Significativamente Oltre

giovani

R-Innovamenti al femminile (alle amministrative di Frosinone)

R-Innovamenti femminili (alle amministrative di Frosinone)

di Massimo Preziuso (su L’Unità – Rubrica R-Innovamenti)

Continuiamo a parlare di R-Innovamenti. Oggi di uno molto particolare: quello femminile. Le donne – in questa profonda crisi sociale, economica e politica – stanno emergendo, in mezzo a mille ostacoli, quale vero “fattore di crescita” per il Bel Paese. Ne so qualcosa anche io, che credo nel Fattore D, all’interno di Innovatori Europei, nato proprio attorno al tema della rappresentanza delle Donne e dei Giovani. Ebbene, in queste settimane, sto vivendo una bella e stimolante esperienza, sostenendo a Frosinone la candidatura di un Sindaco Donna: l’innovatrice Giuseppina Bonaviri.

Dopo una militanza di sei anni nei Partiti del centro – sinistra locali e regionali, Giuseppina ha scelto di candidarsi da indipendente a Sindaco della sua città con liste  di “civismo puro”, fatte di molte Donne e tanti Giovani. Perchè da indipendente? Perchè – lei dice – “i Partiti – nei fatti – oggi non rappresentano più quella “casa comune” a cui tanti si erano avvicinati negli anni e decenni passati per condividere e alimentare un “senso di appartenenza” condiviso”.

In queste settimane che ci separano dal voto, con Giuseppina stiamo sperimentando se  e quanto oggi i cittadini sentano l’esigenza di un serio cambiamento: esso infatti può partire solo da una rinnovata partecipazione di una sana e competente società civile alla politica, nella difesa del bene comune.

Perchè Giuseppina è un caso esemplare di R-innovamento femminile?

Giuseppina ha effettuato un percorso unico da intellettuale calata in contesti di politica territoriale.

Figlia di un pluri candidato Nobel alla letteratura, neuroscienziata, madre di 4 figli, è riuscita in questi anni a calarsi sempre più nel contesto della politca frusinate, pur mantenendo relazioni di altissimo livello nel mondo della cultura e della professione, italiana e internazionale.

Oggi, con il contributo degli Innovatori Europei propone una iniziativa di discontinuità territoriale candidandosi a sindaco di Frosinone come indipendente (Elezioni Amministrative 6/7 Maggio 2012) con liste civiche che guardano a temi forti – il Bene Comune, il Genere e le Generazioni, il Mediterraneo, Etica e Politica – visti quali uniche direttrici di sviluppo per l’Italia.

Due idee forti di Giuseppina?

Le donne “dall’utero pensante” quali motori di futuro

La politica di “genere e generazioni” baricentro di rinnovate capacità e visione politica

Per chi volesse sapere di più di questo esperimento di “puro civismo”, ecco il blog elettorale di Giuseppina: www.bonaviriafrosinone.wordpress.com

Ed ecco il suo Gruppo su Facebook con 3000 fans: https://www.facebook.com/#!/groups/bonaviriafrosinone/

Il programma elettorale di Giuseppina Bonaviri, candidata sindaco a Frosinone

Giuseppina Bonaviri

Candidata Sindaco

Per la mia e vostra “Piccola Capitale”: Frosinone

1) Beni Comuni

Lo sviluppo di Frosinone capoluogo di provincia, quale motore di sviluppo indipendente ed autogeno, attraverso il migliore utilizzo delle proprie risorse naturali e pubbliche passa dallo scambio della conoscenza e del pensiero, ponendo al centro l’essere e non l’avere, in modo libero da censura o da altri impedimenti. Questo, per noi, diventa la priorità nella gestione della città. Le risorse di un Comune, a partire dall’azzeramento degli sprechi già dalle campagne elettorali, non possono essere intese solo come quelle finanziarie ( in una logica di entrate/ uscite), bensì come l’insieme delle proprietà, del personale, delle imprese industriali/ commerciali e degli immobili che a vario titolo appartengono al Comune. I beni comuni sono patrimonio di tutti, indisponibili sul mercato, non negoziabili. Sono altro dalla proprietà statale o privata, sono beni di proprietà sociale e la loro gestione deve riguardare sia il governo sia le amministrazioni pubbliche sia i cittadini. Ambiente, territorio e paesaggio, patrimonio storico e culturale, democrazia sono un bene comune così come le forme di conoscenza collettiva, i saperi e le culture locali. L’acqua è vita non fonte di profitto. L’aria è vita non fonte di avvelenamento: più biciclette, più trasporto pubblico di qualità, car e bike sharing, e pedibus. La città di Frosinone deve crescere in qualità ed in capacità di recupero urbano, in aree verdi, zone pedonali e in spazi pubblici aggregatori di energie, luoghi questi idonei a mamme, bimbi, giovani, anziani. Le aziende e le proprietà comunali non devono essere privatizzate ma gestite secondo criteri di nuova economia solidale. La partecipazione democratica non può essere uno slogan: deve essere un modo nuovo di concepire l’impegno politico e amministrativo. Attivare allora nell’immediato: consigli di quartiere, consulte tematiche, forum cittadino-dei diritti-delle pari opportunità, una consulta delle bambine-i e per l’infanzia. Si stabiliranno spazi aggregativi comuni quali luoghi aperti di proposte del cittadino con una campagna innovativa ” Uno spazio in comune, uno spazio in ogni comune” . Per l’efficienza e trasparenza della macchina comunale si stabiliranno dei tetti per gli stipendi del management sia del Comune che delle Aziende Partecipate che saranno gradualmente convertite in servizi di gestione pubblica. Ai cittadini dovrà essere messo a disposizione uno sportello virtuale dove esprimere le proprie opinioni sull’operato degli amministratori, per esporre i problemi del proprio quartiere o della città e proporre soluzioni alternative. Tutte le delibere comunali saranno rese pubbliche on-line almeno tre mesi prima delle loro approvazione per ricevere i commenti da parte dei cittadini. Le sedute del consiglio saranno video e on-line così come sarà immediatamente on-line ogni delibera consiliare e la pubblicazione sul sito ufficiale di schede personali dei componenti della giunta comunale. Sul sito ufficiale si pubblicheranno i regolamenti comunali, le pianificazioni d’interventi e di atti decisionali di carattere amministrativo che riguardino gare d’appalto prevedendo per i cittadini la possibilità di fare proposte ed esprimere pareri. Si creeranno strumenti di comunicazione digitale ad accesso libero ai cittadini per il monitoraggio e la verifica delle azioni pubbliche e di tutte le forniture di servizi con relativi contratti e fornitori. Sarà creata una banca dati on-line per le gare di appalto delle ditte vincitrici con relative certificazioni antimafia, elenco dei fornitori e dei consulenti comunali. Saranno eliminati i gettoni di presenza e le indennità per gli amministratori comunali che percepiscono già uno stipendio e-o permessi retribuiti. Si introdurranno referendum popolari senza quorum consultivo, propositivo, abrogativo su materie di esclusiva competenza locale. Si introdurrà il diario pubblico di ogni Assessore: ogni assessore verrà fornito di un blog collegato al sito del Comune che dovrà aggiornare in tempo reale a fine giornata. In questo modo cittadini e media potranno seguire quotidianamente l’azione dei loro amministratori. Introdurremo una nuova possibilità per i cittadini di partecipare al consiglio comunale con domande ed interventi: limitando i tempi di intervento dei consiglieri si darà la possibilità al cittadino presente fisicamente nella sala o collegato via internet di fare domande e brevi interventi. Se richiesto dallo 0.5% dei cittadini, una volta l’anno, nell’ambito di un programma ”La parola ai cittadini” si realizzerà una serata partecipativa con facilitatori, difensore civico, e l’intera giunta, in cui i cittadini avranno diritto di fare proposte o critiche per la loro città in un tempo massimo di tre minuti ed un contraddittorio di un minuto, così che la proposta sarà messa ai voti per alzata di mano. Si otterrà così una lista di proposte messe in ordine decrescente di voto. La giunta comunale potrà fare interventi per chiarire aspetti della proposta prima del voto con un tempo massimo di tre minuti e sarà obbligata a portare avanti le tre proposte più votate dai cittadini.

Andando ai singoli temi, ecco come interverremo:

a) Gestione pubblica dell’acqua e rifiuti

Sull’acqua consideriamo essenziale che la gestione del sistema idrico integrato sia totalmente pubblica e guardiamo alla costituzione di una azienda speciale, consorziandoci con i comuni limitrofi. Le tariffe dovranno essere rimodulate rispettando i principi di gratuità per una quota minima giornaliera e dell’assenza delle remunerazioni del capitale. Il Comune deve essere parte attiva aderendo al coordinamento dei comuni a favore dell’acqua pubblica e con azioni volte a prevenire future scelte tendenti ad annullare l’esito referendario. Si adotteranno iniziative specifiche come l’abolizione della buste di plastica, il disincentivo all’uso dell’acqua in bottiglia di plastica e si adotterà la gestione integrata dell’intero ciclo delle acque ( potabile, fogne, acqua piovana). Per la manutenzione straordinaria alle infrastrutture si stabiliranno piani finanziati dalla Regione per accedere a fondi europei. Occorre anche stimolare iniziative che coinvolgano i privati per investimenti in attività di interesse comune anche tramite forme di sponsorizzazione virtuose.

Alcuni punti specifici:

a. Quota minima giornaliera gratuita 50 mc pro capite e pagamento del surplus a costi crescenti in relazione alla crescita dei consumi pro capite

b. Disincentivo all’uso dell’acqua in bottiglia nelle scuole e nei pubblici uffici (Campagna di informazione “Imbrocchiamola”) prevedendo incentivi agli esercizi aderenti; installazione di fontanelle leggere

c. Gestione integrata dell’intero ciclo dell’acqua potabile, fogne, acqua piovana da introdurre nel regolamento edilizio per le ristrutturazioni, nuove costruzioni, scuole e edifici comunali

d. Forte contrasto agli allacciamenti idrici e fognari abusivi.

Promuoveremo la logica “rifiuti zero” raggiungendo livelli di raccolta differenziata del 75% con la creazione di un piano comunale sulla gestione dei rifiuti che veda come prima priorità la prevenzione e la riduzione a monte dei rifiuti e poi, come snodo centrale, la raccolta differenziata porta a porta su tutto il territorio. Un piano che avvii attività virtuose per la valorizzazione di rifiuti differenziati, incentivando l’economia dei rifiuti riciclati a partire da iniziative quali il commercio di beni inutilizzati in primo luogo istituendo un Comitato della Trasparenza e Partecipazione che acceda ai dati di monitoraggio e gestione delle attività e che punta sull’innovazione con una seria riconversione produttiva macrosociale.

b) Risparmio energetico e fonti rinnovabili

La crisi di questi ultimi anni, ha portato al sostanziale abbassamento del potere di acquisto e dei redditi dei cittadini ed un dato rimane costante: l’Italia detiene il più alto prezzo dell’energia a livello europeo.

Nel contempo il Pianeta va rapidamente verso un innalzamento della temperatura media, a causa di una crescente quota di emissioni nocive, a cui si può rispondere attraverso azioni di efficientamento e risparmio energetico, e di produzione di energia da fonti rinnovabili. Su questo tema fondamentale, ancora di più quando le bollette energetiche continuano a crescere insieme ai prezzi dei combustibili, indichiamo alcune tra le iniziative ed azioni specifiche da adottare:

a. Sviluppare il piano energetico comunale

b. Applicare e tutti gli edifici pubblici la legge 10-91 sulla certificazione energetica, dagli uffici comunali alle scuole gestite dal comune, sensibilizzando anche il Provveditorato ad adeguare gli edifici scolastici ricadenti sotto la propria giurisdizione.

c. Sensibilizzare la cittadinanza giovane sui temi del risparmio energetico e sull’urgenza di utilizzo di energia da fonte rinnovabile inizialmente con: promozione di un progetto eco-didattico con conferenze nelle scuole tenute da personale volontario; sensibilizzazione della cittadinanza adulta con assemblee pubbliche; azioni di responsabilizzazione degli utenti nei locali pubblici.

d. Attivare circuito del credito locale per sostenere famiglie e piccole imprese nella loro volontà di realizzazione di impianti di produzione di energia elettrica o termica.

c) Mobilità

La mobilità è un settore strategico per la vita di una città. Una corretta pianificazione può consentire economie rilevanti di risparmio di tipo energetico-economico e in termini di emissioni in atmosfera di CO2 ed inquinanti del traffico, dando una immediata risposta al miglioramento della soddisfazione della qualità della vita del cittadino. In quest’ottica il Comune deve influire anche sulle scelte a carico di altre autorità strutturando un rapporto dinamico con Ferrovie dello Stato ed altri gestori del traffico ed istituendo collaborazioni con i comuni limitrofi per una ottimizzazione dell’offerta. Importante appare attivare servizi- con la co-partecipazione fra comuni sintonici- per sviluppare un trasporto pubblico sano (car e bike sharing, noleggio pubblico a basso costo di auto e mini bus elettrici e a chiamata, realizzazione di percorsi cittadini e pista ciclabile circumlacuale). Importante in tal senso sarà un ammodernamento della rete viaria accompagnato da una gestione intelligente del traffico e dei parcheggi – che saranno di scambio e con tariffazione rimodulata nel rispetto delle esigenze dell’utenza – rivedendo la gratuità e meccanismi di franchigia ad esempio di ’30 min.

Il piano di mobilità comunale per i disabili sarà alla base dei nostri primi interventi insieme all’attenzione sulla modalità di telelavoro, che impatta sulla mobilità e rappresenta una delle più grosse opportunità mancate per riformare la sostenibilità dei trasporti e del lavoro e sostenere i tempi di compatibilità di genere.

d) Il Bilancio

Il bilancio deve diventare il primario Bene Comune di una città partecipata. A tal fine, semplicemente proponiamo che il comune pubblichi tutte le voci di spesa corrente e in conto capitale che sostiene durante l’esercizio amministrativo. Questo per dare la possibilità alla cittadinanza di esprimere
pareri (inizialmente non vincolanti) sull’efficienza e l’efficacia della spesa ed attivare così processi di miglioramento dell’attività comunale e dei risultati da essa raggiunti. Vi è tanto da fare per raggiungere quei livelli qualitativi di spesa di una città che sia moderna e funzionale, competitiva dentro e fuori la Regione. Dobbiamo garantire con rigore e metodo l’equilibrio finanziario dell’ente sapendo che nei primi periodi non ci sarà la possibilità di effettuare investimenti. Un comune autosufficiente è di per se virtuoso e premiante.

Il Bilancio comunale, dettagliato ed articolato, in maniera tale da essere facilmente compreso dalla cittadinanza, deve essere dunque illustrato con conferenze pubbliche periodiche e messo in rete sul sito comunale. Va introdotta la destinazione d’uso delle tasse pagate dal cittadino, anche a livello comunale. Con questa ottica si ritiene necessaria la creazione di un soggetto terzo, l’Osservatorio Comunale della Governance, che verifichi i risultati ottenuti dai singoli amministratori ed uffici di settore ed i profitti delle società partecipate e pubbliche e favorisca l’obbedienza civile degli amministratori. Si ritiene utile effettuare e pubblicizzare il censimento approfondito delle proprietà che a vario titolo afferiscono al comune e delle loro rendite con lo scopo di ottimizzarne l’impiego verso iniziative economiche rinnovate. Contenendo poi i costi del personale con la riduzione di contratti su base fiduciaria e di consulenze esterne si ridurranno le voci del bilancio in uscita. Inoltre il personale ed i dirigenti comunali saranno così maggiormente responsabilizzati e coinvolti pienamente negli obiettivi annuali da raggiungere. La necessità di contenere i costi del personale impone di ridurre drasticamente il numero di quanti vengano assunti nello staff del sindaco o con contratti fiduciari o di consulenza. Questo provvedimento, a nostro giudizio, sarà in grado di ridurre notevolmente le voci in uscita del bilancio comunale.

e) Frosinone nella rete delle città virtuose e intelligenti

Ci si metterà in gioco sottoponendo il sistema urbano ad un confronto con altre città italiane ed europee come qualificatore di vivibilità per ambienti urbani. Si farà ricorso alle tecnologie moderne di comunicazione per assicurare un governo più efficiente e sostenibile in termini di infrastrutture, informatico ed informativo. Frosinone “piccola capitale”, territorio – macroarea in cui la crescita congiunta della conoscenza, dell’inclusione sociale, della cultura, del turismo sia la via praticabile e prioritaria.

Facilitare la riconversione di vecchie strutture ed edifici comunali come anche di alcune strutture militari; attivare un Osservatorio prezzi tramite una rete di utenti ampia ed efficace; rilanciare il centro storico a partire dalla rinascita del vecchio Teatro Nestor dove poter riproporre eventi artistici nazionali e dei locali storici (ex-cinema Vittoria ed Excelsior) da adibire a laboratori artistici aperti alla cittadinanza, agli artigiani per il rilancio di attività artigianali locali ed itineranti, alle scuole con visite guidate. Si prevede la ristrutturazione e l’ampliamento del Museo comunale di Frosinone come la salvaguardia di tutto il patrimoni artistico locale (vedi Terme Romane, Piloni). Le biblioteche comunali avranno un posto di avanguardia nella edizione di un Premio letterario Città di Frosinone che aprirà le porte a giovanissimi e infanzia per la riscoperta di autori classici e contemporanei locali e nazionali. La Casa della Cultura “Giuseppe Bonaviri”, ex –mattatoio, sarà la naturale casa della cultura di Frosinone, indipendente e libera, aperta alle proposte di gruppi locali giovanili e polo di attrazione per artisti provenienti da tutta Europa. Si istituiranno borse di studio per giovani artisti aderendo ai fondi comunitari e si proporranno, in sintonia con i luoghi sacri della cultura ed istruzione locale (Conservatorio di musica, Accademia delle belle arti, Università di Cassino, Provveditorato agli studi), corsi di formazione ed aggiornamento quale Polo Aggregativo di talenti che sarà attrattivo di mobilità per intellettuali, ricercatori e storici.

f) Pianificazione urbanistica

Accresciamo l’efficienza delle strutture pubbliche, rivedendo quella logica spesso perversa per cui il privato è più efficiente, dunque naturalmente idoneo a surrogare le lentezze ed incapacità dei soggetti pubblici. Dietro l’inefficienza si nascondono illegalità ed interessi. Trasparenza e partecipazione, attribuzione di responsabilità, lotta all’evasione sono le radici di un vivere sano e tutelato. Cubatura zero, rivisitazione dell’uso del territorio e dell’organizzazione dei servizi, utilizzo delle strutture comunali dismesse e loro riqualificazione, piano straordinario agevolato alle giovani coppie e alle famiglie bisognose come ai cittadini non appartenenti all’Unione Europea con regolare permesso di soggiorno , contributi a fondo perduto attraverso la stipula di convezioni regionali a persone disabili per l’abbattimento di barriere architettoniche delle loro abitazioni, creazione di un data base unificato delle agenzie immobiliari per una percezione concreta e quotidiana del surplus di offerta. Realizzeremo un sistema informativo trasparente territoriale per pianificare e controllare il territorio e che fornisca la base conoscitiva come tariffa puntuale relativa ai rifiuti, controllo dell’abusivismo e dell’evasione fiscale e sia atto alla redazione di un rapporto annuale sulla sostenibilità di Frosinone. In un contesto di autonomia, ci si impegna a fare una ricognizione del patrimonio architettonico esistente creando spazi confortevoli ( esempio sistemazione del verde lungo il fiume Cosa) e a favorire la presenza di luoghi fisici idonei alla nascita di un polo universitario decentrato da Roma nel campo delle scienze agricole ed ambientali. La valorizzazione delle aree verdi con l’adozione di isole verdi su tutto il territorio e la riscoprire dell’agricoltura, antica vocazione del popolo ciociaro, indicano nuovi modi di pianificazione del territorio. In tal modo poi si consentirà la riduzione del percorso produzione-consumo con la valorizzazione dell’agricoltura sociale ed il sostegno ai consorzi e cooperative che favoriscono il reinserimento di soggetti svantaggiati. L’agricoltura sociale, le fattorie sociali, sono oggi il nesso tra sicurezza alimentare, equilibrio territoriale, conservazione del paesaggio e approvvigionamento alimentare. Si tratta di un vero strumento operativo per l’applicabilità di un welfare moderno e competitivo.

g) Cooperazione e finanziamenti tra enti locali ed altri soggetti

Favorire la costruzione di più reti settoriali per i diversi servizi di reciproco interesse fra i comuni del comprensorio e dei distretti limitrofi, che veda al centro del sistema-macroarea il capoluogo ciociaro, in modo da ottimizzare le risorse valorizzando tutte le possibili sinergie e abbassando gli sprechi con l’ ottimizzazione dei risultati. Attiveremo all’interno della macchina amministrativa le funzioni di ricerca, promozione ed attivazione dei bandi emessi dalle strutture sovracomunali (Provincia, Regione, Stato, Unione Europea) sia come supporto per la partecipazione ai bandi dell’amministrazione comunale sia quale consulenza per la partecipazione da parte dei cittadini, delle associazioni e delle imprese locali all’interno di tali opportunità.

h) Sanità

La difesa ed il potenziamento delle Strutture Socio-Sanitarie sono forti priorità. Il Comune dovrà dare indirizzi politici interagendo con Asl e Regione. Le lunghe liste di attesa, ritardi dei rimborsi ai pazienti colpiti da malattie croniche, difficoltà nell’attuazione di programmi domiciliari, continuità terapeutica carenti fanno si che un Comune diventi sinonimo di contrasto a tutte quelle forme di disagio e forme di emarginazione sviluppando un welfare integrato con il terzo settore ed il volontariato, con i privati che a titolo di gratuità vorranno diventare depositari di benessere. Contrasteremo dunque ogni forma di discriminazione e tuteleremo la salute dei cittadini più indigenti ed emarginati- come persone detenute o dimesse dal carcere, immigrati, senza fissa dimora- a partire dalla costituzione di un Ambulatorio popolare che prevenga ulteriori disagi sociali e permetta, interagendo con la ASL deputata, diagnosi precoci e trasferimenti veloci in strutture reputate più idonee per la creazione di una comunità sempre più inclusiva e sana.

2) Frosinone primo hub italiano del Mediterraneo.

Agganciare Frosinone ad una naturale direttiva dello sviluppo italiano nel Mediterraneo.

Il Mediterraneo “allargato” è senza dubbio lo spazio geopolitico più esposto alle ventate di destabilizzazione che soffiano sul sistema politico-economico internazionale. Area di contrasti sociali, economici e culturali ma, allo stesso tempo, caratterizzato da forte dinamismo commerciale e interessanti interdipendenze geo-economiche, tra le due sponde nord e sud, che delineano vincoli e opportunità per un processo di integrazione avviato oltre venti anni fa. L’integrazione economica e sociale nel Mediterraneo, iniziata nel 1995 con il Processo di Barcellona a livello europeo e con la Conferenza di Lisbona dell’APM a livello regionale è una delle più grandi occasioni che l’Italia deve saper cogliere nel suo percorso di rilancio. Tutte le città, da ora anche Frosinone, devono costruire il proprio profilo strategico in tale area, cercando di puntare su un rilancio complessivo della propria immagine.

Ciò consente di posizionarsi in maniera ottimale nella percezione degli operatori stranieri diventando contemporaneamente un importante nodo della rete più ampia impegnata a stimolare relazioni attraverso qualità ed eccellenze. In tal senso la Regione Lazio, ed in particolar modo la città di Frosinone, risultano per la loro centralità geopolitica, bene posizionate. Essere poi un territorio fatto da piccole e medie imprese talvolta può essere un vantaggio. È necessario promuove quello che il territorio locale sa veramente “fare”. Frosinone avrà un suo ruolo nello spazio Mediterraneo con azioni concrete accompagnate da politiche pubbliche. Tutto ciò a partire dal fatto che il motore dello sviluppo, oggi, non è più rappresentato dagli Stati bensì dalle aree metropolitane. Bisogna puntare sui settori più strategici, moderni, ad elevato valore aggiunto: innanzitutto le infrastrutture immateriali, la filiera delle comunicazioni moderne, la banda larga, la connessione veloce, le reti di seconda generazione. Da questo punto di vista, il ritardo accumulato in questi anni può ribaltarsi e le condizioni competitive trasformate in vantaggio per una moderna e innovata imprenditoria frusinate desiderosa di puntare su una semplice ma ambiziosa idea: fare del centro Italia l’hub connettivo dell’area euro-mediterranea, fare di Frosinone una piccola Capitale.

E’ su questi temi che si giocano le prossime possibilità di successo della nostra città. Costruiamo una nuova stagione di relazioni economico – culturali con il bacino Mediterraneo rilanciando l’immagine in campo nazionale ed internazionale del nostro territorio.

3) Genere e Generazioni

a) Genere e generazioni per un nuovo equilibrio famiglia-lavoro.

Far emergere innovazione e sviluppo dalla creazione di un Patto Generazionale che diventa fonte di sapere. Attraverso il censimento degli immobili comunali soprattutto del centro storico si possono ottimizzare e rendere fruibili spazi di condivisione per i giovani che diventano la catena del rilancio di antichi mestieri. In questi luoghi della memoria entreranno gli anziani che sono portavoce di grandi ricchezze. Non vogliamo centri sociali chiusi ma opportunità di scambio con tutte le componenti sociali. Frosinone città interculturale produttrice, tra Roma ed il Mediterraneo, di linfa nuova. La regolamentazione del rapporto di lavoro (più flessibilità dei tempi di lavoro a favore della lavoratrice mamma con la conseguente rimodulazione della struttura retributiva), la leva fiscale dal quoziente familiare alla detraibilità selettiva di alcune spese legate alla cura dei bambini in età prescolare (ad esempio le badanti), il ricorso ai fondi strutturali dove i regolamenti comunitari prevedono specifiche forme di investimento proprio sulle misure di conciliazione di vita e professionale. Si prevede obbligatoriamente la messa in atto a livello comunale del bilancio di genere in un approccio di benessere comunitario. Si agirà al rafforzamento della consigliera di parità offrendo servizi di consulenza gratuita. Si realizzeranno progetti pilota per micro-nidi e centri ludici per prima infanzia, per asili nido con l’adozione di nuove strutture o ristrutturazioni, ampliamenti e adeguamenti di strutture esistenti. La nostra amministrazione metterà mano ad una profonda revisione dello Statuto comunale cosi che questo possa tornare , nel suo primario valore, lo strumento di partecipazione democratica attraverso la reintroduzione, come già specificato, dell’istituto referendario e la previsione di delibere di iniziativa popolare.

b) Per una città a misura di Donne e Giovani

L’affermazione di genere all’interno di una prospettiva che garantisca parità di gender con accesso a ruoli decisionali e contro gli stereotipi di genere. La compatibilità dei tempi di conciliazione della vita familiare con gli orari e i tempi della vita lavorativa e scolastica. L’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento. Attrezzare spazi comunali adeguati di accoglienza in sostegno delle lavoratrici madri con figli minori a carico. Donne e uomini hanno bisogni diversi e usano la città in modo diverso: il bilancio di genere anche nel nostro comune per valutare l’impatto delle decisioni di spesa sulla disuguaglianza di genere. Le politiche di genere sono trasversali e non settoriali. Analizzando i dati sulla condizione della popolazione in ottica di genere abbiamo capito che è importante leggere le fasce di età come fasce di bisogni. Per questo la popolazione, per uno studio stratigrafico iniziale, sarà divisa in quattro grandi fasce: l’area di interesse primario infanzia ed adolescenza, età 0-18 ; l’area di conciliazione famiglia-lavoro, che comprende la popolazione impegnata contemporaneamente nel mondo del lavoro e nelle attività di cura per infanzia, adolescenza ed anziani, età 19-64; l’area di supporto ed assistenza che offre aiuto all’area di conciliazione, età 65-79; l’area di cura anziani, con perdita di autonomia e bisogni di assistenza e cura, età superiore agli 80 anni. Il bilancio di genere, oltre all’analisi di contesto, necessaria per ricavare informazioni sui bisogni della popolazione, produce anche una analisi dei servizi erogati che mettono in evidenza molto chiaramente il fenomeno delle nuove povertà. In un periodo di grave e profonda crisi economica si fa ancora più stretto il binomio donne-povertà. Le giovani donne, nonostante il livello di istruzione più alto dei coetanei, hanno grosse difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro; molte lavorano nel settore dei servizi (per esempio in cooperative) con redditi bassi, spesso senza sufficienti garanzie. Emerge che le donne sole con figli, con scolarità medio-bassa, sono a rischio di povertà. Anche se non perdono il lavoro, non ce la fanno a far fronte alle spese per l’affitto e per una vita dignitosa per sé e per i propri figli. Questi dati nazionali sul bilancio preventivo del comune dovranno essere seriamente considerati per quantizzare la spesa delle politiche sociali locali. Si prevede l’introduzione di un fondo di solidarietà destinato alle famiglie più colpite dalla crisi economica, tra cui quelle monoparentali con minori a carico e quelle composte da ultra-sessantacinquenni a basso reddito, oltre ad autorizzare agevolazioni ed esenzioni alle famiglie in difficoltà economiche. In un momento in cui le risorse scarseggiano è fondamentale assicurarsi che le risorse arrivino dove il bisogno è più forte e pressante.

Una società nuova, attenta ai bisogni della persona non può non nascere dall’ascolto dei bisogni delle sue fasce più svantaggiate, talenti sprecati, non compresi e non valorizzati. Noi dobbiamo avere una visione di città diversa, più vivibile e più bella, in cui si possa crescere insieme, uniti, complementari per la rinascita collettiva. Una città in cui le donne possano essere anche madri e non solo, in cui possano essere e diventare tutto ciò che desiderano, tutto ciò per cui sono portate, tutto ciò in cui sono competenti. Senza limiti, senza imposizioni, senza sacrifici: scuole a tempo pieno, asili nido, parchi e ludoteche; spazi per crescere insieme, per passare dallo studio al lavoro, dalla formazione all’ascolto; centri in cui si fondono i saperi e dove si saldi un patto generazionale affinché chi più sa e più ha diventi modello e mentore per chi ancora è indietro. Spazi da creare insieme.

4) Etica e Politica

L’etica base di una rinascita della politica amministrativa. Senza etica non c’è società. Per raggiungere livelli elevati di etica in un territorio tanta è la strada da percorrere. Dopo l’utilizzo abnorme che si è fatto della parola ‘etica’ con riguardo alla crisi finanziaria globale ora è il momento della questione morale in politica, che è praticamente ciclica tanto che i cittadini si sono ormai assuefatti all’idea che gli scandali siano persino fisiologici nell’amministrazione della cosa pubblica. Esiste, infatti, un sistema di potere che ha sconfinato dalle sedi istituzionali originarie, riproducendo a dismisura luoghi decisionali parcellizzati: le nostre amministrazioni comunali e regionali sono affollate di comitati, consorzi ed agenzie. Un tale proliferare non è solo un costo in termini di bilancio e di efficienza del servizio pubblico è anche la pericolosa occasione del rafforzarsi ed infittirsi di una rete di clientele tra politici, funzionari e imprenditori. Come per l’economia, anche in politica non basta affidarsi all’etica dei singoli: oltre ad essere una questione personale, cosa può il comportamento individuale di pochi di fronte ad un malcostume diffuso e radicato? Uno Stato moderno e democratico non può lasciare all’arbitrio degli individui il funzionamento corretto delle proprie istituzioni. Disporre di un organo legislativo per disegnare il sistema istituzionale in modo coerente e cancellarne i cloni, atti solo al proliferare delle nomine e di posti di lavoro fittizi è fondamentale. Sulla questione morale è indispensabile l’intervento dello Stato e degli organi di cui dispone costituzionalmente; dall’altro, la portata della sua azione dipende dal coraggio della sua classe dirigente, particolarmente quella che, ha il potere di deliberare.

Proponiamo alcune iniziative che puntano al raggiungimento dell’ obiettivo:

a) Limite di mandato cumulativo di 10 anni per qualsiasi incarico pubblico e politico.

a)Anagrafe degli eletti e degli amministratori.

b)Divieto di cumulo degli incarichi pubblici o in società, enti, consorzi a partecipazione o interesse pubblico.

c)Incompatibilità di incarichi pubblici per persone con interessi privati in palese conflitto con il bene pubblico.

d)Incompatibilità di incarichi pubblici per persone con incarichi di rilievo in società private che agiscono in ambito pubblico.

e)Pubblicazione e trasparenza dei bilanci dell’amministrazione, di partiti, associazioni e comitati.

g) Completa trasparenza e pubblica accessibilità degli atti e contratti pubblici.

h) Registro comunale del testamento biologico.

i) Registro comunale unioni di fatto.

5) Tecnologie dell’informazione e della comunicazione per il rilancio di una moderna socialità ed imprenditorialità.

Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono oggi riconosciute quale motore di nuova cultura, innovazione e imprenditorialità. Ciò sarà uno standard a Frosinone “piccola capitale”. Nella attuale crisi economica e sociale non c’è futuro per il Paese se non si pensa di ritornare ad una cultura imprenditoriale che nel resto del mondo è motore di sviluppo economico ( a partire dagli Stati Uniti della Silicon Valley passando per la Cina fino ad arrivare al Sud Africa e in Nigeria). E’ dovere di una città capoluogo attrezzarsi e fronteggiare il cambiamento. A livello nazionale da alcuni mesi nascono e si diffondono iniziative di supporto alla nascita di start up tecnologiche che hanno portato risultati sorprendenti in termini di sviluppo socio-economico. Vogliamo organizzare il primo Start Up Incubator anche nella citta’ di Frosinone per poter sostenere i nostri giovani e le nostre donne. La tecnologia, motore di nuova socialità, va valorizzata e trasformata in crescita economica e occupazionale. Daremo vita ad iniziative di “Bar Camp” tematico, per un confronto aperto, destrutturato e orizzontale nella cittadinanza, finalizzato alla definizione e realizzazione di progetti di sviluppo imprenditoriale basati sui nuovi saperi. La tecnologia oggi permette anche da noi di attivare, a costo zero, reti di comunicazione immateriale con tutto il mondo, a partire dalla realizzazione di un portale di sviluppo territoriale – www.frosinone.com – che sarà “disegnato” in logica “open source” e “wiki” ovvero sviluppato e gestito in collaborazione con la comunità frusinate. Innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale, rilancio della cultura per una moderna socialità ed imprenditorialità: la tecnologia quale apri-pista allo sviluppo di una città di medie dimensioni.

Per tutto questo abbiamo messo in cantiere un progetto – che puntando alla creazione di una rete mediterranea e nazionale dei beni comuni per il rilancio dell’economia italiana- farà di Frosinone una piccola capitale.

La necessità di aiutare i giovani a realizzare i propri desideri

di Massimo Preziuso

Vorrei fare alcune osservazioni sul dibattito che è scaturito dalla provocazione del Vice Ministro Martone, il quale ha detto ieri che ‘chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato’.

Si sono infatti subito manifestati due schieramenti, che provo a riassumente grossolanamente in: quello che vuole criminalizzare ‘i tanti giovani laureandi svogliati’ e quello che attacca un ‘sistema in cui tocca lavorare mentre si studia’.

Io faccio parte di un ulteriore partito: quello che vede la ‘necessità di adattarci ad una naturale traslazione del ciclo lavorativo stabile’, che si è già nei fatti spostato dall’intervallo 20-60 anni a quello del 30-70 anni per andare tra non molto ancora piu’ a destra verso il 40-80 anni.

Detto questo, visto che ormai si deve lavorare per legge fino a 70 anni, perchè non progettiamo (con contributo pubblico e privato), in maniera intelligente e efficace, un fondo di sostegno per i giovani, che li accompagni fino a quando essi non entrino stabilmente nel mercato del lavoro, permettendo loro di farsi una professionalità a cui ambiscono, senza trasmettergli le attuali angosce?

Se così si facesse, ci sarebbero numerosi effetti positivi sui giovani e sulla società tutta.

– Per primo, si vedrebbe in un attimo finire il precariato-sfruttamento su cui crescono malamente (rimettendoci alla fine nel loro percorso di sviluppo) oggi le aziende italiane, perchè reso possibile proprio dalle frustrazioni e dal senso di vuoto – smarrimento che oggi un giovane si trova a vivere (soprattutto ma ormai non solo in Italia) non appena esce dall’università (se non rientra nel famoso 110 e lode a 23 anni) e che gli fa accettare lavori che non centrano nulla con quello che potrebbe e vorrebbe fare, pur di placare un’ansia che tutta la società gli trasmette.

– Si vedrebbero così generazioni di giovani tornare a immaginare il proprio futuro piu’ vicino possibile ai propri desideri e aspirazioni, a cominciare da quelli professionali, che tanto sono importanti.

– Infine, cesserebbe una insana guerra intra e inter generazionale a chi entra o chi esce prima dal mercato del lavoro, che svilisce uomini e donne, e li rende schiavi e non parte attiva di un processo di crescita aziendale e sociale. Questa a mio avviso la logica nuova con cui un mondo (del lavoro) radicalmente cambiato va interpretato. E non quella della competizione sempre piu’ spinta, dell’efficienza a tutti i costi, che ammazza la creatività di un popolo pieno di cultura e di storia, che potrebbero tradursi in enorme crescita e innovazione se lo si lasciasse un po’ piu’ libero di pensare e agire in libertà.

Utopia? Non credo.

Se già il Governo Monti partisse dal ripensare la cassa integrazione, come sembra voler fare spostandone risorse verso un’idea di reddito di cittadinanza con baricentro inizialmente un po’spostato verso i giovani, si farebbe implicitamente un gran passo avanti nel cominciare a vedere gli italiani tutti, figli e genitori, (poter) tornare a rischiare per il proprio futuro e i propri desideri. E si vedrebbe l’Italia tornare a volare in pochi anni, al netto di qualsiasi altra doverosa ma non sufficiente riforma.

Il Sud sta morendo

di Francesco Grillo su Il Mattino

 Il Sud sta morendo. Potrebbe essere questa la sintesi del rapporto annuale della SVIMEZ presentato ieri a Roma. Sta morendo messo definitivamente nell’angolo dalla scarsa attenzione dei media e della politica, a Roma, così come a Napoli e a Bruxelles da una crisi più vasta che rischia di minacciare la stessa sopravvivenza del progetto europeo, così come di quello unitario. E, tuttavia, il rapporto – impietoso e condivisibile nelle analisi – appare non affrontare direttamente la questione delle classi dirigenti che è il nodo che ha strozzato qualsiasi prospettiva di sviluppo.

Più di quelle relative all’evoluzione del PIL, tra le molte cattive notizie che il rapporto fornisce, quella che colpisce di più riguarda il lavoro, i giovani, alla quantità e alla qualità di capitale umano che il Sud sta perdendo e, di conseguenza, a ciò che sta diventando la società meridionale.
La recessione nel Sud è, soprattutto, il crollo nel numero di occupati in un territorio che già prima della crisi vedeva le quattro grandi regioni del Sud collocate agli ultimi quattro posti tra le duecentocinquanta regioni europee.
Se tra il 2008 ed il 2010 in Italia si sono persi più di mezzo milione di posti di lavoro, ciò che impressiona è che il Sud – che rappresenta meno di un quarto dell’economia nazionale – ha assorbito più della metà di queste perdite. Ma ancora più eclatante è constatare che in effetti questa riduzione è interamente concentrata nella fascia di popolazione tra i quindici e i trentaquattro anni: in soli due anni gli occupati giovani si sono ridotti di una percentuale superiore al venti per cento. Questa ritirata in massa dei giovani dal mondo del lavoro nel Sud non è, peraltro, attenuata da un aumento del numero di persone che frequentano l’università: se nell’anno scolastico 2002 – 2003 il numero di diplomati che sceglieva di iscriversi ad un corso di laurea era simile nel Nord e nel Sud – e superiore al settantadue per cento – dieci anni dopo questo valore è crollato di dodici punti nelle regioni meridionali. Il risultato finale è l’incrementodei giovani che non sono né impegnati nello studio, né nel lavoro: i laureati con età inferiore a trentaquattro anni e che sono in una situazione di totale inattività sono centosettantamila ed il paradosso è che dovrebbero essere la punta più avanzata di una società che decidesse di voler essere normale.

La questione meridionale è, dunque, sempre di più questione generazionale. Del resto ai giovani del Sud rimane spesso solo l’opzione della fuga: seicentomila – buona parte laureati – si sono spostati verso il Centro Nord negli ultimi dieci anni lasciando progressivamente un Sud che – rispetto agli stereotipi – è semplicemente sempre più vecchio, sempre più assistito e soprattutto senza capacità di dare voce ad un progetto politico qualsiasi.

Il problema è ancora però quello delle classi dirigenti politiche ed amministrative che continuano a perdere un’occasione dietro l’altra e che hanno di fatto spezzato qualsiasi possibilità di ricambio lasciando a chi aveva competenza e talento solo la possibilità di andare via.

I dati, del resto, continuano a togliere qualsiasi legittimità alla lamentela sulla mancanza di fondi. È vero che la quota di spesa pubblica in conto capitale e, persino, quella corrente destinata al Mezzogiorno continua a scendere, come rivelano i dati della SVIMEZ. Tuttavia, è altrettanto vero che come dice la ragioneria generale dello Stato le regioni del Sud non riescono a spendere neanche i soldi dei fondi strutturali: a poco più di due anni dalla fine del periodo di programmazione 2007 – 2013 dei quarantaquattro miliardi di euro messi a disposizione dai programmi comunitari per lo sviluppo del mezzogiorno non ne sono stati spesi neanche cinque, laddove la peggiore prestazione è quella della Regione Campania che pure era una delle amministrazioni europee con la maggiore quantità di risorse a disposizione.

Non convince in questa situazione la creazione di nuove agenzie o di nuovi coordinamenti che rischiano di sommare tra di loro debolezze ed incapacità. Bisogna, invece, avere il coraggio di mettere pesantemente in discussione l’insostituibilità delle amministrazioni pubbliche.

Le idee che altre regioni che sono riuscite nel miracolo che solo alle regioni del Sud non riesce ci sono già: coinvolgimento di fondi di venture capital ai quali demandare l’individuazione e la condivisione del rischio di progetti innovativi; sostituzione di amministrazioni pubbliche incapaci – da individuare attraverso criteri oggettivi, semplici e trasparenti – con altre che si sono dimostrate migliori e che esistono anche al Sud a pochi chilometri di quelle inefficienti; distribuzione diretta ai giovani di parte delle risorse sotto formadi buoni con i quali comprare formazione o di incentivi fiscali per chi decida di tornare e di mettere a disposizione di un progetto il proprio talento; finanziamento di parte del capitale di cooperative di cittadini che accettino la sfida di far funzionare ciò – musei, siti archeologici – che lo Stato ha abbandonato.

Tutte queste misure partono però dal presupposto di porre concretamente la necessità di applicare concretamente il principio della sussidiarietà e dall’idea che nessuno possano usare risorse scarse senza darne conto e che ci sia, invece, nella società – anche in quella meridionale – l’energia per poter invertire declini che non sono mai irreversibili.

(pubblicato su Il Mattino il 28 settembre 2011)

8 suggerimenti alla classe dirigente italiana

giovani

di Massimo Preziuso, pubblicato sulla rivista generazionale Tr3nta

Tracciato un quadro generale della situazione giovanile in italia, Massimo Preziuso prova a elencare otto punti su cui la classe dirigente italiana dovrebbe investire a partire già dal prossimo anno.

Siamo alla fine di un altro anno (e di un decennio) difficile per la nostra cara Italia.
Il Paese lentamente continua nella sua fase declinante, e questo lo si vede nell’economia ma soprattutto nei fatti sociali.
Le iniziative del movimento studentesco e gli scontri a Roma di qualche giorno fa – malamente gestiti dalla classe dirigente italiana (professionisti, intellettuali, politici) come un qualcosa di strano, fastidioso e fuori luogo – sono una semplice cartina dello stato dell’arte del Paese.
Siamo giunti ad un momento cruciale.
Le nuove generazioni (gli studenti medi e universitari) unite alle ormai quasi – nuove (i trentenni e quarantenni dalla vita precaria) stanno finalmente dando segnali evidenti alla restante parte del Paese di una situazione che non va più bene nemmeno a loro, che la stanno vivendo da un decennio almeno da protagonisti negativi e passivi.
Va detto che, in questo contesto, vi sono anche altri segnali positivi provenienti dai giovani.
Aumenta ad esempio la spinta verso l’associazionismo e la imprenditorialità.
Mai come in questi anni si vedono ragazzi anche giovanissimi che tornano ad impegnarsi nel volontariato o nella politica, cosa che non accadeva solo dieci anni fa. E questo è un fatto che va colto e sostenuto.
Basta poi girare per LinkedIn e leggere i profili professionali dei trentenni di oggi per capire che rivoluzione silenziosa è in atto: da un lato si torna a scendere in piazza nell’età della formazione, dall’altro si rivede il modo di essere lavoratori nell’epoca della precarietà, ma anche delle variegate opportunità, e si ricercano nuove forme di soddisfazione personale al di fuori dei grandi involucri aziendali.
Tutto questo è semplicemente cambiamento, generato da un momento difficilissimo ancora mascherato dai media e dalla politica.
Ed è su questi germogli di “pacifica rivoluzione generazionale” che bisogna assolutamente e rapidamente fare leva per lasciarci alle spalle un decennio di crisi.
E devono farvi leva soprattutto le classi dirigenti che, risultate incapaci di svolgere il proprio ruolo – “dirigere” la società e la sua parte più energica, i giovani, verso il cambiamento – dovranno almeno ora riuscire ad assecondarne il moto spontaneo.

Ed allora cosa si può consigliare loro?

Scrivo qui una mia semplice “wish-list” in ordine casuale, sperando non risulti per questo banale.

Si può e si deve:

1) Immergersi nei luoghi in cui oggi si discute e si fa nuova cultura ed innovazione: il Web ed i social network;

2) Liberare sempre più l’accesso alla Rete, a cominciare da una seria diffusione libera del collegamento internet in luoghi pubblici, con il Wi-Fi;

3) Aiutare a sviluppare a pieno le iniziative associative di vario tipo che nascono nel Web, soprattutto nel passaggio al “mondo reale”, senza il quale Internet non esplica pienamente il suo enorme potenziale di driver culturale e di innovazione;

4) Sostenere la nascita e lo sviluppo di iniziative imprenditoriali giovanili mettendo insieme risorse pubbliche e private;

5) Aiutare i giovani ad effettuare esperienze di formazione e lavoro nei paesi dell’Unione Europea, per formarli alla nuova cornice cultuale di riferimento;

6) Sostenere uno sforzo congiunto delle università italiane per avvicinare i giovani al mondo delle professioni fin dai periodi di studio superiore e universitario;

7) Favorire l’accesso dei giovani in politica, a partire dal livello locale, anche attraverso le così tanto vituperate “quote arancio”. Sono certo che la loro migliore conoscenza del mondo presente sia fondamentale nelle istituzioni più della (eventuale) minore esperienza;

8 ) Last but not least, tornare ad insegnare a scuola – rendendola centrale nella formazione del discente – la ormai lontana ma ancora più necessaria, in una società sempre più complessa, “educazione civica”;

Buon lavoro e buon 2011!

Una frase da cui partire e discutere: “They need executors, they don’t need thinkers”

TIME.com

 

Una frase semplice ma completa ce la dice un giovane italiano nell’articolo del TIME di oggi (che vi allego, http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2024136,00.html), che parla dell’esodo ormai irreversbile di talenti e meno talenti verso l’estero.

La frase è questa: “They need executors, they don’t need thinkers”

Nella loro semplicità, queste poche parole dicono tutto. Parlano di un sistema, da sempre familistico e di prossimità, che si proietta nel mondo del lavoro e delle relazioni. Raccontano di una cittadinanza piena di paure verso tutto ciò che è diverso dalla propria idea di normalità (in questo caso il talento del giovane, ma si potrebbe parlare dell’estro e della ritrovata sicurezza della donna, della voglia di fare dello straniero). Tutte quelle cose che ci bloccano da anni e ci stanno portando ad una irreversibile decadenza.

Ed è secondo me proprio su questa “paura”, che forse è stata amplificata dal sistema di potere mediatico degli ultimi anni, ma che è di certo qualcosa che ci portiamo dietro per cultura da generazioni, che bisogna discutere per provare poi a dare suggerimenti ad una classe dirigente, che sembra sempre piu’ smarrita ed impotente rispetto a questo lento ma continuo “morire” del Bel Paese.

Ed allora mi viene da farvi una domanda: come si sblocca la “paura del diverso” in questo Paese? Come ci si può abituare ad “aprire le porte e le opportunità” a chi oggi ci fa paura (giovani, donne, stranieri..)?

Sperando di non aver detto cose troppo ovvie, ne vogliamo discutere almeno tra noi?

Ciao,

Massimo Preziuso

infoinnovatorieuropei@gmail.com

Considerazioni sulla lettera del direttore Celli

pierluigicelli
Dopo aver “digerito” la lettera del Direttore della Luiss, Celli (che esorta -provocatoriamente – il figlio (ovvero i tanti giovani laureati italiani) a lasciare il nostro Paese, alla ricerca della normalità), ecco alcune mie considerazioni a riguardo.
 
– Vi è poco da dubitarne, e lo dico per esperienze che conosco, oggi un giovane italiano di medio talento (e lo sono in tanti), quando va all’estero (in Uk, Germania, Usa..) cresce e fa bene, e questo per almeno due ragioni:
 
1) il nostro Paese ha un sistema universitario che, mediamente, prepara i giovani con una seria impostazione “teorica”, che alla fine paga molto di piu’ della sommatoria di “Business cases” di cui oggi si articolano tanti corsi universitari d’oltralpe (e questa “teoria” diverrà un di piu’, soprattutto ora che è finita l’era della “rapidità delle decisioni” e si va verso quella della “sostenibilità delle azioni”)
 
2) in Italia i giovani continuano a crescere in un “contesto” che è sicuramente piu’ “sociale” che in molti altri Paesi, e questo si riflette in una innata capacità di “stare con gli altri” (che sarà un altro asset fondamentale per i prossimi anni) anche quando ci si trova all’Estero
 
(sebbene questi due “importanti vantaggi comparati”, in questi anni, abbiano subito un serio declino, che fortunatamente la crisi in atto dovrebbe automaticamente fermare).
 
– Vero anche il fatto che è arrivato seriamente il momento (si veda l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona) di pensare all’Italia come una Regione di Europa, e che quindi per molti giovani debba essere oggi naturale pensare di andare a vivere o studiare (anche solo per un anno o due) in Inghilterra o in Francia, anche perche’, rispetto a soli 10 anni fa, oggi è molto piu’ facile (soprattutto grazie ad Internet, va detto) farlo.
 
– Vero anche che bisogna lavorare per provare a riportare in Italia i tanti giovani che sono riusciti a fare cose buone all’estero.
 
– E’, pero’, altrettanto fondamentale riflettere, per  il bene della maggioranza di giovani che restano (a soffrire) in Italia, sul fatto che in questo Paese, nella maggioranza dei casi, nella selezione di un candidato (e, poi, nella selezione di un progetto, etc. etc.), il “merito” e il “talento” vengano (da sempre?) spazzati via da “appartenenza” e “discrezionalità”.
 
E’ arrivato forse il momento di concentrarsi sul “collo di bottiglia”, il momento della selezione del lavoratore, definendone una nuova modalità, che assicuri trasparenza al momento decisionale?
O vogliamo continuare a sperare che le classi dirigenti si auto-riformino ed aprano improvvisamente al merito e al talento, trasformando di incanto tutta la società?
 
Non è piu’ pensabile che un Paese come il nostro continui a distruggere il proprio futuro attraverso la selezione di persone incompetenti.
 
Perche’, allora, non pensare a definire insieme, pubblico e privato, un NUOVO MODELLO DI SELEZIONE DEL LAVORATORE?
 
Che ne pensate?
 
Massimo Preziuso

CLEAN TECHS E FINANZA ISLAMICA

Finanza islamica e clean technologies per lo sviluppo sostenibile nel Mediterraneo

(pubblicato su RESET di Novembre in Progetto “Kyoto of the cities”(di Massimo Preziuso*))

In questo contributo si vuole evidenziare l’emergere, dalle ceneri della crisi finanziaria che sta colpendo i mercati e le economie di tutto il mondo, di un enorme potenziale di sviluppo sostenibile nell’area del Mediterraneo, derivante dall’incontro dei mondi delle Clean technologies e della Finanza islamica.

In pochi mesi, le clean technologies e sviluppo sostenibile del pianeta sono diventati i protagonisti del dibattito quotidiano nel mondo dei media, della politica, dell’economia e nella società.

Solo a dicembre scorso, anche io scrissi per Astrid un piccolo contributo dal titolo “il futuro della finanza nelle clean technologies” dove sostenevo che, in un mondo scottato dalla finanza derivata, gli investitori avrebbero guardato sempre più ai real assets, in particolare alle Clean technologies, per trovare riparo dalla “tempesta perfetta” che si stava per abbattere su di essi.

Solo qualche mese più tardi, tutto questo sta avvenendo, ed in maniera sostenuta: infatti, sebbene gli ambiziosi ma necessari risultati previsti dal protocollo di Kyoto (il trattato internazionale sul cambiamento climatico, che ha dato luogo alla fissazione di “limiti di emissione nocive” alla maggior parte dei paesi industrializzati) siano ancora lontani, ci sono tutti gli elementi per essere fiduciosi ed aspettarsi una ulteriore crescita di attenzione, di investitori e non, verso il tema della sostenibilità ambientale.

In questo senso, la recente sfida di lungo periodo lanciata solo qualche settimana fa al G8 di Hokkaido (riduzione del 50% di emissioni nel 2050), sebbene a molti possa sembrare soltanto “un enunciato di parole”, rappresenta un ulteriore e decisivo segnale su quale direzione il mondo abbia ormai preso: quella dello sviluppo sostenibile dell’economia e della società.

Oggi, le clean technologies (tecnologie di produzione energetica a zero emissioni) continuano ad attrarre ingenti capitali (di investitori istituzionali e non), a motivare importanti politiche pubbliche in tutto il mondo, a dar vita ad importanti iniziative di business e di ricerca, e a rendere sempre più consapevoli i cittadini dell’importanza da dare alle scelte di consumo e agli stili di vita personali.
Due esempi numerici per tutti:

– tra il 2005 e il 2007 la piattaforma finanziaria dell’ETS (Emission Trading Scheme), il principale mercato di scambio di certificati di emissione ha quadruplicato i propri volumi, passando dai 15 ai 64 miliardi di dollari annui ed avviandosi a divenire una piattaforma globale, con l’ingresso secondo molti ormai vicino (2009) dei grandi colossi economici Stati Uniti e Cina.

– Esistono ormai più di 60 carbon funds, con capitalizzazione sopra i 10 miliardi di dollari, che hanno dato vita ad importanti investimenti in progetti CDM (Clean Development Mechanism, il meccanismo project based nato a Kyoto) operanti nei paesi in via di sviluppo, dando l’inizio ad un trend crescente sull’Africa (oggi 5% del totale).

Ma se è vero che le clean techs rappresentano sempre più il cuore di un nuovo paradigma economico e culturale mondiale, da qualche tempo si affianca loro un’altra novità interessante e di lunga prospettiva: lo sviluppo della Finanza Islamica.

Negli ultimi due anni, infatti, in parallelo alla crisi scoppiata con i subprime, e continuata con la crescita dei prezzi del petrolio e delle materie prime, proprio la finanza islamica ha acceso i motori a ha preso il largo.

Ma cos’è la finanza islamica e perché sta crescendo così tanto, in un panorama finanziario da tempo e da tutti definito grigio?

Fondamentalmente la finanza islamica è basata su alcune interpretazioni di alcuni versetti del Corano – il “glorioso” libro dell’Islam, e i suoi due pilastri centrali consistono nell’impossibilità di ottenere interessi sui prestiti (ribà) e nell’obbligo di effettuare investimenti socialmente responsabili. La finanza islamica, quindi, si fonda sul concetto dell’assed based financing, ovvero sull’idea che una istituzione finanziaria possa agire solo nel finanziamento di attività produttive – reali attraverso una propria partecipazione diretta nell’investimento.

Proprio per queste sue caratteristiche peculiari, in questi ultimi due anni, mentre i mercati venivano fortemente colpiti dall’attuale crisi globale, un enorme spostamento di capitali si è diretto verso la finanza islamica: il settore è cresciuto, infatti, ad un ritmo del 20% annuo e molti analisti prevedono il giro di affari di questa tipologia di investimento sarà di circa 2 trilioni di dollari per il 2010.

Da un lato tale crescita si spiega con la crescita della ricchezza dei paesi arabi legata al prezzo del petrolio, dall’altro dalla richiesta degli investitori (istituzionali e non) di investimenti più sicuri e meno rischiosi, nel “viaggio verso la semplicità” di cui si è parlato nei media i mesi scorsi.

Alcuni analisti ed economisti sono arrivati a dire che una finanza mondiale incentrata sul modello islamico oggi non avrebbe vissuto il trauma derivante dai subprime, per la semplice ragione che “le varie strutture finanziarie montate su tali mutui non sarebbero potute esistere in quel mondo (finanza islamica)”, e quest’ultima è una verità dura da contestare.

Di contro, la finanza islamica vive oggi nella difficoltà di staccarsi dalla diffusa consuetudine, presente nelle società occidentali, di essere considerata “attività” vicina al mondo del terrorismo internazionale, sebbene la maggior parte dei colossi dell’investment banking abbiano avviato linea di attività dedicate a tale tipologia di investimenti.

Andando a concludere: il punto centrale che questo piccolo contributo vuole sottolineare è che i fenomeni “Finanza Islamica” e “Clean Techs” si stanno sviluppando insieme, perché mossi dagli stessi drivers e diretti verso un futuro collegato e correlato – la sostenibilità ambientale.

Infatti, essendo le clean techs fondamentalmente legate ad assets reali, esse diverranno sempre più il target di attrazione per la finanza islamica dei prossimi anni, a maggior ragione quando i paesi arabi dovranno guardarsi intorno per trovare il sostituto del “petrolio” – asset / risorsa che andrà ad esaurirsi presto – e trovare un nuovo sentiero di crescita sostenibile per le proprie economie e società.
I primi passi di questo avvicinamento sono stati già fatti:

– il governo di Abu Dhabi ha avviato il più grande fondo clean tech al mondo, investendo in tutto il mondo per raggiungere importanti obiettivi di crescita sostenibile per tutto il mondo arabo.
– I paesi islamici del mediterraneo iniziano a definire degli obiettivi importanti di crescita
Sostenibile basata sulle politiche ambientali

– Il Mediterraneo vive un momento di rinascimento economico e culturale, ed è già sede di importanti investimenti provenienti da tutto il mondo: è di questi giorni la notizia di un progetto (50 miliardi di Euro), sviluppato presso la Commissione Europea, per la costruzione di una immensa rete di pannelli solari (di dimensione paragonabile alla superficie del Galles) che potrebbe produrre tutta l’elettricità richiesta dal continente europeo.

E’ il mediterraneo, infatti, il luogo in cui far frutto dell’avvicinamento tra clean techs e finanza islamica sopra descritto, ed è l’Europa la naturale candidata a condurre questo percorso, essendo per storia e cultura, il baricentro naturale tra mondo arabo, mediterraneo e occidentale.

I primi fatti stanno avvenendo: infatti, con l’avvio dell’Unione Mediterranea (UM), “avvenuto” il 13 e 14 luglio a Parigi, l’Europa ha da subito la possibilità di unire i quattro concetti chiave – Europa, Mediterraneo, Energia e Finanza Islamica – sotto un unico cappello, UM appunto.

UM nasce infatti proprio con l’idea che l’ambiente possa essere il volano per lo – sviluppo sostenibile delle due sponde del mediterraneo – luogo ideale in cui cominciare a sviluppare quella complessa e necessaria transizione verso quello che io chiamo “Clean Economy and Society”.

Ci sono tutte le premesse – politiche, economiche, sociali e demografiche – per permettere che questo accada: bisogna però darsi tutti da fare, perché vi sono pochi anni per intercettare il “futuro”.

Massimo Preziuso – Innovatori Europei

www.innovatorieuropei.com

*Profilo

Laureato in Ingegneria Gestionale nel 2003 presso Federico II a Napoli, si è specializzato su Innovazione e Tlc presso Telecom Italia (Talent Academy), E Business e Management presso il Politecnico di Torino (2004), Finanza Pubblica e Valutazione di Investimenti Pubblici presso l’Università La Sapienza (2005). Si è poi iscritto (2005) al Dottorato di Ricerca in Finanza di Progetto presso Luiss Guido Carli, svolgendo una Tesi sul tema della “Evoluzione della finanza verso l’ambiente e la sostenibilità”, passando periodi di ricerca presso Peking University (2007), dove ha frequentato una Summer School sul tema Globalizzazione e Climate Change, e London School Economics (2007/08), in qualità di Visiting Researcher. Ha lavorato presso Telecom Italia (2003-04), Consip spa (Ministero Tesoro, 2004-06) e dal 2007 si occupa di investimenti nei settori delle Energie alternative e delle Risorse Naturali. Dal 2006 è fondatore e presidente di Innovatori Europei e dal 2008 direttore del Centro Studi di ISME (Istituto di studi economici e finanziari per lo sviluppo del Mediterraneo).

E’ IL TEMPO DELLE SCELTE

LA CULTURA DEL NOSTRO PIANETA E’ IN PERICOLO. E’ il tempo delle scelte

(pubblicato su RESET di Novembre all’interno di Progetto “Kyoto of the cities” (di Gabriele Mariani) *)

La nostra cultura ha conosciuto e conosce ancora momenti splendidi, là dove l’uomo viva senza traumi il suo rapporto con la natura. Questo pare si possa intendere anche dal racconto della Bibbia, ove il peccato non arrivi a rompere gli equilibri.

Ma questa età felice può non finire, se l’uomo saprà amare le proprie origini.

La natura soddisfa tutte le nostre esigenze, e vivendo in simbiosi con essa e godendone i frutti ci fa crescere. Ce ne accorgiamo quando la natura ci manca. Ed è bello apprendere ancor oggi dai libri di protagonisti del secolo appena trascorso, quale Rigoni Stern (che amo ricordare), come l’uomo che viva la natura ne alimenti anche la propria cultura.

Intendendo per cultura non tutto quanto faccia (o dia l’illusione di fare) dell’uomo un essere potente e superiore agli altri esseri viventi, ma la sapienza che deriva dalla conoscenza del proprio ambiente vitale e dal modo di gestirlo, preservandone la ricchezza. Perché mentre imparava a gestire il rapporto con elementi vitali quali la terra, l’acqua e il fuoco, l’uomo è cresciuto dallo stato semplicemente esistenziale a quello di essere razionale, in grado di stabilire e di scegliere da sé come operare per il meglio.

Così è stato sino a quando non capitò che l’uomo si sentisse minacciato dalla natura. Perché ovviamente il rapporto con la natura non è stato sempre idilliaco, e l’avvicendarsi delle stagioni e i fenomeni che nei secoli hanno modificato l’ambiente hanno sviluppato negli uomini dei meccanismi di difesa, che nel tempo talvolta purtroppo sono diventati aggressivi. L’uomo ha cercato di modificare la natura a proprio vantaggio, com’era ovvio e ragionevole, ma spesso dimenticando le regole e i limiti che la natura stessa ci insegna.

Ne è nato un conflitto, e dove la natura ha avuto il sopravvento sono rimasti solo i resti.

Perché paradossalmente, l’uomo per fare ordine crea il disordine. Il consumo dell’energia, che secondo le leggi della fisica può produrre un lavoro più o meno utile, è cresciuto a dismisura senza regole e senza freni, sino allo spreco, creando in molti casi danni non rimediabili nel breve arco dei tempi che l’umanità sa gestire.

Oggi la nostra cultura e i nostri costumi, troppo dipendenti dall’uso dell’energia, sono in pericolo. E’ tempo di rimetterli in discussione, e non solo per noi stessi, ma guardando anche a quello che ci circonda.

Infatti il colonialismo politico ed economico delle nazioni più avanzate che, per iniziativa propria o per una felice posizione geografica, hanno imboccato per prime la via dello sviluppo, monopolizzando per decenni i consumi dell’ energia e appropriandosi delle fonti, dovrà fare i conti con i mercati che loro stessi hanno sviluppato, e con i popoli che, per la crescita demografica e il migliorato stile di vita, incrementano esponenzialmente i propri consumi.

E la tentazione è più forte per chi ha avuto di meno….

E ciò in relazione al risveglio politico e sociale in quei paesi che per decenni sono stati relegati ai margini, accontentandosi di vivere di luce riflessa dai paesi ricchi.

Chi ha meno certezze ha anche più coraggio, o la forza della disperazione, ed è più disposto a rischiare. Le promesse dei paesi ricchi non hanno più credibilità e solo dove si fa qualcosa assieme si ottiene credito.

Ma nonostante la prospettiva di un inizio di esaurimento delle fonti energetiche più sfruttate, di natura fossile, i paesi ad elevato sviluppo economico, dove la crisi energetica è comunque già in atto, egoisticamente non sono disposti a sacrificare il proprio benessere. I paesi in via di sviluppo a loro volta incrementano un uso irrazionale delle stesse fonti di energia manipolandole nel modo più pratico e veloce. La mancanza di mezzi e di una seria cooperazione da parte dei paesi ricchi non li incoraggia all’impiego di tecnologie più avanzate, sia dal punto di vista ecologico che dell’efficienza. E così succede che, “nel fai da te”, chi ha sete di sviluppo e possiede una risorsa ne faccia un uso incontrollato ed anche “improprio”, diventando una minaccia anche per coloro che sinora li hanno sopravanzati .Intendendosi per “improprio” l’attitudine allo sfruttamento delle risorse su basi poco scientifiche e poco ecologiche. Come avviene in paesi quali la Cina, dove si allagano intere Regioni per fare energia idraulica e si inquina a dismisura l’atmosfera con l’uso del carbone senza trattare le emissioni e gli scarti..

Oggi per uso improprio è da intendersi principalmente quello su vasta scala di idrocarburi quali petrolio e derivati, gas e carbone senza limiti alle emissioni: le maggiori cause di una produzione enorme di gas tossici e di CO2 che la natura non riesce più a riciclare e che determinano il riscaldamento e le modifiche, talora devastanti, del clima del nostro pianeta .

Il cosiddetto “effetto serra”.

L’incremento dei consumi di combustibili di origine fossile per la produzione di energia elettrica è stato talmente rapido ed imponente da causarne la crescita spaventosa e non prevista dei prezzi, senza con questo che se ne riducano significativamente i consumi.

E paradossalmente l’uso dei cereali per produrre carburanti sintetici da sostituire agli idrocarburi rischia di contrastare la lotta alla fame nel mondo.

Per la prima metà di questo secolo gli indici di previsione degli incrementi globali dei consumi energetici nel mondo , e contemporaneamente le aspettative di riduzione attraverso l’educazione al risparmio, sono valori in continua evoluzione, anche a causa della crisi economica e politica. Pertanto è meglio riferirsi solo ai dati di tendenza, orientati comunque verso un netto incremento dei consumi, con una varia distribuzione sul pianeta.

Come fonte dei dati possiamo riferirci all’IEA (Int. Energy Agency) e al suo outlook annuale.
In effetti in Occidente, auspicando che si possano assumere comportamenti più virtuosi, o volontariamente o come effetto della crisi, i dati dei consumi potrebbero mantenersi più stabili, mentre in Oriente si é imboccata decisamente la strada della crescita, con incrementi medi del PIL di dieci punti annui. In Cina e in India in particolare, incoraggiati dalla necessità dell’Occidente di sviluppare nuovi mercati e di assumere manodopera a basso costo.

Così ogni anno in Oriente si incrementano gli impianti di produzione di energia elettrica di circa 200 gigawatt, un valore circa doppio di quello degli impianti operanti attualmente in Italia .

Pertanto ogni comportamento virtuoso dell’Occidente non basta a contrastare la crescita globale dei consumi e delle conseguenti emissioni. E ciò nonostante che per circa due terzi la produzione di energia elettrica sia ancora concentrata in Occidente.

E’ difficile parlare di risparmio a chi é ancora in gran parte sotto la soglia di povertà.

Quindi le prime esigenze sono quelle di promuovere l’educazione al risparmio energetico e contemporaneamente lo sviluppo su vasta scala di nuove risorse energetiche non inquinanti, alternative alle risorse fossili.

L’educazione al risparmio energetico diventa un fatto di costume, da sviluppare per noi e da insegnare ai nostri figli come rispetto della natura e di coloro che vivono situazioni precarie.
Ora il vero problema è che non esiste “sviluppo sostenibile” se la migliore educazione al risparmio si limita alla installazione di lampadine di basso consumo e a distribuire meglio i propri consumi nella giornata, per evitare i picchi.

 Occorre investire nell’acquisto e nell’ammodernamento delle macchine e dei sistemi che migliorano il nostro stile di vita ma che hanno consumi elevati, e cogliere così due obiettivi: riduzione dei consumi e rilancio dell’economia.

I Governi del mondo attraverso il cosiddetto protocollo di Kyoto hanno avviato una azione di natura politica tendente a educare i popoli, anche attraverso sanzioni, a ridurre e/o a modificare le emissioni e le relative cause. Ma i primi a non rispettare gli obiettivi sono state nazioni come Stati Uniti e Russia, fra i maggiori consumatori (anche se produttori) di energia. Ed ora anche Cina ed India, in pieno sviluppo, reclamano per sé meno vincoli.

E’ difficile convincere i popoli dei paesi in via di sviluppo, se la logica è che hai meno diritto ad inquinare perché hai un’economia più arretrata.

Anche il commercio di questi diritti (l’ Emission Trading System) non può essere l’obiettivo principale dell’azione intrapresa per coinvolgere tutti i popoli della terra..

Le riduzioni auspicate del 20% delle emissioni al 2020 (rispetto al 1990) rimarranno una mera aspettativa fintantoché la dipendenza dai combustibili fossili non verrà ridotta drasticamente.
Sia per la trazione che per la produzione di energia elettrica.

La possibilità di catturare la CO2 e reiniettarla nel sottosuolo è una soluzione, e si sta studiando, ma, sia dal punto di vista tecnico che economico, non trova per ora larga applicazione. Forse potrebbe essere imposta se i costi dei combustibili tornassero ai livelli di dieci anni fa.

Oggi nel mondo oltre due terzi dell’ energia elettrica è prodotta ancora da combustibili fossili.
La sostituzione su scala industriale dei combustibili fossili con risorse energetiche rinnovabili (specchi solari, eolico, fotovoltaico, biomasse etc..) comporta due generi di difficoltà: i costi e la scala degli impianti. E’ noto che occorrono alcune centinaia di ettari di terreno per produrre poche decina di megawatt, là dove una centrale tradizionale produce 1000/1500 megawatt. L’impiego di tali risorse su vasta scala richiede situazioni culturali e geografiche particolari, quali la gestione diretta, su scala domestica e/o di piccole comunità, di impianti locali, con esigenze più limitate e non continuative di consumo. Inoltre il costo del kilowattora prodotto è in generale più elevato.
L’Italia incentiva l’installazione di pannelli fotovoltaici, nonostante che il costo del Kilowattora prodotto sia dell’ordine di cinque/dieci volte superiore al costo del prodotto tradizionale. Questo è un bene comunque perché incentivando l’applicazione di una tecnologia promettente se ne favorisce lo sviluppo dell’efficienza e la conseguente riduzione dei costi.

La Smart Grid, ovvero la rete intelligente, é il sogno di stabilire un rapporto di scambio diretto fra tutti i produttori e i consumatori, con una rete simile a Internet, che possa eliminare il vincolo delle politiche delle grandi compagnie e dei governi che gestiscono le risorse.

Le difficoltà derivano dal fatto che nella rete elettrica non è come su WEB, dove può andarci di tutto. Una rete elettrica per operare deve essere monitorata e controllata da un sistema centrale.

La nostra nazione, che impegna attualmente una quantità di energia prodotta pari a circa 100 gigawatt, è dipendente per circa il 15% dei consumi dall’estero, in particolare dagli impianti ad energia nucleare che la Francia e la Svizzera hanno costruito ai nostri confini.

Per far fronte autonomamente ai nostri consumi noi abbiamo la necessità di programmare la costruzione entro il 2020 di almeno dieci centrali da 1500/2000 megawatt, a meno di non voler continuare a comprare energia facendo finta di non conoscerne la provenienza.

Solo l’energia nucleare può dare il contemporaneo vantaggio di un’alta concentrazione di produzione di energia e assenza di emissioni di CO2 e di altri gas.

E’ forse il tempo di rinnovare le scelte che in modo non molto razionale e consapevole abbiamo fatto in occasione del referendum nell’87.

Se vogliamo essere sinceri le scelte le hanno già fatte gli altri per noi, ce lo dimostra anche Chicco Testa nel suo recente libro: Tornare al nucleare ?

Non possiamo più dire di no al nucleare di ultima generazione, già sperimentato e collaudato in oltre 400 impianti nel mondo, senza con questo trascurare lo sviluppo delle risorse alternative che daranno in un futuro prossimo un contributo essenziale, in mancanza di altre risorse.

Nulla che l’uomo ha scoperto o ha inventato è in sé un bene o un male, dipende dall’uso che l’uomo ne fa. Lo sfruttamento per fini pacifici della grande potenza concentrata nell’atomo é un dono di Dio, se contribuisce a elevare lo stile di vita e allontana la tentazione di usi aggressivi.

Il problema è convincersi che si può convivere con un rischio calcolato. Che dopo il disastro di Cernobyl, dovuto a un grossolano errore dell’uomo, l’energia nucleare per scopi pacifici ha causato di fatto molte meno vittime di altre attività industriali e/o di attività normali della nostra vita di ogni giorno, verso le quali non abbiamo questo rifiuto. E questo perché l’industria nucleare ha molti più controlli ed é in continua evoluzione, sia dal punto di vista delle tecnologie che della sicurezza e dei sistemi di trattamento delle scorie.

La terra nella sua evoluzione, a partire dal primo Big Bang, ha sviluppato sempre migliori condizioni di vita, almeno sul lungo periodo. Può esserci una spiegazione religiosa, oppure è solo perché nella natura c’è uno” slancio vitale”, che non si esaurisce . James Lovelock, ambientalista, noto quale inventore della teoria di Gaia, considera la terra un organismo vivente alla ricerca continua di equilibrio,coadiuvata dalla specie umana come parte attiva e interagente, e ha dichiarato che considera l’energia nucleare una risorsa irrinunciabile per affrontare i cambiamenti climatici.

*profilo

Laureato in ing.meccanica al Politecnico di Milano nel 1969, ha lavorato come progettista tre anni alla F.Tosi di Legnano.Assunto nel ’73 alla Snamprogetti( ENI) ha ricoperto vari ruoli e varie responsabilità sino al 2006.Dall’Ufficio Macchine é passato alla Divisione Infrastrutture dove é stato Resonsabile delle Tecnologie ,del Marketing e infine Direttore della Divisione sino al 1988.Direttore commerciale della Snamprogettisud sino al1992.In seguito Presidente del Consorzio Alta Velocità Cepavdue e Direttore Realizzazione Progetti.

News da Twitter
News da Facebook