Significativamente Oltre

Editoriali

Unione per il Mediterraneo: qualcosa si muove?

Unione per Med

di Luisa Pezone

La macchina dell’Unione per il Mediterraneo comincia, lentamente, a muoversi. Era ferma, a parte qualche isolato passo in avanti, dalla fine del 2008. La recessione economica globale e l’eterna crisi israelo-palestinese riesplosa a Gaza avevano bloccato quasi del tutto la marcia della nuova organizzazione euro-mediterranea nata nel luglio del 2008, su impulso iniziale di Sarkozy e dopo una lunga e sofferta gestazione politico-diplomatica. 

La missione dell’UpM, proclamata solennemente nell’imponente vertice di Parigi che le aveva dato i natali, era quella di imprimere una decisa sterzata ai rapporti euro-mediterranei che, tra la crisi del Processo di Barcellona e il basso profilo della Politica Europea di Vicinato, apparivano ormai agonizzanti.

Il Processo di Barcellona, o Partenariato Euro-Mediterraneo, era partito nel 1995 sull’onda della conferenza di Madrid del 1991 e degli accordi di Oslo del 1993 che lasciavano presagire per il Grande Medio Oriente un’era di pace e stabilità. L’Unione Europea intendeva dotarsi di uno strumento con cui gestire la pace costruita dagli Stati Uniti, consolidandola attraverso le “armi” ad essa più congeniali: il sostegno ai processi di democratizzazione, la cooperazione economica, l’integrazione sociale e culturale. Ma il disegno si era ben presto arenato sulle debolezze strutturali dell’UE, sulla priorità assegnata all’allargamento ad Est e sul mancato coinvolgimento dei paesi della riva Sud nelle decisioni prese a Bruxelles. Ma era stato soprattutto il fallimento del processo di pace in Medio Oriente e il nuovo unilateralismo americano dopo l’11 settembre a travolgere il progetto di Barcellona e ad infilarlo in un vicolo cieco.

Per questi motivi, la Commissione guidata dal Presidente Prodi cercò di inserire nel 2004 i rapporti euro-mediterranei all’interno della nuova Politica di Vicinato, destinata a promuovere stabilità e prosperità nei “nuovi vicini” dell’Unione Europea allargata a 25 e poi a 27. L’obiettivo, come si scrisse allora nei documenti istitutivi,  era “sostituire una frontiera che separa con una che unisce”. Ma l’introduzione della nuova politica finì per strutturare le relazioni euro-mediterranee su un “doppio binario”, quello globale e multilaterale del Partenariato e quello tecnico e bilaterale del Vicinato, con il risultato di togliere coerenza ed incisività all’azione europea.

Fu in questo quadro che Sarkozy, prima da candidato e poi da inquilino dell’Eliseo, lanciò nel 2007 l’idea di un’ “Unione Mediterranea”. Il progetto era semplice e basato su due punti chiave: ripensare i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo all’esterno del canale comunitario, costruendo un’organizzazione aperta solo ai paesi rivieraschi, naturalmente più interessati ad elaborare forme di cooperazione più avanzate; abbandonare i grandiosi progetti globali di Barcellona e ripiegare su un approccio più pragmatico, fondato su progetti concreti. Gli obiettivi di Sarkò erano altrettanto chiari: rimettere la Francia al centro delle dinamiche comunitarie e mediterranee, tracciare una strada alternativa all’ingresso della Turchia nell’UE, orizzonte strategico da sempre lontano dall’idea d’Europa del Presidente francese. Lungo la strada, però, l’iniziale disegno francese aveva cambiato volto e nome, grazie soprattutto all’azione della Merkel indisponibile a lasciare le relazioni dell’Unione Europea con i paesi mediterranei sotto l’esclusivo marchio di Parigi. Nasceva così nel luglio del 2008 l’Unione per il Mediterraneo, che abbraccia i 27 paesi UE  e 16 partner mediterranei, compresi anche quelli dei Balcani occidentali: Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Albania. Rimanevano però, anche all’interno della nuova configurazione, alcuni degli elementi più originali della prima idea francese: l’approccio spiccatamente tecnico e progettuale, fondato su pochi e ben definiti settori di importanza strategica, e il tentativo di creare una reale  co-ownership tra le due sponde, attraverso una struttura istituzionale che prevede una Co-Presidenza congiunta e un Segretariato diviso a metà tra i paesi UE e non UE.

Proprio la difficoltà di mettere in moto questo farraginoso meccanismo istituzionale ha costituito uno dei fattori che hanno rallentato la messa in moto dell’UpM a pieno regime. Ora le varie tessere del mosaico sembrano gradualmente tornare al loro posto. Dalla scorsa estate, i rappresentanti dei paesi arabi hanno ripreso la propria partecipazione alle riunioni tecniche, da cui si erano auto-sospesi in seguito all’offensiva israeliana a Gaza del dicembre 2008. Negli stessi mesi, la Commissione Europea ha stanziato, in occasione dell’anniversario dell’UpM, 72 milioni di euro, che vanno ad aggiungersi ai 28 già impegnati lo scorso anno. Più di recente, il 21 gennaio, ha avuto luogo il primo summit dell’Assemblea Locale e Regionale Euro-Mediterranea, uno dei pilastri istituzionali dell’Unione per il Mediterraneo. Infine, è stata finalmente individuata la figura del Segretario Generale nel giordano Ahmad Khalaf Masadeh,  fino ad oggi ambasciatore giordano presso l’Unione europea e la Nato a Bruxelles. Il Segretariato rappresenterà il cuore pulsante della costruzione istituzionale dell’UpM, e avrà sede a Barcellona, nel Palazzo di Pedralbes.

Si riparte insomma da Barcellona, dove tutto era cominciato quindici anni fa.

L’Italia che verrà

italia

di Aldo Perotti

Prendo spunto dalla recente approvazione del federalismo demaniale per avviare una riflessione sul futuro del nostro paese. Mi ripeto e ripeto spesso che il disegno che sembra delinearsi nel combinato disposto delle intenzioni della Lega, del sostanziale assenso della sinistra e della connivenza delle regioni meridionali, e quello di un’Italia in un assetto pre-unitario quasi a cancellare 150 anni e più di storia.Cos’è una nazione ? Un popolo, un territorio, una sovranità, una storia, un lingua, un ordinamento giuridico. Si potrebbe dissertare su ognuno di questi concetti per definire lo stato nazionale e molti hanno studiato come nascono le nazioni, le loro finalità, i loro meriti e demeriti. E’ solo il caso di ricordare che i “padri della patria”, i vari Mazzini, Garibaldi, Cavour ecc. non fossero proprio degli stupidi e che avessero più che valide ragioni per la costruzione dell’Italia unita, che non si limitavano al semplice desiderio di casa Savoia di ampliare i suoi domini, ma facevano riferimento ad una serie di condizioni che imponevano al nostro paese di trovare una sua struttura unitaria, una sua massa critica, in grado di dialogare alla pari con gli altri stati nazionali che si andavano via via assestando.
Del resto il territorio italiano è da sempre ben definito. Separato dal resto d’Europa a nord dalle Alpi ed altrove dal mare, l’Italia ha – anche geograficamente – una sua ragion d’essere.Ma ormai questa idea sembra essere superata e nel nord del paese, sondaggi e risultati elettorali alla mano, il modello secessionista Leghista sembra aver preso il sopravvento e quindi nel futuro tutto sembra destinato a cambiare. Parlo di modello secessionista perché il faro che guida la politica della Lega è in fondo (il primo amore non si scorda mai) la secessione, nel senso di creazione di una nazione-stato distinto dal resto della penisola con il fiume Pò suo confine naturale a sud.
Questa ambizione è conseguenza di un percorso storico che ha visto, anche grazie all’unità d’Italia, attraverso l’industrializzazione e le favorevoli condizioni geografiche, la disponibilità di manodopera meridionale facilmente (anche se non immediatamente) integrabile, uno sviluppo economico particolarmente forte delle regioni del nord a fronte di un grande ritardo delle regioni del sud a prevalente vocazione agricola. Il paese vanta quindi un nord ricco e benestante che sopporta e supporta (così si dice) un sud povero ed arretrato che nonostante la generosità delle regioni ricche non riesce a sollevarsi dalla sua misera condizione.
Il bisogno delle regioni ricche di liberarsi di chi si avvantaggia di una condizione parassitaria è assolutamente comprensibile e quindi la secessione, la separazione, quell’ ognuno per la sua strada che si dicono i coniugi dopo il divorzio, sembra essere del tutto comprensibile.
L’idea di secessione è ovviamente contrastata da chi invece – rifacendosi alla storia – vede nell’idea di aggregazione, nella forza del numero, dei vantaggi in grado di superare le differenze tra uomini, territori e risorse. Chi ha sognato e sogna un’Europa politicamente unita, un grande nazione Europea, non può che ritenere l’aspirazione all’autonomia, all’indipendenza, solo il retaggio di un antico passato – medioevale come approccio – che crede di saper e poter gestire il suo feudo anche in barba all’imperatore, grazie ad alte mura ed ad un “fedele” esercito di mercenari (non ha caso la Lega fa continuo riferimento ad un momento storico che è tardo-mediovale o pre-comunale, ovvero un periodo che ricorda la situazione attuale, territori ricchi che vogliono autogovernarsi ed affrancarsi dall’impero che parassita risorse).
Quindi sembra proprio che, mascherata da federalismo (che poi federalismo non è perché il federalismo è l’unione di più stati per fini comuni), assisteremo ad una secessione di fatto o meglio ad una “esplosione” del paese in 21 staterelli tenuti insieme da una “costituzione federale” che sarà la vecchia e amata costituzione italiana ampiamente riveduta e corretta.
Con il federalismo demaniale – il primo passo – la questione “territorio” sembra risolta in parte.
Ci saranno contenziosi in futuro, questo è certo, ma il fatto che la regione disponga di un proprio demanio, di propri beni pubblici, è un segnale molto forte. Il fatto che il Pò rimanga in qualche modo “extraterritoriale” in quanto “statale” ricorda non poco il regime di extraterritorialità che riguarda il Danubio, fiume su quale si affacciano più nazioni.
L’approccio regional-nazionale (come potremmo forse definire un regionalismo spinto, per certi aspetti xenofobo) sarà in futuro portatore di conflitti spesso irrisolvibili. Già oggi ne abbiamo un assaggio quando lo stato “centrale” emana norme, che in qualche modo riguardano l’autonomia (la sovranità) regionale, subito partono ricorsi alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione, competenza, ecc.
Stabilire, non solo nelle materie concorrenti ma in tutta la sfera pubblica, dove arriva lo stato centrale e dove quello regionale diverrà via via più complesso.
Il federalismo fiscale, che dovrebbe concedere autonomia impositiva e responsabilizzare nell’utilizzo delle risorse, rischia di rivelarsi anche per le regioni più ricche un terribile boomerang.
La tassazione è una “imposizione” nel senso che un’autorità più forte “impone” il suo volere ed “esige” il versamento di somme per scopi vari e non sempre ben giustificati agli occhi del “tassato” (il termine contribuente è solo più elegante). Per far pagare le tasse occorre forza, si deve essere grandi e grossi e poter contare su amici ancora più forti (essenzialmente un esercito). Se qualcuno non intende pagare le tasse lo Stato ricorre alla forza per farle pagare o comunque interviene (è il caso del crimine organizzato) per impedire o interrompere attività svolte e flussi di denaro che sfuggano al suo controllo.
Come spera un’Amministrazione Regionale di combattere l’evasione, la criminalità affaristica, senza avere a disposizione dei funzionari, un piccolo esercito, in grado di intervenire. Tra l’altro dovendo evitare quei fenomeni di “sub-corruzione” che, nelle piccole comunità, sono più facili ed incontrollabili. In un piccolo paese, un vigile non è in grado di fare multe ai suoi concittadini (non è carino e non e simpatico) e si concentra sui forestieri. Per questo motivo i carabinieri di prima nomina non possono lavorare nei paesi di origine, la loro funzione di “soggetti terzi” ne risulterebbe sminuita; potrebbero avere un occhio di riguardo con i compagni di scuola.
Le Regioni dovranno affiancare alle strutture regionalizzate dell’attuale Agenzia delle Entrate un sistema di esazione del tutto simile a quello nazionale (Equitalia, Commissioni Tributarie, ecc.) ma regionalizzato se non vorranno che fare continuo ricorso allo Stato Centrale (con i suoi tempi). Uno Stato centrale tra l’altro sempre meno interessato a svolgere il ruolo del “cattivo conto terzi” e la cui centralità è e sarà continuamente messa in discussione.
Se per lo Stato centrale è difficile riscuotere le imposte per uno stato parcellizzato diverrà quasi impossibile e sarà costretto a far pagare di volta in volta i singoli servizi per garantire il funzionamento delle strutture pubbliche, con un venir meno di quei servizi totalmente pubblici che non è agevole sottoporre a tariffa (come la pulizia delle strade, la loro manutenzione, ecc.).
Un grosso passo indietro nella storia.
In Bulgaria, dove non navigano nell’oro ed il sistema fiscale non è del tutto funzionante (anche perché prima – con il comunismo – quasi non esisteva), la manutenzione dei marciapiedi è affidata ai negozianti con il risultato che i marciapiedi sono un patchwork assurdo di materiali (con qualche buca qua e la).
Ho paura che si finirà anche da noi, in qualche quartiere, a dover rinunciare del tutto ai marciapiedi…..

Chi si ferma è perduto

globalizzazione

di Fabrizio Macrì

Ginevra 15 marzo 2010, Palais des Nations, sede delle Nazioni Unite.

Nelle sale conferenza 25 e 26 di questa storica sede si è svolto un interessantissimo simposio tra accademia, agenzie governative e organizzazioni internazionali sul tema degli investimenti diretti esteri. L’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) è la massima autorità mondiale in materia e da ormai 20 anni produce il World Investment Report, pubblicazione di riferimento per chiunque si occupi di analizzare i flussi di investimento tra Paesi. Scopo dell’incontro: una definizione degli ambiti di ricerca in questi campo negli anni a venire con particolare attenzione alle esigenze dei paesi in via di sviluppo e degli obiettivi di sviluppo sostenibile per l’economia mondiale.

Un magnifico incontro tra istituzioni specializzate (l’UNCTAD appunto), agenzie governative preposte tra le altre cose al marketing territoriale e accademia, qui fortemente rappresentata ed assoluta fonte di ispirazione per tutti i partecipanti alla conferenza.

La discussione partita apparentemente a ruota libera, presto si concentra sullo scottante tema del rapporto tra istituzioni (organizzazioni internazionali, governi ed enti locali) ed aziende multinazionali generatrici dei flussi di investimento internazionali.

La dicotomia che viene qui immediatamente affrontata e che divide le menti presenti è quella tra politica pubblica ed interesse privato, tra etica democratica e dei diritti umani e share holders value, dividendi delle TNC’s (Trans-national Corporations) autrici di forti investimenti nei Paesi in Via di Sviluppo.

La domanda che tutti si pongono è: dato per scontato che il libero mercato ed il crescente processo di internazionalizzazione delle economie in atto portano inevitabilmente a dei “market failures”, degli “errori di mercato” e quindi degli squilibri sociali, quali politiche pubbliche devono essere messe in atto per correggerli e per far si quindi che i flussi di investimento siano compatibili con le esigenze di sviluppo dei paesi poveri?

Cosa bisogna fare, per scendere nel concreto, per evitare che gli investimenti fatti nel Mozambico si concentrino nell’area metropolitana della Capitale Maputo dove per le multinazionali è più facile realizzare profitti immediati, ma che si dirigano anche nelle aree più periferiche e si traducano in infrastrutture, utilities e servizi pubblici utili alla maggioranza della popolazione che vive in condizioni di miseria?

E soprattutto sono i Governi nazionali gli interlocutori più affidabili per garantire il connubio sviluppo economico e diritti umani, crescita degli utili d’impresa e allargamento della democrazia?

Quale livello di Governance deve essere coinvolto, quello delle istituzioni internazionali, dei Governi nazionali o degli enti locali da cui spesso hanno origine gli incentivi per l’attrazione degli investimenti esteri sui territori? Di fronte a questi temi epocali che attengono al destino politico-economico del Pianeta, l’UNCTAD, già di per se dotata di uno staff internazionale di fini economisti, chiede aiuto con questo simposio al mondo dell’accademia, delle più prestigiose università internazionali, presenti per l’Italia l’Università di Torino, di Urbino e la Bocconi di Milano.

Di fatto l’organizzazione nr.1 al mondo chiede aiuto a squadre di giovani e brillanti ricercatori provenienti da tutto il mondo e lascia loro mano libera nella ricerca di soluzioni che forse un giorno arriveranno, attraverso i canali dell’ONU all’attenzione dei Governi e dei decision maker internazionali. Indiscusse protagoniste sono le università del mondo anglosassone, USA e UK ma anche e soprattutto del Pakistan, della Cina e dell’India, impressionante la presenza di ricercatori africani, i più motivati e protagonisti assoluti della conferenza.

Ci si chiama per nome, si accompagnano all’esposizione di non banali concetti di economia internazionali, simpatiche e informali battute che rendono il terreno fertile, il confronto immediato e produttivo, la ricerca di risposte sincera.

L’Europa c’è ma tace, l’Italia è quasi assente..del resto mentre osserviamo ammirati l’evolversi di questo appassionante confronto, il pensiero non può che andare al dibattito che ci tiene impegnati nel Bel Paese: le intercettazioni, la procura di Trani, le epurazioni televisive, le elezioni regionali, parteciperà il PDL alle elezioni di Roma? Chi vincerà l’isola dei famosi? Un ministro malmena un giornalista, Emilio Fede ha un malore, il Milan esprime un calcio aggressivo e si riavvicina all’Inter.

In Italia ci siamo accorti che il Mondo corre e non aspetta? Ci siamo accorti che fuori dai nostri confini e anche fuori dai confini della Vecchia Europa si stanno formando classi dirigenti destinate a mettere in discussione l’egemonia americana sul mondo nel giro di dieci anni? Che ci sono decine di piccoli paesi ancora poveri ma ricchi di voglia di competenze, di giovani brillanti che parlano 5 o 6 lingue, modesti ma preparatissimi che aspettano solo di ribaltare la gerarchia del potere economico e politico nel mondo? Si sono accorti le centinaia di Ingegneri, Geometri Dottori, Onorevoli, Cavalieri e Saltimbanco che nella provincia italiana  sfoggiano eleganti cravatte e supponenza da vendere che il mondo parla di strategie nazionali, si chiede come conciliare sviluppo economico e democrazia, rispetto dell’ambiente ed innovazione tecnologica? Lo sanno costoro che cosa pensa l’Italia del suo ruolo da qui a 10 anni? Su quali mercati esporteremo, dove investiremo, chi verrà (se verrà) ad investire tra le Alpi e la Sicilia? Pagheremo finalmente i nostri migliori ricercatori, faremo finalmente ponti d’oro a cinesi, indiani africani per venire a studiare da noi, per invadere le nostre Università e travolgerci con il loro entusiasmo? Pronto Italia c’è qualcuno? Il mondo là fuori progetta il futuro, investe e scommette su cambiamenti radicali, da noi tutto tace.. silenzio… inizia il varietà a reti unificate…abbiamo bisogno di distrarci, meglio non pensarci.

Ex Grande Potenza Industriale vendesi, in buono stato ma ferma da 15 anni.

Voto laziale / la rivincita del contado

polverini

di Pierluigi Sorti

Non nella mala sanità, non nella discarica di Malagrotta, non nella legalità, non nei livelli occupativi, non nell’ astensionismo ( qui assai più accentuato che altrove ) suggeriamo di cercare la differenza degli oltre settantamila voti in meno che separano Emma Bonino da Renata Polverini.  

E’ nell’ immagine con cui le due candidate si sono proposte e sono state proposte, all’ elettorato laziale, che possiamo spiegare l’ effetto opposto riscontrato nella città capoluogo dal resto delle quattro province.  

A Rieti, a Frosinone, a Viterbo e soprattutto a Latina è scattato un meccanismo in cui erano certo presenti i fattori regolativi di scelta preferenziale elencati più sopra: ma è lecito pensare che dopo la sciatta vicenda della presentazione delle liste, magari sotto traccia ( forse anche con meccanismo inconscio ) il mondo della provincia abbia voluto cogliere l’ occasione opportuna per differenziarsi, a rivalsa  della sua inferiorità, da Roma capoluogo.

A ciò hanno contribuito appunto le effigi che le due candidate hanno scelto per sè stesse.   

In apparenza indifferente alla percepibile e masochistica freddezza di non poche esponenti, non soltanto femminili, per la propria candidata, la Bonino sceglieva un profilo di quasi new entry ( “fidatevi di me “) sembrava chiedere, quasi in difensiva, di essere dimenticata come quasi quarantennale e positiva protagonista in molteplici luoghi politici e istituzionali, italiani ed europei.  

Di contro la figura di Renata Polverini, con la scioltezza casual del suo abbigliamento, interpretava, forse non volutamente ma efficacemente, il ruolo di chi, nella cinematografia western di tempi non lontani, osa chiedere, quasi solitaria, giustizia riparatrice delle prevaricazioni dei potenti della città.  

In un minisondaggio, effettuato in un campione non superiore alla trentina di persone, è in effetti risultato un corredo di elementi, a favore o sfavore dell’ una o dell’altra, ma comunque estraneo a differenziazioni politiche o programmatiche, e tutto concentrato invece su specificità caratteriali, oltre che ovviamente di generica appartenenza .  

In effetti la radicale Bonino, quasi fiera della sua autonomia e indifferente alla tepidezza della sua coalizione, insisteva con monotonia sul tema della legalità, si mostrava impermeabile ai contributi che inizialmente le provenivano da più parti, sostenuta infine da un partito, il suo, che di questo isolamento, con discutibile saggezza, ha sempre plasmato il suo modo d’ essere. 

La seconda, Renata Polverini, si batteva in ogni dove, percorrendo i più remoti angoli della Regione, e, disinteressata a ogni forma di orgoglio, oscurava le sue piccole trasgressioni fiscali e le dissimulazioni della sua consistenza sindacale, valorizzava la sua conterraneità laziale a fronte della rivale piemontese, partecipava con disinvoltura alla medievale e anacronistica cerimonia del giuramento a Piazza del Popolo e, sfruttando astutamente la sua posizione iniziale di orfana di partito, è riuscita a trasformare tale handicap in vittorioso investimento elettorale.

 

Il voto delle regionali e un Paese che cambia faccia di nuovo

 zaia

di Massimo Preziuso

Dopo aver seguito con interesse e stupore i risultati di queste elezioni regionali, mi viene spontaneo fare alcune considerazioni, forse per fissarle meglio nella mente.

 Il nostro Paese cambia faccia di nuovo.

 Dopo le timide prove di bi-polarismo del 2008, oggi si torna prepotentemente alla frammentazione vistosa di poteri, sparsi tra i territori e le numerose sigle politiche.

Con queste elezioni gli Italiani hanno dato un ulteriore segnale di “allontanamento” dalla linea politica dei grandi Partiti nazionali: lo si vede al Nord con la Lega con i successi dei due “giovani” Zaia e Cota, nel Lazio con la vittoria della Polverini (difficilmente classificabile all’interno del Centro Destra, così come lo sarebbe stato la Bonino nel Centro Sinistra), in Campania con Caldoro ed in Calabria con Scopelliti (prima di tutto due “giovani” leader emergenti), in Puglia (dove la leadership “personale” di Vendola batte il PDL) ed in Basilicata (dove una coalizione ampia di Centro Sinistra, formatasi attorno a De Filippo, schiaccia il Centro Destra).

 Forse anche per alcune scelte di “non rinnovamento” fatte a Sinistra, ma il risultato elettorale non è positivo per il Partito Democratico così come non lo è per il Popolo delle Libertà.

Il PD però continua a risultare forte in un’area geografica importante del Paese, quella centrale, con la vittoria in Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche (a cui si legano Liguria, Basilicata e Puglia), ed è attorno a quel nucleo forte che può e deve ripartire.

Il PDL, invece, sebbene sia andato un po’ meglio delle peggiori previsioni, risulta frantumato in tanti “micro poteri” locali.

L’UDC risulta evidentemente in una situazione di “caos interno” da cui oggi può uscire solo con scelte di avvicinamento sincero e netto verso il PD.

Il risultato è invece molto positivo per la Lega che “mangia” il Nord Italia, sfruttando la sterile dialettica sui “massimi sistemi” da anni in corso tra i due grandi Partiti, così come lo è per l’Italia dei Valori che cresce più o meno per le stesse ragioni.

In questo contesto, e soprattutto con la previdibile centralità dei temi “federalisti” che la Lega Nord imporrà a breve nell’agenda politica nazionale, a me sembra arrivata l’ora che PD e PDL ripensino radicalmente al loro modo di rapportarsi con i territori, che si deve oggi necessariamente sviluppare attorno a temi di politica “concreti” sentiti dai cittadini, quelli che interessano lo sviluppo delle aree in cui vivono, allontanandosi, almeno un po’, dalla discussione sulle grandi questioni.

A cominciare dalla necessaria definizione di un nuovo modello di sviluppo economico e culturale per il Paese, attorno a cui creare soprattutto condizioni di prosperità ed occasioni di crescita per le nuove generazioni, che necessitano urgentemente di nuovi entusiasmi.

Un compito potenzialmente più facile per il Partito Democratico, se agirà rapidamente.

CAMBIAMO LA CAMPANIA – CON VINCENZO DE LUCA

De Luca

CAMBIAMO LA CAMPANIA – CON VINCENZO DE LUCA

La Regione Campania, come tutto il Mezzogiorno, è oggi ad un bivio unico ed irripetibile.

Le elezioni del 28 e 29 Marzo rappresentano una occasione da non perdere per dar forma concretamente ad una Regione che trae forza dalle sue ineguagliabili potenzialità, fatte di storia, cultura, tradizioni, saperi e le trasforma in sviluppo sostenibile, economia, politiche attive per il lavoro e innovazione.

E’importante che Napoli, la Campania e il Mezzogiorno non sfumino questa occasione di osteggiare e rovesciare la politica avversa che il governo centrale sta perseguendo.

E’anche vero che ci sono stati molti limiti nella classe dirigente meridionale e campana per i quali non basta l’autocritica ma serve un vero e proprio rinnovamento a partire dalle istituzioni e dalle classi dirigenti stesse. Rinnovamento che è anche questione di Genere e Generazioni, come da tempo sosteniamo.

La Campania e il Sud stanno pagando a caro prezzo, più delle altre zone d’Italia, la crisi economica mondiale e l’allontanamento delle loro esigenze dall’agenda politica nazionale non ha aiutato certamente in questo periodo così difficile.

A livello nazionale, dopo due anni di assenza di politiche e di riforme, il Governo Berlusconi sta crollando sui propri errori.

A livello regionale, in Campania oramai la differenza tra i candidati è ben evidente a tutti: il carismatico De Luca è uomo che ha sempre e sapientemente lavorato sul territorio, ed esce da una fortissima e positiva esperienza di trasformazione della città di Salerno, Caldoro è un politico di sub-governo nazionale lanciato in un territorio che poco conosce.

Una occasione per cambiare la Campania come questa è quindi unica e irripetibile, anche perché il Presidente De Luca si farà portatore di tutte le nuove istanze di cambiamento che la Campania deve affrontare e vincere, ed in primis:

–          Il tema dell’efficienza della amministrazione pubblica (circa 22.000 addetti), a partire dalla Sanità, come volano per lo sviluppo di capitale sociale;

–          Il tema Energetico – Ambientale (in una Regione naturalmente adatta alla green economy)  sottostante a tutte le politiche di cambiamento settoriale;

–          L’Innovazione quale risultato della messa in moto, anche grazie all’ausilio delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, di processi virtuosi tra le enormi ricchezze di sapere sparse nel territorio (in primis i centri universitari e di ricerca di eccellenza con i loro circa 25.000 addetti e le piccole e grandi realtà imprenditoriali);

–          L’industria del Turismo e dell’alimentare sostenibile quale motore di attrazione di capitali e di saperi;

–          Il Bacino Euro-Mediterraneo quale riferimento di crescita per le future generazioni;

–          Il contrasto all’illegalità e al sommerso per migliorare la qualità della vita soprattutto delle giovani generazioni;

–          Una dura lotta alla camorra, oggi più che mai fattore limitante per lo sviluppo culturale ed economico del territorio

–          I fondi strutturali 2007 – 2013, i programmi dell’Unione per il Mediterraneo, i programmi a sportello Bruxelles e il loro corretto impiego e utilizzo; 

–          I programmi infrastrutturali, la cooperazione interregionale nonché  la creazione di “commissioni ad hoc” composte da rappresentanti delle Amministrazioni e del sistema imprenditoriale, con lo scopo di analizzare i problemi relativi all’attuazione degli interventi e proporre soluzioni operative in grado di accelerare le realizzazioni.

Tutto questo per rilanciare l’entusiasmo e l’orgoglio in una Regione in cui le persone per troppo tempo sono state costrette a camminare a testa bassa

E’ per questo che gli Innovatori Europei sostengono Vincenzo De Luca alla Presidenza della Regione ed Igina Di Napoli ed Osvaldo Cammarota al Consiglio Regionale della Campania.

Cambiamo la Campania il 28  e 29 Marzo 2010. Con loro si può!

 Per gli Innovatori Europei

Massimo Preziuso – Coordinatore IE

Luisa Pezone – Coordinatore IE Napoli

www.innovatorieuropei.com

Innovatori Europei interviene a “Cambiare la politica, incontrare la cultura”, Napoli, 21 Marzo

Di Napoli

Domenica 21 Marzo alle ore 10:30  al Teatro Nuovo, in Via Montecalvario 16

Incontro – dibattito su “Cambiare la politica, incontrare la cultura”

con Vincenzo De Luca e Igina di Napoli e con: 

Giulio Baffi, Andrea Geremicca, Massimo Preziuso, Osvaldo Cammarota, Renato Nicolini, Umberto Ranieri, Pappi Corsicato, Graziella Pagano, Mario Raffa

Coordina:
Alfonso Ruffo, direttore de “IL DENARO”

Intervengono, tra gli altri:
Laura Angiulli
Gennaro Cimmino
Mario Crasto De Stefano
Angelo Curti
Marcello Di Vincenzo
Mara Fusco
Mario Persico
Salvatore Pica
Gianni Pinto
Antonello Pischedda
Eleonora Puntillo
Patrizio Rispo
Marco Rossi
Lello Serao

UNO SGUARDO DIVERSO SULLA CULTURA E LA CAMPANIA

Il sorpasso delle conversazioni sulle domande (di Michele Mezza)

Il sorpasso delle conversazioni sulle domande. Così potrebbe sintetizzarsi la notizia di ieri del tutto ignorata da media e politica- che vede per la prima volta Facebook sopravanzare frequenza la homepage di Google. E’ ovvio che se aggiungiamo tutte le applicazioni del gruppo di Mountain View allora Google è ancora in testa. Ma il fatto che il social network più popolare per un’intera settimana riesca a superare il motore di ricerca più cliccato dovrebbe dirci molto.
Intanto , dovrebbe avvisarci che qualcosa di rilevante sta accadendo sulla rete: la socialità sta diventando il linguaggio dominante. La rete serve circolarmente a cooperare, in qualsiasi forma, dalla più frivola del cinguettio fra due adolescenti, alla più solenne delle ricerche scientifiche di gruppo. In rete si conversa per creare insieme. E non si domanda più solo a chi sa tutto. Anche quest’ultima cattedrale del top down si sta sbriciolando. Google che aveva dato il più possente colpo di piccone alla cultura dall’alto, ed allo stato proprietario, comincia a vacillare anch’esso sotto la pressione della cultura che ha contribuito a diffondere. Il vaso di Pandora è ormai irrimediabilmente aperto: ne sta uscendo una forza al momento non riducibile ad un singolo asseto di potere, come è il protagonismo collettivo.
La seconda cosa che ci dice l’evento è che ormai la conversazione è una pretesa sociale, un senso comune: io partecipo solo se sono ascoltato. Internet diventa allora la social listening technology.
Si rovescia il paradigma di Guttemberg: con il libro vincevano quelli che parlavano, coloro che dall’alto elargivano lezioni o comunicavano contenuti. Intendiamoci:una straordinaria stagione della civiltà, che ci ha portato a salire sulle spalle dei giganti. Ora però muta il contesto. Vince chi ascolta, chi , di volta in volta, sale sulle spalle di milioni di nani. E’ un tornante radicale, che ci porta in un’altra dimensione psico-sociale. Ed infatti proprio oggi è stato diffusa una rigorosa ricerca della BBC,a livello internazionale, sul modo in cui gli internauti intendono la rete. 4 utenti di internet su cinque considerano l’accesso in rete un diritto primario, e la libertà di uso della rete una rivendicazione costituzionale. Cosa ci vuole di più per comprendere che questi due dati- l’affermazione dei social network e la pretesa sociale di accesso- sono destinati a mutare la natura e la forma delle relazioni sociali a partire dalla politica. I meccanismi di formazione e trasmissione del sapere sono la matrice dei rapporti sociali e di potere. Al di fuori di questa visione la politica perde la sua capacità di incidere e di rappresentare la vita delle persone e delle comunità, riducendosi a cerimoniale decadente. Del resto proviamo a fare la prova del 9: ammettendo che quanto abbiamo qui accennato sia vero tutto quanto è accaduto dal 1989 in avanti acquista un senso compiuto a no? Ossia lo sgretolamento della forma dei partiti di massa, la perdita di rappresentanza e di incidenza sociale del movimento del lavoro, l’incomunicabilità delle sinistre, in tutte le versioni, con le nuove generazioni, l’incapacità di aggredire i linguaggi comunicativi. Tutto questo assume una sua ineluttabilità razionale alla luce dei nuovi processi sociali indotti dalla rete. Mentre se non li consideriamo come centrali, dobbiamo rassegnarci a considerare tutto quanto accade come il risultato di un destino cinico a baro.
Allora, perché i dati che citavo all’inizio entrano nell’agenda politica? Perché chi si candida a governare città a regioni non fissa il diritto alla connettività come questione sociale?Non lancia il tema di un piano regolatore della comunicazione? Perché chi attende alla ricostruzione della sinistra non prende atto che è la rete la nuova fabbrica? Come dice Manuel Castells nel sul ultimo libro Comunicazione e potere (Bocconi editore, Milano 2009)” i media non sono il quarto potere. Sono molto più importanti; sono lo spazio dove si costruisce il potere. I media costituiscono lo spazio in cui le relazioni di potere vengono decise tra attori politici e sociali in competizione fra loro”.

Michele Mezza

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