Significativamente Oltre

Dramma lavoro. Sud ultimo in Europa

di Francesco Grillo

Sono drammatici i dati di ieri sulla disoccupazione al 12,7% che ha fatto registrare il suo record dal 1977 o del numero di ore di cassa integrazione concesse dall’INPS che ha superato nel 2013 il miliardo.

Tuttavia, è il tasso di occupazione il numero che meglio di ogni altro descrive la dimensione della palude nella quale la società italiana sta – neanche tanto lentamente – sprofondando. È il conteggio semplice di quante persone hanno un lavoro regolare a dirci non solo quanti sono gli individui che percepiscono un reddito, ma quanti sono quelli che possono contare su uno strumento potente di inserimento in una comunità e quanto vasto è, al contrario, lo spreco di competenze, di entusiasmi che una società sta producendo.

Meglio usare come unità di misura della crisi  il numero di occupati, quindi, che il tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo che non tiene conto delle diseguaglianze nella sua distribuzione, ma anche di quello sulla disoccupazione che non cattura quelli che semplicemente un’occupazione ha smesso di cercarla o del numero di ore di cassa integrazione che non copre chi un lavoro non lo ha mai avuto . Facendolo si capisce meglio la natura del problema e si disegnano politiche efficaci.

Innanzitutto, se si misura la quantità di lavoro, la distanza dagli altri Paesi europei appare molto più forte: se il nostro tasso di disoccupazione è di poco superiore alla media comunitaria,  quello di occupazione è di quasi dieci punti inferiore . Se in Italia sono occupati il 56% degli individui in età lavorativa; la Germania, l’Inghilterra, l’Olanda sono sopra il 70, la Francia è al 65. Siamo sotto al Portogallo e alla Grecia e, persino, di poco, alla Spagna che pure ha un tasso di disoccupazione molto più alto perché molte meno persone hanno perso la speranza. Il dato agghiacciante è però quello del nostro Sud: Campania, Sicilia e Calabria riescono ad occupare gli ultimi tre posti tra duecentocinquanta regioni europee (includendovi quelle di Bulgaria e Romania) e le uniche con una percentuale di persone che hanno un lavoro (regolare) inferiore al 40%. L’altra cosa che si scopre osservando la capacità di un Paese di generare lavoro è che in Italia il problema è molto meno legato alla crisi: dalla fine del 2007 il reddito per abitante è caduto di un rovinoso 10% in Italia, ma il numero di occupati “solo” del 2%; il contrario è successo in Spagna, dove il PIL è sceso del 7%, ma il numero di lavoratori si è, invece, ridotto del 15%. È evidente che la maggiore sensibilità di altri Paesi alla crisi dipende, in parte, dalla maggiore difficoltà che esiste in Italia a licenziare, ma ciò rende anche le nostre imprese molto meno propense ad assumere laddove l’economia ricominciasse a crescere.

Il bilancio netto di una maggiore flessibilità non è però necessariamente positivo: l’OECD misura la protezione dei lavoratori da licenziamenti individuali e collettivi e in Paesi come la Germania o l’Olanda, le garanzie risultano superiori da quelle che in Italia godono i lavoratori a tempo indeterminato. La crisi, del resto, si scarica tutta sui giovani: se sempre alla fine del 2007 il tasso di disoccupazione tra i giovani in Italia era del 20%, oggi il numero è raddoppiato. Con un aggravante, però, rispetto a quando la disoccupazione colpisce un anziano: perché un milione e duecentomila giovani italiani che non lavorano e neppure studiano, hanno molte meno possibilità di farlo in futuro rispetto ai propri coetanei, con una perdita secca di capacità innovativa che si trascina negli anni colpendo tutti.

Che fare allora?

Le ricette ci sono, ma un’analisi più attenta dei numeri ne cambia le priorità.

Al primo posto c’è, senza dubbio, l’urgenza di ridurre la distanza (cuneo) tra costo del lavoro per le imprese che è superiore alla media dei Paesi sviluppati, e la paga netta dei lavoratori che è trascinato agli ultimi posti tra gli stati OCSE da un peso delle tasse che non ha paragoni nel mondo. Questa macigno è, però, a sua volta determinato dalla necessità di finanziare una spesa pubblica eccessiva ma, soprattutto, di cattiva qualità. Se continuiamo a pagare in pensioni tre volte di più di quanto paghiamo in educazione, dagli asili alle università, è evidente che i giovani si trovano ad essere impreparati e le donne a dover scegliere tra carriera e famiglia. Infine,poi, c’è la questione – sottovalutata in Italia – dell’efficienza del software che deve far incontrare la domanda e l’offerta: se non mettiamo mano ai centri per l’impiego, se non coinvolgiamo gli operatori privati laddove il pubblico è  incapace, se non pretendiamo che chiunque faccia formazione sia pagato solo ad ottenimento del risultato, individui e imprese rimarranno lontani.

Serve la crescita e sarebbe già un miracolo che riuscissimo a far ripartire l’economia. Ma ancora di più serve ridurre e riqualificare fortemente l’intervento dello Stato.  L’alternativa è una disintegrazione sociale, ancor più che economica.

 

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