Significativamente Oltre

PD

Meriti e limiti del piano Junker

di Francesco Grillo

Ci sono due buone notizie potenziali per l’Italia nel piano straordinario di investimenti che il Presidente della Commissione Europea Junker ha annunciato ieri. E due, altrettanto potenzialmente, negative.

Quella positiva è che si accetta, per la prima volta, che gli investimenti pubblici – quelli che avvengono sotto forma di contributi degli Stati al Fondo strategico che Junker renderà operativo a Giugno – possono avvenire senza pesare sulle regole del patto di stabilità. Ma anche che ci si pone l’obiettivo, finalmente ambizioso, di colmare con l’iniziativa della Commissione (che dovrebbe riuscire a mobilitare 315 miliardi di Euro) quasi per intero il buco di investimenti che ci separa dai livelli pre-crisi (370 miliardi nella stima della Commissione).

Ciò che lascia perplessi chi continua ad aspettare terapie d’urto, è che di “soldi freschi” ce ne sono pochi, come Junker ammette: la Commissione e la Banca Europea degli Investimenti vi dirottano 21 miliardi ed il resto dovrebbe venire da un effetto leva che è stimato poter essere pari a quindici. Ma, soprattutto, la notizia che dovrebbe preoccupare il presidente del Consiglio italiano Renzi è che lo strappo all’austerità arriva in cambio di un rafforzamento del ruolo di quei tecnici contro i quali il Presidente del consiglio ha condotto una battaglia personale. Non c’è nessuna garanzia che i soldi versati dagli Stati al Fondo rifluiscano ai Paesi in funzione dei versamenti effettuati; a decidere sarà un gruppo di tecnici (proprio loro) e i progetti saranno esclusivamente valutati sulla base del ritorno sociale che garantiscono e della capacità di mobilitare ulteriori investimenti da parte dei privati.

Il cambiamento di verso – non a 360 gradi, ma di certo significativo – al quale il Presidente della Commissione Europea affida la possibilità di caratterizzare il proprio mandato, è nelle parole che Junker ha scelto. Scelta resa ancora più delicata dalla necessità di dare una risposta sul piano della politica, all’appello con il quale Papa, sul piano dell’etica, aveva scosso il Parlamento europeo il giorno prima.

“Non abbiamo una macchina per stampare soldi”, dice Junker, e, del resto, “la possibilità di spegnere lo spettro della deflazione buttando da un elicottero banconote” – come farebbe un monetarista di Chicago – non esiste. Con i tassi di interesse praticati dalla Banca Centrale Europea, già c’è una montagna di liquidità di cui banche e imprese non sanno cosa fare. Inoltre, il capo della Commissione ribadisce che “non permetteremo di accumulare ulteriori debiti che spetterà alle generazioni future pagare”, perché – a differenza di ciò che succedeva negli Stati Uniti dove fu chiamato Keynes a risolvere il problema della depressione – il debito pubblico in rapporto al PIL è già al 90% e la spesa pubblica è vicina alla metà. Né tantomeno, si può immaginare di risolvere il problema “scavando buche per poi riempirle”, perché la stessa fine dell’Abenomics – per anni indicata come modello dagli avversari dell’austerità – in Giappone dimostra, come non sia risolutiva, una politica meramente espansionistica.

Non possiamo, dunque, permetterci un Piano Marshall e, tuttavia, il Piano Junker vuole comunque lanciare – facendo di necessità virtù – un’offensiva degli investimenti per sfuggire all’idea di aver perso un intero decennio nella stagnazione.  Con l’intelligenza indispensabile per intervenire sulle innovazioni – banda larga, infrastrutture di trasporto, scuola, ricerca, tecnologie – che maggiormente possono attivare processi di sviluppo. I soldi andranno dove c’è qualità progettuale e capacità istituzionali e, però, la conseguenza non è indolore e Junker sembra mettere le mani avanti: se “la crescita indotta dal Piano sarà più forte in Francia che in Italia” – l’esempio scelto sembra anche un avvertimento – l’Italia potrà, comunque, beneficiarne – dice consolatorio Junker – attraverso un aumento delle esportazioni.

Più investimenti, dunque. Ma anche un forte premio a chi ha le capacità istituzionali per farlo. Ed è qui che la vittoria di Renzi rischia di trasformarsi in un’ennesima vittoria a metà. Perché se è vero che la burocrazia europea è parte del problema, ciò vale ancora di più per quella italiana.

Siamo al ventiseiesimo posto su ventotto Paesi per capacità di spesa, ad esempio, degli investimenti finanziati con fondi strutturali che le regioni e le amministrazioni centrali avrebbero potuto impiegare per infrastrutture come quelle sulle quali il Fondo di Junker concentrerà tre quarti delle sue munizioni. Il problema, peraltro, non è solo al Sud – la Puglia ha fatto meglio del Lazio nella passata programmazione – e non solo delle Regioni – il Ministero della ricerca è una delle amministrazioni alla quale in passato sono state tagliate maggiormente le risorse per evitare guai peggiori. Peraltro, non solo perdiamo per strada – come spesso si sente dire – tanti dei soldi che ci spettano. La novità è che presto la Commissione Europea potrebbe, persino, chiederci la restituzione di alcuni miliardi di euro per finanziamenti spesi per progetti che non sono stati completati o che non funzionano: ciò potrebbe, ad esempio, portare in bancarotta centinaia di amministrazioni comunali in Campania.

Non molto migliori sono le prospettive sulle infrastrutture telematiche: il Fondo di Junker potrebbe fornire un’iniezione di liquidità assai significativa al progetto ambizioso appena annunciato dal Governo, di voler portare la percentuale di popolazione italiana coperta da banda ultra larga dallo zero all’85%, da qui al 2020. Tuttavia, la strategia dell’Agenzia digitale di crescita dei servizi – soprattutto, pubblici – che dovrebbero incontrarsi sulla nuova autostrada informatica, non appare ancora in grado di “vedere” le tecnologie come fattore di trasformazione radicale dell’organizzazione di comparti come la sanità, la giustizia, la scuola. In questo contesto, l’autostrada potrebbe rimanere inutilizzata e destinata a logorarsi.

Migliore è, tuttavia, la prestazione dell’Italia quando alla “gara europea per la crescita”, partecipano direttamente le singole università e le imprese senza l’intermediazione delle amministrazioni pubbliche. Sui cosiddetti “programmi quadro” l’Italia è al quarto posto: potremmo fare meglio, ma questo è un dato che deve far pensare che, seppur impoverito, il settore privato e quello della ricerca è più intraprendente di ministeri e regioni.

Ottima la notizia di una grande sfida progettuale lanciata all’Europa. Per vincerla, però, è fondamentale fare un salto di qualità in Italia. E decidere di rottamare – sul serio – quei burocrati che sono più responsabili della Germania della crisi di investimenti e fiducia che ci fa soffrire più dell’Europa.

Che le risorse si spostino – anche in Italia – dalle amministrazioni incompetenti a quelle più capaci. In maniera trasparente così che gli elettori sappiano chi punire e chi premiare. E dal pubblico al privato, se necessario. Con una frazione dei miliardi di euro di fondi strutturali che avranno, a disposizione nei prossimi sette anni le amministrazioni italiane, potremmo anche noi cercare un effetto leva: istituire fondi chiusi che investano nelle “specializzazioni intelligenti” e nelle aree territoriali che il governo avrà identificato, lasciando a operatori finanziari internazionali che ci mettano soldi e competenze il compito di selezionare specifici progetti di innovazione.

Il sottosegretario Del Rio sembra aver colto la necessità che aldilà delle cifre in gioco, c’è da fare un cambio di passo. Un investimento in intelligenza. Da qualunque parte arrivi. Responsabilizzando tutti sui risultati di una partita che non possiamo assolutamente perdere.

 

 

 

 

Un popolo rosso di rabbia reazionaria

di Michele Mezza

Una talpa inedita riprende a scavare sotto i nostri piedi. sembra proprio che s’avanzi uno strano soldato. E non è  un amico.

Le cronaca ci rimandano annunci di ribellismo sociali nelle banlieu delle grandi metropoli.

Povertà ed esasperazioni anti elites mettono in movimento un popolo dell’intolleranza. le gaffes di Marino a Roma, i mutismi a Milano della sinistra culturale, l’assenza a Napoli, Bari e Palermo di  una presenza territoriale di un progetto di trasformazione, fa rifluire  protesta sociale e rivolta esistenziale  in una La lega di Salvini si candida a contenitore di questa nuova Italia Italia senza pietà, e soprattutto senza speranza. Non era mai accaduto che la destra trovasse un popolo diffuso e metropolitano. Già le lancette dei sondaggi segnalano gli effetti: si logora lo scintillante , successo solitario di Renzi, si gonfia la vela della destra lepenista.

Certo fiammate populista non sono mancate, dall’Uomo Qualunque del dopo guerra, al Bossismo della fine anni 80, fino al berlusconismo sorridente. Ma sempre la spina dorsale era la media borghesia provinciale.

Oggi la protesta gonfia la pancia popolare e permette ad una possibile destra conservatrice di radicarsi nei quartieri metropolitani, così come si è radicata nelle curve degli stadi. ma con una torsione ancora più preoccupante. Dove andrà la protesta operaia bianca, senza ambizione politica e con la frustrazione di trovarsi sola in un territorio senza r5tappresentanza? dove andrà il popolo di questa CGIL senza partito? dove si rifugerà alla fine la rude razza pagana dei metalmeccanici di Landini se non trovasse un approdo a sinistra?

La convergenza annunciata dalla Camusso del primo sindacato italiano con la Lega per il referendum sulla riforma previdenziale Fornero indica una direzione: con un fronte popolare difensivista. Per la prima volta si configura in Italia quella base sociale tipica della destra popolare americana, composta da borghesia rapace, produttori frustrati, e operai minacciati. E’ la destra bianca degli anni 60 e 70, quella degli operai di Chicago che picchiavano gli studenti anti Vietnam, quella della difesa dell’industria americana contro l’ondata gialla, quella del muto della casa da pagare a tutti i costi.

Prove generali di questo nuovo mosaico sociale già ce ne sono state: Gli operai brianzoli o veneti, da tempo senza rivoluzioni da inseguire, sono inevitabilmente schiacciati sotto l’alleanza con il proprio padrone per cercare una via di emancipazione almeno nel successo della propria azienda.

Ma ora si va oltre: Europa, stato fiscale, immigrazione sono i tre nemici che spostano a destra il popolo senza rivoluzione. Dopo 30 anni a lamentarci di  un ceto rivoluzionario che non ha mai trovato un popolo per  dare forma alle proprie ambizioni, ora ci troviamo muti di fronte ad un popolo che senza rivoluzioni scivola a destra.

Il Renzismo non sembra sufficientemente tondo per dare una alternativa. Nasce come linguaggio neo borghese e non sa ora parlare a ceti esterni alla competizione. La vecchia sinistra è anch’essa senza voce. Il suo popolo era disciplinato e auto munito di identità rivoluzionaria. La sinistra doveva solo amministrarlo e usarlo come spauracchio, per spostare equilibri e concertazioni.

Siamo ad un vero bivio. paradossalmente dopo aver guardato fuori dalla finestra per cercare di leggere l’orizzonte e ‘ alle nostra spalle che è cresciuto un mostro che non domiamo. Come sempre le trasformazioni non possono rimanere a mezz’aria, pena rovesciarsi nel proprio contrario. Già Machiavelli ci ricordava ne  Il Principe  che ” Non c’è niente di più difficile da prendere in mano, ne di più pericoloso da guidare, e di più incerto successo che avviare un nuovo ordine delle cose. Perché l’innovazione ha nemici in tutti quelli che hanno operato bene nelle vecchie condizioni e soltanto tiepidi sostenitori in coloro che potranno essere avvantaggiati  dal nuovo”.

Quello che abbiamo visto a Pechino

C’è molta simpatia verso il Belpaese e una conoscenza dettagliata del nostro sistema di piccole e medie imprese volta al miglioramento delle imprese cinesi. Matteo Orfini e Enzo Amendola – Europa

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La delegazione del Pd ha avuto la possibilità di interloquire con dirigenti del Pcc proprio nelle ore della chiusura del plenum. C’è molta simpatia verso il Belpaese e una conoscenza dettagliata del nostro sistema di piccole e medie imprese volta al miglioramento delle imprese cinesi.
La frenata dell’economia cinese, rispetto alla prevista crescita del 7,5% del Pil, non è una notizia che fa discutere solo la classe dirigente di Pechino ma muove i destini delle principali piazze mondiali a partire da Wall Street, dove nessuno si sorprende per l’interdipendenza strettissima con le mosse dell’Impero di Mezzo. Per questo, tutti i riflettori erano puntati nei giorni scorsi sul quarto plenum del comitato centrale del Partito comunista cinese. Con una delegazione del Pd abbiamo avuto la possibilità di interloquire con dirigenti del Pcc proprio nelle ore della chiusura del plenum.
A sorpresa è stato diramato il comunicato ufficiale dal conclave segreto e la dichiarazione finale, più che sulla contingenza economica, si è concentrata sullo stato di diritto e la funzionalità delle istituzioni. Tradotto, la lotta alla corruzione dilagante ai livelli locali dove la commistione tra potere politico e organi di controllo, ovviamente non autonomi, ha fatto scoppiare una “bolla corruttiva” preoccupante per i vertici del partito. Sul tema aveva avuto gran eco il processo di Bo Xilai, proprio all’inizio della presidenza di Xi Jinping, che molti osservatori avevano letto come frutto di una conta interna, tra le diverse correnti del partito, portata avanti con altri mezzi.
In tutti i casi la corruzione, combattuta oggi anche con “tribunali mobili” di secondo grado, è un tema di conversazione con i visitatori stranieri; una novità interessante per una classe dirigente che vuole portare la Cina al vertice dell’economia mondiale, non accontentandosi più di avere il marchio di “fabbrica del mondo” o semplice prestatore di liquidità ma gelosa, agli occhi esterni, dei suoi meccanismi di funzionamento politico.
Ad una prima lettura ci si chiede se magari la tendenza è verso la divisione dei poteri, esecutivo e giudiziario nel caso, tipico delle democrazie liberali. Tuttavia appare piuttosto una manovra di contenimento decisa dal comitato permanente dell’ufficio politico, i 7 uomini più potenti della Cina, verso i suoi 83 milioni di iscritti per debellare un virus, commistione tra governo e affari, che mina l’ascesa impetuosa della Cina. Tutto in linea con le scelte dei precedenti plenum e della strategia di “riforme e apertura” che non prevede ancora di intaccare il monopartitismo.
Questo scenario scontenta chi si accosta alle vicende del colosso asiatico con il paradigma che alle libertà economiche diffuse seguano rapidamente riforme istituzionali. Infatti le scelte e l’agenda della politica locale hanno una narrativa chiara negli incontri, dal ministero degli esteri al Politburo del Pcc, senza diplomatismi di maniera, ma legata a visioni pragmatiche di chi sta tentando di portare a stabile profitto la rivoluzione avviata da Deng a fine anni ’70. In questa stagione, sotto la guida di Xi Jinping, la priorità è uno “sviluppo di qualità”, sostenibile nella dimensione sociale ed ambientale, con consumi interni sostenuti e non più basato su una manifattura di bassa qualità tecnologica e bassi salari. Impetuosi sono stati gli investimenti esteri finalizzati anche ad una crescita di competenze nel mondo della produzione per innervare l’industria cinese di un know-how tecnologico spesso poco competitivo.
«Siamo fieri del rapporto con l’Italia, dello scambio di visite tra Renzi e il nostro primo ministro Li Keqiang, che ha portato accordi per 10 miliardi di dollari» ci dice Ren Hongbin all’Accademia del ministero del commercio. Un dato impressionante non solo per la simpatia verso il Belpaese, salito rapidamente ai vertici dei partner cinesi per investimenti, ma per la conoscenza dettagliata del nostro sistema di piccole e medie imprese volta al miglioramento delle imprese cinesi. Una analisi che certamente farebbe rabbrividire i protezionisti di casa nostra ma entusiasmerebbe un ascoltatore non intimorito dalla chiosa di Hongbin «nel nostro interscambio quello che vorremmo far crescere è la ricerca, adesso troppo bassa, puntando su università e centri di eccellenza».
Infatti la Cina non raffredda i suoi livelli di produzione interna, stabilizzando il Pil dal 9% del passato al 7,5% previsionale, per un calcolo pessimistico o perché stretta tra la paura per la possibile bolla immobiliare, figlia di una urbanizzazione scriteriata, e una corruzione che corrode le leve del potere locale.
Piuttosto il timore è quello di aver toccato i vertici dell’economia mondiale con uno sviluppo carente di coesione sociale e arretrato dal punto di vista del valore aggiunto rispetto al suo principale rivale ed alleato economico di oltrepacifico, proprio adesso che è partita la guerra commerciale globale.
Non a caso, proprio sul grande scacchiere delle rotte dello scambio, la Cina pianifica una “via della seta del Ventunesimo secolo” per via marittima, toccando tutti i continenti,  sorretta da un nuovo canale per solcare gli oceani da costruire in Nicaragua, competitivo rispetto al raddoppio del canale di Panama.
Gli Usa inseguono la supremazia commerciale nel Pacifico con il Tpp (Transpacific partnership agreement) per unire 800 milioni di persone, escludendo la Cina, e nell’Atlantico con il Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) per legare Usa e Ue. Dietro queste scelte si staglia il blocco operativo del Wto, il neoprotezionismo dei Brics e la ripresa necessaria, per aggirare lo stallo, di accordi bilaterali o multilaterali collegati da geostrategie comuni. Anche la Cina non si fa trovare impreparata sul punto, e mentre ha aperto a 100 sui 167 settori di servizio richiesti dal Wto, ha siglato più di 20 trattati bilaterali di commercio.
A tutto ciò si aggiunge la sfida moderna per la supremazia nel Pacifico al di là delle rotte commerciali, che si muove su nuove linee di scontro geopolitico ben più pericolose. Le tensioni sono cresciute visto l’attivismo cinese nel mare continentale scuotendo i paesi limitrofi con dispute sulle acque territoriali e la ricerca di materie prime off shore. La reazione Usa non si è fatta attendere frutto della tradizionale politica di protettorato verso i paesi minacciati dall’egemonismo cinese. In fin dei conti, se dal punto di vista economico tra gli Usa, con la sua teoria del “pivot to Asia”, e la Cina, con la sua “via della seta”, una convivenza è necessaria, al contempo è ipotizzabile che sul terreno delle alleanze militari si possa sviluppare la “cool war” di cui parla Noah Feldman.
Infatti le relazioni e gli scambi di merce e liquidità hanno saldato in un destino comune i due giganti, che sul piano della libertà del capitalismo non vivono il muro e le distanze tipiche della vecchia “cold war”. La partnership competitiva è nei fondamenti della loro relazioni poiché la Cina da magazzino della produzione del mondo si è trasformata in prestatore di risorse Usa sviluppando una coesistenza economica evidente tra le prime due economie del globo. Ma i rischi da “guerra fresca” sono piuttosto su altri versanti geopolitici dove la convivenza tra le due ambizioni possono irrigidire le distanze tra Washington e Pechino su faglie conflittuali, a partire da quella più esplosiva che è Taiwan.
In questo contesto si intuisce la determinazione verso la nostra insistenza, con i vertici del ministero degli esteri e del dipartimento esteri del Pcc, sul tema Hong Kong. «Interferenze esterne» oppure «quando Hong Kong era inglese non si tenevano elezioni», sono le risposte di forma che non spiegano il fenomeno di protesta giovanile nell’importante autonomo centro finanziario sotto bandiera cinese. La sfida di Hong Kong è paradigmatica e mette in discussione la tenuta dell’assetto “due sistemi-uno stato”, schema istituzionale che la Cina vorrebbe consolidare se non esportare ad altri stati satellite; un modello che se esplodesse nella ex colonia britannica avrebbe conseguenze più complicate per l’aspirazione da grande potenza.
Ma per sfatare i pessimismi su una convivenza tra le due superpotenze un ruolo lo potrà avere sicuramente l’Europa unita che non si rinchiude solo nei benefici dell’interscambio commerciale. Il modello di integrazione europeo, paradossalmente oggi in crisi tra i 28, è molto apprezzato a Pechino, analizzato nei suoi fondamenti storici, esaltato poiché si è realizzato con l’aumento graduale di scambi economici e la parallela integrazione di istituzioni giuridiche che hanno allontanato i rischi di guerra. Un antidoto ad un multilateralismo troppo debole dinanzi ai nuovi rischi globali.
Fonte: Europa

The Green value of Milan Expo 2015

by Massimo Preziuso (in State of Green Economy Report 2015 – Dubai Carbon)

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Expo Milano 2015 is the first universal green economy fair. A single event will give italian and international firms focused on green investments the opportunity to be exposed to new ideas and alliances while showing their best practices to a global community, during and after the event.

Mobilizing the attention of a massive audience this Expo aims to be a global best practice, in terms of its sustainable design and green procurement to be followed in the next “Great Events”.

Milan Expo 2015 is also a unique place for setting up a new era of sustainable and green growth policy that starts in Europe and directs to the UAE (through the Dubai Expo 2020) and the USA (through the Transatlantic Trade and Investment Partnership) reshaping the entire global economy.

At Rio +20, in June 2012, Heads of State and Government renewed their commitment to ensuring the promotion of an economically, socially and environmentally sustainable future for our planet and for present and future generations.

Among other actions, they recognized the importance of promoting cleaner production and products and boosting green growth.

Expo Milano 2015 is a non-commercial Universal Exposition with some very unique and innovative features. Not only is it an exhibition but also a process, one of active participation among a large number of players around the theme of Feeding the Planet, Energy for Life. It is sustainable, technological, thematic and focused on its visitors. Open from May 1 to October 31, 2015, the Expo will host over 130 participants. Running for 184 days, this giant exhibition site, covering one million square meters, is expected to welcome over 20 million visitors” (Official website)

Expo Milano 2015 is so a golden opportunity for Italy and Europe to show how this can be done, by implementing workable sustainable solutions throughout the lifecycle of the event.

To this aim, Expo Milano 2015 wants to set the standard in:

–        Sustainable design, construction, dismantling and reuse

Today, the building sector accounts for 30 to 40 percent of the world’s energy consumption and about 30 percent of current world CO2 emissions. The Sustainable Solutions for the design, construction, dismantling and reuse guidelines provide suggestions and references on how to improve the performance of temporary buildings and exhibition spaces.

–        Green Procurement*

Expo Milano has introduced not mandatory Green Procurement Guidelines to provide suggestions and recommendations on how to easily include appropriate criteria to reduce environmental footprint of products and services in their life-cycle. Green Procurement is also a major driver for innovation, providing industry with real incentives for developing green products and services and stimulating the markets towards more sustainable solutions.

Expo Milano 2015 has also a tremendous potential impact onto a political and economic perspective as a unique opportunity for Europe to take (for the second time, after having led the global agenda for Climate Policy with its “20-20-20”) the leadership of a new era of Sustainable Growth and Green Investments.

For Italy it is also the opportunity to restart as a country and community after a decade of economic and cultural crisis that has partially destroyed a tradition of wellness and high standard of living. The Expo can give the country a fresh and modern image of a visionary and environmental friendly place that aims to return as a guide for the old continent and the world towards a new era of green growth, with its unique creativity that brought tons of inventions and innovative products and technologies for the past centuries.

According to a recent study on the leading export industries in various countries, “engineering products” sector results the first contributor to Italian export. This says that Italy is still a top global exporter of high value – engineering services and products to the developed and developing countries, helping world economies and societies growth and modernization. A fact in clear contrast with an (Italian) internal economy that is living a long and severe decline.

Milan Expo could give a strong boost to a sustainable production and consumption path that is already emerging as data from GreenItaly 2013 report on italian green investments shows.

The sample is made by 328 thousand firms (one out of five) that, from 2008 on, invested on Green Economy.

Data says that, despite of a crisis that still persists, Italian green industry is growing and that the exportations are increasing especially thanks to innovation.

The main consequence of green investments are increase in exportations, innovation in the productive system and turnover increase. In order to be competitive Italian firms must persist on their tradition in terms of product, but also integrate it with sustainability and quality in terms of production. Green Economy is the key for Italian industry’s recover.

To summarize:

–         Expo Milano 2015 could strongly influence the european and global political agenda by putting Environment and Sustainability at the centre of a new “green era”.

The main goal could be with the EU – USA Transatlantic Trade and Investment Partnership that could be strongly innovated and enhanced with new “sustainable” conditions.

–        In the same time, Expo Milano 2015 has the strong responsibility to give a successful example, in terms of organization and vision, to its successor Expo Dubai 2020 that will be crucial for a radical change of UAE economies and societies.

Milan and Dubai have to work together since now for the leadership of a new era of global “green” growth.

 

ATTACHMENT

*Expo 2015 SpA Green Procurement

Starting from 2009, 60 tenders have been awarded for the supply of goods and/or services and consulting, for a total of €19,578,776.21. In 12 of these, regarding amounts that cover 60.8% of the total economic value, candidates were also assessed on the basis of a series of “green” requirements that bidding companies had to satisfy, such as the commitment to reduce the environmental impacts connected to providing the subject service or supplies.

Table 1 – The green tenders carried out

YEAR SUBJECT OF TENDER GREEN CRITERIA

2010

Express courier service   for the delivery of letters and packages Use of vehicles with low   environmental impact
Letter head Printing on recycled and   certified paper

2011

Specialized support for   development and implementation of the climate-changing gases inventory of   Expo 2015 Commitment to reduce CO2   emissions
Services for   coordination, design, organization, implementation of events and/or services   and related suppliers, directly managed by the company Expo 2015 or by third   parties – LOT 1 and LOT 2 –  Commitment to reduce the   environmental impacts connected to organization of the Event;-  Possession of an Environmental   Management System with UNI EN ISO 14001:2004 or EMAS III certification;-    Adoption of measures aimed at reducing CO2 emissions during   the service
Activities involving the   graphical design, photolithograph, CD Rom production, printing, binding,   packaging and delivery of the Participants’ Guide –  Sustainable   processes and materials-  Adoption of an Environmental   Management System with UNI EN ISO 14001:2004 or EMAS III certification;-    Commitment to reduce the ecological footprint of activities and   products

2012

Implementation of an   Environmental and Safety Audit Program in the work sites of Expo Milano 2015  Commitment to reduce the environmental   footprint (CO2)
Food services for workers   during operations at the site base –    Commitment to reduce the environmental impacts directly linked to   management and organization of the service;-    Possession of an Environmental Management System with UNI EN ISO   14001:2004 or EMAS III certification
Global Site   Communications Activities for Expo 2015 Reduction of   environmental impacts linked to management and organization of the site   communications activities

2013

Management of lodgings,   cleaning, armed and unarmed security, maintenance and overall coordination of   operations at the site base –    Commitment to reduce the environmental impacts directly linked to   management and organization of the services;-    Possession of an Environmental Management System with UNI EN ISO   14001:2004 or EMAS III certification
Coordination, planning,   organization and execution of the event “Expo Days 2013” –  Commitment to reduce the   environmental impacts connected to organization of the service;-    Possession of an Environmental Management System with UNI EN ISO   14001:2004 or EMAS III certification;-    Adoption of measures aimed at reducing CO2 emissions during   the service
Executive design and   production of 20 statues –  Selection of sustainable   production materials and relative packaging for transport;-  Commitment to reduce the   environmental impacts linked to set-up, storage, handling and disposal;-    Possession of an Environmental Management System with UNI EN ISO   14001:2004 or EMAS III certification
TOTAL VALUE OF GREEN TENDERS

€   11,912,627.34

Source: Expo2015

Nella crisi la centralità dei piccoli comuni

roberto di Roberto Speranza su Europa Quotidiano

Servono crescita e utilizzo delle potenzialità di questi territori che consenta di superare una tendenza alla marginalità, un rischio vero di spopolamento e al tempo stesso assicuri un maggiore riequilibrio del territorio

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Lo scriveva più di mezzo secolo fa, un grande scrittore, un grande osservatore della realtà come fu Cesare Pavese. Lui stesso era nato in un piccolo borgo delle Langhe: ne conosceva virtù e grandezze, limiti e risorse. Da allora il mondo è cambiato.

Sono cambiate le dimensioni del vivere quotidiano, le possibilità di movimento e le dinamiche della produzione e della comunicazione. Ma il piccolo comune rimane una dimensione importante – direi fondante – del paese Italia, forse una delle principali caratteristiche della nostra struttura demografica e sociale. Italia: paese dei mille campanili, dei quasi 5700 comuni con meno di 5000 abitanti, dove vivono in totale oltre 10 milioni di persone.

È a loro che pensiamo quando diciamo che vogliamo “ristrutturare” il paese valorizzando le sue caratteristiche, potenziando territori e comunità per rispondere oggi alla crisi e domani ai cambiamenti che verranno.

Lo fa con intelligenza e coraggio la proposta di legge sulla valorizzazione dei piccoli comuni presentata dal Partito democratico, sotto la spinta promotrice del nostro deputato Ermete Realacci. È un’iniziativa condivisa con gli altri partiti della maggioranza e dell’opposizione perché aiutare territori e comunità non ha colore politico, è solo “buona politica”.

I piccoli centri rappresentano in moltissimi casi luoghi di eccellenza per la qualità dell’agroalimentare e della tecnologia moderna, accanto a realtà turistiche che il mondo ci invidia.

Per primi, i piccoli comuni hanno accolto la non più rinviabile necessità di ricorrere a fonti di energia rinnovabile e smaltimento intelligente dei rifiuti. Hanno fatto della creazione di prodotti eccellenti in tutti i settori un volano dell’export nazionale.

Per difendere la ricchezza – spesso nascosta – dei nostri borghi, dei nostri paesaggi, di gran parte del nostro paese, e allo stesso tempo rilanciare la qualità della vita delle comunità locali, occorre valorizzare il ruolo che anche le aree piccole e interne possono avere per immaginare un nuovo modello di sviluppo che contribuisca al superamento della crisi attuale.

Per ragionare su tutto questo, per dare respiro e carattere a una proposta di legge che vogliamo far crescere nel paese, abbiamo promosso un incontro con amministratori e esponenti dell’associazionismo e dell’economia che si terrà nella sala della Regina della camera dei deputati nella mattina di venerdì 10 ottobre.

Vogliamo una buona legge per aprire una nuova fase culturale, ma anche politica, di crescita e utilizzo delle potenzialità di questi territori che consenta di superare una tendenza alla marginalità, un rischio vero di spopolamento e al tempo stesso assicuri un maggiore riequilibrio del territorio. L’obiettivo è ambizioso: consentire a tutti, ovunque si viva, si lavori e si produca di concorrere alla modernizzazione dell’intero paese.

@robersperanza

PD, articolo 18 e la sindrome del monopolista

francesco_grillo di Francesco Grillo

Conosco Ivan Scalfarotto, lo stimo e gli riconosco – per aver difeso le diversità – parte dei meriti che hanno portato il Partito Democratico a rimanere l’unico partito rimasto in piedi, dopo una guerra di posizione che ha svuotato il Paese di quasi tutte le sue risorse civili ed economiche. E, tuttavia, ieri sera mi è tornato in mente un episodio successo qualche anno fa: eravamo, credo a Piombino, si discuteva (ovviamente) di rinnovamento di classi dirigenti e, rispetto alla premessa che facevo di non essere iscritto al Partito Democratico, fu proprio Ivan a farmi notare – scherzando – che prima di partecipare al dibattito sarei dovuto andare in segreteria a risolvere questo piccolo dettaglio operativo, “perché il Partito Democratico discute del proprio futuro con chi vi aderisce”.

Mi è tornato in mente questo episodio ieri sera sentendo distrattamente del dibattito alla direzione del Partito. Un dibattito che chiunque giudichi le cose con un minimo di serenità, non può che ritenere surreale, tanto quanto quello che si è svolto negli ultimi dieci giorni sull’articolo 18. Per dieci giorni si è parlato fuori e dentro il PD solo di questo; il PD e il Paese sono sembrati sull’orlo di una crisi di nervi e di una scissione irreversibile; e, alla fine, di tanto rumore per nulla, siamo tornati – con la mediazione che, comunque, ha lasciato il Partito passato in tre tronconi attorno alla maggioranza larga per Matteo – al punto di partenza; lasciare la reintegra solo per i licenziamenti discriminatori e disciplinari è esattamente ciò che prevede l’articolo 18 nella sua formulazione attuale.

Mi è tornato in mente, l’episodio di Piombino perché il dibattito di questi giorni fa capire che dall’essere rimasto l’”unico ancora in piedi” (come alla fine di un film degli anni ottanta) resta di essere danneggiato soprattutto il PD. Senza un avversario da battere, senza alternative il PD rischia di implodere su se stesso. E deve essere questo l’ultimo, velenoso abbraccio che quel genio di Berlusconi sta riservando al partito che ha combattuto per vent’anni.

Il PD rischia se non è sfidato sui contenuti da nessuno, di non avere più contenuti. Oltre a quelli di una comunicazione, di una sociologia sulle intenzioni che rischia di non entrare mai, davvero, nel merito delle soluzioni. Credo che l’Italia ha bisogno di un PD forte e di una democrazia funzionante. Ed è per questo motivo che mi è tornato in mente Ivan. Perché è, proprio, nel momento in cui resti senza avversari che rischi di sederti e di cominciare a gestire il potere come se fosse fine a stesso. Mentre la società, quella che è fuori dalle stanze “dove si discute del futuro del PD” va avanti senza aspettare.

Sarebbe paradossale che la sindrome del monopolista colpisse una classe dirigente così giovane: è questo il momento per decidere di correre il rischio di andare a confrontarsi con chiunque abbia idee concrete.

Innovatori Europei e I Riformisti con Giuseppina Bonaviri nel frusinate

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Innovatori Europei e I Riformisti con Giuseppina Bonaviri nel frusinate

 

Il Partito Democratico, primo partito riformatore italiano, non può fermarsi. Tanto più in una occasione irripetibile come quella delle prossime elezioni degli organi provinciali di area vasta frusinate non potendosi permettere di retrocedere ad accordi di vertice o a vecchi schemi di gestione del territorio.

Come Innovatori Europei e I Riformisti crediamo da sempre che il cambiamento responsabile post ideologico è possibile e sosteniamo che passi da persone nuove, integerrime e rappresentative a partire dalle periferie e dai programmi condivisi sull’eccellenza.

Sulla nomina di un “commissario garante e terzo” per la Federazione del Pd locale in Ciociaria – come da richiesta ufficiale fatta al segretario regionale e alla commissione di garanzia –  il tempo è maturo per dar vita a pratiche seriamente innovative e di discontinuità, corali.

Per questo proponiamo in qualità di commissario garante e terzo la innovatrice europea e riformista Giuseppina Bonaviri, che come donna, intellettuale indipendente, militante pubblica da anni con la sua determinazione, impegno e passione rappresenta pienamente le istanze di un territorio che necessita di veloce e vigoroso rilancio.

Giuseppina Bonaviri aderisce all’Associazione per il Partito democratico nel lontano 2006 per giungere alla costituente del Pd, con credo e sano entusiasmo. Viene eletta nella assemblea costituente regionale del Lazio ed entra nel direttivo provinciale del Pd. Si candida poi da indipendente nel 2010 alle elezioni regionali del Lazio e nel 2012 come Sindaco indipendente a Frosinone con il supporto di due liste civiche sostenendo, già da allora, col suo programma elettorale “Frosinone piccola Capitale” l’urgenza di costruire una macro area provinciale Smart internazionalizzata per accrescere l’identità locale.

Gli Innovatori Europei e I Riformisti credono che oggi più che mai i movimenti civici siano i veri depositari e tutori della pianificazione virtuosa del Partito Democratico. Da un decennio impegnati su questa linea, proseguiranno imperterriti.

Gregorio Gitti  per I Riformisti www.iriformisti.eu

Massimo Preziuso per gli Innovatori Europei:  – www.innovatorieuropei.org

Lo spazio dell’Italia tra Usa e Africa. Parla Salzano (Eni)

Lo spazio dell'Italia tra Usa e Africa. Parla Salzano (Eni) Intervista di Formiche a Pasquale Salzano

Pasquale Salzano è senior vice president di Eni ed ha delega agli affari istituzionali. È il volto e la voce di Claudio De Scalzi, una vita nel Cane a sei zampe e da pochi mesi nominato dal governo Renzi nuovo Ceo della prima multinazionale italiana.

Salzano, classe 1973, è arrivato in azienda nel 2011 dalle fila del ministero degli Affari esteri essendo Consigliere d’Ambasciata. La promozione di un giovane diplomatico non sorprende, anzi conferma il peso della dimensione istituzionale e internazionale in Eni. Formiche.net lo ha incontrato per una conversazione a valle del Summit USA-Africa appena terminato a Washington e che ha lasciato in eredità sia la Clean Energy Finance Initiative sia investimenti tra i quali una partnership da 5 miliardi di dollari tra il fondo Blackstone e il ricco investitore africano Aliko Dangote per progetti di infrastrutture energetiche nell’Africa sub-sahariana.

Anche Eni, pur nel suo core business degli idrocarburi, investe da tempo nel Continente nero. Quali opportunità vi intravedete? “Il vertice di Washington è stato il più grande incontro con i capi di stato e di governo africani mai organizzato da un presidente americano negli Usa. La sua importanza è dunque innanzi tutto di carattere politico e strategico e segnala la crescente attenzione che l’amministrazione americana dedica ad un continente in cui, negli ultimi dieci anni, diversi paesi hanno registrato i tassi di crescita più elevati del mondo. Va considerato, inoltre, che la popolazione africana raddoppierà entro il 2050, tornando a rappresentare un quinto del totale mondiale, come era nel XVI secolo. In questo quadro, gli investimenti e il commercio sono considerati dagli Usa come parte del più complessivo impegno per la sicurezza e lo sviluppo civile e sociale del continente. Si tratta di un approccio altamente condivisibile, molto simile a quello che Eni, pur nella sua specificità di azienda energetica, ha tradizionalmente promosso in Africa fin dall’inizio della sua presenza, nel 1953. È stato proprio grazie alla attiva integrazione tra i progetti di sviluppo dell’azienda e le opportunità di crescita dei territori in cui è ospite, che Eni è potuta diventare non solo la prima compagnia internazionale del continente per produzione di idrocarburi, ma anche l’azienda leader nel favorire l’accesso all’energia da parte delle popolazioni locali. Il rinnovato impegno americano e la convergenza dei rispettivi approcci al continente non può dunque che essere vista da Eni in modo molto positivo”.

Gli Stati Uniti hanno deciso di puntare in modo deciso sullo sviluppo dell’Africa e sugli investimenti non solo energetici nel continente. L’Italia, per sua vocazione e collocazione rappresenta un ponte ideale tra l’altra sponda dell’Atlantico e l’Africa. Ritiene che questo nuovo sguardo a sud possa aiutare il nostro Paese a diversificare le proprie alleanze energetiche, finora più orientate ad est?

“Pochi lo sanno, ma l’Italia è tra i paesi europei che nell’ultimo decennio ha provveduto maggiormente alla diversificazione delle proprie fonti di approvvigionamento, come spesso auspicato dall’Unione europea. Nello stesso periodo, inoltre, l’Eni ha registrato in assoluto i migliori successi esplorativi tra le majors petrolifere mondiali, inclusa la più grande scoperta di giacimento gas della sua storia, in Mozambico, nel 2011 e l’Africa è stata al cuore di questi successi. Si tratta di nuove fonti che, soprattutto per quanto riguarda il gas, potranno contribuire ulteriormente alla diversificazione energetica italiana ed europea, consolidando una sorta di corridoio nord-sud come nuovo asse strategico di approvvigionamento energetico, di cui ha recentemente parlato anche il presidente Renzi, che potrà avvicinare sempre più l’Africa al vecchio continente”.

Ritiene che, tenendo conto anche dei nuovi progetti energetici annunciati dall’amministrazione Obama, ci possano essere ulteriori momenti di collaborazione tra Italia e Stati Uniti?

“Le sfide che la straordinaria crescita dell’Africa pongono alla comunità internazionale rendono sempre più importante la sinergia tra l’Italia e gli Stati Uniti, che non può che realizzarsi nella più ampia cornice dei rapporti tra Ue e Usa. L’importante negoziato in corso sulla Transatlantic Trade and Investment Partnership ne è solo uno degli esempi più recenti, e l’inclusione dei temi energetici al suo interno sarà molto rilevante. In Africa, in particolare, la collaborazione tra Italia e Usa potrà registrarsi anche alla luce del programma Power Africa lanciato dall’amministrazione un anno fa, che mira a raddoppiare l’accesso all’energia nel continente entro il 2018, grazie anche a importanti convergenze tra pubblico e privato (Public Private Partnership)”.

Il recente viaggio del premier Matteo Renzi in Africa – in Mozambico, Congo e Luanda – è forse il segno che anche la politica italiana guardi all’Africa non solo come a una frontiera, ma come a un mercato di riferimento. Eni come valuta questo nuovo approccio e quali cambiamenti scorge?

“Il rinnovato impegno del governo italiano verso l’Africa è a tutto campo e tocca la dimensione politica, economica e culturale. Può quindi essere considerato parte di una più ampia strategia di apertura e adattamento del nostro paese alle nuove tendenze del sistema internazionale. Un’azienda come Eni, che opera in circa settanta paesi in tutto il mondo, non può che considerare positivamente questo approccio, sempre più necessario e carico di implicazioni significative. A questo riguardo Il Ministero degli esteri ha recentemente promosso l’Iniziativa Italia–Africa, anche con l’obiettivo di rafforzare l’accesso all’energia sostenibile attraverso l’espansione della rete di aziende italiane impegnate nel continente. A metà ottobre si svolgerà a Roma una conferenza internazionale di alto livello per fare il punto sullo stato di avanzamento delle attività su questo fronte”.

Per dirla con Barack Obama, aumentare gli investimenti occidentali in Africa è anche un modo per rafforzare “sicurezza e democratizzazione dei Paesi africani”, anche quelli dove Eni è presente. Penso alla Nigeria, ma anche alla Libia, in queste ore teatro di scontri terribili. Cosa ne pensa? E come proseguono le attività di Eni nei Paesi africani più instabili?​

“Per le caratteristiche del suo business, Eni è abituata da sempre ad operare in realtà o regioni complesse o genericamente considerati “a rischio”. Per questo ha tradizionalmente dedicato grande attenzione allo sviluppo dei paesi in cui opera, anche attraverso il cosiddetto “dual flag approach”, ovvero quello di una compagnia al tempo stesso internazionale ma anche locale e con uno stretto rapporto con il territorio. Poiché l’energia è la chiave di ogni sviluppo, negli ultimi anni Eni si è anche impegnata direttamente nella realizzazione di alcune centrali elettriche, come ad esempio quelle in Nigeria e Congo, che vengono gestite insieme alle autorità locali e forniscono ai due paesi rispettivamente il 20 e il 60% dell’energia. Solo l’ulteriore consolidamento di questa strategia, ribadita dalle recenti iniziative sia negli Stati Uniti che in Italia, potrà offrire all’Africa quel futuro di pace e prosperità che ognuno di noi auspica”.

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Sulo stesso tema, la nota scritta nel 2013 da Massimo Preziuso: Un’area di libero scambio UE-USA per lo sviluppo sostenibile mondiale e per la nascita degli Stati Uniti d’Europa

 

 

 

 

 

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