Editoriali
Lo spazio dell’Italia tra Usa e Africa. Parla Salzano (Eni)
Intervista di Formiche a Pasquale Salzano
Pasquale Salzano è senior vice president di Eni ed ha delega agli affari istituzionali. È il volto e la voce di Claudio De Scalzi, una vita nel Cane a sei zampe e da pochi mesi nominato dal governo Renzi nuovo Ceo della prima multinazionale italiana.
Salzano, classe 1973, è arrivato in azienda nel 2011 dalle fila del ministero degli Affari esteri essendo Consigliere d’Ambasciata. La promozione di un giovane diplomatico non sorprende, anzi conferma il peso della dimensione istituzionale e internazionale in Eni. Formiche.net lo ha incontrato per una conversazione a valle del Summit USA-Africa appena terminato a Washington e che ha lasciato in eredità sia la Clean Energy Finance Initiative sia investimenti tra i quali una partnership da 5 miliardi di dollari tra il fondo Blackstone e il ricco investitore africano Aliko Dangote per progetti di infrastrutture energetiche nell’Africa sub-sahariana.
Anche Eni, pur nel suo core business degli idrocarburi, investe da tempo nel Continente nero. Quali opportunità vi intravedete? “Il vertice di Washington è stato il più grande incontro con i capi di stato e di governo africani mai organizzato da un presidente americano negli Usa. La sua importanza è dunque innanzi tutto di carattere politico e strategico e segnala la crescente attenzione che l’amministrazione americana dedica ad un continente in cui, negli ultimi dieci anni, diversi paesi hanno registrato i tassi di crescita più elevati del mondo. Va considerato, inoltre, che la popolazione africana raddoppierà entro il 2050, tornando a rappresentare un quinto del totale mondiale, come era nel XVI secolo. In questo quadro, gli investimenti e il commercio sono considerati dagli Usa come parte del più complessivo impegno per la sicurezza e lo sviluppo civile e sociale del continente. Si tratta di un approccio altamente condivisibile, molto simile a quello che Eni, pur nella sua specificità di azienda energetica, ha tradizionalmente promosso in Africa fin dall’inizio della sua presenza, nel 1953. È stato proprio grazie alla attiva integrazione tra i progetti di sviluppo dell’azienda e le opportunità di crescita dei territori in cui è ospite, che Eni è potuta diventare non solo la prima compagnia internazionale del continente per produzione di idrocarburi, ma anche l’azienda leader nel favorire l’accesso all’energia da parte delle popolazioni locali. Il rinnovato impegno americano e la convergenza dei rispettivi approcci al continente non può dunque che essere vista da Eni in modo molto positivo”.
Gli Stati Uniti hanno deciso di puntare in modo deciso sullo sviluppo dell’Africa e sugli investimenti non solo energetici nel continente. L’Italia, per sua vocazione e collocazione rappresenta un ponte ideale tra l’altra sponda dell’Atlantico e l’Africa. Ritiene che questo nuovo sguardo a sud possa aiutare il nostro Paese a diversificare le proprie alleanze energetiche, finora più orientate ad est?
“Pochi lo sanno, ma l’Italia è tra i paesi europei che nell’ultimo decennio ha provveduto maggiormente alla diversificazione delle proprie fonti di approvvigionamento, come spesso auspicato dall’Unione europea. Nello stesso periodo, inoltre, l’Eni ha registrato in assoluto i migliori successi esplorativi tra le majors petrolifere mondiali, inclusa la più grande scoperta di giacimento gas della sua storia, in Mozambico, nel 2011 e l’Africa è stata al cuore di questi successi. Si tratta di nuove fonti che, soprattutto per quanto riguarda il gas, potranno contribuire ulteriormente alla diversificazione energetica italiana ed europea, consolidando una sorta di corridoio nord-sud come nuovo asse strategico di approvvigionamento energetico, di cui ha recentemente parlato anche il presidente Renzi, che potrà avvicinare sempre più l’Africa al vecchio continente”.
Ritiene che, tenendo conto anche dei nuovi progetti energetici annunciati dall’amministrazione Obama, ci possano essere ulteriori momenti di collaborazione tra Italia e Stati Uniti?
“Le sfide che la straordinaria crescita dell’Africa pongono alla comunità internazionale rendono sempre più importante la sinergia tra l’Italia e gli Stati Uniti, che non può che realizzarsi nella più ampia cornice dei rapporti tra Ue e Usa. L’importante negoziato in corso sulla Transatlantic Trade and Investment Partnership ne è solo uno degli esempi più recenti, e l’inclusione dei temi energetici al suo interno sarà molto rilevante. In Africa, in particolare, la collaborazione tra Italia e Usa potrà registrarsi anche alla luce del programma Power Africa lanciato dall’amministrazione un anno fa, che mira a raddoppiare l’accesso all’energia nel continente entro il 2018, grazie anche a importanti convergenze tra pubblico e privato (Public Private Partnership)”.
Il recente viaggio del premier Matteo Renzi in Africa – in Mozambico, Congo e Luanda – è forse il segno che anche la politica italiana guardi all’Africa non solo come a una frontiera, ma come a un mercato di riferimento. Eni come valuta questo nuovo approccio e quali cambiamenti scorge?
“Il rinnovato impegno del governo italiano verso l’Africa è a tutto campo e tocca la dimensione politica, economica e culturale. Può quindi essere considerato parte di una più ampia strategia di apertura e adattamento del nostro paese alle nuove tendenze del sistema internazionale. Un’azienda come Eni, che opera in circa settanta paesi in tutto il mondo, non può che considerare positivamente questo approccio, sempre più necessario e carico di implicazioni significative. A questo riguardo Il Ministero degli esteri ha recentemente promosso l’Iniziativa Italia–Africa, anche con l’obiettivo di rafforzare l’accesso all’energia sostenibile attraverso l’espansione della rete di aziende italiane impegnate nel continente. A metà ottobre si svolgerà a Roma una conferenza internazionale di alto livello per fare il punto sullo stato di avanzamento delle attività su questo fronte”.
Per dirla con Barack Obama, aumentare gli investimenti occidentali in Africa è anche un modo per rafforzare “sicurezza e democratizzazione dei Paesi africani”, anche quelli dove Eni è presente. Penso alla Nigeria, ma anche alla Libia, in queste ore teatro di scontri terribili. Cosa ne pensa? E come proseguono le attività di Eni nei Paesi africani più instabili?
“Per le caratteristiche del suo business, Eni è abituata da sempre ad operare in realtà o regioni complesse o genericamente considerati “a rischio”. Per questo ha tradizionalmente dedicato grande attenzione allo sviluppo dei paesi in cui opera, anche attraverso il cosiddetto “dual flag approach”, ovvero quello di una compagnia al tempo stesso internazionale ma anche locale e con uno stretto rapporto con il territorio. Poiché l’energia è la chiave di ogni sviluppo, negli ultimi anni Eni si è anche impegnata direttamente nella realizzazione di alcune centrali elettriche, come ad esempio quelle in Nigeria e Congo, che vengono gestite insieme alle autorità locali e forniscono ai due paesi rispettivamente il 20 e il 60% dell’energia. Solo l’ulteriore consolidamento di questa strategia, ribadita dalle recenti iniziative sia negli Stati Uniti che in Italia, potrà offrire all’Africa quel futuro di pace e prosperità che ognuno di noi auspica”.
——————————————————————————————————————————————————————————
Sulo stesso tema, la nota scritta nel 2013 da Massimo Preziuso: Un’area di libero scambio UE-USA per lo sviluppo sostenibile mondiale e per la nascita degli Stati Uniti d’Europa
Speranza: «Il governo deve ripartire dal Sud più spesa e investimenti pubblici»
Intervista a Roberto Speranza di Nando Santonastaso – Il Mattino
Forse davvero la politica si sta accorgendo del baratro in cui è finito il Mezzogiorno. Perché dopo le devastanti anticipazioni del rapporto Svimez 2014 e la costituzione dell`intergruppo Mezzogiorno, trasversale alle forze parlamentari, è il capogruppo Pd alla Camera Roberto Speranza – che del nuovo organismo fa parte – a provare a svegliare il Palazzo. «Sono rimasto sconcertato dal silenzio, dall`assenza di dibattito e di confronto che ha accompagnato i dati Svimez, contrariamente a quanto di solito accade in politica su temi magari anche meno importanti», dice Speranza, meridionale di Potenza.
Silenzio da rassegnazione?
«Non lo so. Mi preoccuperei se si fosse trattato di indifferenza. Ero anch`io alla Camera alla presentazione dei primi dati del nuovo rapporto Svimez, in qualità di capogruppo del Pd. E di fronte alla gravità della situazione mi sarei aspettato ben altre reazioni. Sono anni ormai che ci continuano a piovere addosso statistiche e rapporti che documentano quanto sta accadendo nel Sud: ma non vedo un dibattito consapevole di tutto ciò».
Ma non tocca alla politica assumere questa responsabilità? E non è proprio il partito di maggioranza relativa a doversene fare carico più degli altri?
«Intanto prima ancora della politica, che ha certamente le sue responsabilità, mi pare che siamo di fronte a una sorta di impotenza dell`opinione pubblica, di indifferenza come dicevo prima. Che è purtroppo un elemento di novità rispetto al passato. Perché di fronte a certi dati è incredibile che non si apra un dibattito nazionale sul Mezzogiorno. Oltre tutto i dati del Pil del secondo trimestre, con un calo superiore al previsto, impongono questa scelta: ma se un Paese non riparte da un`area che ha perso il 3,5% di Pil in un solo anno, di cosa discutiamo?».
Già, ma ne è consapevole anche il governo?
«L`ultima cosa che possiamo fare su questo tema è dividerci tra di noi. Io so, ne abbiamo parlato spesso con Renzi, che il governo è consapevole di questa situazione. Io ho un`idea e penso che su di essa si possa ragionare in termini concreti. Penso cioè che se non c`è un`inversione di tendenza rispetto alla politica del rigore dell`Unione europea, l`Italia rischia di non uscirne viva e il Mezzogiorno di non accorciare più il divario con il centronord».
Per cui, cosa bisognerebbe fare a suo giudizio?
«La battaglia del governo in Europa perché siano superati in vincoli del 3% del Patto di stabilità abbia come obiettivo il Mezzogiorno. Perché è in quest`area che i danni prodotti da una regola assurda si fanno sentire in maniera drammaticamente elevata. Ed è qui, di conseguenza, che il cambio di passo avrebbe risultati decisivi per la crescita del Paese».
Si spieghi meglio: perché abbattere il muro del 3% favorirebbe un ritorno economicamente significativo al Mezzogiorno?
«Perché svincolare gli investimenti pubblici e privati da quella soglia significherebbe rimettere in moto il Sud nei cui confronti la spesa in conto capitale, che è decisiva per le sorti di un territorio, ha subìto un calo incredibile. Lo ha rilevato proprio la Svimez. I tagli agli investimenti in infrastrutture, ad esempio: se nel centronord si sono mantenuti i livelli di spesa per opere pubbliche di 40 anni fa, al Sud oggi si spende un quinto di quanto si faceva negli anni `70».
Sta dicendo insomma che se il Paese non ripartirà veramente dal Sud non riuscirà ad agganciare la ripresa, se ci sarà, del prossimo anno?
«Certo, ma questo – sia chiaro – non vuol dire rimettere in discussione la spending review o gli impegni internazionali del Paese. La battaglia che credo andrà fatta dal governo è per liberare gli investimenti, non per altri obiettivi. Abbattere il tetto del 3% e rilanciare il Sud al pari degli interventi per le scuole e contro la povertà mi sembrano le priorità assolute in questa fase. Un Paese che ha appena dimostrato di potere e sapere fare riforme complesse, come quella del Senato, può e deve ottenere altrettanta disponibilità dall`Europa».
Pensa che anche il suo partito oltre che il governo condividerà questa scelta?
«Io non ho dubbi anche perché è arrivato il momento di mettere fine alla vulgata secondo cui il Sud avrebbe beneficiato di maggiori investimenti pubblici. I dati dimostrano esattamente il contrario: sul fronte degli investimenti delle imprese pubbliche nazionali, cito ancora la Svimez, al Sud nel 2012 sono crollati de112,8% rispetto all`anno precedente mentre al centronord nello stesso periodo sono saliti del 2,9%».
Eppure la sensazione è che si rinunci a investire nel Sud perché in fondo non ne varrebbe più la pena…
«Io penso che al netto di chi racconta di un Sud sommerso di risorse pubbliche, esista al contrario una realtà nella quale i limiti della spesa emergono in maniera chiara. Ecco perché un piano di investimenti per il Mezzogiorno che possa liberarsi dal vincolo del 3% può e dev`essere la strada da percorrere».
Dopo due trimestri negativi, il Pil meridionale sarà anche nel 2014 con il segno meno. E la Svimez è pessimista pure nel 2015: non sarebbe il caso di interventi-choc per rilanciare questa parte del Paese?
«Intanto mettiamo al centro della crescita il Sud perchè la via dello sviluppo non può che ripartire da qui dove sono concentrate la maggiore disoccupazione giovanile del Paese e la quota più bassa di occupazione femminile. Anche per questo la questione meridionale o come la si vuole definire è una questione nazionale. Le scelte per il Sud non potranno che influenzare positivamente tutto il Paese. Non so se occorrerà un intervento choc: di sicuro il governo ha già imboccato la strada di assicurare al Mezzogiorno un sostegno prioritario nelle sue ultime misure».
A cosa si riferisce?
«Al pacchetto approvato il 22 luglio dal consiglio dei ministri che destina alle regioni meridionali l`80% di oltre un miliardo e 400 milioni stanziati per la crescita attraverso i contratti di sviluppo. Non è un segnale come altri considerate le potenzialità espansive del territorio meridionale e ovviamente anche i suoi enormi ritardi. Naturalmente questo non può far dimenticare che occorrono investimenti forti in infrastrutture, turismo, reti immateriali, logistica: e che servono anche investimenti privati».
Non abbiamo parlato finora di fondi europei, spesso ritenuti l`unica medicina per guarire l`ammalato Sud: è un caso?
«I fondi europei sono importanti a condizione che siano spesi bene. I ritardi del Sud in questo specifico settore sono evidenti: per questo credo che sia giusta la decisione del governo di monitorare attraverso l`Agenzia per la Coesione il loro utilizzo».
Intanto però il governo ha rinunciato al ministro per la Coesione: lei ha condiviso questa decisione?
«Ne ho preso atto e ho fiducia che il lavoro del sottosegretario Graziano Delrio sia proficuo e all`altezza della sfida. Di sicuro sul terreno dei fondi europei l`Italia si gioca una partita decisiva. Noi dobbiamo avere una visione strategica convinta: perché sfidare l`Ue sulla soglia del 3% per investire al Sud vuol dire naturalmente assumersi come Paese la responsabilità di spendere bene le risorse comunitarie».
Lettera aperta al Presidente del Consiglio Matteo Renzi “Affinché Napoli possa riprendere la via dello sviluppo”, in occasione della sua visita a Napoli il 14 agosto 2014.
Alberto Forchielli: la Cina investe in Italia per rompere l’alleanza fra Europa e Usa
Intervista di Alberto Forchielli su Formiche.net

Forchielli, che significato dare a questi investimenti? C’è una strategia pianificata?
Assolutamente sì. La banca centrale cinese, People’s Bank of China, ha in portafoglio partecipazioni di tutte le principali aziende del mondo. Tuttavia di solito adotta un basso profilo, tenendosi sempre al di sotto della soglia da dichiarare pubblicamente. In Italia invece, dove la soglia è il 2 percento, Pechino continua a fare investimenti che la superano di pochissimo: Fca (Fiat), Prysmian, Eni, Enel e Telecom. Ciò vuol dire che vuole farsi notare.
Perché e con quali obiettivi?
Meglio delle mie parole lo spiega una ricerca, pubblicata dall’istituto Pew lo scorso luglio, su come l’opinione pubblica di alcuni Paesi vede la Cina. È emerso che il 70% degli italiani vede di cattivo occhio Pechino. Una percentuale altissima, superiore a quella di tutti i Paesi occidentali. Il loro è un messaggio sia di amicizia, sia di potere. Nella loro testa gesti come questi, che comportano un investimento minimo, dovrebbero rendere la Cina più amata nel nostro Paese.
Da cosa deriva questo sentimento anti-cinese?
Le ragioni sono molteplici. Primo, tra i Paesi industrializzati l’Italia è uno dei più colpiti dalla competizione cinese. Secondo, le nostre pmi che sono andate in Cina senza protezione sono state letteralmente massacrate e depredate di risorse e know how. Terzo, truffe come Suntech in Puglia o vetrine permanenti degli orrori come Prato rappresentano immagini difficili da cancellare. E non è un caso che le prime partecipazioni dichiarate, quelle in Eni ed Enel, siano arrivate subito dopo la strage in un’azienda tessile della città toscana, dove persero la vita sette persone.
Ritiene che la Cina si stia orientando più sull’Europa e meno in Paesi più finanziarizzati come scrive oggi l’economista Francesco Daveri sul Corriere? O è solo una diversificazione di portafoglio?
Non c’è una scelta così selettiva, i cinesi comprano dove possono. E ora è più semplice farlo nei Paesi più in difficoltà come Italia, Spagna, Portogallo, Grecia. Le altre nazioni che possono evitarlo, come Francia e Germania, lo fanno. A nessuno piace far entrare in casa un ospite ingombrante come la Cina.
Che dietro questo tipo di investimenti ci siano mire geopolitiche è fuor di dubbio. Pechino punta in modo deciso a spaccare l’alleanza tra Europa e Stati Uniti, anche per minare il trattato di libero scambio transatlantico, il Ttip, e influenzare i processi europei. Lo fa come può, dando ad ogni Paese ciò di cui ha necessità. In questo momento l’Italia aveva un bisogno disperato di liquidità e Pechino gliel’ha concessa. Detto ciò io ritengo che acquistare il 35 percento di una holding non quotata come Cdp Reti non ci esponga a grandi rischi nell’immediato. Sicuramente avranno pensato che i 2 miliardi che ci hanno speso equivalgano a una settimana di interessi passivi dell’Italia, quindi prima o poi ci toccherà vendere il resto. Ma io trovo molto più grave la loro entrata in società private che controllano i media, come Fca-Fiat con il Corriere della Sera. Anche la scelta di quegli investimenti fa parte di una strategia che mira a migliorare l’immagine cinese in Italia.
Ritiene che questo tipo di intervento sia propedeutico a un potenziale ingresso del colosso cinese anche nelle municipalizzate?
Non c’è un disegno preciso, ma la Cina è presente e laddove ci sarebbe la possibilità di investire lo farebbe, anche nelle municipalizzate. E di per sé, se si trattasse di casi singoli non ci sarebbe niente di male, ma quelle che erano eccezioni come detto si moltiplicano. E il messaggio sottinteso è: l’Italia è nostra.
Tempeste d’acqua e cambiamento climatico
di Francesco Grillo (su Il Messaggero)
Le tempeste d’acqua alternate a momenti di grande caldo sono, ormai, diventate il tormentone di quest’estate. E dopo anni di silenzio, sono tornate di moda le previsioni che, qualche tempo fa, circolavano sul cambiamento climatico come la più probabile delle catastrofi che la civiltà umana starebbe preparando a se stessa.
Ma cosa c’è di vero nella storia del riscaldamento globale? Quali sono le conseguenze per l’Italia, il Mediterraneo e l’Europa nei prossimi anni? È vero che le questioni ambientali e le emergenze economiche ci costringono ad una scelta? O è vero invece che è proprio adattandoci alla mutazione che possiamo ricominciare a crescere in maniera sostenibile? E cosa ci dice la vicenda del cambiamento climatico sulla capacità di una società complessa di concepire una strategia su questioni che hanno a che fare con spostamenti di risorse tra generazioni e regioni del mondo diverse?
Fu il New York Times, nel Dicembre del 2009, a decretare l’inizio della fine del cambiamento del clima come grande fenomeno mediatico. “Perché fa così freddo se tutti parlano di cambiamento climatico?”: fu così che aprì la sua prima pagina il quotidiano americano che commentava quel giorno uno dei nulla di fatto più clamorosi della storia della diplomazia. I capi di Stato di tutti i Paesi del mondo erano volati a Copenaghen per partecipare ad una conferenza della Nazioni Unite sul clima che si chiudeva senza alcun accordo. Nonostante l’enorme emissione di anidride carbonica rilasciata da migliaia di aerei che avevano portato all’incontro le delegazioni e nonostante le tempeste di neve che avevano bloccato negli alberghi i partecipanti ad un incontro convocato per evitare un disastroso innalzamento delle temperature.
In effetti, le previsioni degli scienziati che studiano per le Nazioni Unite i dati del clima non sono cambiate e non possono essere natali freddi come quello di Copenaghen nel 2009 o estati tropicali come quelle italiane nel 2014 a modificarne la sostanza: esiste una tendenza alla crescita della temperatura media della Terra che è creata dall’azione dell’uomo; tale aumento delle temperature produce non solo lo scongelamento dei ghiacciai e un innalzamento del livello dei mari che potrebbe mandare sott’acqua New York, Londra e Roma in pochi decenni; ma, soprattutto, una traslazione di aree climatiche tra zone diverse del mondo che porterà più bagnanti sul Mare del Nord, ma anche siccità nel Sud del mondo, un allargamento delle diseguaglianze, nuove ondate di povertà e migrazione.
Cosa ha sbagliato, allora, il mondo e l’Europa nella prima stagione del cambiamento climatico quella finita poco prima del Natale di cinque anni fa?
Non pochi sono stati gli scettici che hanno messo in dubbio la scientificità delle analisi del gruppo di lavoro costituito dalla Nazioni Unite per studiare il cambiamento climatico (IPCC). Ma di più ha pesato l’impotenza degli Stati che, per anni, hanno cercato di raggiungere un accordo su base planetaria senza mai sciogliere i nodi delle ragioni contrapposte: tra chi – i Paesi in via di sviluppo – chiede che a pagare il conto dell’adattamento al clima sia chi storicamente ha prodotto il problema; e chi – tra quelli sviluppati – vuole prevenire l’aumento ulteriore di emissioni che viene quasi tutto dall’Asia.
Il fallimento dei vertici sul clima rimane però la più nitida dimostrazione dell’incapacità del mondo di far corrispondere alla globalizzazione delle economie, una risposta politica altrettanto globale. Un fallimento spiegato da un paio di premesse sbagliate da un punto di vista cognitivo: e cioè la pretesa di voler risolvere i problemi attraverso la trattativa anche quando si tratta di non far affondare una barca sulla quale siamo tutti seduti; nonché quella di aver capito – male – che l’adattamento alla trasformazione sia un costo da distribuire, laddove può essere un’opportunità economica grande quanto può esserlo stata la “ricostruzione” delle nostre città in altri tempi. In questo caso prima che scoppi una guerra.
A questo proposito una proposta molto interessante per superare l’impasse, è stata pubblicata qualche settimana fa sul numero di Nature di Luglio: un docente della Bicocca di Milano, Marco Grasso, e il suo collega americano, Roberts, propongono di modificare l’intero approccio al negoziato sulle riduzioni di gas serra che ciascun governo deve garantire, partendo dal calcolo delle tonnellate prodotte a quelle consumate per Paese. La proposta avrebbe senz’altro l’effetto di spostare ulteriormente sull’Europa rispetto agli Stati Uniti e alla Cina l’iniziativa dell’adattamento e di rendere più facile superare le resistenze delle due superpotenze. Ma ancora più significativo sarebbe l’effetto in termini di riallocazione delle politiche ambientali da un terreno tradizionale nel quale i protagonisti sono le grandi fabbriche che producono ricchezza e gli Stati che ne regolano le attività, ad uno più moderno nel quale la responsabilità del cambiamento passa a chi vi è direttamente interessato: le famiglie che consumano e le comunità locali che ne possono condizionare i comportamenti attraverso le politiche sui rifiuti, sulla mobilità, sugli edifici. In fin dei conti, l’idea è quella della disintermediazione di organizzazioni – gli Stati, appunto – che non sono più semplicemente capaci di governare una globalizzazione che li sta svuotando.
Qualche scivolone metodologico, tanti errori politici, ma il problema principale del cambiamento climatico nella stagione del tanto clamore per nulla fu di comunicazione: quello di aver usato – lo fece Al Gore con efficacia – la clava della meteorologia che è, di certo, uno degli argomenti che più interessano le persone a tutte le latitudini; per essere poi esposti all’effetto boomerang che regolarmente colpisce i previsori del tempo quando certe previsioni non si verificano con l’esattezza a cui sono abituati i consumatori di televisione e di fine settimana sotto l’ombrellone.
Non è la prima volta nella storia dell’uomo che dura da mezzo milione di anni che il clima cambia profondamente. Ma ciò che è davvero nuovo in questa sfida è che tale mutazione avviene nel giro di pochi decenni e si abbatte su una società che è – nonostante e forse proprio a causa del suo progresso tecnologico – più vulnerabile di quanto l’umanità non lo sia mai stata prima. Vulnerabile, soprattutto perché sembra aver smarrito la capacità – intellettuale ed etica – di astrarre. Anche solo di concepire questioni che richiedono trasferimenti di risorse intellettuali e finanziarie tra luoghi (regioni del mondo) e tempi (generazioni) diversi.
Il cambiamento climatico esiste, dunque. E i disastri che in questi giorni si stanno abbattendo ovunque, dalla provincia di Treviso al confine tra Nepal e Tibet, lo stanno riavvicinando alla coscienza delle persone. È un terreno questo sul quale l’Italia può e deve trovare – anche nei prossimi mesi di presidenza dell’Unione – la leadership che cerca. Perché è un Paese che nel clima, nonché nel turismo e nel cibo che vi sono direttamente associati, trova uno dei suoi pochi vantaggi competitivi; perché da un deterioramento del clima altrui ed, in particolar modo di quello dei Paesi del Nord Africa, rischia di vedersi piovere addosso ulteriori bombe migratorie; ed, infine, perché l’Italia che inventò i comuni e l’umanesimo, e che mai riuscì ad essere davvero Stato nazione, può dare un contributo decisivo per governare una questione che richiede logiche completamente nuove.
Le conclusioni dell’Assemblea nazionale di Laboratorio Democratico affidate a Gianni Pittella
Pittella rivendica il ruolo di suo e di Matteo Renzi nella fondamentale adesione del PD al PSE nei pochi mesi a cavallo delle Primarie per la Segreteria con il suo appoggio al Segretario – Premier.
Ricorda l’importanza del successo italiano alle elezioni europee di maggio per la stabilità europea.
E tra le altre e tante proposte rilancia le proposte di Innovatori Europei: la messa in comune di parte di Fondi Strutturali delle Regioni del Sud per la sua infrastrutturazione, che lo apra al Mediterraneo.
Matteo, cosa aspettiamo ancora per andare a votare?
di Roberto Giachetti
Caro Matteo,
non amo il ruolo del grillo parlante né quello del facile profeta ma l’evoluzione delle resistenze al cambiamento conferma la mia previsione che questo parlamento non è in condizione di fare le riforme. E allora torno a dirti: andiamo a votare.
Meglio votare con il Consultellum che insistere con questo ostruzionismo che colpisce e uccide la speranza di milioni di italiani che hanno votato per te prima alle primarie e poi il Pd a tua leadership alle Europee.
Esco da Facebook (dopo averlo ideato)
L’idea di Facebook nacque in Italia, come molte cose, però l’importante non è avere l’idea ma avere l’idea al momento giusto e perseguirla con determinazione.
Non fu così per quanto riguarda noi e chissà per quanti altri.
Allora amministravo eWorks, un incubatore romano nato dalla visionarità di Renato Brunetti, una delle persone che insieme a Joe Marino e Paolo Nuti hanno portato Internet in Italia nonché proprietario di UNIDATA.
Accadde quando ero insieme a Stefano Giannuzzi allora amministratore di Reference, una web agency degli anni 90 e Marco Placidi, ideatore e realizzatore di Roma Sotterranea, una sera quando si faceva sempre tardi a immaginare le magnificenze che avrebbe portato la Rete nella vita quotidiana e ragionavamo sui processi di interazione uomo-macchina e di usabilità incrociandoli con comportamenti e progettando le interfacce dei software.
L’idea venne dai comportamenti collegati agli album delle foto che tutte le famiglie italiane collezionavano, ci dicemmo: realizziamo un sistema che consente di caricare le proprie foto e di mostrarle agli altri di descriverle e di scambiarsi opinioni sui forum e magari fare chat insieme. Una virtualizzazione delle riunioni di famiglia.
L’idea ci parve buona, ma bisognava progettare un software che consentisse a tutti di caricare le foto, di commentarle e di fare album ecc. Allora le tecnologie disponibili non erano così semplici, serviva un software di rete che rappresentasse una rivoluzione come il mouse con l’interfaccia grafica fu per il PC. Era l’inverno 2000 e dopo una serata in cui ci eravamo esaltati a pensare questo software, nei giorni successivi ci tuffammo nel lavoro quotidiano e lo dimenticammo.
Un anno fa in un SMS Marco Placidi mi scrisse: Pa’ (diminutivo di Pasquale) ti ricordi quando pensammo Facebook?
Ho deciso di cancellare il mio account da FB, dopo 6 o 7 anni di frequentazione di questo torrente, mi ritiro, il motivo è la soluzione dell’equazione dei social network che vedo vicina.
Mi spiego. A mia opinione i social network sono uno strumento di riduzione della complessità, della vita umana, essi rispondono a questa necessità.
Provo con una metafora a dirla meglio, se immaginiamo una foglia che cade da un albero all’incrocio tra via Nomentana e viale XXI Aprile a Roma, in una giornata di vento, chi saprebbe calcolare il percorso di caduta considerando l’influenza delle automobili e degli autobus, delle correnti di vento, del pallone dei ragazzini che giocano nel campetto del San Leone Magno e di qualche altro migliaio di fattori che influiscono su quella caduta?
Eppure il percorso di caduta pur essendo così difficile da immaginare e impossibile ad oggi da calcolare, avviene. Nella realtà quella foglia compie un percorso, raggiungendo inesorabilmente l’asfalto, che è il risultato di tutte le forze che hanno agito in maniera concorrente.
Questo fanno i social network, nella crescita di complessità della vita tentano una semplificazione, provano a disegnare un percorso che risolva l’insieme delle spinte che agiscono su di noi, un po’ come una molecola d’acqua nella corrente di un torrente che prova a costruire una zattera per elevarsi dalla superficie a vedere dove il percorso la porti mantenendone traccia.
Per questo credo che la soluzione della complessità sociale, stia evolvendo verso una nuova tecnologia di relazione in cui distanza e vicinanza sono identici, infatti il lemma di Guy Debord nel libro “ Commentari alla società dello Spettacolo” : – La società modernizzata fino allo stadio dello spettacolare integrato è contraddistinta dall’effetto combinato di cinque caratteristiche principali, che sono: il continuo rinnovamento tecnologico; la fusione economico-statale; il segreto generalizzato; il falso indiscutibile; un eterno presente – ha avuto, in questi ultimi tempi, tre su cinque tentativi di rottura e cioè:
- Il segreto generalizzato con Snowden
- Il falso indiscutibile con la guerra in Ucraina
- La fusione economico-statale con la guerra monetaria
Dobbiamo aspettarci del recupero della nostra Storia cosa che la pressione dell’immigrazione provocherà nelle civiltà avanzate (Papa Francesco ne è un antesignano) infine resterà soltanto da far saltare il continuo rinnovamento tecnologico, nel senso che le IoT ( Internet of Things) non avranno più bisogno della rete perché la conterranno.
Quindi esco da Facebook perché voglio uscire dalla corrente per vedere a che punto sono del percorso e il torrente dove sta andando.
Il Movimento Innovatori Europei propone la creazione nel Mezzogiorno di un “Osservatorio Logistica e Infrastrutture Euro-Mediterranee”. Intervista all’Ing. Massimo Preziuso, fondatore del Movimento
Intervista su NaNotizia
Il 21 giugno scorso presso la sede del Partito Democratico del “Nazareno”, il Movimento Innovatori Europei, fondato e guidato dall’Ingegnere lucano Massimo Preziuso, ha proposto al Pd e al Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi la creazione nel Mezzogiorno di un “Osservatorio Logistica e Infrastrutture Euro-Mediterranee”. La proposta è stata elaborata e redatta in un documento al termine dei lavori dell’annuale convegno organizzato dal Movimento, che quest’anno ha titolo: ”Logistica e Infrastrutture. Il ruolo del Mezzogiorno e il suo contributo all’economia del Paese“. Per il Movimento: “La Logistica dei Trasporti e le indispensabili Infrastrutture a essa strettamente collegate debbono assolvere lo scopo di rilanciare con forza l’economia del Paese, riconsegnando al Mezzogiorno la sua plurisecolare funzione di collegamento col Mediterraneo ciò che la stessa Unione europea gli attribuisce nell’attuale momento storico”. Per comprendere meglio i contenuti della proposta abbiamo posto alcune domande al fondatore del Movimento, l’Ingegnere Massimo Preziuso.
- Come verrà strutturato l’Osservatorio?
“Come è noto, L’Osservatorio ha preso l’avvio da incontri con un gruppo di esperti, operatori e accademici operanti nel settore della Logistica e delle Infrastrutture. Le attività da portare avanti saranno suddivise per macrotemi; di conseguenza risultando le problematiche alquanto complesse, occorrerà un approccio strutturato e rigoroso”.
- Se la Vostra proposta sarà accettata, chi ne farà parte attiva?
“Stanno procedendo i lavori avviati formalmente con il convegno del 21 presso il Nazareno mentre la proposta al governo è stata attivata. Il nostro obiettivo è che essa venga dibattuta in una delle date della agenda del semestre italiano e come tale possa quindi proseguire come progettualità istituzionale”.
- Come verrà finanziato l’Osservatorio?
“Per il momento si procede utilizzando la volontarietà di Innovatori Europei, che riunisce attorno a sé una serie di personalità che guidano Associazioni e primarie realtà di settore. Su come finanziarlo sarà lo stesso Governo a proporlo. A settembre verrà stilata una apposita tabella di marcia”.
- Il ruolo del mondo Imprenditoriale e Sindacale?
“Da molti anni ci adoperiamo affinchè il privato sociale diventi un percorso da attualizzare insieme; è comunque nostra intenzione, e lo si è visto già nella scelta dei relatori del convegno di giugno, portare il mondo della Impresa e del Sindacato più innovativo al centro di un dibattito sullo sviluppo delle economie reali nei territori italiani e di tutto l’Euro mediterraneo”.
- Quali sono le iniziative che potrà prendere l’Osservatorio?
“L’Osservatorio è ricco di risorse umane. Al di là delle riflessioni tecniche ed economiche sul tema della infrastrutturazione e logistica euro mediterranea ogni ulteriore decisione scaturirà dall’esame di problematiche condivise. Ci auguriamo comunque che l’avvio del progetto porti fattibilità e occupazione”.
- Il ruolo di Napoli?
“A Napoli esiste da anni un gruppo che collabora alla costruzione delle linee guida nazionali degli Innovatori Europei. L’idea è di sviluppare una forte iniziativa attorno al tema “Città – Porto intelligente””.
- Il governo Renzi accetterà la proposta e la porterà in Europa?
“E’ l’augurio che facciamo a questo Governo perché anche in questo senso dimostri nei fatti di essere innovativo e al passo coi tempi”.
Un Osservatorio per la logistica e le infrastrutture mediterranee adesso!
di Maurizio Ionico *
Il tema del lancio di un Osservatorio per la logistica e le infrastrutture mediterranee ha una valenza nazionale, ovvero l’intero territorio nazionale è chiamato a confrontarsi con la ritrovata centralità del Mediterraneo. La “grande trasformazione” determinata dall’evoluzione geo – politica e geo – economica su scala globale, con un’accelerazione prodotta a partire dal 1989, ha determinando una nuova geografia economica che ha scaricato effetti anche alla scala locale (il Mezzogiorno, il Nord, l’area adriatica).
L’elemento saliente è, appunto, la ritrovata centralità del Mediterraneo, nell’ambito della dinamica direttrice marittima che collega l’Oceano Indiano, il canale di Suez e l’Oceano Atlantico diventata in pochi anni un asse marittimo globale rilevante tale da superare, ad esempio, quello storico tra gli Stati Uniti e il Giappone attraverso il Pacifico. Se si ritaglia l’osservazione ad una porzione di Paese (penso al nord-est e all’area adriatica), tale trasformazione rende essenziale la relazione tra i nodi (i porti, le città ) e i corridoi quali l’1/Baltico-Adriatico, che assurge ad uno dei sistemi essenziali di connessione tra il nord e l’area adriatico – ionica verso la nuova piattaforma industriale europea (Polonia, Cechia, Ungheria) e il 3/Mediterraneo (Lione – Torino – Trieste, tanto per intenderci). L’U.E. ha colto questa aspetti rivedendo la storica politica delle Ten -T con la COM/2011/650 che ha previsto la realizzazione articolata su due livelli, il comprehensive network e la core network, che costituirà la spina dorsale della rete transeuropea di trasporto ed incentrata su città e porti. La core network comprende 10 progetti prioritari di interesse per l’Italia, quali:
- “Helsinki-Valletta” Corridor [Helsinki-Stoccolma-Amburgo-
Monaco-Vrennero-Verona-Roma/ Napoli-Bari-Palermo-Valletta], con l’inclusione del tratto da Napoli fino a Palermo passando per Catania e la nuova sezione Napoli-Bari; è l’ex corridoio “Berlino-Palermo”; - “Baltic-Adriatic Corridor” [Helsinki-Danzica-Varsavia-
Vienna-Tarvisio-Udine -Venezia/Trieste-Bologna- Ravenna], con l’estensione fino a Ravenna via Klagenfurt, Udine – Venezia / Trieste /Bologna;
- “Genova-Rotterdam Corridor” [Genova-Milano/Novara Sempione/Loetschberg/Gottardo-
Basilea-Colonia-Rotterdam), con l’inclusione della linea ferroviaria del Lotschberg-Sempione e della linea del Gottardo;
- “Mediterranean Corridor” [Algesirs-Madrid-Barcellona-
Lione-Torino-Milano-Venezia- Lubiana-confine ucraino], con l’inclusione dell’idrovia “Milano-Venezia”.
E’ convinzione che la “nuova” Europa (quella localizzata a nord – est e a sud – est) sarà destinata ad originare, in virtù dei trend di sviluppo interni ai Paesi dell’area e del concentrarsi su di essi degli interessi di operatori economici come i tedeschi e gli stessi italiani (della catena del bianco, della meccanica, ….), intense relazioni economiche e flussi di traffico.
Il territorio non potrà essere organizzato come prima. Si tratta ad esempio di allestire a tutti gli effetti “hub di sviluppo locale”, attorno ad un sistema di relazioni tra porto – corridoio – zone industriali, in modo tale da semplificare ed irrobustire le connessioni terresti e marittime (accessibilità) e la localizzazione delle imprese (attrattività) e, in definitiva, concorrere ad elevare le prestazioni territoriali nonché radicare i processi economici. Nella sostanza, si tratta di incrociare meglio gli effetti “mediterraneo” e “corridoio” al fine di acquisire vantaggi competitivi.
L’Italia è un Paese manifatturiero e l’export rappresenta una leva essenziale per tornare a crescere e a progredire. Serve tuttavia il sostegno dei trasporti marittimo e ferroviario cargo, oggi piuttosto fragili, così da trarre benefici dal nuovo assetto e dagli scambi import – export che il Paese e la dimensione locale (il Mezzogiorno, il Nord, l’area adriatica) possono ulteriormente generare. Non siamo attrezzati e pertanto si rendono necessarie in ogni caso misure e azioni di carattere sia infrastrutturale, sia organizzativo sia formale del trasporto marittimo, ferroviario e della logistica.
Anzitutto si tratta di procedere allo shift modale, e questa è una responsabilità del Governo nazionale, in modo da corrispondere agli obiettivi dell’U.E. che prevede che entro il 2030 il 30% dei trasporti stradali superiori ai 300 km. effettuati via camion vengano trasferiti verso altre modali come il ferro, che oggi rappresenta una quota oggi poco sotto il 9%, e le vie navigabili, ed entro il 2050 questa quota deve essere superiore al 50%. In secondo luogo, tali misure devono favorire l’aumento di scala dei porti (sia attraverso interventi sui singoli scali sia attraverso robuste integrazioni fra scali diversi localizzati lungo una medesima direttrice) e, dall’altro, accrescere la capacità del sistema dei trasporti di far fronte alla tipicità del modello manifatturiero (distretti, aree industriali, filiere). Questo rappresenta un vincolo non facilmente superabile poiché costituito in prevalenza da Pmi inserite in un conteso distrettuale e/o di dispersione produttiva, e dalla frammentazione dei processi produttivi, determinati da una accentuata scomposizione delle produzioni e delle fasi operative, sia in spedizione sia in entrata, per meglio corrispondere anzitutto alle esigenze delle industrie principali. Il successo delle misure e azioni intraprese è dato dalla capacità del sistema istituzionale pubblico e delle agenzie operative, come Autorità, Enti e Consorzi, di saper connettere nel medesimo momento le tre dimensioni del problema, che sono di tipo:
- infrastrutturale [costituito dalla dotazione e qualità della rete e delle strutture fisiche; tale responsabilità è in capo alla Regione, a Rfi, alle Autorità portuali e ai gestori di zone industriali e interporti]
- organizzativo [costituito dall’adozione di modalità e procedure ottimali nell’effettuare servizi a costi ragionevoli e in modo efficiente; tale responsabilità è in capo alle imprese di trasporto marittimo, ferroviario e della logistica]
- formale [costituito da piani, leggi (si pensi alla riforma della 84 sui porti), norme, regolamenti e finanziamenti, dove spesso tali responsabilità sono in capo alle scale più prossime all’Amministrazione Regionale e ai Comuni]
Si tratta di una impostazione che deve necessariamente porsi dal punto di vista della modifica degli assetti di regolazione del mercato in alcuni settori strategici del sistema di mobilità delle merci, primi fra tutti il settore della portualità, dei trasporti marittimi e ferroviari, principalmente in un’ottica di integrazione multimodale e di continuità territoriale dei servizi anche a livello internazionale (inserimento in reti trans-nazionali, relazioni tra terminal, connessioni con l’hinterland).
Vi sono una serie di vincoli e condizionamenti da rimuovere nelle zone industriali, nei porti e nelle stazioni ferroviarie, al fine di adeguare i trasporti ferroviari e l’organizzazione logistica e, in definitiva, fornire un supporto reale alle attività produttive. In particolare, è opportuno intervenire:
- sull’accessibilità alle aree industriali e l’attraversamento dei nodi urbani;
- sull’adeguatezza degli scali adibiti al traffico cargo ferroviario e del materiale rotabile;
- sui raccordi ferroviari e sulle strutture a servizio delle zone industriali;
- sui costi di manovra ferroviarie nelle aree portuali;
- sulle modalità e procedure organizzative;
- sul consolidamento delle Autostrade del Mare e sulla costruzione di modelli innovativi di organizzazione e gestione del sistema dei trasporti e della logistica;
- sul sostegno all’intermodalità e alla mobilità sostenibile;
- sulla disponibilità di risorse finanziare e sulla capacità di investire secondo ‘logica di risultato’.
In particolare, le Regioni assieme al Governo centrale devono individuare nuovi meccanismi di governance logistico – territoriale, mettendo in discussione modelli tradizionali, sapendo cedere sovranità e stabilire reciprocità. Si tratta tra l’altro di:
- procedere alla governance logistico – territoriale attraverso l’utilizzo dello strumento istituzionale ‘Rapporto Stato – Regioni ed Enti locali’, ciò al al fine di costituire agenzie territoriali interregionali che servano a coordinare e programmare le scelte nonché ad integrare e comporre le esistenti strutture societarie relative ad interporti, aree industriali, distretti, ….;
- procedere alla governance di “corridoio” attraverso l’istituzione del coordinatore di corridoio, come da indicazione U.E., ciò al fine di completare progetti, eseguire nuove opere e/o completamento di tratti ferroviari e stradali, migliorare le connessioni con i porti;
- procedere alla governance portuale attraverso il superamento delle attuali ampio numero delle Autorità portuali in modo da garantire efficienza/efficacia nella regolazione dei servizi, negli interventi di movimentazione e imbarco/sbarco, nella gestione delle aree e portuali e retro-portuali, secondo un principio coerente con la concezione ‘one mission, one company’ e con la rilevanza espressa ogni scalo nel contesto del Mediterraneo e delle reti di trasporto trans-europeo nonché delle relazioni interne;
- procedere alla costituzione di sistemi logistico – portuali, quale dispositivo di governance proposto a partire dal decreto “salva-Italia” e fatto proprio da successivi provvedimenti di riforma della portualità nazionale con l’intento di promuovere una più complessa riorganizzazione dei porti ed intervenire nei retroporti e nei collegamenti infrastrutturali e nella logistica, favorendo l’espansione geo – economica dei sistemi regionali ancorati ai corridoi transeuropei e/o di determinati bacini interni; questo approccio riconosce il porto come il luogo privilegiato di governo di processi di settore e territoriali.
Intervenire sui porti è strategico per il Paese, per elevare la competitività e creare valore e per l’occupazione. Infatti si tratta di uno spazio economico dove si generano effetti moltiplicatori rilevanti, come ad esempio:
- economia del mare, porti e logistica territoriale rappresentano un fattore essenziale a supporto della produzione manifatturiera, poiché è del 20,5% l’incidenza dei costi dei trasporti e della logistica, e ammontano a 12 mld €/a di maggiori oneri per la produzione industriale;
- 1 € investito in porto/trasporto marittimo genera fino a a 2.7 € aggiuntivi di Pil;
- 1 € investito in logistica genera 8 € di Pil;
- 1 unità di lavoro in porto genera 2 unità di lavor extra – porto;
- 1 container movimentato genera 2.300 €/Teu e 42 occupati ogni 1.000 unità;
- dall’abbassamento dell’1% della spesa logistica si generano 9 mld di € di risparmi;
- dal raddoppio dei contenitori (ad esempio se si passa da 410 mila teu a 820 mila teu) si generano 1 mld di € di servizi logistici e 16.000 posti di lavoro;
- dal miglioramento della logistica nella manifattura si possono ricavare molti mln di € da rendere disponibili in miglioramento dei processi produttivi e prodotti.
In definitiva, essere consapevoli e far propria la centralità del Mediterraneo significa per il Paese (e le grandi aree organizzate al proprio interno) voler vincere le sfide competitive di natura globale e partecipare autorevolmente all’economia-mondo. Servono come detto decisioni centrali e decisioni locali che comportano scelte e tecniche di governance attraverso cui far finalmente procedere in un percorso comune la testa, cioè le istituzioni, e il corpo, costituito da imprese, esportatori, creativi, ricercatori e giovani, da tempo proiettato – quasi naturalmente – nella dimensione globale.
Testa e corpo: dilemma non nuovo. Walter Benjamin, nel 1940, riflettendo su un quadro di Paul Klee, intitolato Angelus Novus, osserva l’angelo con le ali distese in procinto di allontanarsi – verso il futuro – da un qualcosa o da rovine – il passato o la catastrofe: “ma [la] tempesta [che] spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.
Mettere in squadra, dunque, le componenti essenziali del sistema, testa e corpo, è una delle principali responsabilità che compete alle nuove classi dirigenti.
* urbanista, Amministratore Unico della ferrovie regionali del Friuli Venezia Giulia
