Significativamente Oltre

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IL PARTITO DEMOCRATICO E LA FANTAPOLITICA

di Salvatore Viglia

La fusione tra DS e Margherita, ha sancito la realizzazione del nuovo centro. La novità ha posto non pochi problemi e perplessità soprattutto su due questioni nodali: la laicità dello Stato ed il posizionamento in Europa di una compagine così assortita, fare o non fare parte del PSE europeo. Senza scrollarsi di dosso, neanche per un attimo, il politichese impregnato di demagogia, Rutelli ha dato già una risposta sebbene sibillina, al secondo quesito: «Non ho dichiarato: mai col Pse»
intendendo aver detto invece: «mai nel Pse», cosa assai diversa. Insomma, due partiti, da un lato, i DS meno comunisti e, dall’altro, la Margherita, meno democristiani. Comunque la si voglia mettere, è un evento importante che non può passare inosservato. Soprattutto per gli effetti “esterni” e di riflesso. Si pensi al fallimento dell’idea di Pier Ferdinando Casini della creazione di un grande centro. Così come la delusione di Mastella che ci credeva tanto. Vedersi soffiare il centro, che era la sua minaccia, sotto il naso . A patto che non si decida di accettare l’esistenza di due centri che, anche da un punto di vista geometrico, non trovano accoglienza né nella matematica, né nella logica. Casini, avendo rifiutato Berlusconi, con chi stipulerà alleanze? Non si sa. Mastella, come un asino tra i suoni, allibito e stordito al cospetto del progetto Partito Democratico già realizzato, aspetta che gli venga un’idea. Senza contare l’adesione di Follini che, a questo punto, è data per scontata.
Per cambiare definitivamente volto alla politica italiana, sarebbe suggestivo che il Cavaliere chiedesse di farvi parte. «Siamo pronti a larghe intese» parole sue uscendo dal congresso DS. Ci è piaciuto credere che egli, almeno per un momento, avesse pensato di aderire al progetto PD. Perché no? Scaricato ormai dalla Lega, abbandonato da Casini e la sua Udc, diffidato da Fini a riproporre le larghe intese, potrebbe pensare di entrare definitivamente nella storia di questa Repubblica con una decisione veramente titanica. I DS non sono più comunisti ma centristi di nuova forgia, i democristiani della Margherita, meno democristiani e più duttili ai cambiamenti, più versatili dei “fondamentalisti” dell’Udc, quindi.
Un Partito Democratico con DS, Margherita e Forza Italia, diventerebbe una forza concepita per governare a lungo. Riposizionerebbe An alla destra dello schieramento e costringerebbe al ricompattamento i partiti della sinistra compresi i fuoriusciti dai DS. Il resto, frattaglie che, con una legge elettorale, a questo punto, convenientemente severa negli
sbarramenti, sarebbero costrette a decidere una collocazione fuori dalle retoriche.

Potremmo giurare su un Partito Democratico con Forza Italia. Una soluzione che farebbe entrare il Paese nella vera seconda
Repubblica. Fantapolitica? Forse, ma stimolante. Siamo sicuri che uno come Berlusconi, sarebbe capace di una scelta del genere. Invece, farà il Partito Unico Delle Libertà, con chi? Con Fini che non crede sia possibile dall’oggi al domani per non dire che non lo vuole affatto? Con chi? Con Bossi che non si fida dei partiti unici? Con chi, con Casini e l’ossessione delle sue radici democristiane? Con l’IdV di Di Pietro? Forse con i Verdi?

Non resta che Mastella: il classico pezzo in più che ritroviamo quando rimontiamo il motore della nostra auto: non sappiamo a cosa serviva, dove stava e dove dobbiamo metterlo.

MANIFESTO – INNOVATORI EUROPEI

IL MANIFESTO DI INNOVATORI EUROPEI

Innovatori Europei nasce nel 2006, dall’idea di un gruppo di amici di portare un serio contributo alla realizzazione della Società della Conoscenza.

Ad oggi è presente in molte parti d’Italia e di Europa, con gruppi territoriali che operano con una visione comune.

La Community si occupa di innovazione e politica e vuole sperimentare forme moderne di organizzazione: parola d’ordine è “Talento & Innovazione”, elementi questi necessari per costruire l’Europa del futuro.

La scelta di occuparsi del Web 2.0 e di impegnarsi per la costruzione del Partito Democratico, con una visione europea, è la conseguenza di un preciso ragionamento:

– il Web 2.0 è il Luogo in cui oggi si può fare innovazione, promuovendo la partecipazione “bottom-up” di tutti i cittadini alla formazione delle scelte sociali, economiche e politiche.
– Il Partito Democratico è il “potenziale” contenitore politico in cui supportare Innovazione e Partecipazione
– L’Europa, poi, è il perimetro d’azione in cui muoversi, il luogo in cui confrontarsi con la novità.

Innovatori Europei è dunque:

• Un Think-Tank in cui convogliare energie nuove, tramite forme di partenariato, e con cui promuovere in concreto miglioramento Sociale, Economico e Politico

• Un Centro di Riferimento per una Rete variegata di attività da svolgere in tutta Europa

• Un Medium aperto al contributo di tutti con una Redazione di più di 50 persone

• Un esempio reale di applicazione del Web 2.0 per la creazione di “intelligenza collettiva”

• Un contributo concreto alla creazione di una Società della Conoscenza

 Stiamo completando il nostro processo di radicamento nei territori.

A Settembre 2007 organizzeremo la giornata nazionale degli Innovatori Europei.

Sottoscrivete questo Manifesto e dateci il vostro contributo: INFO@INNOVATORIEUROPEI.COM

LA NUOVA RIVOLUZIONE: LA BICI

Il ritorno alla bicicletta: una “nuova” rivoluzione industriale?

di Massimo Preziuso

Sono ormai anni che il tema dell’ambiente e dell’inquinamento del Pianeta bussava alle nostre porte di cittadini.

Come al solito abbiamo fatto finta di nulla, dicendoci: “se la vedranno le prossime generazione!”

Ahinoi, o per fortuna, questo non sarà possibile, ed era immaginabile: il Problema del surriscaldamento globale impatta la vita di oggi, ed impatterà fortemente la nostra vita di anziani, adulti e giovani di domani!

Ogni giorno, a tutti i livelli, si parla di questo problema, un problema che poi può diventare i centro di una nuova Rivoluzione, la cosiddetta “Rivoluzione Ambientale”.

Tanti sono i temi che si incontrano (potenzialmente) nel Tema ambientale:

il Carbon Finance

– le Infrastrutture

– la mobilità

– l’inquinamento

il FUTURO, dunque.

Nei prossimi anni, obbligatoriamente, tutti noi dovremo cominciare a comportarci in maniera “ambientalista”.

Quello che anni fa sembrava un atteggiamento da snob diventerà per tutti un modus vivendi.

Vi parlo di un primo piccolo passo in avanti da cui cominciare: l’uso della bicicletta in città.

Voi direte: ma che centra? Io vi rispondo: da lì può passare la rivoluzione economica, sociale e politica a livello mondiale.

E’ degli ultimi giorni la nuova legge sulla ROTTAMAZIONE dei CICLOMOTORI  che, credo per la prima volta, prevede l’incentivo a comprare biciclette (e per questo va ringraziato il Ministro Pecoraro Scanio).
Bene, in maniera pratica, se tutti noi (io già l’ho fatto) invece di comprare ciclomotori (che inquinano, ci rendono incivili, arroganti, e ci fanno ingrassare!) comprassimo biciclette, daremmo un primo segnale alla politica e agli altri cittadini che vogliamo cambiare

Concludo dicendo che sarebbe ora di incentivare sempre più l’industria “verde” e finirla con gli incentivi all’automobile, che ormai si è visto riesce benissimo a fare da sola, se ha manager validi.
Che aspettiamo?

Rottamiamo i CICLOMOTORI, e compriamo BICICLETTE: ci cambieranno la vita!

PS: a giorni partirà un Gruppo di Lavoro nel Think Tank della Associazione per il Partito Democratico, che avrò l’onore e piacere di coordinare, che si chiamerà: “infrastrutture, mobilità, energia e ambiente”

Che dire: aspetto il contributo di MOLTI!

L’INTELLETTUALE CONTEMPORANEO

Intervista/colloquio con Amos Luzzatto
di LAURA TUSSI

Considerando la necessità di portare comunque nell’ambito della politica idee dettate dal sapere,  dalla cultura, da un pensiero positivo e costruttivo che finalmente prevalga sui ciarpami del mondo politico contemporaneo, vorrei rivolgerLe delle domande sul ruolo dell’intellettuale in questa congerie attuale, dove sembra smarrirsi il senso, non per forza ultimo, delle cose e della realtà: l’individuo è prigioniero della vacuità e della inanità delle sue azioni.
Argomenti di riflessione:
I concetti di libertà dell’uomo, della sua possibilità e l’importanza della domanda intorno al libero arbitrio potrebbero rievocare, in accezione moderna, “La ricerca di senso” e di significato della realtà da parte dell’individuo contemporaneo (Bruner). Quali sono i potenziali nessi tra questi argomenti?
Le occasioni per l’individuo contemporaneo di emancipazione, evoluzione, libertà da una condizione esistenziale o da un regime politico e di pensiero forte e radicato a livello di costume sono ricollegabili all’idea di salvezza sia in chiave escatologica che psicologica?
Partendo dal concetto di pensiero negativo (Schopenhauer), cosa significa “pensare” in un’epoca in cui la filosofia appare definitivamente specializzata in settori particolari?
I risvolti psicologici di tutti questi imprescindibili concetti possono costituire materia di approfondimento filosofico? Quanto filosofia e psicologia cooperano in vista della problematizzazione delle domande sostanziali e ultime che l’uomo si pone?
Come l’intellettuale militante contemporaneo, alla luce di queste considerazioni, deve porsi nell’agire politico?

LAURA TUSSI

Amos Luzzatto risponde complessivamente alle domande:

Comincerei dall’ultima domanda la quale mi offre la possibilità di distinguere fra due categorie di intellettuali: alla prima appartengono coloro che si dedicano allo studio e al ragionamento ma senza compromettersi con la società reale e con le forze che la governano. Una parte di loro lo fa per un banale opportunismo, ma molti altri perché pare loro che qualsiasi cosa che possa chiamarsi un ideale puro corra il rischio di venire corrotto dalla materialità e dagli interessi spietati delle contese di tutti i giorni. Ad esempio, si può tranquillamente parlare del pane, decantare il pane, persino suggerire la preparazione di un pane più profumato e croccante senza andare mai al mulino e sporcarsi con la farina.

Alla seconda categoria di intellettuali appartengono coloro che intendono correggere le storture della società reale. Questi possono essere definiti con l’aggettivo di impegnati, non ancora con quello di militanti. I militanti sono coloro i quali scelgono di appartenere a un preciso gruppo che intende agire per diffondere l’adesione a un modello di società desiderabile oltre a promuovere le azioni che dovrebbero conseguire questo obiettivo.
Il vantaggio dell’azione in gruppo consiste nella possibilità di diventare un nucleo di aggregazione, una forza effettiva nella società.
Di contro presenta lo svantaggio di costringere il singolo individuo a compromessi ideali, visto che una totale ed estesa condivisione di analisi, critiche e proposte è una chimera, tanto meno realizzabile quanto più consistente (e pertanto più forte) è il gruppo stesso.

Che cosa dovrebbe fare, dunque, l’intellettuale che è stretto fra i due corni di questo dilemma?
Temo che, così posta, la domanda resti senza una risposta utile.
E’ molto meglio cercare di rispondere a un’altra domanda: “Che cosa fa, che scelta opera di fatto, l’intellettuale di oggi, in questa società, con le forze che concretamente in essa operano?

Le forze che operano nelle nostre società sono di tre categorie principali: forze economiche e finanziarie, forze religiose, forze di contestazione.
L’elenco segue un ordine che vorrebbe rappresentare un gradiente di forze.

Le forze economiche e finanziarie che regolano i nostri bisogni di sopravvivenza possono essere divise in due categorie:
quelle che creano beni materiali o nuove forme organizzativa dalle quali deriva un benessere diffuso e dalle quali può derivare anche un utile a coloro che ne’assumono la progettazione e la gestione; le altre sono quelle che tendono a promuovere in primo luogo se stesse.  Naturalmente vi sono molte gradazioni intermedie.

Queste forze vanno assumendo i caratteri di una vera cultura che pervade i nostri sentimenti, le aspirazioni che noi crediamo nostre, in quanto sarebbero originali e spontanee ma che in realtà ci vengono indotte tanto da condizionare spesso persino i nostri sogni. A fronte di queste parlare di “libero” arbitrio, di salvezza e di emancipazione richiede un ammirevole atto di coraggio.
Da questo punto di vista le religioni che generalmente sono considerate sistemi non contradditori di fede trascendentale, si comportano come vere e proprie strutture sociali, capaci di esercitare un indiscutibile potere che, in quanto tale, può entrare in concorrenza o alternativamente in collaborazione con quelle economiche che abbiamo sopra descritto.

Gli stessi linguaggi che adoperano le forze economiche e quelle religiose possono avere elementi comuni quando scivolano dal riferimento ai problemi concreti, a concetti astratti, a “valori”, alla trascendenza. Ed allora, che si parli di libertà o che si parli di salvezza può comportare il medesimo effetto che è quello di evocare un senso di rispetto timoroso per qualcosa che sfugge ai nostri sensi, ma che proprio per questo promette molto, tanto più in quanto si colloca nella sfera di ciò che non si può verificare. Ne possono derivare clamorose contraddizioni che pervadono il mondo perlomeno degli ultimi due secoli.
Così ad esempio la deportazione di schiavi dalla pelle nera si concilia con la ricchezza del paese più libero al mondo. E così un ambizioso generale, responsabile della morte di intere generazioni giovani, può diventare un simbolo di gloria nazionale e di progresso: Napoleone.

“Occasioni di emancipazioni, libero arbitrio, libertà da un regime politico o di pensiero” sembrano caratterizzare sufficientemente le forze di contestazione. Esse non sono certamente solo formule vacue, ma obiettivi che, pur essendo sacrosanti, non possono essere però raggiunti usando i soli strumenti della conoscenza, della loro enunciazione, se disgiunti dalla capacità critica. E’ proprio questo il caso di Adamo ed Eva, i quali avevano imparato, grazie alla mela (e anche grazie al serpente!), che il bene e il male esistono. Ma poi, in assenza della capacità critica, ponevano il bene in una foglia di fico.

Che cosa possiamo conoscere? Che cosa dobbiamo fare? In che cosa possiamo sperare?

Queste tre domande kantiane restano ancor oggi di estrema attualità. Certo, possiamo cercare di conoscere quali siano le forme di potere nella società, spogliandole dei loro rivestimenti retorici.
Dobbiamo cercare di migliorare le condizioni umane, a cominciare da coloro che stanno peggio.
Infine, forse possiamo ancora sperare di arrestare la distruzione dell’ambiente, nel quale viviamo, quella distruzione che può tornare utile soltanto a pochi privilegiati, di arrestarla prima di assistere impotenti al declino irreversibile della nostra specie e, con esso,alla perdita del significato di tanti simboli che al giorno d’oggi parrebbero essere le sole cose che hanno senso.

MA CI SEI O CI CE FAI

di Fernando Cancedda

“Ma ce sei o ce fai”? verrebbe da chiedere, alla romana, a più di un politico intervistato (si fa per dire) in tv, durante il quotidiano rosario di battute polemiche meglio definito come “panino”. Ma sì, è chiaro che “ce fanno”. A dir la verità, un po’ tutti, anche se nella corsa a chi la dice più grossa il campione assoluto resta sempre lui, Silvio Berlusconi. I giornalisti lo sanno e fanno di tutto per stuzzicarlo.

A chi poteva dare la colpa per la mancata visita a Trastevere del presidente americano? “E’ una cosa che mi addolora e la colpa è di questa sinistra antiamericana”. Insomma, responsabili di questo cambio di programma deciso all’ultimo momento dai servizi di sicurezza sarebbero i soliti Giordano e Diliberto, leaders di partiti al governo che manifestano contro la politica americana. “E’ una cosa inaccettabile, mi vergogno, torna l’Italietta”.

Sull’opportunità di quella manifestazione si può, e probabilmente si deve discutere, ma attribuire ad essa la mancata visita di Bush ai locali trasteverini della Comunità di Sant’Egidio a me pare francamente ridicolo. Abbiamo letto che a provocare quella decisione sarebbero state una simulazione al computer e un sopralluogo della CIA e dell’FBI a Trastevere (“Repubblica” del 9 giugno). Ma non ce n’era bisogno. Chiunque avesse assistito ai velocissimi passaggi del corteo presidenziale americano, non solo a Roma ma anche a Washington (a me è capitato) e avesse dato un’occhiata alle stradine vetuste del più popolare quartiere di Roma sarebbe rapidamente giunto alla medesima conclusione.

Allora perché Berlusconi “ce fa”? Semplice. Sa che nessuno riesce a “vendere ombrelli” meglio di lui. E soprattutto sa che ben difficilmente il giornalista che lo intervistava lo avrebbe smentito con la notizia delle difficoltà logistiche riscontrate dai servizi di sicurezza. Come è noto, nelle interviste dei telegiornali la replica è stata abolita da un pezzo.

“Ma ce sei o ce fai?”, veniva da chiedere anche a Piero Fassino quando, a “Ballarò”, ha provato a dare una spiegazione per la proposta di nomina a consigliere della Corte dei Conti al comandante della Guardia di Finanza, generale Speciale. Nel dibattito pubblico al Senato, non c’era stato oratore del centro destra che non avesse “inzuppato il pane” nella contraddizione tra quella proposta di nomina e le gravissime accuse formulate dal ministro dell’economia Padoa Schioppa all’indirizzo del generale. “E’ prassi che gli alti ufficiali e funzionari e magistrati concludano la carriera alla Corte dei Conti o al Consiglio di Stato”, ha detto Fassino.

Del resto, che altro poteva dire. L’Italia non è ancora un paese “normale”, come direbbe D’Alema. Si possono licenziare in tronco i giovani lavoratori precari o gli anziani in esubero, ma a chi è riuscito a salire ai vertici del potere statale – tanto più se avesse avuto a che fare con intercettatori e spie e segreti di stato – anche se fosse ritenuto colpevole di nefandezze, una poltrona o una sinecura o una superliquidazione non si può certo negare. Questa è la prassi, ci ha ricordato Fassino. Il quale, come venditore di ombrelli, non è mai stato un gran che. E nessuno ha applaudito.

BLAIR E LA BELVA SELVAGGIA

di Fernando Cancedda

Dal “Manchester Guardian” il commento più appropriato: “Il sermone è giusto ma è sbagliato il predicatore”. Il sermone è quello pronunciato martedì 12 giugno dal primo ministro britannico Tony Blair al Reuters Building di Londra sul tema: “Stampa e politica”. (Il quotidiano “la Repubblica” lo ha pubblicato integralmente il giorno dopo col titolo “La stampa è una belva selvaggia”).

Blair dice subito di non prendersela con la stampa ma “con il modo col quale si parla di politica”. Costretti da una concorrenza sempre più serrata, i giornali hanno posto il sensazionalismo al di sopra di tutto fino a stravolgere la realtà. Una critica, osservo io, tutt’altro che nuova, anche se – come dice Blair – raramente è manifestata dai leaders politici, per lo più obbiettivamente complici di questo stato di cose. “Gli scandali e i contrasti di opinione – spiega – sbaragliano i normali reportage, le notizie di rado sono notizie, a meno che non provochino scalpore e attirino i riflettori”. E poiché i cattivi comportamenti hanno molto impatto sul pubblico, ecco che i media odierni “sono come una belva selvaggia, che fa a brandelli le persone e la loro reputazione”.

Insomma, secondo Blair, anche la tanto celebrata virtù del giornalismo anglosassone, prima la notizia poi il commento, è un ricordo d’altri tempi. Il commento vale quanto la notizia, se non di più. “Nelle interpretazioni ciò che conta non è tanto quello che i politici volevano dire, bensì ciò che hanno detto può significare, anche quando è abbastanza evidente che si tratta di un’interpretazione errata”:

Ma da che pulpito viene la predica, rispondono in coro i quotidiani britannici, dal “Financial Times” al “Guardian”, dal “Telegraph” al “Times”, dal “Sun” al “Mail” e agli altri tabloid popolari. E’ stato proprio Blair – accusano – a guidare una campagna sistematica di manipolazione politica dei media. Lo stesso primo ministro aveva ammesso nel suo discorso di avere avuto qualche responsabilità in questo senso. Ma se “il predicatore è sbagliato”, il sermone è giusto. Il problema è come uscire da quello che è considerato un fenomeno globale.

Secondo Blair non è vero che un’inversione di tendenza farebbe crollare le vendite. “Vi è un mercato per per chi fornisce notizie serie ed equilibrate. Vi è un desiderio di imparzialità…i media possono scegliere di fare ciò, invece che vederselo imporre dal governo”. Alternativa, quest’ultima, che potrebbe destare qualche preoccupazione, se a dissolverla non avesse provveduto lo stesso premier uscente escludendo intenzioni al riguardo.

Quel che è certo – ripeto ora una mia opinione qui espressa altre volte – è che i media non lo faranno finché il pubblico dei lettori, contraddicendosi, continuerà a dimostrare contemporaneamente ricerca del sensazionalismo e sfiducia nei giornalisti che lo praticano. A meno che la dignità e l’autodisciplina di chi intende l’informazione come servizio pubblico e non soltanto come merce abbiano finalmente la meglio sulle tendenze involutive del mercato. Ma è un’ipotesi su cui è difficile contare se perfino Bill Emmott, ex direttore del settimanale “The economist”, intervistato dichiara: “solo i lettori, ossia il mercato, possono decidere come devono essere fatti i giornali ed eventualmente punire l’ondata di sensazionalismo, premiando il giornalismo informato, serio, obbiettivo”. Pensa che questo succederà? domanda l’intervistatore. “No, purtroppo penso che non succederà” è la risposta. Quando i media che formano l’opinione pubblica inseguono solo i gusti del pubblico, la sua è una facile previsione. Ma questo è il mercato, bellezza.

5 REGOLE PER UN NUOVO PARTITO

di Francesco Grillo

Cinque regole per formare un nuovo partito (o per “fare entrare il futuro” in uno di quelli vecchi)

Sembra ormai evidente. La separazione tra politica e società non è mai stata così definitiva. Nel nord ad essere a “rischio di estinzione” (come ha efficacemente argomentato qualche padano) non è solo il centro sinistra, ma l’idea stessa che qualcuno da Roma abbia la legittimità di governare. E la questione del Nord è solo la più evidente di altri problemi che stanno uno dentro l’altro.

Sparisce la politica dalle regioni più produttive, ma sparisce anche, più in generale, tra i segmenti più evoluti. Un’analisi più fine dei risultati dice infatti che l’astensione e l’indifferenza, se non l’ostilità, appaiono correlate all’aumento del reddito e del livello di istruzione. E al diminuire dell’età.

La questione esplode al Nord dove appunto reddito, volontà di intraprendere, mobilità sono, comunque, superiori. Insomma, questo è un Paese che si sta staccando dalle proprie élite, e a costituire lo zoccolo neppure tanto duro della legittimazione di un sistema di potere rischiano di rimanere le fasce di popolazione meno dinamiche, più bisognose di protezione.

Antipolitica: non solo perché aumenta l’astensione, e chi governa viene regolarmente bastonato (come osserva il segretario dei DS). Ma anche perché ad affermarsi non è semplicemente l’opposizione. Ma tutto ciò che è più radicalmente contro. La Lega appunto, che pure pensavamo avesse esaurito il proprio ciclo. E dove vince il Centro Sinistra, vince spesso con la sua parte più radicale.

Insomma, quello che diventa davvero minoritario è l’ambito al quale avremmo naturalmente dovuto guardare: l’area di un riformismo spiazzato dalla propria incapacità di produrre riforme, cambiamenti credibili.

Esiste, è ovvio, uno spazio per un prodotto politico nuovo. Che abbia il coraggio di proporre riforme radicali, che sappia guidare una modernizzazione che non arriva, che proponga un rinnovamento forte di persone e contenuti. Ed è una partita che ci riguarda immediatamente, la cui leadership può solo essere in mano ad un segmento di persone tendenzialmente giovani, mobili, che vivono delle proprie competenze: un segmento che è incapace di proporsi. Per colpa dei vecchi, dicono molti. Per colpa nostra ribadiscono non a torto alcuni degli incumbents. Non è certamente questione di colpe, e tuttavia si può provare a capire a cosa dobbiamo definitivamente rinunciare, cosa immediatamente dobbiamo fare per acquisire leadership.

Dobbiamo evitare di continuare a farneticare che abbiamo diritto al potere perché siamo giovani. La questione generazionale è in sé, e nonostante il fatto che sia ragione stessa dell’esistenza di Vision, una trappola. Non possiamo immaginare di poter acquisire responsabilità di governo solo perché giovani. E non possiamo fare il sindacato di quelli che hanno meno di quaranta anni. Non ha senso. Non ha senso politico perché voler rappresentare i giovani tout court significa cadere nella micidiale trappola – appunto – di doversi mettere a rappresentare una generazione che al proprio interno ha, come qualcuno dice scherzosamente, “un terzo di figli di mamma, un terzo di figli di papà e un terzo di persone normali”.
Ma abbiamo anche un ’altra sindrome, ancora peggiore: quella dei “bravi ragazzi”. Educati, troppo educati per pretendere come avremmo dovuto quello che è naturale in qualsiasi società che voglia sopravvivere a sé stessa: il rinnovo del patrimonio di idee, di persone senza il quale una comunità incartapecorisce, muore. Bravi ragazzi, contenti di aspettare e, tutt’al più, di essere ascoltati. Ed invece la questione è adesso quella della sfida per la leadership. Una sfida da giocare tutta sul piano della capacità di leggere, di governare una società complessa.

La battaglia va interamente giocata sulla conoscenza. È su questo terreno che si può lanciare una sfida alla quale nessuno potrà davvero sottrarsi, sul quale sollevare la vera questione morale di questo Paese. Più grande di quella che si avverte quando si leggono i testi delle intercettazioni telefoniche. La questione morale di una classe dirigente della politica che, nel 2007, mentre il mondo celebra l’innovazione come unico fattore competitivo, continua a preferire – persino nelle sue componenti (anagraficamente) giovani – la fedeltà, la mancanza di rischio, l’inerzia alla ricerca della conoscenza.

E tuttavia non bastano le competenze. Non basta essere competenti. È molto più importante il talento, che è cosa completamente diversa. Le competenze possono essere sufficienti per una carriera in una banca d’affari, non per comunicare, coinvolgere. Perché le competenze riflettono strumenti che non sono più adeguati e non possono essere sufficienti per cominciare a costruire un’ideologia, una visione del mondo. Ed una visione nuova è necessaria, se la sfida vera è capire come la rivoluzione tecnologica che ha abbattuto i costi di accesso, elaborazione e trasmissione delle informazioni sta cambiando strutture e infrastrutture di una società che non è più quella industriale.
Se poi è così, se la sfida è quella di trovare una visione (ed è così a meno che non siamo interessati ad un’altra azione di comunicazione che dura una sola stagione) bisogna superare anche la vicenda italiana. Ormai non solo il cambiamento climatico o la questione dell’energia, ma anche questioni meno eclatanti come la tutela del risparmio o la protezione della privacy hanno senso solo se affrontati su scala globale. Hanno senso solo su scala globale perché è solo a livello internazionale che si può provare a costruire una soluzione. A meno che non siamo invece solo interessati a far finta di voler cambiare il mondo e siamo quindi rassegnati ad assomigliare a quelli che vogliamo sostituire. E quindi per un nuovo soggetto politico è indispensabile costruire reti con movimenti, think tank di altri paesi europei. Reti internazionali quelle che del resto, storicamente, si sono create ogni qual volta si è trattato di rinnovare il modo di governare paesi e rivoluzioni.

Per riuscire è indispensabile essere gruppo, magari semplicemente lobby, forse però bisognerebbe riconoscersi come classe o come élite. Classe che è termine marxiano (come ideologia), e tuttavia il concetto è ancora valido seppure sarà da re inventare completamente. Classe o almeno gruppo, perché condividiamo una condizione sociale, economica, politica: l’attitudine a vivere, a governare – almeno a livello individuale – una grande modernizzazione ed una quasi totale insignificanza politica. In qualsiasi caso se continuiamo ad essere individui, se non troveremo la forza di sconfiggere questa solitudine che segna la nostra generazione, non andremo da nessuna parte.

Infine, ed è forse la cosa più difficile, per costruire qualcosa che sia completamente nuovo sarà necessario fare leva su almeno una cosa che esiste già . Lo dimostra la storia del New Labour. O quella di Sarkozy. Non si può costruire una nuova prospettiva fuori o contro ciò che già c’è. E tuttavia la trasformazione da innescare è profonda. E per questo motivo che non necessariamente piacevole, ma importante, è l’occasione del Partito Democratico. O comunque uno degli altri veicoli di innovazione, forse persino un po’ disperata, che una politica in fortissima crisi di strategia continua a proporre.

ARRIVANO GIOVANI E DONNE

di Massimo Preziuso

In questi ultimi mesi, leggo molti quotidiani, seguo molti telegiornali, e leggo molto online.

Voi direte: e quindi?

Bene, in poco più di un anno, in questo Paese siamo passati da un Governo di Centro Destra che nemmeno parlava di Giovani e di Donne (almeno che io ricordi) all’attuale governo che, grazie all’occasione storica del costituendo PD, ne parla ogni giorno di più, e inizia (lentamente) ad essere fattivo a riguardo.

Allora, mi dico: ma vuoi vedere che questo è davvero UN momento storico per l’Italia?

Vuoi vedere che si sta automaticamente creando un cambiamento politico e sociale, a seguito della classica realizzazione di “Massa Critica” di Inputs informativi sulle problematiche delle Donne e delle nuove generazioni?

Io credo di sì.

Nemmeno un anno fa, come Innovatori Europei, siamo nati proprio così (come Giovani e Donne) e abbiamo lavorato molto per indicare nell’assenza di Giovani e Donne il vero problema del nostro Paese.

In un anno sembra che tutto il Paese si sia accorto di questo: non voglio dire che Innovatori Europei abbia fatto da apripista, ma in sincerità siamo stati tra i primi a muoverci attivamente in questa direzione (anche grazie alla possibilità che APD ci ha dato nella fase di realizzazione dei Gruppi Giovani).

Per concludere: a mio avviso, se questa massa critica esiste, e se tutti noi continueremo a partecipare fino ad Ottobre (anzi forse fino alla nascita del PD), davvero grandi novità sociali potranno arrivare.
Non parlo di semplici quote nello scenario politico, parlo invece di una ritrovata voglia di criticare e partecipare che, grazie a tanti di noi, e al supporto dei Media, sta tornando tra la gente.

Questo è il mio pensiero: continuiamo così, criticando e partecipando!

LA RANA DALLA BOCCA LARGA

di Luigi Restaino

D’Alema la rana dalla bocca larga, i DS e l’Etica kantiana del giudizio.

Come scrive sapientemente oggi Ezio Mauro su “Repubblica”, dalle note relative alle trascrizioni delle intercettazioni telefoniche depositate dai giudici, abbiamo evidenza di un rapporto molto intimo e dunque del tutto improprio tra il gruppo dirigente Ds e Consorte nel momento in cui Unipol è parte in causa in un’aperta contesa di mercato, con legami che portano fino a Fazio, Fiorani e ai “furbetti”.

Il rapporto quindi molto intimo e del tutto improprio.

Il Direttore di Repubblica lascia kantianamente sospeso qualsiasi Giudizio in merito, ma noi invece possiamo abbozzarlo e trarne le conseguenze dovute.

I legami che portano fino a Fazio, Fiorani e ai “furbetti” dell’attuale gruppo dirigente dei DS con certi ambienti sono un fatto, non contestabile. Ed è un fatto che la stragrande maggioranza degli italiani ed in particolare degli elettori del centrosinistra non comprende, non accetta, non riconosce coerente con le parole “di sinistra” (“dì qualcosa di sinistra” diceva Moretti proprio a D’Alema in una scena divenuta “cult” di un suo famoso film), non riconosce coerente con i valori che i DS oggi ed il PD domani devono rappresentare, anzi più che rappresentare devono vivere nella pratica quotidiana.

Vogliamo ritrovarci gli stessi uomini, le stesse contiguità, la medesima mentalità politica nel nuovo PD?

Se i valori della trasparenza, dell’etica come punto fermissimo dell’attività politica, economica, sociale, imposta con regole chiare e vissuta nei fatti dai singoli, dalle associazioni, dalle imprese, dai partiti, dalle istituzioni, non vengono incarnati dal PD e dalle persone chiamate a guidarlo allora avremo un fallimento certo, fallimento politico e sociale.

Un Partito ed una democrazia che aspira ad una partecipazione molto più profonda del semplice consenso istituzionale e procedurale esige una continuità stretta fra politica ed etica, ed una concordia sostanziale sui valori fondamentali di un’ etica laica.

Nessuno si è mai messo da parte da solo. Allora Diamoci da fare, svegliamoci per “aprire le finestre” e far entrare aria fresca nel “Palazzo”.

CHE SCHIFO!

di Aldo Perotti

Recensione del libro “LA CASTA. Così i politici italiani sono diventati intoccabili” di G. Antonio Stella e Sergio Rizzo

Ho letto il bel libro di Gianantonio Stella che sta letteralmente andando “a ruba” nelle librerie.
Il libro è una raccolta di fatti concreti, probabilmente si tratta di notizie già note agli addetti ai lavori, che però ordinate e sistematizzate colpiscono nel segno e lasciano al lettore essenzialmente una sensazione di assoluto disgusto. Lette le prime venti pagine si avverte una forte nausea ed il desiderio di vomitare tale è il fetore, in senso figurato ovviamente, che esala da quelle pagine.

Non sto a ricordare questo o quell’episodio citato ma voglio sintetizzare il chiaro messaggio che l’autore vuole trasmettere al lettore. La politica italiana è malata, gravemente malata. La febbre è altissima e la diffusione dell’infezione è forse ormai inarrestabile. Un terribile parassita, una sorta di verme solitario, si è insediato negli intestini del paese e la sua fame insaziabile condiziona gravemente il malato tanto da indirizzarne le scelte. Così la politica è costretta a mangiare e mangiare, a far lievitare le prebende, ad accaparrare e a distribuire incarichi, a drenare soldi pubblici in continuazione per sostenere se stessa ed il sistema di clientele ormai strutturato con una tale serie di intrecci da poter paragonare il malato ad un folle legato ad un letto di costrizione che si agita, si agita, ma poi resta li, solo con la sua malattia. In realtà il paese, come la classe politica, conosce bene la sua malattia, essa è ben conosciuta e delineata cosi come si può evincere nella lettura del libro. Essenzialmente tutto si riconduce ad un problema di moralità (la famigerata questione morale). La classe politica annovera al suo interno, nella sua “famiglia”, una serie di persone la cui moralità è assolutamente fuori discussione, ma nel contempo ne annovera molte la cui condotta, le cui scelte, sono da classificarsi senza dubbio “immorali” (anche senza arrivare ai reati). Il “sistema di valori” che deve caratterizzare gli uomini alla guida del paese deve tornare ad essere quello dei grandi del passato e non quello della volgarità e dell’arrivismo, del lusso e del piacere, propri delle aristocrazie e non delle democrazie. Eguaglianza, solidarietà, abnegazione, sacrificio per gli altri, disinteresse. Questo è quello che serve al paese.

Le “mele marce” devono essere immediatamente individuate ed allontanate in tutti i settori della vita pubblica. Allo stesso modo si deve rendere impossibile, assolutamente impossibile, che persone prive di capacità, attitudini, e della “moralità” necessaria, accedano a posizioni di potere o di responsabilità.

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