottenuti grazie alla pratica biotecnologica. Vale la pena accennare ad alcuni esempi significativi per l’Italia e che nell’arco dei prossimi anni saranno pienamente disponibili: nuovi vaccini contro malattie gravi quali la meningite batterica e l’HIV; nuovi approcci bioterapeutici come la immunoterapia, la medicina molecolare, le terapie geniche e per la cura dei tumori e delle psicosi; applicazioni importanti della medicina rigenerativa quali rigenerazione e ricrescita in situ di particolari tessuti come le ossa. Per quanto riguarda l’agroalimentare non va dimenticato la novità che riguarderà pomodori, melanzane, zucchine che verranno resi resistenti a virosi, malattie che oggi ne minacciano qualità ed entità dei raccolti nazionali. Dovremo, per amor patrio, sollecitare le nostre aziende locali (con i loro imprenditori e studiosi) a prendere atto di quanto intorno si muove in ambito di novità di prodotto e di sviluppo in vista dell’alta domanda del mercato a fronte degli enormi bisogni di salute emergenti. Potranno divenire loro stessi garanti di un ripristino economico locale assai superiore agli attuali e tradizionali parametri di impresa.

Ovviamente, le tecniche su descritte raggiungeranno obiettivi diversi e questo dipenderà da fattori socio-economici, di comunicazione e da come la nostra periferia interagirà con il processo innovativo sanitario e sociale. Ricerca avanzata, mondo della scuola, pubblico e privato potrà mettere in atto proposte ampie con una offerta di servizi didattici a docenti e studenti sul tema delle scienze della vita oltre che per l’utenza. Questo per promuovere un orientamento di studenti e famiglie più consapevole attraverso l’esperienza diretta di attività di sperimentazione scientifica. Questo percorso porta alla creazione di strumenti concreti come banche dati biologiche, tecnologie multimediali e programmi bioinformatici basate sull’investigazione (inquiry-based) ed ad un processo di collaborazione e scambio di risorse anche a distanza per la formazione di una coscienza collettiva della pubblica opinione e per tutti quei cittadini che hanno a cuore qualità della vita e fare innovativo imprenditoriale.

Insidie petrolifere

di Sergio De Nardis, Capo Economista (su Nomisma) 

Il crollo del petrolio è una buona notizia? Esso arriva quando l’Italia e le economie europee hanno  bisogno di maggiore, non minore, inflazione. La politica monetaria ha perso capacità di trazione, l’inflazione euro è praticamente zero, negativa in diverse economie. In tale situazione gli effetti favorevoli del greggio meno caro, connessi all’aumento dei redditi reali nei paesi importatori, possono essere compensati da quelli negativi indotti dalla deflazione. Sarà cruciale l’azione della Bce nel contrastare il disancoraggio delle aspettative: data la situazione, occorrono interventi forti. E’ una condizione necessaria, non è detto che sia sufficiente a rivitalizzare l’economia europea.        

Manna dal cielo? L’Europa attraversa un periodo complicato nel quale quelle che normalmente sarebbero buone notizie nascondono risvolti negativi. La caduta del prezzo del petrolio spinge i previsori a puntare con maggiore fiducia sulla ripresa italiana nel 2015. Scommessa che, però, si traduce nella sostanziale conferma della crescita che era attesa tre-quattro mesi prima, cioè antecedentemente al crollo delle quotazioni. In altri termini, grazie al dimezzamento del petrolio il Pil aumenterebbe più o meno come era previsto. Vi è, dunque, prudenza nelle valutazioni. E’ giustificata: il rischio che nell’attuale situazione vi siano effetti di contrazione non va sottovalutato.

Fig. 1 – Prezzo del petrolio, dollari per barile 20150115-SCN-Grafico1 Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Oecd.  

In condizioni normali il calo del greggio è una notizia univocamente positiva: la flessione aumenta i redditi reali dei consumatori e i profitti delle imprese nei paesi importatori, come l’Italia e le altre economie euro; la spinta sulle loro domande interne più che compensa il regresso dell’export verso i paesi fornitori di energia e traina la crescita del Pil. Sono gli effetti benefici del controshock petrolifero che si sperimentò nel 1986. Anche allora (fig. 1) la quotazione del greggio si dimezzò in un anno (e scese di tre quarti rispetto al picco del 1980). Ne risultò un forte stimolo alla domanda interna dei paesi industriali e una sostanziale accelerazione dei loro tassi di crescita.

Effetti avversi. Ma il 2015 è tutto un altro mondo rispetto al 1986. L’economia europea da alcuni anni non opera più in condizioni normali, si trova nell’eccezione. L’inflazione è a zero, negativa in diversi paesi; i tassi di interesse della Bce sono anch’essi a zero, il limite minimo possibile. Inoltre, in Italia e in gran parte dei paesi euro è in corso un processo di riduzione del debito da parte dello stato e del settore privato. In queste condizioni, l’ulteriore impulso al ribasso sulla dinamica dei prezzi, fornito dal petrolio, rischia di abbattere ancor più le aspettative di inflazione, facendo aumentare i tassi di interesse reali e causando, così, effetti depressivi. Accanto a ciò, il nuovo calo dell’inflazione accresce il valore reale dei debiti e il peso (reale) degli interessi (lì dove non sono indicizzati), spingendo stato e privati a intensificare l’azione di deleveraging, anche in questo caso con impatti depressivi per l’economia.

Un recente lavoro di Stefano Neri e Alessandro Notarpietro analizza, attraverso un modello stilizzato, le conseguenze che avrebbe in un simile ambiente (tassi zero e rientro da debito) uno shock negativo sui costi di produzione a cui è assimilabile il calo del greggio. In condizioni normali, la riduzione dei costi produce caduta dell’inflazione e aumento dell’output: sono gli effetti del controshock del 1986. Per questo risultato è cruciale la possibilità per la politica monetaria di contrastare, con la riduzione dei tassi, la discesa dell’inflazione sotto il livello di equilibrio. Se, tuttavia, i tassi di policy sono già al limite minimo (zero lower bound), tale riduzione non può realizzarsi e lo shock negativo sui costi causa contrazione dell’attività economica, più marcata se vi sono soggetti indebitati colpiti dal calo dei prezzi. Riproduciamo da questo lavoro la seguente figura che illustra chiaramente le opposte conseguenze che può avere, sia pure in un modello semplificato, uno stesso cost-push shock a seconda delle condizioni della politica monetaria e del debito: con tassi di interesse zero (ZLB) e riduzione del debito (debt deflation) gli effetti  sono negativi; la figura mostra, inoltre, come il limite zero dei tassi di interesse sia il fattore decisivo che volge tali ripercussioni da positive in negative.

Fig. 2 – Risposta dell’output a uno shock esogeno negativo sui costi 20150115-SCN-Grafico2 1 No ZLB=Tassi di policy positivi; ZLB=tassi di policy al limite zero; No debt deflation=contratti di debito indicizzati all’inflazione; debt deflation=contratti di debito non indicizzati all’inflazione. Fonte: Stefano Neri e Alessandro Notarpietro, “Inflation, debt and the zero lower bound”, Questioni di Economia e Finanza (Occasional Paper), Banca d’Italia n. 242, October 2014.

A tutto ciò si deve aggiungere la possibilità che un abbassamento del livello generale dei prezzi, indotto dalla diffusione delle spinte disinflazionistiche, ostacoli l’aggiustamentodel mercato del lavoro. In presenza di rigidità al ribasso dei salari nominali, prezzi in calo si traducono in un maggiore costo reale del lavoro con conseguenze negative per il processo di riassorbimento della disoccupazione. Per il riequilibrio del mercato del lavoro l’inflazione è da preferire alla deflazione.

A corollario di queste considerazioni resta poi un interrogativo di fondo che riguarda il lato positivo del calo petrolifero. Occorre domandarsi quanto del maggiore potere d’acquisto, consentito dal greggio meno caro, verrà effettivamente speso dai beneficiari, date l’incertezza e la propensione ad accantonare risorse in impieghi sicuri che contraddistinguono la fase attuale. Il rialzo del tasso di risparmio, in atto dal 2012, rivela un atteggiamento delle famiglie volto alla parsimonia e alla ricostituzione dei livelli di risparmio e ricchezza erosi negli anni precedenti; il dato del terzo trimestre 2014 di consumi praticamente fermi, a fronte di un forte incremento dei redditi reali delle famiglie, non fa che confermare questa tendenza.

In definitiva, la caduta del petrolio interviene in un periodo di elevata incertezza e impotenza della politica monetaria. Una fase in cui le economie europee e l’Italia avrebbero bisogno di maggiore, anziché minore, inflazione. In questa situazione la misura in cui il calo del greggio avrà ripercussioni negative dipenderà da due fattori. Il primo è il grado di diffusione delle pressioni disinflazionistiche al di là degli effetti (benefici) di primo impatto e le ripercussioni sulle aspettative. L’abbattimento di quest’ultime, se non contrastato dalla politica monetaria, attiverebbe gli effetti depressivi esemplificati nella figura 2. Il secondo fattore riguarda, di conseguenza, l’azione della Bce e in particolare la dimensione (e qualità) dell’espansione quantitativa di liquidità annunciata nelle ultime settimane.

Aspettative. L’odierno controshock petrolifero si verifica in una situazione in cui le aspettative di inflazione hanno già preso, da tempo, ad allontanarsi dall’obiettivo di medio termine della Bce per l’area euro (2%). Il rischio più che concreto è che la sconnessione tra attese degli operatori e target Bce si rafforzi col ridimensionamento del greggio. Presentiamo su questo qualche evidenza per l’Italia.

Fig. 3- Italia: inflazione negli acquisti ad alta frequenza e aspettative a breve (qualitative) dei consumatori 20150115-SCN-Grafico3 Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat.

Il punto cruciale per la politica monetaria in questa fase è la dipendenza delle aspettative dall’inflazione corrente piuttosto che dagli obiettivi che la banca centrale afferma di voler perseguire. Nella figura 3 si riportano, sull’asse orizzontale, l’inflazione mensile misurata sui beni e servizi a elevata frequenza di acquisto e, sull’asse verticale, le attese delle famiglie sull’inflazione futura. Per quanto riguarda la prima variabile, è presumibile che la dinamica dei prezzi degli acquisti ad alta frequenza (il cosiddetto carello della spesa) sia la componente che più influisce sulla percezione delle famiglie circa l’andamento dell’inflazione. Per quel che concerne la seconda variabile, essa misura le attese qualitative dei consumatori per i mesi successivi a quello della rilevazione ed è data dalla differenza tra la percentuale di coloro che si attendono un incremento dei prezzi più rapido (o costante) rispetto a quello corrente e la quota di coloro che si aspettano un incremento più debole[1]. La figura mostra una chiara rottura della relazione tra le due variabili nel periodo antecedente la crisi (2000-2007, pannello A della figura 3) e in quello successivo (2008-2014, pannello B). Mentre prima della crisi le attese apparivano slegate dall’inflazione osservata, dal 2008 vi è una evidente correlazione (0,62, sulla base della retta interpolante). E’ come se in un periodo di forte incertezza, quale è il 2008-2014, le aspettative delle famiglie fossero divenute adattive: molto più legate all’osservazione delle dinamiche correnti e, quindi, molto meno influenzate dall’obiettivo della Bce che da quelle dinamiche è andato, dal 2013, sempre più distanziandosi. E’ un segnaledi disancoraggio delle attese.

La figura 3 suscita un’ulteriore osservazione sul nesso tra aspettative, da un lato, e effetti del greggio, dall’altro. Le aspettative dei consumatori sono divenute più sensibili, nel corso della crisi, alle dinamiche dei prezzi per gli acquisti di ogni giorno. Sono quelli su cui incide in modo diretto il calo del petrolio (prezzo dei carburanti). Osservare, dunque, che l’inflazione core (al netto dell’energia e degli alimentari), pur molto bassa, resta in territorio positivo (+0,6% a dicembre) può risultare meno rilevante, per la lettura di come si orientano le aspettative, della piega negativa che ha preso la dinamica dei prezzi ad alta frequenza di acquisto dopo la caduta dei corsi del greggio (-0,5% a dicembre).

E’ vero che le attese dei consumatori, misurate dalle inchieste congiunturali, si riferiscono alle dinamiche previste nel breve termine (a tre-quattro mesi), mentre le aspettative rilevanti per la conduzione della politica monetaria (del cui disancoraggio si preoccupa la Bce) sono quelle di medio termine, in un periodo di circa cinque anni. Tuttavia in un comportamento adattivo, come quello che emerge negli ultimi anni, ciò che si prevede per il breve termine può influire su ciò che si attende per il medio termine. Inoltre, le indicazioni di cui si dispone dipingono un quadro di attese già molto depresso anche per il medio periodo.

Fig. 4 – Aspettative (quantitative) di inflazione nel mercato dei Btp (differenza in punti percentuali tra rendimenti nel mercato secondario dei Btp ordinari e di quelli indicizzati con analoghe scadenze)1 20150115-SCN-Grafico4 1 Quotazioni del 9 gennaio 2015. Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Il Sole 24 ore.

Una misura delle aspettative (quantitative) di inflazione può essere ricavata dalla differenza di rendimento nel mercato secondario tra i buoni poliennali del tesoro ordinari (Btp) e quelli indicizzati all’inflazione (Btpi e Btp€) con simili scadenze. Poiché i primi non sono protetti dall’inflazione, mentre i secondi lo sono, la  differenza tra i rispettivi rendimenti rivela la previsione implicita del mercato circa la dinamica futura  dei prezzi. Come mostra la figura 4, le aspettative sul tasso di inflazione italiano che si formano in questo mercato (con riferimento ai Btpi, pannello A) sono estremamente basse: negative (i buoni indicizzati rendono più di quelli ordinari) nei prossimi tre anni, vicinea zero nel 2020. Le aspettative relative al tasso di inflazione euro (con riferimento ai Btp€, pannello B) sono solo marginalmente più elevate di quelle relative all’inflazione italiana, ma risultano sempre negative nella prospettiva dei prossimi anni e pari ad appena lo 0,2% nel 2021 (0,4% nel 2023).

Politica monetaria. La Bce è chiamata, sin dalle prossime settimane, a cercare di neutralizzare queste tendenze. Essa deve contrastare il radicarsi nell’economia delle spinte disinflazionistiche e la caduta delle aspettative che vengono dal petrolio. E lo deve fare supplendo all’esaurimento delle munizioni convenzionali a sua disposizione (la riduzione dei tassi) con lo strumento non convenzionale dell’espansione della liquidità. E’ il quantitative easing (Qe), già perseguito con decisione dalla altre banche centrali e contemplato, infine, anche dalla Bce: acquisti significativi e prolungati nel tempo di titoli pubblici e privati nel mercato secondario. Il Qe dovrebbe conseguire quel che non si può fare più con lo strumento convenzionale: abbassare cioè i tassi di interesse reali, creando inflazione e soprattutto aspettative di inflazione. Riuscirà la Bce in questa impresa? Qui sorge un punto delicato. Quando la Bce  afferma di voler puntare a realizzare l’obiettivo statutario di un’inflazione al 2% per l’eurozona, sta praticamente dicendo di voler perseguire un’inflazione al 3% in Germania. E questo non per un solo anno, ma per tutto il tempo in cui la dinamica dei prezzi dei periferici dovrà rimanere sotto quella tedesca per correggere gli squilibri intra-area (Germania al 3%,periferici all’1% e quindi area euro al 2). Accetta la Germania una simile prospettiva? Il dubbio è che la resistenza tedesca nasconda sotto la nobile preoccupazione che il Qe allenti la pressione a risanare sui periferici, la meno nobile intenzione di bloccare o rendere sostanzialmente inefficace quella che è l’unica politica monetaria idonea per l’area euro, ma che contrasta con gli interessi tedeschi.

Ma quanto dovrebbe essere grande l’intervento a cui la Germania si oppone? Per giungere a una stima approssimativa ci si può chiedere quale è la riduzione del tasso di interesse di policy che sarebbe oggi necessaria per risollevare l’Europa e quanto grande deve, quindi, essere l’aumento della quantità di moneta che equivarrebbe a quella riduzione del tasso nominale di policy.

A questo scopo, nella tabella 1 si riportano il tasso di rifinanziamento vigente della Bce (0,05%) e quello che sarebbe desiderabile sulla base di una policy rule che fa dipendere il tasso di rifinanziamento Bce dal gap dell’inflazione (nell’accezione core e a tassazione costante) rispetto all’obiettivo (2%) e dal gap del  tasso di disoccupazione rispetto al Nairu (o disoccupazione strutturale nella stima Oecd). Se l’inflazione è al livello dell’obiettivo e il gap di disoccupazione è nullo, il tasso desiderato della Bce è uguale a quello di equilibrio[2]. Quest’ultimo è cruciale nel determinare l’appropriatezza della politica monetaria e dipende, a sua volta, dal tasso di interesse reale che assicura l’equilibrio di pieno impiego nell’economia (TIRE). Tale tasso non è, però, costante. Esso scende nelle recessioni ed è presumibile che nella lunga crisi dell’economia euro si sia portato stabilmente su un valore negativo: impossibile da raggiungere quando il tasso nominale di policy è al limite zero e le aspettative di inflazione sono in forte deterioramento.

Come si vede dalla tabella il tasso di interesse vigente della Bce (0,05%) è superiore a quello desiderato, anche supponendo che il tasso di interesse reale di equilibrio (TIRE) non abbia subito un abbassamento con la crisi (con TIRE=2%, il tasso di policy desiderato è -0,15%). L’allontanamento dal tasso vigente diventa ben più marcato quando si considera che il tasso di interesse reale di equilibrio si è sostanzialmente ridotto con la recessione. Se esso fosse divenuto nullo (TIRE=0), il tasso di interesse desiderato dovrebbe essere pari a circa -2%. Se, più realisticamente, si assume che il TIRE sia divenuto negativo (TIRE=-1,5%), il tasso di policy desiderato scenderebbe a quasi -4%. Nella tabella si riporta, poi, un analogo esercizio condotto per l’Italia, stimando il tasso desiderato di policy adeguato per la situazione della nostra economia[3]. In generale, si evidenzia che se l’attuale livello del tasso Bce (0,05%) è restrittivo per l’area euro, lo è molto di più per un’economia come quella italiana che ha un’inflazione più bassa i quella europea ed è in condizioni cicliche peggiori. Assumendo per l’Italia il tasso di interesse reale di equilibrio negativo ipotizzato per l’area euro (TIRE=-1,5%), il tasso di policy desiderato sarebbe -6,7%. Occorre, però, considerare che, data la prolungata recessione, il TIRE italiano si dovrebbe collocare a un livello più basso di quello dell’area euro.

Tab. 1 – Tasso di interesse di policy della Bce vigente e quello che scaturisce da una funzione di reazione di policy in tre differenti ipotesi del tasso di interesse reale di equilibrio, TIRE (TIRE=2%, TIRE=0,0%, TIRE=-1,5); stime riferite a fine 2014 20150115-SCN-Grafico5 Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Bce, Eurostat, Oecd

Se questi sono gli ordini approssimativi di grandezza della contrazione che sarebbe desiderabile per il tasso di policy della Bce, quanta immissione di quantità di moneta sarebbe necessaria per raggiungere un effetto comparabile? Nelle discussioni in corso si fa riferimento a cifre comprese in un intervallo molto ampio, tra 500 e 1.000 miliardi di euro. Un’iniezione di 1.000 miliardi (pari a circa 80 al mese) sarebbe equivalente, secondo valutazioni basate sull’esperienza di Qe americana e inglese, a una riduzione del tasso di policy di circa 200 punti base nell’arco di un biennio. Prendendo a riferimento le stime della tabella 1, ciò sarebbe un intervento adeguato per l’area euro se il tasso di interesse reale di equilibrio si fosse semplicemente annullato. Un simile programma risulterebbe, invece, insufficiente se il tasso reale di equilibrio europeo fosse diventato negativo. In questo caso occorrerebbero interventi ben più consistenti, nell’ordine dei 100 miliardi e più di euro al mese. Per la recessione italiana un simile programma sarebbe un fattore importante anche se non decisivo, essendo una misura studiata per la situazione media dell’area euro da cui l’Italia si discosta, come mostra la tabella 1, in negativo.

Qualità e credibilità. La determinazione della dimensione teoricamente adeguata del Qe non esaurisce, però, il discorso sull’efficacia della politica monetaria. Oltre all’entità contano molto la qualità dell’intervento e le modalità di comunicazione. Per la qualità si può osservare che il Qe non può prescindere dall’acquistare titoli del debito pubblico di tutti i paesi membri dell’unione monetaria. Solo in questo modo si possono, infatti, raggiungere le dimensioni richieste. Sotto questo aspetto qualità è sinonimo di quantità. Inoltre, non sarebbe accettabile la messa in capo alle singole banche centrali nazionali degli acquisti dei titoli di stato dei rispettivi paesi: si tratterebbe della negazione della politica monetaria unica.

Ma la comunicazione svolge forse il ruolo più decisivo. L’obiettivo dell’intervento è quello di modificare le aspettative di inflazione, riportandole dai livelli attuali, ulteriormente depressi dal petrolio, al 2%. A questo fine la Bce deve essere in grado di convincere gli operatori che il Qe durerà per tutto il tempo necessario, ovvero anche quando l’inflazione euro si sarà riportata al 2%, perché non conta la realizzazione del target in  un singolo mese o anno, ma il fatto che esso venga incorporato stabilmente nelle aspettative future. E’ la parte più difficile per una banca centrale, ancor più per la Bce alle prese con le resistenze tedesche che minano la credibilità di simili impegni. Per questo il Qe è necessario, ma non è detto che sia sufficiente.

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[1]Nella figura le attese in ogni mese sono associate all’inflazione rilevata nel mese precedente: le attese di dicembre 2014 sono associate all’inflazione dei beni e servizi acquistati con alta frequenza di acquisto di novembre 2014.

[2]La funzione di reazione della Bce (policy rule) è la regola di Taylor basata sull’impostazione proposta da A. Udibe, “The European Central Bank Must Act Aggresively to Restore Price Stability in the Euro Area”, in Rebuilding Europe’s Common Future, The PIIE Biefing, n. 14-5, December 2014. Essa ha la seguente specificazione:

Tasso desiderato = TIRE + inflazione core + 0,5 x (inflazione core – 2%) + 0,5 x 1/okun x (Nairu-tasso di disoccupazione)

Dove 1/okun è il reciproco del coefficiente di Okun (che descrive la relazione tra variazione della disoccupazione e variazione dell’attività economica); per questo coefficiente si assume un valoreuguale a 0,5. L’inflazione core è al netto delle tasse indirette. Quando i due termini in parentesi sono pari a zero, l’economia è in equilibrio e il tasso di interesse desiderato è uguale al suo valore di equilibrio (TIRE + core inflation).

[3]Per l’Italia si assume un tasso di inflazione obiettivo dell’1,5%, considerando che la dinamica dei prezzi del nostro paese deve collocarsi sotto quella media dell’area euro.

Finalmente flessibilità. Ora il patto di stabilità è un po’ più intelligente

di Gianni Pittella su Huffington Post

Si potrebbe dare fiato alle trombe. Ma non lo facciamo. Vogliamo solo salutare, con un pizzico di legittima soddisfazione, quel che è avvenuto in sede europea dopo tanto parlare, in questi ultimi mesi, della battaglia tra austerità e crescita. La Commissione Juncker ha mantenuto la promessa e ha consegnato il suo regolamento sul famoso fondo europeo per gli investimenti strategici.

É significativo che ciò sia avvenuto nel giorno di chiusura del semestre di presidenza italiana a poche ore dal resoconto svolto nell’aula di Strasburgo dal presidente Renzi. Ed è importante che la politica di flessibilità possa tagliare oggi un importante traguardo. A dimostrazione che le battaglie politiche condotte con convinzione e fermezza si possono vincere.

Questo rapporto – un vero e proprio testo legislativo – è adesso una realtà. Si tratta di quel provvedimento così tanto atteso che punta in tre anni a mobilitare più di 300  miliardi di investimenti pubblici e privati per favorire la crescita e l’occupazione. Vogliamo e dobbiamo essere chiari e leali quando si evocano cifre che possono alimentare, a torto o a ragione, delle facili aspettative.

Il piano varato dall’esecutivo comunitario, a pochi mesi dal suo insediamento, non promette la Luna. Ma costituisce – questo è indubbio – una inversione di tendenza, e dunque di azione politica economica, negli atti e nei comportamenti delle Istituzioni dell’Ue. Grazie a questo, possiamo registrare un primo successo. Con la mobilitazione di risorse pubbliche e private. Più ci sarà fiducia e ottimismo, più il piano agirà a cascata in un moto – ci si augura – che trascini e gonfi il vento della crescita.

Non è retorica, ma una possibilità reale. Proprio perché stavolta l’Europa si impegna con risorse importanti agevolando gli Stati membri i quali potranno scorporare quelle spese per gli investimenti. Dopo sei anni di crisi si comincia a prendere coscienza della necessità di un’inversione di tendenza. Forse non è esagerato affermare che da questo momento può iniziare anche un nuovo modo di servirsi della costruzione europea, mettendo l’accento su lavoro e sul sociale provando a bandire l’immagine, costruita spesso ad arte, di un’Unione nemica dei popoli e amica della Finanza.

Nell’azione dell’Unione non ci sono mai state inversioni di rotta repentine. Ma accelerazioni certamente. Questo evento politico, che mette in testa nell’agenda europea un intervento di considerevole portata nella sfida alla crisi economica che scuote il continente da parecchi anni, è uno di questi momenti. Un passo avanti, un cambiamento sostanziale nel modo di affrontare le questioni più sensibili e urgenti. Stiamo parlando di uno strumento di azione economica, che dovrà essere approvato dai due legislatori (Parlamento europeo e Consiglio dei ministri Ue) entro il prossimo mese di giugno, un “colpo di frusta” per l’economia europea come ha detto Juncker.

La Comunicazione sulla flessibilità nel patto di Stabilità e crescita, approvata ieri e alla cui definizione il nostro gruppo ha contribuito in maniera decisiva, fa diventare il Patto di stabilità e di crescita meno stupido (come disse Romano Prodi) e anzi, lo rende più intelligente. Perché – ecco il punto politico più interessante – introduce una quota di flessibilità e un margine di manovra per i bilanci dei Paesi che hanno una sofferenza dal punto di vista del debito e che intendono investire massicciamente per il rilancio delle proprie economie. È quel che si voleva? Certamente, anche se si tratta di un primo passo. Ma già da solo rappresenta una spinta formidabile se saremo capaci di sfruttarla in pieno. Utilizzando in maniera efficace e produttiva le risorse, specie quelle contenute nei Fondi Strutturali.

Di sicuro, il piano di Bruxelles non imporrà, come taluno aveva fatto credere, alcuna imposizione di riforme “dall’alto”. L’Europa punitiva, questa volta, non ha trovato acqua in cui nuotare. Anzi, gli Stati nazionali che contribuiranno al Fondo di Investimento della Bei, si vedranno riconosciuti e non conteggiati questi sforzi del loro bilancio e gli Stati impegnati in riforme strutturali interne vedranno riconosciuto questo loro operato. Inoltre, la cosiddetta “regola d’oro” funzionerà anche se il limite del 3% resta, per il momento, non rimuovibile. Non cesseremo, ovviamente, di batterci.

Ci sono, dunque, una serie di condizioni che hanno il segno del cambiamento. Si tratta di cogliere al volo questa opportunità. L’Europa, come si vede, può cambiare. Anche se ciò costa sempre un lavoro paziente, a volte testardo, e di lunga lena. Una strada si è aperta. Tocca a noi, agli Stati, alle forze politiche, di asfaltarla e renderla transitabile. Per allontanarci definitivamente dalla cieca austerità.

Terrorismo e Economia. Cosa genera il sonno della ragione

di Francesco Grillo

“L’obiettivo del terrorismo è, appunto, terrorizzare; proprio come quello dell’omicidio è uccidere; ed il

potere è definito dal potere in se che è il suo unico fine”.  È George Orwell a dare la migliore (e più

semplice) definizione di cosa è il terrorismo nel famoso libro (1984) che racconta cosa stiamo diventando.

L’unico filo rosso che unisce, dunque, le brigate rosse ai fondamentalisti islamici è il fatto che la finalità

ultima dei loro atti è quella di produrre, attraverso il terrore, una reazione da parte delle opinioni pubbliche

e delle classi dirigenti di intensità uguale e direzione opposta; in maniera tale da aumentare il livello di

scontro e la capacità di fare proseliti disposti a combattere per il proprio disegno politico.

Ma cosa produce all’inizio questo terrorismo che ha la capacità di alimentarsi della rabbia dei suoi nemici?

Qual è il legame tra terrorismo ed economia? Sono figli della crisi i soldati – arabi e occidentali – che si

arruolano da volontari negli eserciti della “guerra santa”? Ed in che misura è vero che è la povertà delle

periferie (ad esempio, di Parigi) il brodo di cultura del terrore che dobbiamo urgentemente prosciugare?

Alan Krueger, il professore di Princeton che presiede il Council dei consulenti economici di Barack Obama,

ha scritto qualche anno fa uno dei pochissimi libri che cerca di studiare la relazione tra terrorismo – definito

come nella citazione di Orwell – e le principali variabili economiche e sociali. Il risultato più sicuro è che il

numero di attacchi terroristici non aumentano, come qualcuno ci si aspetterebbe, con il diminuire del tasso

di crescita dell’economia: essi sono molto cresciuti negli ultimi dieci anni, proprio nel periodo di più elevata

crescita dell’economia globale. Non è vero, inoltre, che i terroristi nascono nel Sud del mondo per assaltare

il Nord ricco: il 90% delle vittime sono mussulmani, con l’Iraq e il Pakistan che da soli contano la metà delle

vittime. Non è, infine,  vero che – come hanno sostenuto erroneamente alcuni Presidenti degli Stati Uniti –

quanto più un individuo è povero o poco istruito, tanto più aumenta la possibilità che diventi terrorista: la

biografia dei terroristi che realizzarono il più famoso degli attacchi terroristici della storia a Manhattan,

dimostra che, al contrario, il background ideale è quello di persone che vengono da classi almeno medie e

che hanno avuto la possibilità di rafforzare attraverso lo studio le proprie convinzioni e la conoscenza del

“nemico”.

Indubbiamente per compiere un’azione il cui successo dipende dall’assoluta disponibilità a sacrificarvi la

propria vita, bisogna essere “disperati” e, magari, disoccupati come i fratelli Kouachi. Ma è una

disperazione diversa da quella di chi si trova nei villaggi rasi al suolo in Nigeria dai terroristi di Boko Haram o

da quella dei piccoli imprenditori italiani che di fronte all’ennesima cartella esattoriale hanno preferito

togliersi la propria di vita piuttosto che fare violenza agli altri. Perché alla disperazione deve unirsi un

progetto politico che chiama all’azione. Un’ideologia, un’idea di un mondo che possa essere diverso qui o

nell’aldilà e qualcuno capace di fornirla. Il terzo terrorista di Parigi aveva provato entusiasmo per

un’iniziativa di Sarkozy per creare occupazione tra i giovani, prima di convincersi che non c’è alcuna

possibilità di cambiare il mondo attraverso strumenti normali e convertirsi alla follia di Al-Baghdadi.

Dunque non è, in se, la crescita economica o il reddito pro capite che prevale in un certo Paese a rendere

più probabile il terrore. Esso, invece, può trovare terreno fertile tra i giovani che non lavorano e neppure

studiano (in Europa ci sono sei milioni di individui sui quali si è scaricato quasi per intero il costo della crisi)

e dove la democrazia fa fatica ad includere e gli esclusi cominciano a credere in un progetto radicalmente

alternativo. Più della crescita globale mai così forte, conta, dunque, la diseguaglianza che non è mai stata

così grande: secondo un recente studio del Credit Suisse l’8,6% della popolazione mondiale detiene l’85,3%

della ricchezza del mondo. Essa divide, però, non più gli Stati ricchi e quelli poveri, ma all’interno degli stessi

Stati pochissimi milionari e tantissimi la cui sopravvivenza dipende dal proprio lavoro: ciò produce conflitti

che sono regolati quindi sempre meno dalle guerre tra Paesi, e sempre di più attraverso scontri all’interno

di essi.

Più precisamente ciò che genera terrorismo è la disintegrazione di una Società in pezzi che non riescono più

a comunicare, a regolare i conflitti attraverso ciò che chiamiamo democrazia. E tra le quali non è più

possibile per un individuo transitare: del resto, è la mobilità sociale che spiega perché gli Stati Uniti hanno

conosciuto – almeno fino all’11 Settembre – poco conflitto di classe e, persino, poco terrorismo.

Ad osservare i numeri verrebbe da dire che, dunque, una società aperta diventa meno vulnerabile solo se

riesce ad aprirsi di più e con maggiore intelligenza. Se riesce ad essere più mobile, il contrario di ciò che

suggerisce chi vorrebbe più muri; se rafforza o forse reinventa una democrazia capace di includere

chiunque paghi le tasse (inclusi gli immigrati), invece di rattrappirsi ulteriormente; se riesce a passare

dall’idea dell’integrazione (o del multiculturalismo o della tolleranza come semplice accettazione) ad una

più avanzata di incontro dinamico tra visioni diverse del mondo che si innovano interagendo (e

competendo che è nozione diversa da quella di chi stancamente continua a raccomandare dialogo). Se si

pone – sul piano economico – l’obiettivo di aumentare il numero di giovani che hanno un lavoro

sufficientemente stabile o studiano (in Italia si trovano un quarto di quelli che non lo fanno in Europa e

questa è, forse, la notizia più preoccupante per il Ministro degli Interni) che è un aspetto collegato ma non

coincidente con la crescita.

Certo tutto ciò può essere visto in contraddizione con l’esigenza più immediata di evitare che, come è

successo a Parigi, un manipolo di guerrieri improbabili riescano a tenere sotto scacco centinaia di migliaia di

poliziotti, dopo aver colpito bersagli così clamorosamente annunciati da tempo. Con la necessità di colpire

all’origine e in maniera definitiva le fonti dalle quali arrivano armi, finanziamenti, assistenza logistica e

addestramento. Ma la contraddizione è apparente: si tratta di essere molto più efficienti sul presidio del

territorio e sulla richiesta che la dichiarazione dei diritti dell’uomo sia rispettata ovunque, in Siria così come

in Europa (e ciò richiede un’integrazione degli apparati di sicurezza e di difesa sulla quale siamo in ritardo di

quattordici anni); e, contemporaneamente, essere molto più inclusivi dando alla stessa dichiarazione

universale il significato attivo che chiunque la sottoscrive deve avere un’opportunità.

È stato bello vedere ieri nella città che ha fatto la rivoluzione che ha sancito che tutti gli uomini nascono

uguali, vedere Abu Mazen e Benjamin Netanyahu stringersi attorno alla stessa bandiera.  Alla fine, però, ciò

che conta è l’intelligenza che dimostreremo giorno per giorno. La capacità di ragionare di più, proprio

quando gli eventi incoraggiano il sonno della ragione. Se l’obiettivo dei terroristi è, come dice Orwell, quello

di diffondere la paura per vincere dove le armi della politica e quelle della guerra sono spuntate, allora

questa è una sfida non tanto tra noi e gli altri. Ma tra noi e noi stessi. Tra il progresso ed il fanatismo che ne

è l’ineliminabile alter ego. Tra la voglia di andare avanti e quella – che pericolosamente si insinua in

Occidente – di chiuderci in difesa di ciò che abbiamo e che si sta sgretolando.

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