Editoriali
H-Farm: l’Italia che si muove
di Massimo Micucci (pubblicato su Anteprima)
Lo dico di ritorno da un viaggio in quel Nord Est che conosciamo solo attraverso definizioni di comodo, per la politica e per i giornali. Ho seguito un buon consiglio: sono sbarcato a Mestre con un Freccia Argento in ritardo. Poi, in cinque minuti, ho conosciuto una realtà che è in anticipo. Si chiama H-farm esiste dal 2005 ed è un incubatore di imprese innovative internet oriented, un sistema di seed capital e venture capital (parole e realtà che maneggiamo a fatica) che ormai esiste da qualche anno e non al sole della California, ma nelle nebbie della Marca Trevigiana.
Nel Board of Directors, Riccardo Doandon Ceo, Maurizio Rossi, e Thomas Panto che lo definiscono un “ecosistema” per start up. Un ambiente fatto di servizi, formazione ed esperienze che accompagna giovani idee a diventare aziende. In una ex-fattoria vicino a Roncade a Ca’Tron, il logo riproduce un trattore, ma i nomi sono tutti al futuro, Logopro, Thounds, H-art, H-umus, Zooppa. E che sono? Realtà incubate poi divenute autonome o acquisite da gruppi più grandi. Che fanno? Offrono servizi innovativi che portano internet a funzionare nella realtà off-line, dentro e per le aziende.
Zooppa aggrega le competenze di migliaia di creativi connessi, attraverso contest competitivi. Fate conto che una azienda voglia un’idea, un video per una campagna, una campagna on line: ne avrà 50 o 100, più migliaia di idee grafiche per un costo pari ad un decimo di quello di una grande agenzia. Se invece vi serve solo il logo per la carta intestata o per un biglietto de visita avrete due o quattro test, da due grafici diversi a partire da 59 euro. Per progetti più complessi come apps per smartphone, per sistemi editoriali o televisivi “aumentati” cioè più ricchi e partecipati… ci sono altre start up: aziende pronte a decollare sole, o gia acquisite da gruppi più forti, che comunque non hanno voluto lasciare l’“ecositema” in cui siscambiano idee: qui i brain storming interaziendali e aperti si chiamano “Pizza storm”.
C’è chi già si occupa di integrare tutto l’aspetto digitale di progetti di comunicazione, ma anche di marketing e di produzione: per Diesel, per Poste Mobile, per la Regione Veneto, per la Regione Toscana sul turismo, con una intera redazione digitale solo sui Social media.
E c’è chi invece cerca una frontiera nuova come Thounds, un sistema di collaboratività per fare musica insieme a distanza. A partire anche da una schitarrata, o da un fischietto. Un sistema per creare pezzi “crowdsourced” che ha un’idea chiara delle nuove fruizioni di contenuti: ascolteremo sempre meno musica fatta da altri se non in esperienze molto dirette (concerti, eventi, house concerts) e faremo noi la musica che vogliamo ascoltare. Mi siedo davanti al Mac, suono un motivetto che si registra su un’interfaccia che somiglia a Twitter (importanza del design del software tutto web based), e consento ad altri conosciuti e/o sconosciuti di intervenire sulla mia traccia. Nasce un pezzo completo. Anche qui: la band indie che vuol fare un nuovo singolo, mette una traccia on line aperta alla collaborazione e la migliore performance diventa il B side del pezzo. Si promuovono creando insieme alla rete. Marketing, creatività, user generated content, snack culture etc… tutto insieme.
Il sistema è stato ideato e alimentato dai partners e da altri investori che selezionano le idee, finanziando, sempre in una gara tra le proposte, due o tre prototipi. Poi tra i selezionati, il migliore può aspirare a un impegno in termini di seed o early capital… e da qui è vera start up, appoggiata sul piano logistico, contabile e dei servizi.
Insomma la logica è quella della competizione delle idee e della creazione dal basso di una cultura d’impresa. Secondo Maurizio, che mi ha accompagnato, è un trend obbligatorio, lo vogliamo riconoscere o no. Eppure l’ecosistema nazionale, pubblico e privato, non parla questa lingua. Non la conosce (e forse è meglio perché l’affosserebbe) e non può farlo. Deve invece recitare sul proscenio descritto dai vari CENSIS: la sfiducia, la corruzione, l’immobilità e la paura.
Ma così non ci avvantaggiamo di questa intelligenza diffusa e infatti, spesso gli investitori sono extraeuropei. Per fortuna se ne avvantaggiano sempre più clienti e questa è la vera ricchezza e speranza. Qui ad H-Farm ho sentito una lingua nuova in uno scenario diverso socialmente, geograficamente e generazionalmente. Donadon e i suoi partners non sono innovativi solo perchè sui loro bigletti da visita ci sono anche skype e la pagina delicious, ma perchè non si rassegnano all’esistente.
Si avverte che nessuno aiuto arriverà dalle istituzioni tradizionali, pubbliche e private. Anzi, forse riusciranno a darne uno loro. Il mio interlocutore mi dice: come posso augurarmi che mio figlio lavori in Fiat ? Non ci sarà quel posto. Chiuso il dibattito che appassiona tutti. Geograficamente: un giovane che entra in questo ecosistema percepisce il mercato dei prodotti, dei servizi, della cultura come mondiale: il sito è in inglese, il mio competitor è cinese, il mio mercato è fuori di qui.
Ma c’è un altro aspetto che integra diversi fattori: la generazione nata dopo Google ragiona in un modo che darà la risposta ai problemi su cui ci arrovelliamo in gineprai regolatori, e pure a problemi che oggi non conosciamo (il mercato della musica dopo itunes). Problemi cui non c’è risposta, come la crisi del mercato dell’informazione. Chi è nativo digitale va per tentativi e forse riuscirà a prendere quest’onda, noi, immigrati digitali di quaranta o cinquant’anni, no.
Noi possiamo favorire la nascita di sistemi e occasioni che consentano loro di rispondere. Perchè questi sistemi funzionino deve esserci una collaboratività e una competitività alta tra idee e progetti e il risultato del progetto alla fine dipende dalle persone che sperimentano. E’ una centralità nuova delle persone e delle loro collaborazioni creative, del lavoro e del sapere, che dovrebbe essere integrata nei sistemi formativi in modo più radicale. “Rinunciando a qualcosa dei percorsi didattici tradizionali e introducendo questa creatività industriale dentro l’Università”…
Un altro mondo, una società che si muove, una Italia fiduciosa che, magari, ci riprenderà per i capelli? Intanto crescono i laboratori dove si sperimenta.
Lacrime e sangue
di Fabrizio Macrì
„I ricatti ce li pone la globalizzazione, non Marchionne che ci trasferisce il Mondo com‘è, brutture comprese…pensare di continuare così, in un mondo cambiato, è privo di logica. Il gioco prima o poi finisce”.
Questi i due passaggi dell’intervista di Chiamparino che più mi hanno convinto e con il quale condivido non solo la posizione a favore del SI nel referendum di Mirafiori sostanzialmente per le stesse ragioni da lui indicate ma anche la stima di Marchionne e soprattutto il suo modo schietto di “trasferire” il crudo mondo della competizione internazionale nell’asfittica realtà italiana.
Che l’accordo vada migliorato non ci sono dubbi, ne’ ci sono però dubbi che PD e sindacati possano sperare di farlo solo accettando la sfida posta da Marchionne che si riduce ad un nodo che ci piaccia o no dobbiamo sciogliere: in Italia la produttività per unità di lavoro nel settore auto è 1/6 rispetto a Brasile e Polonia. Con questo problema dobbiamo confrontarci ed affannarci a fare proposte alternative se la soluzione Marchionne non ci piace.
Questo lo dobbiamo fare non solo per trattenere FIAT (unica multinazionale che intende investire in Italia al momento) ma anche tutte le altre attività produttive che il nostro paese lo stanno lasciando, schiacciate dalla scarsissima competitività del sistema.
Ruolo del PD quindi è non solo dire di SI a Marchionne in modo netto e chiaro perchè è ovvio e lampante che non possiamo permetterci di perdere un’azienda come FIAT ma anche indicare tutte le altre misure che la politica dovrebbe prendere per accrescere la competitività del sistema e la sua capacità di esportare ed attrarre investimenti a cominciare dalle misure che meno piacciono all’elettorato del Governo, come la riforma degli ordini professionali e l’introduzione di massicce dosi di liberalizzazioni ma anche la riforma della Pubblica Amministrazione ed una pesantissima riforma fiscale: LACRIME E SANGUE insomma, non altro. La realtà impone questo
Nota finale:
ciò che mi lascia allibito è che di fronte ad un Governo immobile e ad una lega nord che a livello locale comanda nelle regioni più forti del Paese da 20 anni ed ha il Governo in mano da 8 con due dicasteri chiave come Interni ed Economia , non si impieghino energie per mettere davanti alle proprie enormi contraddizioni e responsabilità la maggioranza al potere che di tanto vuoto e sterile nordismo ha riempito le nostre risorgimentali orecchie, ma ci si diverta a mettere il dito nelle pur esecrabili divisioni interne del Partito Democratico.
L’azione esterna dell’Unione Europea dopo Lisbona
La nuova edizione di questo fortunato volume, che esce a tre anni di distanza dalla precedente, si concentra sulle trasformazioni introdotte dal Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel dicembre del 2009, sul profilo complessivo dell’azione esterna dell’Unione Europea.
Lisbona, infatti, presenta alcuni dei suoi più importanti elementi d’innovazione istituzionale proprio nel vasto ed articolato campo delle relazioni esterne dell’Unione: dall’istituzione della nuova figura dell’Alto Rappresentante per gli Affari esteri e la Sicurezza Comune/Vice Presidente della Commissione Europea al coordinamento ad esso affidato dei vari Commissari legati alla proiezione esterna dell’UE; dalla creazione del Servizio europeo per l’azione esterna, che metterà presto in campo una nuova generazione di “diplomatici europei”, alla migliore definizione delle cooperazioni rafforzate (ora cooperazione permanente strutturata in materia di difesa); dal significativo cambio di nome della Politica europea di sicurezza e difesa (PESD) in Politica comune della sicurezza e difesa (PCSD), all’ancora più accentuato coinvolgimento del Parlamento europeo nel complesso della politica estera dell’Unione. Il libro presenta le novità intervenute con il Trattato di Lisbona sia sotto il profilo giuridico che istituzionale, ma offre anche un’analisi convincente delle potenzialità e dei limiti dell’aspirazione dell’UE ad agire come attore globale, così come un quadro esauriente degli scenari geopolitici che attendono alla prova la politica estera europea. Di fronte ad un processo di globalizzazione sempre più marcato e all’emergere di nuovi protagonisti mondiali, l’Europa non può infatti mancare di far sentire la sua voce negli scacchieri decisivi dei nuovi equilibri mondiali: l’est Europeo, la Russia, il Mediterraneo, il Golfo Persico, la Cina.
Il volume, che si avvale della prefazione di Luigi Ferrari Bravo e della postfazione di Gianni Pittella, primo Vice Presidente del Parlamento Europeo, si articola in quattro contributi che, nel loro insieme, offrono strumenti di analisi e spunti di riflessione indispensabili per comprendere il ruolo dell’Unione Europea nei nuovi assetti globali. Il saggio di apertura, di Cosimo Risi, affronta il tema cruciale dei “confini dell’Europa”, letto alla luce delle vicende che hanno portato al quinto processo di allargamento (2004-2007), delle prospettive del sesto (Turchia, Croazia, Balcani occidentali, Islanda), così come delle politiche UE verso le aree limitrofe: Politica Europea di Vicinato, Partenariato Orientale, Processo di Barcellona – Unione per il Mediterraneo. La grande Europa, secondo il curatore del volume, dovrà superare la consueta dicotomia “allargamento – approfondimento” e non potrà non assumersi “la responsabilità dei problemi del mondo. E questo non per ambizione di potenza, ma perché la comunità internazionale si aspetta che intervenga in funzione equilibratrice rispetto ai vecchi e nuovi attori della scena mondiale”. Il secondo studio, di Alfredo Rizzo, esamina in modo ampio e circostanziato gli aspetti essenziali delle riforme istituzionali e giuridiche che, con il Trattato di Lisbona, incideranno in particolare sul settore delle competenze esterne dell’Unione. L’analisi è efficacemente svolta area per area, con un’immediata comparazione tra l’attribuzione di competenze ricavabile dal sistema pre – e post – Lisbona. I rapporti tra l’UE e le organizzazioni che sorgono attorno ad essa sono al centro del contributo di Piero Pennetta. Lo studio è ampio ed articolato, ed abbraccia le relazioni dell’Unione con le organizzazioni regionali dell’ex URSS, del mondo arabo-islamico, dell’Africa subsahariana, dell’America Latina e caraibica e dell’area del Pacifico. Si tratta di rapporti, come messo in evidenza dall’autore, che si sviluppano in almeno tre direzioni complementari, di carattere economico-commerciale, di assistenza allo sviluppo e di impianto più propriamente politico e di sicurezza. Infine, il tema quanto mai attuale delle relazioni tra l’UE la Cina, che sempre più incombe sulla scena globale, occupa lo scritto di chiusura del volume, di Luca Trifone. Le relazioni tra i due attori, sottolinea l’Autore, possono essere definite quantomeno ambivalenti: da un lato l’ottimo interscambio economico, con l’UE che rappresenta il primo partner commerciale della Cina e la Repubblica Popolare al secondo posto tra i partner dell’Unione; dall’altro i rapporti politici che, pur vicini su alcune questione di fondo e su temi più immediati, risentono in maniera decisiva di una diversità di valori di fondo che spesso spinge le due parti su sponde lontane. Se l’ingranaggio sino-europeo appare pertanto ancora poco oliato, tuttavia il rapporto di sempre più evidente reciproca attrazione tra Pechino e Washington e le previsione di G2 ritenuto l’assetto di potere più probabile dei prossimi anni non può non chiamare in causa l’Unione Europea, la cui azione in questo contesto rischia di rimanere fortemente limitata e circoscritta.
A più di cinquanta anni dall’avvio del processo di integrazione in un’Europa spazzata dai venti della guerra fredda, a venti dal crollo del sistema bipolare e dalle speranze di una centralità europea nel nuovo ordine internazionale, con la delusione ancora fresca per l’accantonamento del progetto di Costituzione europea, l’Europa è purtroppo ancora “un cantiere in rapido movimento, le cui implicazioni e contraddizioni non sono ancora del tutto emerse”. Nonostante la politica estera europea rimanga ancora prevalentemente ancorata agli orientamenti degli Stati membri e condizionata dalla regola dell’unanimità, le innovazioni introdotte dal Trattato di Lisbona aspirano ad inserirla “in un circuito più virtuoso volto a garantire più coerenza, più efficacia, più trasparenza”. Si tratta di sviluppi fondamentali, che non garantiscono di per sé il raggiungimento degli obiettivi di pace, sicurezza, rispetto dei diritti umani e democrazia che sono alla base del profilo internazionale dell’UE. Ma certo ne rappresentano la condizione essenziale.
Luisa Pezone
Coordinatrice Innovatori Europei Napoli – Fondazione Mezzogiorno Europa
tratto da: Cosimo Risi (a cura di) Napoli, Editoriale Scientifica, 2010, pp. 264 III edizione
La positiva fuga dei cervelli, Controesodo e la necessità di attrarre talenti stranieri

di Massimo Preziuso
In questa soleggiata domenica mattina – dopo la lettura su The Economist dell’articolo dal titolo Italy’s brain drain. No Italian jobs. Why Italian graduates cannot wait to emigrate – mi viene voglia di scrivere alcune cose su un tema che è da tempo centrale per l’Italia e di cui nelle ultime settimane si parla (anche grazie alla approvazione bi-partisan della iniziativa “Controesodo“), che io chiamo “della fuga e dell’attrazione dei cervelli, italiani e stranieri”.
Parto subito dalla fine. Io credo che la legge approvata – conosciuta come Controesodo – e che in sintesi darà la possibilità a cittadini italiani (o stranieri che abbiamo risieduto in Italia per almeno due anni) che lavorano all’estero da alcuni anni di rientrare ottenendo una “fiscalità agevolata”, è di sicuro un passo avanti che va apprezzato, ma è una occasione sprecata per fare quello che si doveva fare, ovvero “attrarre” talenti stranieri.
Infatti non ho davvero capito perchè non si è voluto cogliere questa opportunità unica di collaborazione tra i due schieramenti su un tema così centrale per il futuro del paese per portare a casa una legge completa, che ci potesse permettere finalmente di recuperare il vero gap che, come Paese, abbiamo rispetto a tutti i Paesi OCSE: quello del flusso netto negativo di laureati (si veda la figura sotto).

E’ lì infatti il “caso italiano” e non nella – a mio avviso positiva – fuga di giovani (e meno giovani) talenti (e non talenti) verso l’estero. Quest’ultima infatti può essere e deve essere una grande opportunità.
Il nostro Paese è affondato e continua ad affondare in termini di competitività e questo lo si può spiegare anche con questa semplice immagine: mentre gli importanti cantieri dell’Aquila in ricostruzione sono pieni di lavoratori stranieri e nessun italiano (in un Paese con un tasso di disoccupazione giovanile di quasi il 30%!), nelle nostre università e nelle nostre aziende i laureati extra-italiani (europei e non) sono assenti.
Ecco perchè sarebbe stato necessario estendere l’incentivazione fiscale di “Controesodo” ai laureati “skillati” (con certi criteri da stabilire – ad esempio definendo una quota massima per singolo continente) extra – italiani che decidessero di venire a lavorare in Italia, accettando un lavoro, e risiedervi per almeno 3-5 anni.
Sono convinto (ma immagino non solo io) che l’attrazione in Italia anche di alcune centinaia di laureati provenienti da Cina, India, Brasile, Sud Africa, Israele, etc, apporterebbe un enorme “effetto positivo” al nostro Paese e che questo sarebbe anche molto maggiore dell’attrazione dello stesso numero di laureati italiani che vivono bene e fanno bene nelle loro professioni in Stati Uniti, Inghilterra, Germania o Brasile (sebbene chiaramente le due “attrazioni” non siano in antagonismo tra loro).
Questi ultimi infatti forse (e sperabilmente) torneranno un domani, non solo perchè attratti da un beneficio fiscale, perchè avranno voglia di accettare nuove sfide, per le quali avranno valutato un “costo / beneficio” positivo, nel loro Paese di origine. Ed allora porteranno in patria un enorme capitale di esperienza e di conoscenza che beneficierà tutti noi.
Ma intanto, attraendo in Italia laureati stranieri, avremmo potuto (e spero potremo) iniziare a creare quei “ponti di conoscenza e di cultura” con gli altri Paesi europei e soprattutto con i Paesi emergenti (come Cina, Brasile, India), come da decenni paesi che sono nostri pari (come la Germania, l’Inghilterra, la Francia, gli Stati Uniti) fanno.
Concludo con l’auspico che il 2011 veda la nostra politica continuare nella direzione tracciata da Controesodo, ed apportarne in qualche modo questa aggiunta, per non perdere questa enorme ed unica opportunità di sviluppo.
N.B. L’immagine e la tabella utilizzati sono tratti dall’articolo di The Economist
La metamorfosi di una novantenne e un capitano di ventura
di Pierluigi Sorti
Una voce del listino che appariva in borsa dal 1920 ha gemmato, dopo 90 anni, due nuovi e distinti titoli, mentre la Fiat, come voce unitaria, alla prima seduta del 2011, ha cessato di apparire.
Assisteva fisicamente all’ evento il regista di tale opera di estetico rifacimento che, con presumibile intimo compiacimento, non poteva che interpretare come un atto di fede alla sua persona il rialzo immediato dei due titoli neonati : “Fiat auto” e “ Fiat industrial”.
Da pochi giorni salutato, anche internazionalmente, uomo dell’ anno, questa è stata l’ ultima mossa di Sergio Marchionne, nuovo grande demiurgo del mondo imprenditoriale italiano e internazionale.
Egli incarna infatti, nel contempo, l’ imprenditore non timoroso di provocare il risveglio della lungamente sopita conflittualità aziendale, ma, insieme, la figura di manager, abilissimo nel muoversi a livello globale fino a fruire delle provvidenze pubbliche a favore della Chrysler, deliberate dal principale stato capitalista del mondo.
L’ immagine stilizzata di John Elkann, il giovane presidente del gruppo Fiat, paragonata al look così inconsueto del suo amministratore delegato, ci riporta al ricordo dei principi rinascimentali italiani che, ormai deprivati di ogni combattività, per tutelare la propria indipendenza, ricorrevano ai servizi di truppe mercenarie, in ciò ponendo le basi irreversibili del loro declino.
La singolarità contrapposta della capacità di movimento di Marchionne, manager di non decifrabile imprinting culturale, possessore di tre passaporti, spie significative della propria indifferenza patriottica e familiare, è oltremodo istruttiva.
Giocatore spregiudicato, in Italia, nei confronti dei sindacati, Marchionne ne accetta invece la primazia societaria nella Chrysler americana, dove essi , attraverso le loro fondazioni, detengono la maggioranza del pacchetto azionario, debitamente provvisto di adeguati finanziamenti da parte del governo Usa.
Così, abilmente inserendosi nella scenografia sindacale italiana – quella padronale compresa – il manager italo – canadese – svizzero ha, dialetticamente, spazi quasi illimitati di manovra, agevolato dal generale disorientamento politico italiano che vede governo e opposizione incapaci di una visione di base e pertanto costretti a stare al suo gioco.
Gli azionisti Fiat, ancor meno pensosi delle sorti patrie, in fondo si assicurano qualche lustro, in più, di salvaguardia dei propri patrimoni e, in meno, di fastidi cui non sono, per scarsa combattività generazionale, capaci di fronteggiare mentre i capitani di ventura, quale appunto Marchionne, non investono altro che il loro impegno, con altezze vertiginose di guadagni diretti e indiretti e con il piacere di prestigiosissimi riconoscimenti professionali, nazionali e internazionali.
Mentre i sindacati e le forze politiche di opposizione nostrane sembrano incapaci di concepire almeno una simbolica contromossa: perché non chiedere a Marchionne, proprio ai fini di una miglior conoscenza dei problemi aziendali, e quindi a contribuire alla loro soluzione , quel diritto democratico alla cogestione che la Costituzione prevede all’ art. 46 ?
Sono le news, bellezza! (il libro di Michele Mezza)
L’Innovatore Europeo Michele Mezza pubblica “SONO LE NEWS BELLEZZA! Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale” (Interventi Donzelli).Ecco una sintetica presentazione di un libro da leggere:
“Nell’anno di Mc Lhuan- il 2011 è il centenario della nascita-un libro per ragionare sul cambio di paradigma culturale indotto dalla rete, e anticipato proprio dal grande mass mediologo di Toronto.
Senza guardare in improbabili palle di vetro per vaticinare inutili futuri, insieme a Derrik De Kerckhove che firma la prefazione, ed a Pierluigi Celli, che propone la post fazione, tento di dare un senso ad una trasformazione che non ha nulla di deterministica tecnicalità, ma sembra piuttosto un grande ritorno, una conferma della supremazia del primato dell’uomo, di ogni uomo.
Proprio il formicolare di infiniti nani che si sostituiscono ai pochi aristocratici giganti, che ci avevano fatto credere di aiutarci a vedere meglio, ci rassicura sulla dimensione sociale della rete. Non siamo alla vigilia di un futuro cibernetico e snaturante, quanto di un espansione di un moderno umanesimo digitale, che riemerge dopo la meccanicistica parentesi fordista.
L’informazione è la lente d’ingrandimento che ci fa meglio cogliere questo processo: si estende il consumo di notizie, si allarga la gamma dei produttori di news, si restringe lo spazio dei collettori, dei mediatori. O forse, muta solo il ruolo di questi antichi artigiani della comunicazione, che non devono decidere più se questa o quella è la notizia, ma quale senso l’abbondanza di notizie, che comunque arriva ai nostri occhi , potrebbe assumere in questo o quel contesto.
Non è poco, e comunque c’è poco da fare, bisogna arrendersi all’evidenza: queste sono le notizie, bellezza!“
8 suggerimenti alla classe dirigente italiana

di Massimo Preziuso, pubblicato sulla rivista generazionale Tr3nta
Tracciato un quadro generale della situazione giovanile in italia, Massimo Preziuso prova a elencare otto punti su cui la classe dirigente italiana dovrebbe investire a partire già dal prossimo anno.
Siamo alla fine di un altro anno (e di un decennio) difficile per la nostra cara Italia.
Il Paese lentamente continua nella sua fase declinante, e questo lo si vede nell’economia ma soprattutto nei fatti sociali.
Le iniziative del movimento studentesco e gli scontri a Roma di qualche giorno fa – malamente gestiti dalla classe dirigente italiana (professionisti, intellettuali, politici) come un qualcosa di strano, fastidioso e fuori luogo – sono una semplice cartina dello stato dell’arte del Paese.
Siamo giunti ad un momento cruciale.
Le nuove generazioni (gli studenti medi e universitari) unite alle ormai quasi – nuove (i trentenni e quarantenni dalla vita precaria) stanno finalmente dando segnali evidenti alla restante parte del Paese di una situazione che non va più bene nemmeno a loro, che la stanno vivendo da un decennio almeno da protagonisti negativi e passivi.
Va detto che, in questo contesto, vi sono anche altri segnali positivi provenienti dai giovani.
Aumenta ad esempio la spinta verso l’associazionismo e la imprenditorialità.
Mai come in questi anni si vedono ragazzi anche giovanissimi che tornano ad impegnarsi nel volontariato o nella politica, cosa che non accadeva solo dieci anni fa. E questo è un fatto che va colto e sostenuto.
Basta poi girare per LinkedIn e leggere i profili professionali dei trentenni di oggi per capire che rivoluzione silenziosa è in atto: da un lato si torna a scendere in piazza nell’età della formazione, dall’altro si rivede il modo di essere lavoratori nell’epoca della precarietà, ma anche delle variegate opportunità, e si ricercano nuove forme di soddisfazione personale al di fuori dei grandi involucri aziendali.
Tutto questo è semplicemente cambiamento, generato da un momento difficilissimo ancora mascherato dai media e dalla politica.
Ed è su questi germogli di “pacifica rivoluzione generazionale” che bisogna assolutamente e rapidamente fare leva per lasciarci alle spalle un decennio di crisi.
E devono farvi leva soprattutto le classi dirigenti che, risultate incapaci di svolgere il proprio ruolo – “dirigere” la società e la sua parte più energica, i giovani, verso il cambiamento – dovranno almeno ora riuscire ad assecondarne il moto spontaneo.
Ed allora cosa si può consigliare loro?
Scrivo qui una mia semplice “wish-list” in ordine casuale, sperando non risulti per questo banale.
Si può e si deve:
1) Immergersi nei luoghi in cui oggi si discute e si fa nuova cultura ed innovazione: il Web ed i social network;
2) Liberare sempre più l’accesso alla Rete, a cominciare da una seria diffusione libera del collegamento internet in luoghi pubblici, con il Wi-Fi;
3) Aiutare a sviluppare a pieno le iniziative associative di vario tipo che nascono nel Web, soprattutto nel passaggio al “mondo reale”, senza il quale Internet non esplica pienamente il suo enorme potenziale di driver culturale e di innovazione;
4) Sostenere la nascita e lo sviluppo di iniziative imprenditoriali giovanili mettendo insieme risorse pubbliche e private;
5) Aiutare i giovani ad effettuare esperienze di formazione e lavoro nei paesi dell’Unione Europea, per formarli alla nuova cornice cultuale di riferimento;
6) Sostenere uno sforzo congiunto delle università italiane per avvicinare i giovani al mondo delle professioni fin dai periodi di studio superiore e universitario;
7) Favorire l’accesso dei giovani in politica, a partire dal livello locale, anche attraverso le così tanto vituperate “quote arancio”. Sono certo che la loro migliore conoscenza del mondo presente sia fondamentale nelle istituzioni più della (eventuale) minore esperienza;
8 ) Last but not least, tornare ad insegnare a scuola – rendendola centrale nella formazione del discente – la ormai lontana ma ancora più necessaria, in una società sempre più complessa, “educazione civica”;
Buon lavoro e buon 2011!
Buon Natale!
L’equivoco della democrazia
di Alessandro Berni
Pensieri indirizzati a quei parlamentari che considerano i propri principi come denti cariati da curare ricoprendoli d’oro.
Durante la Seconda Repubblica si è aperto un abisso tra onestà e Parlamento; si è riuscito a normalizzare l’osceno in faccia agli italiani, senza alcun argomento politico si è cominciato a offrire poltrone, appalti e fette di potere in cambio di sostegno al Governo.
In questi giorni, Silvio Berlusconi ha iniziato a colmare il vuoto lasciato dai parlamentari del FLI e di tutti quelli che lo hanno abbandonato durante questa legislatura. Al momento ha appena tre voti di vantaggio, ma appena finite le votazioni del 14 dicembre ha candidamente ammesso che non vede difficoltà insormontabili per ampliare i risicati numeri su cui può contare oggi il proprio esecutivo.
Parole dette serenamente, per confermare che ogni onorevole è considerato dal Presidente del Consiglio non come un essere vivente, bensì come un elemento strumentale, rimpiazzabile ad oltranza.
Nessuno si scomodi a informare di quest’evidenza la maggioranza dei parlamentari che hanno votato la fiducia a questo Governo. La sanno e non perdono un’occasione per dimostrare che se ne fregano. Non si curano della propria dignità e del proprio amor proprio, figurarsi di quello degli italiani.
Il risultato è che non esiste nessun piano governativo su cui si basa la neonata maggioranza se non quello del mantenimento del potere. Tutto il resto è funzionale, è la disumanizzazione totale di tutti i rapporti politici, ormai ridotti ad essere come quelli tra una cosa e colui che se ne serve. Tristemente, è necessario aggiungere che la cosa in questione è il Parlamento, la democrazia e colui che se ne serve è Silvio Berlusconi.
Martedì 14 dicembre 2010, intanto che nelle due Camere c’era una compravendita in corso, per proteggerle dal popolo che le ha elette era stata tracciata una zona rossa.
L’Italia con le sue urgenze e i suoi bisogni reali non poteva entrare tanto meno avvicinarsi ai due rami del Parlamento.
Nelle solite ore il debito pubblico nazionale toccava un nuovo record e questa non è una notizia eccezionale perché succede ogni giorno: l’attuale politica economica italiana si basa su un debito pubblico che vale più di ieri e meno di domani.
Quest’aspetto, insieme all’aumento della pressione fiscale sta portando allo stringere della base sociale del benessere. Per valore economico e per libertà politica l’Italia sta uscendo dall’Occidente, si sta tramutando in una palude e Silvio Berlusconi di questo pantano ne è il sultano oppure il rospo, come preferite.
La democrazia in Italia c’è ancora, ma vive sommersa nella marea del materialismo.
Nel disincanto nazionale, garriscono i leccaculo in Parlamento come in televisione, spacciano narcolessia, formaggini, camicie aperte e gambe nude, interpretano l’informazione come liturgia del potere, senza alcun talento se non quello di vivere senz’anima.
Da sette anni vivo fuori dal mio Paese e posso dire che di quell’aspetto serissimo che è la crisi internazionale l’unica cosa buffa rimasta sembrano essere gli italiani, ma per quanto?
Chi scrive queste parole è un semplice italiano all’estero, uno dei tanti laureati trilingue in giro per il mondo che nella città dove ha scelto di vivere lavora il doppio per dimostrare di valere la metà e lo fa ogni giorno e volentieri.
Chi scrive è un apolide suo malgrado che non ha dimenticato la fierezza delle proprie origini, che Silvio Berlusconi è solo una squallida meteora, seppur lunghissima della storia gloriosa di cui può fregiarsi il proprio Paese.
Chi scrive è qualcuno in esilio preventivo che per le ultime signore e signori che hanno vilmente aspettato le ore precedenti alla votazione della fiducia per smascherare le proprie intenzioni e per offrire il proprio sostegno all’attuale governo sarebbe pieno di domande, ma che invece ne farà solo una, anzi due:
Una vita senza dignità che vita è?
Una vita senza orgoglio e senza valori, a cosa serve?
Cordialmente,
Alessandro Berni, Parigi
Ragionamenti del secondo ordine. Il terzo polo vince la corrida.

In alcuni studi di meccanica ma anche in altre materie si parla di “effetti del secondo ordine”. Si tratta di studi effettuati con formule matematiche più complesse, che vanno al di là di un ragionamento semplicemente lineare di proporzionalità sulla causa-effetto, arrivando a spiegare meglio determinati fenomeni.
Facciamo quindi un ragionamento più approfondito, più articolato. In un ragionamento “semplice” Fini ha sfidato Berlusconi con l’intento di piegarlo ai suoi voleri o comunque di disarcionarlo dalla guida del Governo. Berlusconi ha quindi semplicemente, con ogni mezzo, fatto in modo di riuscire vincitore da questa sfida teoricamente salvando la poltrona e dimostrando di essere “più forte” o comunque in grado di recuperare attorno a se consenso.
Ma facciamo un passo indietro. Ci ricordiamo che a fine estate, a settembre, qualcuno aveva ipotizzato elezioni entro Natale per sfruttare la posizione di forza del Governo e quella di debolezza dei fuoriusciti Finiani in quel momento solo un gruppuscolo senza le idee chiare. Fini, in quel momento ancora al Governo, costrinse Berlusconi a presentarsi in parlamento con cinque punti sui quali Fini e i suoi confermarono la fiducia facendo passare il treno delle elezioni pre-natalizie.
Certi di aver rimandato il voto a tempi più convenienti ecco organizzare prima FLI e poi il terzo polo che a questo punto, allontanate le elezioni di qualche mese, può avviare le manovre per la prossima campagna elettorale.
Primo atto di questa operazione è stata la “sortita” del voto di sfiducia del 14 dicembre scorso, un primo esperimento, un giro di prova, un azzardo se vogliamo, per andare a vedere le carte. Una sventolata di capote (il drappo) davanti agli occhi del toro. Un colpo del picador che non uccide ma irrita e allo stesso tempo indebolisce il toro.
Certo l’obiettivo palese è sembrato quello di far vedere la debolezza numerica di Berlusconi, ma l’obiettivo nascosto, il secondo ordine, era quello di prendere le misure. Il ragionamento del primo ordine portava in teoria ad un governo tecnico, di responsabilità nazionale, assolutamente irrealizzabile con l’attuale compagine parlamentare, e comunque qualsiasi governo tecnico non sarebbe stato in grado di cambiare la legge elettorale per l’impossibilità di farla comunque passare in Senato, dove il PdL e la Lega danno le carte. Anche se ieri fosse stato sconfitto Berlusconi sarebbe comunque restato in sella per diversi mesi in pratica nelle stesse condizioni attuali, dopo aver ottenuto solo una vittoria di misura (perché un governo dimissionario o un governo senza una vera maggioranza sono in pratica la stessa cosa). Certo si sarebbero potuti un pochino accelerare i tempi ma non se ne può essere sicuri.
L’analisi del secondo ordine porta invece a pensare che è bene che Berlusconi continui a governare, e a governare in tempi difficili, accumulando su di se fallimenti, problemi, provvedimenti tampone, scandali; senza avere la forza però di fare troppi danni. Inoltre le campagne elettorali quando si è al governo sono molto più difficili da portare avanti. Il toro corre a destra a sinistra e si stanca; la corrida deve durare a lungo per avere l’attenzione de conquistare gli applausi del pubblico.
Nel frattempo il terzo polo si consolida, anche perdendo qualche pezzo. L’uscita di alcuni da FLI (i tre fulminati sulla via di Damasco) rafforza in realtà la posizione di chi rimane, depura il nuovo partito dagli opportunisti del momento che saltano da un carro del vincitore all’altro, privi di una visione di luongo respiro, gente di cui nessuno ha bisogno.
Ho ragione di credere, o forse sperare, che Fini, Rutelli e Casini abbiano già stretto un solido patto finalizzato all’assalto alle spoglie di Forza Italia una volta caduto Berlusconi. Perché Berlusconi cadrà, prima o poi, il tempo gli è avversario nonostante i progressi della medicina e tutti i rinvii giudiziari.
L’importante è tenere le distanze, questo Casini lo fa intelligentemente da più tempo, e continuerà a farlo per presentarsi al suo elettorato privo di colpe, più bianco della neve si potrebbe dire.
Un terzo polo moderato, compatto, privo di problemi giudiziari, più volte “testato” nell’arena (in aula) nelle prossime settimane, dove si troverà a giocare con il governo come il torero con il toro, agitando il drappo rosso e piazzando le sue banderillas per assestare solo alla fine, alle elezioni, il colpo finale.
