Editoriali
Una reale prospettiva di integrazione per la Turchia è strategicamente importante per l’UE
di Gianni Pittella
Dopo i colloqui con le autorità turche, con i leader dell’opposizione e i rappresentanti delle minoranze, con le ONG che si occupano di religione e di diritti delle donne, termina oggi la mia visita di tre giorni in Turchia. L’Unione europea deve offrire alla Turchia una vera e propria prospettiva di integrazione. Non è solo il riconoscimento da parte dell’Unione europea dello status della Turchia come paese candidato all’adesione all’UE che è in gioco, ma anche una visione strategica, economica e geopolitica che non si può ignorare. Qualsiasi problema, singolo o nazionale che sia, non dovrebbe penalizzare questo processo. Solo una vera e propria opzione per l’integrazione europea può portare la vita politica turca verso gli standard europei. E solo una vera e propria opzione per l’integrazione europea può assicurare l’attuazione delle riforme su minoranze, diritti delle donne, libertà religiosa e dei media. Un vero e proprio futuro europeo può anche avere un effetto positivo sui negoziati di pace con i curdi e convincere Ankara ad impegnarsi pienamente nella lotta decisiva contro lo Stato islamico. Non importa quanto tempo richieda questo processo, una maggiore integrazione europea è nell’interesse dell’Europa e della Turchia. Per questo vogliamo aprire il confronto sui capitoli 23 e 24 dei negoziati di adesione (in materia di giustizia, diritti e libertà fondamentali) e in futuro anche sul capitolo 17 (in materia di politica economica e monetaria). Inoltre, come Socialisti e Democratici, siamo fermamente convinti che sia giunto il tempo per una soluzione globale al problema di Cipro – secondo il diritto internazionale e per il bene delle popolazioni greco-cipriote e turco-cipriote. Per quanto riguarda la recente disputa sui giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo orientale, ci aspettiamo che la Turchia rispetti la sovranità di Cipro sulle sue acque territoriali. Allo stesso tempo, ci raccomandiamo che le autorità di Cipro si consultino con le controparti turche nelle attività di esplorazione e di sfruttamento per condividere i benefici per tutti i ciprioti.
Aperte le iscrizioni al RomeMUN – La più grande simulazione delle Nazioni Uniti in Europa
Capacità negoziali, disponibilità al lavoro di gruppo e buone proprietà di comunicazione qualificano il profilo del diplomatico del XXI secolo. Riuscire a esercitarli fin da subito aiutano a mettere in moto un percorso che potrebbe portare al Palazzo di Vetro.
La buona notizia per tutti i giovani interessati a una carriera nel mondo delle relazioni internazionali è l’organizzazione del RomeMUN, la più grande simulazione diplomatica d’Italia e fra le più affermate sul panorama europeo.
Dal 14 al 18 marzo 2015, a Roma, 2000 partecipanti, fra ragazzi e ragazze, attesi da tutto il mondo, avranno modo di dibattere fra comitati ed agenzie ONU le questioni proposte per la sesta edizione.
Il tema del programma è ispirato all’Expo di Milano: “Feeding The Planet, Energy For Life”. Le tre posizioni aperte, da delegato, giornalista o traduttore, metteranno alla prova la preparazione
e la determinazione di giovani studenti volenterosi di capire come si vive e si cambia il dibattito internazionale. Fra le altre novità annunciate del RomeMUN 2015, è previsto un Consiglio di
Sicurezza in multilingue e un comitato interamente in Italiano riservato in esclusiva agli studenti stranieri non iscritti presso un’Università Italiana.
“Per questa edizione i preparativi sono già iniziati.” racconta Daniela Conte, presidente dell’Associazione Giovani nel Mondo. “Il nostro staff è già sepolto dalle applications arrivate,
soprattutto quelle dall’estero. Ma la soddisfazione maggiore è nel riuscire a garantire ben 200 borse di studio per profili di alto livello che non possono coprire le spese di viaggio e alloggio”.
Per gli studenti interessati a partecipare alla prossima edizione l’application form sarà aperta fino al 15 dicembre 2014, mentre la richiesta per accedere alla borsa di studio sarà possibile fino all’8
dicembre 2014, entrambi disponibili su www.romemun.org
Il Rome Model United Nations è organizzato dall’Associazione Giovani nel Mondo, con il patrocinio di IFAD, WFP, della Rappresentanza Italiana della Commissione Europea e di Expo
Milano 2015.
Contatti utili info@romemun.org www.romemun.org
Quello che abbiamo visto a Pechino
C’è molta simpatia verso il Belpaese e una conoscenza dettagliata del nostro sistema di piccole e medie imprese volta al miglioramento delle imprese cinesi. Matteo Orfini e Enzo Amendola – Europa

La frenata dell’economia cinese, rispetto alla prevista crescita del 7,5% del Pil, non è una notizia che fa discutere solo la classe dirigente di Pechino ma muove i destini delle principali piazze mondiali a partire da Wall Street, dove nessuno si sorprende per l’interdipendenza strettissima con le mosse dell’Impero di Mezzo. Per questo, tutti i riflettori erano puntati nei giorni scorsi sul quarto plenum del comitato centrale del Partito comunista cinese. Con una delegazione del Pd abbiamo avuto la possibilità di interloquire con dirigenti del Pcc proprio nelle ore della chiusura del plenum.
A sorpresa è stato diramato il comunicato ufficiale dal conclave segreto e la dichiarazione finale, più che sulla contingenza economica, si è concentrata sullo stato di diritto e la funzionalità delle istituzioni. Tradotto, la lotta alla corruzione dilagante ai livelli locali dove la commistione tra potere politico e organi di controllo, ovviamente non autonomi, ha fatto scoppiare una “bolla corruttiva” preoccupante per i vertici del partito. Sul tema aveva avuto gran eco il processo di Bo Xilai, proprio all’inizio della presidenza di Xi Jinping, che molti osservatori avevano letto come frutto di una conta interna, tra le diverse correnti del partito, portata avanti con altri mezzi.
In tutti i casi la corruzione, combattuta oggi anche con “tribunali mobili” di secondo grado, è un tema di conversazione con i visitatori stranieri; una novità interessante per una classe dirigente che vuole portare la Cina al vertice dell’economia mondiale, non accontentandosi più di avere il marchio di “fabbrica del mondo” o semplice prestatore di liquidità ma gelosa, agli occhi esterni, dei suoi meccanismi di funzionamento politico.
Ad una prima lettura ci si chiede se magari la tendenza è verso la divisione dei poteri, esecutivo e giudiziario nel caso, tipico delle democrazie liberali. Tuttavia appare piuttosto una manovra di contenimento decisa dal comitato permanente dell’ufficio politico, i 7 uomini più potenti della Cina, verso i suoi 83 milioni di iscritti per debellare un virus, commistione tra governo e affari, che mina l’ascesa impetuosa della Cina. Tutto in linea con le scelte dei precedenti plenum e della strategia di “riforme e apertura” che non prevede ancora di intaccare il monopartitismo.
Questo scenario scontenta chi si accosta alle vicende del colosso asiatico con il paradigma che alle libertà economiche diffuse seguano rapidamente riforme istituzionali. Infatti le scelte e l’agenda della politica locale hanno una narrativa chiara negli incontri, dal ministero degli esteri al Politburo del Pcc, senza diplomatismi di maniera, ma legata a visioni pragmatiche di chi sta tentando di portare a stabile profitto la rivoluzione avviata da Deng a fine anni ’70. In questa stagione, sotto la guida di Xi Jinping, la priorità è uno “sviluppo di qualità”, sostenibile nella dimensione sociale ed ambientale, con consumi interni sostenuti e non più basato su una manifattura di bassa qualità tecnologica e bassi salari. Impetuosi sono stati gli investimenti esteri finalizzati anche ad una crescita di competenze nel mondo della produzione per innervare l’industria cinese di un know-how tecnologico spesso poco competitivo.
«Siamo fieri del rapporto con l’Italia, dello scambio di visite tra Renzi e il nostro primo ministro Li Keqiang, che ha portato accordi per 10 miliardi di dollari» ci dice Ren Hongbin all’Accademia del ministero del commercio. Un dato impressionante non solo per la simpatia verso il Belpaese, salito rapidamente ai vertici dei partner cinesi per investimenti, ma per la conoscenza dettagliata del nostro sistema di piccole e medie imprese volta al miglioramento delle imprese cinesi. Una analisi che certamente farebbe rabbrividire i protezionisti di casa nostra ma entusiasmerebbe un ascoltatore non intimorito dalla chiosa di Hongbin «nel nostro interscambio quello che vorremmo far crescere è la ricerca, adesso troppo bassa, puntando su università e centri di eccellenza».
Infatti la Cina non raffredda i suoi livelli di produzione interna, stabilizzando il Pil dal 9% del passato al 7,5% previsionale, per un calcolo pessimistico o perché stretta tra la paura per la possibile bolla immobiliare, figlia di una urbanizzazione scriteriata, e una corruzione che corrode le leve del potere locale.
Piuttosto il timore è quello di aver toccato i vertici dell’economia mondiale con uno sviluppo carente di coesione sociale e arretrato dal punto di vista del valore aggiunto rispetto al suo principale rivale ed alleato economico di oltrepacifico, proprio adesso che è partita la guerra commerciale globale.
Non a caso, proprio sul grande scacchiere delle rotte dello scambio, la Cina pianifica una “via della seta del Ventunesimo secolo” per via marittima, toccando tutti i continenti, sorretta da un nuovo canale per solcare gli oceani da costruire in Nicaragua, competitivo rispetto al raddoppio del canale di Panama.
Gli Usa inseguono la supremazia commerciale nel Pacifico con il Tpp (Transpacific partnership agreement) per unire 800 milioni di persone, escludendo la Cina, e nell’Atlantico con il Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) per legare Usa e Ue. Dietro queste scelte si staglia il blocco operativo del Wto, il neoprotezionismo dei Brics e la ripresa necessaria, per aggirare lo stallo, di accordi bilaterali o multilaterali collegati da geostrategie comuni. Anche la Cina non si fa trovare impreparata sul punto, e mentre ha aperto a 100 sui 167 settori di servizio richiesti dal Wto, ha siglato più di 20 trattati bilaterali di commercio.
A tutto ciò si aggiunge la sfida moderna per la supremazia nel Pacifico al di là delle rotte commerciali, che si muove su nuove linee di scontro geopolitico ben più pericolose. Le tensioni sono cresciute visto l’attivismo cinese nel mare continentale scuotendo i paesi limitrofi con dispute sulle acque territoriali e la ricerca di materie prime off shore. La reazione Usa non si è fatta attendere frutto della tradizionale politica di protettorato verso i paesi minacciati dall’egemonismo cinese. In fin dei conti, se dal punto di vista economico tra gli Usa, con la sua teoria del “pivot to Asia”, e la Cina, con la sua “via della seta”, una convivenza è necessaria, al contempo è ipotizzabile che sul terreno delle alleanze militari si possa sviluppare la “cool war” di cui parla Noah Feldman.
Infatti le relazioni e gli scambi di merce e liquidità hanno saldato in un destino comune i due giganti, che sul piano della libertà del capitalismo non vivono il muro e le distanze tipiche della vecchia “cold war”. La partnership competitiva è nei fondamenti della loro relazioni poiché la Cina da magazzino della produzione del mondo si è trasformata in prestatore di risorse Usa sviluppando una coesistenza economica evidente tra le prime due economie del globo. Ma i rischi da “guerra fresca” sono piuttosto su altri versanti geopolitici dove la convivenza tra le due ambizioni possono irrigidire le distanze tra Washington e Pechino su faglie conflittuali, a partire da quella più esplosiva che è Taiwan.
In questo contesto si intuisce la determinazione verso la nostra insistenza, con i vertici del ministero degli esteri e del dipartimento esteri del Pcc, sul tema Hong Kong. «Interferenze esterne» oppure «quando Hong Kong era inglese non si tenevano elezioni», sono le risposte di forma che non spiegano il fenomeno di protesta giovanile nell’importante autonomo centro finanziario sotto bandiera cinese. La sfida di Hong Kong è paradigmatica e mette in discussione la tenuta dell’assetto “due sistemi-uno stato”, schema istituzionale che la Cina vorrebbe consolidare se non esportare ad altri stati satellite; un modello che se esplodesse nella ex colonia britannica avrebbe conseguenze più complicate per l’aspirazione da grande potenza.
Ma per sfatare i pessimismi su una convivenza tra le due superpotenze un ruolo lo potrà avere sicuramente l’Europa unita che non si rinchiude solo nei benefici dell’interscambio commerciale. Il modello di integrazione europeo, paradossalmente oggi in crisi tra i 28, è molto apprezzato a Pechino, analizzato nei suoi fondamenti storici, esaltato poiché si è realizzato con l’aumento graduale di scambi economici e la parallela integrazione di istituzioni giuridiche che hanno allontanato i rischi di guerra. Un antidoto ad un multilateralismo troppo debole dinanzi ai nuovi rischi globali.
Fonte: Europa
The Green value of Milan Expo 2015
by Massimo Preziuso (in State of Green Economy Report 2015 – Dubai Carbon)
Expo Milano 2015 is the first universal green economy fair. A single event will give italian and international firms focused on green investments the opportunity to be exposed to new ideas and alliances while showing their best practices to a global community, during and after the event.
Mobilizing the attention of a massive audience this Expo aims to be a global best practice, in terms of its sustainable design and green procurement to be followed in the next “Great Events”.
Milan Expo 2015 is also a unique place for setting up a new era of sustainable and green growth policy that starts in Europe and directs to the UAE (through the Dubai Expo 2020) and the USA (through the Transatlantic Trade and Investment Partnership) reshaping the entire global economy.
At Rio +20, in June 2012, Heads of State and Government renewed their commitment to ensuring the promotion of an economically, socially and environmentally sustainable future for our planet and for present and future generations.
Among other actions, they recognized the importance of promoting cleaner production and products and boosting green growth.
“Expo Milano 2015 is a non-commercial Universal Exposition with some very unique and innovative features. Not only is it an exhibition but also a process, one of active participation among a large number of players around the theme of Feeding the Planet, Energy for Life. It is sustainable, technological, thematic and focused on its visitors. Open from May 1 to October 31, 2015, the Expo will host over 130 participants. Running for 184 days, this giant exhibition site, covering one million square meters, is expected to welcome over 20 million visitors” (Official website)
Expo Milano 2015 is so a golden opportunity for Italy and Europe to show how this can be done, by implementing workable sustainable solutions throughout the lifecycle of the event.
To this aim, Expo Milano 2015 wants to set the standard in:
– Sustainable design, construction, dismantling and reuse
Today, the building sector accounts for 30 to 40 percent of the world’s energy consumption and about 30 percent of current world CO2 emissions. The Sustainable Solutions for the design, construction, dismantling and reuse guidelines provide suggestions and references on how to improve the performance of temporary buildings and exhibition spaces.
– Green Procurement*
Expo Milano has introduced not mandatory Green Procurement Guidelines to provide suggestions and recommendations on how to easily include appropriate criteria to reduce environmental footprint of products and services in their life-cycle. Green Procurement is also a major driver for innovation, providing industry with real incentives for developing green products and services and stimulating the markets towards more sustainable solutions.
Expo Milano 2015 has also a tremendous potential impact onto a political and economic perspective as a unique opportunity for Europe to take (for the second time, after having led the global agenda for Climate Policy with its “20-20-20”) the leadership of a new era of Sustainable Growth and Green Investments.
For Italy it is also the opportunity to restart as a country and community after a decade of economic and cultural crisis that has partially destroyed a tradition of wellness and high standard of living. The Expo can give the country a fresh and modern image of a visionary and environmental friendly place that aims to return as a guide for the old continent and the world towards a new era of green growth, with its unique creativity that brought tons of inventions and innovative products and technologies for the past centuries.
According to a recent study on the leading export industries in various countries, “engineering products” sector results the first contributor to Italian export. This says that Italy is still a top global exporter of high value – engineering services and products to the developed and developing countries, helping world economies and societies growth and modernization. A fact in clear contrast with an (Italian) internal economy that is living a long and severe decline.
Milan Expo could give a strong boost to a sustainable production and consumption path that is already emerging as data from GreenItaly 2013 report on italian green investments shows.
The sample is made by 328 thousand firms (one out of five) that, from 2008 on, invested on Green Economy.
Data says that, despite of a crisis that still persists, Italian green industry is growing and that the exportations are increasing especially thanks to innovation.
The main consequence of green investments are increase in exportations, innovation in the productive system and turnover increase. In order to be competitive Italian firms must persist on their tradition in terms of product, but also integrate it with sustainability and quality in terms of production. Green Economy is the key for Italian industry’s recover.
To summarize:
– Expo Milano 2015 could strongly influence the european and global political agenda by putting Environment and Sustainability at the centre of a new “green era”.
The main goal could be with the EU – USA Transatlantic Trade and Investment Partnership that could be strongly innovated and enhanced with new “sustainable” conditions.
– In the same time, Expo Milano 2015 has the strong responsibility to give a successful example, in terms of organization and vision, to its successor Expo Dubai 2020 that will be crucial for a radical change of UAE economies and societies.
Milan and Dubai have to work together since now for the leadership of a new era of global “green” growth.
ATTACHMENT
*Expo 2015 SpA Green Procurement
Starting from 2009, 60 tenders have been awarded for the supply of goods and/or services and consulting, for a total of €19,578,776.21. In 12 of these, regarding amounts that cover 60.8% of the total economic value, candidates were also assessed on the basis of a series of “green” requirements that bidding companies had to satisfy, such as the commitment to reduce the environmental impacts connected to providing the subject service or supplies.
Table 1 – The green tenders carried out
| YEAR | SUBJECT OF TENDER | GREEN CRITERIA |
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2010 |
Express courier service for the delivery of letters and packages | Use of vehicles with low environmental impact |
| Letter head | Printing on recycled and certified paper | |
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2011 |
Specialized support for development and implementation of the climate-changing gases inventory of Expo 2015 | Commitment to reduce CO2 emissions |
| Services for coordination, design, organization, implementation of events and/or services and related suppliers, directly managed by the company Expo 2015 or by third parties – LOT 1 and LOT 2 | – Commitment to reduce the environmental impacts connected to organization of the Event;- Possession of an Environmental Management System with UNI EN ISO 14001:2004 or EMAS III certification;- Adoption of measures aimed at reducing CO2 emissions during the service | |
| Activities involving the graphical design, photolithograph, CD Rom production, printing, binding, packaging and delivery of the Participants’ Guide | – Sustainable processes and materials- Adoption of an Environmental Management System with UNI EN ISO 14001:2004 or EMAS III certification;- Commitment to reduce the ecological footprint of activities and products | |
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2012 |
Implementation of an Environmental and Safety Audit Program in the work sites of Expo Milano 2015 | Commitment to reduce the environmental footprint (CO2) |
| Food services for workers during operations at the site base | – Commitment to reduce the environmental impacts directly linked to management and organization of the service;- Possession of an Environmental Management System with UNI EN ISO 14001:2004 or EMAS III certification | |
| Global Site Communications Activities for Expo 2015 | Reduction of environmental impacts linked to management and organization of the site communications activities | |
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2013 |
Management of lodgings, cleaning, armed and unarmed security, maintenance and overall coordination of operations at the site base | – Commitment to reduce the environmental impacts directly linked to management and organization of the services;- Possession of an Environmental Management System with UNI EN ISO 14001:2004 or EMAS III certification |
| Coordination, planning, organization and execution of the event “Expo Days 2013” | – Commitment to reduce the environmental impacts connected to organization of the service;- Possession of an Environmental Management System with UNI EN ISO 14001:2004 or EMAS III certification;- Adoption of measures aimed at reducing CO2 emissions during the service | |
| Executive design and production of 20 statues | – Selection of sustainable production materials and relative packaging for transport;- Commitment to reduce the environmental impacts linked to set-up, storage, handling and disposal;- Possession of an Environmental Management System with UNI EN ISO 14001:2004 or EMAS III certification | |
| TOTAL VALUE OF GREEN TENDERS |
€ 11,912,627.34 |
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Source: Expo2015
Una lezione orizzontale dal Sinodo del Conflitto benedetto
di Michele Mezza
Dal versante meno prevedibile arriva la più spettacolare dimostrazione di come la rete non sia un feticcio, ne un prodigio, ma solo un linguaggio che profila le figure sociali che la praticano esattamente come fu la fabbrica nel secolo scorso. Il conflitto che sta deflagrando al centro della Chiesa cattolica guidata da Papa Francesco sta sbigottendo il mondo. Il Sinodo sulla famiglia che si è chiuso domenica segna forse la prima ed unica al momento, occasione di un conflitto politico culturale indotto dall’irruzione della comunicazione a rete in una grande comunità di pensiero e di attività, quale è la Chiesa. Sembra davvero stupefacente che i circuiti della comunicazione, a cominciare dai languidi Talk Show televisivi in crisi di astinenza di conflitto, non abbiano ancora registrato e trovato il modo di raccontare questo passaggio epocale. E’ segno che ormai il sorpasso da parte degli utenti della comunicazione rispetto ai mediatori è largamente consumato.
Io non sono un esperto di cose cattoliche e tanto meno un attento osservatore dei movimenti che modificano equilibri e senso comune del Vaticano. Ma come semplice giornalista, come addetto alla fabbrica della comunicazione registro uno scossone potente. Già nel luglio scorso, quando fu annunciata la convocazione del Sinodo notai una straordinaria novità, di metodo, dunque di merito: il vertice della chiesa. Per la prima volta uno dei poteri più verticali del pianeta per sua stessa definizione (su questa pietra edificherai in nome mio ecc. ecc.) si apriva ad una logica orizzontale da networking, procedendo ad una consultazione di massa sui temi nevralgici della famiglia e della sessualità , in tutta la galassia cattolica. Papa Francesco sembrava adottare il cosiddetto paradigma Arguilla, dal nome del teorico militare americano che lo ha elaborato, che recita: per battere un network bisogna farsi network. Il primato del Pontefice si apriva ad una condivisione su temi fondamentali della dottrina con il senso comune dell’intera comunità. Si trattava di una scelta che faceva facilmente prevedere scosse sismiche squassanti .E’ tale è stato. I circa duecento vescovi chiamati a Roma a discutere nel Sinodo si sono trovati di fatti incalzati e insidiati nel loro primato teologica da quanto era affiorato nella consultazione capillare. Non solo, ma il Papa decideva anche di procedere per condivisioni interne successive più che per rivelazioni con trattate, e dava al sinodo un carattere processuale, di una discussione a focus, 10 circoli di confronto, che si sarebbe prolungata oltre i lavori dell’istituzione vescovile, abbracciando nell’anno successivo un ampio dibattito che avrebbe raccolto il senso comune dei fedeli. Solo fra un anno, dopo l’immersione nel Popolo di Dio, si tireranno le conclusioni che saranno verità di fede. Vi rendete conto che il metodo, per molti versi, è di gran lunga più eversivo del merito del dibattito. Certo che i nodi del riconoscimento nella famiglia cattolica delle forme di relazioni gay, o fra divorziati, aprono squarci nei dogmi secolari. Ma ancora di piu’ lo è una procedura che ineluttabilmente smantella gerarchie e poteri, ridisegnando modalità del tutto nuove nella gestione e mediazione del messaggio cristiano. Il conflitto divampato in questi giorni, per le forme spettacolari che ha assunto e soprattutto per l’assoluta trasparenza a cui ha dovuto piegarsi, dimostra che si sta giocando una partita campale. La strategia di Papa Francesco riprende per altro un filo che viene da molto lontano, e che forse era rimasto sospeso. Penso all’intuizione di 50 anni fa, di Papa Giovanni XXIII di indire il concilio Vaticano II come scelta per ritrovare, disse all’apertura del concilio il papa, una “corrispondenza più perfetta all’autentica dottrina, anche questa però studiata ed esposta attraverso le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del mondo moderno” La letteratura del mondo moderno oggi è la rete, e l’ascolto ne è la sua grammatica. In questo contesto appaiono forse più risibili le incertezze e le domande che solitamente circolano nei consegni sulla comunicazione: ma davvero è questo il nuovo alfabeto? Ma davvero il partito dovrà essere ripensato? Sarà mai possibile una democrazia senza la centralità dei mediatori? Ma la TV generalista potrà mai essere sostituita? Quali sono le forme di giornalismo che potranno mai assicurare l’autorevolezza dei professionisti? Temi che diventano patetiche resistenze corporative quando si osserva che una delle comunità più solenni, come appunto la chiesa cattolica, cerca proprio nei nuovi linguaggi condivisi la strada per dare forza e attualità al messaggio divino. Una forza che vuole mantenersi libera ed autonoma rispetto anche alle suggestioni delle culture più moderne. Pensiamo al tema della riprogrammazione della vita, o delle nuove forme di avere figli, o le nuove configurazioni del nucleo famigliare. Sono temi colossali che si intrecciano direttamente con le forme di relazioni digitali. Il papa per riconquistare un protagonismo sovrano sceglie quella che cardinal Kasper ha battezzato la teologia dell’ascolto.
Credo che siamo solo all’inizio di una straordinaria nuova e sorprendente storia umana. E chi si occupa di comunicazione farebbe bene a seguirla, da molto vicino. Lo stesso dibattito sulla rete partito in questi giorni sulla scia della nuova commissione Rodotà ,costituita dalla presidenza della Camera dovrebbe decifrarne la lezione: se la rete è strumento e linguaggio di una rivisitazione di pri9ncipi primari della convivenza può essere appaltata agli stati? Ma ancora con maggiori ragioni, potrà mai essere guidata da algoritmi privati e speculativi? E non sono questi nuovi irruenti poteri di linguaggi detenuti dai grandi imperi del software la vera minaccia da normare invece di predicare ormai banali diritti di accesso ad un nuovo mercato? Chi si occupa invece di politica e di diritti dovrebbe concentrarsi su Questo Sinodo e pensarne uno proprio, condiviso e deliberativo.
Auguri a Matera Capitale della Cultura Europea 2019
Parliamo di Sanità – II
Viene sempre meno il rapporto di fiducia tra chi governa e il cittadino senza dimenticare che le politiche di austerità hanno regalato all’Europa sei anni di stagnazione e tanti europeisti pentiti. Si pensa di colpire gli sprechi ma si continuano a fare tagli sui servizi. Si alle ferie solidali, si a industrie che espatriano e al Tfr volontario in busta paga, si alla fiducia di emendamenti inusuali mentre paradossalmente un Patto di stabilità impedisce a enti locali e istituzioni di spendere tanto che, le Regioni che non si adegueranno a fare i compiti a casa, verranno commissariate. In questo caos volere tornare a progettare seriamente, con dati e statistiche alla mano una stagione più felice per la nostra gente ripartendo dalla salute e dalle buone pratiche, con uno sguardo lungo ai Paesi europei e con il duplice obiettivo di comprendere quali elementi caratterizzino i modelli di cooperazione con la UE, appare prioritario. Ciò anche per delineare possibili scenari di evoluzione dei modelli sanitari in preparazione di quella Conferenza socio-sanitaria dal basso a partire dagli Stati Generali che la Rete la Fenice propone a chi volesse seriamente aprirsi ad una nuova epoca dialogante , nella consapevolezza che esistono adeguamenti normativi imprescindibili dai fabbisogni locali.
Secondo una stima della Commissione Europea, supportata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Europa prevede entro il 2020 una carenza di 1.000.000 operatori sanitari. La creazione di una piattaforma di scambio e collaborazione tra gli Stati Membri Europei per preparare il futuro della pianificazione delle Professioni Sanitarie sarà importantissima. Sul concetto di cooperazione tra Stati Membri al fine di migliorare la pianificazione di forza lavoro in ambito sanitario nazionale e quindi locale, dobbiamo soffermarci a riflettere. L’internazionalizzazione dei sistemi sanitari partono dalla messa in atto di cantieri aperti con uno sguardo attento ai finanziamenti di attività di progettazione qualificate finalizzate che passano dai governi regionali per supportare l’incremento di competitività e attrattività, intesi come sistemi capaci di introdurre innovazione e crescita. Rimane prioritario avviare un percorso che miri a raggiungere, con il contributo di tutti, alcuni risultati fondamentali quali la tutela delle parti più vulnerabili della popolazione, il miglioramento delle cure primarie e del rapporto ospedale-territorio. Nel fare ciò, si dovrà tenere conto degli importanti mutamenti demografici, sociali, economici e comportamentali della nostra società, dell’incremento delle malattie croniche, dello sviluppo tecnologico che offre nuove opportunità di diagnosi e cura, delle aspettative dei pazienti e della esigenza di sostenibilità dei sistemi sanitari stratificati per territorio.
Nel programma a Sindaco Indipendente della sottoscritta per “Frosinone piccola capitale” emergeva l’urgenza di considerare Frosinone hub del Mediterraneo tanto più oggi che la salute nell’area del Mediterraneo diviene linea prioritaria di investimenti e di percorsi sanitari moderni. Favorendo lo scambio di esperienze con i Paesi della sponda meridionale si sarebbe potuto fare parte questo percorso che riguarda le attuali e principali tematiche comuni di sanità pubblica ( lotta alle malattie infettive e ai relativi sistemi di sorveglianza, migrazioni e aspetti sanitari inerenti la sua gestione). L’Evoluzione dei modelli di erogazione dei servizi sanitari diviene sempre più problematica a partire dal rapporto domanda/capacità che impone lunghi tempi di attesa per l’accesso ai servizi. Per contrastare queste resistenze e i lunghi tempi di attesa sono necessarie risposte sistemiche collaborative e proattive come la messa in funzione degli ospedali aperti ai rapporti con le università e all’avanzamento delle bio- tecnologie, proiettandoli in un contesto di area vasta. La risoluzione richiede uno sforzo di collaborazione congiunto da parte di tutti gli “stakeholder” della sanità: strategie assistenziali proattive, quali la prevenzione personalizzata, la previsione, la diagnosi/terapia precoce e la gestione delle patologie complesse può contribuire a creare e mantenere più sana la popolazione ad un costo sociale minore. Qualità professionali e senso di appartenenza sono le dimensioni che accomunano, ad oggi, i nostri operatori e la nostra utenza nella costruzione di quegli Ospedali di rete, con funzioni per acuti, e di quelle strutture riabilitative per le post acuzie (luoghi questi che potranno divenire sede di verifica di modelli organizzativi ciociari innovativi da estendere all’intera regione).
L’ oggetto di sperimentazione gestionale di ‘area vasta’ richiesto dalle Regioni per ottimizzare, tra Aziende limitrofe, l’impiego di risorse migliorando efficienza, efficacia e appropriatezza degli interventi, dia vita a partire da Frosinone ai dipartimenti transmurali, trasversali, interaziendali super specialistici di eccellenza rispetto alle Strutture Operative rigide per il raggiungimento di specifici obiettivi comuni a più aziende sanitarie pubbliche, in una dimensione sovra aziendale che ci veda primi attori proponenti. Qui la nostra sanità potrà risplendere di luce propria. Proponendo un piano sanitario, condiviso con i bisogni e le proposte dei cittadini unici reali protagonisti, che ci porti alla costruzione di una organizzazione sanitaria modello ciociaro saremo riconosciuti oltre i cosiddetti Dea di II livello, divenendo seriamente competitivi .
Parliamo di sanità – I
Si assiste, ormai da troppo tempo, ad un moto immobile che colpisce il bel Paese. Le stagioni passano e le riforme sono ferme. Non c’è accenno di progetto e di programma per risollevare le sorti di tanti italiani messi alla gogna da anni di mala politica. In questa immobilità come pensare di rilanciare innovazione e ricerca tanto più se volessimo impostare un piano sanitario strategico su concrete basi scientifiche ad iniziare dalle nostre periferie? La riorganizzazione dei servizi sociali e sanitari diviene parola d’ordine a partire dagli Stati Generali che imposteremo nel nostro entroterra argomenti su linee guida programmatiche e senza veleni che vedano al centro diritti e persone, sostenibilità del sistema, trasparenza dei dati, emancipazione collettiva. La salute non è un costo ma un investimento economico e sociale, un valore per l’intero paese e per la qualità dei suoi abitanti. Una cosa sarebbe risparmiare sulla sanità pensando di riorganizzarla e ammodernarla a partire dalla condivisione di un Patto per la salute altro sarebbe ridurre il fondo sanitario.
Il Patto alla salute tra Stato e Regioni (risalente a giugno di questo anno) prevede un risparmio concordato con le stesse regioni, senza traumi, affinché ci si avvicini ai costi standard per arginare corruzione e sprechi. Il finanziamento per il servizio sanitario nazionale di quest’ anno siglato con un accordo tra Stato e Regioni- salvo eventuali modifiche che si rendessero necessarie in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e variazioni macroeconomiche- ammonta a 109,9 miliardi di euro e l’accordo con il governo prevede un aumento di circa 2 miliardi e mezzo per il 2015 e 2016 ( per il 2015 saranno erogati 111,6 miliardi e per il 2016 115,4 miliardi). La macroeconomia deve calarsi ora e necessariamente nei territori con studi di settore che partano da politiche di discontinuità e non di continuismo amministrativo.
Tuttavia, dal testo della proposta di riforma costituzionale emerge chiaramente la consapevolezza della necessità di assicurare, in alcuni specifici settori, uniformità di trattamento sull’intero territorio nazionale. A corollario delle potestà esclusive, sono infatti previste, in capo al legislatore statale, numerose norme generali – tra cui “norme generali per la tutela della salute mediante le quali si intende garantire la soddisfazione di quelle istanze unitarie, connaturate ad alcuni qualificati e specifici obiettivi di carattere generale, come appunto la tutela della salute”. Agli amministratori della salute pubblica va chiesto subito, fuori da macchinosi e strumentali atti dimostrativi o da organigrammi ministeriali prevedibili per malaffare e collusioni dunque non accettabili, la garanzia reale di una programmabilità degli investimenti pubblici per la salute da effettuarsi nel nostro locale ambito territoriale, attraverso la predisposizione di piani annuali di investimento accompagnati da un’adeguata analisi dei fabbisogni e della relativa sostenibilità economico-finanziaria complessiva.
Nella nostra provincia a che punto sono gli studi di fattibilità e conseguente programmazione sanitaria? Quali le proposte elaborate dalla Asl locale per spending review interna? Quali gli interventi previsti localmente come da richiesta del Patto (da adottare entro il 31 dicembre 2014) in attuazione dei principi di equità, innovazione e appropiatezza nel rispetto degli equilibri programmati della finanza pubblica? Quali gli interventi urgenti previsti in provincia dedicati e finalizzati al miglioramento e all’erogazione dei LEA? A che punto è, dalle nostre parti, l’analisi sulle percentuali di patologie aids, fibrosi cistica, rivalutazione sussidi, medicina penitenziaria, emersione lavoro fondamentali ed obbligatori perché le regioni adottino provvedimenti economici d’impatto rispetto ai locali servizi sanitari? E quali gli obiettivi programmatici previsti per il prossimo semestre dalla azienda sanitaria locale? Saranno in grado gli alti organismi burocratici interni alla realtà sanitaria provinciale di permettere -come da richiesta nazionale- la semplificazione degli iter sanitari attraverso il potenziamento degli strumenti di programmazione, controllo e valutazione privilegiando il corretto utilizzo delle risorse e del personale con la dovuta affermazione della cultura del merito, della trasparenza anche attraverso progetti di riqualificazione condivisi con l’area vasta e metropolitana? E come sarà reso attuativo in provincia il programma operativo regionale 2014-2015 che prevede un decremento dell’ospedalizzazione nei termini sia di dimissioni che di ospedalizzazione? Come avverrà la riduzione dei ricoveri ad alto rischio di inappropiatezza in considerazione della diminuzione dei posti letti prevista dal piano sanitario nazionale (pl x 1.000 ab. da 4,5 a 3,9) considerando, tra l’altro, che la quota di popolazione straniera è pari a circa il 9,5% della popolazione totale e che la popolazione di 65+ anni costituisce circa il 20% della popolazione totale, concentrata specialmente nelle Province di Rieti e di Viterbo mentre la popolazione anziana fragile (definita sulla base dell’età, delle condizioni sociali e dei ricoveri per malattie croniche), rappresenta circa il 3.5% della popolazione di 65+ anni del Lazio (circa 44.000 persone nel 2013 )? Abbiamo risposte pronte per interventi sanitari locali di management qualificati che nascono da ricerche e studi appropiati, di campionamento, osservazionali e validati sulla base di lavori epidemiologici-statistici, stratificati per rischio e per territorio, per patologie, per gruppi omogenei?
E allora, fintanto che avremo imparato ad usare scienza e coscienza, metodo e rigore al di fuori da ogni schieramento, in attesa che il piano strategico locale sia trasmesso alla Regione per la relativa approvazione entro il termine fissato di legge del 15 ottobre 2014 ed in attesa che venga modulato il Tavolo di coordinamento (attraverso il quale la Regione fornirà alle Aziende sanitarie locali indirizzi inerenti ricollocazione di attività e funzioni inter e sovra aziendali prevedendo che potranno essere anche approvate modifiche ai posti letto) abbassiamo i toni e non giochiamo con la salute. Abbiamo urgenza di salvaguardare la qualità di vita dei nostri compaesani con azioni preventive, diagnosi precoci , reti di medicina associativa ( che in provincia non sono ancora attuative), con servizi territoriali di accoglienza al nuovo disagio e riabilitativi, di assistenza ai dimessi e ai cronici che non vengono reintegrati e accuditi dalle famiglie. Il privato non può rimanere unica garanzia alla complessità socio sanitaria che emerge. Va rilanciato un progetto dal basso, autogestito, per il recupero dell’umanesimo mettendo al sevizio del buon governo conoscenza e tecnica.
Abbiamo bisogno di welfare agibile che accompagni la solitudine delle utenze dimenticate e abbandonate. Iniziamo dalla costituzione volontaria di un” Social-Selfie” di specialisti e di figure sanitarie che, avendo seriamente a cuore la propria gente, dia il via alla nascita di ambulatori popolari gratuiti compensativi delle enormi carenze di una sanità pubblica lacerata.
Nella crisi la centralità dei piccoli comuni
di Roberto Speranza su Europa Quotidiano
Servono crescita e utilizzo delle potenzialità di questi territori che consenta di superare una tendenza alla marginalità, un rischio vero di spopolamento e al tempo stesso assicuri un maggiore riequilibrio del territorio
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Lo scriveva più di mezzo secolo fa, un grande scrittore, un grande osservatore della realtà come fu Cesare Pavese. Lui stesso era nato in un piccolo borgo delle Langhe: ne conosceva virtù e grandezze, limiti e risorse. Da allora il mondo è cambiato.
Sono cambiate le dimensioni del vivere quotidiano, le possibilità di movimento e le dinamiche della produzione e della comunicazione. Ma il piccolo comune rimane una dimensione importante – direi fondante – del paese Italia, forse una delle principali caratteristiche della nostra struttura demografica e sociale. Italia: paese dei mille campanili, dei quasi 5700 comuni con meno di 5000 abitanti, dove vivono in totale oltre 10 milioni di persone.
È a loro che pensiamo quando diciamo che vogliamo “ristrutturare” il paese valorizzando le sue caratteristiche, potenziando territori e comunità per rispondere oggi alla crisi e domani ai cambiamenti che verranno.
Lo fa con intelligenza e coraggio la proposta di legge sulla valorizzazione dei piccoli comuni presentata dal Partito democratico, sotto la spinta promotrice del nostro deputato Ermete Realacci. È un’iniziativa condivisa con gli altri partiti della maggioranza e dell’opposizione perché aiutare territori e comunità non ha colore politico, è solo “buona politica”.
I piccoli centri rappresentano in moltissimi casi luoghi di eccellenza per la qualità dell’agroalimentare e della tecnologia moderna, accanto a realtà turistiche che il mondo ci invidia.
Per primi, i piccoli comuni hanno accolto la non più rinviabile necessità di ricorrere a fonti di energia rinnovabile e smaltimento intelligente dei rifiuti. Hanno fatto della creazione di prodotti eccellenti in tutti i settori un volano dell’export nazionale.
Per difendere la ricchezza – spesso nascosta – dei nostri borghi, dei nostri paesaggi, di gran parte del nostro paese, e allo stesso tempo rilanciare la qualità della vita delle comunità locali, occorre valorizzare il ruolo che anche le aree piccole e interne possono avere per immaginare un nuovo modello di sviluppo che contribuisca al superamento della crisi attuale.
Per ragionare su tutto questo, per dare respiro e carattere a una proposta di legge che vogliamo far crescere nel paese, abbiamo promosso un incontro con amministratori e esponenti dell’associazionismo e dell’economia che si terrà nella sala della Regina della camera dei deputati nella mattina di venerdì 10 ottobre.
Vogliamo una buona legge per aprire una nuova fase culturale, ma anche politica, di crescita e utilizzo delle potenzialità di questi territori che consenta di superare una tendenza alla marginalità, un rischio vero di spopolamento e al tempo stesso assicuri un maggiore riequilibrio del territorio. L’obiettivo è ambizioso: consentire a tutti, ovunque si viva, si lavori e si produca di concorrere alla modernizzazione dell’intero paese.
@robersperanza
PD, articolo 18 e la sindrome del monopolista
Conosco Ivan Scalfarotto, lo stimo e gli riconosco – per aver difeso le diversità – parte dei meriti che hanno portato il Partito Democratico a rimanere l’unico partito rimasto in piedi, dopo una guerra di posizione che ha svuotato il Paese di quasi tutte le sue risorse civili ed economiche. E, tuttavia, ieri sera mi è tornato in mente un episodio successo qualche anno fa: eravamo, credo a Piombino, si discuteva (ovviamente) di rinnovamento di classi dirigenti e, rispetto alla premessa che facevo di non essere iscritto al Partito Democratico, fu proprio Ivan a farmi notare – scherzando – che prima di partecipare al dibattito sarei dovuto andare in segreteria a risolvere questo piccolo dettaglio operativo, “perché il Partito Democratico discute del proprio futuro con chi vi aderisce”.
Mi è tornato in mente questo episodio ieri sera sentendo distrattamente del dibattito alla direzione del Partito. Un dibattito che chiunque giudichi le cose con un minimo di serenità, non può che ritenere surreale, tanto quanto quello che si è svolto negli ultimi dieci giorni sull’articolo 18. Per dieci giorni si è parlato fuori e dentro il PD solo di questo; il PD e il Paese sono sembrati sull’orlo di una crisi di nervi e di una scissione irreversibile; e, alla fine, di tanto rumore per nulla, siamo tornati – con la mediazione che, comunque, ha lasciato il Partito passato in tre tronconi attorno alla maggioranza larga per Matteo – al punto di partenza; lasciare la reintegra solo per i licenziamenti discriminatori e disciplinari è esattamente ciò che prevede l’articolo 18 nella sua formulazione attuale.
Mi è tornato in mente, l’episodio di Piombino perché il dibattito di questi giorni fa capire che dall’essere rimasto l’”unico ancora in piedi” (come alla fine di un film degli anni ottanta) resta di essere danneggiato soprattutto il PD. Senza un avversario da battere, senza alternative il PD rischia di implodere su se stesso. E deve essere questo l’ultimo, velenoso abbraccio che quel genio di Berlusconi sta riservando al partito che ha combattuto per vent’anni.
Il PD rischia se non è sfidato sui contenuti da nessuno, di non avere più contenuti. Oltre a quelli di una comunicazione, di una sociologia sulle intenzioni che rischia di non entrare mai, davvero, nel merito delle soluzioni. Credo che l’Italia ha bisogno di un PD forte e di una democrazia funzionante. Ed è per questo motivo che mi è tornato in mente Ivan. Perché è, proprio, nel momento in cui resti senza avversari che rischi di sederti e di cominciare a gestire il potere come se fosse fine a stesso. Mentre la società, quella che è fuori dalle stanze “dove si discute del futuro del PD” va avanti senza aspettare.
Sarebbe paradossale che la sindrome del monopolista colpisse una classe dirigente così giovane: è questo il momento per decidere di correre il rischio di andare a confrontarsi con chiunque abbia idee concrete.



