Significativamente Oltre

Editoriali

2015, sarà l’anno della svolta?

di Saro Capozzoli, Jesa

Siamo giunti alla fine del 2014 ed è tempo di riflessioni. É stato un anno che si è rivelato difficile ma che, a differenza di altri, marca una serie di spartiacque che segneranno il prossimo futuro per l’Italia, e non solo.

Sotto la guida di Xi Jinping, il governo cinese ha approvato ed avviato una serie di riforme per una stabile e definitiva evoluzione e maturazione del paese. La Cina sta cambiando ed il percorso riformativo intrapreso consacrerà una volta per tutte nel nostro immaginario collettivo l’idea di una Cina non più di un paese in via di sviluppo ma potenza responsabile di un reale peso globale.

La campagna anti corruzione, con gli annessi terremoti politici, l’interruzione dell’intervento dello Stato a supporto d’imprese statali e banche in perdita e la contemporanea apertura agli investimenti stranieri in settori strategici fino ad ora riservati solo alle imprese Cinesi (il settore sanitario e previdenziale per esempio), sono solo alcune delle riforme il cui l`obbiettivo è quello di mostrare alla comunità internazionale l’affidabilità del “sistema” Cina e la sua graduale apertura verso una presenza straniera consistente. Chiaramente, dal punto di vista Cinese, il vantaggio di una politica paritaria per imprese locali e straniere è doppio. Non solo l’apertura richiamerà investimenti e genererà nuovi posti di lavoro ma consentirà allo stesso tempo alle imprese locali di alzare i propri standard e migliorare le proprie pratiche industriali col fine ultimo di rafforzare la propria posizione su scenari internazionali.

Dal canto suo, il tessuto imprenditoriale Italiano, non si mostra completamente sprovvisto di una certa “politica” estera. Infatti, nonostante la battuta d’arresto dell’export verso la Russia (circa -20% registrato negli ultimi mesi), la media industria ed imprenditoria italiana sta continuando a internazionalizzarsi con una tendenza sorprendentemente crescente. Ad oggi sono 21830 (dati ISTAT), le imprese italiane all’estero. Presenti in 160 paesi con 1.6 milioni di addetti mostrano un fatturato aggregato di 564 miliardi di Euro. Il fenomeno ha una certa rilevanza. Infatti, non solo aumentare la presenza di imprese nostrane in territori stranieri è utile per aggredire ulteriori nuovi mercati ed espandersi globalmente ma, rafforzando l’impronta internazionale si tutela e si preserva la funzionalità delle sedi centrali Italiane ed i posti di lavoro a casa nostra!

Questa tendenza va tuttavia rinforzata: la ricerca di partner globali e un’espansione ponderata rimane dunque una priorità. Nel mutato contesto odierno non sarà più sufficiente asserire per l’ennesima volta che, nonostante tutto, il nostro PIL rimane tra i primi 10 al mondo e che la nostra economia rimane fortemente industrializzata oltre che evoluta. Ma piuttosto una seria iniziativa di espansione e progressione è necessaria per assicurare la competitività futura ed affrontare con successo e da protagonisti le crescenti sfide che giungono dall’Asia. Se non lo facessimo rischieremmo di perdere sempre più competitività, e nel medio termine di crollare nelle classifiche; cosa che non possiamo permetterci se vogliamo mantenere un ruolo di spessore in Europa e nel mondo.

Se non attraverso un’internazionalizzazione produttiva, rimane comunque necessario tenere in considerazione le opportunità commerciali che il grande mercato Cinese ed i suoi cambiamenti interni offrono. Basti pensare che solamente il 2.5 % dell’export italiano è diretto verso questo paese, mentre la nostra dipendenza è importante: la Cina rappresenta ormai il 20% di tutto il nostro import e genera un saldo commerciale negativo di circa 1 miliardo di Euro (al 11.2014). Cina, India e Indonesia rappresentano il 20% della crescita mondiale e a breve rappresenteranno un terzo di quella futura: la Cina permane quindi un grande obiettivo.

L’attrattiva principale risiede sicuramente nella crescita costante e robusta della classe media (con capacità di spesa giornaliera tra 10 e 100 USD) il cui bacino passerà progressivamente da 150 milioni di persone a 500 milioni entro i prossimi 10 anni, con un aumento dei consumi in settori come l’abitazione, l’istruzione, il turismo, l’alimentazione e la sanità. In un momento in cui il governo appoggia e spinge la popolazione a “consumare” (consumi che, dal 50% attuale peseranno per il 60% del PIL entro il 2020, quindi 1000 miliardi di USD in più) è necessario riflettere sulle nostre strategie future.

Ma c’è un altro fenomeno che in chiusura di 2014 è necessario sottolineare e che è per certi versi paritetico nonché opposto all’internazionalizzazione nostrana: la globalizzazione delle aziende cinesi. Nonostante il rallentamento che l’economia cinese abbia fatto registrare in questi ultimi mesi, in gran parte dovuto all’aggiustamento del PIL rispetto le ricadute della corruzione e alla spesa fuori controllo che il governo ha scelto di calmierare, la crescita interna è destinata ad aumentare grazie alla fase di internazionalizzazione della Cina verso il mondo esterno. Cogliere l’opportunità di crescere e trovare spazi insieme alle aziende cinesi che vogliano espandersi e collaborare con partners stranieri nel mondo è un’occasione più vicina di quanto si pensi.

Dal canto nostro è necessario uno sforzo, un cambio di mentalità importante. Se impareremo a capire che alleanze forti e strategiche con players internazionali (tra cui si annoverano ad oggi anche imprese Cinesi) non rappresentano una minaccia ma un’opportunità unica da valutare e cogliere, forse riusciremo a sbloccare l’Italia. Il nostro sistema di imprese è composto da magnifiche realtà, spesso uniche nel panorama mondiale seppure piccole, ma a volte gestite con visioni e metodi superati che trovavano “spazio” e senso negli anni ’80 e ’90. Queste modalità di conduzione non sono più redditizie e possibili al giorno d’oggi.

Il mondo è cambiato. Non solo a causa della crisi, ma anche e soprattutto a causa dell’impatto dell’uso del web, settore in cui, peraltro, il nostro paese ha una colpevole arretratezza. In un contesto connotato da queste “peculiarità”, restare “soli” ad affrontare una sempre più aggressiva e tecnologicamente avanzata concorrenza internazionale, e fiancheggiati da un sistema finanziario e bancario incapace di supportare le necessità economiche di sviluppo internazionale delle nostre imprese, non è un’alternativa perseguibile.

L’unica strada percorribile per acquisire forza è quella dell’aggregazione reciproca o dell’apertura del capitale a partner stranieri che possano portare, insieme ai benefici derivanti dall’unione delle forze, capitali finanziari, valore industriale, strategico e di mercato.

Il tema dell’apertura del capitale d’impresa verso entità esterne è piuttosto controverso. Ogni qualvolta che affronto l’argomento con la classe imprenditoriale mi ritrovo spesso dinnanzi a secchi rifiuti. Rimango tuttavia convinto che molte realtà potrebbero muoversi più velocemente e con più forza sui mercati emergenti, cosi come su quelli maturi, se solo il nostro contesto fosse abbastanza maturo da permettere una comunicazione efficace, non solo con imprese locali cinesi, ma anche con imprese in altri mercati di riferimento.

Il fatto che la maggior parte delle M&A cinesi si stiano concentrando nel nord Europa, in paesi come la Germania e la Gran Bretagna, che apparentemente non sembra di essere in difficoltà, deve far riflettere. Anche in Spagna spesso accade che la notizia di una partecipazione estera in un’azienda locale venga entusiasticamente riportata dai media come un forte riconoscimento del valore delle proprie aziende. In Italia invece, l’informazione addita qualsiasi operazione di M&A come una svendita di Made in Italy, un rischio, un fattore negativo. Mi chiedo, cosa sarebbe successo alle aziende oggetto di acquisizione se fossero rimaste da sole ad affrontare i mercati, le crisi, la carenza di risorse?

La responsabilità dei media, nell’influenzare l’immaginario comune, fa la sua parte in un periodo delicato come il nostro. L’Italia potrà maturare solo quando il mondo potrà essere descritto correttamente da persone a conoscenza delle dinamiche macroeconomiche che lo stanno cambiando. Non è poi certo con il populismo e con le false promesse che cambieremo l’Italia. Servono riforme capaci di cambiare sostanzialmente il paese. Serve creare il giusto clima, dimostrare affidabilità e avere larghe vedute.

Serve portare gli investitori a credere in noi. D’altro canto è solo per mezzo di investimenti, rinnovata forza imprenditoriale, crescita e posti di lavoro che sarà possibile restare un paese di riferimento in Europa e nel mondo, per non finire come la Grecia, se non peggio.

Promuovere salute pubblica. Insieme si può

di Giuseppina Bonaviri

E mentre nella provincia di Frosinone, in questa settimana, si sono rieletti gli organi direttivi dell’ordine dei medici (più in segno di autocelebrazione di un passato superbo per pochi nostalgici  che passo avanti per un rinnovamento di progetti, donne, uomini ed idee) in Europa si assiste al compimento di un iter programmatico d’Azione dell’Unione in Materia di Salute che si propone di sostenere e aggiungere “ valore alle politiche degli Stati membri per migliorare la salute dei cittadini dell’Unione, ridurre le disuguaglianze in termini di salute incoraggiando il progresso in ambito sanitario e accrescendo la sostenibilità dei sistemi sanitari che proteggono dalle gravi minacce sanitarie transfrontaliere.”

Con una dotazione di circa 450 milioni di euro, il programma finanzierà azioni che mirano a: “promuovere la salute, prevenire le malattie ed incoraggiare ambienti favorevoli a stili di vita sani; individuare e sviluppare approcci coerenti e promuoverne l’attuazione per essere più preparati e coordinati sulle emergenze sanitarie; sostenere lo sviluppo di capacità in materia di sanità pubblica e  la realizzazione di sistemi sanitari inediti; facilitare l’accesso a un’assistenza sanitaria migliore e più sicura; migliorare l’accesso alle competenze mediche e alle informazioni concernenti patologie specifiche su scala transnazionale; facilitare l’applicazione dei risultati della ricerca e sviluppare strumenti per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria e la sicurezza dei pazienti anche attraverso azioni che contribuiscano a migliorare l’alfabetizzazione sanitaria”.

Allora, parlare di alfabetizzazione sanitaria vuol significare parlare di prevenzione e di luoghi innovativi dove l’accoglienza e la buona prassi fanno da padroni di casa cosa non facile dalle nostre parti considerati patti e piani sanitari oltre le marce o le proteste di qualche amministratore locale indignato. Le priorità che l’Ue chiede sono quelle che promuovono la salute prevenendo le malattie ed incoraggiando ambienti favorevoli a stili di vita sani tenuto conto che “la salute in tutte le politiche” fa  uso di un potenziale scientifico rinnovato volto alla prevenzione e alla gestione delle principali malattie croniche come diabete, malattie cardiovascolari, disturbi mentali. Identificare questi pilastri, integrandoli, sarebbe auspicabile anche nelle nostre aziende sanitarie.

Dunque siamo in grado di sviluppare, in Ciociaria, una visione generale su come (e dove) agire forme di diagnosi precoce che rappresentano “le azioni efficaci ed efficienti al miglioramento  e al controllo delle malattie croniche con un diretto impatto sulla prevenzione e la riabilitazione delle stesse? ” Per identificare i criteri di utilizzo delle diagnosi precoci nell’organizzazione del sistema sanitario e per sviluppare piani di attuazione basati sull’analisi dei costi-benefici necessitiamo di approfondimenti e di discontinuità. Ciò anche al fine di fornire una pianificazioni sulle fasi  dell’attuazione delle cosiddette strategie interterritoriali di screening, come gli attuali programmi europei raccomandano. Saremo in grado nei nostri territori di retroguardia, di sviluppare metodi rigorosamente scientifici per promuovere, ad esempio, semplicemente il reinserimento professionale di persone pre-fragili con patologie croniche e mentali migliorando la loro occupabilità? Saremo in grado di contribuire alla realizzazione di sistemi sanitari sostenibili in settori “collegati all’adesione alla cura, alle fragilità, alle cure integrate e alle patologie multi-croniche”? Queste azioni, se coordinate e mirate oltre alla valorizzazione e all’impiego di mezzi ad avanzata tecnologica, permetteranno la costruzione di Linee Guida locali per il miglioramento della gestione dei nostri pazienti e aiuteranno la messa in atto dell’uso trasparente dei dati medici che, oggi, appaiono fondamentali all’ottimizzazione dei sistemi di assistenza in rete.

Augurando al “neo-direttivo” dell’ordine dei medici provinciale un buon proseguimento vogliamo lanciare una sfida. A supporto del monitoraggio e della ricerca scientifica in tutti i settori della politica sanitaria provinciale, creando una Rete delle attività rilevanti con partners qualificati in ambito medico-tecnologico si supererà quella frammentazione di personalismi e di incarichi dirigenziali sanitari inutili e costosi, che nulla hanno a che fare con le progettualità qualificate in materia di best practice e di informazione sanitaria. L’obiettivo è quello di preparare la transizione verso un sistema sostenibile ed integrato per la salute pubblica e per l’innovazione medica  possibile anche nel nostro capoluogo. Creando sinergie tra cittadini, politici, amministratori,  tecnici del settore, scienziati, universitari, medici, personale para sanitario, esperti si potrà arrivare alla creazione di un lavoro corale che porterà Frosinone alla diretta partecipazione nell’ambito dell’attuale settenario europeo “Orizzonte 2020”.

Ci riusciremo oltre le caste e i singoli interessi?

Michele Mezza: “Napoli e il Sud, il rosso e il nero dell’italianità…”

di Laura Bercioux

Memorabili le sue dirette per il funerale di Berlinguer, il processo dall’Aula Bunker con Falcone Borsellino, Gorbaciov a Mosca, 35 anni di notizie e di informazione: Michele Mezza, giornalista, scrittore, napoletano, trapiantato a Roma e vissuto a Milano, ha girato il mondo. Oggi si dedica al digitale. Il suo ultimo libro è “Avevamo la luna”,. A “Visti da Lontano”, la rubrica del nostro giornale dedicata ai meridionali lontani dal Meridione, Michele Mezza, racconta la sua Napoli.

Quale è il suo rapporto con Napoli e il Sud?

“Io sono nato a Napoli ma cresciuto a Milano e ora vivo a Roma. Una combinazione che  da una parte mi limita la mia percezione della città, e del sud in generale, anche se poi ho avuto l’opportunità di tornare e lavorare a Napoli in varie occasioni. Dall’altra mi aiuta a valutare le caratteristiche di Napoli e del Sud in termini comparativi. Per me Napoli e il Sud sono qualcosa in più o in meno delle altre città in cui ho vissuto come Milano e Roma. Il Sud è la mediterraneità, è l’Italianità più forte e sanguigna, e’ la crisi endemica delle sue terre. Napoli è il Sud al quadrato: mediterraneità, italianità, arretratezza all’ennesimo livello. Ma anche grande e continua contraddizione. Se devo  scegliere una sensazione su tutte, diciamo che Napoli è la città del ritmo che ha volte rimane in silenzio. Ecco questa immagine esprime il mio legame, il mio odio amore con la città, con la mia città, perchè Napoli  poi è sempre la città a cui torno con la mente quando cerco un rifugio”.

Cosa ricorda di bello e positivo?

“Napoli è tutto quello che il resto d’Italia non è:colore, arguzia, disperazione, teatro, musica,.occupandomi in particolare di relazioni digitali, mi pare più semplice leggere Napoli alla luce dei nuovi codici a rete. Napoli è la città di Internet, è la città della condivisione, dell’economia del vicolo, per antonomasia. E’ la città dell’open source, della continua imitazione e rielaborazione, come la sua musica dimostra. E’ la città del no copyright, non solo per l’attitudine al falso, ma sopratutto per la sua naturalità nel moltiplicare ogni simbolo del successo. Ecco Napoli come straordinaria macchina del tempo che combina e ibrida tradizione e futuro”.

Qual è la percezione della reputazione di Napoli nel suo ambiente di lavoro?

“Al di là dei luoghi comuni, delle vecchie tare della napoletanità, devo dire che nel campo della comunicazione Napoli è un brand di qualità, di competitività, di primato. Essere di Napoli, del Sud in particolare oggi è una prerogativa da curriculum, da esibire. Basta dare uno sguardo al top management dei grandi gruppi internazionali del lusso o della comunicazione: in larga parte i responsabili del marketing e delle relazioni esterne sono italiani, specificatamente meridionali, spesso proprio napoletani. Un motivo ci sarà”.

Attualmente qual è l’opera più simbolica?

“Al momento la cosa più tipica a Napoli, e nel sud  in generale, è una non opera, è il non operare, il non progettare. Da anni, da molti anni, nel sud  e a Napoli non si riesce a immaginare, a progettare e tanto meno a realizzare un’opera che possa assumere un valore simbolico. Tutto  si consuma ancora prima di diventare proposta. E quelle poche opere che arrivano a diventare cantiere  si tramutano in handicap. Se proprio devo indicare una realizzazione che è il simbolo del sud non operativo è forse il Crescent di Salerno. Un’opera invasiva, che riconfigura l’intero profilo della città, che poteva diventare un motore di sviluppo e identità a livello nazionale e internazionale, in una città che pure aveva dato dimostrazioni di dinamismo positivo. Ebbene tutto diventa carta bollata, pressappochismo, paralisi, ridicolo e dramma. Tutto diventa commedia. Amara”.

Qual è l’autore più rappresentativo?

“Uno del passato e uno contemporaneo. Per il passato direi Gianbattista Vico. Non era Napoletano ma lo diventò, lo volle essere e diede forma alla parte migliore della cultura Napoletana, temperando l’illuminismo e danno senso storico e forza dinamica all’improvvisazione e all’estemporaneità Napoletana. Un genio che diede lustro alla cultura Italiana da Napoli e con Napoli. Oggi direi Roberto Saviano che trasforma la degenerazione sociale della camorra in un linguaggio multimediale modernissimo proponendo materiali e supporti immaginari per neutralizzarne gli effetti corruttivi. Diciamo che Saviano, meglio il savianismo è il simbolo dell’autogenerazione possibile di Napoli.

Domenico Rea parlò di due Napoli che vivono fianco a fianco ma separate (la borghesia e i lazzari) e senza diventare popolo: Le sembra una chiave di lettura ancora attuale?

“Direi di no. Si è del tutto consunto quel ceto medio pre borghese che non è mai diventata borghesia occidentale. Tanto più in una fase dell’occidente che vede la middle class proletarizzarsi in maniera frustrata e rancorosa. Tipicamente  napoletana. Mentre i lazzari si espandono, e si diffondono. Diciamo che siamo nel tempo lazzaro. Guardiamo a cosa sta accadendo in Europa, dove l’opposizione alle tecnoburocrazie è tutta consegnata ad impasti di populismo metropolitano e di  rabbia post borghese. Napoli , il sud, potrebbe, proprio per aver già vissuto queste fasi, essere il laboratorio per la vaccinazione, per il superamento, per un laico rigetto del rigetto populista. E’ un’ennesima occasione per rifare di Napoli una capitale”.

Raffaele La Capria parla di ferita insanabile aperta nel 1799. Quando i lazzari presero i borghesi illuminati nelle loro case e li trucidarono sulla piazza completando l’opera del Cardinale Ruffo… Questa ferita ancora sanguina a suo avviso o è una enfatizzazione letteraria.

“A me è sempre sembrata un alibi autoreferenziale di un’intellettualità che doveva dare una ragione al proprio isolamento, alla propria incapacità di parlare al popolo, al territorio, alle città del sud. Ogni volta questa storia dei lazzari e della repubblica del 99. Ricordo una civettuola e snobbistica fondazione, chiamata appunto napoli99, che voleva riprendere quel filo interrotto. Io vedo piuttosto un altro vulnus, politico e culturale, quello del 44, quando Napoli fu sede  e motore di quella straordinaria operazione che Prima Togliatti, ma poi la stessa DC innestarono: aprire la strada per una vera rivoluzione democratica che portasse le masse popolari al centro dello stato borghese. Lì si poteva dare un senso al napoletanismo come categoria della repubblica. E invece fu l’ennesimo fallimento: dalla svolta di Salerno  si arrivò ad Achille Lauro. Anche questo caso Napoli anticipò la parabola italiana: dal compromesso storico al leghismo anti europeo. Perchè napoli anticipa? Perchè la crisi del sud non è figlia dell’arretratezza ma dell’ipermodernità? Io credo perchè Napoli e il Sud sono da tempo fuori dal paradigma fordista, fuori dalla cultura della fabbrica e  hanno già da decenni sperimentato l’economia della comunicazione e delle relazioni. Una nuova economia ma senza una politica adeguata, senza un gruppo dirigente, senza una società civile consapevole di questa novità”.

Cosa farebbe se fosse il sindaco di Napoli?

“Legherei tutto al progetto di Bagnoli: un grande polo del sapere e della qualità della vita. Metterei sul mercato internazionale il golfo più bello e metropolitano del mondo per  un grande progetto europeo: un campus europeo dei saperi relazionali. La città si adeguerebbe a questo motore”.

Cosa non farebbe mai se fosse il Sindaco di Napoli?

“Proclami o nomine”.

A Hundred-Year Stagnation? For Who?

The prospects for growth in the West may be dim, but that doesn’t mean Asia’s developing countries must settle for privation

The creation of the Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) is a necessary objective. Anyone who travels in the Far East finds confirmation of the desperate lack of efficient networks. With the exception of Japan and other developed economies, countries see their ambitions reduced by chronic underdevelopment.

How can we forcefully industrialize agrarian countries if the goods produced are not transported on paved roads, via trucks, for eventual export? Is it reasonable to use polluting energies to then spend the earnings cleaning the air and water after only a few years?

Two years ago, McKinsey published a report on Asia’s infrastructure necessities, and it was a milestone for analysts, engineers and governments. The needs and opportunities are impressive. Even in the depths of crisis, Asian countries seem inclined not to bend from the desire to grow. They can count on internal resources, acquired know-how and international cooperation.

And they are wheedling this more than in the past. Administrative rigidities have been softened – a frequent vehicle for not-so-transparent awards – and, in general, there is a climate of greater cooperation with multinationals.

The numbers are striking. The report says more than US$ 8 billion will be invested in Asian infrastructure over 10 years. The fraction reserved for foreign companies is incredibly tempting: US$ 1 billion. Clearly, infrastructure is considered an absolute priority: energy and transportation are not similar to any other exchanged good.

In Boston and Washington where I live and work, the intellectual debate goes beyond these sums. Perhaps US$ 8 billion over 10 years is not impressive on the other side of the world and cannot revise the pessimistic predictions of a “hundred-year stagnation.”

The quote belongs to Larry Summers, Harvard professor and Treasury Secretary under Bill Clinton, and director of the National Economic Council under Barack Obama. His prestige makes his predictions even more alarming. We’re probably heading toward a hundred-year stagnation, where the progresses of the past will be memories.

The very concept of growth is called into question. It’s not necessary and perhaps no longer achievable. We habitually read about economic concepts in the news: liquidity traps, recession and reluctance to invest. Summers argues that deflation cannot be cured with monetary maneuvers. No interest rate will be sufficiently low to stimulate investments.

The predictions are arresting, with the knowledge that prices will be lower with every passing day. The recovery of the last few years was faint (nonexistent in Europe), uncertain, fragile, not homogenous and short-lived.

Paul Krugman confirmed Summers’ analyses and pushes them toward political aspects. Governments, he says, should be more audacious and forget the inflationist phobias of monetarist schools of thought, otherwise Summers’ predictions will become a tragic, fateful reality.

The Nobel laureate writes: “In this situation, the normal laws of economics don’t apply; virtue becomes vice, prudence transforms into folly.” Therefore, we need to defeat savings with any type of spending. Summers and Krugman regretfully recognize that pre-crisis growth was due, more than anything, to bubbles that then burst. Now it’s too late, and the economy’s tailspin leaves little hope.

The two economic gurus’ arguments are beyond reproach. Their theoretical approach is solid. But are the consequences of their analyses acceptable in developing Asia? Can governments resign themselves to stagnation? Can citizens tolerate centuries more of privations because there are not enough finances for development?

McKinsey reminds us that wealth created overseas also creates income for multinationals. GDP created in Asia needs resources, and it’s not a given that they need to come from China necessarily. If stagnation is a real threat in the West, Asia does not automatically have to follow the same path.

Actually, a security valve capable of compensating for growth differences and breathing oxygen into the asphyxiating economy could be built. However, all of this entails a new definition of international assets that need courage and forward thinking.

As long as traditional institutions like the World Bank and Asian Development Bank finance Asian infrastructure, we will likely witness a slow decline. If, instead, the G8’s offices accept the birth of new players like the AIIB, China’s role will be less marginal and Asia’s future more promising.

Alberto Forchielli is the managing partner of Mandarin Capital Partners

Quale Buon Vento per la Cina

di Alberto Forchielli, Osservatorio Asia

Chi vive a Pechino sa bene che il clima non è l’attrazione della città. L’inquinamento è divenuto ora primo nella classifica al contrario delle piacevolezze offerte. La rigidità secca dell’inverno è conosciuta, testimoniata dalla neve sui giardini da novembre a marzo. A -20 – la temperature più fredda – solo il clima secco e il riscaldamento possono aiutare. D’estate l’umidità ha la sua rivincita, assestata sugli insopportabili 40 gradi. Eppure questi estremi sono tollerabili, perché appartengono al ciclo delle stagioni, sgradevole ma naturale. In primavera invece la città diventa spesso di color arancione, letteralmente. Il vento porta la sabbia del deserto e gli alberi ormai tagliati non possono difenderla come hanno fatto per secoli. Pechino è sulla linea di confine con il deserto del Gobi, l’immensa distesa arida che giace nel territorio mongolo. Nelle giornate più esposte non si riesce a vedere a pochi metri di distanza, come se una patina fosse spalmata sulle strade e i palazzi. Il vento che porta la sabbia reca tuttavia un grande beneficio: spazza l’inquinamento della città. La nuvola di grigio che generalmente sovrasta Pechino è invece ormai permanente. È una miscela velenosa, il risultato di tante componenti. Decine di milioni di persone vivono e consumano come mai nella loro esistenza; il riscaldamento si basa ancora sul carbone; 5 milioni di veicoli riversano nell’aria i loro gas di scarico, le ciminiere fumanti appartengono ancora al panorama della capitale. La situazione è ormai intollerabile. Gli allarmi si moltiplicano, le rilevazioni sono drammatiche, molti stranieri hanno abbandonato la città. Uno studio del Luglio 2013 dell’America’s National Academy of Sciences ha rilevato che l’aspettativa di vita nella Cina del nord è ridotta di 5 anni e mezzo a causa dell’inquinamento.

Le autorità stanno ovviamente correndo ai ripari. L’industria pesante è ormai fuori dal recinto metropolitano, il traffico viene talvolta bloccato, l’uso di energie alternative al carbone è incoraggiato. Se il problema ambientale è serio, altrettanto lo è il tentativo di risolverlo. Le misure prese hanno dei risultati attesi, scanditi dalle esperienze scientifiche. Il corso del vento sembra invece tradire le aspettative, perché non sempre riesce a spazzare il cielo dalle particelle di anidride carbonica. Per ironia si è scoperto che il flusso d’aria che soffia su Pechino si è ridotto anche per il tentativo di diffondere l’energia eolica. Una recentissima analisi della prestigiosa China Weather Net – un think tank statale che riunisce scienziati cinesi e statunitensi – ha con sorpresa stabilito che le torri che generano energia dal vento ne riducono la velocità. Catturano cioè la sua forza e impediscono i benefici effetti di pulizia sul cielo di Pechino. Sterminate wind farm (piantagioni di moderni mulini a vento) ne costellano il territorio a nord. La loro superficie nella Mongolia Interna è aumentata 31 volte dal 2007 al 2014. Le ripercussioni su Pechino – anche agli occhi di chi non è specialista – sono dirette e immediate. Sembra dunque che la Cina aggravi la sua situazione, tentando di alleggerirla. In realtà il paese è il più grande produttore di energia eolica, i suoi investimenti sono colossali, ma i risultati non in linea con le attese. Esistono ritardi, inefficienze, resistenze e scoperte impreviste come quella del China Weather Net. È una delle tante incongruenze del paese più grande inquinatore e allo stesso tempo più munifico nel dedicare risorse alla protezione ambientale. Significa che la posta in gioco è altissima, perché la Cina è stata disattenta nel passato – intenta a far crescere il Pil – e ora è probabilmente troppo tardi per correggere in fretta i propri errori.

Ambiente e Salute. Riqualifichiamo Pianura. Lunedì 15 dicembre

Lunedì 15 dicembre ore 16.30, c/o l’Istituto Comprensivo Statale Don Giustino Russolillo (ex-plesso Torricelli) in via E. Torricelli 5/c. si terrà l’iniziativa:

AMBIENTE E SALUTE

RIQUALIFICHIAMO PIANURA
Saluti delle associazioni e della Dirigente Scolastica Daniela Pes
INTRODUCE
GAETANO LA NAVE
NOI PER NAPOLI
INTERVENGONO
FRANCO ORTOLANI
ORDINARIO DI GEOLOGIA UNIVERSITA’ FEDERICO II NAPOLI
ANTONIO MARFELLA
ONCOLOGO ISTITUTO TUMORI PASCALE NAPOLI
ALDO LORIS ROSSI
URBANISTA EMERITO UNIVERSITA’ FEDERICO II NAPOLI
UMBERTO RANIERI
PRESIDENTE FONDAZIONE MEZZOGIORNO EUROPA
TOMMASO SODANO VICESINDACO DI NAPOLI con DELEGA ALL’AMBIENTE
LUCA COLASANTO
PRESIDENTE COMMISSIONE AMBIENTE REGIONE CAMPANIA
modera
ANTONIO DI MAIO
CORRIERE DI PIANURA

Matteo Orfini: “Basta pacchetti di voti e tessere. Cambieremo il PD romano”

Matteo Orfini: “Basta pacchetti di voti e tessere. Cambieremo il Pd romano” 

di Andrea Garibaldi, Corriere della Sera, 10 dicembre 2014

Di solito, a commissariare un partito locale arriva un dirigente da fuori. Matteo Orfini, inviato da Renzi a Roma, è romanissimo. Dice che non c’è problema, l’ultimo incarico a Roma l’ha avuto quando ancora non esisteva il Pd. La scelta è stata di mandare il presidente del partito a sciogliere il nodo “Mafia capitale”: «Ci vorrà la ruspa in certi casi, ma mostreremo la capacità di autorigenerarsi».

Come comincia il lavoro?

«Telefoniamo agli ottomila tesserati romani, uno per uno, per scoprire se sono iscritti veri o figli di pacchetti di voti utili per le primarie. Poi, verifìchiamo lo stato di salute degli oltre cento circoli. Affrontano i problemi del territorio? Discutono? E chi paga l’affitto? Se paga un parlamentare o un consigliere regionale c’è il rischio che sia un feudo privato. Avocheremo alla Federazione romana tutti i contratti d’affitto».

Il partito romano è diviso in correnti “armate”.

«I gruppi dirigenti, chiusi in correnti, hanno preso in ostaggio il partito. Se pensi allo scontro di potere interno, ti distrai dai problemi della città e ritieni che qualsiasi alleanza sia utile a quello scontro. Uccideremo le correnti non riconoscendole più. Agendo sui meccanismi di appartenenza, rompendo le filiere che vanno da consigliere municipale a deputato».

Primarie e preferenze?

«Per le primarie ci vorranno regole più chiare. Le preferenze in alcune realtà amministrative, come Roma e Venezia, possono alimentare infiltrazioni criminali. Meglio i collegi uninominali».

Quanto durerà il lavoro da commissario?

«A lungo. Segnalo però che nessun altro partito è intervenuto nella vicenda come noi. Il centrodestra non fa nulla, nonostante sia il principale protagonista di “Mafia capitale”. La Lega di Salvini a Roma è rappresentata da ex uomini chiave di Alemanno».

E alla fine di questo lavoro?

«Eleggeremo nuovi organi dirigenti. Il partito romano ha due volti: quello rappresentato nell’inchiesta e quello dei militanti che lavorano nelle realtà cittadine, degli organizzatori delle Feste dell’Unità. Dobbiamo restituire il Pd a questi ultimi».

“Mafia capitale” mostra politici che, anziché occuparsi di trasporti e rifiuti, fanno affari.

«Dobbiamo uscire dalla “Terra di mezzo”, tornare nel mondo reale. Per questo andrò con Marino al Laurentino 38».

Il Pd romano, prima dell’inchiesta, stava accerchiando Marino.

«Le intercettazioni dimostrano che Marino e la sua giunta costituivano un argine ai fenomeni messi in luce dai magistrati. C’era un’idea sbagliata del rapporto fra sindaco e partito. Per esempio, il partito non deve partecipare a rimpasti di giunta. Il destino del sindaco e del partito che lo esprime sono invece legati».

La cooperativa di Buzzi ha finanziato la campagna elettorale di Marino e una cena romana di Renzi. Saranno restituite quelle somme?

«Non so cosa verrà deciso. Si tratta di risorse ottenute legalmente da una cooperativa che era considerata il fiore all’occhiello nel suo campo. Di certo, si deve regolare meglio la relazione tra partiti e interessi economici».

Quindi nessuno scioglimento del Consiglio comunale e nessun ricorso alle urne.

«Lo scioglimento sarebbe una vittoria per la mafia. È stato deciso che il Prefetto avrà “accesso agli atti” del Comune e il sindaco Marino ora si sente più garantito».

Il Partito democratico sembra aver “scoperto” Marino con l’inchiesta.

«Personalmente non ho votato Marino alle primarie da sindaco. Dopo ho sempre dichiarato che andava sostenuto».

Ci si poteva accorgere prima di cosa accadeva a Roma?

«Bisognava avere la forza per intervenire prima. Ora dobbiamo prestare attenzione a eventuali situazioni che non funzionano nel resto d’Italia. Il governo ha appena dato un segnale fortissimo, varando nuove norme contro la corruzione».

Lei ha invitato chi sa ad andare in Procura e parlare.

«La magistratura va aiutata nell’opera che ha intrapreso».

Si apre formalmente la guerra dell’algoritmo.

di Michele Mezza

Con il fondo pubblicato oggi, venerdi 28 novembre sul Corriere della sera, a firma del vice direttore Daniele Manca, dall’esplicito titolo “Noi nudi davanti a Google”, diventa così senso comune anche in Italia il tema della dittatura dell’algoritmo.

Per la prima volta l’emergenza di un nuovo potere digitale che incrina e squilibra il sistema delle relazioni sociali ed istituzionali sopravanza la solita predicazione sui diritti negati alla rete.

Il voto del parlamento Europeo sul potere dominante che il gruppo di Mountain View ha ormai accumulato in Europa, con la conseguente necessità di separare l’attività del motore di ricerca dall’offerta dei servizi accessori , tipica norma anti trust che il liberalismo americano ha insegnato al mondo, rende più concreta e visibile il nuovo conflitto.

Persino una vestale del libero mercato anglo americano, come il magazine Economist rileva il problema, mettendo il copertina il logo di Google con la domanda: Schould Govermment break up digital monopolies?

Al momento, almeno in Italia, a guidare la critica a Google rimane la fragile tematica della privacy. Ossia di un sistema di diritti , tutti interni alla sfera del potere dell’individuo, assolutamente e liberamente negoziabili ,in cambio di servizi e commodities. Cosa che Google sa benissimo e pratica su scala planetaria. Tu mi concedi le informazioni sul tuo profilo io ti faccio fare bella figura nel lavoro e nelle tue relazioni supportando il tuo sapere e la tua potenza di calcolo. Diciamo che il pericolo viene identificato prioritariamente nei Cookies più che nell’algoritmo.

E’ questo uno scambio che noi stessi pratichiamo da tempo, quando usiamo una carta di credito o un telepass.

Diverso diventa invece il tema che affiora dal voto del parlamento europeo e dalla copertina dell’ Economist. Quanto può essere tollerata l’efficienza e la potenza tecnologica di un unico gruppo quando questo gruppo insidia l’autonomia e la sovranità di stati, comunità, e individui, nell’organizzare i propri saperi e trasmettere le proprie culture ai successori? In realtà è questo il vero tema.

Siamo , niente più e niente meno, che a quel 24 gennaio del 1984, quando l’Apple trasmise nel corso della finale del Super Bowl americano a San Francisco lo shoccante spot televisivo di Ridley Scott sul nuovo personal computer di Steve Jobs. Lo spot , faceva il verso al libro di Orwell 1984, e ammiccava allo scontro con un granbde fratello tecnologico e cvulturale che di identificava con l’allora gigante IBM, e terminava con l’esortazione: affinchè il 1984 non sia un 1984.

Il tema si p ripropone: la rete per non essere un grande fratello deve emancipare la conflittualità dei saperi o omologare in virtù di un gigantismo tecnologico? E l’accresciuto protagonismo del software nella nostra vita quotidiana può permetterci di delegare, come quotidianamente facciamo oggi, ogni nostro pensiero alla sintesi digitale che Google ci ammannisce con i suoi servizi? La prospettiva di aprire la scuola elementare al pensiero computazionale, come si chiede a gran voce, può essere occasione di un ennesima delega a Google che produce i principali tool tecnologici per la formazione di base? E ancora, l’imminente riorganizzazione del sistema editoriale e giornalistico, insieme a quello televisivo, può essere condotto semplicemente importando algoritmi di Google, come sta avvenendo?

Allarma che perfino una comunità di esperti e intellettuali critici, come quella raccolta dalla commissione sui diritti della rete, insediata dalla presidenza della Camera e guidata da Stefano Rodotà, continui, all’alba del 2014, a porre il tema di promuovere l’accesso alla rete, purchessia , piuttosto che rendere evidente che oggi, come spiega Bauman, il vero digital divide non riguarda l’uso di questa o quel congegno digitale quanto l’impossibilità di concorrere alla creazione di senso comune. E l’algoritmo è oggi linguaggio e strumento per organizzare pensieri e parole del senso comune. Più ancora di quanto cinema e letteratura potessero fare negli anni precedenti. E se su questi due settori prima gli USA, e poi la stessa Europa, hanno introdotto palesi eccezioni al liberalismo economico, codificando la necessità di proteggere i propri pensieri e le proprie opere, con leggi che supportavano l’eccezione culturale, non si vede perchè su una materia mille volte più pervasiva e minacciosa dobbiamo preoccuparci solo di come Google venda i nostri dati a produttori di biscotti.Non è questo tema per rifondare una nuova sinistra su un nuovo conflitto?

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