Innovatori Europei

"Significativamente Oltre"

I limiti e i meriti di Renzi

di Massimo Veltri (pubblicato ieri su Il Quotidiano della Calabria)

E’ sempre stata una prerogativa di chi un tempo faceva politica, contestualizzare i fatti, inserirli in un prima e in un possibile dopo, alla luce della situazione complessiva e degli attori in campo. Chi, appunto, un tempo faceva politica negli grandi partiti di massa, in un’Italia che vedeva il binomio… Dc-Pci fronteggiarsi, accordarsi, poi di nuovo guerreggiare, in una situazione politica ch’era quella dei blocchi contrapposti poi via via sbiadita dopo il crollo del muro, le scuole di partito, il Vaticano, la Terza via, la Russia, i Comitati Centrali, il Centralismo democratico… Ma non è questo il punto, qui. Il punto che voglio mettere in evidenza qui è che mai o quasi (malgrado ipocrisie, mezze verità e infingimenti) si faceva ricorso a categorie come antipatia personale, mai si tacciava esplicitamente l’interlocutore di ignoranza o di superficialità. Invece, evidentemente i tempi son cambiati anche in tal senso, e per tutti, sempre più si fa ricorso a tali categorie, a queste attribuzioni negative, per commentare, o meglio: condannare, l’operato di Matteo Renzi nella veste di premier e/o di segretario del Partito Democratico. Partito democratico, appunto: né Dc né Pci: si può ragionare, ancora, con gli stessi schemi con cui ci si atteggiava venticinque anni fa, fra nostalgie malriposte e incapacità di situarsi nelle dinamiche di oggi? Quando dopo averle dette tutte, ma proprio tutte, contro o a difesa  di certe posizioni – che siano la bontà del sistema bicamerale contro l’abolizione del Senato; i tentativi di riscrivere una legge elettorale un pò meno indecente del vigente Porcellum e corollario annesso di preferenze sì e preferenze no; il solipsismo del leader; la modifica del mercato del lavoro, l’accordo con Verdini e c., il liberismo esasperato eccetera – quando tutto s’è detto e si è ripetuto, dicevo, ecco che scattano parallelamente le contumelie. E la cosa deve far riflettere, per evitare un ulteriore grado di imbarbarimento di cui proprio non ci sarebbe bisogno, in una situazione di per sé molto complicata.

Esiste, almeno sulla carta, un Pd, e un sistema di forze politiche, dal M5Stelle a FI, Ncd, Lega e tanti altri ancora, in cui la responsabilità di governo è assegnata, oggettivamente, al leader del Partito Democratico. L’ascesa di Renzi è stata descritta in tutti i modi: non val la pena soffermarcisi qui. Varrebbe la pena farlo piuttosto sulla nascita e sulle convulsioni del Pd, ma pure questo è stato fatto se pure in termini non conclusivi. Si dice, e ci sono elementi di verità, che questo Pd conserva al suo interno tante sensibilità, volendo intendere contraddizioni; diverse culture in termini di intendere i pesi e i contrappesi nel sistema  istituzionale; contrastanti modi di riferirsi a blocchi sociali; differenti approcci verso la modernità; welfare e garanzie fra loro confliggenti; intendere il mondo del lavoro. Se si guarda bene ci sono ancora altre divaricazioni, dentro il Pd, questo Pd, e non si tratta di semplici ‘elementi di verità’, ma appaiono piuttosto oggettive e quotidiane constatazioni. Constatazioni che giorno dopo giorno fanno fibrillare sempre più il quadro politico-istituzionale. Su un punto, però, è possibile cercare di trovare un’intesa, ed è quello che riguarda la inesorabile perdita di sovranità degli stati europei a fronte delle politiche (economico-finanziarie) della UE, di questa UE. E’ da tempo che si riscontra questo duplice dato: UE come unione economico-finanziaria e null’altro (diretta rigidamente dalla Germania); eterodirezione della politica da parte degli obiettivi di convergenza decisi in sede esterna ai paesi che dovrebbero invece esercitare la loro propria sovranità. C’è un problema, quindi, anzi ce ne sono tre: come indurre Bruxelles (e Berlino) ad intendere le cose in chiave più politica e in termini di sviluppo – che non può conseguirsi con azioni di mero contenimento della spesa, di tagli e investimenti sempre più esigui -; parallelamente, come mostrare in sede UE un volto realistico, accreditandolo nei fatti, di responsabilità, autorevolezza, serietà; come ridefinire il compito, le attribuzioni, le articolazioni, dello stato, dello stato di oggi e di domani alle prese con un mondo del lavoro spostato sempre più verso la precarietà, un sud del continente che non può essere lasciato in balìa di se stesso, un universo di tecnologia e di nuovi saperi che saprebbero dare risposte a tanti problemi che ci affliggono se fossero, come si dice, messi a sistema. Questo è il fronte che da più parti caratterizza la nostra esistenza, oggi, se non si vogliono aggiungere anche i temi della sicurezza e della sostenibilità ambientale.
Esistono proposte, letture, di tali fenomeni, oggi, che siano in grado di confrontarsi con tali complessità tanto sul terreno nazionale che su quello europeo? A me non pare, tanto che sembra d’essere tornati alle così dette politiche dei due tempi: prima aggiustiamo un pò le cose, poi ripartiamo. Con un aggravante, però, che l’aggiustamento non procede spedito, tutt’altro, incontrando ostacoli, divergenze di posizioni, attriti fortissimi, in specie, o forse addirittura soltanto, nel partito di maggioranza relativa. Mentre, invece, occorrerebbe rilanciare sì nel campo dell’accreditamento agli occhi UE – dopo decenni d’inerzie, scialacquamenti e scorribande vari – ma contemporaneamente sferrare un’offensiva  a tutto campo contro la crisi di questo modello occidentale che chiami a raccolta per un nuovo ‘ordine europeo’. Che veda gli stati membri al centro, la guerra contro la povertà, politiche per il lavoro realistiche, investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, un welfare equilibrato e non meramente assistenzialista, la rete fra l’imprenditoria privata, lo stato, la comunità scientifica, il mondo delle professioni liberali.
Renzi ha mille e un difetto, mettiamoci pure, e non è di poco conto, questo suo stucchevole insistere: ‘Il sud deve farcela da solo’ (non ce la può fare, da solo. Nessun ambito politico-territoriale in ritardo alza la testa autonomamente se non è accompagnato da misure premiali e dissausive, se non è messo nelle condizioni di operare virtuosamente, liberandosi dei tanti orpelli e dei tanti motivi di ritardo che lo affliggono, gran parte, è vero, frutto di responsabilità proprie), ma una serie di elementi di oggettività li interpreta, all’interno d’un blocco anchilosato su un’Italia ferma a venti-trent’anni fa che non c’è più, malgrado qualcuno e più d’uno faccia finta di non essersene accorto. Certo, se alza il tiro, Renzi, se accompagna al suo dire un disegno ambizioso di ridefinizione del quadro generale con piglio e credibilità autentici, forse gli si perdonerebbero, o quasi, anche le tante guasconate, le improvvisazioni, le dimenticanze, le grossolanità. Fatto è che solo a dir no non si va da nessuna parte, a guardare l’oggi con gli occhi di ieri non ci si cava niente.

Una reale prospettiva di integrazione per la Turchia è strategicamente importante per l’UE

di Gianni Pittella

Istanbul at nightDopo i colloqui con le autorità turche, con i leader dell’opposizione e i rappresentanti delle minoranze, con le ONG che si occupano di religione e di diritti delle donne, termina oggi la mia visita di tre giorni in Turchia.   L’Unione europea deve offrire alla Turchia una vera e propria prospettiva di integrazione. Non è solo il riconoscimento da parte dell’Unione europea dello status della Turchia come paese candidato all’adesione all’UE che è in gioco, ma anche una visione strategica, economica e geopolitica che non si può ignorare. Qualsiasi problema, singolo o nazionale che sia, non dovrebbe penalizzare questo processo. Solo una vera e propria opzione per l’integrazione europea può portare la vita politica turca verso gli standard europei. E solo una vera e propria opzione per l’integrazione europea può assicurare l’attuazione delle riforme su minoranze, diritti delle donne, libertà religiosa e dei media. Un vero e proprio futuro europeo può anche avere un effetto positivo sui negoziati di pace con i curdi e convincere Ankara ad impegnarsi pienamente nella lotta decisiva contro lo Stato islamico.   Non importa quanto tempo richieda questo processo, una maggiore integrazione europea è nell’interesse dell’Europa e della Turchia. Per questo vogliamo aprire il confronto sui capitoli 23 e 24 dei negoziati di adesione (in materia di giustizia, diritti e libertà fondamentali) e in futuro anche sul capitolo 17 (in materia di politica economica e monetaria).   Inoltre, come Socialisti e Democratici, siamo fermamente convinti che sia giunto il tempo per una soluzione globale al problema di Cipro – secondo il diritto internazionale e per il bene delle popolazioni greco-cipriote e turco-cipriote. Per quanto riguarda la recente disputa sui giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo orientale, ci aspettiamo che la Turchia rispetti la sovranità di Cipro sulle sue acque territoriali. Allo stesso tempo, ci raccomandiamo che le autorità di Cipro si consultino con le controparti turche nelle attività di esplorazione e di sfruttamento per condividere i benefici per tutti i ciprioti.

Aperte le iscrizioni al RomeMUN – La più grande simulazione delle Nazioni Uniti in Europa

Capacità negoziali, disponibilità al lavoro di gruppo e buone proprietà di comunicazione qualificano il profilo del diplomatico del XXI secolo. Riuscire a esercitarli fin da subito aiutano a mettere in moto un percorso che potrebbe portare al Palazzo di Vetro.

Quello che abbiamo visto a Pechino

C’è molta simpatia verso il Belpaese e una conoscenza dettagliata del nostro sistema di piccole e medie imprese volta al miglioramento delle imprese cinesi. Matteo Orfini e Enzo Amendola – Europa

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La delegazione del Pd ha avuto la possibilità di interloquire con dirigenti del Pcc proprio nelle ore della chiusura del plenum. C’è molta simpatia verso il Belpaese e una conoscenza dettagliata del nostro sistema di piccole e medie imprese volta al miglioramento delle imprese cinesi.
La frenata dell’economia cinese, rispetto alla prevista crescita del 7,5% del Pil, non è una notizia che fa discutere solo la classe dirigente di Pechino ma muove i destini delle principali piazze mondiali a partire da Wall Street, dove nessuno si sorprende per l’interdipendenza strettissima con le mosse dell’Impero di Mezzo. Per questo, tutti i riflettori erano puntati nei giorni scorsi sul quarto plenum del comitato centrale del Partito comunista cinese. Con una delegazione del Pd abbiamo avuto la possibilità di interloquire con dirigenti del Pcc proprio nelle ore della chiusura del plenum.
A sorpresa è stato diramato il comunicato ufficiale dal conclave segreto e la dichiarazione finale, più che sulla contingenza economica, si è concentrata sullo stato di diritto e la funzionalità delle istituzioni. Tradotto, la lotta alla corruzione dilagante ai livelli locali dove la commistione tra potere politico e organi di controllo, ovviamente non autonomi, ha fatto scoppiare una “bolla corruttiva” preoccupante per i vertici del partito. Sul tema aveva avuto gran eco il processo di Bo Xilai, proprio all’inizio della presidenza di Xi Jinping, che molti osservatori avevano letto come frutto di una conta interna, tra le diverse correnti del partito, portata avanti con altri mezzi.
In tutti i casi la corruzione, combattuta oggi anche con “tribunali mobili” di secondo grado, è un tema di conversazione con i visitatori stranieri; una novità interessante per una classe dirigente che vuole portare la Cina al vertice dell’economia mondiale, non accontentandosi più di avere il marchio di “fabbrica del mondo” o semplice prestatore di liquidità ma gelosa, agli occhi esterni, dei suoi meccanismi di funzionamento politico.
Ad una prima lettura ci si chiede se magari la tendenza è verso la divisione dei poteri, esecutivo e giudiziario nel caso, tipico delle democrazie liberali. Tuttavia appare piuttosto una manovra di contenimento decisa dal comitato permanente dell’ufficio politico, i 7 uomini più potenti della Cina, verso i suoi 83 milioni di iscritti per debellare un virus, commistione tra governo e affari, che mina l’ascesa impetuosa della Cina. Tutto in linea con le scelte dei precedenti plenum e della strategia di “riforme e apertura” che non prevede ancora di intaccare il monopartitismo.
Questo scenario scontenta chi si accosta alle vicende del colosso asiatico con il paradigma che alle libertà economiche diffuse seguano rapidamente riforme istituzionali. Infatti le scelte e l’agenda della politica locale hanno una narrativa chiara negli incontri, dal ministero degli esteri al Politburo del Pcc, senza diplomatismi di maniera, ma legata a visioni pragmatiche di chi sta tentando di portare a stabile profitto la rivoluzione avviata da Deng a fine anni ’70. In questa stagione, sotto la guida di Xi Jinping, la priorità è uno “sviluppo di qualità”, sostenibile nella dimensione sociale ed ambientale, con consumi interni sostenuti e non più basato su una manifattura di bassa qualità tecnologica e bassi salari. Impetuosi sono stati gli investimenti esteri finalizzati anche ad una crescita di competenze nel mondo della produzione per innervare l’industria cinese di un know-how tecnologico spesso poco competitivo.
«Siamo fieri del rapporto con l’Italia, dello scambio di visite tra Renzi e il nostro primo ministro Li Keqiang, che ha portato accordi per 10 miliardi di dollari» ci dice Ren Hongbin all’Accademia del ministero del commercio. Un dato impressionante non solo per la simpatia verso il Belpaese, salito rapidamente ai vertici dei partner cinesi per investimenti, ma per la conoscenza dettagliata del nostro sistema di piccole e medie imprese volta al miglioramento delle imprese cinesi. Una analisi che certamente farebbe rabbrividire i protezionisti di casa nostra ma entusiasmerebbe un ascoltatore non intimorito dalla chiosa di Hongbin «nel nostro interscambio quello che vorremmo far crescere è la ricerca, adesso troppo bassa, puntando su università e centri di eccellenza».
Infatti la Cina non raffredda i suoi livelli di produzione interna, stabilizzando il Pil dal 9% del passato al 7,5% previsionale, per un calcolo pessimistico o perché stretta tra la paura per la possibile bolla immobiliare, figlia di una urbanizzazione scriteriata, e una corruzione che corrode le leve del potere locale.
Piuttosto il timore è quello di aver toccato i vertici dell’economia mondiale con uno sviluppo carente di coesione sociale e arretrato dal punto di vista del valore aggiunto rispetto al suo principale rivale ed alleato economico di oltrepacifico, proprio adesso che è partita la guerra commerciale globale.
Non a caso, proprio sul grande scacchiere delle rotte dello scambio, la Cina pianifica una “via della seta del Ventunesimo secolo” per via marittima, toccando tutti i continenti,  sorretta da un nuovo canale per solcare gli oceani da costruire in Nicaragua, competitivo rispetto al raddoppio del canale di Panama.
Gli Usa inseguono la supremazia commerciale nel Pacifico con il Tpp (Transpacific partnership agreement) per unire 800 milioni di persone, escludendo la Cina, e nell’Atlantico con il Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) per legare Usa e Ue. Dietro queste scelte si staglia il blocco operativo del Wto, il neoprotezionismo dei Brics e la ripresa necessaria, per aggirare lo stallo, di accordi bilaterali o multilaterali collegati da geostrategie comuni. Anche la Cina non si fa trovare impreparata sul punto, e mentre ha aperto a 100 sui 167 settori di servizio richiesti dal Wto, ha siglato più di 20 trattati bilaterali di commercio.
A tutto ciò si aggiunge la sfida moderna per la supremazia nel Pacifico al di là delle rotte commerciali, che si muove su nuove linee di scontro geopolitico ben più pericolose. Le tensioni sono cresciute visto l’attivismo cinese nel mare continentale scuotendo i paesi limitrofi con dispute sulle acque territoriali e la ricerca di materie prime off shore. La reazione Usa non si è fatta attendere frutto della tradizionale politica di protettorato verso i paesi minacciati dall’egemonismo cinese. In fin dei conti, se dal punto di vista economico tra gli Usa, con la sua teoria del “pivot to Asia”, e la Cina, con la sua “via della seta”, una convivenza è necessaria, al contempo è ipotizzabile che sul terreno delle alleanze militari si possa sviluppare la “cool war” di cui parla Noah Feldman.
Infatti le relazioni e gli scambi di merce e liquidità hanno saldato in un destino comune i due giganti, che sul piano della libertà del capitalismo non vivono il muro e le distanze tipiche della vecchia “cold war”. La partnership competitiva è nei fondamenti della loro relazioni poiché la Cina da magazzino della produzione del mondo si è trasformata in prestatore di risorse Usa sviluppando una coesistenza economica evidente tra le prime due economie del globo. Ma i rischi da “guerra fresca” sono piuttosto su altri versanti geopolitici dove la convivenza tra le due ambizioni possono irrigidire le distanze tra Washington e Pechino su faglie conflittuali, a partire da quella più esplosiva che è Taiwan.
In questo contesto si intuisce la determinazione verso la nostra insistenza, con i vertici del ministero degli esteri e del dipartimento esteri del Pcc, sul tema Hong Kong. «Interferenze esterne» oppure «quando Hong Kong era inglese non si tenevano elezioni», sono le risposte di forma che non spiegano il fenomeno di protesta giovanile nell’importante autonomo centro finanziario sotto bandiera cinese. La sfida di Hong Kong è paradigmatica e mette in discussione la tenuta dell’assetto “due sistemi-uno stato”, schema istituzionale che la Cina vorrebbe consolidare se non esportare ad altri stati satellite; un modello che se esplodesse nella ex colonia britannica avrebbe conseguenze più complicate per l’aspirazione da grande potenza.
Ma per sfatare i pessimismi su una convivenza tra le due superpotenze un ruolo lo potrà avere sicuramente l’Europa unita che non si rinchiude solo nei benefici dell’interscambio commerciale. Il modello di integrazione europeo, paradossalmente oggi in crisi tra i 28, è molto apprezzato a Pechino, analizzato nei suoi fondamenti storici, esaltato poiché si è realizzato con l’aumento graduale di scambi economici e la parallela integrazione di istituzioni giuridiche che hanno allontanato i rischi di guerra. Un antidoto ad un multilateralismo troppo debole dinanzi ai nuovi rischi globali.
Fonte: Europa

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