Editoriali
Rassegnatevi, l’innovazione devasterà il vostro modello di business
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prestazioni;
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personalizzazione.
Papa Francesco, la semplicità di un innovatore
di Prof. Mario Raffa
Ecco la riflessione di questa settimana pubblicata su “Luci sull’innovazione”, la rubrica settimanale in edicola sul Denaro di sabato 21 marzo. Il giornale di economia esce in abbinata con Il sole 24 Ore.
Papa Francesco oggi sarà per le vie di Napoli. Un evento storico. Il Santo padre non starà fermo a dire messa, “ma girerà per la città” – fa sapere il sindaco – incontrerà la sua gente, conoscerà i suoi odori, i suoi sapori, entrerà nel suo ventre gioiso e martoriato.
Il Papa, si è letto in questi giorni, è una speranza, una scossa. È la massima autorità spirituale, la più potente, la più illuminante. Eppure, una delle caratteristiche di Francesco, una cosa che colpisce e che può fare da monito soprattutto ai giovani, è proprio l’uso di questa sua grandezza. La semplicità con cui la esibisce. La sobrietà che in genere è segno di una sostanza superiore alla forma. E a pensarci a fondo, per tutti quelli come noi che parlano di innovazione, di un domani diverso – in sostanza – c’è molto da imparare dal Papa. Soprattutto dal suo atteggiamento. In fondo anche lui è un uomo del Sud. Un argentino, per di più. E non è un caso, forse, che la nostra sia la prima metropoli del mezzogiorno d’Europa, che il Papa visita. Ringraziamolo, strappando lui i segreti della sua forza. Oltre la sua veste.
Il popolo sovrano al centro dell’innovazione della Rete
di Giuseppina Bonaviri
Tra Landini e Papa Francesco c’è il popolo sovrano che ritorna, un popolo che per noi della Rete da sempre rappresenta lo Stato Innovatore. Da anni lavoriamo, in questa terra complessa e ostile, perché avvenga la trasformazione auspicata. Partiti, politici, rappresentanti eletti continuano ad oscurare progettualità dal basso osteggiando la nostra gente e costringendola a convivere con malaffare e microcriminalità, lontana da un percorso innovativo condiviso su progetti e status sociale equo, lontana dal bene comune. Questo plotone di “ esecutori” ha azzoppato merito e talento penalizzando le eccelenze per dare spazio solo a collusi e potentati. Cultura civica, identità, appartenenza sono stati azzerati da chi detiene l’economia ma non le idee, in un territorio martoriato e dissacrato dalla mala politica. La gente deve potersi riappropriare dell’agorà politica locale e giovarne come di un benessere normalizzatore. Una battaglia comune contro solitudine e personalismo, contro inadeguatezze e sottocultura obbligate da chi asservito, invece di assicurare spazi di democrazia partecipativa pulsante come cuore della coscienza critica di un luogo, custodisce veleni e tempeste distruttive senza contradditorio, su derive.
Siamo stanche-i di subire. Una alternativa possibile c’è, anche nella nostra provincia: agire sul senso comune con forme solidaristiche e di aiuto reciproco lavorando a favore dei principi non negoziabili. Lo stato sociale nacque da una alleanza tra ceti popolari e medi che divenne paradigma di civiltà e progetto politico. Dopo anni si ritorna a parlare di “misericordia” (meglio dire di come riconoscere il proprio e altrui male) via maestra per passare alla liberazione di chi, diventato schiavo di una non morale, necessita di azioni riformistiche sull’etica e sui diritti. L’economia uccide, la società esclude, la globalizzazione crea indifferenza degli sfruttati e degli oppressi. Favorire un percorso preferenziale, una marcia dei diritti negati, la caduta di frontiere mentali per una reciproca accoglienza che vada oltre ogni forma di barriera, è obbligo morale per noi della Rete. Non permetteremo più aggressioni da parte di una classe politica inqualificabile che abbassa lo sguardo a danno di chi voce non ha.
Ecco allora che nasce la Piattaforma condivisa 2.0. Una dimensione sociale che va nella direzione di agevolare e far prendere coscienza del potere reale d’azione che il cittadino ha, al cittadino stesso nel proprio contesto di appartenenza. Un progetto di analisi del rapporto tra territorio e collettività quale performance pubblica per la creazione di una nuova memoria. La Rete intende proseguire il percorso, intrapreso da anni, sulle buone pratiche nella trasformazione del sociale diventando quel ricercatore sociale – un melting-pot di relazioni, appartenenze, esperienze, culture, tradizioni, saperi – che studia la Comunità. E’ possibile rispondere ai bisogni che vanno oltre le necessità materiali per contestualizzare nuove esigenze legate alla qualità del tempo libero, all’identità, alla libera espressione delle proprie capacità. Raffigurare le dinamiche interne ai gruppi, alle organizzazioni, alle istituzioni, ai cittadini cercando di interpretare i rispettivi bisogni ed aspettative è partecipazione. La Piattaforma da, così, il via alla creazione di un laboratorio sperimentale di metodi e processi corali partecipativi all’interno della comunità locale. Gli strumenti utilizzati corrisponderanno ai metodi della ricerca di azione potenziati dalla attivazione all’unisono dei cittadini, unico mezzo di conoscenza e apprendimento delle pratiche di Innovazione sociale. Dare forma alle idee permetterà di leggere da una nuova angolazione il contesto osservato. Ne discuteremo insieme agendo sulle realtà locali a partire dal capoluogo.
Con una visione proiettata all’impegno e al sentimento di potere/possibilità percepita a partire dal singolo si promuoveranno cambiamenti negli atteggiamenti e nei comportamenti collettivi. Non ci sentiamo vittime predeterminate di una società liquida bensì i fruitori di questa nuova dimensione. Dimensione che consentirà, nell’immediato, l’ evoluzione del Popolo a Stato Innovatore.
Il vento nuovo sugli investimenti (EFSI)
di Gianni Pittella su Il Sole 24 Ore
Il piano Juncker prende corpo e con esso le speranze che dall’Europa arrivi finalmente un forte impegno su crescita e investimenti capace di invertire la tendenza dopo anni di cieca austerità. La decisione del governo italiano di iniettare 8 miliardi di euro a sostegno del Fondo Europeo di investimenti strategici (Efsi), unita agli impegni annunciati da altri importanti governi europei – Francia, Germania in primis – segna una svolta per il Piano Juncker.
Non era scontato. Non è stato facile arrivare dove siamo oggi. Il braccio di ferro tra Commissione, governi nazionali e Parlamento europeo ha raggiunto livelli di tensione visti di rado dalle parti di Bruxelles. L’obiettivo era chiaro e il gruppo dei Socialisti e Democratici ha da subito indicato nel lancio di un consistente piano di investimenti la condizione decisiva per il sostegno alla Commissione Juncker. La nostra memoria è spesso corta. Ma dovremmo sforzarci di ricordare da dove siamo partiti. Fino a qualche mese fa, con Barroso, si parlava solo di stabilità. La crescita era scomparsa dal vocabolario europeo e con essa ogni ipotesi di interpretazione ‘intelligente’ della flessibilità. Ora il vento è cambiato a Bruxelles, grazie anche al lavoro negoziale portato avanti dal nostro gruppo e della presidenza italiana. Una vittoria per tutta l’Europa contro i sacerdoti della dottrina dell’austerità intransigente. Siamo di fronte ad una congiuntura eccezionale. Da una parte il piano Juncker con un rinnovato approccio alla flessibilità. Dall’altra, una Banca centrale europea che, grazie al Quantitative easing e alla lungimiranza di Mario Draghi, si è ormai trasformata in un solido fattore di crescita e stabilità dei mercati. I governi sono chiamati a fare la loro parte a livello di riforme. A noi come Socialisti e Parlamento europeo spetterà rafforzare e puntellare le basi del piano Juncker. Il Parlamento europeo sta ora esaminando la proposta legislativa della Commissione. Nell’incontro avuto con il presidente Juncker nel corso dell’ultima sessione del Parlamento a Strasburgo, il gruppo Socialista e Democratico ha ribadito l’impegno ad approvare il fondo prima di luglio. Un impegno però che passa dalla necessità di rafforzare i fondamenti del piano per renderlo uno strumento tangibile al servizio della crescita. Di fronte ai rischi di deflazione e stagnazione, con i movimenti euroscettici, xenofobi e populisti ovunque in crescita in Europa e di fronte ad una crisi sociale e economica lacerante, nessuno può permettersi il lusso di mancare questa occasione.
L’Efsi per andare veramente ad incidere deve potersi concentrare sulla qualità dei progetti di investimento e sul loro impatto sull’economia reale. In altre parole, la valutazione dei progetti non dovrà riguardare unicamente il progetto in sé ma dovrà prendere in considerazione la sua abilità a innescare ulteriori investimenti dal settore privato. La sfida, insomma, sarà puntare certamente alla crescita ma con un occhio speciale alla qualità degli investimenti, anche per ridurre la forbice tra le zone più e meno ricche del continente e d’Italia. Si dovrà quindi considerare come prioritari quei progetti che non riescono a finanziarsi direttamente sul mercato proprio alla luce del profilo di rischio più elevato. Ci si dovrà inoltre concentrare su settori decisivi per la crescita europea quali le infrastrutture, la banda larga e l’efficienza energetica. Fondamentale per consolidare il fondo sarà il ruolo – da rafforzare – delle piattaforme di investimento e delle banche nazionali di sviluppo. Realtà come la Cassa Depositi e Prestiti in Italia o la Caisse Depots et Consignations in Francia, per citarne solo alcune, devono diventare le protagoniste della nuova stagione d’investimenti inaugurata dal piano Juncker. Serve un legame tra questi attori e il nuovo fondo perché essi hanno capitale e le expertise necessarie che potranno servire le ambizioni dell’Efsi. È chiaro che gli Stati membri debbono essere incentivati a contribuire finanziariamente alle piattaforme di investimento e alle banche di sviluppo inserite nel sistema Efsi. E per fare questo i contributi degli Stati membri alle piattaforme e alle banche promozionali dovranno essere scomputati dal patto di stabilità e crescita, non considerati quindi come debito o deficit.
La creazione del Fondo europeo di investimenti strategici può diventare il laboratorio su cui sviluppare una nuova sinergia tra capitali pubblici e privati. Se vogliamo investire sul futuro dell’Europa c’è bisogno dello sforzo di tutti. La partita è iniziata. E non ci saranno tempi supplementari.
Confronti internazionali. Scongeliamo la foresta pietrificata degli statali
di Francesco Grillo
La trasformazione anche drastica della pubblica amministrazione si può fare. Può essere superata – come promette il ministro Madia – l’idea che i dirigenti siano inamovibili e che la carriera si svolga a prescindere dai risultati. Ed è possibile sciogliere il paradosso – di dover affidare l’attuazione del cambiamento a chi si è specializzato a resistervi – che ha prodotto il fallimento di vent’anni di riforme. Esiste una strada – pragmatica – per rimuovere i vincoli che finora hanno condannato l’amministrazione pubblica ad un declino progressivo e costretto qualsiasi “revisore della spesa” a partorire topolini.
È questo il messaggio che si coglie a leggere le storie del cambiamento nel settore pubblico negli altri Paesi europei in questi anni di crisi. Un rapporto presentato a Dublino la settimana scorsa dall’Agenzia dell’Unione Europea che studia l’evoluzione dei mercati del lavoro, fornisce elementi di comparazione internazionale che mancano nei discorsi che si fanno sulla riforma dell’amministrazione pubblica italiana.
In generale, la crisi ha fatto più vittime nel settore privato che in quello pubblico. Se dal 2008 i ventotto Paesi dell’Unione hanno perso complessivamente 7 milioni di posti di lavoro, il numero di dipendenti nel settore pubblico è rimasto grossomodo lo stesso. Il risultato deriva dalla spinta di due forze che si muovono in direzione opposta: da una parte la necessità di dover far fronte a debiti pubblici fuori controllo che ha portato ad una riduzione nel numero di dipendenti negli uffici centrali; dall’altra l’esigenza, soprattutto in settori come quello della sanità e dell’educazione, di far fronte a bisogni più diffusi (ed anche questo è, paradossalmente, un effetto della crisi), ma anche nuovi rispetto a quelli tradizionali e diversificati.
Se, a livello europeo, le due tendenze si sono bilanciate, nei Paesi – Italia, Spagna, Grecia – più colpiti dalla necessità di correggere i conti pubblici, l’effetto combinato è stato una riduzione nell’incidenza complessiva della spesa per il personale pubblico rispetto al prodotto interno lordo (in Italia siamo passati dall’11,3 nel 2008 al 10,1 nel 2014). Tuttavia, è interessante notare come la necessità di contenere la spesa delle amministrazioni pubbliche è stata gestita nei diversi Paesi europei.
L’Italia è tra gli Stati che meno hanno fatto ricorso alla riduzione degli stipendi che è stata fatta digerire, ad esempio, ai dipendenti delle Regioni che in Spagna sono ben più autonome di quelle italiane (anche se i confronti dell’OECD continuano a dire che i dirigenti italiani di prima fascia sono quelli più pagati e meno valutati). D’altra parte, siamo anche uno dei Paesi che hanno maggiormente utilizzato il congelamento dei contratti per evitare ulteriori aumenti salariali. Si è preferito, insomma, contenere utilizzando l’inerzia come leva.
La pubblica amministrazione italiana è, poi, l’unica, includendo nell’analisi anche quelli che non dovevano fare i conti con la necessità brutale di un taglio, a non aver mai realizzato veri e propri interventi di ristrutturazione di interi comparti. Tra gli esempi più eclatanti ci sono quelli della Polonia che, nel 2012, ha ridotto di cinquemila unità il numero dei poliziotti per effetto di una fusione di diversi corpi e degli inglesi che hanno diminuito, nel 2010, di quasi quattro mila persone gli organici dell’agenzia dell’entrata dopo un progetto di informatizzazione.
I confronti europei dicono, infine, che siamo quelli che maggiormente hanno fatto ricorso alla “tecnica” della riduzione percentualmente uguale della spesa nei diversi comparti e che ha usato di più la scure del blocco del turn over. Abbiamo, oggi, meno dipendenti pubblici solo perché non ne abbiamo assunti di nuovi: il risultato è, però, che la metà di essi ha più di cinquant’anni (negli altri Paesi europei sono un terzo) e siccome le remunerazioni sono legate all’anzianità, essi costano mediamente di più che all’inizio della crisi.
Il fatto è che, come dimostra uno studio condotto dal think tank Vision insieme a ricercatori dell’Università di ADAPT – Centro studi sui temi del lavoro fondato da Marco Biagi, negli altri Paesi europei è minore la differenza tra regole che disciplinano il settore pubblico e quello privato. Non esistono veri e propri “concorsi pubblici” in Inghilterra e i dipartimenti delle Università più prestigiose d’Europa hanno processi di reclutamento e conferma dei professori universitari assolutamente autonomi, come chiede il ministro Stefania Giannini. In Germania e in Francia, le mansioni possono cambiare e ciò è fondamentale per rispondere a discontinuità tecnologiche che rendono obsolete intere filiere produttive (dal rilascio di molti certificati al controllo fisico del territorio). In Spagna bastano tre trimestri in rosso per autorizzare la mobilità di dipendenti che lavorano presso enti pubblici in difficoltà finanziaria.
In Italia domina, invece, il vincolo sancito dalla Costituzione (articolo 97) che vuole che l’organizzazione degli uffici sia disciplinata dalla legge e, dunque, uniforme su tutto il territorio. Ed è questo il nodo gordiano che dobbiamo recidere senza contrapposizioni frontali. La fine del sistema del “tutto garantito” arriverà da robuste e progressive iniezioni di flessibilità che fanno bene a tutti: incoraggiando, ad esempio, lo scambio tra pubblico e privato; favorendo l’accumulazione di quel capitale umano (ad esempio, attraverso esperienze in altri Paesi) che rende più forti le persone e le organizzazioni.
Del resto, la più importante opportunità che il “quantitative easing” offre all’Italia è affrontare la madre di tutte le riforme – quella dell’amministrazione pubblica che è pre-condizione di tutte le altre – senza la fastidiosa sensazione di essere, in maniera permanente, sull’orlo del precipizio del default. Senza essere schiacciati dalla logica del taglio immediato che finisce con l’essere, inevitabilmente, lineare. È una finestra di opportunità quella aperta da Draghi che ha, però, il difetto di durare fino al Settembre del prossimo anno, quando dovremo ricominciare a confrontarci con mercati che non hanno alcuna pazienza.
Ed è per questo motivo che diventa urgente che il ministro Madia apra un dibattito sulla grande trasformazione, simile a quello che c’è in questi giorni sulla Scuola che della riforma della PA costituisce un’anticipazione.
Usciamo dal fortino delle revisioni della spesa destinate a spostare montagne per partorire topolini; abbandoniamo la nozione di riforma come evento palingenetico e sostituiamola con la nozione di cambiamento continuo nel quale i risultati tangibili a breve sono importanti quanto la strategia di lungo periodo; investiamo l’ossigeno che ci è fornito dalla diminuzione dei tassi di interesse per premiare i migliori e comprare “consenso” alla valutazione. Coinvolgiamo, come succede in Irlanda e Germania, il sindacato che non può non sentire in questo momento di avere un problema di ridefinizione della propria “rappresentanza”, in un confronto che parta dall’ovvia constatazione che un settore pubblico condannato all’inerzia, fa male a tutti, agli altri lavoratori e alla stessa credibilità dello Stato. E, dopo aver spento la prima candelina del governo con il JOBS ACT, poniamoci subito come obiettivo del secondo anno lo scongelamento della foresta pietrificata dell’amministrazione pubblica.
Piano Juncker: i punti fissi su cui non arretriamo
di Gianni Pittella
Buone notizie dall’Europa? So che non è facile di questi tempi forare il muro di scetticismo e di indifferenza, se non di ostilità, nei riguardi di un’Europa considerata, a volte non senza ragione, un peso oneroso e istituzione incapace di affrontare e risolvere i guai dei suoi cittadini.
Ma in queste settimane si è lavorato sodo, e con costrutto, in tutte le sedi di decisione dell’Ue e un clima di ottimismo comincia a farsi strada. Vale la pena sottolineare quel che sta avvenendo, grazie anche alla non facile intesa politica raggiunta tra i governi in seno al Consiglio europeo, nel campo finanziario e monetario.
La Politica (la P maiuscola non è posta per un refuso) ha compiuto le sue scelte di indirizzo verso la crescita e per allontanare la pratica dell’austerità. I tanto odiati tecnici, in questo caso appartenenti alla Banca Centrale, hanno avviato un piano di azione che sta producendo risultati che si credevano insperati.
L’idea geniale di Mario Draghi del “quantitative easing” sta dimostrando, nella pratica, tutto il suo potenziale tanto da porre davvero solide basi per aiutare i governi ad uscire dalla lunga e disastrosa crisi per incamminarsi verso un’economia di crescita e di rilancio dell’occupazione.
Detto in italiano, il “quantitative easing” vuol dire che la Banca centrale ha deciso di stampare moneta “fresca” per aumentare la liquidità del sistema finamoghernziario in modo che essa arrivi all’economia reale. Questo “QE” spinge alla diminuzione dei tassi d’interesse e dei mutui.
Concetti – tassi di interessi e mutui – che i cittadini, specie gli italiani, comprendono perfettamente. Quest’azione europea va spiegata, dunque, nelle forme più semplici, nelle ricadute reali sulla vita di tutti noi cittadini.
Qualche giorno fa, a Strasburgo, il Gruppo parlamentare “Socialisti e Democratici” ha invitato ad un confronto non formale il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e alcuni commissari (tra loro, l’Alto Rappresentante Federica Mogherini). Riunioni che facciamo con una certa regolarità. Perché, innanzitutto, vogliamo verificare passo dopo passo, e non solo in Aula, come procede il programma che caratterizza la Commissione che, lo sottolineo, abbiamo votato a precise condizioni. Juncker ne è consapevole e con lui esiste un rapporto di reciproca fiducia ma anche di ferma volontà, da parte nostra, di non recedere da alcuni punti fissi. Il principale è, appunto, quello di procedere senza deviazioni con il “Piano di investimenti” e sulla flessibilità.
Abbiamo ottenuto un cambio di direzione verso la crescita, grazie anche al commissario Pierre Moscovici. Ora dobbiamo accelerare e rafforzarla, per non rendere vani gli sforzi che sono stati compiuti e che stanno dando già i primi frutti.
Abbiamo ribadito a Juncker che l’EFSI, cioè il Piano per gli Investimenti Strategici – che intende mobilitare ben 315 miliardi di euro – deve riuscire a finanziare anche progetti ad alto rischio capaci di avere un serio impatto sull’economia europea e sollecitare il cofinanziamento degli Stati Membri attraverso l´incoraggiamento a finanziare le banche di sviluppo e le piattaforme di investimento.
In questo quadro va salutata con grande soddisfazione la decisione del governo Renzi di mettere otto miliardi a disposizione del Fondo, cosa che è stata molto apprezzata da Juncker e dal presidente dell’Eurozona, Jeroen Dijsselbloem.
Come si vede, c’è un’Europa in movimento. E su molti terreni. Per fare un altro esempio, abbiamo di fronte l’impegnativo tema della fiscalità. Non si tratta di una questione astrusa, bensì di un aspetto delle politiche europee che hanno un diretto impatto sulla vita dei cittadini perché – è bene ricordarlo – le decisioni legislative che provengono dall’Ue costituiscono ormai una buona fetta delle scelte dei governi nazionali. Abbiamo chiesto che siano fermi due pilastri: il no alla competizione fiscale e il principio che le tasse si pagano laddove si conseguono i profitti. Ci batteremo per questi obiettivi, insieme alla riduzione delle pesanti diseguaglianze sociali e alla conquista di un lavoro decente per tutti. Noi siamo in prima fila. Detto senza retorica e pronti a rendere conto del nostro impegno.
Chai Jing’s review: Under the Dome – Investigating China’s Smog
E’ nato il progetto di Area Vasta Smart dell’Ente Provincia di Frosinone – Presidente Giuseppina Bonaviri
Il progetto di Area Vasta Smart dell’Ente Provincia di Frosinone -Tavolo provinciale Patto di solidarietà sociale- nasce con l’intento di pianificare sviluppo ed innovazione per il miglioramento di un processo di coesione sociale aperto ai nostri territori.
La costruzione di una Reale Rete integrata nella direzione della sostenibilità complessiva delle funzioni di Area Vasta sovracomunale nata con protocolli di intesa attivati tra amministrazioni comunali e soggetti interessati alla cooperazione interterritoriale avvia un processo unitario di Linee Guida condivise quale accesso sinergico intra-istituzionale e promuove sperimentazione congiunta con approcci equi tra centro e periferia sia nel campo della Smart Region and City che della Smart Nation e Smart Specialisation, per il miglioramento della governance locale.
In sintonia con il mandato europeo sosteniamo da tempo che le diversità non sono un deterrente ma aiutano lo sviluppo delle menti e delle idee. Ecco allora che la Campagna di sensibilizzazione “ Diamoci la mano” che ci vede impegnate-i già dal 2014 nel territorio ciociaro quest’anno porterà avanti, nella macro area regionale ed oltre, un percorso di innovazione e modernizzazione grazie al coinvolgimento degli amministratori, delle scuole, della cittadinanza tutta. In occasione della giornata della donna o meglio del mese dedicato alle donne, la Campagna diviene l’occasione centrale per ribadire quali gli obiettivi che Governo ed Enti locali devono svolgere per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e della violenza fisica-sessuale-psicologica, di vittimizzazione nell’infanzia, di molestie sessuali e stalking, di abusi subiti via internet, per la promozione delle pari opportunità e come la partecipazione attiva ne determini il cambiamento.
Gli obiettivi enunciati nella Convenzione di Istanbul e nelle conferenze intra governative europee trovano riscontro nella sostanza solo se a partire dalle periferie italiane: ciò sta avvenendo nel nostro entroterra grazie al ferreo impegno promulgato in questo anno dalle-gli innumerevoli interpreti che hanno garantito alla nostra iniziativa provinciale di qualificarsi quale promotrice di buona pratica sopra i personalismi di progettualità anacronistiche.
Il mese di marzo sarà, per tutte-i noi, ricco di iniziative. La Campagna 2015 decollerà il 4 marzo presso l’atrio dell’Ente Provincia con una apertura artistica simbolica e, con scadenze periodiche, ci porterà a toccare le tante amministrazioni comunali ciociare che hanno aderito al Protocollo di intesa in sintonia con un percorso condiviso con le scuole primarie e secondarie. Prenderà il via, così, una maratona ricca di riflessioni a più voci e mirata alle criticità anche in materia di parità di genere. Si toccheranno temi quali l’uguaglianza nel lavoro, l’esigenza di conciliare lavoro, salari e famiglia e ancora dalla presenza delle donne nelle posizioni decisionali, della salute e dei diritti riproduttivi delle stesse nonché dalla carenza attuale di strutture scientifiche adeguate ad accogliere le enormi sfaccettature del mondo femminile e, innanzitutto, delle famiglie.
Dunque, attivando la costruzione di una reale “Rete delle Reti Integrata” tra società civile, amministrazioni ed istituzioni, movimenti e realtà coinvolte oltre il livello intra territoriale abbiamo segnato il passo di una evoluzione, meglio dire di quella svolta emancipativa del nostro entroterra che ricade con i suoi benefici sull’intera comunità.
Sarà l’occasione per riconfermare ancora una volta che la battaglia contro l’indifferenza e l’intolleranza riconsegna a tutto il genere umano diritti ed equità.
La rivoluzione della scuole in quattro mosse
di Francesco Grillo
La riforma sulla quale il Presidente del Consiglio ha deciso – dopo l’approvazione di quella del mercato del lavoro – di puntare sarà non solo “una riorganizzazione amministrativa” della Scuola, ma molto di più: la costruzione attraverso una riforma permanente e condivisa del nostro sistema educativo dell’idea “di cosa la Società italiana vuole essere tra trent’anni”. È’ un’intuizione da leader che scommette di poter durare per decenni quella che Matteo Renzi affida al Ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, che in settimana porterà al Consiglio dei Ministri un disegno di legge e un decreto legge che devono quadrare un cerchio fatto di emergenze immediate e visioni di medio termine. E degli interessi, spesso divergenti, di otto milioni di alunni e un milione di insegnanti.
Ma quali sono i nodi da sciogliere per poter dare sostanza – possibilmente non tra trent’anni ma entro l’inizio del prossimo anno scolastico – ad un progetto così ambizioso? Sono quattro le questioni sulle quali occorre una scelta: quella della risorse, della percentuale ottimale di prodotto interno lordo che un Paese deve oggi spendere in educazione; il ruolo che la Scuola pubblica deve avere in un progetto di ricostruzione di una comunità nazionale; l’autonomia, i meccanismi di valutazione e le conseguenze – non ovvie – che esse dovrebbero avere sulle carriere degli individui e la ridistribuzione delle risorse tra gli istituti; e, infine, siccome la realizzazione delle intuizioni passa attraverso la gestione faticosa delle emergenze, non ci si può non preparare all’impatto sul disegno complessivo, dell’ipotesi di dover aumentare in un solo colpo di un terzo gli organici per fare posto a circa duecentomila precari.
Sulla questione prettamente economica i numeri non lasciano dubbi. Un’analisi dell’OECD arriva a stimare gli effetti di una riforma della scuola che raggiunga l’obiettivo di migliorare (anche solo del cinque per cento) i risultati raggiunti dagli studenti quindicenni nei test che ne misurano le competenze: in un Paese come l’Italia il PIL – a riforma e ricambi generazionali completati – si collocherebbe in maniera stabile su una curva più elevata del 3 per cento rispetto ad uno scenario inerziale. Investire in educazione è uno degli investimenti a maggiore ritorno e lo stesso Ministro dell’Economia (che conosce bene le analisi dell’OECD per esserne stato il vice segretario generale) non dovrebbe aver dubbi ad avviare un processo di revisione della spesa che, in maniera finalmente intelligente, sposti risorse da utilizzazioni tecnicamente improduttive (attualmente l’Italia spende in pensioni quasi quattro volte di più di quanto investe dagli asili alle università) ad altre che aumentino il tasso di crescita potenziale. Peraltro, l’investimento pubblico può e deve – attraverso la creazione di aspettative – attrarre investimenti privati: in termini di adozione di strutture scolastiche in difficoltà (come potrebbero i contribuenti destinandovi il cinque per mille), ma anche di tempo da parte di chi (succede negli Stati Uniti su larga scala con il programma TFA replicato in molti Paesi del mondo) mette a disposizione mesi della propria vita per tornare – dopo uno specifico addestramento – in classe da insegnante.
È minato, invece, da scontri ideologici antichi, il terreno della definizione del ruolo della Scuola pubblica e, in particolare, quello della possibilità che lo Stato finanzi – direttamente o attraverso voucher affidati alle famiglie – scuole private. È evidente che la visione – evocata dal Presidente del Consiglio – di fare della Scuola, la piattaforma che ridia all’Italia un’idea di se stessa, richiede una Scuola pubblica. Non è quella di Matteo Renzi una visione nuova e può, anzi, apparire singolare che essa venga dal leader più post ideologico in circolazione: la Scuola pubblica è stata la leva che – insieme e prima ancora della televisione e delle trincee della prima guerra mondiale – fece l’Italia ed è questo il ruolo che le fu affidato dai liberali della Destra storica all’inizio della storia unitaria e, poi, da Giovanni Gentile e dallo stesso Gramsci. Nel 2015 la Scuola pubblica, però, non è quella ottocentesca dello “Stato che educa”; può diventare, invece, una piattaforma che integra culture diverse, ragazzi normali con quelli in difficoltà. Se è così, va bene che ci siano voucher da spendere per attività che integrino il curriculum della scuola pubblica, ma è la scuola pubblica a rimanere collante dei pezzi nei quali le società si stanno disintegrando e la proposta del governo sembra collocarsi su un piano diverso da un modello anglosassone nel quale ad ogni tipologia di quartiere corrisponde una tipologia di scuola.
Se, però, la riforma non è solo questione amministrativa, di certo le visioni sopravvivono solo se c’è qualcuno che risolve anche i problemi organizzativi. Il Ministro Giannini è portatrice di un’idea meritocratica e che molto si affida alla valutazione e a carriere che siano condizionate dai risultati. In effetti – come già mi è capitato di notare – lo strumento valutativo già esiste e su di esso lo Stato già spende 8 milioni di euro all’anno (coinvolgendo nelle prove 3 milioni di studenti): ciò che continua a non essere accettabile agli studenti e alle famiglie che devono scegliere, è che non siano disponibili – come succede in Inghilterra – i risultati dell’INVALSI per singola scuola. La trasparenza dei dati e la scelta da parte del pubblico produrrebbe, da sola, una forte spinta verso la competizione e l’emulazione. Più complessa è, invece, la questione delle conseguenze dei risultati sulle carriere individuali e sulla distribuzione delle risorse tra scuole. Entrambi i punti rimandano a crescenti doti di autonomia dei dirigenti scolastici anche sul piano della mobilità degli insegnati. In un mondo in cui gli insegnanti sono tutti abilitati attraverso un concorso e i dirigenti ricevono un premio di produttività legato alla prestazione della propria scuola, una parte dello stipendio dei professori più bravi è legato ad un premio che il preside assegna per tenersi i migliori e gli insegnanti meno capaci sono incoraggiati a migliorare dal fatto che ricevono meno richieste. La sfida vera sarebbe, però, ancora un’altra: creare i sistemi in grado di trasferire i modelli organizzativi e le competenze gestionali da parte delle scuole che ottengono i risultati migliori alle altre.
E, tuttavia, l’intero progetto è chiamato a rispondere ad un’emergenza creata da decenni di cattiva gestione (da parte di Ministri troppo impegnati a fare riforme mai portate a compimento) e da sentenze della Corte di Giustizia europea. Un processo di cambiamento destinato a durare trent’anni deve, subito, fare i conti con la promessa di assumere duecentomila precari (quelli presenti in graduatorie definite – con autoironia – “ad esaurimento” ed altri) che aumenterebbe l’organico della più grande azienda italiana di un terzo. Come posso conciliare ciò con l’esigenza di assumere in maniera qualificata, progressiva e solo dove serve?
La Scuola italiana del futuro è una scuola che, come diceva Don Milani, non seleziona perché se lo facesse “priverebbe il povero della possibilità di appropriarsi delle parole e i ricchi di quella di conoscere la realtà”, rendendo tutti più vulnerabili. Tornare a questa visione che è, insieme, classica e moderna comporta, però, scelte drastiche, leadership e un lavoro che coinvolge milioni di persone. Del resto, il problema con l’innovazione è che, come sempre, essa è fatta per il 10% di visione e il 90% della fatica necessaria per poterla far crescere.
Rai, la sinistra, un progetto per non farci maledire
di Michele Mezza
Tanto tuonò che piovve. Finalmente. L’approvazione ,rassegnata, di un esangue consiglio di amministrazione, del tremulo piano Gubitosi, insieme ai tramestii attorno alle torri di RAI Way, finalmente pongono il sistema radiotelevisivo, e il suo comparto pubblico, al centro della scena economica, e fuori dal rottamato teatrino delle proprietà politiche.
Il sistema audiovisivo di un paese è parte essenziale dei suoi asset di sovranità e di scambio internazionale. Rispetto a questo orizzonte il capo redattore esteri di uno dei Tg che rischia di sciogliersi al sole della semplificazione non esiste. Come non esiste quella consunta e inquinata bandiera del pluralismo che non ha mai assicurato la libertà in RAI.
Ora, come per tutte le grandi infrastrutture, il primo nodo da sciogliere è capire cosa vuole fare il governo. Qual è la strategia di Renzi per gli apparati pubblici di sovranità?
Questo è il vero buco nero su cui mi concentrerei invece della pallida questione dell’informazione di rete, che a malapena può interessare qualche caporedattore trombato che andrà a fare il vice aiuto capo struttura.
Allora cosa pensa Renzi del sistema radiotelevisivo pubblico? Forse lo stesso di quello che pensa per le banche Popolari o per le grandi aziende nazionali come ENEL,ENI, E Finmeccanica: carne da cannone, ossia risorse per far lavorare il mercato, meglio se estero, ottimale se angloamericano.
Da quanto è stato fatto fino ad ora, capisco che i principali interlocutori finanziari del governo, come il circuito delle banche d’affari londinesi, premono per una radicale semplificazione del mercato infrastrutturale italiano, leggi una massiccia alienazioni di asset.
La Rai è parte di questa semplificazione. Come sempre quando qualcuno parla di cultura e qualità, si nasconde lo spettro del ridimensionamento e della marginalizzazione. Ed infatti per la Rai si parla a quattro palmenti di cultura e qualità.
Il secondo punto riguarda la mission che dovrebbe svolgere l’apparato pubblico dell’informazione, come si configurerebbe dal piano Gubitosi. Incredibilmente in questi mesi nessuno si è peritato di chiedere al DG come concepisca la nuova mission della nuova RAI NEWS: quale presidio del mercato, quale primato da conquistare, quale strategia globale, quale politica tecnologica? Insomma perché tutto questo casino, solo per risparmiare 100 milioni? Senza una chiara mission non è possibile capire la natura e l’esito del piano. E spero che il piano che verrà presentato dall’USIGRAI su questo punto sia chiarissimo. Tanto più che nel nuovo contesto digitale mission significa anche contenuto: quali soluzioni tecnologiche? Quali alleati? Quali algoritmi? Quali sistemi utente? Quali linguaggi? Quali community? Insomma come ci tuffiamo nella rete? Questo punto non ha mai appassionato il ragionier Gubitosi ne i suoi capo cantieri ( a proposito che fine hanno fatto quelle rutilanti promesse di think tank annunciate alla Dear due anni fa con tanto di effetti speciali? Quanto costò quel giochetto?) ed infatti è buio pesto. Anche su questo spero che il piano alternativo RAI Più sia esaustivo.
Terzo punto: dopo strategia del governo e mission aziendale, il nodo centrale è il progetto professionale. Dico subito che rispetto al pantano attuale meglio qualsiasi cosa, persino il Piano Gubitosi, che è esattamente lo spirito per cui l’esangue Consiglio di Amministrazione ha dato il via libera. Meglio qualsiasi movimento rispetto all’arroccamento. Ma perché non osare l’impossibile e cercare di dare anche un senso al movimento. Certo ci sono sempre i 100 milioni da risparmiare (vorrei vederli comunque quei conti sulle mediazioni finali per tacitare ogni califfato che sarà insidiato dalla semplificazione), ma magari riuscire ad agganciare l’attualità non sarebbe male. Infatti il Piano Gubitosi è pressappoco la velina del Piano Celli 1999.Non a caso le mani che si sono prodigate sono quasi le stesse, in alcuni casi esattamente le stesse. Stiamo parlando di un tentativo, poi abortito, come è noto, di riorganizzazione dell’intera impalcatura aziendale di oltre 15 anni fa. Paleontologia industriale. La filosofia, allora come oggi, era tutta, e allora era giustificata dai tempi, analogica, e condizionata dalla distribuzione, ossia i canali. Il Piano Gubitosi mantiene una logica analoga, tutta legata all’out put, e l’input, ossia le modalità di acquisizione e trattamento delle informazioni, il vero valore aggiunto di un motore di news, è affidato all’immaginario che scatena l’espressione 2 new room. Ritorno alla mission: la riorganizzazione, nel 2015, di una filiera produttiva dell’informazione deve scontare due scelte di cui non vedo nemmeno l’ombra della più flebile consapevolezza. Il primo elemento riguarda la potenza di ricerca, il secondo la filosofia di relazione. Per Potenza di ricerca schematicamente intendo il modello di SEO (Search Engine organization) ossia quale sistema digitale, quale tipologia di algoritmo, adottare per dare autonomia e potenza alla redazione della news room? Andiamo al mercato e, come è stato fatto fino ad ora, deleghiamo a Google o AVID, la definizione dei valori semantici della nostra ricerca nell’abbondanza di informazioni? Questa è la premessa della liquidazione sul mercato di un servizio pubblico.se non è presidio all’autonomia e sovranità delle selezioni semantiche e delle tipologie degli algoritmi di ricerca di una comunità un servizio pubblico è solo un costo, come credo pensi il governo. Allora su questo mi concentrerei, articolando la distinzione fra ricerca nazionale, e soprattutto territoriale, dove non possiamo non avere un primato, e ricerca globale dove praticare forme associative e alleanze. Autonome e non subalterne. Il secondo buco nero del piano è la filosofia relazionale. Come costruiamo le news room del servizio pubblico di una paese che vanta, inconsapevolmente, un primato nelle pratiche social della rete? Tutto con una geometria verticale, riproducendo una logica da broadcasting o invece elaboriamo una strategia originale di allestimento di community in rete dove cementare pratiche professionale e relazioni sociali con i territori , i saperi e gli utenti? Lavoriamo su Facebook o su spazi diversi per incontrare i flussi di informazioni sociali? Costruiamo architetture cloud nel territorio, legati a data base tematici (università, distretti produttivi, associazionismo, finanza,sport) e le integriamo con i server redazionali e attorno a queste pratiche costruiamo software automatici di storage ed editing o invece continuiamo a giocare all’artigianato giornalistico?
Da queste scelte ne discende il peso che il servizio pubblico potrà avere nella negoziazione globale del sistema Italia sul mercato tecnologico, e di conseguenza la rilevanza e l’autonomia che la RAI potrà conquistarsi. In caso contrario i 100 milioni al mese verranno spesi in incentivi per esodi che riducano ruolo e immagine della Rai. E Gubitosi dovrà riflettere sul fatidico detto di un grande intellettuale della comunicazione italiana Franco Fortini che spiegava agli innovatori che bisogna osare senza mai dare ragioni ai nostri figli per maledirci.

