Editoriali
Se si può trivellare e rispettare l’ambiente
di Leonardo Maugeri su Il Sole 24 Ore
Il decreto Sblocca-Italia sta creando una forte contrapposizione tra Governo, enti locali e larghe fatte della popolazione su un tema delicato, che non si presta a facili semplificazioni: è giusto dare libertà di trivellazione per produrre più petrolio e gas dal sottosuolo italiano ? E soprattutto, i rischi sono compensati da innegabili vantaggi ? Il tema è complicato da posizioni ideologiche e dati manipolati dalle parti che si confrontano al calor bianco, principalmente l’industria petrolifera e i vari movimenti ambientalisti.
Cercare di far ordine, pertanto, rischia di provocare attacchi violenti dall’uno e dall’altro schieramento. Partiamo dal dire che, comunque si mettano le cose, l’Italia ha una dotazione molto modesta di idrocarburi. Allo stato delle attuali conoscenze, le uniche riserve di una certa consistenza si trovano nell’Alto Adriatico (gas naturale) e Basilicata (petrolio). Per il resto parliamo di piccoli giacimenti che in nessun modo potrebbero contribuire a rendere l’Italia meno dipendente dal petrolio e dal gas importati. Peraltro, dal punto di vista della sicurezza energetica, almeno nel caso del petrolio ha poco senso affannarsi nello sfruttamento di risorse interne poiché il mercato internazionale è aperto e ricco di fornitori e si può tranquillamente coprire il fabbisogno interno con importazioni. Diverso è il caso del gas, dove il mercato è in mano a pochi fornitori – Russia in testa – le cui forniture possono venire a mancare in momenti delicati. In questo caso, meglio sarebbe poter disporre di una riserva strategica del gas europeo, cioè di gas acquistato e stoccato in giacimenti esauriti e pronto per essere utilizzato in caso di emergenza. Si potrebbe obiettare: sì, ma per quanto limitato, lo sfruttamento di risorse interne crea posti di lavoro, investimenti e gettito fiscale. È vero, ma in modo più modesto di quanto sostenuto da alcune parti.
Anzitutto, l’industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro. Si pensi, per esempio, che la Saudi Aramco, il gigante di stato saudita che controlla le intere riserve e produzioni di petrolio e gas dell’Arabia Saudita, impiega circa 50.000 persone (molte delle quali solo per motivi sociali) per gestire una capacità produttiva che, nel petrolio, è oltre sette volte il consumo italiano, mentre nel gas è superiore del 40% al fabbisogno nazionale. Inoltre, le possibili produzioni italiane cui dare mano libera sarebbero vantaggiose (aldilà degli aspetti fiscali) solo se si tengono sotto stretto controllo i costi, e quindi si limita l’assunzione di personale. Infine, gran parte dei siti produttivi si controllano con poche persone, in molti casi da postazioni remote. Anche nel caso di un via libera generalizzato alle trivelle, quindi, è alquanto dubbio che si possano creare i posti di lavoro di cui si è parlato (25.000): forse il numero sarebbe di poche migliaia.
Jean-Claude Juncker soutient totalement Pierre Moscovici – Interview a Gianni Pittella

Propos recueillis par Jean-Pierre Stroobants (Bruxelles, correspondant) et Cécile Ducourtieux (Bruxelles, bureau européen)
L’Italien Gianni Pittella est le président du groupe des sociaux-démocrates (S&D) au Parlement européen, deuxième force politique à Strasbourg. A quatre jours des auditions des 27 commissaires européens, un examen de passage qui s’annonce périlleux pour le collège de Jean-Claude Juncker, M. Pittella met les points sur les « i ». Il dément tout accord avec le Parti populaire européen (PPE), le groupe conservateur, majoritaire au Parlement (auquel M. Juncker appartient), pour que les auditions se passent sans remous. Et il a pleine confiance dans les capacités du Français Pierre Moscovici, pressenti pour le poste de commissaire à l’économie, à passer l’examen avec succès.
On évoque un pacte de non-agression entre votre groupe et celui du PPE pour ne pas rejeter les candidats commissaires. Qu’en est-il?
Je démens formellement, il n’y a aucun accord de ce type. Chaque candidat sera jugé selon une série de critères : sa compétence, sa fidélité aux valeurs européennes, sa moralité, sa capacité à mettre en œuvre le programme esquissé par le président Jean-Claude Juncker.
Cela signifie donc qu’il n’y a aucune entente pour que l’audition de Pierre Moscovici, par exemple, se déroule sans difficulté?
Je n’ai aucun souci par rapport à M. Moscovici. Une analyse très stricte permettra de démontrer ses capacités, sa compétence, sa cohérence avec le programme de M. Juncker et sa fidélité aux valeurs de l’Union.
Dans vos discussions avec lui, M. Juncker s’est-il vraiment engagé à soutenir le candidat français?
Oui. Il a exprimé son soutien total. M. Moscovici représentera notamment la Commission dans les instances internationales concernant ses attributions, comme le G7 et le G20. Et à l’Eurogroupe. C’est le résultat d’une négociation, rude, menée avec M. Juncker, que j’ai rencontré deux fois au cours des dernières quarante-huit heures.
Donc vous craignez toujours une fronde de certains élus conservateurs, notamment allemands?
Je ne passe pas mes journées à mesurer la tension nerveuse des députés PPE mais je suis convaincu que M. Moscovici s’en tirera haut la main. Qu’est-ce qu’une audition ? Une séance de questions destinées à évaluer la personnalité d’un candidat. Et je n’ai aucun doute sur l’autorité, le prestige et l’état de préparation de M. Moscovici. Je défie le PPE sur ce dossier.
Vous avez également des garanties quant à la marge de manœuvre du futur commissaire par rapport aux deux vice-présidents, MM. Katainen et Dombrovskis?
Nous nous battons pour que M. Moscovici puisse avoir le plus grande capacité d’action. Nous sommes confiants : elle est directement liée au programme défini par M. Juncker, qui indique qu’on ne peut avoir la rigueur et la stabilité sans la croissance et l’emploi.
L’engagement de M. Juncker à soutenir le commissaire sur le thème de la croissance est donc totalement sincère?
Ce devra être la bataille de toute la Commission. Au cours des dernières heures, nous avons d’ailleurs obtenu deux précisions importantes sur le plan d’investissement de 300 milliards d’euros que M. Juncker a annoncé en juillet : ce montant sera de « l’argent frais », ne résultant donc pas de recyclages divers, et sera essentiellement de l’argent public.
Si M. Moscovici passe le cap des auditions, tout le monde passe ? Même certains candidats très controversés du PPE?
Je le répète : il n’y a pas d’accord, public ou secret. Notre examen de tous les candidats du PPE sera donc très strict. Le candidat hongrois est effectivement controversé. Le Britannique aussi : nous attendons des propos très clairs de celui-ci et nous n’accepterons pas que les réformes des marchés financiers et bancaires soient arrêtées ou édulcorées.
Vous ne citez pas M. Canete, le prétendant espagnol, parmi les cas problématiques…
Ma liste n’était pas exhaustive.
Partagez-vous la volonté du PPE d’avoir une Commission Juncker suffisamment forte et légitime pour qu’elle se mette rapidement au travail?
La Commission doit commencer à travailler à partir du 1er novembre. Le défi est immense : l’Europe peut mourir à cause de la situation économique et politique très délicate que nous vivons. Il lui faut un leadership courageux.
Photo Laurent Guedon
@Matteo Renzi: Una Iniziativa Europea sulle Infrastrutture, adesso!
Dalla Global Infrastructure Initiative del G20 alla European Infrastructure Initiative italiana?
Nel comunicato finale diffuso al termine dell’incontro dei G20 di ieri in Australia si è ribadito che “la crescita economica globale resta incerta e al di sotto del ritmo necessario a generare i posti di lavoro necessari, nonostante le condizioni economiche siano migliorate”.
Per combattere questa transizione difficilissima, i ministri delle Finanze dei Paesi del G20 si sono impegnati a lanciare differenti iniziative mirate all’obiettivo di una crescita del Pil del 2% a livello mondiale nei prossimi cinque anni, puntando decisamente sugli investimenti nelle infrastrutture con il lancio della “Global Infrastructure Initiative”.
Per gli Innovatori Europei, che a Giugno scorso dalla sede del Partito Democratico proposero al governo Renzi la istituzione di un Osservatorio Europeo per le Infrastrutture e la Logistica Mediterranee, questa è una notizia davvero importante e attesa da tempo.
Essa essenzialmente ribadisce che una ripresa della economia mondiale, ed europea, passerà necessariamente da un rilancio degli investimenti infrastrutturali materiali e immateriali.
L’Italia ha ancora tre mesi davanti per prendere la leadership politica in Europa proprio attorno a questo tema, lanciando una European Infrastructure Initiative con la istituzione in Italia di una Agenzia per lo sviluppo infrastrutturale europeo e mediterraneo.
Il nostro auspicio è che tutto il Partito Democratico e il Partito Socialista Europeo stimolino il Premier Matteo Renzi (presidente di turno dell’Unione Europea) per raggiungere questo importante goal, da cui potrà ripartire effettivamente la fase due delle politiche europee per la crescita dell’economia reale del continente.
Roma, 22 settembre 2014
Gli Innovatori Europei
«Questa Ue non va, ha paura del futuro»
Intervista di Romano Provi ad Avvenire
Parte da un’immagine Romano Prodi. Davanti a lui c’è un gruppo di studenti cinesi, uno alza la mano e lo interroga: cos’è l’Europa? È un laboratorio oppure è un museo? Prodi pesca nella memoria e risponde oggi come rispose allora: «È il più grande laboratorio politico della storia, ma troppo spesso è incapace di guardare al futuro. È un laboratorio smarrito, timido, timoroso, e il rischio è girare il volto all’indietro come fosse un museo». Quando il treno Roma- Bologna comincia a correre, l’ex presidente della Commissione Ue ci racconta vizi e virtù del Grande Progetto. Con realismo e con durezza. «È stato un percorso straordinario. Siamo partiti con sei Paesi, siamo arrivati a ventotto. Paesi che hanno unito un pezzo importante del loro futuro…». Una pausa leggera precede una nuova riflessione: «… Ora è come se avessero paura del futuro stesso. Ma la scommessa è andare avanti,
non arretrare».
Ci crede?
Negli ultimi anni non è stato così e non sono ottimista. L’economia non ha girato e non gira: siamo stati il malato del mondo, siamo cresciuti poco, non abbiamo offerto lavoro ai giovani, le disparità tra i Paesi e all’interno dei Paesi sono aumentate. Sì, spesso penso ai giovani, a quei giovani che sono sempre anche nei pensieri del Papa. Vorrei raccontare l’Europa cominciando con la pace, ma loro vogliono risposte sul futuro e capiscono di più temi come crescita e solidarietà. In quelle due parole c’è la loro vita.
C’erano quelle parole nel Dna della Ue…
C’era la volontà di far camminare parallelamente sviluppo e solidarietà nella testa dei padri fondatori. Ma oggi dov’è la solidarietà se i leader europei dicono che spendere così tanto per il welfare è la condanna dell’Europa? La difesa del più debole era tra i principi fondamentali dell’Unione e oggi? Si sta tradendo un disegno, è un voltafaccia terribile e pericoloso.
È quasi un atto d’accusa?
Serve verità per voltare pagina. Tutti ci vedono come una società vecchia, chiusa in se stessa, raggomitolata sul passato. Ora o respingiamo questa analisi ma a me pare terribilmente difficile – o cominciamo davvero a riflettere e cerchiamo i rimedi per trasformare l’Europa in laboratorio. Se poi lei mi da elementi per dire che l’Europa in questo momento è dinamica, solidale, con un disegno comune, io cambio giudizio. Ma lei non può darmi questi elementi e allora insisto: bisogna riflettere sulle mancanze di oggi per preparare il salto in avanti che ci permetta di fare bene domani. Se non ci rendiamo conto della realtà non possiamo nemmeno avere l’urgenza necessaria per vincere egoismi e differenze di interesse.
Crede che la nuova commissione possa imprimere il cambio di passo?
Vedo elementi di conservazione. Tanti, troppi. Quando penso che le politiche più coraggiose vengono prese da un organismo tecnico come la Bce vuol dire che la politica ha paura di fare fino in fondo il suo mestiere. Molto non va. I falchi del rigore hanno ancora molto potere e non si rendono conto che proprio il rigore sarebbe una grande virtù se accompagnato da una condivisione di obiettivi per avanzare verso il futuro. Non è così. E soprattutto non è più il momento di fare i maestrini, di dimostrare che si è meglio dagli altri; è il momento del Progetto e della Solidarietà.
Però il laboratorio è smarrito. E intanto l’Europa dà anche l’impressione di arretrare sui valori, di non difendere la vita.
Sono 28 Paesi con valori diversi, con sensibilità diverse: nel complicato Parlamento trovare linee comuni, convergenti, sembra una sfida impossibile. Una riflessione culturale collettiva su questi temi è ancora più complicata, ma il Papa anche su questo può offrire spunti di riflessione forti. Richiamare ai valori fondamentali è decisivo. Non si può pensare a una condivisione immediata, ma l’Europa ha un disperato bisogno di riflettere, di interrogarsi, di riscoprire la solidarietà. C’è bisogno di parole profetiche, ma anche cariche di concretezza. Per strappare la scena a contrapposizioni astratte e spostare il dibattito sui destini dell’uomo.
Decreto “Sblocca Italia”: conferenza stampa di Marcello Pittella su Petrolio Lucano
Innovatori Europei e I Riformisti con Giuseppina Bonaviri nel frusinate
Innovatori Europei e I Riformisti con Giuseppina Bonaviri nel frusinate
Il Partito Democratico, primo partito riformatore italiano, non può fermarsi. Tanto più in una occasione irripetibile come quella delle prossime elezioni degli organi provinciali di area vasta frusinate non potendosi permettere di retrocedere ad accordi di vertice o a vecchi schemi di gestione del territorio.
Come Innovatori Europei e I Riformisti crediamo da sempre che il cambiamento responsabile post ideologico è possibile e sosteniamo che passi da persone nuove, integerrime e rappresentative a partire dalle periferie e dai programmi condivisi sull’eccellenza.
Sulla nomina di un “commissario garante e terzo” per la Federazione del Pd locale in Ciociaria – come da richiesta ufficiale fatta al segretario regionale e alla commissione di garanzia – il tempo è maturo per dar vita a pratiche seriamente innovative e di discontinuità, corali.
Per questo proponiamo in qualità di commissario garante e terzo la innovatrice europea e riformista Giuseppina Bonaviri, che come donna, intellettuale indipendente, militante pubblica da anni con la sua determinazione, impegno e passione rappresenta pienamente le istanze di un territorio che necessita di veloce e vigoroso rilancio.
Giuseppina Bonaviri aderisce all’Associazione per il Partito democratico nel lontano 2006 per giungere alla costituente del Pd, con credo e sano entusiasmo. Viene eletta nella assemblea costituente regionale del Lazio ed entra nel direttivo provinciale del Pd. Si candida poi da indipendente nel 2010 alle elezioni regionali del Lazio e nel 2012 come Sindaco indipendente a Frosinone con il supporto di due liste civiche sostenendo, già da allora, col suo programma elettorale “Frosinone piccola Capitale” l’urgenza di costruire una macro area provinciale Smart internazionalizzata per accrescere l’identità locale.
Gli Innovatori Europei e I Riformisti credono che oggi più che mai i movimenti civici siano i veri depositari e tutori della pianificazione virtuosa del Partito Democratico. Da un decennio impegnati su questa linea, proseguiranno imperterriti.
Gregorio Gitti per I Riformisti – www.iriformisti.eu
Massimo Preziuso per gli Innovatori Europei: – www.innovatorieuropei.org
#TerzoMondo, #Innovazione e le occasioni mancate dall’Occidente
Di Francesco Grillo su Futuro Quotidiano
Come si stanno forse accorgendo i non pochi turisti italiani che decidono di trascorre le vacanze né in Italia e neppure a Formentera, c’è un fenomeno importante che sta succedendo nel Sud del pianeta: il terzo mondo sta scomparendo. O meglio, sta scomparendo la nozione di terzo mondo alla quale ci hanno abituato le immagini della televisione e la retorica dei concerti del Live Aid. Tuttavia, ciò non significa che i problemi in Africa, Asia, America del Sud siano finiti. Semmai se ne sta trasformando la natura e ciò richiede un profondo ripensamento dell’approccio che l’Occidente ha nei confronti della povertà globale. Dall’idea della “carità” si dovrebbe passare a quella della fornitura di tecnologie, esperienza, conoscenza degli errori che in Occidente hanno accompagnato l’industrializzazione del secolo scorso. In questo senso, lo sviluppo dei Paesi emergenti è un’opportunità di innovazione di portata storica, ma l’Europa ed in particolar modo l’Italia la stanno malamente perdendo.
Il terzo mondo sta sparendo
Che il terzo mondo stia sparendo, anche se ne resistono, in Africa soprattutto, larghe, dolorose rappresentazioni, lo dicono i numeri delle Nazioni Unite. Nel 1990 l’Onu si pose l’obiettivo del “millennio”: portare dal 50 al 25% la percentuale di individui nei paesi in via di sviluppo che vivono in condizioni di povertà estrema (meno di un dollaro al giorno) entro il 2015. Già nel 2010, con cinque anni di anticipo, quella percentuale risulta ridotta al 22% e – rispetto al 1990 – ciò significa che ci sono 700 milioni di diseredati assoluti in meno. Progressi simili sono stati fatti sul fronte del numero di persone che risultano denutrite, lontane dalla più vicina fonte d’acqua, di bambini che muoiono prematuramente o che non frequentano la scuola elementare; persino in Africa il numero delle persone esposte alla fame si è ridotta da un terzo ad un quarto della popolazione, questo significa aver strappato alla carestia quasi cento milioni di individui; nel frattempo centinaia di milioni di persone – in Cina, in India, Nigeria e Sud Africa – sono diventati classe media.
Le distanze si accorciano
Basta essere abituati a viaggiare nei luoghi che sono tra le prime destinazioni degli italiani dell’Italia in crisi – Indonesia, Tanzania, Nepal, Vietnam, Marocco – per accorgersi che (anno dopo anno) le distanze tra loro e noi si stanno accorciando: diminuiscono le destinazioni per le quali sono richieste vaccinazioni obbligatorie; è aumentata di molto l’igiene dei cibi (anche se molte delle megalopoli rimangono senza un vero e proprio servizio di smaltimento dei rifiuti); sempre di più sono quelli che possono avventurarsi senza viaggi organizzati. Del resto, mentre negli ultimi vent’anni un Paese come l’Italia è rimasto praticamente fermo, il resto del mondo (soprattutto quello “emergente”) ha conosciuto il più straordinario periodo di crescita della storia. Ed a strappare centinaia di milioni di persone dalla fame sono state non i concerti degli U2 – pur necessari e bellissimi – o le adozioni a distanza o la macchina delle agenzie delle Nazioni Unite, ma la forza potente della globalizzazione del commercio mondiale che è tanto invisa alla sinistra europea.
Ma i problemi per il Sud del mondo non sono finiti. Se ne è trasformata la natura.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la differenza in termini di speranza di vita media in un Paese come il Nepal (60 anni) rispetto ad uno come l’Italia (80) è per due terzi dovuta, ormai, all’inquinamento. Ne uccidono più le emissioni, quelle tradizionali di catrame o polvere sottili ancora più delle emissioni di anidride carbonica, che la carestia. Del resto, in Cina la primissima causa di insoddisfazione della popolazione nei confronti del Governo non è la povertà delle regioni rurali – spesso brutalmente repressa dalla polizia – ma il pessimo stato dell’aria e dell’acqua nelle megalopoli che rischia di far saltare la pace sociale. Ancora una volta, basta provare a percorrere i leggendari trecento chilometri che separano Kathmandu dall’ Annapurna per accorgersi che i Paesi emergenti stanno emergendo usando, semplicemente, le stesse traiettorie di sviluppo che hanno utilizzato l’Europa e l’America cinquanta anni fa. Le strade preferite alle ferrovie. Automobili, camion e affollatissimi bus che lasciano sinistre nuvole di smog nero e che in Europa da decenni non possono più circolare. Con danni enormi ad un patrimonio naturale che dovrebbe essere una delle grandi risorse di questi Paesi e, soprattutto, ai bambini che sono particolarmente esposti agli scarichi.
Opportunità di innovazione perse
Eppure, sarebbe bastato poco. Sarebbe bastato avvertire, consigliare i cinesi, ad esempio, sui pericoli di uno sviluppo tutto basato sul carbon fossile (per la verità in Cina hanno fatto anche investimenti poderosi sulle metropolitane e sull’alta velocità, ma ciò non ha impedito che la rapidità della diffusione delle automobili producesse un enorme ingorgo). Sarebbe stato sufficiente provare a costruire insieme una vera e propria industria automobilistica elettrica che sfruttando i grandi numeri e le economie di scala avrebbe potuto superare gli svantaggi di costo che l’elettrico ancora ha nei confronti del motore a scoppio. Nei paesi emergenti poteva essere reinventato il modello stesso di burocrazia, sfruttando le minori resistenze che gli apparati consolidati pongono ed il fatto che almeno in termini di diffusione di telefoni cellulari non c’è più alcun divario. Invece lo sviluppo sta seguendo in Asia processi simili a quelli che ha avuto in Europa con enormi danni ambientali e opportunità di innovazione che stiamo perdendo tutti (del resto i veicoli che circolano in Asia sono solo in piccolissima parte europei).
È mancata in questi anni, quasi completamente, una strategia. Ci sono stati migliaia di miliardi di investimenti ma siamo andati avanti come se i problemi dello sviluppo fossero ancora quelli di quindici anni fa. Abbiamo perso – soprattutto come Europa – un’occasione per essere utili agli altri e a noi stessi. Perché certe innovazioni potevano tornarci utili per trasformare anche il modo in cui noi concepiamo e organizziamo mobilità, sanità, educazione.
Francesco Grillo
Conoscenza e democrazia al tempo della loro riproducibilità tecnica
Forum di elaborazione per una SummerSchool di Filosofia della rete
Comitato scientifico – Direttore: Michele Mezza – Componenti: Gianluigi Ferrari, Giulio Giorello, Cesare Massarenti, Carmelo Meazza, Giovanni Lanzone.
Edizione 2014
Social Know: Conoscenza e democrazia al tempo della loro riproducibilità tecnica.
Matrici filosofiche e opzioni sociali della società a condivisa
In onore e memoria di Elio Matassi fondatore della summer school di filosofia di Castelsardo
Cordinamento del programma di Michele Mezza
Premesse: Il corso 2014 di filosofia delle relazioni digitali si occupa quest’anno dei riflessi e delle ragioni dei nuovi processi di produzione sociale della conoscenza nel suo rapporto con la democrazia, attraverso l’azione dei nuovi dispositivi di socialnetwork. In particolare si prende in esame,l nel groviglio sapere-consenso, la parabola del soggetto intellettuale, della figura del mediatore del pensiero, che sempre più si dissolve in un gioco di nuove interfacce della comunicazione. La riflessione affronterà il tema che attraverso le prima riflessioni rinascimentali, arrivano alla sistematizzazione di Hanna Arendt per essere poi rilette da Manuel Castells nella sua trilogia sulla Società in rete. Un passaggio a cui contribuì con grande lucidità il professor Elio Matassi, scomparso lo scorso anno, con il quale fu pensata quest’iniziativa. In questo itinerario, alla luce di una ricostruzione della mappa concettuale della relazione sapere-consenso, assumono particolare rilievo sia la fase della messa a fuoco del ruolo autonomo del pensiero umano (in particolare Giordano Bruno, Machiavelli, Galileo), sia l’evoluzione dei concetti di controllo dei beni umani, come lo stesso sapere, che discende dalla rivoluzione inglese di Cromwell. Con l’esplicito richiamo, contenuto nel tema guida del nostro corso, direttamente al libro di Walter Benjamin, si vuole riprendere l’ispirazione di una stagione del pensiero critico forse troppo frettolosamente archiviata, e che oggi, la nuova complessità del logos partecipativo, ripropone come ineludibile per una organica riflessione sul rapporto pensiero-democrazia-potere. Si propone così di affrontare il tema di un pensiero forte della politica rispetto all’innovazione. Di una politica che si doti di forme e categorie culturali e di strumenti di organizzazione e azione adeguati al nuovo mondo delle moltitudini interattive. Il motore di questa irruzione della realtà socio- economica nel campo politico,sia nella versione di una finanziarizzazione passivizzante, sia in quella di una pretesa di esposizione permanente della decisione politica al controllo dei rappresentati, è oggi la rete. Più direttamente, la mobilitazione sociale dei mediati rispetto ai mediatori. Come scriveva lo stesso Benjamin nella sua seconda versione del saggio L’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnologica, la prima delle due in tedesco “la distinzione fra autore e pubblico e sul punto di perdere il suo carattere fondamentale… il lettore è ognora pronto a divenire uno scrittore… la competenza letteraria non si fonda più sulla fondazione specializzata,ma su quella politecnica, e diviene così bene comune”(W.Benjamin, Berlino,1936). Una vison di straordinaria lucidità, abbandonata da una politica che si era trincerata nell’icona identitaria dell’ideologia della fabbrica .E ignorata da una nomenklatura culturale che guardava allora e guarda oggi solo al proprio protagonismo per misurarsi con le avvisaglie dei propri rottamatori. Oggi questa previsione torna attraverso le soluzioni del networking collaborativo,come i grandi marchi della rete impongono e come le nuove soluzioni di algoritmi italiani confermano.
Si afferma così la necessità di contaminare politica e scienza,cultura e tecnologia, linguaggi e algoritmi, per decifrare i nuovi processi di elaborazione ,implementazione e interrattività dell’informazione e della formazione che, proprio con la loro dinamica partecipativa,stanno riconfigurando le categoria di base del sapere e delle relazioni sociali. Il nodo teorico da dipanare, per ridare cittadinanza attiva nella rete ad una democrazia politica che appare sempre meno legittimata, riguarda il conflitto, ossia le forme e i contenuti di una negoziazione sociale dei processi tecnologici . Una negoziazione che ritroviamo proprio nelle matrici del pensiero digitali che rintracciamo nell’umanesimo rinascimentale tutto italiano:da Pico della Mirandola, a Giordano bruno, a Niccolò Machiavelli.
La struttura Il Forum si articola per sessioni didattiche interattive, dove alle lezioni frontali dei singoli docenti seguono meeting interattivi in cui relatori e platea discutono confrontano criticamente i contenuti delle lezioni. Ogni sessione vedrà in mattinata due docenti proporre un tema convergente al concept del forum. Nel pomeriggio sotto le provocazioni del conduttore,in una forma di talk show, si affronteranno i vari aspetti delle lezioni intrecciando e contaminando ogni singolo contenuto. In sostanza, ogni sessione si costituisce come autore collettivo che prende spunto dal paper inizale per scrivere e comporre un nuovo catalogo concettuale attorno al tema indicato. Insieme alle lezioni e ai forum critici al centro della discussione un oggetto concreto della Rete: Il Caso Quag, la condivisione come algoritmo italiano. La realtà di una realizzazione digitale, come appunto la comunity italiana di Quag viene presentata e analizzata alla luce di quanto emergerà del dibattito didattico.
Programma
Lunedì 8 settembre ore 16 – Introduzione: Michele Mezza presenta temi e metodi del progetto. Il Ricordo del contributo di Elio Matassi ore 17: carrellata con i relatori sul format didattico: un forum come lezione ore 18: il caso Quag: presentazione e analisi della comunity italiana della condivisione dei saperi.
Martedì 9 settembre ore 10 – lezione del professor Cesare Massarenti La condivisione come motore e linguaggio della rete fra continuismo e rottura culturale Ore 11 – lezione professor Carmelo Meazza Il nuovo leviatano della potenza di calcolo: soggetti, valori e sovranità nel negoziato sociale con il dominio del calcolo. Ore 12 – lezione del professor Giulio Giorello Elementi per una geografia storica dei nuovi conflitti di soggettività. Da Bruno e Machiavelli alla rivoluzione inglese di Milton e Cronwell i fondamenti delle forme di proprietà e condivisione dei saperi a rete.
Ore 15,30 – Forum analitico con i docenti della mattinata i discussants: Gianluigi Ferrari, Giulio Giorello, Giovanni Lanzone, Gianluca Lisa e Luca Giorgelli coordina Michele Mezza
Mercoledì 10 settembre ore 10 – lezione del professor Gianluigi Ferrari L’algoritmo come oggetto contendibile: la collaborazione dei saperi come nuovo motore produttivo. Ore 11.30 – Lezione del professor Giovanni Lanzone La bellezza come linguaggio e conseguenza della condivisione. Il caso Italiano.
Ore 15,30 – Forum critico sulla sessione didattica del mattino. Insieme ai due decenti della giornata partecipano: Carmelo Meazza, Cesare Massarenti, Giovanni Lanzone
Conclusione: Castelsardo
Workshop multimediale: Condivisione e competizione nell’economia della conoscienza. Il Caso Italiano. Con : Giulio Giorello, Gianluigi Ferrari, Giovanni Lanzone, Carmelo Meazza, Cesare Massarenti, Gianluca Lisa, Luca Giorgelli e Stas’ Gawronski.
Conduce Michele Mezza
Iscrizioni e Costi Tutti gli appuntamenti sono aperti al pubblico, sono liberi e gratuiti. È possibile iscriversi inviando una mail all’indirizzo info@inschibboleth.org indicando nella mail: nome e cognome, luogo e data di nascita. Questi dati saranno utili per il rilascio degli attestati.
Logistica La segreteria organizzativa può provvedere a alla sistemazione dei partecipanti presso alberghi o B&B convenzionati. Per informazioni circa disponibilità e costi scrivere a info@inschibboleth.org
Attestati e riconoscimenti Gli organizzatori rilasceranno un attestato di partecipazione.
– le ore di partecipazione sono riconosciute come valide ai fini della formazione docenti, in quanto l’attività è organizzata dalla società filosofica italiana (Si veda la Comunicazione ufficiale del MIUR, 2 settembre 2002, prot. Prot. n. 3627/c/3).
– Le ore di partecipazione sono inoltre valide ai fini del tirocinio teorico per gli studenti di filosofia del Dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione dell’Università degli Studi di Sassari.
Il Forum è organizzato da Comune di Castelsardo, Associazione culturale Inschibboleth e Sezione universitaria di Sassari della Società Filosofica Italiana, in collaborazione con Università degli Studi di Sassari, Dipartimento di Storia Scienze dell’uomo e della formazione, Centro ricerche filosofiche letterarie scienze umane di Sassari, Associazione turistica Proloco Castelsardo.
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“Non solo fondi UE, al Sud serve un progetto”, la mia intervista per «Il Mattino»
Intervista di Gianni Pittella per «Il Mattino»
Onorevole, qual è il significato di questa nuova visita del premier a Napoli e nel Mezzogiorno?
«Ha innanzitutto un grande valore simbolico – spiega Gianni Pittella, capogruppo del Pse a Strasburgo – perché vuole significare l’importanza che ha il Sud per Renzi e per il Governo, ma anche per l’Europa intera. Il Mezzogiorno è un’area che può diventare strategica per la crescita e per la ripresa economica nel continente. Aggiungo: so che Renzi visiterà anche delle aziende d’eccellenza. E questo è un altro motivo di questa visita: il premier viene a sottolineare le virtuosità di cui il Sud è ricco, viene a dare un segnale di fiducia e di incoraggiamento peri tanti attori dello sviluppo che nel Mezzogiorno fanno per intero la loro parte, a dispetto di chi critica soltanto».
A suo giudizio cosa fa e cosa potrà realizzare il governo Renzi per il Sud?
«Il governo ha saputo preparare l’avvio della nuova programmazione dei fondi comunitari. La parola d’ordine è concentrazione delle risorse: per evitare ritardi e ulteriori perdite di fondi. D’altronde solo l’ottimizzazione delle risorse può impedire la dispersione in mille rivoli, tipo quella dei 500mila progetti della vecchia programmazione. Un esempio: puntare tanto sulle infrastrutture, sia quelle fisiche come i porti, come l’Alta velocità, come l’Alta capacità, ma anche quelle immateriali, come la banda larga».
Si riferisce all’Agenzia per la coesione?
«Anche. Perché è importante che il governo coinvolga le regioni ad un tavolo comune, perché finalmente si ragioni tutti insieme in una visione più complessiva e organica. Ecco, credo che sia questo il nuovo orizzonte: anziché fantasticare sulla macro -regione istituzionale credo sia più importante lavorare tutti insieme ad un grande progetto. Prendiamo ad esempio l’Alta velocità: che senso ha se ciascuna regione pensa esclusivamente alla sua piccola porzione? Eppure quella delle infrastrutture che consentano una maggiore accessibilità è una delle sfide più decisive per il Mezzogiorno, da affrontare e da superare».
Sempre e solo fondi Ue: onorevole, ma al Sud non serve anche altro?
«Concordo: in questi anni è mancata una visione, un’attenzione. E non c’è stato nessuno sforzo serio di programmazione. Ma io credo che in questo senso Renzi possa dare una svolta».
Come?
«A mio avviso sono cinque i punti fondamentali. Delle Infrastrutture già ho detto. Poi penso all’istituzione di Zone Economiche Speciali, come in Polonia, dove un regime di fiscalità e la semplificazione amministrativa possano attrarre gli investimenti. Ancora: turismo e ambiente, con tutti gli sforzi che ne derivano per recuperare ad esempio il terreno perduto con la “terra dei fuochi”. Quindi, l’adozione dei progetti di studio Erasmus su scala mediterranea, per accrescere anche una coscienza più aperta: sarebbe un segnale anche dal punto di vista politico rispetto a quanto accade sulle altre coste del Mediterraneo. Infine la lotta alla criminalità: penso all’impiego delle nuove tecnologie, ma anche ad un’azione socio-culturale che coinvolga il volontariato e le associazioni, e ad un utilizzo più efficiente dei beni confiscati alle mafie».
Renzi potrà fare tutte queste cose o la crisi sarà l’alibi buono per rinviare ancora?
«Mi fido di Renzi e penso anche che tante di queste cose si possano realizzare senza particolari impegni finanziari. Poi non dimentichiamo che, al di là dei fondi comunitari, ci sono quei famosi 300 miliardi in 3 anni derivanti dal piano straordinario investimenti adottato da Juncker su nostro pressing: anche una quota di quelle risorse potrà andare a colmare lo storico divario Sud-Nord. L’importante è che tutti gli attori facciano la loro parte: anche le banche, perché non siano solo prestatori di danaro a fini di lucro, ma aiutino a creare una cultura nuova, aperta al cambiamento. Che senso ha chiedere ai giovani imprenditori garanzie che loro non possono dare?».
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Pittella in conversazione su suo post su Facebook aggiunge: “È fondamentale che il Governo coinvolga le regioni ad un tavolo comune, perché finalmente si ragioni tutti insieme in una visione più complessiva e organica. Anziché fantasticare sulla macro-regione istituzionale, credo sia più importante lavorare tutti insieme ad un grande progetto. Prendiamo ad esempio l’Alta velocità: che senso ha se ciascuna regione pensa esclusivamente alla sua piccola porzione? Eppure quella delle infrastrutture che consentano una maggiore accessibilità è una delle sfide più decisive per il Mezzogiorno, da affrontare e da superare. Farò di tutto perché questo avvenga. Anche grazie a una parte dei fondi che siamo riusciti ad ottenere.”
Commento di IE: “Ci sono tutte le condizioni ora per unire il Mezzogiorno per la sua infrastrutturazione che apra Italia e l’Europa al Mediterraneo, di cui da anni parliamo fino alla proposta per il Semestre europeo a guida italiana dell’Osservatorio infrastrutture e logistica mediterranee”.





