Significativamente Oltre

unione-europea

L’Unione dei popoli

di Mario Coviello

Come è vista l’Unione Europea nel nostro paese e cosa effettivamente rappresenta oggi l’ Europa per i suoi abitanti?

La risposta cambia a secondo della latitudine e della longitudine in cui il nostro ipotetico cittadino europeo risiede e certamente anche in base al ruolo socio-economico che lo stesso occupa all’interno dello stato di appartenenza.

L’Italia rappresenta in larga parte un detrattore del sistema così congeniato.

Sistema perché l’Unione Europea è un ente dotato di personalità giuridica internazionale, che è demandata alle competenze specifiche riportate  nel testo costituente, senza disporre della sovranità completa sugli stati parte.

Il fatto principale è che oggi il cittadino europeo si fa i conti in tasca e, dunque – se è pur vero che i soldi non fanno la felicità – è anche vero che in paesi come l’Italia la costituzione di questa confederazione di Stati ha visto scemare le possibilità di condurre una vita adeguata alle aspettative ormai di più generazioni.

L’adeguamento al trattato di Maastricht nei termini di riduzione del debito pubblico, mentre accelera il fenomeno della globalizzazione e della delocalizzazione, rappresenta la croce da portare ,tra l’altro con un peso distribuito in maniera diseguale, in cambio di un contraltare di opportunità sempre minori e riservate a poche categorie professionali e ad aree geografiche meglio collegate.

L’Unione chiaramente non può e non deve essere vista solo in termini economici: essa ha infatti migliorato i rapporti tra tanti stati confinanti in continua disputa (ad es. Francia e Germania) ed ha portato sollievo a tante popolazioni sofferenti (come i paesi dell’ex Unione Sovietica), ma è anche vero che, al suo interno, il peso egemone lo posseggono i paesi del centro Europa dotati di un potere finanziario, industriale e organizzativo maggiore.

Sarebbe auspicabile un disegno condiviso tra i paesi dell’area anche perché è evidente che il futuro porta a due antitetiche soluzioni.

– La prima rimane una maggior coesione interna  attraverso un rafforzamento di sovranità che richieda però una tutela ed un alleggerimento in termini di austerity per l’area mediterranea .

– La seconda vedrebbe di contro i colossi dell’Europa centrale fagocitare le deboli realtà periferiche e alimentare una crescente volontà a ridiscutere i trattati sull’Unione, tra l’altro mentre si celebra l’allargamento verso oriente con l’ingresso della Croazia e forse un giorno anche della Turchia.

L’Unione Europea, intanto,  nonostante la crisi sta negoziando il grande accordo di libero scambio con gli Stati Uniti ed intrattiene un florido import export con la Cina, fatti che attestano il suo ruolo preminente nelle relazioni commerciali .

In tale prospettiva potrebbe migliorare la condizione di centinaia di migliaia di disoccupati  che  soffrono politiche inadeguate, nonostante essi siano cittadini e contributori del bilancio europeo.

L’Europa necessaria

di Massimo Preziuso (in “Synthesis” – Oseco)

europa

Con l’adozione del trattato di Lisbona, arrivata dopo una lunga e complessa fase di incertezza, si può di certo essere un po’ più felici in Europa: il processo di costruzione di una forte Unione Europea ha fatto un importante passo avanti.

Sembra dunque ormai chiaro a tutti che l’esistenza di una Unione Europea forte e coesa è fatto fondamentale, sia per gli stati europei, che per il mondo intero.

Vari fattori richiedono agli stati europei, soprattutto dopo l’attuale crisi economica internazionale, di unirsi sotto un unico cappello, e molti sono riconducibili al tema della competitività e dell’innovazione nel “secolo dei paesi emergenti e della sostenibilità energetico – ambientale”.

In questo nuovo contesto globale, che si va rapidamente delineando, i piccoli stati europei non hanno infatti più alcuna possibilità di gareggiare e rimanere a lungo nel gotha dell’economia mondiale, e questo fondamentalmente per problemi di scala (geografica, demografica ed economica): l’Unione Europea consente loro di diventare grandi ed affrontare con successo tali problemi, pur mantenendo le proprie diversità e specificità culturali, in accordo col principio di sussidiarietà che emerge centrale dal Trattato di Lisbona.

La tematica ambientale rappresenta poi il luogo in cui l’agire insieme, come Unione Europea, permette di sfruttare al massimo il potenziale insito nella variegata tradizione culturale e di innovazione che risiede nel vecchio continente, e nei suoi singoli paesi, che è oggi disperso nelle logiche e dispute nazionaliste, e altresì aiutare ad equilibrare l’annoso problema della sicurezza degli approvvigionamenti energetici che rappresenta, per un continente così povero di combustibili fossili, un serio problema per la propria stabilità economica e politica di medio periodo.

A Copenaghen si è tenuto il 15° vertice delle Nazioni Unite sul clima: nella trattativa per la definizione di un nuovo trattato internazionale ambientale sta emergendo il ruolo da protagonisti di Cina e Stati Uniti che, all’interno di un acceso dibattito sulle rispettive responsabilità passate e presenti, stanno così definendo il nuovo asse del potere mondiale, che vedrà al centro proprio le tematiche energetico – ambientali.

In questo scenario l’Unione Europea, protagonista fino ad oggi nell’attuazione del protocollo di Kyoto, e luogo di elaborazione della più ambiziosa e strutturata politica ambientale al mondo, rischia di perdere la propria leadership, proprio per l’incompletezza del processo di integrazione.

Ma, forte dell’approvazione del Trattato di Lisbona, è proprio da Copenaghen che il progetto europeo può trovare nuovo slancio, definendo un ancora più ambizioso e cadenzato programma di riduzione delle emissioni, anche in assenza di un accordo internazionale vincolante, rimettendosi così al centro delle future politiche ambientali ed economiche del pianeta.

Il continente europeo rappresenta una risorsa unica e fondamentale per gli equilibri dell’intero pianeta, perché sede di una storia unica di democrazia ed innovazione e perché unico possibile garante dello sviluppo armonico e condiviso del pianeta, di una “globalizzazione sostenibile”.

Anche per questo, l’Unione Europea può e deve diventare attore principale della nuova competizione globale, guidando e ri-definendo insieme ai due giganti – Stati Uniti e Cina – la nuova governance del pianeta.

Detto questo, risulta anche evidente che quello europeo rappresenta attualmente il progetto politico più complesso al mondo, e per questo richiede pazienza: al suo completarsi potrebbe infatti nascere l’attore politico più prospero dell’intero pianeta.

Trattato di Lisbona, per un’Europa più efficiente

Lisbona

Un’ Unione Europea piu’ efficiente e piu’ partecipata dai cittadini nelle sue decisioni e piu’ forte sulla scena mondiale: e’ questa la visione della nuova Europa contenuta nel trattato di Lisbona che entrera’ in vigore dal primo dicembre.

L’iter lungo e travagliato dell’adesione al trattato, per la comprensibile resistenza di molti Stati a cedere sovranita’ e a rinunciare a diritti di veto a favore delle istituzioni europee, e’ probabilmente la migliore testimonianza a favore della profondita’ dei cambiamenti che il nuovo patto porta con se’. Avvicinare la Ue ai cittadini e i cittadini alla Ue rafforzando, accanto all’intermediazione dei governi nazionali che sono stati finora i veri ‘’signori’’ dell’Unione politica, il ruolo dei parlamenti, e’ il primo obiettivo della riforma istituzionale che sta ridisegnando la governance di Bruxelles.

L’adozione di tutta la normativa europea, da cui deriva, e’ bene ricordarlo, il 75% del nostro corpus legislativo, sara’ soggetta d’ora in poi a un livello di controllo parlamentare che non ha riscontri in nessun’altra struttura sovranazionale o internazionale. Infatti tutta la legislazione europea richiedera’, con poche eccezioni, la duplice approvazione del Consiglio e del Parlamento europeo. Inoltre scatta un importante coinvolgimento dei parlamentari nazionali nel processo decisionale. Ciascuno di essi infatti ricevera’ infatti tutte le proposte legislative dell’Unione, in tempo utile per discuterle con i suoi ministri prima che il Consiglio europeo adotti una posizione e avra’ anche il diritto di proporre un nuovo esame se ritiene che non sia rispettato il principio di sussidiarieta’, per il quale ogni decisione va presa al livello di governo piu’ vicino possibile al territorio.

Ma i cittadini stessi conteranno di piu’, perche’ avranno la possibilita’ di presentare direttamente iniziative legislative alle istituzioni europee. Secondo questa nuova disposizione di democrazia partecipativa, un milione di cittadini appartenenti a un numero significativo di Stati membri, puo’ invitare la Commissione a presentare una proposta su questioni per le quali ritiene necessario un atto giuridico ai fini dell’attuazione del trattato di Lisbona.

Anche la voce dell’Europa sulla scena mondiale potra’ essere piu’ forte se sara’ politicamente colta una delle principali novita’ del trattato. A rappresentare l’unicita’ della politica ‘’estera’’ dell’Ue sara’ una nuova carica istituzionale, nominata per la prima volta nei giorni scorsi dal Consiglio. La carta di Lisbona stabilisce principi e obiettivi comuni per l’azione esterna dell’Unione: democrazia, Stato di diritto, universalita’ ed inscindibilita’ dei diritti dell’uomo e delle liberta’ fondamentali, rispetto della dignita’ umana e dei principi di uguaglianza e solidarieta’.

Un’importante novita’ riguarda anche l’organismo di rappresentanza dei governi: la durata del mandato del presidente del Consiglio e’ stata prolungata, in modo da rafforzarne il suo potere di coordinamento. Inoltre il trattato estende il voto a maggioranza qualificata a nuovi ambiti politici per arrivare a processi decisionali piu’ snelli su questioni cruciali come il clima, la sicurezza energetica, gli aiuti umanitari, ambiti per i quali la carta prevede per la prima volta apposite sezioni. L’unanimita’ e’ stata mantenuta solo per la politica fiscale, estera, la difesa e la sicurezza sociale. Si chiude davvero un’epoca, spetta a tutti noi europei pretendere che se ne apra una nuova, forti del trattato di Lisbona.
Di Roberta Angelilli e Gianni Pittella
Vicepresidenti del Parlamento europeo

UE E PARTENARIATO ORIENTALE

europaL’Ue e il Partenariato orientale: tra sfere di influenza e soft power, i paesi del Caucaso sono fuori dall’ allargamento

Di Alessia Centioni – Innovatori Europei Europa

La Commissione europea ha annunciato la nascita di un nuovo e ambizioso progetto: si tratta del Partenariato orientale attraverso cui saranno potenziate le relazioni politiche, economiche (in particolar modo quelle legate all’energia) tra l’Unione europea e Ucraina, Moldavia, Georgia, Armenia, Azerbaijan e Bielorussia.

La prospettiva europea, indirizzata ad una nuova generazione di accordi di associazione, tende a realizzare sia un’integrazione maggiore tra le economie di questi paesi e quelle degli Stati membri, sia la semplificazione normativa legata allo spostamento delle persone, nonché la stabilità degli scambi delle risorse energetiche.

Ed è proprio in materia di energia e di assistenza finanziaria che si ravvisa l’affare più significativo della nuova strategia di associazione con i paesi dell’Europa orientale. Per realizzare i benefici di un’intesa economica tra l’UE e i “sei” sarà necessario un forte e reciproco impegno politico per garantire un futuro più stabile e sicuro all’Europa e alle regioni caucasiche.

Mentre Barroso respinge l’interpretazione di chi vede nel partenariato la divisione dell’Europa orientale in sfere di influenza, il Presidente della Commissione, ribadendo le buone relazioni tra Bruxelles e Mosca, parla al contrario di soft power e della capacità di attrazione degli accordi tra l’UE con i “sei”. Tuttavia la Russia continua ad essere considerato un paese “riluttante” come indica lo studio CEPS (“La politica di vicinato due anni dopo: è il tempo di PEV-plus”), e per questo il Cremlino richiede un trattamento speciale, non considerandosi semplicemente paese vicino, bensì partner strategico dell’Unione europea.

Per la Commissaria alle Relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner “il partenariato garantirà un’integrazione più approfondita nell’economie dell’Unione e regole più semplici per i cittadini dei paesi partner che viaggiano nell’UE”, e aggiunge che ,“l’approccio dell’ UE continuerà ad articolarsi in programmi su misura per le esigenze dei singoli paesi, benché su scala diversa e con l’aggiunta di una forte dimensione multilaterale. Con questo nuovo pacchetto di misure offriamo anche un sostegno più approfondito per aiutarli a conseguire i loro obiettivi”.Gli accordi prevedono una struttura molto efficace per rafforzare le relazioni tra l’UE e i partner dell’Est nonché un rilevante stanziamento di fondi che raggiunge i 350 milioni di euro e riprogramma quelli già stanziati per arrivare entro il 2013 a 600 milioni di euro. I punti fondamentali degli accordi dell’Unione con i “sei” prevedono la gestione integrata delle frontiere, il sostegno per lo sviluppo di piccole e medie imprese, lo sviluppo dei mercati regionali dell’energia elettrica e la promozione dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, la realizzazione del corridoio energetico meridionale e la cooperazione per risposte congiunte alle calamità naturali.

Se nel secolo scorso, l’integrazione economica in Europa, ha dato vita ad un mercato comune del carbone e dell’acciaio per scongiurare il riarmo nel vecchio continente e per equilibrare l’assetto politico, militare ed economico delle potenze nel dopoguerra. Oggi l’integrazione economica rappresenta la possibilità di mettere in comune (o almeno sottrarre al monopolio) l’energia globale e accelerare il processo di democratizzazione in alcuni paesi; l’ambizione del partenariato di costruire una zona di libero scambio di beni e servizi tra UE e i “sei”, e successivamente tra i paesi dell’area caucasica, comporterà nel medio periodo il riassetto politico dell’Europa orientale. Nonostante le più vicine relazioni che sono in procinto di instaurarsi tra Ue e i paesi caucasici, è da escludersi la possibilità di convertire gli accordi di associazione in accordi di adesione, come avvenne per i paesi ex-sovietici; la prima spiegazione a tale impossibilità è abbastanza evidente, giacchè quattro dei sei paesi vivono in uno stato di guerra, come avviene in Bielorussia, dove vige un regime repressivo assai lontano dai parametri dell’aquis comunitario che ne permetterebbe l’ingresso nell’Unione.

Fa eccezione l’Ucraina, unico paese potenzialmente candidato all’allargamento. L’adesione dell’Ucraina all’UE è tuttavia ancora molto lontana a causa della forma di governo presidenziale semi-autoritaria e della conseguente crisi istituzionale. La riforma costituzionale e giudiziaria, fortemente incoraggiata dall’UE, consentirebbe di giungere ad una maggiore stabilità politica, eliminando i frequenti contrasti interistituzionali risolti troppo spesso a colpi di autoritarismo. Ad oggi l’Ucraina non mostra ancora di aver intrapreso la strada della stabilità al contrario della Georgia, dove l’unità politica è senza dubbio maggiore. Qui la lotta alla corruzione e il tentativo di garantire la trasparenza delle elezioni riflettono l’intenzione di intraprendere il cammino di democratizzazione europea.

La Georgia si aspetta molto dall’UE e conta sul sostegno delle strutture transatlantiche per raggiungere la fine del conflitto, concludere accordi commerciali e ottenere maggiori aiuti. Realizzare una maggiore integrazione con l’UE fino a diventarne stato membro; disattendere le aspettative georgiane potrebbe aggravare una situazione già molto delicata, per la stabilità nel Caucaso e per l’Unione europea che non può perdere questa partita dove in gioco ci sono energia, diritti umani e libertà fondamentali.
Ragioni di carattere politico rafforzano l’impossibilità di adesione da parte di Azerbaijan e Armenia, paesi che hanno manifestato l’intenzione di orientarsi verso altre direzioni. Vista la posizione geografica dell’Azerbaijan, vicino alla Russia e sensibile alle sfide che arrivano a sud dall’Iran, la futura politica del paese, sia interna che estera, sarà determinata dalla gestione delle risorse energetiche e dagli assetti geopolitici che ne deriveranno. Il controllo delle risorse energetiche e delle vie di trasporto strategiche nella regione del mar Caspio possono conferire al governo azero una maggiore forza negoziale, e accrescere l’apertura politica e lo sviluppo nonostante la corruzione, la repressione dell’opposizione politica e del diritto di informazione facciano parte di un’evidente instabilità interna e di standard democratici non ancora raggiunti.

L’Armenia rappresenta un grande interesse per l’UE, tuttavia il suo impegno ad avvicinarsi ai parametri di democrazia europea sono ancora insufficienti; permangono forti contrasti tra governo e opposizione caratterizzati da un’aspra tensione tra le forze politiche, nonché violazioni dei diritti e delle libertà civili. Il passo verso l’Unione europea è ancora molto lontano. Più che alla NATO e all’UE, l’Armenia sembra guardare alla più vicina Russia.

La futura politica europea di vicinato PEV ha l’obiettivo di garantire la stabilità dei rifornimenti energetici e promuovere la diffusione dei valori fondamentali dell’UE, vale a dire democrazia, diritti umani, libertà civili e trasparenza; il destino dei paesi ex-sovietici dipenderà dal testa a testa tra Unione europea e Russia o da chi saprà offrire un’alternativa democratica?

MANIFESTO – INNOVATORI EUROPEI

IL MANIFESTO DI INNOVATORI EUROPEI

Innovatori Europei nasce nel 2006, dall’idea di un gruppo di amici di portare un serio contributo alla realizzazione della Società della Conoscenza.

Ad oggi è presente in molte parti d’Italia e di Europa, con gruppi territoriali che operano con una visione comune.

La Community si occupa di innovazione e politica e vuole sperimentare forme moderne di organizzazione: parola d’ordine è “Talento & Innovazione”, elementi questi necessari per costruire l’Europa del futuro.

La scelta di occuparsi del Web 2.0 e di impegnarsi per la costruzione del Partito Democratico, con una visione europea, è la conseguenza di un preciso ragionamento:

– il Web 2.0 è il Luogo in cui oggi si può fare innovazione, promuovendo la partecipazione “bottom-up” di tutti i cittadini alla formazione delle scelte sociali, economiche e politiche.
– Il Partito Democratico è il “potenziale” contenitore politico in cui supportare Innovazione e Partecipazione
– L’Europa, poi, è il perimetro d’azione in cui muoversi, il luogo in cui confrontarsi con la novità.

Innovatori Europei è dunque:

• Un Think-Tank in cui convogliare energie nuove, tramite forme di partenariato, e con cui promuovere in concreto miglioramento Sociale, Economico e Politico

• Un Centro di Riferimento per una Rete variegata di attività da svolgere in tutta Europa

• Un Medium aperto al contributo di tutti con una Redazione di più di 50 persone

• Un esempio reale di applicazione del Web 2.0 per la creazione di “intelligenza collettiva”

• Un contributo concreto alla creazione di una Società della Conoscenza

 Stiamo completando il nostro processo di radicamento nei territori.

A Settembre 2007 organizzeremo la giornata nazionale degli Innovatori Europei.

Sottoscrivete questo Manifesto e dateci il vostro contributo: INFO@INNOVATORIEUROPEI.COM

NASCE COALIZIONE GENERAZIONALE

Nasce COALIZIONE GENERAZIONALE.

Alla iniziativa ho aderito personalmente perchè credo che sia il momento di unire le FORZE DI TUTTI I GIOVANI, andando aldilà dei colori di Partiti, o ideologie!

Bisogna ridare slancio a questo Paese con idee nuove e originali (e ce ne sono moltissime in giro!).

Massimo

GOOGLE BEHIND THE SCREEN

Andate a guardare come si vive nella Società più innovativa al mondo: GOOGLE

Con l’augurio di realizzare anche voi una innovazione come questa!

Massimo

LA NUOVA RIVOLUZIONE: LA BICI

Il ritorno alla bicicletta: una “nuova” rivoluzione industriale?

di Massimo Preziuso

Sono ormai anni che il tema dell’ambiente e dell’inquinamento del Pianeta bussava alle nostre porte di cittadini.

Come al solito abbiamo fatto finta di nulla, dicendoci: “se la vedranno le prossime generazione!”

Ahinoi, o per fortuna, questo non sarà possibile, ed era immaginabile: il Problema del surriscaldamento globale impatta la vita di oggi, ed impatterà fortemente la nostra vita di anziani, adulti e giovani di domani!

Ogni giorno, a tutti i livelli, si parla di questo problema, un problema che poi può diventare i centro di una nuova Rivoluzione, la cosiddetta “Rivoluzione Ambientale”.

Tanti sono i temi che si incontrano (potenzialmente) nel Tema ambientale:

il Carbon Finance

– le Infrastrutture

– la mobilità

– l’inquinamento

il FUTURO, dunque.

Nei prossimi anni, obbligatoriamente, tutti noi dovremo cominciare a comportarci in maniera “ambientalista”.

Quello che anni fa sembrava un atteggiamento da snob diventerà per tutti un modus vivendi.

Vi parlo di un primo piccolo passo in avanti da cui cominciare: l’uso della bicicletta in città.

Voi direte: ma che centra? Io vi rispondo: da lì può passare la rivoluzione economica, sociale e politica a livello mondiale.

E’ degli ultimi giorni la nuova legge sulla ROTTAMAZIONE dei CICLOMOTORI  che, credo per la prima volta, prevede l’incentivo a comprare biciclette (e per questo va ringraziato il Ministro Pecoraro Scanio).
Bene, in maniera pratica, se tutti noi (io già l’ho fatto) invece di comprare ciclomotori (che inquinano, ci rendono incivili, arroganti, e ci fanno ingrassare!) comprassimo biciclette, daremmo un primo segnale alla politica e agli altri cittadini che vogliamo cambiare

Concludo dicendo che sarebbe ora di incentivare sempre più l’industria “verde” e finirla con gli incentivi all’automobile, che ormai si è visto riesce benissimo a fare da sola, se ha manager validi.
Che aspettiamo?

Rottamiamo i CICLOMOTORI, e compriamo BICICLETTE: ci cambieranno la vita!

PS: a giorni partirà un Gruppo di Lavoro nel Think Tank della Associazione per il Partito Democratico, che avrò l’onore e piacere di coordinare, che si chiamerà: “infrastrutture, mobilità, energia e ambiente”

Che dire: aspetto il contributo di MOLTI!

L’INTELLETTUALE CONTEMPORANEO

Intervista/colloquio con Amos Luzzatto
di LAURA TUSSI

Considerando la necessità di portare comunque nell’ambito della politica idee dettate dal sapere,  dalla cultura, da un pensiero positivo e costruttivo che finalmente prevalga sui ciarpami del mondo politico contemporaneo, vorrei rivolgerLe delle domande sul ruolo dell’intellettuale in questa congerie attuale, dove sembra smarrirsi il senso, non per forza ultimo, delle cose e della realtà: l’individuo è prigioniero della vacuità e della inanità delle sue azioni.
Argomenti di riflessione:
I concetti di libertà dell’uomo, della sua possibilità e l’importanza della domanda intorno al libero arbitrio potrebbero rievocare, in accezione moderna, “La ricerca di senso” e di significato della realtà da parte dell’individuo contemporaneo (Bruner). Quali sono i potenziali nessi tra questi argomenti?
Le occasioni per l’individuo contemporaneo di emancipazione, evoluzione, libertà da una condizione esistenziale o da un regime politico e di pensiero forte e radicato a livello di costume sono ricollegabili all’idea di salvezza sia in chiave escatologica che psicologica?
Partendo dal concetto di pensiero negativo (Schopenhauer), cosa significa “pensare” in un’epoca in cui la filosofia appare definitivamente specializzata in settori particolari?
I risvolti psicologici di tutti questi imprescindibili concetti possono costituire materia di approfondimento filosofico? Quanto filosofia e psicologia cooperano in vista della problematizzazione delle domande sostanziali e ultime che l’uomo si pone?
Come l’intellettuale militante contemporaneo, alla luce di queste considerazioni, deve porsi nell’agire politico?

LAURA TUSSI

Amos Luzzatto risponde complessivamente alle domande:

Comincerei dall’ultima domanda la quale mi offre la possibilità di distinguere fra due categorie di intellettuali: alla prima appartengono coloro che si dedicano allo studio e al ragionamento ma senza compromettersi con la società reale e con le forze che la governano. Una parte di loro lo fa per un banale opportunismo, ma molti altri perché pare loro che qualsiasi cosa che possa chiamarsi un ideale puro corra il rischio di venire corrotto dalla materialità e dagli interessi spietati delle contese di tutti i giorni. Ad esempio, si può tranquillamente parlare del pane, decantare il pane, persino suggerire la preparazione di un pane più profumato e croccante senza andare mai al mulino e sporcarsi con la farina.

Alla seconda categoria di intellettuali appartengono coloro che intendono correggere le storture della società reale. Questi possono essere definiti con l’aggettivo di impegnati, non ancora con quello di militanti. I militanti sono coloro i quali scelgono di appartenere a un preciso gruppo che intende agire per diffondere l’adesione a un modello di società desiderabile oltre a promuovere le azioni che dovrebbero conseguire questo obiettivo.
Il vantaggio dell’azione in gruppo consiste nella possibilità di diventare un nucleo di aggregazione, una forza effettiva nella società.
Di contro presenta lo svantaggio di costringere il singolo individuo a compromessi ideali, visto che una totale ed estesa condivisione di analisi, critiche e proposte è una chimera, tanto meno realizzabile quanto più consistente (e pertanto più forte) è il gruppo stesso.

Che cosa dovrebbe fare, dunque, l’intellettuale che è stretto fra i due corni di questo dilemma?
Temo che, così posta, la domanda resti senza una risposta utile.
E’ molto meglio cercare di rispondere a un’altra domanda: “Che cosa fa, che scelta opera di fatto, l’intellettuale di oggi, in questa società, con le forze che concretamente in essa operano?

Le forze che operano nelle nostre società sono di tre categorie principali: forze economiche e finanziarie, forze religiose, forze di contestazione.
L’elenco segue un ordine che vorrebbe rappresentare un gradiente di forze.

Le forze economiche e finanziarie che regolano i nostri bisogni di sopravvivenza possono essere divise in due categorie:
quelle che creano beni materiali o nuove forme organizzativa dalle quali deriva un benessere diffuso e dalle quali può derivare anche un utile a coloro che ne’assumono la progettazione e la gestione; le altre sono quelle che tendono a promuovere in primo luogo se stesse.  Naturalmente vi sono molte gradazioni intermedie.

Queste forze vanno assumendo i caratteri di una vera cultura che pervade i nostri sentimenti, le aspirazioni che noi crediamo nostre, in quanto sarebbero originali e spontanee ma che in realtà ci vengono indotte tanto da condizionare spesso persino i nostri sogni. A fronte di queste parlare di “libero” arbitrio, di salvezza e di emancipazione richiede un ammirevole atto di coraggio.
Da questo punto di vista le religioni che generalmente sono considerate sistemi non contradditori di fede trascendentale, si comportano come vere e proprie strutture sociali, capaci di esercitare un indiscutibile potere che, in quanto tale, può entrare in concorrenza o alternativamente in collaborazione con quelle economiche che abbiamo sopra descritto.

Gli stessi linguaggi che adoperano le forze economiche e quelle religiose possono avere elementi comuni quando scivolano dal riferimento ai problemi concreti, a concetti astratti, a “valori”, alla trascendenza. Ed allora, che si parli di libertà o che si parli di salvezza può comportare il medesimo effetto che è quello di evocare un senso di rispetto timoroso per qualcosa che sfugge ai nostri sensi, ma che proprio per questo promette molto, tanto più in quanto si colloca nella sfera di ciò che non si può verificare. Ne possono derivare clamorose contraddizioni che pervadono il mondo perlomeno degli ultimi due secoli.
Così ad esempio la deportazione di schiavi dalla pelle nera si concilia con la ricchezza del paese più libero al mondo. E così un ambizioso generale, responsabile della morte di intere generazioni giovani, può diventare un simbolo di gloria nazionale e di progresso: Napoleone.

“Occasioni di emancipazioni, libero arbitrio, libertà da un regime politico o di pensiero” sembrano caratterizzare sufficientemente le forze di contestazione. Esse non sono certamente solo formule vacue, ma obiettivi che, pur essendo sacrosanti, non possono essere però raggiunti usando i soli strumenti della conoscenza, della loro enunciazione, se disgiunti dalla capacità critica. E’ proprio questo il caso di Adamo ed Eva, i quali avevano imparato, grazie alla mela (e anche grazie al serpente!), che il bene e il male esistono. Ma poi, in assenza della capacità critica, ponevano il bene in una foglia di fico.

Che cosa possiamo conoscere? Che cosa dobbiamo fare? In che cosa possiamo sperare?

Queste tre domande kantiane restano ancor oggi di estrema attualità. Certo, possiamo cercare di conoscere quali siano le forme di potere nella società, spogliandole dei loro rivestimenti retorici.
Dobbiamo cercare di migliorare le condizioni umane, a cominciare da coloro che stanno peggio.
Infine, forse possiamo ancora sperare di arrestare la distruzione dell’ambiente, nel quale viviamo, quella distruzione che può tornare utile soltanto a pochi privilegiati, di arrestarla prima di assistere impotenti al declino irreversibile della nostra specie e, con esso,alla perdita del significato di tanti simboli che al giorno d’oggi parrebbero essere le sole cose che hanno senso.

L’ANTIPOLITICA

di Arianna Pani

Ed è alla luce dei nuovi e inquietanti scandali “tutti italiani” che riemerge sulla bocca di tutti i Parlamentari, la parola antipolitica.
E’ strano tuttavia osservare come l’argomento riesca a mettere d’accordo sia la destra che la sinistra, ma ancora più strano è ascoltare la diagnosi dal paziente malato piuttosto che dal medico.

L’antipolitica, intesa come l’atteggiamento di coloro che si oppongono alla politica come pratica di potere e quindi ai partiti e agli esponenti politici ritenuti dediti a interessi personali e non al bene comune è un idea piuttosto diffusa in Italia, a volte una giustificazione spesso e volentieri giustificata dal degrado delle nostre istituzioni.

Non c’è alcun dubbio, la politica italiana puzza di stantio e l’età media del nostro ceto politico è preoccupante, si pensi ad esempio che il neoeletto presidente della repubblica francese ha 52 anni, 16 in meno del nostro presidente del consiglio.
La politica italiana sta diventando una specie di gioco elettorale, dove l’unica cosa che ha importanza è il voto per il voto. Qualsiasi azione politica è perpetuata col fine di conquistare una maggiore porzione dell’elettorato e non per portare avanti un progetto lungimirante al base del quale si avverte un’ideologia forte (di qualsiasi genere essa sia).

Aristotele nelle “Politica” afferma che “il fine dell’uomo non è il vivere, mail vivere bene” ed è per questo che l’uomo in quanto essere socievole per natura si associa ad altri uomini e da vita alla polis, che non è solamente un agglomerato di case, ma qualcosa di ben più profondo. La politica è per l’appunto un qualcosa di ben più grande e nobile di quello che emerge dalle sedute in parlamento dove rappresentanti delle nostre istituzioni si permettono di occupare la Camera inveendo contro i ministri in carica, o da ciò che si evince dai programmi elettorali che assomigliano sempre di più ad un’accozzaglia di promesse incollate su un volantino volte a favorire, o meglio a non scontentare il maggior numero di elettori.

Antipolitica significa essere stanchi di dover andare a votare il candidato “meno peggio” oppure di leggere dell’ennesimo scandalo che coinvolge la nostra classe politica. Antipolitica significa non avere più intenzione di accettare i casi di presenza tra le alte sfere, di politici deliberatamente corrotti, che nonostante le varie condanne continuano ad occupare un sedile in Parlamento che non gli spetta. ”Il concetto di legalità si collega strettamente al rispetto delle istituzioni. In Parlamento siedono 25 parlamentari condannati in via definitiva. Tra di loro c’è anche uno che ha ucciso un agente di polizia penitenziaria ed ha fatto saltare un palazzo. Lo so perché ho seguito la vicenda da magistrato”. Lo ha detto l’ ex procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna.

Se fosse stato ancora vivo, Bobbio avrebbe detto che “la democrazia bisogna meritarsela o col darsene pensiero o tenendoci sopra le mani” ed è per questo che l’antipolitica non deve essere una scusante per giustificare le nostre negligenze nei confronti della società, bensì un atteggiamento di critica costruttiva volto alla trasformazione dello stato presente di cose, attraverso un duro percorso di rivalutazione e riscoperta dei valori della politica.

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