Significativamente Oltre

Boschi

Le emozioni di una sconfitta – di Tommaso Nannicini (e la necessità del Partito “rete di reti e di progetti”)

di Tommaso Nannicini su Medium

Con il voto del 4 marzo, il Partito democratico ha rimediato una sconfitta sonora, senza appelli. Che cosa spiega il successo della Lega e dei 5 Stelle? In questi giorni se ne leggono di tutti i colori. Molti sanno esattamente che cosa è successo. Beati loro. Io di certezze ne ho poche. Condivido questa analisi di Alessandro Fiorenza sull’inadeguatezza delle risposte che circolano, ma anche lì non ne troverete di nuove. Più che sulle “ragioni” dovremmo cominciare a riflettere sulle “emozioni” della sconfitta. E lo dico con il massimo rispetto per le emozioni, che giustamente guidano gran parte delle scelte di voto (per gli appassionati del genere consiglio la lettura di Drew Westen, The Political Brain).

Mettiamo in fila qualche elemento. Primo: le ferite ancora aperte della crisi economica (rispetto alle quali, noi del Pd, avremmo dovuto mostrare più empatia, facendo capire che per cicatrizzarle occorrono tempo e scelte coraggiose, come quelle che avevamo iniziato a fare). Secondo: il fascino di soluzioni tanto semplici quanto illusorie rispetto a nuove insicurezze (a fronte della nostra incapacità di inserire in una “costituzione emotiva” risposte più solide perché più complesse). Terzo: il malcontento verso un rinnovamento troppo lento o scarsamente selettivo della nostra classe politica. Tutti questi elementi hanno finito per soffiare sulle vele di forze estremiste e populiste, che in Italia hanno trovato terreno fertile anche per le storiche debolezze delle nostre istituzioni e per il ruolo che l’anti-politica ha giocato a più riprese nella nostra cultura collettiva.

Da dove ripartire allora? In questo post su Facebook ho parlato degli errori da evitare nell’immediato. Qui, mi limito a un’autocritica sugli errori del passato. Per evitare la tipica analisi del giorno dopo, ho fatto una scelta metodologica: analizzo solo i limiti della nostra azione politica di cui avevo già parlato prima del 4 marzo. Perché, oggi come allora, penso che riconoscere i propri limiti sia la premessa per superarli.

Una costituzione emotiva

Gli elettori non hanno capito che cosa era il Pd. Negli anni di governo, abbiamo fatto scelte importanti per il bene del Paese, dal Jobs act al reddito di inclusione, dalla riduzione delle tasse a un fisco più a misura di contribuente, dalle unioni civili al biotestamento. Nel nostro programma c’erano proposte altrettanto forti per continuare questo cammino e prendersi cura del futuro: denatalità, occupazione femminile, formazione permanente, non autosufficienza. Sia chiaro: perdere le elezioni quando hai fatto cose buone per il tuo Paese non è un’attenuante, ma un’aggravante. Vuol dire aver fallito sul terreno della politica. Non c’è stato solo un problema di comunicazione. C’è stato un problema politico.

Abbiamo fatto fatica a ricondurre le nostre scelte di governo (o le nostre proposte elettorali) dentro a quella che la psicologia politica chiama “costituzione emotiva”: quell’insieme di valori, principi e macro obiettivi che – da una parte – plasmano l’identità di un partito e – dall’altra – servono da interpretatori di senso per capire le politiche che quel partito sta portando avanti. Troppe scelte che abbiamo fatto faticavano a stare dentro alla stessa costituzione emotiva: la lotta all’evasione con l’innalzamento del limite sul contante, il reddito di inclusione con l’abolizione delle tasse sulla casa per tutti, il Jobs act con la liberalizzazione dei contratti a termine, e così via. Sia chiaro: quelle scelte di policy avevano delle motivazioni (più o meno valide) nel breve periodo, ma nonostante questo faticavano a convivere dentro alla stessa costituzione emotiva. Finendo per non far capire agli elettori per che cosa si stesse battendo il Pd, al di là delle scelte di governo e dell’operato (più o meno efficace) dei propri ministri.

In verità, questa analisi è troppo impietosa. C’è stato un periodo in cui il nuovo corso del Pd una costituzione emotiva l’ha saputa trovare. Nella prima fase, intorno alla “rottamazione”, al rinnovamento della classe dirigente, al superamento dell’immobilismo della Seconda Repubblica, all’esigenza di fare riforme troppo a lungo rinviate. Quell’energia positiva e quella fame di futuro hanno dato identità. In una seconda fase, la costituzione emotiva è arrivata dal tema del “rinnovamento istituzionale”. Il 41% degli italiani che hanno votato “sì” al referendum del 2016 riconoscevano ancora nel Pd il partito del cambiamento. Anche per questo è stato un errore non rilanciare il tema del rinnovamento istituzionale nel nostro programma. Abbiamo ammainato una bandiera che ci aveva dato un’identità riconoscibile.

L’analisi di cui sopra è troppo impietosa per un secondo motivo. Il problema di trovare una nuova costituzione emotiva non è solo del Pd, ma di tutte le forze progressiste in Europa e nel mondo. La cosiddetta “terza via” aveva capito la domanda, ma non ha trovato le risposte. Tocca ripartire da quella sconfitta culturale ancor prima che politica. C’è una sfida di cultura politica da raccogliere. Come ho cercato di accennare in questa intervista su Linkiesta, dobbiamo dare una costituzione emotiva alla sinistra del XXI secolo, partendo da un’analisi multidimensionale delle diseguaglianze: non solo nel reddito, ma nelle capacità (alla Amartya Sen), nelle opportunità, tra generazioni. Se vogliamo portare avanti chi è nato indietro, a volte la risposta sarà più mercato, altre volte più intervento pubblico. A volte più diritti, altre volte più doveri. L’importante è che tutte le risposte stiano dentro un’unica costituzione emotiva, quella di un riformismo empatico e responsabile. Un riformismo che sappia ritrovare un senso, ancora prima del consenso.

Un partito di tipo nuovo

Per farlo, non esistono scorciatoie. Serve un partito che fa il partito, che intermedia la società in forme nuove, che dialoga con altri corpi intermedi, con altri centri dove si raccolgono esperienze e si elaborano idee. Un partito che seleziona e forma la classe dirigente pensando all’interesse del Paese e non di chi fa parte del club dei politici di professione. Si dirà: facile a dirsi, difficile a farsi. Vero. Ma non impossibile se sapremo essere all’altezza del messaggio che ci hanno mandato gli italiani.

Nelle nostre mozioni congressuali abbiamo parlato spesso di un partito in grado di farsi “rete di reti”, ma poi più che reti si sono viste correnti. Una rete di reti ha bisogno di think tank, di luoghi di studio ed elaborazione che riordinino nuove domande politiche dal basso e le facciano circolare (come hanno fatto per anni i conservatori negli Usa). Ha bisogno di incubatori di impegno civico: luoghi, risorse e momenti di formazione messi a disposizione dei tanti che hanno voglia di impegnarsi su campagne tematiche o singole battaglie, lasciando libere queste risorse di auto-organizzarsi al di fuori del partito. E ha bisogno di ripensare il ruolo dei circoli territoriali, con coordinatori che diventino organizzatori di comunità, con luoghi fisici dove, a seconda dei casi, si ricevano ascolto o informazioni e, perché no, anche offerte di formazione e di arricchimento personale al di là dell’impegno politico. Se sapremo mettere in campo tutto questo, il tema di come selezionare meglio la classe dirigente si risolverà a cascata. Perché è inutile negarlo: il voto in certe aree del Paese non si spiega solo con le proposte degli altri partiti, ma anche con l’inadeguatezza della nostra classe dirigente (per usare un eufemismo).

Ci aspetta una lunga traversata nel deserto. Prima di scegliere il capitano, dobbiamo chiarirci le idee sulla destinazione finale. E dotarci di una bussola. Dopodiché, non resterà che mettersi in marcia. Senza fretta, ma senza sosta.

2009 -> 2016 -> 2017: Un Ministero per lo Sviluppo Sostenibile e il PD diventi il Partito dei Progetti o non reggeremo la modernità

pd

di Massimo Preziuso

Si ha una strana sensazione quando si scopre di aver visto giusto negli anni ma di non essere stati ascoltati. E’ quello che ci capita in questi giorni in cui il nostro Belpaese soffre pesantemente, per ragioni di inefficacia ed inefficienza politica, l’adattamento ad un clima ormai drammaticamente e profondamente cambiato.

Ebbene, nel 2009 il nostro Comitato Green Economy and Society della Mozione Bersani presentò una proposta di istituzione del MISS – Ministero per lo Sviluppo Sostenibile che anticipasse e provasse a reagire ai forti problemi che il cambiamento climatico stava per portare ai nostri territori e al nostro sistema economico. Nessuno ci ascoltò e il Paese perse una occasione enorme di porsi da leader in un continente protagonista sul tema su questi temi di frontiera culturale, tecnologica ed economica.

Nel 2016 tornammo a scrivere al Partito Democratico e al Governo Renzi chiedendo una riflessione attenta sul tema ambientale e di sviluppo sostenibile del Paese (con la istituzione del solito MISS, per fusione tra Ministero dello Sviluppo Economico e quello dell’Ambiente) e sulla necessità di una nuova Forma Partito (di cui discutemmo nella apposita Commissione nazionale) che si incentrasse sui “Progetti per il Paese” (con la istituzione di un “Dipartimento Progetti” e della “Filiera Progettuale” proposta da Fabrizio Barca) per provare a riavvicinare la periferia del Paese al suo centro tramite idee e iniziative concrete. Ed evitare un ulteriore distacco elettorale a pochi mesi dalle amministrative che poi, come ipotizzato, si tradussero in una sconfitta netta.

E’ passato un altro anno da allora, in cui il PD ha pure perso il Referendum Costituzionale (a mio avviso anche per ragioni di organizzazione) e le ultime amministrative di quest’anno.

E, soprattutto, il Paese ha dimostrato a tutto il Mondo la propria fragilità geografica fino alla severa siccità delle ultime settimane, che andrà sicuramente a peggiorare ad Agosto.

E allora lo chiediamo per la terza volta:

si abbia il coraggio di porre il tema dello Sviluppo Sostenibile di un Paese così delicato al centro delle riforme governative. Il presidente Gentiloni dia il via al MISS – Ministero per lo Sviluppo Sostenibile, mettendo insieme  Sviluppo Economico e Ambiente per costruire il futuro del Paese . 

E il PD abbia la voglia di diventare finalmente il “Partito dei Progetti” utilizzando la naturale matrice delle competenze composta dai nuovi Dipartimenti (verticali) e la Segreteria (orizzontale) nazionali per sviluppare iniziative di cambiamento con il supporto di un forte luogo di elaborazione di proposte innovative diffuse nei territori. Il neonato gruppo “Italia 2020” (composto da Maria Elena Boschi, Sergio Chiamparino, Graziano Delrio, Michele Emiliano, Tommaso Nannicini, Andrea Orlando) che organizzerà la Conferenza Programmatica di Ottobre dovrebbe operare in questa direzione.

Speriamo che qualcosa accada presto o il Paese e il Partito Democratico non riusciranno a gestire la complessità di questa modernità che ci accelera contro.

 

Aggressione ieri a Frosinone alla nostra Giuseppina Bonaviri, unica candidata Donna Sindaca della città – Firma l’appello

Bonaviri

 

 

 

 

 

 

 

Rimaniamo senza parole.

Ieri, in pieno giorno, Giuseppina Bonaviri è stata aggredita durante un comizio della sua campagna elettorale di unica donna candidata Sindaca della città capoluogo ciociaro, Frosinone.

Se davvero il Paese vuole diventare moderno rinnovandosi, le istituzioni nazionali e regionali politiche intervengano con un atto concreto di solidarietà in suo sostegno. Noi Innovatori Europei chiediamo che in Italia si creino reali condizioni per una politica di genere dove atti di aggressioni e di discriminazione non trovino più spazio alcuno.

Firmate questo appello (a infoinnovatorieuropei@gmail.com) .

Ne va del futuro del Paese.

Roma, 29 Maggio 2017

Massimo Preziuso

Marco Frediani

Osvaldo Cammarota

Francesca Properzi

Marianna Rossi

Luca Lauro

Avanti, Europa (di Tommaso Nannicini)

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini durante la Conferenza Ispi su "Le sfide economiche e politiche per  l'Europa", Roma, 20 giugno 2016. ANSA/FABIO CAMPANA

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini durante la Conferenza Ispi su “Le sfide economiche e politiche per l’Europa”, Roma, 20 giugno 2016.
ANSA/FABIO CAMPANA

di Tommaso Nannicini su Medium

Emmanuel Macron ha compiuto un capolavoro politico. Ha creato dal nulla una forza politica liberal-europeista, in un Paese fortemente nazionalista dove il termine “liberalismo” è quasi una parolaccia. E, al secondo turno, ha vinto le elezioni, diventando il Presidente di tutti i francesi. Ci è riuscito perché è bravo, perché ha una visione forte sul futuro della Francia e dell’Europa e perché si è circondato di persone competenti che quella visione sanno farla propria per naturale inclinazione e non per mero tatticismo. Sapere dove andare e circondarsi di persone in grado di portartici vale il 50 percento del successo politico. L’altro 50 lo fa la fortuna, per dirla con Machiavelli.

Virtù, fortuna e doppio turno

Ma non c’è dubbio che, al di là del tradizionale binomio virtù-fortuna, Macron ha avuto dalla sua un altro potentissimo alleato: il combinato disposto rappresentato dal doppio turno e dal sistema semipresidenziale. In un sistema parlamentare con legge elettorale proporzionale, con ogni probabilità, il suo partito si sarebbe fermato sotto il 20 percento. Dopodiché, il nostro eroe avrebbe dovuto sedersi al tavolo con gli altri segretari di partito e difficilmente sarebbe riuscito ad assicurarsi le portate migliori.

Secondo un sondaggio Ipsos, il 43 percento di chi ha votato Macron al secondo turno dichiara di averlo fatto in chiave anti-Le Pen, il 33 perché vede in lui una speranza di rinnovamento e solo il 16 perché condivide il suo programma socio-economico. Se quel programma riuscirà a realizzarlo dipenderà, di nuovo, dalla sua bravura e da quella della classe dirigente di cui saprà circondarsi. Più nello specifico, dipenderà dall’esito delle elezioni legislative e, in seguito, dalla sua capacità di dar vita a una coalizione che convinca i francesi della bontà delle riforme. Colpisce come il nuovo governo, rispetto al nucleo forte dei promotori di En Marche, sia composto da persone un po’ più in là con gli anni e con esperienze sbilanciate verso la politique politicienne. Sarà importante capire come il neo presidente gestirà gli equilibri tra energie fresche e vecchie volpi all’interno di un quadro unitario.

 

Parigi, Italia

Cambiare la Francia per cambiare l’Europa, dunque. Per riuscirci, Macron avrà bisogno anche della collaborazione di tutte le forze politiche europeiste al di fuori della Francia, Pd in testa. L’obiettivo è fattibile, a patto che queste forze sappiano costruire un disegno politico che non sia solo francese, italiano, tedesco o via snocciolando, ma in primo luogo europeo.

Sui social si aggira un personaggio le cui frustrazioni politiche hanno trasformato in troll: dopo il voto francese, ha pensato bene di scagliarsi contro i “renzini” contenti per la vittoria di Macron. Rei, a suo dire, di paragonare impropriamente i due leader, mentre il renzismo è culturalmente più affine al lepenismo del Front National (?!?). Fermo restando che i paragoni tra leader diversi in paesi diversi non hanno granché senso, è stato lo stesso Macron a rivendicare la vicinanza politico-culturale al Pd di Matteo Renzi. E viceversa. Solo il nostro provincialismo e la propensione a buttare tutto in una caciara tra guelfi e ghibellini, ci possono far negare l’affinità tra i due progetti politici. Basta leggere l’intervista rilasciata da Macron al bravo Mauro Zanon per il Foglio: riduzione del carico fiscale e sostegno alle imprese 4.0; un euro in sicurezza e un euro in cultura (bonus 18enni incluso); riforme del welfare e del lavoro incentrate su meccanismi di attivazione, formazione e responsabilizzazione delle scelte individuali. Volendo guardare alle differenze, invece, ci sono due punti sui quali Macron batte molto: la riorganizzazione della macchina burocratica (con il contestuale ripensamento del perimetro pubblico) e il contrasto al dumping sociale (senza rinnegare i principi del libero commercio). Due punti su cui dovremmo riflettere di più anche in Italia.

Cambiare l’Europa, insieme

I punti di contatto addirittura aumentano quando si guardano le proposte sull’Europa. Da noi, Renzi è spesso dipinto come un leader che insegue i populisti sul loro terreno in chiave anti-europeista, mentre Macron è un paladino dell’Unione Europea senza macchia e senza paura. La verità è che, al di là dei diversi stili comunicativi, entrambi hanno sempre affermato la centralità dell’Europa, che per una nuova generazione che si affaccia al protagonismo politico è vissuta come la propria casa, come un orizzonte culturale ancor prima che politico. Le polemiche verso certi eccessi di rigidità tecnocratica nascono casomai da quella severità di giudizio che è sempre più acuminata verso le cose che ci sono più care. Così come la critica a certe liturgie ormai vuote non vuol dire rottamare il sogno europeo ma casomai rilanciarlo.

Più Europa e, soprattutto, più politica in Europa: è questa l’architrave della mozione congressuale sulla cui base Matteo Renzi è stato rieletto segretario del Pd. A partire dall’esigenza di una nuova architettura istituzionale che abbracci la lucida piattaforma di Sergio Fabbrini: un unione federale il cui Presidente sia eletto direttamente dai cittadini e in cui un nucleo duro di politiche pubbliche sia messo in comune. Pur sapendo che non tutti sono pronti per questo passaggio. Lo dice con chiarezza Macron nell’intervista a Zanon: “gli stati che non vogliono andare avanti non impediranno agli altri di avanzare”.

La mozione Renzi-Martina (e lo stesso vale per il programma di Macron o quelli di forze europeiste in altri paesi) non si limita alle proposte istituzionali, ma scommette subito su un’accelerazione che metta in comune alcune politiche pubbliche: da una Schengen della difesa a un’assicurazione europea contro la disoccupazione, fino alla proposta innovativa di Children Union. Per carità, su tutti questi punti, sia Macron sia Renzi, devono passare dall’enunciazione all’elaborazione, dalle felici intuizioni elettorali a concrete proposte di governo, che non naufraghino sugli scogli dell’implementazione economica o amministrativa. E devono costruire alleanze politiche per realizzare queste proposte. Sarebbe bello se En Marche e Pd iniziassero a farlo insieme, creando gruppi di lavoro congiunti aperti a tutte le forze riformiste in Europa, dentro e fuori del Pse.

Non c’è dubbio, in ogni caso, che con la vittoria di Macron si apra uno spazio fino a poco tempo fa inimmaginabile per rilanciare il progetto europeo. Ma gioire per la vittoria del candidato di En Marche (come si era già fatto cinque anni fa per quella di Hollande), o peggio mettersi a cercare il suo sosia italiano, serve a poco: dobbiamo, invece, sentire appieno tutto il peso della responsabilità di questo passaggio. Perché ogni opportunità comporta una responsabilità: se non saremo in grado di cogliere questa chance di cambiamento dell’Europa, potremmo non averne molte altre in futuro. Dipende anche da noi. Se l’Italia dovesse scegliere di stare alla finestra a guardare, il volume di Michele Salvati sulle “occasioni perdute” dal nostro Paese si arricchirebbe di un altro capitolo, l’ennesimo. Un capitolo, ahinoi, che avrebbe effetti rovinosi per le future generazioni di italiani e di europei.

Roma – Global Sustainability Forum 2017 (02.05.17)

Dalle ore 15, presso la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio si è svolto il “Global Sustainability Forum 2017”. Saluti di Marina Sereni, vicepresidente della Camera, e Khalid Malik, copresidente del Forum. Interventi di Maria Elena Boschi, sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, Joseph Stiglitz, premio Nobel in Economia, Giuseppe Recchi, presidente di Telecom Italia, Valerio De Luca, direttore esecutivo del Forum. Moderatori Jean Paul Fitoussi, copresidente del Forum, e Paola Severino, rettore della Luiss.

Una autorevole ed aperta segreteria del Partito Democratico per connettere e far ripartire il Paese

Innovatori-Europei-defdi Massimo Preziuso

Questo inizio 2017 ci ha già chiaramente detto che il Paese rischia di mettere di nuovo la retromarcia.

Solo qualche mese fa questo avrebbe messo in moto un dibattito enorme sui rischi che corriamo se non acceleriamo.

Oggi sembra invece che questo andare lentamente a ritroso sia diventato normale. Un po’ in tutta Italia si ha la sensazione che il Paese viaggi senza pilota. E il caso di Roma Capitale rappresenta l’emblema di questa nuova normalità.

A peggiorare ulteriormente le cose poi (non) ci sono i partiti politici, che in questo 2017 non sono chiaramente più protagonisti di alcun cambiamento.

Il Movimento Cinque Stelle – entrato nella fase di maturità – sembra immobilizzato da una guerra auto distruttiva tra le potenziali “leadership” interne per chi sarà il candidato premier.

Il Partito Democratico rischia di perdere l’occasione (se non l’ha già persa) di cambiare il Paese e di liquefarsi irrimediabilmente in assenza di una sua auto-riforma decisa.

Chi come noi ha tanto insistito sulla importanza di una nuova Forma Partito basata su progettualità diffusa tra centro e territori, che costruisca e connetta la Smart Nation, attende da settimane una nuova Segreteria nazionale aperta, competente e autorevole. Se alla fine cosi non sarà, il PD avrà dichiarato una innata incapacità di riformarsi, condizione necessaria per rilanciare un Paese fortemente a rischio.

Facendo tornare sulla scena il vecchio Centrodestra, che dalla caduta del governo Berlusconi continua brillantemente a galleggiare, senza nulla fare, sperando in un nuovo protagonismo derivato dalla tanta voglia di “conservazione” che monta sempre più in tutto l’Occidente impaurito.

Ho quindi la netta sensazione che un Pd forte e propulsivo abbia ancora pochissimi mesi di tempo per strutturarsi definitivamente. O rimarra’ per sempre un progetto incompiuto.

 

Roma, 18 Ottobre: Le ragioni delle Donne per il Sì (con Maria Elena Boschi)

Il Ministro Maria Elena Boschi partecipa alla kermesse “Le ragioni delle donne per il Si” promossa da Fabrizia Giuliani parlamentare del Partito Democratico.

Iniziativa per il sostegno del si per il referendum.

Registrazione video del dibattito dal titolo “Le ragioni delle donne per il Sì”, registrato a Roma martedì 18 ottobre 2016 alle 21:02.

Dibattito organizzato da Partito Democratico.

Sono intervenuti: Fabrizia Giuliani (deputato, Partito Democratico), Melina De Caro (docente di Diritto Comparato presso l’Università Luiss Guido Carli), Francesca Izzo (docente di Filosofia Politica presso l’Università Orientale di Napoli), Manuela Rata, Maria Antonia Ciocia (docente di Diritto Privato presso l’Università Federico II di Napoli), Francesca Moneti, Maria Elena Boschi (ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento).

#FormaPartito – Il Pd dopo la tempesta di dicembre. Un’occasione che non tornerà (di Fabrizio Barca)

Fabrizio Barca durante una lezione al polo scentifico di Novoli a Firenze, 6 Maggio 2013. ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Fabrizio Barca durante una lezione al polo scentifico di Novoli a Firenze, 6 Maggio 2013. ANSA/MAURIZIO DEGL’INNOCENTI

di Fabrizio Barca su Huffington Post

Mentre nel Partito Democratico i Comitati del Si e del No si moltiplicano e si armano per una battaglia che riguarda anche – quando non soprattutto – il controllo del partito, e mentre in cielo volano i fuochi d’artificio della “Finanziaria dell’anno referendario”, un documento ufficiale diramato da Roma gira in silenzio nelle fila del PD. Si tratta delle conclusioni della Commissione “Forma-partito” costituita 24 mesi or sono per “rimettere in connessione la forma partito con la vita concreta e quotidiana dei cittadini”, come recita il documento, per adattare l’organizzazione del PD alla “nuova domanda che i cittadini rivolgono alla politica”, alla profonda distanza che essi sentono dai partiti. Il documento viene sottoposto alla “discussione dei Circoli e degli organismi dirigenti territoriali”, per ricavarne reazioni e idee che “si trasformeranno in proposte di modifiche statutarie” da portare alle decisioni dell’Assemblea nazionale.

Si potrebbe dire che è tardi. Che l’inadeguatezza di quello che è pur sempre l’unico “partito” italiano e della sua organizzazione è evidente da molti anni. Che da tempo sono sul tavolo proposte di rinnovamento – una l’abbiamo testata noi di Luoghi Ideali, iscritti del PD e non, in un anno di sperimentazioni e poi l’abbiamo avanzata ai vertici del partito nel giugno 2005 (http://www.luoghideali.it/tre-proposte-per-il-pd-fabrizio-barca/). Che il documento era sostanzialmente pronto dalla primavera – il ritardo del suo rilascio mi ha indotto a inizio luglio a dimettermi dalla Commissione. Che è scritto con un linguaggio timido, timidissimo, in alcuni casi solo allusivo, inadeguato di fronte alla durezza del confronto in atto. Che potrà essere facilmente fagocitato dalla logica dominante dei Comitati. Che il Segretario del PD non risulta averne fatto menzione e che il silenzio attorno al documento è finora assordante. Si potrebbe dire tutto questo. E infatti lo sto scrivendo. Ma sarebbe sbagliato fermarsi qui. Non solo perché sarebbe ingeneroso verso il vice-Segretario Lorenzo Guerini e il Presidente Matteo Orfini, che alla fine hanno sentito la responsabilità politica di dare voce al lavoro che avevano diretto. Ma perché sarebbe politicamente sciocco.

Pure con una cautela che riflette peraltro la straordinaria incomunicabilità maturata in questi anni all’interno del gruppo dirigente del PD, e forse la lontananza da questi temi da parte del Segretario del partito, nel documento vengono infatti messe sul tavolo considerazioni e ipotesi concrete di rinnovamento che, se raccolte, possono introdurre nel PD germi positivi. Esse colgono il sentire di moltissimi iscritti, manifestatosi anche in questi tempi difficili, e di cui le sperimentazioni che ho seguito da vicino sono solo una delle manifestazioni.

Richiamo sei di queste ipotesi di rinnovamento (sollevando solo in minima parte il manto di timidezza che le avvolge e virgolettando le citazioni letterali):
1. Elezione dei Segretari regionali (e relativi Organi dirigenti) da parte dei soli iscritti, stante il loro ruolo esclusivo di direzione del partito, un requisito essenziale per ogni organizzazione.

2. Fare precedere le primarie per la selezione dei candidati alla guida di Comuni e Regioni da una “elaborazione e condivisione da parte dei candidati stessi di un’agenda essenziale di riferimento”. Passo indispensabile, aggiungo, per evitare che le derive personalistiche prevalgano sulla visione collettiva elaborata dal partito territoriale sul futuro possibile di quel Comune o di quella Regione.

3. Sia per l’Assemblea nazionale, sia per la Direzione nazionale, oggi composte rispettivamente da oltre 1000 e oltre 120 membri, “si impone una riflessione … a partire dal numero dei componenti previsto dall’attuale Statuto” che determina “difficoltà nello svolgere con … pienezza il proprio ruolo”. Parole assai caute ma non equivocabili, per segnalare l’assoluta anomalia – a mio parere soprattutto per la Direzione – di un organo di indirizzo che per la sua dimensione non può in alcun modo essere luogo di confronto acceso non fra posizioni incrollabili (di maggioranza e minoranza), magari declamate pubblicamente ai propri partigiani, ma fra posizioni che cercano il convincimento reciproco, la verifica, la possibile trasformazione in nuove soluzioni.

4. Certificazione dell’Albo degli elettori, per promuoverne la partecipazione non solo al momento del voto.

5. Rinnovamento dei Circoli (anche per evitare che siano “utilizzati da alcuni come via per promuovere il proprio interesse particolare anche a discapito di quello generale”) che devono diventare “palestra di formazione politica per creare nuova classe dirigente” e per “sperimentare nuove forme organizzative che interagiscano con l’arcipelago delle militanze”. A tale scopo nei Circoli si dovrà “promuovere e sostenere progettualità … rivolte a raggiungere obiettivi chiari, misurabili e rilevanti per la qualità di vita dei cittadini” e promuovere “filiere di progettazione che coinvolgano gli elettori appartenenti all’Albo e tutti i cittadini interessati” per dare “un contributo concreto all’azione di governo del territorio … e mettere alla prova nuove leve dentro il partito”.

6. “La scelta dei confini di responsabilità di un circolo “non deve essere rigida – vincolata dall’obbligo statutario attuale di costituire un Circolo ogni 50mila abitanti – ma deve dipendere dalle caratteristiche del territorio. (Per questo concetto si veda ad esempio l’esercizio valutativo condotto da Luoghi Ideali su Roma – e recentemente replicato per Perugia -)

Si tratta di sei ipotesi di rinnovamento tutt’altro che di maniera. E che, se fossero attuate davvero – non una “riflessione” sulla dimensione della Direzione ma la drastica riduzione della sua dimensione, non solo la promozione di “filiere progettuali” nei circoli ma anche il loro finanziamento e il loro presidio tecnico da parte di una struttura nazionale di riferimento, ecc. – richiederebbero e comporterebbero una profonda trasformazione del modo di funzionamento del PD. Agli antipodi di quello che si manifesta in questi giorni nel “PD dei Comitati”.

Per uccidere queste ipotesi ci vuole poco. Basta che esse restino in silenzio. Che siano soverchiate dalle grida di queste ore. Il modo in cui sono state diffuse, il linguaggio usato, la timidezza non aiutano. E tuttavia per decine e decine di migliaia di iscritti che rivendicano un modo diverso di “fare partito”, questo documento offre un’opportunità significativa, che non tornerà. Se essi ci sono. Se ci credono davvero. Se preferiscono questo al partito dei Comitati. Si facciano sentire in questa consultazione chiedendo la traduzione di queste sei ipotesi in soluzioni operative e adeguatamente finanziate. Lo facciano circolo dopo circolo. Entro la fine di novembre. Con voce resa robusta dall’urgenza del momento. Senza schierarsi secondo le attuali correnti, né cercarne di nuove. Con votazioni formali. E mettendo alla prova su questa scelta i propri gruppi dirigenti territoriali, ossia condizionando a ciò il loro appoggio futuro. Se ciò avverrà in una misura significativa, il PD avrà un punto fermo da cui ripartire dopo la tempesta di dicembre.

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