Significativamente Oltre

Editoriali

Meriti e limiti del piano Junker

di Francesco Grillo

Ci sono due buone notizie potenziali per l’Italia nel piano straordinario di investimenti che il Presidente della Commissione Europea Junker ha annunciato ieri. E due, altrettanto potenzialmente, negative.

Quella positiva è che si accetta, per la prima volta, che gli investimenti pubblici – quelli che avvengono sotto forma di contributi degli Stati al Fondo strategico che Junker renderà operativo a Giugno – possono avvenire senza pesare sulle regole del patto di stabilità. Ma anche che ci si pone l’obiettivo, finalmente ambizioso, di colmare con l’iniziativa della Commissione (che dovrebbe riuscire a mobilitare 315 miliardi di Euro) quasi per intero il buco di investimenti che ci separa dai livelli pre-crisi (370 miliardi nella stima della Commissione).

Ciò che lascia perplessi chi continua ad aspettare terapie d’urto, è che di “soldi freschi” ce ne sono pochi, come Junker ammette: la Commissione e la Banca Europea degli Investimenti vi dirottano 21 miliardi ed il resto dovrebbe venire da un effetto leva che è stimato poter essere pari a quindici. Ma, soprattutto, la notizia che dovrebbe preoccupare il presidente del Consiglio italiano Renzi è che lo strappo all’austerità arriva in cambio di un rafforzamento del ruolo di quei tecnici contro i quali il Presidente del consiglio ha condotto una battaglia personale. Non c’è nessuna garanzia che i soldi versati dagli Stati al Fondo rifluiscano ai Paesi in funzione dei versamenti effettuati; a decidere sarà un gruppo di tecnici (proprio loro) e i progetti saranno esclusivamente valutati sulla base del ritorno sociale che garantiscono e della capacità di mobilitare ulteriori investimenti da parte dei privati.

Il cambiamento di verso – non a 360 gradi, ma di certo significativo – al quale il Presidente della Commissione Europea affida la possibilità di caratterizzare il proprio mandato, è nelle parole che Junker ha scelto. Scelta resa ancora più delicata dalla necessità di dare una risposta sul piano della politica, all’appello con il quale Papa, sul piano dell’etica, aveva scosso il Parlamento europeo il giorno prima.

“Non abbiamo una macchina per stampare soldi”, dice Junker, e, del resto, “la possibilità di spegnere lo spettro della deflazione buttando da un elicottero banconote” – come farebbe un monetarista di Chicago – non esiste. Con i tassi di interesse praticati dalla Banca Centrale Europea, già c’è una montagna di liquidità di cui banche e imprese non sanno cosa fare. Inoltre, il capo della Commissione ribadisce che “non permetteremo di accumulare ulteriori debiti che spetterà alle generazioni future pagare”, perché – a differenza di ciò che succedeva negli Stati Uniti dove fu chiamato Keynes a risolvere il problema della depressione – il debito pubblico in rapporto al PIL è già al 90% e la spesa pubblica è vicina alla metà. Né tantomeno, si può immaginare di risolvere il problema “scavando buche per poi riempirle”, perché la stessa fine dell’Abenomics – per anni indicata come modello dagli avversari dell’austerità – in Giappone dimostra, come non sia risolutiva, una politica meramente espansionistica.

Non possiamo, dunque, permetterci un Piano Marshall e, tuttavia, il Piano Junker vuole comunque lanciare – facendo di necessità virtù – un’offensiva degli investimenti per sfuggire all’idea di aver perso un intero decennio nella stagnazione.  Con l’intelligenza indispensabile per intervenire sulle innovazioni – banda larga, infrastrutture di trasporto, scuola, ricerca, tecnologie – che maggiormente possono attivare processi di sviluppo. I soldi andranno dove c’è qualità progettuale e capacità istituzionali e, però, la conseguenza non è indolore e Junker sembra mettere le mani avanti: se “la crescita indotta dal Piano sarà più forte in Francia che in Italia” – l’esempio scelto sembra anche un avvertimento – l’Italia potrà, comunque, beneficiarne – dice consolatorio Junker – attraverso un aumento delle esportazioni.

Più investimenti, dunque. Ma anche un forte premio a chi ha le capacità istituzionali per farlo. Ed è qui che la vittoria di Renzi rischia di trasformarsi in un’ennesima vittoria a metà. Perché se è vero che la burocrazia europea è parte del problema, ciò vale ancora di più per quella italiana.

Siamo al ventiseiesimo posto su ventotto Paesi per capacità di spesa, ad esempio, degli investimenti finanziati con fondi strutturali che le regioni e le amministrazioni centrali avrebbero potuto impiegare per infrastrutture come quelle sulle quali il Fondo di Junker concentrerà tre quarti delle sue munizioni. Il problema, peraltro, non è solo al Sud – la Puglia ha fatto meglio del Lazio nella passata programmazione – e non solo delle Regioni – il Ministero della ricerca è una delle amministrazioni alla quale in passato sono state tagliate maggiormente le risorse per evitare guai peggiori. Peraltro, non solo perdiamo per strada – come spesso si sente dire – tanti dei soldi che ci spettano. La novità è che presto la Commissione Europea potrebbe, persino, chiederci la restituzione di alcuni miliardi di euro per finanziamenti spesi per progetti che non sono stati completati o che non funzionano: ciò potrebbe, ad esempio, portare in bancarotta centinaia di amministrazioni comunali in Campania.

Non molto migliori sono le prospettive sulle infrastrutture telematiche: il Fondo di Junker potrebbe fornire un’iniezione di liquidità assai significativa al progetto ambizioso appena annunciato dal Governo, di voler portare la percentuale di popolazione italiana coperta da banda ultra larga dallo zero all’85%, da qui al 2020. Tuttavia, la strategia dell’Agenzia digitale di crescita dei servizi – soprattutto, pubblici – che dovrebbero incontrarsi sulla nuova autostrada informatica, non appare ancora in grado di “vedere” le tecnologie come fattore di trasformazione radicale dell’organizzazione di comparti come la sanità, la giustizia, la scuola. In questo contesto, l’autostrada potrebbe rimanere inutilizzata e destinata a logorarsi.

Migliore è, tuttavia, la prestazione dell’Italia quando alla “gara europea per la crescita”, partecipano direttamente le singole università e le imprese senza l’intermediazione delle amministrazioni pubbliche. Sui cosiddetti “programmi quadro” l’Italia è al quarto posto: potremmo fare meglio, ma questo è un dato che deve far pensare che, seppur impoverito, il settore privato e quello della ricerca è più intraprendente di ministeri e regioni.

Ottima la notizia di una grande sfida progettuale lanciata all’Europa. Per vincerla, però, è fondamentale fare un salto di qualità in Italia. E decidere di rottamare – sul serio – quei burocrati che sono più responsabili della Germania della crisi di investimenti e fiducia che ci fa soffrire più dell’Europa.

Che le risorse si spostino – anche in Italia – dalle amministrazioni incompetenti a quelle più capaci. In maniera trasparente così che gli elettori sappiano chi punire e chi premiare. E dal pubblico al privato, se necessario. Con una frazione dei miliardi di euro di fondi strutturali che avranno, a disposizione nei prossimi sette anni le amministrazioni italiane, potremmo anche noi cercare un effetto leva: istituire fondi chiusi che investano nelle “specializzazioni intelligenti” e nelle aree territoriali che il governo avrà identificato, lasciando a operatori finanziari internazionali che ci mettano soldi e competenze il compito di selezionare specifici progetti di innovazione.

Il sottosegretario Del Rio sembra aver colto la necessità che aldilà delle cifre in gioco, c’è da fare un cambio di passo. Un investimento in intelligenza. Da qualunque parte arrivi. Responsabilizzando tutti sui risultati di una partita che non possiamo assolutamente perdere.

 

 

 

 

Campagna di sensibilizzazione “ Diamoci la mano” contro discriminazioni e violenze 2014

Tavolo provinciale Patto di solidarietà sociale

Presidente Giuseppina Bonaviri

Aderiamo anche questo anno alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne consapevoli che le diversità non sono un deterrente ma aiutano lo sviluppo delle menti e delle idee in sintonia con il mandato che, nell’Area Vasta della ex provincia, abbiamo assunto già dall’apertura della Campagna di sensibilizzazione contro violenze e discriminazioni con la marcia che l’8 marzo di questo anno ci ha viste-i impegnate-i con il coinvolgimento degli amministratori dell’intera provincia, delle scuole dell’intero comprensorio ciociaro e della tanta cittadinanza che ha voluto condividerne questi momenti. L’ evento pubblico presso il Palazzo dell’Amministrazione Provinciale di Frosinone dal 24 al 28 novembre, -importante per contenuti e progettualità- diviene l’ occasione centrale per ribadire, quali sono gli obiettivi che Governo ed Enti locali dovrebbero svolgere per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime, la promozione delle pari opportunità e come la partecipazione attiva possa determinare, anche in questa occasione, il cambiamento in un momento storico di impoverimento delle culture.

La Riunione interparlamentare presso il Parlamento europeo del 5 marzo 2014 fu l’occasione, per la presentazione dell’Indagine sulla violenza di genere contro le donne in Europa, realizzato dall’Agenzia europea dei diritti fondamentali. Lo studio fatto su larga scala, iniziato nel 2011, basato sull’intervista di oltre 40.000 donne (circa 1.500 per Stato membro) di età compresa tra 18 e 74 anni circa la loro esperienza di violenza fisica, sessuale e psicologica, di vittimizzazione nell’infanzia, di molestie sessuali e stalking, e di abusi subiti via Internet è stata completata nel settembre del 2012 e presentata in  occasione della Riunione di questo anno. I risultati dell’indagine sono stati quindi resi pubblici nella Conferenza di lancio “Violenza contro le donne nell’Unione europea: abusi a casa, sul lavoro, in pubblico e on line”. Ma oltre i dati, a che punto siamo in Italia? Sappiamo bene che gli obiettivi enunciati nella Convenzione di Istanbul e nelle conferenze intragovernative europee dovrebbero  trovare riscontro nella sostanza e nelle pratiche a partire dalle infinite periferie come il nostro territorio ma constatiamo sulla nostra pelle di donne , quotidianamente che nulla di quanto detto si avvera. Per il diritto penale, se si esclude il delitto di mutilazioni genitali femminili, il genere della persona offesa dal reato non assume uno specifico rilievo e conseguentemente non è stato fino ad oggi censito nemmeno nelle statistiche giudiziarie. Dunque la mancanza di dati statistici aggiornati sul numero di delitti commessi a danno di donne è stata negli ultimi mesi più volte stigmatizzata; ciò che appare evidente è peraltro che i sempre più drammatici, frequenti ed efferati episodi di cronaca, hanno certamente elevato la percezione della violenza nei confronti delle donne come un fenomeno in aumento ( muore una donna violentata ogni due giorni).

La iniziativa che il tavolo provinciale sta organizzando vuole tornare ad far riflessione sulle criticità in materia di parità di genere esistenti in Italia.

Affrontando temi come l’uguaglianza di genere nel lavoro, l’esigenza di conciliare lavoro e famiglia, la presenza delle donne nelle posizioni decisionali, le recenti misure per combattere la violenza contro le donne nonché la salute e i diritti riproduttivi con un percorso visivo ed artistico partecipativo la nostra provincia pone le basi affinché si provi a raggiungere risultati soddisfacenti.

Molte le performances artistiche e le testimonianze previste per questa manifestazione provinciale che staranno a simboleggiare la costruzione della reale Rete Integrata nascente nell’Area Vasta tra  società civile e istituzioni, movimenti e realtà coinvolte anche a livello extraterritoriale per la lotta alla violenza di genere. Importante la partecipazione delle scuole che saranno presenti con le loro opere provenienti da tutta la provincia e che , assieme ad artiste ed artisti, ci dicono che si può segnare il passo di una evoluzione, di quella svolta che deve interessare l’intera comunità. Sarà l’ occasione per stare insieme in silenzio, senza fare vetrine tenendo accesa una fiammella nel ricordo di tante donne vittime. Una battaglia contro l’indifferenza e l’intolleranza, a favore dei diritti e dell’equità di tutto il genere umano.

 

L’Europa ha bisogno di una “terapia choc” per uscire dalla crisi

Il Piano di investimenti europei (Eur 800 mld nel 2015-2020) per la transizione economica sostenibile del vecchio continente – oggi proposto dal PSE  – sommato al massiccio stimolo monetario avviato da BCE l’ultima chance per invertire una terza lunga stagnazione, che potrebbe essere letale.
Speriamo diventi subito una proposta condivisa.
Gli Innovatori Europei

Oggi, il gruppo S&D ha proposto di creare un nuovo fondo da 400 miliardi all’interno del piano di investimenti per promuovere la crescita e l’occupazione in Europa.

Il piano è stato presentato oggi durante una conferenza stampa a Bruxelles.

Il presidente del gruppo S&D Gianni Pittella ha dichiarato:

“Per la prima volta dopo l’era Barroso, crescita e flessibilità sono seriamente prese in considerazione dalla Commissione. Questo nuovo approccio potrebbe rappresentare l’inizio di una rivoluzione per l’Europa.

“Vogliamo portare avanti una terapia choc. Una terapia choc attraverso l’investimento di nuove risorse fresche (pubbliche e private), nuovi strumenti di investimento europei e finalmente l’azione di una ‘clausola per gli investimenti’ associata al piano di Juncker: il denaro pubblico speso dagli stati membri per determinati progetti europei non deve essere calcolato nel computo del deficit nazionale.

“Non è più tempo di mezze misure. E’ tempo di decisioni coraggiose e sagge. Abbiamo proposto una terapia choc per far partire la ripresa della nostra economia e salvare l’Europa da lotte sociali, populismi e disintegrazione”.

La vicepresidente del gruppo S&D per lo Sviluppo sostenibile, Kathleen van Brempt, dichiara:

“Gli investimenti senza capo né coda non rimetteranno l’Europa in carreggiata. Ciò che importa non è soltanto la quantità degli investimenti, ma dove le risorse saranno investite.

“La transizione verso un’economia sostenibile e basata su un uso efficiente delle risorse è la priorità e la sola strada che abbiamo davanti. Gli investimenti devono essere mirati alla transizione e all’efficienza energetica, all’economia digitale, all’innovazione e alle risorse umane, favorendo così la creazione di nuovi posti di lavoro. L’Europa deve focalizzarsi su progetti che non potrebbero mai svilupparsi senza lo stimolo di investimenti pubblici”.

La vicepresidente del gruppo S&D per gli Affari economici, finanziari e sociali, Maria João Rodrigues, aggiunge:

“Oggi l’Europa si trova dinanzi al rischio di un lungo periodo di bassa crescita e di disoccupazione di massa. Siamo anche di fronte a un deficit di investimenti stimato in 300 miliardi all’anno. Gli Stati membri hanno bisogno di recuperare la flessibilità in modo da essere in grado di investire. Occorre ripristinare sia gli investimenti privati, sia quelli pubblici. I fondi pubblici devono servire come leva per attrarre gli investimenti privati. Forme leggere di sovvenzioni, come ad esempio un prestito senza interessi, potrebbero sbloccare molti progetti importanti che altrimenti non potrebbero permettersi il finanziamento a condizioni puramente commerciali. Gli investimenti europei devono riguardare tutti gli stati membri dell’Ue ed essere rivolti al sostegno delle regioni in crisi”.

La vicepresidente del gruppo S&D per il Bilancio, Isabelle Thomas, ha sottolineato:

“Non sosterremo un ‘finto’ piano di investimenti”. Abbiamo bisogno di denaro fresco. Per questo proponiamo di creare un fondo speciale. Il capitale iniziale sarebbe gradualmente fornito dagli stati membri dell’Ue per raggiungere i 100 miliardi entro entro sei anni. Tali contributi nazionali dovrebbero essere esentati dal calcolo del deficit e del debito pubblico.

“Su questa base, il fondo potrebbe mobilitare ulteriori 300 miliardi messi sul piatto dagli investitori privati. Questa capacità finanziaria pubblica di 400 miliardi potrebbe generare un totale di 500 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati”.

Un popolo rosso di rabbia reazionaria

di Michele Mezza

Una talpa inedita riprende a scavare sotto i nostri piedi. sembra proprio che s’avanzi uno strano soldato. E non è  un amico.

Le cronaca ci rimandano annunci di ribellismo sociali nelle banlieu delle grandi metropoli.

Povertà ed esasperazioni anti elites mettono in movimento un popolo dell’intolleranza. le gaffes di Marino a Roma, i mutismi a Milano della sinistra culturale, l’assenza a Napoli, Bari e Palermo di  una presenza territoriale di un progetto di trasformazione, fa rifluire  protesta sociale e rivolta esistenziale  in una La lega di Salvini si candida a contenitore di questa nuova Italia Italia senza pietà, e soprattutto senza speranza. Non era mai accaduto che la destra trovasse un popolo diffuso e metropolitano. Già le lancette dei sondaggi segnalano gli effetti: si logora lo scintillante , successo solitario di Renzi, si gonfia la vela della destra lepenista.

Certo fiammate populista non sono mancate, dall’Uomo Qualunque del dopo guerra, al Bossismo della fine anni 80, fino al berlusconismo sorridente. Ma sempre la spina dorsale era la media borghesia provinciale.

Oggi la protesta gonfia la pancia popolare e permette ad una possibile destra conservatrice di radicarsi nei quartieri metropolitani, così come si è radicata nelle curve degli stadi. ma con una torsione ancora più preoccupante. Dove andrà la protesta operaia bianca, senza ambizione politica e con la frustrazione di trovarsi sola in un territorio senza r5tappresentanza? dove andrà il popolo di questa CGIL senza partito? dove si rifugerà alla fine la rude razza pagana dei metalmeccanici di Landini se non trovasse un approdo a sinistra?

La convergenza annunciata dalla Camusso del primo sindacato italiano con la Lega per il referendum sulla riforma previdenziale Fornero indica una direzione: con un fronte popolare difensivista. Per la prima volta si configura in Italia quella base sociale tipica della destra popolare americana, composta da borghesia rapace, produttori frustrati, e operai minacciati. E’ la destra bianca degli anni 60 e 70, quella degli operai di Chicago che picchiavano gli studenti anti Vietnam, quella della difesa dell’industria americana contro l’ondata gialla, quella del muto della casa da pagare a tutti i costi.

Prove generali di questo nuovo mosaico sociale già ce ne sono state: Gli operai brianzoli o veneti, da tempo senza rivoluzioni da inseguire, sono inevitabilmente schiacciati sotto l’alleanza con il proprio padrone per cercare una via di emancipazione almeno nel successo della propria azienda.

Ma ora si va oltre: Europa, stato fiscale, immigrazione sono i tre nemici che spostano a destra il popolo senza rivoluzione. Dopo 30 anni a lamentarci di  un ceto rivoluzionario che non ha mai trovato un popolo per  dare forma alle proprie ambizioni, ora ci troviamo muti di fronte ad un popolo che senza rivoluzioni scivola a destra.

Il Renzismo non sembra sufficientemente tondo per dare una alternativa. Nasce come linguaggio neo borghese e non sa ora parlare a ceti esterni alla competizione. La vecchia sinistra è anch’essa senza voce. Il suo popolo era disciplinato e auto munito di identità rivoluzionaria. La sinistra doveva solo amministrarlo e usarlo come spauracchio, per spostare equilibri e concertazioni.

Siamo ad un vero bivio. paradossalmente dopo aver guardato fuori dalla finestra per cercare di leggere l’orizzonte e ‘ alle nostra spalle che è cresciuto un mostro che non domiamo. Come sempre le trasformazioni non possono rimanere a mezz’aria, pena rovesciarsi nel proprio contrario. Già Machiavelli ci ricordava ne  Il Principe  che ” Non c’è niente di più difficile da prendere in mano, ne di più pericoloso da guidare, e di più incerto successo che avviare un nuovo ordine delle cose. Perché l’innovazione ha nemici in tutti quelli che hanno operato bene nelle vecchie condizioni e soltanto tiepidi sostenitori in coloro che potranno essere avvantaggiati  dal nuovo”.

Per Bagnoli non servono rivoluzioni ma decisioni

di Umberto Ranieri, “Il Mattino”, giovedì 6 novembre 2014

Mi auguro che Matteo Renzi si adoperi affinché il Parlamento, prima di dare la parola alla Corte Costituzionale, intervenga con una modifica legislativa su quegli aspetti della legge Severino per i quali dubbi di costituzionalità sono più che fondati. In particolare su due punti: la decadenza da cariche istituzionali dopo una sentenza di condanna di primo grado ritenuta lesiva della presunzione di non colpevolezza fino alla sentenza definitiva e la retroattività della misura. Questo vale oggi per la questione posta da Luigi De Magistris, condannato in primo grado a un anno e tre mesi, come valeva ieri per la richiesta avanzata da Silvio Berlusconi di rivolgersi alla Consulta prima di decidere la decadenza da senatore. Le garanzie previste dalla Costituzione a tutela dei cittadini vanno rispettate sempre! A prescindere dalla appartenenza politica del soggetto in causa. Non tutti in questi anni si sono ispirati a un tale principio. Certamente non De Magistris! Sulla questione Bagnoli il sindaco eviti di lanciare accuse di tradimenti. Qualcuno potrebbe ricordare i mesi in cui egli si atteggiò a sostenitore intransigente di una “Coppa America” da svolgere in una Bagnoli per niente bonificata. Invece di minacciare rotture di intese e improbabili ritiri di firme da accordi già stipulati con il governo, lavori perché il Comune svolga un ruolo propositivo e attivo nel rilancio del programma di bonifica e di sviluppo del sito ex-Italsider e dell’intera area occidentale. Bagnoli non ha bisogno né di barricate né di proclami “rivoluzionari” ma di veder attuata una seria bonifica con il coinvolgimento di rigorose competenze scientifiche e ascoltando le comunità locali. La via maestra per uno sviluppo dell’area fondato su turismo, ricerca e innovazione. E’ indispensabile inoltre che il governo nazionale mantenga gli impegni assunti e giunga a decisioni concrete per avviare l’operazione risanamento di Bagnoli. Nomini il commissario previsto nel progetto approvato in Parlamento, lo faccia sulla base di una scelta oculata che valorizzi competenza, professionalità e rigore; definisca le procedure per individuare il soggetto attuatore; affronti con puntualità la questione delle risorse finanziarie ricordando che su questo punto come su quello del ruolo del Comune, nella discussione parlamentare sono state avanzate proposte serie e realistiche di cui sbaglierebbe il governo a non tenere conto. E non si preoccupi il presidente del Consiglio di fissare date per le sue visite a Napoli. Non è questo l’essenziale. Essenziale è che il governo decida. E per il meglio.

I limiti e i meriti di Renzi

di Massimo Veltri (pubblicato ieri su Il Quotidiano della Calabria)

E’ sempre stata una prerogativa di chi un tempo faceva politica, contestualizzare i fatti, inserirli in un prima e in un possibile dopo, alla luce della situazione complessiva e degli attori in campo. Chi, appunto, un tempo faceva politica negli grandi partiti di massa, in un’Italia che vedeva il binomio… Dc-Pci fronteggiarsi, accordarsi, poi di nuovo guerreggiare, in una situazione politica ch’era quella dei blocchi contrapposti poi via via sbiadita dopo il crollo del muro, le scuole di partito, il Vaticano, la Terza via, la Russia, i Comitati Centrali, il Centralismo democratico… Ma non è questo il punto, qui. Il punto che voglio mettere in evidenza qui è che mai o quasi (malgrado ipocrisie, mezze verità e infingimenti) si faceva ricorso a categorie come antipatia personale, mai si tacciava esplicitamente l’interlocutore di ignoranza o di superficialità. Invece, evidentemente i tempi son cambiati anche in tal senso, e per tutti, sempre più si fa ricorso a tali categorie, a queste attribuzioni negative, per commentare, o meglio: condannare, l’operato di Matteo Renzi nella veste di premier e/o di segretario del Partito Democratico. Partito democratico, appunto: né Dc né Pci: si può ragionare, ancora, con gli stessi schemi con cui ci si atteggiava venticinque anni fa, fra nostalgie malriposte e incapacità di situarsi nelle dinamiche di oggi? Quando dopo averle dette tutte, ma proprio tutte, contro o a difesa  di certe posizioni – che siano la bontà del sistema bicamerale contro l’abolizione del Senato; i tentativi di riscrivere una legge elettorale un pò meno indecente del vigente Porcellum e corollario annesso di preferenze sì e preferenze no; il solipsismo del leader; la modifica del mercato del lavoro, l’accordo con Verdini e c., il liberismo esasperato eccetera – quando tutto s’è detto e si è ripetuto, dicevo, ecco che scattano parallelamente le contumelie. E la cosa deve far riflettere, per evitare un ulteriore grado di imbarbarimento di cui proprio non ci sarebbe bisogno, in una situazione di per sé molto complicata.

Esiste, almeno sulla carta, un Pd, e un sistema di forze politiche, dal M5Stelle a FI, Ncd, Lega e tanti altri ancora, in cui la responsabilità di governo è assegnata, oggettivamente, al leader del Partito Democratico. L’ascesa di Renzi è stata descritta in tutti i modi: non val la pena soffermarcisi qui. Varrebbe la pena farlo piuttosto sulla nascita e sulle convulsioni del Pd, ma pure questo è stato fatto se pure in termini non conclusivi. Si dice, e ci sono elementi di verità, che questo Pd conserva al suo interno tante sensibilità, volendo intendere contraddizioni; diverse culture in termini di intendere i pesi e i contrappesi nel sistema  istituzionale; contrastanti modi di riferirsi a blocchi sociali; differenti approcci verso la modernità; welfare e garanzie fra loro confliggenti; intendere il mondo del lavoro. Se si guarda bene ci sono ancora altre divaricazioni, dentro il Pd, questo Pd, e non si tratta di semplici ‘elementi di verità’, ma appaiono piuttosto oggettive e quotidiane constatazioni. Constatazioni che giorno dopo giorno fanno fibrillare sempre più il quadro politico-istituzionale. Su un punto, però, è possibile cercare di trovare un’intesa, ed è quello che riguarda la inesorabile perdita di sovranità degli stati europei a fronte delle politiche (economico-finanziarie) della UE, di questa UE. E’ da tempo che si riscontra questo duplice dato: UE come unione economico-finanziaria e null’altro (diretta rigidamente dalla Germania); eterodirezione della politica da parte degli obiettivi di convergenza decisi in sede esterna ai paesi che dovrebbero invece esercitare la loro propria sovranità. C’è un problema, quindi, anzi ce ne sono tre: come indurre Bruxelles (e Berlino) ad intendere le cose in chiave più politica e in termini di sviluppo – che non può conseguirsi con azioni di mero contenimento della spesa, di tagli e investimenti sempre più esigui -; parallelamente, come mostrare in sede UE un volto realistico, accreditandolo nei fatti, di responsabilità, autorevolezza, serietà; come ridefinire il compito, le attribuzioni, le articolazioni, dello stato, dello stato di oggi e di domani alle prese con un mondo del lavoro spostato sempre più verso la precarietà, un sud del continente che non può essere lasciato in balìa di se stesso, un universo di tecnologia e di nuovi saperi che saprebbero dare risposte a tanti problemi che ci affliggono se fossero, come si dice, messi a sistema. Questo è il fronte che da più parti caratterizza la nostra esistenza, oggi, se non si vogliono aggiungere anche i temi della sicurezza e della sostenibilità ambientale.
Esistono proposte, letture, di tali fenomeni, oggi, che siano in grado di confrontarsi con tali complessità tanto sul terreno nazionale che su quello europeo? A me non pare, tanto che sembra d’essere tornati alle così dette politiche dei due tempi: prima aggiustiamo un pò le cose, poi ripartiamo. Con un aggravante, però, che l’aggiustamento non procede spedito, tutt’altro, incontrando ostacoli, divergenze di posizioni, attriti fortissimi, in specie, o forse addirittura soltanto, nel partito di maggioranza relativa. Mentre, invece, occorrerebbe rilanciare sì nel campo dell’accreditamento agli occhi UE – dopo decenni d’inerzie, scialacquamenti e scorribande vari – ma contemporaneamente sferrare un’offensiva  a tutto campo contro la crisi di questo modello occidentale che chiami a raccolta per un nuovo ‘ordine europeo’. Che veda gli stati membri al centro, la guerra contro la povertà, politiche per il lavoro realistiche, investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, un welfare equilibrato e non meramente assistenzialista, la rete fra l’imprenditoria privata, lo stato, la comunità scientifica, il mondo delle professioni liberali.
Renzi ha mille e un difetto, mettiamoci pure, e non è di poco conto, questo suo stucchevole insistere: ‘Il sud deve farcela da solo’ (non ce la può fare, da solo. Nessun ambito politico-territoriale in ritardo alza la testa autonomamente se non è accompagnato da misure premiali e dissausive, se non è messo nelle condizioni di operare virtuosamente, liberandosi dei tanti orpelli e dei tanti motivi di ritardo che lo affliggono, gran parte, è vero, frutto di responsabilità proprie), ma una serie di elementi di oggettività li interpreta, all’interno d’un blocco anchilosato su un’Italia ferma a venti-trent’anni fa che non c’è più, malgrado qualcuno e più d’uno faccia finta di non essersene accorto. Certo, se alza il tiro, Renzi, se accompagna al suo dire un disegno ambizioso di ridefinizione del quadro generale con piglio e credibilità autentici, forse gli si perdonerebbero, o quasi, anche le tante guasconate, le improvvisazioni, le dimenticanze, le grossolanità. Fatto è che solo a dir no non si va da nessuna parte, a guardare l’oggi con gli occhi di ieri non ci si cava niente.
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