Significativamente Oltre

PD

Primarie (PD) senza Rete

di Michele Mezza

Dopo l’ondata di annunci e sollecitazioni on line, con email e sms che a Roma e Napoli si era sollevata con le primarie, ritorna il gelido silenzio fra elettori ed eletti.

E’ davvero singolare quest’uso frenetico delle rete da parte dei candidati politici. Si arroventa nei pressi del voto, si iberna subito dopo.

Qualcuno pensa anche di essere un candidato digitale, come capita a Napoli all’ex sindaco Bassolino bruciato sul filo di lana nella consultazione interna del PD napoletano, solo per aver organizzato meglio il megafono on line.

In altri casi siamo alle4 solite catene di S. Antonio diffuse oltre che con i me4zzi più tradizionali, telefono e richiami amicali, via social. Ma niente di più.

Non è un problema di dimestichezza con i nuovi linguaggi, che ormai nuovi non sono più da vari lustri.
E’ proprio un nodo politico, di più, un indicatore del modo con cui si intende la relazione fra governanti e governati .In altri tempi si sarebbe detto : è un fatto conseguente alla concezione del partito.

La campagna elettorale è un fenomeno in cui il consenso, lo si dimentica spesso, è la conseguenza e non la causa della relazione fra candidato ed elettori. Il contenuto che da forma al legame è il programma. Ossia l’impegno che il candidato prende rispetto a specifici temi e su cui chiede un mandato. Ecco proprio il mandato è la materia prima del legame che si vuole stringere.

Tanto è vero che in un movimento come i 5S di grillo il tema del mandato sta diventando dirompente.
Infatti se l’identità e la ragione, quella che si chiama nel marketing la value proposition, che caratterizza un’opzione politica , è solo uno stato d’animo, o, come accade prevalentemente nelle primarie, è solo una personalità, un nome, un gruppo che si raccoglie attorno ad un personaggio, allora le modalità di selezione dei voti che si realizza sulla rete diventa inevitabilmente una sollecitazione ad omologarsi, ad arruolarsi, in quella schiera. Dopo di che è evidente che ad ogni allentamento dello stato d’animo- sono a favore o contro una certa situazione o un certo leader- si sfilacciano i motivi di solidarietà e fedeltà. Così come accade, se tutto è puramente basato su plebisciti nominalistici allora all’insorgenza di altre personalità diviene naturale osservare cambi spettacolari di schieramento. Insoimma se è tutto solo un semplice proce4sso di adesione ad un’offerta politica debole, o emotiva, le identità e le solidarietà sono altrettanto deboli e mobili.

Il tutto diventa clamorosamente evidente nel riflesso delle relazioni che si costituiscono in rete.
Una campagna tutta basata semplicemente sulla discriminante emotiva – noi siamo buoni e gli altri cattivi- o nominalistica – stai con me o contro di me – ha come unico linguaggio lo stalking politico che quel genio di Totò sintetizzo con il tormentone : votantonio, votantonio, votantonio, gridato con il megafono nel cortile di un grande condominio, o scandito digitalmente in rete con email o sms.
Un modello unidirezionale, top down, che riproduce fedelmente il sistema più arcaico della propaganda politica, ereditato dai vecchi partiti di massa. Un sistema che quei partiti vivevano intensamente perché riferito a ceti sociali identitari e culturalmente estremamente definiti, come erano le basi sociali del PCI o della DC nei decenni scorsi. In quelle situazioni la campagna elettorale doveva consolidare e concludere un lungo proce4sso di convergenza e identificazione di larghe masse nel gruppo dirigente di partiti che ne rappresentavano interessi e richieste. Il manifesto elettorale era la ciliegina finale su una torta che si impastava e cuoceva ogni giorni negli anni precedenti nelle sezioni, nei circoli, nelle associazioni di categorie nei sindacati.
Oggi, si spara nel mucchio. Ci si rivolge ad un indefinito mosaico sociale, estremamente frantumato e parcellizzato, in cui il legame fra base e vertice si costituisce proprio nella stipula del micro contratto elettorale.

La campagna propagandistica oggi riassume e riflette anche la forma organizzativa e il radicamento sociale dell’organizzazione politica. Diventa essenziale dunque che l’atto, la meccanica, promozionale sia fortemente interattiva, sia, cioè, in grado di costituire e consolidare rapporti di delega diretta da singoli frammenti sociali al leader.
Il linguaggio di questa forma di comunicazione organizzativa è il social. Ossia un luogo dove si negoziano le forme di rappresentanza politica sulla base di una convergenza di contenuti e di stili di comportamento.
Le piattaforme social sono oggi , potremmo dire, la nuova forma partito. Sono luogo e linguaggio di quel processo in cui Manuel Castells nel suo saggio Reti di Indignazione e di speranza (Bocconi editore) spiega che “il potere è esercitato tramite la costituzione di significati nell’immaginario collettivo”.
Dunque non solo il mandato e la rappresentanza ma proprio la gestione della governance avviene mediante una capacità di imporre e concordare “significati” nell’immaginario sociale .

E’ proprio quanto riuscì a fare Barak Obama nella sua miracolosa compagna elettorale del 2008, quando scombussolò ogni previsione e ragionamento sociologico, cambiando completamente la base sociale di quel voto, grazie ad una potente azione di proposta e condivisione di “significati nell’immaginario collettivo.” Un’azione che non fu realizzata, e non poteva esserlo per gli interlocutori che erano stati scelti, top down mas proprio bottom up, tutta inevitabilmente e faticosamente dal basso.
Ancora Castells infatti precisa :”la comunicazione è il processo di condivisione dei significati tramite lo scambio di informazioni”.

Uno scambio che rende paritaria la posizione del singolo elettore e quella del singolo candidato. Anzi se una prevalenza vi deve essere sta proprio nella capacità del candidato di cedere all’insieme dei suoi elettori la scena per renderli soggetto comune e identitario, forzando la loro natura frammentata. Come infatti testimoniò David Axelrod, lo stratega di quella straordinaria campagna elettorale che sorprese l’America: Obama ha vinto non perchè ha usato la rete per parlare con i suoi elettori, ma perchè tramite la rete ha fatto parlare gli elettori fra di loro”. In questa scelta si coglie la coerenza e la magia della leadership digitale che coglie e valorizza la vera specificità del nuovo mezzo: l’ascolto e la condivisione sociale permanente.
Internet è infatti, come disse una volta uno dei suoi padri naturali, Tin Berner-Lee, una listening technology non una speaking technology.

Rispetto a questo quadro possiamo misurare la miseria della politica nazionale. Sia nella versione grillina, in cui la rete è solo un gigantesco schermo che moltiplica e facilità la diffusione di messaggi verticali. Anzi nelle ultime soluzioni la rete diviene anche il grande fratello che coglie la devianza e punisce il dissenso.
Sia nella versione petulantemente predicatoria dei questuanti dei voti che la utilizzano come una pervasiva mano che ci tira la giacca all’ultimo momento.

Se misuriamo e analizziamo la tipologia dei messaggi che ad esempio a Napoli ed a Roma hanno diffuso gli accounts dei candidati alle primarie troviamo solo annunci, solleciti e promemoria. Mai una vera conversazione.

L’unica parziale giustificazione per questa pacchiana malversazione comunicativa è che la rete non tollera tergiversazioni, distrazioni, esorcismi. Costringe tutti i candidati o i propagandisti a misurarsi con i temi che la rete stessa propone. Innanzitutto se stessa: che posizione ha un candidato sindaco sulle strategie di cablaggio della città? Si può parlare in rete senza avere un’idea di come diffondere l’accesso alla rete?

Secondo i conflitti che affiorano in rete: privacy, monopoli digitali, subalternità culturali, inibizioni e censure, prevaricazioni autoritarie. Infine il tema dello sviluppo e della competitività in rete. Oggi non possiamo pensare di rivolgerci ad interlocutori che agiscono in rete ignorando che l’unico tratto comune che questi mostrano è la propria ambizione, culturale, sociale, economica, o anche solo personale, ad affermare la propria identità, quello che Bauman chiama “ la nuova lotta di classe, la lotta per apparire”.
Obama negoziò punto per punto il suo programma sull’ambiente, la net neutrality, il copy right, la digitalizzazione del paese. E portò 39 milioni di americani digitali che non avrebbero votato alle urne.
Cosa propone invece in Italia il candidato di Roma o Napoli ad un cittadino, ad un quartiere, ad una community per il futuro: vinceremo insieme o no e come ?

Parlare in rete significa condividere e concordare strategie e non solo fedi. Il silenzio digitale che segue ogni frenesia propagandistica ci dice che siamo ancora lontani, troppo lontano per dare un’affidabile aspettativa al popolo digitale. E dunque non stupiamoci se il popolo digitale ignora le tirate di giacca.

Apple a Bagnoli. Opportunità da cogliere e rischi da evitare

di Gianmaria Frenna

La scelta dell’ex base Nato come centro formativo della Apple ci restituisce ottimismo e fiducia.
In pochi e, in tempi non sospetti e molto incerti, ci si credeva che quell’area potesse ospitare un centro di alta formazione professionale nei settori dell’altissima tecnologia.
Mario Raffa, Pasquale Popolizio e Massimo Preziuso certamente tra i precursori.

Può darsi sia prematuro entrare nel merito ed anticipare i possibili rischi, che pur pavento, di un’assenza di connettività e d’interazione tra il nuovo centro formativo Apple e quello che a Napoli già c’è e funziona.

Come è il caso dello spazio co-working al centro direzionale Corrado Sorge; il centro CSI – Centro Servizi Incubatore Napoli Est Chiara Burriello e il Polo scientifico di San Giovanni a Teduccio (Giorgio Ventre) e non dimentichiamoci dell’ incubatore d’impresa, bistrattato a più riprese ingiustamente, della Città della Scienza  (Vincenzo Lipardi Mariangela Contursi) ma penso anche al Consorzio At Coroglio e ad Antonio Chello.

Per evitarli occorre una seria opera di razionalizzazione che parta dal primo censimento delle start up in Campania, presupposto necessario e in grado di dare reali opportunità ai ragazzi di questa regione. Occorre altresì una cabina di regia – coordinata dall’assessore Valeria Fascione.

Ed è necessaria, infine, una scelta lungimirante ed efficace se il governo regionale del Presidente Vincenzo De Luca prevedesse aree regionali a fiscalità di vantaggio per poter ospitare imprese ad alta specializzazione manifatturiera e non solo in campo Hi-Tech. Perché le nostre Start Up si dimostrano promettenti anche in moltissimi altri campi e non solo in quello digitale.

Il tutto proiettato alla costruzione di quella “Stanford dell’Euro Mediterraneo” che gli Innovatori Europei proposero da Bagnoli alle istituzioni locali, nazionali ed europee, il giorno successivo all’incendio della Città della Scienza avvenuto a Marzo 2013.

E se l’uscita di Londra scuotesse l’Europa?

Brexit

di Francesco Grillo

E se convenisse proprio a chi crede – davvero – nell’Europa che dal Regno Unito arrivi quella scossa di cui l’Europa ha bisogno? Per scuoterci dall’inerzia e non dare più per scontate certezze che si stanno sgretolando proprio per la nostra incapacità di concepire che il processo che ha portato all’Unione, possa cambiare direzione e portarci verso la sua disintegrazione?

La lettura dell’accordo strappato dal Premier inglese Cameron ai propri colleghi europei, lascia, in effetti, abbastanza allibiti. Romano Prodi che ha colto, da Presidente della Commissione, le ultime grandi vittorie del progetto federale (l’introduzione della moneta unica e l’allargamento ai Paesi dell’Est), confessava – ieri, da queste colonne – che non si capisce cosa, in quell’accordo, provoca la soddisfazione che tutti i ventisette leader, senza eccezione, hanno espresso tornando a casa (anche se, a dire il vero, mai è successo il contrario e, sempre, il sollievo inziale di aver finito una maratona negoziale si è trasformato, dopo qualche giorno, nel dubbio di aver fatto un ulteriore sbaglio).

Aggiungo, però, che, probabilmente, il non accordo riesce a fare del male a tutti. E che neanche Cameron abbia molto da festeggiare. Tra tanti furibondi scontri ideologici tra gli alleati della perfida Albione e gli europeisti tutti di un pezzo, sembrano essere, infatti, sfuggiti a quasi tutti i commentatori un paio di semplici numeri.

La maggiore concessione strappata dal Regno è stata, alla fine, la possibilità che uno Stato Membro congeli i sussidi di disoccupazione ai migranti venuti dagli altri Paesi dell’Unione per sette anni (nonché di commisurare eventuali assegni di assistenza destinati ai figli dei migranti al costo della vita prevalente nel Paese d’origine). Il punto è, però che i cittadini europei che chiedono benefici sociali nel Regno Unito sono stati – per il Department for Work and Pensions – circa 114 mila: il 3% dei 3 milioni e ottocentomila individui che ogni anno in Inghilterra fruiscono del sussidio. Peraltro, i migranti provenienti dall’Unione che vivono nel Regno sono quasi due milioni; tra di loro ci sono quasi la metà dei dirigenti che guidano le banche della City e dei docenti delle università più prestigiose, e meno del 6% di loro chiede assistenza, mentre la percentuale è quasi doppia per la popolazione locale. È su questa epocale battaglia che Cameron ha investito il suo futuro politico e i leader europei hanno concesso un doloroso accomodamento.

 

Per il resto nel testo c’è (quasi) nulla dopo tanto rumore. Il riconoscimento che l’idea costitutiva che l’Europa sia destinata ad una sempre maggiore integrazione non vale per il Regno Unito; come se questa fosse una novità, laddove per onestà intellettuale dovremmo cominciare a riconoscere che questa ineluttabilità non vale neppure per gli altri 27 Paesi che non riescono più a difendere neppure la libera circolazione. La concessione di un improbabile “freno a mano” che può essere tirato da un Paese che dell’area euro non fa parte, su decisioni che riguardano solo le nazioni dell’area EURO che pure dovrebbero aver diritto a decidere di un’unione monetaria già instabile, senza doversi preoccupare di chi non ne fa parte.

Due rassicurazioni assolutamente simboliche e una vittoria su un aspetto marginale hanno l’effetto controproducente di far perdere di vista una questione molto più grande perché l’Inghilterra (che, peraltro, probabilmente si troverebbe senza la Scozia se decidesse di abbandonare l’Europa) decide – attraverso il referendum – anche il ruolo che vuole avere nel mondo. Del resto, il sindaco di Londra Boris Johnson ci ha messo un solo giorno – dopo essersi conto che le decisioni del Consiglio Europeo assomigliano proprio a quei pasticci che rendono tanto indigesta l’Europa agli elettori britannici – per sciogliere le riserve e schierarsi con chi fa la campagna per l’uscita: una scelta che rischia di spezzare l’equilibrio finora assoluto tra i due schieramenti.

 

Non è, dunque, impossibile che a Giugno che l’Europa perda, per la prima volta, un pezzo. Peraltro assai importante, visto che si tratta dell’economia più dinamica del Continente e sede della maggiore piazza finanziaria del mondo. E non è neanche detto – lo dico da europeista convinto che all’Europa non ci sia alternativa, da persona che appartiene ad una generazione che sul sogno europeo è cresciuta – che un trauma simile non sia, a questo punto, salutare. Per tenere il Regno Unito nell’Unione, il premier britannico si era impegnato ad ottenerne una riforma: quello che lui e gli altri leader portano a casa sono solo eccezioni marginali pensate per rassicurare elettori spaventati.

Il punto è che, però, di riforme radicali hanno bisogno anche gli altri 450 milioni di cittadini europei. Procediamo per aggiustamenti come quello di venerdì scorso: di questo passo rischiamo di avere non più un’Europa a due (tre se contiamo anche Schengen) velocità, ma a velocità che tra di loro interferiscono portando l’intera macchina a fermarsi progressivamente.

Abbiamo bisogno di ministro unico che tassi e decida della spesa pubblica, come cominciano a riconoscere i tedeschi e i francesi. Ma anche – se non vogliamo continuare a girare attorno al problema – di una vera e propria democrazia europea senza la quale tradiremo quel principio elementare – non può esserci tassazione, se chi tassa non ci rappresenta – che furono proprio gli inglesi ad inventare; e che hanno intenzione di difendere anche a costo del “salto nel buio” che Cameron vuole evitare. Per riuscirci abbiamo, però, assoluto bisogno di uscire dall’inerzia di chi è convinto che tutto alla fine si aggiusta. Agli inglesi piace rendere chiari i termini dei problemi; è ora che anche noi europei riscopriamo questa virtù.

 

«Ma l’Europa non può perdere l’Italia», intervista a Gianni Pittella

«Ma l’Europa non può perdere l’Italia», la mia intervista con il Corriere della Sera

Gianni Pittella in seduta plenaria a Strasburgointervista di Fiorenza Sarzanini – “Corriere della Sera”, 2 febbraio 2016

Da mesi Gianni Pittella, europarlamentare e presidente dei socialisti europei, ha il ruolo di mediatore tra Italia e Unione Europea e non ha mai smesso di credere che alla fine lo scontro potesse trovare soluzione.

Onorevole Pittella, dopo quanto accaduto ieri crede ancora che si troverà un accordo?

«Bisogna essere chiari: l’Europa non può permettersi di perdere l’Italia. Di fronte alla situazione esistente con la Gran Bretagna che rischia di andare via, la Spagna e il Portogallo in cerca di nuove strade, i Paesi dell’Est arroccati su posizioni di chiusura, noi diventiamo imprescindibili».

Visto come ci attaccano funzionari e politici è un po’ difficile da credere.

«Quando due grandi personalità come Matteo Renzi e Angela Merkel decidono di lavorare insieme, anche l’Europa comprende che di fronte a un asse così forte bisogna adeguarsi».

È davvero convinto che abbiano deciso di muoversi insieme?

«Non ho alcun dubbio. Dopo l’incontro di qualche giorno fa hanno dato un messaggio forte».

E allora come mai anche ieri l’Italia è diventata bersaglio della Commissione, con dichiarazioni accusatorie affidate a una funzionaria?

«Se parliamo di toni e dell’opportunità di affidare ai funzionari messaggi così forti, posso anche essere d’accordo: se fossi il presidente della Commissione eviterei certe esternazioni. Ma a me interessa stare sulla sostanza politica. E su questo sono più che tranquillo».

Ha parlato con Juncker?

«Lo faccio continuamente e posso assicurare che sia lui, sia gli altri leader europei hanno la consapevolezza che senza di noi l’Europa non va da nessuna parte. E questo li convince sulla necessità di dare presto risposte positive».

Vuol dire che accetteranno le nostre richieste sulla flessibilità?

«Non c’è un negoziato tra noi e l’Unione. Le regole generali dicono che la flessibilità va concessa quando ci sono le condizioni, non è una cortesia o un regalo».

E lei ritiene che per l’Italia ci siano le condizioni per ottenerla?

«Ne sono convinto e per questo dico che con l’Italia non ci sono trattative da fare. Soprattutto deve essere chiaro che non è scritto da nessuna parte il divieto a cumulare la flessibilità relativa a migranti, investimenti e riforme».

E Schengen? Il Trattato è ormai pronto per l’archivio?

«Assolutamente no, Schengen non si tocca».

Veramente numerosi Paesi hanno già deciso di sospenderlo.

«Non nego che ci sia molto da fare, ma ripristinare i controlli interni è una follia. L’unica strada è rafforzare quelli sui confini esterni. Italia e Grecia devono far funzionare gli hotspot, bisogna convincere gli Stati membri più riottosi ad accettare la redistribuzione. Ma la libera circolazione non è un tema sul quale si può tornare indietro».

Intervista ad Alessandra Clemente, assessore alle Politiche Giovanili, alla Creatività e all’Innovazione del Comune di Napoli

Alessandra Clemente

di Massimo Preziuso

– Ciao Alessandra. Partiamo dalla tua esperienza politica. Come sta andando?

Quando il nostro Sindaco, la notte del primo gennaio 2013, mi disse che aveva in animo la volontà di istituire un assessorato con esclusiva delega ai giovani, alla creatività e all’innovazione, per dare a noi ragazzi napoletani un peso e una cura più profonda nella “grammatica” della Giunta Comunale, e che pensava a me come guida, come se già il fatto di istituire un Assessorato di questa importanza non fosse straordinariamente innovativo, ricordo che oltre che quasi svenire sul divanetto sul quale colloquiavamo e ad avere paura, pensai al gran coraggio e alla libertà che erano sottintesi alla scelta di affidare questa responsabilità così grande, non con le parole, ma con i fatti, a una ragazza di 25 anni.

Quando abbiamo iniziato questa esperienza, Luigi ed io ci siamo dati tre obiettivi: non far perdere nessuna occasione di finanziamento ai giovani; costruire delle opportunità; far sì che gli interventi nel settore fossero realmente organizzati dai giovani per i giovani, purché competenti ed entusiasti.

Il 100% delle risorse è stato impegnato a favore di soggetti composti da under 35. Tutti selezionati sul merito attraverso procedure a evidenza pubblica. Abbiamo dato grande importanza a progetti in grado di produrre occupazione duratura e quindi sviluppo, puntando alla creazione di nuovi luoghi di aggregazione giovanile come la Casa della Cultura e dei Giovani a Pianura, il centro giovanile nel Polifunzionale di Soccavo, la valorizzazione della Galleria Principe di Napoli.

Oltre all’arricchimento culturale prodotto dai tanti eventi realizzati insieme, la cosa che più ci da soddisfazione è camminare per la città e riconoscere in ciascuna delle dieci Municipalità un’attività d’impresa giovane nata grazie al nostro piano di finanziamenti “Sviluppo Napoli” o andare in un centro per i giovani che prima non c’era e adesso c’è. Sono soddisfatta, sta andando bene. Le cose da fare sono ancora tante e in futuro l’impegno deve sempre essere massimo affinché le cose vadano andare ancora meglio.

– Napoli è oggi la città a più alto potenziale per l’avvio di quel rinascimento italiano, che leghi Sud, Centro e Nord Italia, proprio attraverso le sue rinnovate e dinamiche città intelligenti. Che ne pensi?

Certamente Napoli è la città a più alto potenziale per un “rinascimento” che riguardi tutta la Penisola. Le ragioni a questa mia risposta sono diverse, cercherò di elencare le più rilevanti in modo obiettivo.

Napoli, tra le metropoli italiane, è la più giovane. Sembrerà scontato ma i rinascimenti partono da questa parte di società. Se gli anziani, infatti, sono le nostre radici, capisaldi della nostra cultura, valori e tradizioni, i giovani sono la forza propulsiva che fa saltare schemi consolidati e fanno “ripartire” società sopite, ferme, statiche.

In secondo luogo, potrei apparire di parte, ma nessuna metropoli ha le nostre potenzialità in città e nei dintorni. Nessun area al mondo ha in pochi km milioni di abitanti che vivono tra bellezze artistiche, storiche e soprattutto naturali di Napoli, Pompei, Capri, Ischia, la Costiera Amalfitana, Sorrento ed il Vesuvio. Qui c’è tantissimo ancora da fare, ma è un dato di fatto che Partenope stia attraversando una fase di rilancio: Napoli è più visitata, più connessa con il resto d’Italia e con l’estero, più pulita, più socialmente e più culturalmente attiva nell’ultimo triennio, in poche parole Napoli è più viva!

Ancora, nonostante i mille ritardi di cui questo territorio soffre non per propri soli demeriti, Napoli rimane il capoluogo della sesta regione italiana per startup. Inoltre permangono leader mondiali realtà produttive e commerciali straordinarie penso al tessile Made in Naples, penso ai nostri artigiani, penso ad aziende di alta ingegneria poco note al grande pubblico come la K4A che da Ponticelli vende elicotteri in tutto il mondo ed ancora aziende leader nel web come il gruppo Ciaopeople di cui noi conosciamo soprattutto i rami d’azienda Fanpage o gli straordinari TheJackal e vi sono migliaia di esempi del genere.

Infine, Napoli è sede di realtà di ricerca straordinaria con CNR, Istituto Telethon, CEINGE, Città della Scienza, le nostre Università (Federico II, SUN, Parthenope, Suor Orsola Benincasa, l’Orientale) in cui si formano brillanti menti che partono alla conquista del mondo.

Il rilancio dell’Italia non può che partire da qui.

– Andando alla politica e alle prossime amministrative, non trovi che sia strano davvero che De Magistris e il PD non facciano un percorso comune nel segno della innovazione amministrativa che Luigi ha avviato e nella forte cultura del cambiamento che il PD di oggi ha ben radicata nel proprio DNA?

L’innovazione amministrativa e la forte cultura del cambiamento hanno fatto si che la città in piena emergenza rifiuti del 2011 oggi sia solo un cattivo ricordo. Finalmente le testate nazionali e da un po’ anche le testate internazionali raccontano un incredibile rilancio napoletano. Le presenze alberghiere, aereoportuali o gli arrivi via mare e via terra sono dati di fatto, così come lo sono anche i dati di Confcommercio. Napoli catalizza milioni di visitatori, fa partire la raccolta porta a porta, ha un’amministrazione vicina al cittadino. La Giunta è  concentrata sulla città, nessuno si risparmia ed è straordinario ciò che questa amministrazione sta facendo grazie fortemente a Napoletani e non che qualificano il nostro lavoro. Tanto c’è da fare e tanto abbiamo da fare, imparando dagli errori e nutrendoci di motivazione.

Con il Partito Democratico c’è una distanza che purtroppo si è andata rafforzando nel corso dei 5 anni. Di anno in anno il Pd ha confermato di essere opposizione in Consiglio Comunale e il dibattito mi è parso più attento a personalismi e leadership che al lavoro che l’Amministrazione porta avanti.

Quella parte politica ha governato Napoli per 20 anni. Non mi piace avere preclusioni e penso davvero che se il Partito Democratico saprà dare un segnale di reale interesse verso i cittadini napoletani si potrà aprire un dialogo, ma al momento ci si muove su posizioni troppo diverse, accentuate anche dal doppio livello, nazionale e regionale del partito che appare interpretare in modo diverso i temi dell’innovazione e della cultura del cambiamento. La vera rivoluzione che questa amministrazione ha messo in campo è stata quella di diventare nei fatti un ente di prossimità, abolendo le distanze tra strada e “palazzo” e coinvolgendo nel governo energie giovani ed esperienze della società civile.

– Cosa ti piacerebbe vedere a Napoli nel 2020 e come ti ci vedi in quella città?

Nel 2020 Napoli dovrà essere una città tornata capitale culturale, commerciale e sociale del paese.

Una metropoli con un trend turistico impressionante, una città capace di riconvertire interi quartieri all’accoglienza di milioni di visitatori facendo invidia ad altre città italiane ed europee con migliaia di giovani e non attivi in questa “industria” che deve diventare la n.1 della città.

Napoli sarà una metropoli con decine di voli dalle città europee e treni superveloci verso  Roma, Milano e speriamo anche verso la nostra terra sorella Puglia con l’alta velocità Napoli-Bari che avvicini il Tirreno all’Adriatico.

Il nostro porto merci ed il porto turistico devono ripuntare a posizioni di leadership mondiali.

Le nostre Università dovranno raddoppiare i propri studenti erasmus tutt’ora presenti puntando – grazie alle collaborazioni con i centri ricerca del territorio, nazionali ed internazionali – ad un incremento della qualità della formazione e della propria ricerca.

Napoli infliggerà colpi mortali alla camorra e le uniche “paranze” di bambini che conosceremo saranno quelli che giocano a pallone nella Villa Comunale.

Napoli dovrà aver completato la Linea1 della metropolitana e starà progettando una nuova metropolitana che la connetta ancora di più alle sue sterminate periferie. Secondigliano, Pianura, Barra, Bagnoli, Scampia o Soccavo saranno collegati quanto il Vomero o Montesanto al resto della metropoli.

Napoli dovrà essere una realtà da cui non si “parte” ma si “ritorna” o si “arriva” da tutto il Sud, Nord ed anche dall’estero per ragioni di lavoro: quelli che oggi sono bambini, saranno i nostri lavoratori.

Napoli sarà un punto di riferimento commerciale ed industriale per tutta l’Italia, la porta dell’Europa sul Mediterraneo e viceversa: il Made in Naples sarà sinonimo di qualità, bontà del cibo e simbolo di eleganza.

Napoli deve tornare ad essere capitale dell’accoglienza, dell’ospitalità e dell’inclusione sociale: nel DNA di Napoli c’è scritto “amore” aiutateci a mostrarlo al mondo!

Il Progetto Provincia Area Vasta Smart a Frosinone

di Giuseppina Bonaviri (Presidente Progetto Provincia Smart)
Il percorso Smart attivato da diversi mesi nella Amministrazione Provinciale di Frosinone, Tavolo Provinciale Patto di solidarietà sociale, ci assicura quel cambiamento che, iniziando proprio dalla partecipazione attiva dei cittadini, diventa attrattore privilegiato e luogo ideale per la costruzione equa di una filiera, una “Rete delle Reti smart” che va incontro alla urgenza aggregativa e di pianificazione programmatica dei distretti industriali e produttivi presenti nel territorio provinciale.
Il Presidente Pompeo afferma che “l’innovazione oggi sta diventando l’humus per la nascita di nuove progettualità ed idee imprenditoriali in tutti quei settori legati alla specializzazione Smart delle città, come stabilito dalla Unione Europea all’interno del programma Horizon 2020”.
La Bonaviri, Presidente del Progetto provincia Smart, ritiene che “il Progetto Provincia Area Vasta Smart anche grazie al lavoro del suo Osservatorio, con il sostegno del Centro Studi I. E. (Innovatori Europei), sta attualizzando attività di monitoraggio sull’analisi della domanda e del cambiamento che oggi necessita alla nostra gente. Per la messa in atto di Linee Guida che da mesi sono condivise con le Amministrazioni locali e con i diversi partner aderenti all’Area Smart tramite un protocollo di intesa sottoscritto così come per la costruzione della macro area euro mediterranea nel Mezzogiorno – priorità nel centro sud italiano- si utilizzeranno strumenti e risorse nazionali ed europee che favoriranno  la fertilizzazione del territorio ciociaro”.

La Bonaviri prosegue dicendo che si vuole realizzare un percorso di innovazione e di “Provincia Smart ad un passo dal mondo” con l’attivazione di temi attinenti la visione di Area Vasta del domani con l’utilizzo di nuove tecnologie, della domotica e l’ITC, del trasporto intelligente, dello sharing di beni e servizi e soprattutto con la partecipazione attiva della base”.

La creazione, già in atto, di una banca del tempo valorizzerà infine stili di vita, cultura paritaria e ambiente.

In occasione della iniziativa del 25 settembre 2015 Gli Stati Generali della innovazione sociale. La Provincia Smart ad un passo dal mondo tra ricerca ed innovazione” la Provincia di Frosinone è divenuta un brainstorming lungo un giorno, un laboratorio antropologico globale e locale capace di raccogliere insieme reti innovative provenienti  da Roma-Avellino-Napoli-Milano- Kansas-NY-Barcellona e genius loci.
Sono state coinvolte diversificate realtà a partire da Amministrazioni locali e dalle Ong come Medecins Sans Frontieres e Save The Children , Università, Fablab, Società cooperative per la gestione etica delle risorse, Enti e strutture di ricerca, associazioni di macro area, scuole su progetti e programmi innovativi, filiere di acquisto solidale e a km zero.  Tantissime le proposte e le idee che continuano a pervenire e che ci faranno, insieme, protagonisti e creatori del nostro futuro.

Frosinone 29 settembre 2015

Saluti degli Innovatori Europei alla Festa Nazionale di Centro Democratico, 25-26 settembre, Siderno (RC)

Innovatori Europei è un movimento associativo che prende il via nel 2006 dal desiderio di portare un serio contributo alla realizzazione di una moderna società della conoscenza, partecipando da protagonisti nelle associazioni per il Partito Democratico (APD) e nella costruzione del Partito Democratico stesso. Da allora, migliaia di Innovatori Europei si occupano dello sviluppo di progetti politici – territoriali complessi, mettendo in rete importanti associazioni di categoria, centri studi, istituzioni e movimenti, in Italia, in Europa e nel Mondo. In questo percorso, nel 2014 Innovatori Europei è entrata a far parte della “Commissione Forma Partito” del Partito Democratico per contribuire alla sua innovazione organizzativa e delineare la costruzione di un suo Laboratorio Progetti.

Venerdì 11 settembre, presso la sede nazionale del Partito Democratico, gli Innovatori Europei hanno incontrato, come già altre volte avvenuto in questi anni, le tante realtà del mezzogiorno con cui dialogano sul progetto di rilancio del Meridione e per un suo nuovo protagonismo tra Europa e Mediterraneo.

Al convegno annuale dal titolo “Per un Mezzogiorno protagonista tra Europa e Mediterraneo” presenti anche amministratori, politici nazionali e locali, accademici, imprenditori, manager di aziende innovative italiane. Si è discusso su come il Sud Italia possa ritrovare centralità nelle politiche del governo italiano ed in quelle europee.

Questo convegno segue un percorso evolutivo che era stato già anticipato dal seminario del 2013 “Progetti per un’altra Italia in Europa” che avviava una riflessione sulla necessaria centralità dei Progetti in un Paese troppo fermo e da quello del 2014 su “Infrastrutture e Logistica per lo sviluppo Euro Mediterraneo” che proseguiva il ragionamento concentrandosi sul gap infrastrutturale del Mezzogiorno quale opportunità per avvicinare culturalmente ed economicamente l’Europa al Mediterraneo.

Il Mezzogiorno oggi è a “metà strada” in tutti gli indicatori di sviluppo rispetto al Centro – Nord, mentre detiene uno stock di potenziale sviluppo illimitato per risorse culturali, naturali, geografiche e di know – how. Impensabile fare a meno del Sud se si vuole davvero un Paese protagonista nel rafforzamento dell’Europa, che è entità politica, ma anche e soprattutto culturale ed economica. Da questa convinzione la nostra volontà di sostenere il lavoro del Partito Democratico e del Governo nella definizione di un Piano per il Sud che parta da una necessaria condivisione di risorse, talenti e progetti tra le sue Regioni e da un lavoro di coordinamento e di stimolo economico svolto tra Roma e Brussels.

Il disastro – collasso meridionale si può invertire solo se il Mezzogiorno diventa motore della politica (industriale e culturale) nazionale, con uno Stato Innovatore che investa in nuova offerta produttiva, materiale e immateriale, valorizzandone saperi e talenti. Un investimento che sia “win – win” con il Centro Nord, aprendo il Paese tutto allo scenario Euro Mediterraneo che è tempo di affrontare in maniera sistemica.

Prima di questo è bene che il Mezzogiorno si organizzi politicamente, con una governance più efficace, per una condivisione di macro obiettivi e di risorse, umane e finanziarie:

  • Adoperandosi da subito per lo sviluppo infrastrutturale immateriale e materiale e per la “realizzazione” di grandi progetti inter regionali che diventino i principali luoghi del rilancio, tramite l’avvio di un ciclo di investimenti – produzione – consumi virtuosi e sostenibili.
  • Operando per un rilancio dell’imprenditorialità diffusa, la attrazione di nuovi talenti e investimenti, attorno allo sviluppo di vecchi e nuovi poli economico – industriali.

Noi continueremo ad impegnarci per un cambiamento auspicato e non più procrastinabile, per il Mezzogiorno e per il Paese. Anche grazie ai contributi che arriveranno dalle tante iniziative territoriali che si sono avviate in tutto il territorio.

Lunedì pubblicheremo – su www.innovatorieuropei.org e sul sito del Partito Democratico – un report dettagliato dei lavori svolti, che vi invieremo con grande piacere.

Buona festa e buon lavoro.

Massimo Preziuso

Innovatori Europei

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