Politica
Roma, 20 Maggio 2014. Dibattito con candidati: Verso la Smart Nation, la Regione Lazio nella nuova competizione europea
Il progetto di Innovatori Europei dal titolo “Verso la Smart Nation” ambisce a disegnare una nuova governance dello sviluppo delle città e delle regioni, inquadrata in un contesto Paese rinnovato, attraverso la costituzione e valorizzazione di reti territoriali che siano volani per nuovi percorsi di produzione e internazionalizzazione. Perchè importare petrolio e metano invece di aumentare la produzione interna?

“Il principio di precauzione ha la precedenza su tutto. La risposta ai rischi industriali non è tuttavia l’impedimento a fare, ma la capacità di governarli.”
Quel mare di petrolio che giace sotto l’Italia
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 18 maggio 2014
Come i governi precedenti anche l’attuale governo non sa dove trovare i soldi per fare fronte ai suoi molteplici impegni. Eppure una parte modesta ma non trascurabile di questi soldi la può semplicemente trovare scavando – non scherzo – sotto terra. Ci troviamo infatti in una situazione curiosa, per non dire paradossale, che vede il nostro Paese al primo posto per riserve di petrolio in Europa, esclusi i grandi produttori del Mare del Nord (Norvegia e UK). Nel gas ci attestiamo in quarta posizione per riserve e solo in sesta per produzione. Abbiamo quindi risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle. In poche parole: vogliamo continuare a farci del male.
Nonostante l’attività di esplorazione delle nuove riserve sia ormai bloccata da un decennio, con un numero di metri perforati inferiori a un decimo di quelli del dopoguerra, l’Italia potrebbe – sulla base dei progetti già individuati – almeno raddoppiare la sua produzione di idrocarburi (petrolio e metano) a circa 22 milioni di tonnellate equivalenti petrolio entro il 2020.
Solo con questo significherebbe alleggerire la nostra bilancia dei pagamenti di circa 5 miliardi di euro ed aumentare le entrate fiscali dello Stato di 2,5 miliardi ogni anno. Si attiverebbero inoltre investimenti per oltre 15 miliardi, dando lavoro alle decine di nostre imprese che operano in ogni angolo del mondo ma sono impossibilitate a farlo nel loro paese.
Parlo naturalmente di produzione potenziale perché, per mille ragioni, petrolio e metano restano dove sono.
Mi rendo evidentemente conto che tra le mille ragioni ve ne sono parecchie che debbono essere prese seriamente in considerazione perché la sicurezza e la protezione dell’ambiente sono per tutti una priorità. Il principio di precauzione ha la precedenza su tutto. La risposta ai rischi industriali non è tuttavia l’impedimento a fare, ma la capacità di governarli. Il nostro Paese ha conoscenze, tecnologia, esperienza per riuscirvi ed ha una delle più severe legislazioni a tutela dell’ambiente e della sicurezza dei territori.
Nel nostro caso ci troviamo invece di fronte a situazioni incomprensibili perché il principio di precauzione viene usato in modo da proibire qualsiasi utilizzazione delle risorse del sottosuolo e viene adottato per difendere l’idea che ciascuno abbia il diritto di veto nei confronti di qualsiasi iniziativa.
Questo comportamento impedisce in primo luogo la possibilità di ricavare un ulteriore quantità di energia dai giacimenti di terraferma della Basilicata e delle regioni limitrofe.
L’esempio più clamoroso riguarda tuttavia i giacimenti in mare.
Non intendo prendere in considerazione risorse energetiche che si trovano vicino alla costa e che potrebbero quindi provocare ipotetici danni agli equilibri geologici del territorio. Mi limito ai giacimenti in mare aperto, dove questo pericolo non sussiste. Il caso più clamoroso riguarda tutta la dorsale dell’Adriatico, così promettente da essere oggetto di un grandioso piano di sfruttamento da parte del governo croato, che ha recentemente chiamato a gara le grandi compagnie energetiche internazionali per sfruttare un giacimento che, come ha dichiarato il ministro degli esteri del paese a noi vicino, può fare della Croazia il “gigante energetico d’Europa“.
La gran parte di queste potenziali trivellazioni si trova lungo la linea di confine delle acque territoriali italiane, al di qua delle quali ogni attività di perforazione è bloccata. Si tratta di giacimenti che si estendono nelle acque territoriali di entrambi i paesi ma che, se non cambierà la nostra strategia, verranno sfruttati dalla sola Croazia.
Visto che il bicchiere è uno solo non vedo perché, come è stato ironicamente scritto, la bibita debba esse succhiata da una sola parte.
Gli esperti sono concordi nel dire che non vi è nessun rischio ma, in ogni caso le conseguenze dell’estrazione del metano non possono essere diverse se essa viene fatta dagli italiani o dai croati. Se siamo convinti che vi siano pericoli, abbiamo l’obbligo di fare appello a un tribunale o a un arbitrato internazionale. Se questo non è il caso non vedo perché non dovremmo affrettarci a fare quello che stanno facendo i nostri vicini.
Identica è la situazione delle sostanziose risorse petrolifere molto probabilmente sepolte nel mare tra la Sicilia e Malta.
Come ho già sottolineato non si tratta di energia immediatamente disponibile perchè occorrono alcuni anni di lavoro per poterla utilizzare. Tuttavia gli investimenti comincerebbero subito, mentre i recenti eventi in Ucraina e in Libia dovrebbero spingerci ad aumentare la nostra futura sicurezza energetica, sia attraverso la produzione interna sia facilitando l’arrivo di gasdotti, oleodotti e la costruzione di impianti di gassificazione.
Abbiamo deciso di essere fuori dal nucleare, stiamo gettando una quantità di risorse non certo aumentabili nelle energie rinnovabili e siamo tuttavia lontani dalla sufficienza energetica. Cerchiamo perciò di utilizzare in fretta gli strumenti che abbiamo. L’Italia non è povera di petrolio e di metano, ma assurdamente, preferisce importarli piuttosto che aumentare la produzione interna. Nell’ultimo decennio abbiamo pagato all’estero 500 miliardi di euro per procurarci la necessaria energia. Un lusso che non possiamo più permetterci.
«Une association de locataires est plus démocratique que l’Europe»

Hégémonie de Berlin, manque de participation citoyenne, élargissement hasardeux : à la veille des élections, le linguiste italien Raffaele Simone dresse un portrait sans concession de l’Europe. Pour mieux la réformer.
Crise économique, institutionnelle, sociale… L’Union européenne semble plus que jamais dans l’impasse. Raffaele Simone, professeur de linguistique à l’université de Rome, analyse les causes de cet état dépressif. En 2010, il avait publié chez Gallimard le Monstre doux : l’Occident vire-t-il à droite ? (1) Cette analyse décapante sur le triomphe de l’idéologie de la consommation et du divertissement dénonce l’incapacité de la gauche à formuler un grand projet à la hauteur de son temps.
Comment définir la crise actuelle de l’Europe ?
Elle est avant tout due au fait que les citoyens européens ont commencé à percevoir l’existence de cette entité. Longtemps, l’Europe a seulement été une étiquette, elle n’avait pas vraiment de contenu. Aujourd’hui, la population ressent son existence et en distingue les défauts plus que les avantages. Pour le citoyen ordinaire, le seul intérêt de l’Europe, c’est la possibilité de circuler librement. Pour d’autres catégories de personnes, c’est de faire circuler le capital ou de créer des entreprises sans obstacles. Les défauts sont en revanche nombreux, à commencer par l’euro, qui a appauvri plus de la moitié des citoyens européens. Et une bureaucratie européenne quasiment céleste, extrêmement bien rémunérée, privilégiée et repliée sur elle-même. Quant à la démocratie, elle est très lacunaire. Une fois que les citoyens ont voté pour le Parlement de Strasbourg, ils n’ont plus aucun moyen d’intervenir. L’UE compte encore très peu au niveau international et elle subit l’hégémonie de Berlin. Elle constitue une grande succursale de l’Allemagne, surtout en Europe centrale, qui est un gigantesque marché allemand.
Sous la pression des mouvements populistes, la crise risque-t-elle d’être fatale à l’Europe ?
Nous sommes liés à la structure de l’Union européenne un peu comme le chien l’est à sa laisse. Trop de choses dépendent de l’UE : les financements des grands projets d’infrastructures, l’agriculture, la circulation des personnes et des biens, l’euro. Nous sommes dans une phase de transition où le risque le plus grand est celui des populismes.
Ces mouvements sont-ils nouveaux ou n’appliquent-ils que des vieilles recettes nourries à l’anti-européisme ?
L’élément novateur, c’est l’attention portée à la sphère numérique, aux nouvelles technologies. En revanche, en ce qui concerne les ingrédients, on peut observer des constantes : les mouvements populistes importants sont nés dans des pays qui, dans le passé, ont connu des formes de fascisme. Cela signifie que les mouvements populistes modernes ne sont que des formes allégées de fascisme. Il s’agit d’un avatar récent de l’éternel fascisme européen. Et c’est extrêmement périlleux. Leurs publics sont essentiellement des personnes qui s’informent peu et ne comprennent pas grand-chose. Ce qu’autrefois on appelait la plèbe. L’un des aspects typiques du populisme est de construire une figure de vilain. Il y a un méchant physique et un méchant institutionnel. Pour les fascistes, le méchant interne était les communistes, puis les juifs. Le méchant externe était l’Angleterre. Aujourd’hui, le vilain interne, c’est l’étranger et l’externe, c’est l’Europe. Le scénario est similaire.
Ces mouvements ont aussi un visage contemporain…
La seule particularité des nouveaux populismes, c’est qu’ils créent l’illusion de la démocratie directe à travers les nouvelles technologies. L’humoriste et militant Beppe Grillo entre totalement dans ce schéma. Il y a aussi des populismes de gauche à la Mélenchon. Mais le style de sa communication est un style fasciste. Sa conception des riches est typiquement dans cette veine. Les fascistes parlaient de ploutocratie. Si Mélenchon n’alimente pas le rejet de l’étranger, c’est parce qu’il faut qu’il exhibe quelques éléments de gauche. Le vrai basculement dans le sentiment qu’ont les opinions publiques vis-à-vis de l’UE est dû à l’émergence de ces mouvements populistes qui ont fait tellement de bruit que même les citoyens qui n’étaient au courant de rien s’en sont trouvés sensibilisés. Ce sont eux qui ont la vraie responsabilité du changement d’attitude envers l’UE.
N’est-ce pas la mondialisation qui met en difficulté les pays européens plutôt que l’Europe elle-même ?
De nombreuses multinationales sont européennes. On ne peut donc pas dire que nous sommes victimes du processus de mondialisation. Il est vrai que celle-ci a favorisé l’émergence de nouvelles puissances. Mais la crise est avant tout interne à la structure. Des aristocraties intouchables se sont créées dans la sphère européenne. Ce ne sera pas facile de mettre à la porte Barroso et Van Rompuy avec toute leur clique. On est face à une bureaucratie qui, en grande partie, autolégifère. Ajoutons le fait que l’Europe est composée de pays où l’on parle des langues différentes, ce qui favorise certaines hégémonies. La classe politique italienne, qui ne parle pas l’anglais, ne peut certainement pas être aux avant-postes des débats. Ce n’est pas un détail. Les gaffes linguistiques de Romano Prodi sont restées célèbres.
La langue serait un obstacle à l’unité ?
La présence européenne dans le monde est encore facilitée par la diffusion de ses langues, mais il n’y a pas de langue d’usage dans le périmètre de l’UE. Tout le monde connaît un peu d’anglais, mais sans vraiment le maîtriser. Le modèle de l’intercompréhension, élaboré par la linguiste française Claire Blanche-Benveniste, pourrait être une solution. Chacun parle dans sa propre langue et en comprend certaines autres sans nécessairement les parler. C’est un objectif réaliste, mais qui requiert une politique éducative au niveau européen.
N’y a-t-il pas un excès d’autoflagellation chez les Européens ?
L’autoflagellation est une maladie italienne. Peut-être est-ce aussi la maladie de l’Europe. La vérité, c’est que l’Europe est un vieux continent qui, de surcroît, a inventé la démocratie. La vieillesse signifie une histoire longue et donc la sensation que nous avons déjà vu le même film plusieurs fois. Il est inévitable qu’un Européen ait une vision des choses plus amère qu’un Nord-Américain. D’autre part, ayant inventé la démocratie, l’Europe souffre de tous les défauts de ce système. A un certain moment, les électeurs se sont rendu compte que leur quote-part de participation aux grandes décisions était trop faible. La démocratie représentative, avec ses multiples strates, ne satisfait plus personne. Si je presse sur le bouton, les effets sur la décision finale procèdent d’une série de décisions intermédiaires. C’est la négation de la démocratie. La structure européenne est typique de ce phénomène.
Sans l’Europe, presser sur le bouton n’aurait-il pas encore moins d’effets ?
Sans aucun doute. Je critique la structure mais, à la différence des populistes, je ne veux pas la détruire. Je souhaite l’améliorer. L’Europe représente un grand avantage mais avec quelques changements substantiels, ce serait encore mieux. A commencer par une plus grande démocratisation, par exemple avec l’introduction de référendums européens pour solliciter l’avis des citoyens sur les décisions importantes.
Construire l’Europe sur une base économique constitue-t-il un péché originel ?
Après la guerre, il était inévitable que l’Europe naisse sur un accord comme celui sur le charbon et l’acier. C’est quand elle est devenue une entité politique que les ennuis ont commencé, c’est-à-dire pratiquement lors des premières élections européennes [en 1979]. Ensuite, l’Europe s’est politisée à l’excès mais elle ne s’est pas démocratisée. Une association de locataires est beaucoup plus démocratique que l’Europe. Nous votons pour le Parlement mais ce n’est pas à ce niveau que se prennent les principales décisions. Certains choix qui engagent tout le continent ne sont pas soumis à la volonté des citoyens. Il faudrait aussi introduire quelques limites sur le nombre et le cumul des mandats, le passage d’une fonction à l’autre, etc. Mais comme nous sommes face à des organes qui autolégifèrent, je pense que ce sont des objectifs inatteignables.
Quelle est l’alternative ?
L’Europe est une entité historique indiscutable, malgré la diversité de langues et de traditions. Et que cela nous plaise ou non, c’est un continent où les valeurs sont en grande partie fixées par le christianisme. Naturellement, il existe plusieurs Europe. Mais comme Milan Kundera, je pense que l’Europe finit là où commence la sphère russe. Les récents événements en Ukraine le prouvent. La Turquie, qui a été l’ennemie millénaire de l’Occident, n’est pas non plus en Europe. Dans l’absolu, il faudrait pouvoir évaluer le degré d’européisme des pays de manière à éviter le syndrome d’immobilisme qui a frappé des organismes comme l’ONU, l’Unesco ou la FAO…
Cela pose la question de l’élargissement à l’Est de l’Europe. N’a-t-il pas été avant tout une réunification de l’Europe ?
En politique, il n’existe pas de devoir moral. En acceptant ces pays, on aurait dû prendre en compte les expériences politiques récentes et on aurait dû demander leur avis aux citoyens européens. Le cas hongrois est intéressant. La Hongrie a connu une longue phase communiste, mais aussi une expérience nazie terrifiante. Ces deux cordes vibrent encore dans ce pays. Même chose pour la Roumanie qui, avec la libre circulation, a laissé partir des groupes de population comme les Tziganes, qui posent problème dans les pays d’accueil. L’intégration de ces pays a été faite de manière superficielle et on en voit les conséquences. La Hongrie est en train de devenir la centrale de l’extrême droite européenne et elle révèle l’impuissance de l’UE à corriger des déformations. L’élargissement a été fait à la légère, sous la pression de l’Allemagne et de ses intérêts économiques. La gauche devrait avoir le courage de regarder la réalité en face.
L’Europe peut-elle être une réponse à la crise de la gauche ?
La première mesure de gauche que l’on pourrait prendre en Europe serait de fixer une politique fiscale commune. Mais je ne crois pas que cela se fera dans un avenir proche. La gauche pourrait tirer parti de l’Europe si seulement elle comprenait l’importance de cette entité. Mais quand on regarde ses candidatures aux européennes, c’est à pleurer. Si la gauche tenait à cette institution, elle présenterait aux élections les meilleurs cerveaux de chaque pays.
(1) Il prépare «Come le democrazie falliscono», sur la faillite des démocraties.
Dessin Yann Legendre
Grillo, Stalin e la Sinistra assente
di Norberto Gallo su Napolionline.org
Sul dilagare del voto a Grillo nel sud, oggi interviene Umberto Ranieri dal Corriere del Mezzogiorno. Ranieri prende spunto dall’ infelice paragone di Grillo con Stalin fatto da Martin Schulz, candidato del PSE alla presidenza della Commissione europea. La diagnosi è in fondo semplice: il voto a Grillo poggia sul mix tra uno Stato assente e partiti ridotti a domini personali.
di Umberto Ranieri da il Corriere del Mezzogiorno
Martin Schulz, candidato socialista alla presidenza della Commissione europea, poteva risparmiarsi di evocare l’ombra di Josif Vissarionovic Dzugasvili detto Stalin per parlare di Grillo, il senso della misura è il caso di non smarrirlo mai, soprattutto in campagna elettorale. Diciamo come stanno le cose. Grillo sembra in grado di raccogliere il sentimento di diffidenza verso l’Europa che ha raggiunto anche in Italia livelli preoccupanti. Su questo credo debba riflettere Schulz.
Cresce tra i cittadini di Europa lo scetticismo verso l’Unione sia per la difficile congiuntura economica sia per le debolezze e le ambiguità delle leadership nazionali e comunitarie nell’affrontarla. Il problema più drammatico che oggi ha di fronte l’Europa è la mancanza di fiducia, quella che era stata alla base della scommessa iniziale ma anche dei successivi passi e tentativi compiuti in oltre cinquant’anni di esistenza. Se non si danno risposte a tali questioni gli spazi per l’aggressiva iniziativa di Grillo si amplieranno.
Come sta accadendo in vista del voto del 25 maggio per il rinnovo del Parlamento europeo. Soprattutto nelle regioni meridionali l’affermazione del M5S si annuncia consistente. Perché? Il malessere nel Mezzogiorno è diffuso. Il Sud paga un prezzo enorme alla crisi. Le cifre del disagio sono note. Il voto a Grillo nel Sud (dove ancora due anni fa il M5S era poca cosa) è anche una reazione alla assoluta caduta di interesse verso i problemi in cui si dibattono le popolazioni meridionali. Da troppo tempo il tema del Mezzogiorno è stato posto sotto il tappeto perché troppo difficile e complesso.
Nel frattempo si è assistito a un progressivo scivolamento della solidarietà verso l’assistenzialismo invece che verso lo sviluppo generando effetti perversi. Ne sono derivati ostacoli allo sviluppo di attività di mercato e cattiva qualità di servizi offerti ai cittadini meridionali nonostante il loro costo sia in genere più elevato.
Lo stesso governo Renzi che sembra distinguersi per rapidità di decisione e determinazione stenta a rendersi conto che impegnarsi nel Mezzogiorno non è un segnale di cedimento a istanze particolaristiche o peggio assistenzialiste ma significa affrontare un nodo cruciale di tutto il Paese.
C’è un’altra questione nelle regioni meridionali che alimenta la opposizione grillina. Lo stato in cui versa la politica. Nel Sud l’indebolimento dei partiti come strumento di promozione di interessi collettivi e la loro trasformazione in una informe sommatoria di aggregazioni politico elettorali sempre più autonome e autoreferenziali ha prodotto seri danni.
La classe politica locale ha ostacolato le attività di mercato, non ha avuto interesse ad investire in beni e servizi collettivi i cui benefici in termini di acquisizione di consenso si manifestano in tempi medio lunghi.
Di qui la difficoltà a spendere e bene i fondi europei. Lo stesso Pd, l’unico partito che ancora un poco assomiglia ai grandi partiti del passato, nel Mezzogiorno non è stato in grado di produrre il mutamento necessario nel proprio modo di essere e di funzionare. Di avviare una vera e propria rifondazione. Di ripensare radicalmente la sua struttura intema e la sua mentalità, di avere processi decisionali più democratici e un migliore dibattito interno, di attrarre competenze che provengano dalle professioni liberali, dalla ricerca e dalla comunicazione.
Se non si muove speditamente in queste direzioni il dilagare del grillismo nel Sud sarà inevitabile Se ne renda conto anche Martin Schulz.
Misurare il rendimento e premiare il merito
di Francesco Grillo su Il Messaggero
Ha perfettamente ragione Romano Prodi quando – da queste colonne, una settimana fa –inizia il suo commento alla lettera con la quale Matteo Renzi e Marianna Madia spiegano la loro riforma alle amministrazioni pubbliche, ribadendo che “la burocrazia si cambia solo fissando gli obbiettivi”.
Verissimo. Perché se ci muovessimo su una sola delle gambe della riforma dell’amministrazione pubblica – la mobilità dei dirigenti – senza riuscire a usare anche l’altra – legare quella mobilità ai risultati conseguiti – rischieremmo di cadere dalla padella – nella quale l’Italia frigge da anni governata dalsolo potere dei burocrati di Stato, nella brace nella quale l’amministrazione può diventare uno strumento che la politica può usare a sua discrezione.Fissare gli obiettivi e misurarli è fondamentale per qualificare una spesa che vale la metà del PIL. Eppure nessuno da vent’anni vi è riuscito nonostante vi si siano applicati alcuni dei migliori ministri, da Bassanini a Cassese, della storia recente della Repubblica: capire cosa abbiamo sbagliato finora nel fissare gli obiettivi è il grimaldello decisivo per cambiare la PA, salvarla dalla sua inerzia, liberare le energie di cui il Paese ha disperato bisogno.
È la semplice consultazione del sito della Presidenza del Consiglio a dare indicazioni utili per chi volesse seriamente vincere la battaglia contro la burocrazia. Su sessantasette dirigenti di prima fascia dell’amministrazione che supporta il capo del Governo nel suo tentativo di rivoluzionare le amministrazioni introducendo una logica di remunerazioni legate al risultato, cinquantasette percepiscono lo stesso, identico premio di risultato (26.000 euro) e la differenza tra i due dirigenti che hanno conseguito l’incentivo maggiore (31.000 euro) e quelli che sembrerebbero aver fatto peggio (23.000) è pari ad un ridicolo 3% della retribuzione complessiva. È evidente che se un premio di risultato che per definizione è variabile diventa uguale per tutti, esso sfida la sua stessa natura e legittimità giuridica, come hanno scoperto, in un contesto assai diverso, i dipendenti del Comune di Roma che sull’aspettativa di un salario “accessorio” stanno costruendo uno sciopero generale.Ma quando ciò avviene alla Presidenza del Consiglio abbiamo la dimostrazione definitiva che il tentativo di introdurre la logica delle carriere legate al risultato è finora fallita, non essendo cominciata neppure negli uffici che dovrebbero far partire, sostenere e governare il cambiamento.
La situazione è persino peggiore se si considerano gli altri centosessanta dirigenti (di seconda fascia) della stessa Presidenza del Consigliopercepiscono tutti la stessa, identicaremunerazione (poco meno di 90.000 euro). Più ancora che la questione dei tetti e del valore assoluto, emerge la questione della variabilità delle remunerazioni, dell’assoluta invarianza delle carriere rispetto alla qualità dei servizi forniti a chi quei servizi li paga con le tasse. Il pubblico impiego assomiglia ad una foresta pietrificata, inchiodata a criteri egualitari che neppure in un Paese del socialismo reale sarebbero risultati accettabili rispetto all’esigenza di un qualsiasi Stato di assicurarsi la sopravvivenza.
La riforma dell’amministrazione pubblica dell’era Renzi parte praticamente da zero. Dopo vent’anni di convegni, progetti di “capacity building” (e non si capisce perché si debba utilizzare un termine in inglese, ogni qual volta c’è da vendere fumo); ma anche di leggi importanti e lo sforzo sincero, a volte persino eroico di chi – anche ad altissimi livelli – nel tentativo di riformare la burocrazia ci ha creduto sul serio.
Ma cosa allora ha sbagliato il riformismo degli anni novanta e duemila che ha tentato di sconfiggere l’inerzia assumendo la questione del “dar conto” dei risultati quale una delle battaglie campali?
L’errore è stato nell’eccessivo tecnicismo con il quale un’intera generazione di governi e professori di tutti i colori, ha cercato di affrontare la questione. Fissare gli obiettivi non è una cosa che un gruppo di consulenti possono fare da soli, chiusi in qualche stanza a produrre slides. È un’operazione politica, anzi di esercizio di democrazia evoluta. Che richiede un forte coinvolgimento dei cittadini e che nei cittadini, nella aspettativa diffusa, non organizzata, di una maggiore qualità dei servizi, trova l’energia politica per superare la resistenza delle lobbiesdel non cambiamento.
È necessario, allora, che gli obiettivi siano pochi, chiari, che parlino di risultati rilevanti per le persone e che le persone possano sentire, vedere, toccare, a volte, persino controllare.
È paradossale che dopo anni di riflessioni sofisticate non si sia riusciti a stabilire – come in qualsiasi Paese normale – che chi gestisce settori strategici per l’Italia come il turismo sia remunerato sulla base del numero di biglietti venduti dai musei; che chi in questo momento è responsabile di servizi tanto vitali come la formazione professionale ed il reinserimento di chi non ha lavoro, sia pagato in maniera proporzionale al numero di posti di lavoro creati. Non è accettabile che la distribuzione delle forze di polizia sul territorio non rifletta la geografia dei crimini sul territorio o che i dirigenti delle scuole non rispondano dei risultati faticosamente rilevati dagli esami INVALSI.
Turisti, posti di lavoro, sicurezza, competenze matematiche o linguistiche dei più giovani: la valutazione deve parlare il linguaggio della vita di tutti in maniera da dare al cambiamento l’energia della volontà di chi paga quei servizi. Devono essere a livello di singola organizzazione (articolando le amministrazioni pubbliche per area e sul territorio), riflettersi sulla carriera dei dirigenti di livello più alto e sulle risorse allocate a quella organizzazione, lasciando alla discrezione degli stessi dirigenti meccanismi di valutazione individuale o di gruppo più sofisticati.
La scusa è stata spesso quella che valutare è assai difficile, che sono molti i fattori non controllabili dagli amministratori che possono incidere sui risultati. È vero e lo è in particolar modo per alcune politiche pubbliche. Ma è assurdo che dopo anni di ragionamenti sofisticati non siamo riusciti a fare un solo passo avanti, persino tra coloro che come obiettivo avevano quello di cambiare e sono rimasti fermi. È indispensabile, se davvero vogliamo vincere la madre di tutte le battaglie di un Paese oppresso da se stesso, intraprendere con decisione una strada che sarà fatta anche di apprendimento e di aggiustamenti progressivi ma con la consapevolezza che un sistema che cerca davvero il merito può avere un futuro, mentre uno che vi rinuncia in partenza è già morto.
The Mediterranean is back
by Pasquale Salzano (published on Longitude, n.38)
Between calls for diversification of natural gas sources and new basins being developed in the Mediterranean and North Africa, a geopolitical axis shift is occurring.
Recent political turmoil in Ukraine is reviving the long-standing European debate on energy security and competitiveness. The European Union today relies on Russia for a significant proportion of its gas imports – around 24% in 2012 at some 160 billion cubic meters, half of it passing through Ukraine – with Central Eastern and South – east Europe almost entirely dependent on this supply. If the Old Continent wants to further diversify its energy sources in the short to medium term, the Mediterranean will become increasingly relevant along with other options, such as shale gas or LNG from the UnitedStates.
Cari precari, vi racconto dell’indennità di presenza
di Pasquale Russo (su Quel che è stato è Stato)
C’era una volta e ora non c’è più: l’indennità di presenza e anche la Fnle Cgil.
Innanzitutto ho necessità di parlare di preistoria, di dinosauri e mammuth. So che risveglierò amici e avversari e mi prenderò anche qualche parolaccia, ma la storia di ognuno è quella che è e non vale la pena né di nasconderla, né di negarla.
Per un po’ di anni ho fatto il sindacalista, iscritto al Pci dal 1978, quando fui assunto in Enel a Roma nel 1981, la Cgil di categoria la Fnle (Federazione Nazionale Lavoratori Energia) mi propose come candidato al Cuda (Consiglio Unitario Delegati Aziendali) ero giovane, ingegnere e facevo politica da quando avevo 14 anni con la (per me mitica) Avanguardia Operaia, avevo imparato in università a mettere in fila due parole che avessero un senso e potevo rafforzare la componente comunista del sindacato.
In pochi anni (7 o 8) divenni segretario comprensoriale del comparto elettrico Enel e in un momento di crisi profonda del sindacato in Acea, allora azienda pubblica comunale di Roma, mi inviarono a dirigere il gruppo dirigente sindacale di questa azienda.
La Fnle era costituita da tre settori principali: i lavoratori dell’Enel, dell’Acea e della Romana Gas. I poveri del comparto erano quelli del gas, i ricchi quelli dell’Acea.
La differenza di retribuzione tra un operaio del gas ed uno dell’Acea era abissale, molto più del doppio.
Oltre al fatto che in Acea la carriera era automatica, si faceva per anzianità, moltissime erano le indennità aziendali che si aggiungevano al contratto nazionale e che avevano portato il costo del personale ad esplodere, tra queste c’era la famosa in questi giorni, indennità di presenza.
Esatto, in Acea c’era l’indennità di presenza, cioè ogni giorno che si era presenti al lavoro si percepiva una indennità aggiuntiva del 9% della retribuzione lorda. Non era l’indennità più strana, si consideri che gli sportellisti percepivano la cosiddetta indennità di cravatta.
Ovviamente per noi di Enel e Gas era una cosa incomprensibile, come dire poiché sono assunto in Acea mi devi dare lo stipendio, se poi vuoi che vengo al lavoro mi devi premiare, naturalmente nessuno faceva niente finché…
Nel 1990 l’Acea fu commissariata a causa di una grossa crisi economica e l’allora Commissario mostrò a noi segretari lo stato dei conti: una catastrofe, i costi del personale totalmente fuori controllo, stato della rete pessimo, livelli di continuità del servizio da terzo mondo, ecc. ecc..
Così, a fronte di un piano di assunzioni, di rilancio e investimento sul rifacimento della rete elettrica per migliorare il servizio, accettammo che andassero ridimensionati i costi del personale, quindi modifica dei percorsi di carriera e blocco dell’indennità di presenza.
Nei fatti, i miliardi di lire risparmiati su queste indennità venivano spostati sul miglioramento del servizio ai cittadini.
Così firmai l’accordo, mi sembrava giusto che l’azienda diventasse un’azienda sana, con costi di personale negli standard di un azienda industriale, che il servizio al cittadino fosse il centro dell’iniziativa anche sindacale, che all’interno del comparto energetico ci fosse una perequazione tra le retribuzioni di lavoratori che in Enel o gas facevano lo stesso lavoro. Ora però l’accordo andava approvato dai lavoratori nelle assemblee, insomma dovevano far approvare ai lavoratori una riduzione del loro stipendio futuro.
Apriti cielo! Le posizioni più estreme le assunse l’allora comitato politico di via dei Volsci e naturalmente il consiglio dei delegati aziendali dell’Acea si mise di traverso.
L’Acea aveva 4500 lavoratori divisi per 58 luoghi di lavoro e così a me e ad un paio di altri segretari toccò la fatica solitaria di fare 58 assemblee, con una parte dei lavoratori contro, ma soprattutto i delegati Cgil aziendali contro.
Per fortuna i lavoratori furono più saggi dei loro rappresentanti e approvarono a maggioranza l’accordo sindacale e così l’Acea uscì dall’essere un ufficio decentrato del pubblico impiego e si avviò ad essere un’azienda industriale. In quello scontro storico furono rieletti anche i delegati aziendali e dei molti giovani che allora sostennero nelle assemblee la scelta della Cgil, oggi alcuni occupano posizioni importanti. Rinnovammo l’azienda e rinnovammo il sindacato.
Poi nel 1993 arrivò Chicco Testa come presidente e proseguì con lui l’opera di risanamento in un sano confronto dialettico. Naturalmente la storia ha dato ragione a me, l’Acea ha rifatto tutte le cabine e ha chiuso ad anello la rete elettrica.
Forse il 43% di giovani senza lavoro non capiscono e fa rabbia sapere che ci sono occupati che percepiscono una retribuzione aggiuntiva semplicemente perché si recano al lavoro e a questo i sindacati dovrebbero pensare.
Queste ingiustizie, trascurate per anni, hanno contribuito a fare dell’Italia il paese che ora è, terra di disuguaglianze abissali (le dieci persone più ricche percepiscono quanto 500 mila operai), terra dove il merito e il talento sono un problema, terra che aveva il suo futuro nell’industria manifatturiera e che ha visto progressivamente sparire le fabbriche e le aziende artigiane.
E la Cgil anch’essa è cambiata, allora stava con la perequazione e con l’industria. Ora?
Pasquale Russo
Martin Schulz supporta l’amico e vice Gianni Pittella: la coppia del presente e del futuro a Brussels
La coppia Schulz – Pittella sarà ancora più protagonista nella prossima legislatura europea.
Martin Schulz conclude il saluto di supporto dicendo che Gianni Pittella “si batte con me per discutere, più di quanto non sia stato fatto finora, sulle possibilità per il Sud Europa e per il Sud Italia di essere un ponte per la sponda opposta del Mediterraneo nel quadro dello sviluppo della cooperazione economica, culturale e ambientale”.
In questa frase, in sintesi, la visione politica degli Innovatori Europei.
Una risposta a Renzi e Madia sulla riforma della P.A.
Carissimi
Presidente Matteo Renzi e Ministro Marianna Madia,
ho accolto con piacere il vostro invito ed ecco le mie riflessioni su i punti di discussione da voi proposti.
Spero il mio contributo possa risultare di una qualche utilità.
Saluti
Ing. Aldo Perotti
Riporto di seguito tutti i 44 punti suggeriti. Mi sono ovviamente soffermato in particolare solo su alcuni.
Il cambiamento comincia dalle persone
1) abrogazione dell’istituto del trattenimento in servizio, sono oltre 10.000 posti in più per giovani nella p.a., a costo zero
Prima di procedere all’abrogazione di un istituto ci si deve domandare sempre le finalità che, inizialmente, hanno dato vita allo stesso, ovvero, a che serve o a che serviva il trattenimento in servizio?
Presupposto del trattenimento dovrebbe essere il principale interesse dell’Amministrazione di avvalersi della specifica esperienza e professionalità di una risorsa non immediatamente e/o facilmente sostituibile. Visto che il pensionamento è cosa temporalmente prevedibile l’Amministrazione in realtà avrebbe il tempo per sostituire la risorsa (affiancare, formare, ecc.) quindi il problema è quello della difficoltà di sostituire una risorsa (blocco turnover ma anche rigidità delle qualifiche e delle mansioni) che se viene a mancare non è rimpiazzabile con conseguente “crisi” di alcune funzioni. Aggiungiamo che il trattenimento in servizio può anche “far comodo” per questioni pensionistiche al dipendente che, oltre a guadagnare qualcosa in più della pensione, può incrementare il monte contributi e gli anni di servizio per incrementare l’assegno. Il vantaggio del dipendente e la possibilità per l’Amministrazione di “mettere una pezza” ad un problema renderebbe il trattenimento in servizio qualcosa di utile. In realtà l’uso distorto dello strumento, che si concreta nel trattenimento in servizio del dipendente solo ed esclusivamente nell’interesse di quest’ultimo, concesso dalla dirigenza probabilmente con leggerezza, costituisce un danno per l’Amministrazione. Probabilmente l’istituto non andrebbe abrogato, ma piuttosto diversamente regolamentato per evitarne l’uso distorto e garantire l’effettiva necessità del trattenimento in servizio del dipendente.
Proposta:
Il trattenimento in servizio di un dipendente può essere effettuato solo per un tempo limitato necessario a completare una attività di affiancamento/trasferimento di esperienze nei confronti di una o più risorse precedentemente individuate (almeno 6/12 mesi prima) della teorica cessazione dal servizio. L’Amministrazione sa che sta per perdere una risorsa importante. Per tempo deve organizzare il “passaggio” per garantire continuità. Se non lo fa o non è in grado di farlo il trattenimento in servizio è solo un costo per l’Amministrazione. Ovviamente l’Amministrazione deve essere messa in grado di individuare al suo interno risorse umane adatte a prendere il posto del dipendente in uscita.
2) modifica dell’istituto della mobilità volontaria e obbligatoria
Forme di mobilità volontaria ed obbligatoria già esistono nella P.A. Gli istituti del distacco e del comando hanno negli anni vissuto alterne vicende ed hanno funzionato spesso come “surrogati” di una vera e funzionale mobilità, ma sono anche strumenti suscettibili di un uso distorto. La “mobilità per esubero” credo non sia mai stata attuata perché per attuarla occorrerebbe quantificare degli esuberi, ma prima ancora definire le effettive necessità di personale, tutte operazioni queste molto complesse dove tutto è discutibile, organigrammi, funzioni, carichi di lavoro, ecc.
Ma cerchiamo di capire perché è difficile “spostare” gli impiegati pubblici. Prima di tutto bisogna chiarire che, tipo di lavoro a parte, cambiare luogo di lavoro è sempre qualcosa di poco piacevole e ha sempre dei costi. Viaggiare e/o spostarsi per motivi di lavoro è un parametro che pesa notevolmente nel trade-off lavorativo specialmente per i dipendenti pubblici che hanno stipendi mediamente molto bassi (escludendo ovviamente la dirigenza che ha stipendi molto alti). Un trasferimento che comporti costi aggiuntivi può incidere in maniera insostenibile su un impiegato, in concreto diventa una riduzione importante di stipendio. Ovviamente tutti ambiscono a soluzioni che gli permettano di comprimere i costi ed i tempi alla ricerca di una migliore qualità della vita. Lavorare vicino o lontano da casa per un impiegato pubblico fa la differenza. A complicare ulteriormente le cose ci sono poi le differenze stipendiali (a parità di funzione e mansione), ma anche altri piccoli vantaggi, benefit di vari natura (agevolazioni di orario, incarichi, indennità, ecc.), esistenti fra Amministrazioni per cui certi luoghi sono particolarmente ambiti ed altri molto meno. Ovviamente nei posti migliori è difficilissimo essere trasferiti, comandati, distaccati, non essendoci mai carenze di organico e non essendoci mai nessuno disposto a lasciare una posizione di vantaggio. Allo stesso tempo dai posti peggiori tutti vorrebbero andar via e di conseguenza la dirigenza è costretta a bloccare qualsiasi tentativo di allontanamento respingendo qualsiasi richiesta che è in grado, legittimamente, di respingere. In estrema sintesi qualsiasi spostamento che abbia per l’impiegato un qualsiasi trade-off positivo (economia di tempo, maggiore stipendio, benefits, ecc.) è ovviamente ambito. I trade-off negativi non possono che essere singolarmente, collettivamente e sindacalmente osteggiati. Va da se che se qualcuno deve vedere peggiorata la sua condizione lavorativa (e questo deve poter succedere) la cosa deve essere motivata, anzi direi di più, malmeritata.
Proposte:
Contratto pubblico unico. Differenziazione stipendiale solo se motivata e ragionata. In tutta la P.A. allargata (Regioni e società pubbliche incluse) a pari lavoro dovrebbe, fondamentalmente, corrispondere pari stipendio. Quindi, ferma la paga unica nazionale, mobilità volontaria libera, a semplice domanda, ovunque sia richiesto del personale. Le differenze stipendiali dovrebbero essere meritate, conquistate, sul campo, lavorando. Devono essere ricostruiti dei percorsi di carriera che tengano conto del lavoro svolto e dell’impegno profuso evitando metodi di selezione strettamente nozionistici che come è noto non funzionano, promuovono solo chi ha tempo e modo di studiare/memorizzare (da cui il detto: o lavori o fai carriera).Vanno abolite le rendite “di posizione” che creano immotivate differenze da luogo a luogo, da Amministrazione ad Amministrazione. In tutto lo Stato ad un certo lavoro deve corrispondere un determinato stipendio base. Va lasciata alla dirigenza la responsabilità di: premiare, incentivare, penalizzare attraverso qualsiasi strumento legittimo (come avviene nel lavoro privato), il personale, motivando i diversi provvedimenti. La dirigenza acquisirà forse un maggiore potere discrezionale sul personale ma di conseguenza anche una maggiore ed assoluta responsabilità. Allo scopo di attivare le dinamiche di mobilità volontaria, si dovrebbe lasciare alla dirigenza un ampio margine di trattativa sulla parte variabile dello stipendio, questo permetterebbe di incentivare in qualche modo gli spostamenti di personale, magari verso sedi disagiate. La dirigenza, per una piena responsabilizzazione, dovrebbe poter “scegliere” e “motivare” il proprio personale con degli strumenti idonei che vadano oltre l’amicizia e/o la pacca sulla spalla. La mobilità non deve essere collegata all’idea che “li si guadagna di più” (senza un vero motivo) ma alla possibilità ovvero, “li potrò lavorare (se sono in grado) di più e quindi guadagnare di più”
Per quanto riguarda la mobilità obbligatoria, presupponendo l’attivazione del contratto unico, li dove fossero presenti degli esuberi di personale appare chiaro che non sarebbe ne possibile ne giustificato distribuire premi o incentivi, riducendo tutti alla paga base. Una parte del personale per forza di cose andrà subito alla ricerca di altre collocazioni (la mobilità volontaria è libera) dove comunque potrebbe essere possibile ottenere/spuntare, almeno in prospettiva, un incremento sulla parte variabile. Per il personale che non riesce ad accedere alla mobilità libera si dovrà far ricorso alla mobilità obbligatoria attualmente regolata dalla legge, ma dovrebbe essere un problema di dimensioni ridotte.
3) introduzione dell’esonero dal servizio
All’esonero dal servizio hanno avuto accesso per un periodo di tempo limitato negli scorsi anni un certo numero di impiegati pubblici. Probabilmente l’idea nasce dall’assunto che il personale della P.A. prossimo alla pensione sia, per una serie di ragioni, scarsamente produttivo, tanto da risultare conveniente lasciarlo a casa e risparmiare un po’ sullo stipendio. L’impiegato rinuncia ad una parte dello stipendio ma sostanzialmente è in pensione, un anticipo di pensione di importo ridotto. Gli unici interessati a questa iniziativa sono quegli impiegati per questioni soggettive (altri redditi o altre possibilità di reddito) possono ben volentieri rinunciare ad un po’ di soldi e godersi anzitempo la libertà dal lavoro.
Proposta:
Si tratta essenzialmente di un prepensionamento. Se lo scopo è quello di favorire l’uscita del personale più anziano è forse più opportuno affrontare la questione diversamente intervenendo caso per caso in quelle situazioni dove l’uscita anticipata dal lavoro costituisce una possibile soluzione ad un problema di esuberi. Si potrebbe istituire “lo stato di crisi” di una Amministrazione dando la possibilità di avviare al prepensionamento i dipendenti più anziani, pensando anche a degli incentivi, come spesso avviene nel settore privato.
4) agevolazione del part-time
Anche il part-time ha vissuto alterne vicende. Prima molto incentivato, poi ultimamente combattuto. Il problema di fondo è che non è ben chiaro dove finiscono i vantaggi e gli svantaggi del part-time. La questione è molto complessa e si deve analizzare la questione sotto diversi punti di vista. Articolazione del part-time: una articolazione del part-time (per percentuale e/o per forma) avulsa dall’organizzazione dell’ufficio può risultate molto svantaggiosa per l’Amministrazione in quanto la risorsa alla fine rischia di essere utilizzata molto meno di quanto previsto contrattualmente (fino a non esserlo affatto); di contro una articolazione ritagliata sui momenti più gravosi potrebbe risultare svantaggiosa per il dipendente che si trova a lavorare quasi come gli altri ma con uno stipendio inferiore. Tipo di lavoro: alcune attività della P.A. che richiedono continuità non sono compatibili con il part-time ma allo stesso tempo alcune attività potrebbero essere svincolate da qualsiasi orario. Part-time di necessità: in alcuni momenti della vita (figli piccoli, genitori anziani) può risultare necessario ed economico lavorare (e guadagnare meno) per questioni personali; favorire queste situazioni è una questione di civiltà.
Proposta:
Il part-time non ha bisogno di essere agevolato o incentivato, va solo regolato al meglio. Va definito il perimetro di applicazione del part-time, escludendo alcuni settori ma allo stesso tempo permettendo lo spostamento di chi ne ha la necessità in settori dove il part-time è possibile. Va regolata al meglio l’articolazione del part-time per garantire il possibile reale impiego lavorativo del dipendente che non deve (neanche volontariamente) risultare “accantonato”.
5) applicazione rigorosa delle norme sui limiti ai compensi che un singolo può percepire dalla pubblica amministrazione, compreso il cumulo con il reddito da pensione
E’ un falso problema che sorge per un uso distorto di strumenti che hanno una loro ragione di esistere. Se i compensi fossero realmente collegati all’impegno profuso, al lavoro svolto e non all’arbitrio di chicchessia che fa un uso “disinvolto” del denaro pubblico a vantaggio di un ristretta cerchia, non sarebbe assolutamente possibile cumulare incarichi e compensi indipendentemente dalle capacità lavorative dell’essere umano che dispone di sole 24 ore al giorno. Se si collega il compenso, realmente, all’impegno necessario, il limite sarà dato, oggettivamente, dall’impossibilità materiale di svolgere efficacemente più incarichi. La patologia consiste nell’attribuire incarichi che richiedono poco o nessun impegno (od anche svolti – senza alcun problema -con poco o nessun impegno) e nel compensarli in maniera immotivata ed eccessiva. Diverso è il discorso dei pensionati che con il progressivo passaggio al sistema contributivo saranno “lavoratori” come gli altri che ad un certo punto della vita iniziano a recuperare/spendere quanto accantonato in precedenza non potendo “teoricamente” essere produttivi come un tempo. Impedire, o comunque contenere, la possibilità per un pensionato di lavorare per lo Stato potrebbe far venir meno la possibilità di utilizzare proficuamente, ove necessario, la loro professionalità ed esperienza. Rimane da valutare attentamente il valore e la necessità effettiva di questo contributo responsabilizzando seriamente chi sceglie di avvalersene.
6) possibilità di affidare mansioni assimilabili quale alternativa opzionale per il lavoratore in esubero
Questa possibilità dovrebbe intervenire solo alla fine di un percorso di mobilità come alternativa al licenziamento. Trattandosi di mansioni” assimilabili” in realtà non si dovrebbe porre il problema se non nella definizione di “assimilabile” che non dovrebbe essere troppo ampia.
7) semplificazione e maggiore flessibilità delle regole sul turn over fermo restando il vincolo sulle risorse per tutte le amministrazioni
Le attuali regole del turn-over che lo limitano pesantemente sono essenzialmente mirate a ridurre progressivamente il numero dei dipendenti pubblici. Se c’è un vincolo di risorse (che teoricamente devono risultare in costante diminuzione per la progressiva riduzione dei costi) non si comprende come semplificare e cosa rendere flessibile. Forse si intende applicare i vincoli a livello di grandi o grandissime strutture per gestire al meglio uscite ed ingressi dirottando le nuove assunzioni nei settori bisognosi e svuotando quelli in esubero? Oppure promuovere una mobilità interna permettendo e favorendo un turn-over tra aree funzionali con un sistema “a scorrimento” che permetterebbe di coprire le posizioni apicali con risorse interne e quindi assumere (a costo inferiore) un maggior numero di qualifiche inferiori il tutto a costi invariati? Il tutto si concretizzerebbe nel tradurre il turn over in un turn-over finanziario in cui il rapporto 1 a 5 è relativo ai soli costi del personale indipendentemente da ruoli e qualifiche. L’uscita di 5 dirigenti potrebbe tradursi nell’ ingresso non di un solo dirigente ma di 2 o forse anche 3 funzionari o magari di 4 o 5 impiegati.
8) riduzione del 50% del monte ore dei permessi sindacali nel pubblico impiego
Va allineato, se non lo fosse, a quanto previsto per tutti i gli altri contratti di lavoro. Se il lavoro pubblico è un lavoro come gli altri non si devono fare distinzioni.
9) introduzione del ruolo unico della dirigenza
10) abolizione delle fasce per la dirigenza, carriera basata su incarichi a termine
11) possibilità di licenziamento per il dirigente che rimane privo di incarico, oltre un termine
12) valutazione dei risultati fatta seriamente e retribuzione di risultato erogata anche in funzione dell’andamento dell’economia
Questi punti fanno riferimento tutti alla necessaria riforma della dirigenza pubblica. Per quanto riguarda il ruolo unico ci si domanda perché debba esistere un “ruolo” o un “albo” della dirigenza. Gli “albi” esistono per delle finalità specifiche a tutela e controllo di specifiche professioni. Esistono delle procedure abilitanti specifiche per fare l’ingegnere, il veterinario, ecc. Essendo tante le professioni esistono diversi albi. Allo stesso modo se riconosciamo come specifiche le capacità, l’esperienza, la preparazione anche tecnica necessaria per dirigere uno specifico ufficio dovrebbero/potrebbero esistere tanti ruoli quanti sono gli uffici. Questo non è ovviamente possibile ma comunque esistono oggi tanti “ruoli” proprio per voler distinguere in qualche modo le varie specialità. Questo è tanto vero che molti hanno rivendicato in passato e rivendicano la creazione di un proprio “ruolo”; parlo dei quadri, dei professionisti (ingegneri, avvocati, ecc.) della P.A. Quindi un “ruolo unico” in cui tutti i dirigenti fanno tutto e sanno fare tutto e sono assolutamente intercambiabili l’uno con l’altro non è una cosa molto funzionale. L’idea che esista la figura del “manager jolly” buono per tutte le occasioni è profondamente sbagliata come allo stesso modo è sbagliato il metodo di selezione che proprio con la creazione del “ruolo” e delle “scuole di management”, con l’ingresso diretto dall’esterno di manager giovanissimi ed inesperti, crea enormi disfunzioni e sta distruggendo quel poco di P.A. ancora funzionante. Nelle organizzazioni che funzionano (le più antiche) le responsabilità di direzione non si attribuiscono per concorso a quiz (i quiz possono essere sufficienti per la patente di guida, ma poi quella che conta è la prova pratica). Non si diventa vescovo o cardinale perché si è scritto bene un bel tema o fatto bella figura ad un colloquio. Non esiste neanche il concorso pubblico per colonnello o generale. Nelle strutture che funzionano esistono sistemi di progressione e carriera che portano ai vertici l’esperienza, la preparazione specifica, lo studio,la capacità, l’impegno, anche il genio e la simpatia, l’astuzia ma anche l’umiltà, e qualche volta l’umanità, tutte cose che molto spesso mancano nel manager pubblico. Non sarà forse che il metodo per selezionarli è sbagliato ? Quindi ben venga l’eliminazione della figura del dirigente a vita ma si dia concretezza all’incarico di dirigere che per definizione, come tutti gli incarichi, i compiti, ha un termine ben definito, va svolto con dei risultati, si pone degli obiettivi (non sarebbe male definirli prima, nell’incarico, e non dopo a consuntivo quando misteriosamente tutti i dirigenti raggiungono gli obiettivi). Se i risultati mancano, o sono scarsi, è evidente che quello non è il lavoro che adatto a quella persona alla quale non resta che tornare da dove è venuta (perché licenziare qualcuno che magari è stato un buon funzionario, può tornare a farlo). Come si nominano i dirigenti ? Se non esiste un ruolo, un albo, un elenco dei dirigenti, il dirigente può essere chiunque. Chi individua e conferisce un incarico a qualcuno è direttamente responsabile della scelta che ha fatto e risponde degli insuccessi della figura individuata. La scelta del candidato migliore non andrà per forza di cose troppo lontana dalla figura più esperta e capace (e vicina) disponibile. Altre scelte sarebbero, anche se sicuramente possibili, profondamente sbagliate. Le immissioni dall’esterno ? Possibili ma vanno molto ponderate in quanto considerate da sempre figure “ostili” a meno che non si tratti di figure indiscutibili, di grande spessore, in grado di innovare, istruire, formare, far crescere una ufficio, una struttura, anche in termini di prestigio, altrimenti si riducono a “meteore”, “raccomandati di turno”.
La Costituzione prevede testualmente: Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge. Fino ad oggi è forse una delle norme più “interpretate” ed eccepite per legge cosicché i dipendenti pubblici assunti per concorso pubblico “tradizionale” sono solo una parte dei dipendenti pubblici. Il risultato è che la compagine dei dipendenti pubblici è molto variegata (per formazione, esperienza lavorativa, provenienza) e spesso si assiste ad un utilizzo distorto delle risorse umane che per alterne vicende si trovano (pur di lavorare) a far cose per cui non hanno studiato e ad essere spesso sottoutilizzate. Aggiungiamo che questo ha come conseguenza che negli uffici i dirigenti si trovano ad dover organizzare e gestire quello che trovano e ad accogliere quello che capita con pochissima libertà di scelta dei propri collaboratori (cosa che li deresponsabilizza non poco quando si parla di risultati).
Forse ripensare in toto le modalità concorsuali, istituire una modalità di selezione che passi per un periodo di esperienza sul campo, magari più periodi successivi e in posti diversi, che permetta di effettuare una migliore selezione, può andare a vantaggio di tutti, sia della P.A. che del lavoratore.
Anche l’acceso alla dirigenza dovrebbe prevedere più passaggi, dei periodi di prova. Come per la patente di guida, i quiz, lo studio (spesso mnemonico), non possono bastare.
Per quanto riguarda il collegamento tra compensi ed andamento economico del paese potrebbe avere senso se si potesse dimostrare una qualche forma di correlazione tra il lavoro del dirigente pubblico e il PIL. Si tratterebbe di una sorta di stock-option sulle Azioni Italia come se un dirigente pubblico fosse il direttore commerciale di una grande azienda. Sappiamo che non è così almeno per la maggior parte della dirigenza. La cosa potrebbe avere un senso solo ai massimi livelli. Alla politica forse si potrebbe applicare questa interessante proposta. Il compenso del Governo e delle più alte cariche, e sicuramente pure quello dei parlamentari, va collegato alla crescita del PIL. Se il PIL diminuisce dovrebbero tutti accontentarsi tutti di un compenso pari alla pensione minima. Negli ultimi anni avremmo avuto consistenti risparmi sui costi della politica.
13) abolizione della figura del segretario comunale
L’albo dei segretari comunali è uno degli istituiti volti a sottolineare la specificità della figura che ha funzioni e competenze particolari. Se col passare del tempo queste funzioni e/o competenze sono venute meno per l’evoluzione delle strutture organizzative dei Comuni non ha senso conservare l’istituto.
14) rendere più rigoroso il sistema di incompatibilità dei magistrati amministrativi
Affinché la magistratura possa affermare il suo ruolo e pretendere il rispetto che merita la funzione di magistrato (qualsiasi magistrato) dovrebbe essere “compatibile” solo con se stessa. Il magistrato non può fare nient’altro che il magistrato.
15) conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, asili nido nelle amministrazioni
Lodevole iniziativa. Li dove già è attivata ha riscontrato un grande successo.
Tagli agli sprechi e riorganizzazione dell’Amministrazione
16) riorganizzazione strategica della ricerca pubblica, aggregando gli, oltre 20, enti che svolgono funzioni simili, per dare vita a centri di eccellenza
Ottimo. Questo permetterebbe di destinare più risorse alla ricerca e meno al mantenimento di una pluralità di macchine amministrative.
17) gestione associata dei servizi di supporto per le amministrazioni centrali e locali (ufficio per il personale, per la contabilità, per gli acquisti, ecc.)
Rientra nell’obiettivo generale di mettere in comune la capacità amministrativa per realizzare delle economie di scala. Questo ha senso se questa centralizzazione (già esistita nel passato con i Provveditorati e già presente –rivista – con la Consip) non costituisce ne una deresponsabilizzazione delle altre strutture ne una eccessiva complicazione amministrativa. Il fatto di delegare ad altri parte delle scelte potrebbe portare ad una definizione incompleta o approssimativa dei bisogni a fronte di ipotetici risparmi, ovvero l’acquisto di quantitativi sconsiderati come l’impossibilità di rispondere a precise necessità. Ogni realtà deve conservare la possibilità e la responsabilità di scegliere e decidere cosa acquistare in termini di beni e servizi e deve poterlo fare nei tempi e nei modi che garantiscano la funzionalità dell’Amministrazione. Deve essere garantita una minima autonomia, una pronta cassa con tutte le cautele del caso (anche un sistema di carte di credito), che permetta agli uffici la stessa funzionalità di una struttura privata.
18) riorganizzazione del sistema delle autorità indipendenti
Le autorità indipendenti sono realtà piuttosto nuove non previste nella nostra Costituzione pur avendo funzioni e compiti di rango molto elevato e la cui collocazione” gerarchica” non è chiara. Pur essendo indipendenti è ovvio che non possono esserlo totalmente. Probabilmente la riorganizzazione dovrebbe partire da una loro definizione all’interno della Costituzione. Attualmente dipendono in generale dal Parlamento e/o dal Governo che ne nomina i componenti. In tal senso rispondono essenzialmente alla politica e risentono dei cambiamenti politici. Probabilmente non sarebbe sbagliato trasformarle in organi almeno in parte elettivi, gli darebbe maggiore forza.
19) soppressione della Commissione di vigilanza sui fondi pensione e attribuzione delle funzioni alla Banca d’Italia
L’operazione comporterà dei costi per l’inevitabile allineamento dei costi del personale a quelli, maggiori, della Banca d’Italia. O forse si intende ridurre quelli della Banca d’Italia a livello della COVIP o del Ministero dell’Economia ? In quest’ultimo caso vedo possibili consistenti risparmi.
20) centrale unica per gli acquisti per tutte le forze di polizia
Potrebbe permettere consistenti economie di scala.
21) abolizione del concerto e dei pareri tra ministeri, un solo rappresentante dello Stato nelle conferenze di servizi con tempi certi
Il sistema dei concerti e dei pareri trova origine nelle specifiche competenze che sono allocate nelle varie Amministrazioni. Non esiste la figura del tuttologo e se qualcuno si arroga questa funzione è certo persona in grado di fare grandi danni. Se si accentra su una unica figura una serie di competenze questa dovrà comunque cercare il consenso e l’approvazione degli specialisti così come il medico di famiglia ordina analisi e visite specialistiche prima di decidere su una cura. Quindi qualsiasi semplificazione andrà normata con attenzione. Molto utile potrà risultare lo strumento del silenzio-assenso ma attenzione, molte strutture pubbliche potrebbero non rispondere non per esprimere il loro assenso quanto per incapacità amministrativa a rispondere (mancanza di responsabili, di personale, di risorse), potrebbe venir meno il presidio dello Stato su qualche fronte se con troppa leggerezza si estendesse in maniera generica l’istituto del silenzio assenso a tutto. Più intelligente, nella volontà di stabilire tempi certi, sarebbe un attento bilanciamento degli strumenti silenzio-assenso e silenzio- diniego.
22) leggi auto-applicative; decreti attuativi, da emanare entro tempi certi, solo se strettamente necessari
Questa cosa sembra una sorta di contrordine compagni. Si parla da anni di delegificazione con lo scopo di gestire i dettagli tecnici con strumenti di ordine inferiore rispetto alla Legge dello Stato proprio per evitare che alcune complicazioni finiscano per bloccarsi nelle aule del Parlamento e delle Commissioni ed ora si propongono delle leggi di immediata applicazione che, per esserlo, devono essere complete sin nei più piccoli dettagli (moduli standard compresi). La soluzione è nel comprimere la procedura di emanazione dei decreti attuativi che potrebbero essere soggetti ad un solo unico ed unico controllo di conformità alla legge effettuato da un organo tecnico (p.es. Corte dei Conti o Consiglio di Stato) e nel giro di massimo 15 giorni divenire esecutivi. Se poi ci sono difficoltà per scrivere i decreti attuativi il problema risiede negli Uffici Legislativi delle singole Amministrazioni; forse si può iniziare da lì a rimuovere qualche dirigente e se del caso qualche Ministro inadempiente.
23) controllo della Ragioneria generale dello Stato solo sui profili di spesa
Questa iniziativa oltre a velocizzare le procedure potrebbe responsabilizzare maggiormente la dirigenza. Va da se che alcuni controlli propri della Ragioneria sarebbe opportuno che venissero comunque effettuati da strutture interne. In tal senso gli uffici decentrati della Ragioneria potrebbero essere assorbiti dalle Amministrazioni ospitanti.
24) divieto di sospendere il procedimento amministrativo e di chiedere pareri facoltativi salvo casi gravi, sanzioni per i funzionari che lo violano
Questa cosa non sta in piedi. Se qualcuno sospende un procedimento amministrativo lo fa a ragion veduta e a tutela dell’Amministrazione (dei cittadini tutti) e non per fare un dispetto a qualcuno (se questo avviene è un reato, è un’altra cosa). Se si chiede un parere facoltativo, che comunque è un lavoro, lo si fa perché se ne ravvisa la necessità e non per fare un favore a un collega che si annoia (pure questo sarebbe un reato). Mi limiterei ad applicare le leggi esistenti in materia obbligando al rispetto dei tempi cercando di capire, caso per caso, le ragioni dei ritardi. Nelle maggior parte dei casi dovuti quest’ultimi a seri problemi organizzativi e raramente all’inerzia del singolo.
25) censimento di tutti gli enti pubblici
Se occorre fare un “censimento” per disporre di una mappa della P.A. temo che qualcuno abbia perso il controllo della situazione. Anche qui si dovrebbero individuare i responsabili .. ma credo e spero che il Ministero dell’Economia, come anche l’ISTAT già dispongano di tutte le informazioni.
26) una sola scuola nazionale dell’Amministrazione
Serve veramente una scuola dell’Amministrazione? O forse non sarebbe meglio utilizzare per aggiornare e formare i funzionari ed i dirigenti le università pubbliche e/o private, l’esperienza all’estero, gli scambi di funzionari, le organizzazioni internazionali. Le scuole “dedicate” creano settori chiusi, tendenzialmente autoreferenziali, spesso delle lobby. Si vuole ancora favorire la creazione di “caste” di alti papaveri , le elites, le diplomazie, (e già …quelli vengono dalla scuola nazionale …dall’accademia ….) o forse nel terzo millennio non è il caso di lasciarci alle spalle questi retaggi ottocenteschi. Si potrebbe eccepire che certe cose non si insegnano all’Università, occorrono scuole altamente specialistiche. E’ vero, ma quello che non si insegna all’università si costruisce al lavoro, nella ricerca, nelle imprese, e viene insegnato da chi ha vissuto certe esperienze e le trasferisce agli altri nei convegni, nei seminari, in tutte quelle occasioni di crescita culturale e collettiva che a seguire poi diventano oggetto di studio e di insegnamento anche nelle Univeristà. Una scuola della P.A. potrà essere così avanzata ? Fino ad ora non è stato così. Forse più che di una scuola potrebbe essere utile un istituto che organizza e gestisce la formazione senza però disporre ne di docenti ne di strutture stabili, prendendo il meglio dentro e fuori la P.A.
27) accorpamento di Aci, Pra e Motorizzazione civile
Da troppo tempo se ne parla. Va fatto.
28) riorganizzazione della presenza dello Stato sul territorio (es. ragionerie provinciali e sedi regionali Istat) e riduzione delle Prefetture a non più di 40 (nei capoluoghi di regione e nelle zone più strategiche per la criminalità organizzata)
Si tratta di trasformazioni molto complesse e di non immediata attuazione. Parlare di Prefetture vuol dire parlare di prefetti e carriera prefettizia. Si tratta di un altro distinguo (non diverso dai segretari comunali) che potrebbe essere senza dubbio abolito. La presenza dello Stato, o meglio del Governo parlando di Prefetture, sul territorio, andrebbe completamente ripensata non solo numericamente e geograficamente ma anche concettualmente. Il rappresentante del Governo, il Prefetto, potrebbe essere sostituito da un dirigente (meglio un incaricato) dotato di specifiche deleghe governative (diverse da caso a caso), una sorta di procuratore con funzioni di coordinamento e controllo, con determinati poteri di firma, di spesa, con competenze territoriali non necessariamente collegate a dei confini amministrativi. Potremmo avere più Delegati Governativi per ogni Regione oppure un unico Delegato su più Regioni limitrofe o su aree limitrofe. Qualche Delegato potrebbe avere competenze specifiche su diversi territori e bisognerebbe considerare possibile la co-gestione di determinati temi e che un Delegato funga da coordinatore di altri suoi colleghi. Si potrebbe così nominare un unico Delegato per la lotta alla mafia nelle Regioni del mezzogiorno con funzioni definite e distinte rispetto a quelle delegate ai singoli Delegati Provinciali/Regionali. Questo sistema potrebbe risultare molto dinamico, a geometria variabile, in grado di rispondere tempestivamente alle varie necessità.
29) eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle camere di commercio
Questa è una battuta di spirito. Le Camere di Commercio svolgono una serie di funzioni relative alla pubblicità delle attività economiche, alle cariche, ai bilanci, che sono fondamentali. La Camera di Commercio per le imprese è paragonabile all’Anagrafe per i cittadini. Vogliamo eliminare anche l’obbligo di iscrizione all’anagrafe per i cittadini ? Non credo sia utile. Semplificare le procedure, ridurre i costi, rendere più efficiente il sistema, queste le cose da fare.
30) accorpamento delle sovrintendenze e gestione manageriale dei poli museali
L’accorpamento delle Sovrintendenze è essenzialmente un’operazione mirata a ridurre la spesa. Il settore, già in grave ristrettezze, non brilla per efficienza per cui ulteriori tagli non potranno che peggiorare la situazione. La gestione manageriale dei poli museali credo possa essere ben riassunta dal concetto di Museo Azienda. Il Museo diventa un’azienda che promuove e vende specialissimi servizi “culturali”. Vende biglietti, gadget, ospita eventi, concerti, magari anche feste; in concreto “mette a reddito” il bene culturale. Questo è possibile, fattibile, non sempre opportuno. In certi casi può essere molto facile e funzionare in altri l’insuccesso è garantito. I costi per la tutela e la gestione degli spazi museali sono sempre ingenti ed il pubblico pagante spesso scarso. Responsabilizziamo i direttori dei musei, diamogli carta bianca e qualche soldo per iniziare (gli stessi che daremmo ad un gestore/sponsor privato, che va di moda) e vediamo quello che sanno fare. Rinunciamo all’idea che un privato che un privato a pari condizioni possa fare di meglio. Se un privato ci guadagna forse ci sarebbe riuscito anche lo Stato potendo fare le stesse cose e con le stesse modalità operative. Colleghiamo compensi, carriere, potere ai risultati e tutto andrà meglio. Nella Pubblica Amministrazione l’origine di tutti i mali è che quando Tizio lavora a guadagnaci non di rado e Caio e tutti e due guardano Sempronio che fa carriera.
31) razionalizzazione delle autorità portuali
Tema molto specifico. Per addetti ai lavori.
32) modifica del codice degli appalti pubblici
Tema impossibile. Da quando l’Unione Europea con le sue direttive sta regolando la materia (con conseguenti continui richiami ed infrazioni), il codice è in continua e costante modifica. Forse è il caso di alzare bandiera bianca e limitarsi alla pura applicazione delle direttive comunitarie abrogando qualsiasi norma nazionale/regionale anche solo lontanamente in possibile conflitto. Limitiamoci al solo recepimento delle direttive, per quanto non regolato bastano le indicazioni/istruzioni dell’Autorità. Importante sarebbe alleggerire il contenzioso trovando delle modalità rapide di annullamento/ripetizione li dove si presentassero degli errori che, nonostante l’impegno, ci possono essere.
33) inasprimento delle sanzioni, nelle controversie amministrative, a carico dei ricorrenti e degli avvocati per le liti temerarie
Come è noto gli avvocati vincono sempre. Comunque vada la causa il loro compenso è assicurato (anticipo, spese, acconti, ecc.). Più tempo passa, meglio è. Bisogna agganciare il compenso degli avvocati agli esiti della causa anche con il concorso alle spese, avremmo così una pre-analisi legale del contenzioso. Solo le cause che hanno un ragionevole motivo di essere vinte troveranno avvocati disposti a promuoverle e ad incoraggiarle. Le cause perse in partenza non troveranno difensori. Le cause che meritano il giudizio di un giudice andranno ovviamente avanti, e di corsa, perché gli avvocati avranno fretta di incassare o comunque di uscirne fuori limitando i danni. Questa cosa potrebbe funzionare anche nella giustizia civile, non solo in quella amministrativa.
34) modifica alla disciplina della sospensione cautelare nel processo amministrativo, udienza di merito entro 30 giorni in caso di sospensione cautelare negli appalti pubblici, condanna automatica alle spese nel giudizio cautelare se il ricorso non è accolto
Si tratta di modifiche sensate ma vanno inquadrate forse in una più ampia riforma del processo amministrativo pensando anche a delle soluzioni di pre-contenzioso che diano la possibilità alle Amministrazioni di concordare soluzioni che contemperino i vari interessi in gioco, permettano di correggere eventuali errori ed intervenire a sanatoria ove possibile.
35) riforma delle funzioni e degli onorari dell’Avvocatura generale dello Stato
Anche l’Avvocatura dello Stato rientra tra quei “distinguo” della storia (come i segretari comunali, i prefetti, e molti altri) che forse andrebbero totalmente ripensati. Non sarebbe meglio che gli avvocati lavorassero e vivessero nelle Amministrazioni per poter dare suggerimenti, consulenze, pareri consigli, così come fanno gli uffici legali delle imprese private? Che senso ha un unico ufficio legale centrale come l’Avvocatura che quando interviene non conosce nulla se non gli atti di causa e che prima di entrare nel merito impiega settimane se non mesi ?
36) riduzione delle aziende municipalizzate
Le aziende municipalizzate sono nate per permettere una gestione “aziendale” di determinati servizi. Se la Pubblica Amministrazione cambia in chiave moderna, “aziendalistica”, probabilmente molte funzioni potrebbero tornare ad essere “internalizzate” e tutto probabilmente a costi molto inferiori. Perché sono proliferate ? Perché quella “flessibilità” che viene attribuita all’azienda e la rende più funzionale a svolgere certe funzioni è la stessa che ha permesso un utilizzo clientelare del denaro pubblico, assunzioni facili, incarichi e compensi ingiustificati, come si legge dalla cronaca. Probabilmente ridurle non sarà sufficiente, sarebbe opportuno ripensarle oppure privatizzarle trasformandole in cooperative di servizi.
Gli Open Data come strumento di trasparenza. Semplificazione e digitalizzazione dei servizi
37) introduzione del Pin del cittadino: dobbiamo garantire a tutti l’accesso a qualsiasi servizio pubblico attraverso un’unica identità digitale
Perché non ripensare la vecchia carta d’identità elettronica come” smart card” unica che permetta un cumulo di funzioni inclusa quella di conto corrente individuale nazionale (basta associare un IBAN) da agganciare al sistema fiscale. Potrebbe essere utilizzata per i pagamenti, per i rimborsi fiscali, per erogare aiuti ed assistenza ai più poveri (tipo social card). Per l’attuazione si potrebbe far ricorso ad un accordo con il sistema bancario (Poste incluse) che potrebbe occuparsi del rilascio della SMART IDENTITY CARD direttamente ai propri clienti (questo velocizzerebbe) magari “sponsorizzando” l’operazione e con la possibilità di promuovere servizi aggiuntivi.
38) trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche: il sistema Siope diventa “open data”
Iniziativa interessante ma è da valutare la diffusione di dati che potrebbero essere di difficile interpretazione per i non addetti. C’è poi da tener conto che i limite della trasparenza è costituito dal rispetto della privacy. Forse potrebbe essere utile approfondire il tema tenendo in considerazione il fatto che se tutto deve essere conoscibile, qualsiasi spesa, contributo, stipendio, incarico, qualsiasi somma percepita dal pubblico dipendente diventa pubblica allora mi aspetto che dall’altra parte, per tutti i cittadini, sia palese il contributo al bilancio dello Stato palesando tutte le dichiarazioni dei redditi ed i relativi versamenti. Bisognerebbe essere orgogliosi di pagare le tasse. O no ?
39) unificazione e standardizzazione della modulistica in materia di edilizia ed ambiente
Sarebbe ora.
40) concreta attuazione del sistema della fatturazione elettronica per tutte le amministrazioni
Idem.
41) unificazione e interoperabilità delle banche dati (es. società partecipate)
Si può sicuramente fare.
42) dematerializzazione dei documenti amministrativi e loro pubblicazione in formato aperto
Idem.
43) accelerazione della riforma fiscale e delle relative misure di semplificazione
Da tenere in debito conto che l’unica possibilità per combattere una parte dell’evasione (lo zoccolo duro) passa per le detraibilità di molte delle spese che vengono effettuate dai cittadini. Va attivato un imponente conflitto di interessi per cui ogni pagamento effettuato in alcuni particolari settori (idraulici, operai, ma anche oreficeria,e via dicendo) deve poter essere fortemente recuperato a livello fiscale. Deve convenire moltissimo chiedere la fattura ed allo stesso tempo deve costare moltissimo non farla. La fattura deve essere in pratica qualcosa cui solo un folle rinuncerebbe. Non sarebbe male poi che i pagamenti elettronici possano sostituire (attraverso il codice dell’operazione o qualcosa del genere) i documenti giustificativi. Il bonifico all’idraulico potrebbe con semplici click trasformarsi in una detrazione e quindi in un eventuale rimborso.
44) obbligo di trasparenza da parte dei sindacati: ogni spesa online
L’obbligo è da estendersi a tutte le organizzazioni ed a tutte le associazioni in qualche modo destinatarie di contributi o agevolazioni pubbliche (onlus, coop sociali, club sportivi, ecc.).
Roma, 8 maggio 2014