Significativamente Oltre

SUL SEMINARIO DI ORVIETO

di Andrea Scopetti

Essendo stato invitato al seminario di studi di Orvieto “Per il Partito Democratico” ho potuto vivere l’emozione di partecipare a questi due giorni di straordinario ed intenso lavoro e provare la grande soddisfazione per i risultati raggiunti, che rappresentano una tappa fondamentale sulla strada della costruzione del Partito Democratico.
Si è parlato delle “ragioni”, del “profilo programmatico”, della “forma” del futuro partito; si è andati talmente a fondo delle questioni che, alla fine, era convinzione generale che, dopo Orvieto, il dibattito su questo tema sarà certamente diverso rispetto a prima:
non ci si è limitati a decidere di iniziare il cammino ma si è stabilito, con convinzione, di intraprendere la strada del “come” e del “quando”.

Le riflessioni che mi verrebbero da fare sono molte, ma qui voglio soffermarmi su un argomento che è stato oggetto di ampi approfondimenti sia nell’assemblea plenaria sia, soprattutto, nel gruppo di lavoro a cui ho partecipato: “le ragioni del Partito Democratico”.
Si è parlato, e credo si parlerà ancora molto, di identità, tradizioni storiche, tradizioni culturali, se questi rappresentino problemi o risorse, stimolo di unione o di divisione, serbatoio di certezze o di incertezze, forza o debolezza e, soprattutto, se possono produrre la nascita di un linguaggio comune.
Credo che questo tema sia di tale rilevanza e di tale delicatezza, per il tipo di percorso e di obiettivo che il Partito Democratico si prefigge, che non può essere affrontato senza una riflessione preventiva sul ruolo e, in generale, sulla funzione della politica e, nello specifico, di un partito.
Ritengo che uno dei doveri primari della politica e in primis di un partito sia quello di regolare ed introdurre l’accesso delle generazioni alla politica e alla società , una funzione di autentica e reale integrazione generazionale.

Per chiarire l’idea voglio fare una esempio che mi coinvolge: sono diventato elettore nel 1996 votando un simbolo che ho poi ritrovato fino ad oggi: “l’Ulivo” .
A quella data già non esistevano più la DC , il PSI, il PCI e questo, per fortuna o sfortuna, mi porta a non potermi classificare come “ex” di nessuno di quei tre tradizionali e storici partiti.
La maturazione ideale e politica di quella generazione, la mia generazione, avvenne in un periodo di grande confusione politica e ancor di più partitica e in un quadro Europeo e Mondiale lacerato dalla perdita di qualsiasi equilibrio e posto di fronte a problemi di diversa natura e di diversa portata.
Non possiamo non considerare, infine, che l’attuale formazione politica e culturale avviene in un contesto dove la storia di PSI, PCI, DC è oggetto, ormai, di studi scolastici e che il paese e lo scenario internazionale è ancora più stravolto di quello di dieci anni fa.

Tutto questo porta alla naturale conclusione che oggi in Italia esiste un serio problema generazionale: la domanda da porsi, quindi, prima di affrontare il tema delle ragioni del Partito Democratico, del suo collocamento in Europa, della sua base identitaria e culturale è se i partiti in questi ultimi 15 anni hanno svolto la loro funzione di integrazione delle generazioni o al contrario hanno avuto grosse responsabilità di “divisione” generazionale.
Non a caso l’Italia ha visto negli ultimi anni un’esponenziale nascita e ricerca di movimenti, società civile e associazioni, che dimostrano una grande e costante “disponibilità politica” ma, chiaramente, una scarsa “appartenenza politica”.

Omar Calabrese ha parlato della “società civile” come una scelta sciagurata, io credo, più semplicemente, che si stia arrivando alla consapevolezza che la “società civile”, e in generale il mondo dell’associazionismo, da sole, non riescono ad integrare, non riescono a dare risposte esaurienti ed incisive, non riescono, semplicemente, a svolgere funzioni che non spettano loro; ed è da questa presa di coscienza che ritorna la voglia, la motivazione, l’entusiasmo di ricercare, di nuovo, la costruzione di un approdo, di un’appartenenza ad un partito nuovo.

Ritengo che le identità e le tradizioni non possano essere messe da parte o sottovalutate, ma dobbiamo decidere se utilizzarle come elementi indispensabili, come radici, per costruire il futuro o se usarle per alzare e costruire muri contro il futuro.
Il Partito Democratico, allora, può essere il luogo dove più generazioni si integrano e diverse culture si incontrano per costruire, insieme, una nuova storia di valori e di idee; può essere, come dice Giuliano Amato, il punto di partenza di un cammino comune che dalla nostra storia ci può portare in un futuro di speranza.

Non è facile, per concludere, rapportare un confronto di così alto profilo, come è stato quello del seminario, con la situazione “orvietana”; ma agganciandomi ad un passaggio di Piero Fassino, riferito ad un “Partito Democratico già presente nel lavoro di alcune istituzioni e nel pensare di una gran parte della politica”, credo che sia arrivato il tempo anche per noi Democratici di Orvieto di cogliere l’importanza di questo momento in cui, proprio nella nostra città, si è scritto il primo capitolo del futuro Partito Democratico e iniziare i lavori di questa grande fabbrica.

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