Significativamente Oltre

Politica

Cosa succede se la direzione nazionale (del PD) va su Twitter

di Michele Mezza

Maria Teresa Mieli con  un qualche senso di rassegnazione, nota sul Corriere della Sera di questa mattina che la riunione della direzione del PD, di per sè evento che non faceva certo fremere alcun essere animato, ha avuto la caratteristica di essere raccontata in diretta su Twitter dai partecipanti.

L’evento, nonostante l’arcigna guardia di un ufficio stampa che voleva  trattenere l’aria, è diventato pubblico: di più , è stato seguito quasi come” tutto il calcio minuto per minuto”. Con l’arricchimento, rispetto a chi c’era, di avere insieme sia le notizie sugli interventi che si susseguivano che i commenti e le visioni dello stesso evento da parte dei protagonisti. Un valore aggiunto che nessun cronista avrebbe potuto mai dare. Poi, a scapito dei soliti pierini che si arrampicano sulla sedia per difendere la bontà del sapore dell’acqua, è ovvio che , a valle di questo flusso un’ulteriore sintesi  da un osservatore prtofessionale aggiunge ulteriore intelleggibilità all’evento. Ma il motivo per cui, una volta, si giustificavano  presenze e impegni professionali “sul posto” vengono largamente meno con l’irruzione delle nuove modalite di comunicazione diretta.  Siamo ad una ulteriore tappa di  quel processo di disintermediazione che alcuni buontemponi vollero eccentricamente sintetizzare con un libro nel 2003 dal titolo mediasenzamediatori.org, che fece sbellicare dalle risate colleghi e conoscenti.

Basterebbe chiedere oggi a un qualsiasi  appassionato di sporto, di qualunque disciplina, dove  si rivolga per acquisire le informazioni più tempestive su gli atleti che ama o le gare che segue: i media o i siti e le comunity degli stessi protagonisti?

Altro esempio: mentre folle di innovatori si accalcano a pubbliche lamnentazioni sulle carenze del paese e la mancanza di banda larga, uno dei più accreditato gruppi di ricerca tecnologica del pianeta -Il Boston Consulting Group- pubblica dati da cui si  evince che in base ai fondamentali fattori di crescita dei socialnetwork l’Italia è il sistema più promettente per registrare un immediato sviluppo economico grazie all’impatto della rete. Ancora una volta politica e stampa raccontanbo un paese che non c’è ed ignorano quello che  esiste.

Infine un piccolo  esempio concreto: proprio in questi giorni è partita la consultazioni on line del Ministero dell’Università sul valore legale del titolo di studio. Ora al di là del merito, di cui forse si dovrebbe parlare non meno del can can sollevato dal mitologico articolo 18, si scopre che in soli 4 giorni ben 20 mila fra giovani, professionisti ed insegnanti hanno aderito all’iniziativa e che probabuilmente, di questo passo, entro il  24 aprile, data di scadenza della consultazione, potrebbero essere centinaia di migliaia i partecipanti: qualcosa di molto più significativo di un sondaggio e solo meno formale di un’elezione. Un evento questo che vedo assai snobbato dai vari opinion leader, singoli o comunitari, dell’innovazione, e che invece dovrebbe prevedere l’organizzazione di forum e discussioni per promuovere una partecipazione collettiva delle diverse comunity e blog che discutono da anni di  autogestione del sapere.

Conclusione: la disintermediazione è ormai pratica di massa. Cambiano le regole, aumentano le discontinuità, si fanno più acuti i diagi dei mediatori, si incrementa l’eccitazione dei partecipanti. Il combinato disposto di questi fattori ci dà la causa della crisi dei partiti e del processo di inno0vazione in corso.   Ancora una volta si conferma che non è il lavoro l’ordinatore sociale ma il processo di relazione di cui il lavoro può essere una variabile.

Siamo dinanzi al terzo mulino, dopo quello ad  acqua e quello a vapore, tocca a quello digitale, avrebbe detto un grande disintermediatore del passato.

Campidoglio 2013 : prove iniziali d’ orchestra

di Pierluigi Sorti

Con largo anticipo si è aperta la gara per le primarie per scegliere chi dovrà opporsi, fra più di un anno, al tentativo di Gianni  Alemanno di duplicare la conquista del Campidoglio.

Da uno scoop di “Paese sera “ abbiamo appreso che si candideranno alla competizione Sandro Medici           ( giornalista, ex direttore de “Il Manifesto “ e, attualmente, presidente del X municipio di Roma ) e Paolo Berdini ( urbanista, docente a Tor Vergata, editorialista ed autore di numerosi libri su Roma ) entrambi  largamente noti nel mondo politico e culturale della capitale.

Con automaticità,  nella rete Web cittadina, è stata richiamata, in parallelo allo scoop di “Paese Sera “ , la vocazione masochistica della sinistra : valutazione di cui, considerata la contemporaneità  delle due candidature, non è facile respingere la fondatezza .

Non si è registrata invece, al riguardo, reazione specifica della costellazione di circoli e associazioni,  di prevalente, ma non esclusivo, orientamento di centro sinistra, e  variamente impegnate nelle tematiche urbanistiche e sociali romane.

Un silenzio derivante forse dalla presumibile difficoltà di esprimere compiacimenti per l’ una o l’ altra delle due ipotesi di candidature o, più probabilmente, dalla riluttanza di doverle comparare a quella, quasi carismatica, di Nicola Zingaretti,  già da tempo in campo anche se mai ufficializzata.

Non per questo devesi  tacere che, a ridosso delle notizia delle due candidature e ancora ignara di esse ,  un’ assemblea assai nutrita di rappresentanti di associazioni cittadine, propiziata da una iniziativa di cittadini del  I° Municipio ( Centro storico ),  ha manifestato,  con  inusuale fervore, una comune volontà  di analisi critica sul costante degrado, morale e sociale, della vita cittadina.

La varietà degli interventi  ne ha sottolineato responsabilità profonde ,  vecchie  e nuove, ma non certamente imputabili solo alla vigente consiliatura di centro destra guidata da Alemanno .

Ne è quasi naturalmente emerso il ricordo di un evento di poco meno di quaranta anni or sono,  per iniziativa promossa dal vicariato romano, Pontefice Paolo VI° , che tentava, con realistico linguaggio, di dare risposte di verità  a uno stato d’ animo di profondo disorientamento politico e morale della cittadinanza romana .

I presupposti di quel convegno, di larghissima eco cattolica e laica e che fu chiamato “Sui Mali di Roma”,  si è ragionato sempre nella stessa recente assemblea ,  sono tuttora largamente presenti : con l’ aggiuntiva condizione di una attuale ancor più grave situazione economica cittadina e nazionale.

Quel convegno, come tante italiche nobili intenzioni, rimase inascoltato : con grandi eccezioni, tuttavia, di opera concreta, di dottrina e di elaborazione ideologica e morale  ( sacerdoti come Di Liegro, Franzoni, intellettuali come Scoppola, De Rita  ) e di tentata  traduzione politica e amministrativa  ( sindaci Argan , Petroselli ).

Memore di quel convegno e del suo messaggio , l’ assemblea interassociativa sopra menzionata,  ha condiviso l’ auspicio di reiterarne la piena attualità, formulando l’ ipotesi di un incontro con coloro che si propongono di amministrare Roma, assurta ormai anche formalmente a capitale d’ Italia, per  invitarli a  manifestare l’ essenza  delle loro diagnosi e i canoni delle loro prognosi .

Oggi l’amico Obama ci riporta formalmente al centro dell’Europa

Oggi è un giorno importante per l’Italia e l’Europa.
 
Lo si nota in primis sui mercati del debito sovrano: i rendimenti dei nostri BTP decennali scendono gradualmente verso il 5%, avviandosi all’incontro con quelli dei BONOS spagnoli, mentre i BUND tedeschi superano oggi la soglia “psicologica” del 2%.
 
In questi dati infatti si trova la sintesi di quello che sta accadendo in queste ore:
 
– un’Italia che torna a essere forte ed esce gradualmente dalle preoccupazioni dei mercati finanziari sulla sua sostenibilità finanziaria di lungo periodo;
 
– una Spagna che – spostato lo sguardo dei mercati dai valori dei debiti sovrani alle condizioni effettive delle economie reali – viene oggi vista più problematica dell’Italia in termini di stabilità di lungo periodo;
 
– una Germania che inizia a denunciare i propri problemi interni – debito pubblico divenuto sostanziale, esportazioni in calo, tensioni di politica interna – frutti essenzialmente di quella stessa “austerità” sui cui tenta (va) di fare leva di competitività intra-europea ed internazionale. 
 
– una Grecia in cui si è finalmente raggiunto un complesso accordo politico tra partiti ellenici e “troika” internazionale per accedere alla nuova tranche di aiuti internazionali ed evitare un vicinissimo default, che si sta traducendo anche in un alleggerimento sui rendimenti dei titoli pubblici dei Paesi PIIGS.
 
Sempre oggi, il Presidente Obama riceve a Washinghton il Premier Monti, conferendogli formalmente un auspicato e fondamentale ruolo nello scacchiere internazionale: quello di rappresentante atlantico in Europa di una visione di crescita (di posti di lavoro ed economia) trainata da investimenti pubblici e privati.
 
E domani il Premier incontrerà la comunità finanziaria di Wall Street, completando formalmente un impressionante lavoro di “ristrutturazione aziendale”.
 
Tutto questo dà ragione ai tanti che credevano che il Premier Monti avrebbe potuto trasformare – grazie al sostegno di un popolo pieno di talento e di potenzialità e a un sistema politico resosi conto della necessità di accelerare il cambiamento – una situazione che ci vedeva a rischio default solo pochi mesi fa in una realtà da protagonisti.
 
Ora tutti insieme – partiti politici e società civile – dovranno lavorare con il Governo Monti nella definizione di politiche per la crescita del Bel Paese, che dovrebbero partire da una seria riforma del mercato del lavoro – che cominci dal sostenere in maniera intelligente il lavoratore attivo in tutta la sua vita professionale, fuori e dentro l’azienda – e da una forte attività di persuasione verso il sistema bancario affinchè rischi su nuova progettualità di famiglie e imprese – senza trincerarsi dietro a un assurdo “merito creditizio” che strozza l’economia reale e limita nei fatti innovazione e sviluppo – assecondando una crescita potenziale che aspetta solo di potersi esprimere.
 
Tali scelte saranno rafforzate e sostenute nel breve – medio periodo anche da questa nuova visione “italo-americana”, se si imporrà sulle politiche restrittive del duo Merkel / Sarkozy,  oggi davvero incomprensibili, se dagli USA – dove la crisi finanziaria è iniziata ormai quasi 5 anni fa – arriva una nuova fase di crescita che non possiamo non assecondare e sostenere con politiche adeguate in Europa.
 
Un primo riscontro in tal senso? La scelta odierna della BCE del nostro Mario Draghi di mantenere bassi all’1% i tassi di interesse di riferimento e destinare una seconda ondata di finanziamenti agevolati (1% a 36 mesi) alle banche (che questa volta vanno indirizzate alla crescita!).
 
Il caos sembra iniziare a dissolversi.
 
Buon lavoro a tutti,
 
Massimo Preziuso

E se, oltre al governo dei tecnici, ritornasse un partito cattolico delle origini ?

di Pierluigi Sorti


Sarebbe certo una seconda interessante novità , dopo la nascita del governo dei tecnici, se questa legislatura fosse segnata dalla costituzione di un nuovo partito di ispirazione cristiana popolare.

Ove ciò accadesse, una iniziativa credibile e di tale connotazione, incarnata da persone senza visibili responsabilità politiche della storia recente e dotata delle indispensabili risorse, potrebbe disorientare, per la sua portata, grandissima parte del parlamento .

I maggiori partiti del parlamento, Pdl e Pd, prima antagonisti radicali, ora forza congiunta di sostegno al Governo, si vedrebbero espropriati del messaggio e della rappresentanza cattolica di cui entrambi, in misura diversa, si professano detentori .

L’ Udc, a sua volta, si vedrebbe costretta ad una scelta tutt’altro che facile, per l’ atteggiamento da assumere ( favorevole, contrario o possibilista ? ) a fronte di un vero duplicato politico ed elettorale e quindi ipotetico diretto concorrente.

In generale, l’ evento non potrebbe non rappresentare una sorta di misconoscimento dell’ autenticità, o comunque dell’ insufficienza del loro impegno cattolico, sempre che si possa ipotizzare un segnale, magari di silenziosa ma significativa condiscendenza , “di non disapprovazione” della Chiesa stessa.

I venti di questa ancora fantasiosa congettura, si possono avvertire con sottile ma crescente fervore, nel succedersi di convegni, di intellettuali cattolici e di esponenti del clero, quello di Todi “in primis” dello scorso ottobre, di editoriali, ospitati da piccoli e grandi quotidiani, con non soltanto nostalgiche rivisitazioni di grandi figure di cattolici, come De Gasperi, Fanfani e Moro, ma anche esaltabili interpreti della capacità di autonomia politica del Partito democristiano.

Costellata di allusioni contrabbandate da auspici e di auspici dissimulati come allusioni, si focalizza infatti la grande delusione sul mancato amalgama di incontri fra ideologie e tradizioni politiche eterogenee, con specifico riferimento a un bilancio di risultati del Pd, riconosciuto non solo incapace di tale connubio ma addirittura inidoneo a preservare il vigore ideale delle rispettive posizioni primigenie.

La stessa indeterminatezza delle loro finalità, ricca tuttavia di accentuato e genuino afflato di cattolicesimo sociale, indica un clima di cortese indifferenza, o comunque mancanza di calore, nei confronti del governo di indubbia preponderanza cattolica : ma, nel retro pensiero, zattera immeritevole di essere lasciata senza bussola nei marosi di una crisi economica, politica e morale che segna proprio il più importante paese cattolico d’ Europa e del mondo .

Il dedurre esclusivamente da questi indizi una possibile iniziativa di tale tenore ha certamente un grado elevato di azzardo, ma il futuro carico di incognite della situazione del paese, altrettanto realisticamente, non può essere abbandonata nello stato in cui si trova, cioè semplicemente di vuoto.

Ed è esperienza storica che la Chiesa , aborrendo il vuoto politico, avverte sempre la necessità di intervenire e trova, presto o tardi, l’ispirazione più conforme alle sue scelte, nell’ ambito delle gerarchie e nelle file dei credenti più sensibili e vicine allo smarrito gregge popolare.

Ed è legittimo desumere un naturale ritorno alle origini, a quel Luigi Sturzo che solo e prima di tutti i cattolici , seppe cogliere il senso della profonda crisi politica e sociale del Paese, oltre ottant’ anni or sono .

La nuova Grecia d’Europa siamo noi

 
di Massimo Preziuso e Moris Gasparri (su Lo Spazio della Politica)   
 

Siamo entrati all’inferno.

L’Italia è con oggi a pieno titolo nella lista dei Paesi a “rischio default”. Lo ha anche detto un italiano – capo economista dell’OCSE – Pier Carlo Padoan: “non siamo troppo grandi per fallire”. L’Italia è da oggi in tutti i club che “non contano”.

In particolare è rientrata (lo era a settembre, quando però gli spread dei titoli pubblici erano sotto i 400 punti base) nel Club dei 500, che non è un network di potere ma è riferito a quei 4 Paesi europei – Grecia, Portogallo, Irlanda ed ora Italia – il cui “costo assicurativo” contro il proprio default (in linguaggio tecnico CDS – Credit Default Swap) è superiore al valore 500 (ovvero il mercato chiede 500 euro per assicurare 10,000 euro di titoli pubblici emessi da quel Paese).E’ poi entrata, sempre oggi, in quella brutta fase di crescita dei tassi di interesse sui propri titoli di stato che avviene “storicamente”, secondo molti economisti, quando si supera il valore del 6% (e oggi l’Italia ha tassi che vanno verso il 6,5%) e porta rapidamente al valore “mortale” del 7% (dove iniziano le fasi di “default tecnico” come in Grecia).

Tutto questo nonostante i continui acquisti di titoli pubblici italiani fatti dalla BCE provino, senza successo, ad aiutarci. Diverse banche internazionali dicono che questo “interventismo” da Francoforte valga altri 80-100 punti base di spread e che quindi, dovesse la BCE abbandonarci al nostro destino, il “vero” valore dei nostri spread sarebbe già di oltre 500 punti base e i nostri tassi di interesse avrebbero già superato il 7%.

In tutto ciò, ed è questa la cosa più preoccupante, l’Italia è sotto attacco per problemi di credibilità politica e di leadership. Lo abbiamo visto in molti momenti nell’ultimo anno, sia in politica internazionale (si veda l’assoluta uscita di scena dal capitolo libico, nonostante un massiccio impiego di forze militari), sia in politica europea (si veda l’uscita di scena graduale e continua dalle decisioni di politica economica e finanziaria) ed in ultimo in politica interna (con una maggioranza che prima ha perso il contatto con l’opposizione tutta, poi con tutte le forze sociali, ed ora si è completamente sfaldata al suo interno, a livello inter ed intra partitico).

Sembra proprio che siamo agli sgoccioli di un paradigma politico che è poi anche fortemente culturale. Il nostro futuro verrà scritto (insieme a quello europeo) in questo mese di novembre, e forse proprio nel G20 di Cannes che si apre nelle prossime ore, nel quale il Bel Paese la farà da “protagonista” forse più della malata Grecia.

Come ne uscirà politicamente l’Italia?

La debolezza del nostro sistema politico e la perdita di credibilità di Berlusconi hanno regalato in questi ultimi mesi a Giorgio Napolitano una posizione di forza sconosciuta in precedenza agli altri presidenti della Repubblica. Sarà lui a guidare politicamente questa fase, soprattutto il probabile passaggio ad un governo di emergenza nazionale guidato da figure esterne.

Il “siamo come la Grecia” per l’Italia ha poi un senso non solo finanziario, ma anche politico. Sapremo essere responsabili nel gestire una fase storica così convulsa, e che ci presenterà sicuramente il conto per gli anni a venire? Nel rispondere a questa domanda dobbiamo considerare anche i possibili scenari negativi. Divisioni politiche, misure rimandate e rimesse in discussione, rimbalzo delle responsabilità, crescita di spinte secessioniste, proteste di piazza guidate dai sindacati, movimenti sociali contrari alle misure di austerità decise dal direttorio franco-tedesco e dalla BCE, settori dell’opinione pubblica che chiederanno il ritorno alla lira, credit crunch per le piccole e medie imprese, aumento della disoccupazione.

E’ il modello greco, e ci conviene studiarlo con attenzione nelle sue evoluzioni. Perché da oggi per i mercati finanziari siamo diventati greci anche noi.

NORVEGIA, SOMALIA: L’era della vulnerabilità

di Francesco Grillo

È difficile capire il senso di un massacro come quello di Venerdì scorso se non consideriamo, per un momento, il luogo dove esso si è consumato. La Norvegia, storicamente e sotto molti punti di vista, è un vero e proprio angolo di paradiso, anzi l’unico che è rimasto mentre il resto del mondo rischia di affogare tra contraddizioni sempre più estreme.

Il paese rimase neutrale sia nella prima che nella seconda guerra mondiale – anche se fu invaso senza dichiarazione di guerra dai nazisti che costrinsero il governo in esilio a Londra – ed è stato talmente attivo nel fare da mediatore di accordi  – anche se come fondatore della NATO è impegnato sia in Afghanistan che in Libia – che il comitato del premio Nobel da sempre consegna a Oslo e non a Stoccolma – come succede per tutti gli altri premi Nobel – il massimo riconoscimento per la pace.

Un paradiso anche dal punto di vista economico: mentre tutti gli altri paesi del mondo sviluppato cercano di salvarsi da deficit dello stato che arrivano oltre il dieci per cento per Stati Uniti, Inghilterra, Grecia, la Norvegia è l’unico paese europeo ad avere un surplus: del dieci per cento. E mentre il debito pubblico supera in media i 40,000 euro per ciascun cittadino europeo o americano – includendo nel calcolo anche i bambini, ciascun neonato norvegese può contare alla nascita su 60,000 euro di credito!

Un miracolo: pensate  che la Norvegia riesce ad essere, contemporaneamente, il secondo paese più ricco (dopo il Lussemburgo e prima della Svizzera) e il quarto più equo (quanto si misura l’uguaglianza utilizzando un indicatore – GINI – che misura appunto le differenze) del mondo. Come dire una vera  e propria combinazione di capitalismo e socialismo entrambi al massimo livello.

La Norvegia è anche uno dei paesi con la più alta percentuali di parlamentari donna – il 40% – ed uno delle più basse percentuali di persone che dichiarano che la religione occupa una parte importante della propria vita – meno del quattro per cento.

Un miracolo, dunque. Un miracolo se usassimo il linguaggio che normalmente si usa per definire ciò che è moderno, funzionante, probabilmente felice. Un paese che neppure è toccato dalle crisi devastanti che hanno portato il resto del mondo sull’orlo di un precipizio. E, tuttavia, oggi quel paese ritrova la propria forza non nel petrolio e nella propria modernità ma sotto le volte di una chiesa modesta dove un re con grande dignità abbracciava genitori sconvolti e composti. E allora?

E allora forse questa è davvero l’era della vulnerabilità. Dalla quale nessuno è escluso. Un’era nella quale potrebbe, persino, paradossalmente succedere che il male scelga come propri obiettivi proprio quelli che meno t’aspetti: il “centro del commercio mondiale”, il simbolo stesso di un impero rimasto senza rivali dieci anni fa e che proprio da quel momento ha cominciato il suo – relativo – declino; l’ultimo angolo di paradiso dieci anni dopo, per dimostrare che nessuno può essere al sicuro.

Ed è questo forse il messaggio che arriva da Oslo e che dieci anni fa fummo incapaci di comprendere. Prima ancora di perdere montagne di tempo, di miliardi e di vite rincorrendo improbabili “scontri tra civiltà” – islam contro occidente o tutti contro gli americani – dovremmo, invece, fermarci (come mi disse saggiamente Chiara un po’ di anni fa) e capire che siamo noi contro noi stessi. Che la guerra nuova contraddice proprio le categorie del materialismo storico che hanno dominato la cultura per due secoli: non divide più blocchi, nazioni, e neppure classi, ma famiglie, case, persino individui che vivono dissociazioni laceranti tra sé e anti sé, tra voglia di futuro e paura di futuro.

È l’era della vulnerabilità.

Perché se è vero che mai abbiamo vissuto tanto e così bene e anche vero che mai nella storia poteva essere anche solo concepita l’idea che un solo uomo potesse mettersi a fare la guerra contro un paese per mezza giornata o che cinquanta miliziani potessero tenere sotto scacco la super potenza del mondo per un giorno intero.

L’era della vulnerabilità perché all’epoca dell’impero romano o di quello inglese anche solo immaginare di invadere il centro dell’impero avrebbe comportato una preparazione ed una campagna lunga anni ed  invece oggi mentre il mondo è al mare rischia di ritrovarsi con la storia cambiata per sempre.

Un’epoca che, a mio avviso, prescinde, persino, dall’idea – assolutamente retorica – di dover annullare le ingiustizie e le sofferenze per poter prevenire il terrore perché esse non sono annullabili – anche se è nostro dovere etico continuare a ridurle sempre di più – e chiunque faccia questi discorsi in queste occasioni sta solo operando una strumentalizzazione vergognosa della morte.

La vulnerabilità – a differenza di quanto fanno i cantori della complessità – non va , però, solo osservata ma affrontata e gestita e, secondo me, invece,  quattro  sono le cose che dovrebbero con urgenza e maggiore forza – diventare  la risposta- pragmatica e visionaria – alla vulnerabilità.

Primo: dobbiamo dire a questi estremisti che hanno torto e che ci muoviamo nella direzione contraria a quella folle verso la quale ci vorrebbero spingere. Le nostre società devono diventare ancora più aperte. Siamo tutti fratelli e sorelle ospiti della stessa navicella e chiunque immagina di chiuderci in una lega è all’inizio del percorso di follia che ha portato il ragazzo norvegese a immaginare l’apocalisse.

Secondo: certi episodi succedono, con tutta evidenza, perché ci sono i media che li raccontano ed il premio per i pazzi interi (in questo mondo di mezzi pazzi, come avrebbe detto Dylan Dog) è il fatto di catturare il centro dei giornali per una settimana. Non è evidentemente possibile e non sarebbe giusto porre il silenziatore su una strage di queste proporzioni. È tuttavia fondamentale che se ne parli con sobrietà, dando spazio  (porca miseria!) anche alla storia non meno tragica di tredici milioni di esseri umani – per la metà bambini- che stanno morendo di fame nel corno d’Africa in questi giorni.

Terzo: bisognerà rafforzare l’intelligence per prevenire il terrore utilizzando gli stessi strumenti (la rete) di cui si serve il male e, tuttavia, creando meccanismi di totale trasparenza e responsabilità nei confronti dei cittadini per le azioni di monitoraggio che la polizia decidesse di intraprendere. Non ha senso che sulle telecamere nelle città debba decidere, in un paese come l’Italia, l’authority sulla privacy perché una società può tranquillamente decidere di sacrificare un pezzo di riservatezza in cambio di minore vulnerabilità; ma non ha altresì senso che i segreti di stato durino decenni e che i magistrati che hanno abusato di certe possibilità non rispondano a nessuno!

Quarto: È necessario che l’attività di anti terrorismo avvenga su basi internazionali, con una integrazione degli apparati, almeno di quelli di paesi che si riconoscono reciprocamente democratici aprendo la strada anche ad una democrazia, ad una cittadinanza che superi i limiti dello stato nazione.

Siamo in viaggio tra un mondo antico che si sta dissolvendo ed uno nuovo che ancora non abbiamo inventato. Ma è un viaggio che coinvolge tutti. Il ragazzo che arriva nei campi delle nazioni unite in Kenya dopo un viaggio di settimane nei quali si è cibato solo di qualche patata. E i ragazzi che nella piccola isola norvegese hanno scoperto all’improvviso di doversi far scudo gli uni con gli altri. Forse è il caso di abbandonare in massa il nulla e ricominciare a pensare come se fossimo tutti parte dello stesso destino.

Clicca qui per leggere articolo integrale (http://www.visionblog.eu/francescogrillo/blog/articolo.asp?articolo=108)

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Leggi anche :

An attack on the world – di Francesco Grillo http://www.opendemocracy.net/conflict-terrorism/symbol_2668.jsp

From catastrophe to global governance?– di Francesco Grillo (http://www.opendemocracy.net/faith-globaljustice/article_140.jsp

Votiamo Partito Democratico : e’ il momento di dimostrare che l’Italia puo’ essere diversa (di Romano Prodi)

romanoprodi
Dopo un ottimo Franceschini ieri a Porta Porta, con ottimo tempismo Romano Prodi invita oggi a votare Partito Democratico alle Europee.
Queste sono Elezioni cruciali per il Paese, forse più di quelle del 2008.

Votiamo Partito Democratico : e’ il momento di dimostrare che l’Italia puo’ essere diversa (di Romano Prodi)

Care amiche e cari amici,
nel momento in cui ribadisco la mia già provata volontà di rimanere al di fuori della politica del nostro Paese, sento il dovere, come semplice cittadino, di sottolineare l’importanza del voto a cui noi italiani siamo chiamati.
Anzitutto un voto per l’Europa . In questa linea richiamo la necessità di rafforzare il Partito Democratico ricordando come esso abbia sempre con convinzione sostenuto le grandi scelte europee quali l’euro e l’allargamento che , come si è dimostrato in questa fase di durissima crisi , sono la principale difesa per l’Europa e l’Italia.
La seconda ragione nasce dall’intensificarsi di numerosi segnali di allarme e di interrogativi da parte di tanti amici ed osservatori stranieri per la caduta di dignità e per la qualità democratica del nostro
paese, segnali che ho colto con sofferenza nella mia attività internazionale. Di fronte a questo il Partito Democratico, pur nel suo non facile cammino, è l’unica concreta risposta.
Non è tempo né di astensioni né di sofisticate distinzioni. È il momento di dimostrare che l’Italia può essere diversa , che ha profonde radici etiche e che è ancora capace di contribuire alla crescita democratica di una nuova Europa.

Con amicizia
Romano Prodi
Bologna 3 giugno 2009

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