Significativamente Oltre

WALTER TOCCI SUL PARTITO DEMOCRATICO

SE FOSSE UN VERO PARTITO DEMOCRATICO…DOMANDE SULLA RIFORMA DELLA POLITICA

di WALTER TOCCI (pubblicato in Cento passi – N. 7 del 6 novembre 2006)

Prendo sul serio la proposta del partito democratico. Molto sul serio. Provo, anzi, a trarne tutte le conseguenze, in modo se possibile ancora più convinto di coloro che lo proposero, sì con largo anticipo, ma a volte distrattamente. Non abbiamo bisogno di diplomazie verbali, bensì di radicalizzazioni di significati, per vedere se siamo davvero d’accordo e su cosa siamo d’accordo. Il rischio più grande è che il partito democratico diventi un’espressione del gergo politico. Il bla-bla giornalistico appiattisce ogni cosa e fa perdere il senso delle parole.

La prima dice che vogliamo fare un nuovo partito, mai visto prima in Italia. Ma in che senso nuovo? Quali problemi intende risolvere e perché dovrebbe riuscire dove non sono bastati DS e Margherita? Saremo più forti solo perché uniti oppure perché insieme determineremo un’esperienza politica inedita? La prima parola ci parla della nostra inadeguatezza.

Ma perché aggiungiamo democratico? Perché non sappiamo dire altro? Perché non vogliamo impegnarci troppo sulla prospettiva? Perché siamo ancora post qualcosa e ancora non siamo approdati ad una sponda solida e duratura? La parola democratico va intesa, cioè, in senso minimalistico, come sinonimo di non ideologico, oppure va presa sul serio, per il tema che indica, la democrazia appunto, lo stato attuale e il suo futuro in Italia?

Tali domande definiscono il campo dell’argomentazione che segue.

1. Perché siamo inadeguati?

Piero Fassino dice che il partito democratico vive già da un decennio, non è un coniglio dal cappello. Sono d’accordo nel partire dalla continuità di un’esperienza e anzi dovremmo trarne un bilancio. Siamo infatti all’inizio del secondo governo Prodi e viene da fare un confronto con il primo.

Perché sembriamo meno brillanti? Eppure le persone sono in gran parte le stesse e i nuovi innesti sono di valore. Da che cosa dipende allora il tono più dimesso? Il presidente Ciampi ha parlato con un certo rimpianto delle virtù politiche del primo Ulivo: la capacità di dare al paese una meta, la coesione politica, l’alimento democratico che veniva dal basso.

Se il partito democratico esiste da dieci anni dovremmo chiederci perché è peggiorato, individuarne le cause e proporci di correggerle. Fin qui è accaduto esattamente il contrario. La narrazione del partito immaginato ha creato una cortina fumogena che ha impedito di prestare attenzione a come si modificava il partito reale. Provvisorio è sempre stato il nome, ma durature sono diventate le trasformazioni. E non tutte entusiasmanti.

La tendenza dei partiti, tipica di questi tempi, a diventare burocrazie senza società è il male oscuro non solo nostro, ma dell’intero centrosinistra, proprio oggi che invece ci sarebbe tanto bisogno di mobilitare le energie vitali del paese e ci vorrebbero partiti veri.

Il freno dell’azione riformatrice è rappresentato dai personalismi, dall’incontinenza nell’assegnazione di posti. Il record dei 102 sottosegretari è la misura di cosa sono diventati i nostri partiti negli ultimi dieci anni. E’ lecito domandarsi se con il partito democratico quel numero aumenterà o diminuirà? Smettiamola di attribuire la colpa alla legge elettorale, sono processi degenerativi che vengono da lontano, e la possibilità di nominare i deputati nelle segreterie di partito è stata una buona notizia per tanti dei nostri, non si è fatto nulla per reagire con comportamenti diversi alla logica imposta dalla destra. Smettiamola di bollare tutto ciò come antipolitica. La vera antipolitica nasce quando i partiti perdono la capacità di riformarsi.

Le vecchie strutture organizzative, in certe zone, sono state riconvertite in comitati elettorali orientati a sostenere notabili locali. La frammentazione insita in questa forma organizzativa è stata.compensata dal potere unificante dell’immagine mediatica dei leader. Il risultato è una struttura di comando dei partiti che mescola due caratteri, uno antico e l’altro postmoderno: il notabilato dell’Italia

liberale, con il tipico trasformismo e la gestione del potere, e il partito televisivo della post-democrazia.

Della vecchia forma partito sono transitati nella nuova i vizi peggiori, l’autoritarismo e gli apparati, e sono state eliminate le virtù, il radicamento sociale e la funzione educativa. Il perno della trasformazione è stato il mantenimento del ceto politico. Nessuna persona estranea al vecchio professionismo è potuta arrivare ai vertici, abbiamo ancora i dirigenti del Pci di vent’anni fa.

La Margherita e i Ds sono ormai simili in tutto, mentre su questo avrebbe fatto comodo una differenza. Vuol dire che il partito democratico si organizzerà come i vecchi partiti? Oppure guarderà alla risorsa più preziosa che è ancora dentro di noi, mi riferisco a quel miracolo civile, che si ripete ogni giorno, di migliaia di militanti impegnati nei quartieri, nei luoghi di lavoro e di studio, che continuano a battersi per un’Italia migliore, guidati dalla passione democratica e dal disinteresse personale.

I militanti sono la nostra forza anche per il futuro. Eppure sono scomparsi dalla relazione di Vassallo a Orvieto. C’erano i leader e gli elettori, ma non i militanti. I politologi bolognesi propongono candidamente un contenitore leggero, che sarebbe però subito riempito dalle pesanti strutture dei notabili. Non prendiamoci in giro, il partito democratico non è un foglio bianco su cui disegnare una struttura immaginifica, ma nasce da una riforma coraggiosa di ciò che non va negli attuali partiti.

Dobbiamo uscire dalla sterile contrapposizione tra un partito vuoto che verrà e la conferma dell’attuale modello.

Ho molto apprezzato il sarcasmo dalemiano contro quelli che pensano di sciogliere i partiti in un gazebo. Però oltre a difendere con orgoglio i partiti dovremmo anche occuparcene per migliorarli.

Negli ultimi quindici anni ho sentito tante parole appassionate in difesa dei partiti, molto spesso a pronunciarle erano proprio coloro che più di altri se ne sono disinteressati, lasciando che le degenerazioni prendessero piede e divenissero in molti casi la normalità.

2. Ancora alle prese con la transizione italiana

Perché siamo arrivati a questo punto è questione che riguarda l’intero sistema politico. Dalle macerie della Prima Repubblica erano emerse tante promesse che sono state in gran parte deluse. Si è rivelato illusorio soprattutto il tentativo di forzare il rinnovamento dei partiti tramite le riforme istituzionali. È accaduto esattamente il contrario, sono i partiti che hanno piegato ai propri scopi le riforme istituzionali, fino all’uso strumentale della Costituzione, inaugurato da noi e poi tentato in modo devastante dalla destra. La transizione del sistema politico italiano è arrivata ad un vicolo cieco e alla fine ci ritroviamo partiti peggiori e istituzioni più confuse. Su una cosa sono concordi tutti i sondaggi, mai era arrivata così in basso la fiducia degli italiani verso i partiti e verso lo Stato. Se non partiamo da questa amara realtà i nostri discorsi politici diventano inutili vaniloqui.

Con il No al referendum istituzionale viene meno il mito fondativo della Seconda Repubblica. Il ceto politico-giornalistico perde l’orsacchiotto con cui si è trastullato per non pensare ai veri problemi italiani. Ad aver bisogno di una seria riforma non sono solo le istituzioni, ma soprattutto i partiti.

Verrebbe da dire, partito democratico se ci sei batti un colpo.

Esso ha bisogno sia di convinte adesioni sia di creative confutazioni; il pericolo è invece nella morta gora del non possiamo non farlo e nella critica schematica di chi non ci vuole stare. Se fosse un soggetto forte aiuterebbe anche l’aggregazione di una forza più radicale alla sua sinistra. Ci vorrebbe una discussione dura ma vera, fatta di idee e non di pregiudizi, di argomenti e non di battute giornalistiche, una polemica autentica. Polemos nell’antica Grecia non aveva il significato distruttivo che ha assunto successivamente, ma indicava proprio la relazione che conferisce l’esistenza a ciascuno dei combattenti. Un polemos sul partito democratico renderebbe più forte l’intero centrosinistra.

E una tale mutazione avrebbe inevitabili ripercussioni anche dall’altra parte. Se i nostri progetti fossero ambiziosi, certo diversi ma convergenti, metterebbero in affanno il centrodestra e lo costringerebbero ad uscire dal lungo sonno berlusconiano. Il Cavaliere non è eterno e prima o poi la destra italiana dovrà imparare a farne a meno, a cercare nel progetto politico quello che si è illusa di trovare nell’immagine di quel personaggio, il quale è stato certo la sua fortuna ma anche il suo grande.limite, anzi l’impaccio che dopo ben due vittorie ha impedito di stabilire un ciclo politico di lungo periodo, come invece hanno saputo fare gli Aznar e i Kohl. Per la destra italiana si pone un’esigenza analoga e nella misura in cui raggiungeremo il nostro obiettivo inevitabilmente accelereremo la loro ricerca.

Il partito democratico può essere quindi il cammino per riformare l’intero sistema politico, per una via diversa da quella tentata sinora, non più dal lato istituzionale che si è rivelato fallimentare, ma dal lato suo proprio che è quello delle formazioni politiche. C’è una grande responsabilità sulle nostre spalle. Se ben fatta l’operazione può salvare in extremis la Seconda Repubblica, suscitando nuovi attori politici e portando a compimento, quando ormai quasi se ne erano perse le speranze, la lunga transizione italiana iniziata in modo rocambolesco con Tangentopoli. Se però il tasso di novità del partito democratico tendesse a zero rimarremmo dentro la lunga agonia del sistema politico, spegnendo le energie positive che esistono dentro e fuori di noi e sprecando l’ultima carta ancora disponibile.

E’ pericoloso lasciare un paese in una transizione infinita. Si rischia di certificare che nessuno degli attuali protagonisti è in grado di uscire dalla crisi e allora solo qualche avventurismo, difficile oggi da immaginare ma sempre disponibile nelle storia italiana, potrebbe candidarsi e risolvere il problema.

3. Il tempo delle decisioni.

Il simbolo dell’Ulivo è associato alla cosa più importante che abbiamo fatto per l’Italia, portarla in Eropa, perciò è un simbolo amato, nonostante i colpi che noi stessi abbiamo assestato modificandolo quasi ad ogni appuntamento elettorale. Fu una decisione sul rango che doveva avere il paese. Gli italiani compresero la sfida, ne accettarono i sacrifici ed espressero una condivisione che non è mai stata più raggiunta negli anni successivi, anche perché la politica non ha più chiamato a decisioni altrettanto importanti, con la stessa determinazione e chiarezza.

Non fummo più all’altezza di quel successo e non avviammo la trasformazione che proprio quella scelta rendeva non solo necessaria ma irreversibile. Si rinunciava alla droga della svalutazione della lira, che per tanto tempo era stata un tonico passeggero quanto dannoso per la salute dell’economia, e bisognava innalzare la qualità del sistema Italia. Non assolvemmo il compito che noi stessi ci eravamo dati e per questo perdemmo le elezioni.

Poi arrivò Berlusconi che aiutò il paese per la discesa, tutta la crisi si è aggrovigliata e la sfiducia ha preso il sopravvento, anche per la mancanza di una chiara alternativa. Per dieci anni Destra e Sinistra se le sono date di santa ragione, ma nessuno dei due poli è riuscito a cogliere una vittoria strategica, perché nessuno dei due aveva una vera strategia per il futuro. Il decennio finisce in pareggio, con una nostra preziosa vittoria elettorale, ma senza un vero vincitore politico. La nostra è una vittoria fredda, colta più per demeriti altrui che per meriti nostri.

Non siamo riusciti dall’opposizione a elaborare un progetto convincente e condiviso e ora che siamo sotto i riflettori del governo si vede l’impreparazione. Da oltre un anno ci rivolgiamo al paese parlando sempre di tasse. Per tale vocazione al suicidio stavamo per perdere le elezioni, ma lo scampato pericolo non ci ha insegnato nulla e Prodi presenta la prima finanziaria parlando, guarda un po’, ancora di tasse. Ora, io credo che il lavoro di Visco sia formidabile e dobbiamo rivendicarne i risultati positivi, più di quanto non facemmo nel 2001, ma non può essere questo l’argomento principale del nostro discorso. Sarebbe come fare il campionato giocando sempre fuori casa, dando centralità proprio al tema sul quale la destra possiede armi propagandistiche micidiali, come abbiamo potuto constatare a nostre spese.

Gli italiani non vogliono parlare solo di tasse, piuttosto vogliono sapere come spendiamo i soldi delle tasse e soprattutto si aspettano impegni sul tema che più li assilla, l’incertezza del futuro. E se li chiameremo su sfide importanti e credibili saranno disposti anche a rimboccarsi le maniche. Nel decennio si è indebolita la nostra capacità di decisione. Ora è molto più confusa la nostra prospettiva e siamo in balia delle frammentazioni sociali.

E’ strano dover constatare questa incapacità decisionale, non solo nostra ma di tutto il sistema politico. Eppure veniamo da vent’anni di enfasi sul decisionismo e su questo abbiamo modellato tutto il.sistema istituzionale, indebolendo tutto ciò che potesse frenare le scelte, dalle assemblee elettive, alle garanzie procedimentali, alla neutralità dell’amministrazione.

Sono stati certamente snelliti i processi decisionali, ma ciò ha prodotto solo più leggi e nuove burocrazie, senza migliorare il governo della cosa pubblica. C’è stata una vera alluvione normativa che ha inondato ogni aspetto della vita associata. A proposito del sistema fiscale, se per dieci anni consecutivi ad ogni finanziaria si modificano le regole, si perde qualsiasi effetto redistributivo o incentivante, non si da tempo al corpo sociale di adeguare i comportamenti agli obiettivi, anche nel caso raro che essi siano positivi. In dieci anni sono state scritte più norme sulla scuola che nel mezzo secolo precedente, ma i livelli di apprendimento dei nostri ragazzi sono precipitati in coda alla classifica dell’Ocse.

Fare una legge ha significato per qualsiasi politico mandare un segnale della propria esistenza, legifero ergo sum, a prescindere dal contenuto, dagli strumenti per l’applicazione e dalla verifica dei risultati. Tante norme inutili e poche decisioni vere, questo accade quando la politica è in crisi. Viene da sperare nel paradosso di Einaudi sulla virtù della lentezza parlamentare, se solo si trovasse il modo di fare poche leggi, ma davvero utili. Ci vuole però un soggetto che sappia ciò che è utile ad un paese, un partito appunto.

Che in Italia ci fosse un impedimento istituzionale nella decisione è un equivoco inventato, non a caso, da Bettino Craxi. La verità è che dopo la crisi dei partiti di massa non siamo più riusciti a creare strumenti adeguati alla formazione della volontà collettiva, questione tipica del nostro tempo, ma più acuta in un paese che porta il particolarismo nella costituzione genetica e che ha avuto nei vecchi partiti l’unico modello di unificazione delle volontà, essendo sempre mancati altri strumenti che hanno fatto la fortuna di altri paesi: dalla forza egemonica della cultura borghese, a solide organizzazioni statali, alla condivisione delle regole. Mancando tutto ciò per ragioni storiche, da noi il venir meno dei vecchi partiti ha aperto una voragine nella volontà collettiva che da oltre vent’anni non siamo in grado di colmare.

La seconda Repubblica aveva dato l’impressione di potercela fare a colmarlo, ma poi è naufragata nella retorica novista e nella bulimia mediatica, fino a perdere completamente di vista l’esigenza di grandi decisioni per il paese. Nei talk-show il come dire ha sempre vinto sul come fare. Gli uomini politici ci inondano di messaggi televisivi che scivolano via come acqua fresca sui problemi reali.

Parafrasando un filosofo che di decisione se ne intendeva si potrebbe indicare un altro bivio per il partito democratico: se la politica osa ancora la decisione oppure se si abbandona all’assenza di decisione, che palesa quest’epoca come lo stato di massima attività.

Il partito democratico dovrebbe essere veramente decisionista, non nel senso deteriore inaugurato dal craxismo e concluso indegnamente da Berlusconi, ma nel senso più autentico di elaborazione della volontà collettiva e di sintesi della domanda sociale. Questa dovrebbe essere la vera novità che lo qualificherebbe come il partito italiano più forte, non solo per il numero di voti, ma perché capace di sbloccare la situazione. Siamo un paese a volontà debole, ci decidiamo a fare scelte coraggiose solo davanti al baratro, quasi mai per la determinazione a intraprendere una scalata. Partito italiano, quindi, anche perché migliora un carattere nazionale.

Siamo in una costellazione sfavorevole costituita da due pianeti nel punto peggiore della propria orbita. Si incontrano nel momento sbagliato il punto più basso dell’efficacia del sistema politico e il punto più alto della necessità di cambiare. Ci viene a mancare la capacità decisionale proprio quando affrontiamo uno dei tornanti più difficili della storia nazionale.

Come mai dopo tanto decisionismo quello che manca è proprio la decisione? Forse si è mirato al bersaglio sbagliato, si è preso a cannonate il bastione istituzionale della decisione pensando in tal modo di liberarla e di renderla più efficiente, mentre invece è proprio il fondamento politico della decisione ad essere franato.

Questo è il nodo gordiano che, con tutto il rispetto, ho sentito come il grande assente ad Orvieto, tranne alcuni interventi. Si è fatto un gran parlare di album di famiglia, di elenchi valoriali che ricordano i caciocavalli appesi di una volta, di unire i riformismi e altre amenità del dibattito corrente.

Non c’era l’Italia. Non c’era la consapevolezza della drammaticità della situazione italiana. Non c’era la passione per immergersi nelle difficoltà del paese, per sortirne insieme..

4. Dove va l’Italia?

I partiti nascono nelle viscere della società e si innalzano sopra di essa con un progetto. I partiti sono il proprio tempo appreso con l’azione. I partiti nascono sempre nell’intersezione tra una volontà e una necessità, nella capacità cioè di cogliere un bisogno profondo del paese e nella elaborazione di una soluzione possibile e credibile. Dove va l’Italia? Per dirla in breve si può riassumere cosi: l’Italia rischia di diventare un piccolo paese in un mondo sempre più grande, dopo essere stato per tanto tempo un grande paese in un piccolo mondo.

Sì, siamo un grande paese, la crisi a volte ce lo fa dimenticare, ancora il settimo paese per il Pil e riuscimmo a conquistare tale rango quando facemmo il miracolo economico, partendo dalla miseria più nera, stupendo il mondo per spirito di iniziativa, come i cinesi di oggi. Eravamo nel piccolo mondo antico della guerra fredda: gli Usa e un pezzo d’Europa, dall’altra parte il blocco sovietico e poi le grandi masse umane nell’isolamento del sottosviluppo. Tutto ciò non esiste più, miliardi di persone nel bene e nel male irrompono nella storia da protagonisti, l’Asia si risveglia dopo un sonno secolare, ribolle la pentola dell’Islam e l’America latina cerca una strada difficile per uscire dal cortile statunitense.

Il mondo non solo si è fatto più grande, ma rimescola in modo imprevedibile i flussi della geopolitica. E’ un mondo nuovo, mai visto prima. Tutto ciò che ci fece grandi nel piccolo mondo non serve più, è fuori misura, è fuori scala, è senza prospettive.

Noi non viviamo tempi normali, anzi molti sostengono che siamo già dentro una di quelle grandi mutazioni, come il Rinascimento o la rivoluzione industriale, che fanno epoca e rimescolano i rapporti di forza. Alla fine del processo niente sarà come prima e paesi marginali si troveranno ad essere centrali e viceversa. L’Italia può uscirne seriamente ridimensionata, come tutto sommato non era mai accaduto prima.

I segni sono evidenti. Abbiamo scoperto che il paese non regge la navigazione in mare aperto, non ce la fa perché non si è trasformato in funzione delle nuove sfide.

Le conseguenze si fanno sentire: abbiamo perso un terzo delle esportazioni, il made in Italy è copiato dai paesi emergenti e prodotto a prezzi dieci volte più bassi. Non ci sarà salvezza per interi comparti industriali se non ci diamo una mossa nell’innalzare il livello tecnologico. Rischiamo di essere già ritardo. Mentre ci preoccupiamo delle magliette cinesi in quel paese in pochi anni si raddoppia l’investimento in ricerca. Mentre esplodono vere e proprie rivoluzioni tecnologiche nelle scienze della materia, della vita e dell’informazione noi ci permettiamo il lusso si sprecare i nostri migliori talenti senza metterli in condizione di lavorare. Nella finanziaria erano disponibili 19 miliardi per lo sviluppo, ma solo pochi euro sono andati alla ricerca pubblica, che si è dovuta finanziare con il taglio degli stipendi dei ricercatori medesimi. Se dobbiamo prenderli per fame, non si va molto lontano.

Il paese dovrebbe lanciarsi verso il futuro e invece è appesantito ancora dagli errori del passato, dal debito pubblico accumulato negli anni Ottanta e dalle privatizzazioni sbagliate degli anni Novanta e da ultimo da ultimo dalle follie tremontiane. I fantasmi del passato ci inseguono e provocano ogni tanto il crollo di un pezzo di muro: da Parmalat, alla Fiat, ai furbetti del quartierino, alla Banca d’Italia, al calcio, a Telecom. Non abbiamo più margini per altri errori, non ci è più consentito sbagliare, questo dovremmo ripeterci ogni giorno al governo e al parlamento Ad ogni crollo ci siamo domandati perché nessuno si era accorto che la trave era già fradicia da tempo. Non sono mancati solo regole e controllori, sembra venir meno qualcosa di essenziale nel patrimonio morale delle classi dirigenti.

Il paese dovrebbe rispondere unito a queste sfide difficili e invece ciascuno pensa per se, in un si salvi chi può che però consuma le strutture che sarebbero necessarie per salvarsi insieme. I primi a ritirarsi dalla competizione mondiale e a rifugiarsi nei settori protetti dell’economia sono stati i grandi capitalisti, Tronchetti Provera nei telefoni, Benetton nelle autostrade, Caltagirone negli aeroporti e così via. Hanno gestito il proprio 8 Settembre come da copione, secondo una tradizione che ha visto spesso le classi dirigenti italiane svignarsela ai primi segni di crisi.

E l’esempio è stato seguito da tanti che hanno cercato di mettere steccati a protezione dei propri affari piccoli e grandi. Molti si sono aggrappati ai privilegi e alle rendite, come fa il naufrago con le spoglie della nave. Ecco perché quel difetto antico si è ripresentato con una virulenza moderna. Tutto.ciò tende a spaccare la società. La competizione mondiale divide tra chi ha i mezzi per riuscirci, chi è in grado di nascondersi e chi viene travolto.

La difficoltà a entrare nel nuovo mondo ci ritorna indietro come un colpo di frusta che divide: tra chi produce a chi vive di rendita, tra chi affronta la concorrenza e chi protegge i monopoli, tra chi paga le tasse e chi le evade, tra garantiti e precari, tra Nord e Sud, tra chi sa e chi non sa, tra ricchi e poveri.

La destra vinse sull’illusione di ognuno per sé e Dio per tutti. E così siamo arrivati alla crescita zero e tutte quelle divisioni si sono acuite. Non a caso il nostro slogan elettorale più convincente è stato: Il tempo della divisione è finito, l’Unione nasce per unire l’Italia. Mai come in questo momento l‘Italia ha avuto tanto bisogno di una politica che sappia andare oltre le fazioni e i corporativismi. Ecco perché le liberalizzazioni di Bersani, al di là del merito, sono apparse, soprattutto ai giovani, come una soluzione veramente nazionale, al di sopra degli interessi costituiti.

5. La nuda umanità italiana

L’Italia si gioca tutto nei prossimi anni: il ruolo nel mondo, il saper fare nella nuova economia e perfino le ragioni dello stare insieme come nazione. Da questa trasformazione può uscirne con le ossa rotte oppure con una nuova e più civile fase della sua crescita. Tutto è nelle nostre mani di italiani di questo inizio secolo. Per noi vale ancora l’interrogativo che si pose Antonio Labriola all’inizio del secolo scorso: “La vecchia nazione italiana, componendosi a Stato moderno, di quanto s’è trovata adattabile e di quanto s’è trovata difettiva di fronte alle condizioni della politica mondiale in genere?”.

I pericoli che si aprono sono stati riassunti con la parola declino, ma io la credo inadatta ad esprimere la situazione, sarebbe meglio dire rischio di decadenza. La differenza è tutta politica.

L’etimologia di decadere viene dalla sovrapposizione di decidere e cadere e indica il perdere qualcosa a causa di una scelta mancata. Si ha decadenza di un paese quando una crisi non trova la classe dirigente capace di risolverla, quando cioè la classe dirigente è essa stessa parte del problema e non della soluzione. Così è da quasi dieci anni, da quando ci riuscì l’ultima decisione, e poi niente più.

O il partito democratico serve a vincere questa sfida o non è niente. Il partito democratico si affermerà solo se sarà capace di allontanare i fantasmi della decadenza italiana e di suscitare una nuova stagione di prosperità. E’ il partito italiano per eccellenza, quello cioè che, pur essendo di parte, prende sulle proprie spalle la questione nazionale di oggi, aprire l’Italia al nuovo mondo, e la porta a soluzione.

Su quali energie possiamo contare per risalire la china? Quali sono i caratteri italiani che in questo momento vengono apprezzati all’estero? Certo non il nostro sistema produttivo obsoleto, anche se non è stato sempre così, anzi in passato i nostri distretti erano studiati come esempi originali. Certo non il nostro spirito pubblico, dopo le prove non esemplari dei vari Moggi e Fazio che hanno inforzato lo stereotipo di un popolo inaffidabile. Certo non la politica, dopo aver mandato un clown a rappresentarci nei vertici diplomatici, anche se oggi è cominciata la risalita, con il prestigio internazionale che ha saputo riconquistare Massimo D’Alema. C’è comunque molto da lavorare per risalire la china su questi terreni.

Ci sono invece altre attività di successo della presenza italiana nel mondo, che riescono a farsi riconoscere e a rinforzare lo stereotipo positivo di italiani brava gente, pur svolgendosi in silenzio e talvolta senza una consapevolezza nazionale.

Ci sono tanti volontari in giro per il mondo che operano con le diverse Ong per seminare la solidarietà e costruire la pace. E qualcosa del genere si apprezza perfino negli italiani in divisa nelle tante missioni, a prescindere dal mandato politico e dall’efficienza organizzativa, ma soprattutto per quel tocco di umanità che li fa subito diversi dall’arroganza americana. Ci sono veri e propri eroi moderni, amati più all’estero che da noi, penso ad esempio al dottor Carlo Urbani che salvò tante vite umane in.Asia facendo la prima diagnosi della Sars, senza fermarsi di fronte al pericolo del contagio, fino a sacrificare consapevolmente la propria vita.

Ci sono poi i nostri cervelli in fuga che si fanno apprezzare per l’intelligenza nei migliori laboratori del mondo e tanti giovani che hanno avuto la possibilità di esprimere la loro creatività solo lontano da casa.

Ci sono le tante città del gusto che hanno saputo recuperare tradizioni enogastronomiche per farne produzioni di qualità. In questa economia del buon vivere fatta di bei paesaggi, identità culturali e prodotti locali si esprime uno stile ammirato nel mondo ed una delle poche voci ancora attive nella bilancia dei pagamenti.

In queste e in tante altre manifestazioni emerge una forza dell’Italia moderna che non scaturisce dalle razionalità organizzative, non trova le normali condensazioni che in altri paesi danno luogo a efficienti apparati statali o a imprese competitive, si esprime direttamente e senza mediazioni. E’ la nuda umanità italiana.

Ciò che portiamo di buono nel mondo sono le braccia della solidarietà, il cervello dei creativi e il buon gusto. E’ come un eccesso di umanità che ci avanza fino ad esportarla. E’ quel tratto di umanità, ben rappresentato dal nostro cinema, che ci porta a raccontare in un modo diverso dagli altri l’Olocausto con Benigni e il genere western con Leone, come ha notato acutamente il filosofo Slavoj Zizek.

Non sono tutte rose e fiori. C’è anche il rovescio della medaglia. Quella stessa energia si esprime anche nei peggiori caratteri nazionali e soprattutto in quel familismo corruttivo che trova le sue massime espressioni nelle mafie. Il precipitare di Napoli nella delinquenza dipende dalla trasformazione della camorra in una sorta di piattaforma logistica delle importazioni in nero, ad esempio del tessile cinese, come ci racconta Gomorra di Saviano. Certi nostri caratteri arcaici sono oggi quelli più pronti a cogliere la modernità degli scambi.

Nel bene e nel male la nuda vita è la nostra risorsa più aperta al mondo. E’ come un budino, dolce, anche se non sempre, e morbido, senza una struttura connettiva che lo tenga insieme, senza lo Stato e senza l’impresa. Ma proprio questa risorsa originaria va oggi inaridendosi dal momento che non facciamo più figli. Se continua così tra qualche decennio la popolazione italiana sarà dimezzata e composta per lo più di anziani, bisognosi di cure, con un passato pieno di nostalgie e un futuro incerto.

Che ne sarà della specie italiana, dell’homo italicus, nel mondo nuovo che è appena cominciato? Di questa portata sono oggi i nostri problemi, altro che politichese corrente!

6. Nuovo Stato e nuova impresa

Se la nuda umanità italiana trovasse un tessuto connettivo su cui poter contare sarebbe una formidabile energia positiva. E connettere, mettere in relazione, unire nell’impegno sono proprio funzioni tipiche dei partiti e in primis dovrebbero esserlo per il vero partito democratico. I suoi obiettivi, quindi, si devono trovare nella crescita di nuova statualità e nuova impresa. Finiamola di contrapporle, abbiamo bisogno di entrambi, ce lo ha spiegato la bella relazione del nostro Roberto Gualtieri a Orvieto. Le liberalizzazioni sono fallite sia per la mancanza dello Stato regolatore sia per la carenza di rischio di impresa. Usciamo dalle secche di una discussione stantia tra statalismo e liberismo.

Li abbiamo praticati entrambi in Italia e alla fine ci ritroviamo senza Stato e senza imprese. E ci tocca ricostruirli.

Sì, ricostruire lo Stato può sembrare una formula fuori moda, ma se ci pensiamo bene dovrebbe essere una stringente necessità. Da oltre vent’anni lo abbiamo destrutturato secondo giuste linee di riforma – liberalizzazioni, federalismo e Europa – e alla fine ci rimangono solo i resti del vecchio apparato, un insieme disorganico di residui che ha perduto la fisionomia antica senza acquisirne una nuova. Bisognerebbe ricomporre in un puzzle questi brandelli per ricostruire uno Stato, certo più leggero, ma anche più autorevole ed efficiente e soprattutto capace di rispondere ai problemi nuovi.

Questo chiede la società italiana profonda. La questione settentrionale e la questione meridionale non sono due temi geografici, sono due modi di dire la stessa cosa. La parte più debole e quella più dinamica, sia attraverso la richiesta di assistenza sia attraverso il rifiuto, esprimono la stessa.sfiducia verso lo Stato attuale e la stessa richiesta di qualità dell’intervento pubblico.

Occuparsi seriamente dell’efficienza della macchina statale, della qualità della spesa pubblica, dell’efficacia dei servizi pubblici è la cosa migliore che possiamo fare. Se avessimo dedicato l’intera finanziaria a questo solo obiettivo, aprendo un percorso per l’intera legislatura, l’opinione pubblica ci avrebbe compreso meglio. Visto che abbiamo stanziato 3 miliardi per il pubblico impiego, ad esempio, rompiamo il tabù dell’egualitarismo e andiamo a premiare i bravi funzionari stimolando tutti gli altri a far meglio l’anno prossimo. E invece di distribuire incentivi a pioggia alle imprese, utilizziamo quei soldi per grandi progetti di modernizzazione tecnologica dei servizi pubblici, cogliendo così due piccioni con una fava: da un lato più qualità per i cittadini e dall’altro commesse pubbliche che stimolano la domanda di innovazione sul mercato privato. Gli americani lo fanno con la spesa militare che è il loro volano principale verso l’innovazione tecnologica, noi possiamo farlo per fini pacifici e apprezzati dai cittadini.

E poi fino a che punto possiamo parlare di Stato da noi? Ora saremo impegnati in una saggia missione militare per aiutare lo stato libanese a controllare i propri confini. Non dimentichiamo però che almeno un terzo del territorio italiano è sottratto alla piena sovranità della Repubblica e si trova in balia di mafie e poteri più o meno occulti.

Per tanto tempo siamo andati dietro alle favole dell’estinzione dello Stato nella globalizzazione.

In realtà i paesi più forti accompagnano le rispettive economie con forti politiche pubbliche, dagli Usa alla Cina; la Germania ha aumentato le esportazioni perché ha sfondato in Asia con le missioni governative. Gli Stati, anziché sciogliersi, tendono a diventare i vettori dei sistemi-paese nei mercati mondiali.

Certo, questo significa occuparsi dello Stato in modo nuovo, ci vuole molto di più di una riforma istituzionale, si deve badare alla sostanza: la qualità dei beni collettivi, le mete comuni che una comunità nazionale si pone, le opportunità a disposizione di tutti quelli che vogliono provarci, questo è lo Stato di cui abbiamo bisogno. Si tratta di uscire dal paradosso italiano, stato elefantiaco e statualità povera, tante burocrazie e poche regole condivise, legislazione asfissiante e diritti aleatori.

Viene da dire:

partito democratico fatti sentire!! Dovrebbe essere pane per i suoi denti la cura dei diritti e della cittadinanza.

Creare nuova impresa, è l’altro corno del problema. Nuova in quanto adeguata al carattere moderno della produzione immateriale e frutto dell’ingegno italiano. Non c’è un destino cinico e baro ad impedirci il compito, è alla nostra portata. Fummo capaci di realizzarlo mirabilmente nel dopoguerra, quando pur essendo ancora un paese agricolo inventammo tante cose nei campi più diversi: la plastica di Natta, il primo satellite europeo nello spazio, il grande computer Olivetti prima degli americani, la lungimiranza di Mattei e Ippolito, la modernità delle Partecipazioni Statali di allora, il design industriale e così via.

Poi vinse il doroteismo, non solo in politica, e l’attenzione del paese si spostò verso ogni forma di speculazione, il disprezzo del merito. Da quel momento comincia quel lungo declino italiano che solo oggi appare con ogni evidenza. Nella storia italiana, anche nei secoli passati, c’è sempre stata una sorta di tiro alla fune tra due forze contrapposte: la rendita e l’ingegno.

Il primato della rendita ha sempre distinto le fasi di decadenza. Quando invece si è affermato l’ingegno abbiamo vissuto i migliori momenti di prosperità. Certo la fune non si era mai spostata tanto verso la rendita come in questi ultimi anni. Ecco allora il compito del partito democratico: liberare il lavoro italiano dalle pastoie della rendita per farne la principale risorsa nazionale. Creare nuova impresa significa puntare sull’ingegno, non solo nei punti alti della scienza, ma nella quotidianità del nostro fare, significa puntare sulla qualità del lavoro, significa aprire spazi di iniziativa a tutti i cittadini che hanno qualcosa di buono da esprimere, senza dover ricorrere sempre ad un padrino.

Significa anche domandarsi cosa produrre, prendere atto che è irripetibile la produzione di beni di massa di un tempo, che per la crescita serve anche la domanda interna e che opportunità nuove possono venire proprio dalla produzione di servizi e di beni collettivi, nella cura dell’ambiente, della cultura e del welfare.

Significa smetterla di presentare come un peso ciò che è anche opportunità, a cominciare dal gran numero di anziani, che certo pesano sul bilancio pensionistico, ma dispongono di una risorsa tanto.scarsa, il tempo, e possono metterlo a disposizione per migliorare i legami sociali, secondo esperienze innovative di invecchiamento attivo e di nuove imprese sociali. Significa che l’impresa non è solo rendita finanziaria da portare nei paradisi fiscali, ma è rischio imprenditoriale e lavoro organizzato, cioè prima di tutto una ricchezza del paese.

Tutto ciò non è riducibile ad un mero tecnicismo riformistico, a nuove leggi da scrivere o a inutili incentivi da distribuire. Non è solo un programma di governo che il partito democratico dovrà portare avanti quando sarà costituito. E’ il modo di farsi del nuovo partito.

A pensarci bene rinnovare lo Stato e creare nuove imprese non è molto diverso dal fondare nuovi partiti. E’ un movimento unitario che mette insieme le energie di un paese, ne condensa la materia civile e ne connette gli attori. Solo rinnovando contemporaneamente lo Stato, le imprese e i partiti si può rivestire la nuda umanità italiana in modo da condurla in società. Così fecero i partiti di massa nella ricostruzione, diventarono grandi nell’animo degli italiani crescendo insieme al paese.

7. Le risorse della democrazia italiana

Eravamo partiti dalla preoccupazione che dire democratico volesse significare una cosa poco impegnativa. Mentre invece è proprio quella parola che indica la missione fondamentale del nuovo partito, che è democratico in quanto si colloca al centro del problema della democrazia, per come si presenta nell’epoca nostra.

A Orvieto, Pietro Scoppola ha citato quello scritto di Norberto Bobbio che individua le promesse non mantenute dalla democrazia, tra cui l’incapacità di generare al suo interno le energie per il proprio sviluppo. Nel secolo passato l’irruzione delle masse popolari ha comportato la rottura dei vecchi assetti oligarchici. Ad aprire lo spazio democratico non sono state solo la teorie liberali, ma anche la fame, come autentica forza rivoluzionaria che ha strappato nuovi diritti sociali e civili. Ma oggi che la democrazia è sazia si ricostituiscono le élite preposte al mantenimento dello status quo.

Nella società dei due terzi si rischia una democrazia conservativa degli interessi consolidati e una spoliticizzazione delle classi subalterne, collocate di fatto fuori dall’agone politico. La crisi democratica delle società occidentali deriva dalla frattura che si è creata tra le élite e il popolo In tale frattura il riformismo cade sempre nel lato più forte, appare tecnocratico, razionale e imposto dall’alto e di conseguenza perde consensi quando governa.

Al contrario la destra ha trovato un modo per ricomporre quella frattura. Con il populismo e il fondamentalismo riesce a fare cortocircuito tra gli interessi dei ceti dominati e quelli della povera gente.

L’agitazione di simboli antichi e di paure moderne riesce a catturare il consenso dei cittadini più sprovvisti di coscienza politica. Così da Bush a Berlusconi riescono a cogliere il risultato paradossale di portare i poveri a votare per i ricchi. Anche qui a Roma le maggiori difficoltà elettorali le troviamo proprio nei quartieri più emarginati.

Se la sinistra non farà i conti con la spoliticizzazione delle classi subalterne non riuscirà governare le società moderne. Dobbiamo trovare un modo riformista per ricomporre la frattura tra elite e popolo. Il nuovo partito sarà democratico nella misura in cui sarà una vera forza popolare. Funzione sociale e ruolo democratico coincidono.

Perché oggi la società italiana appare statica e ripiegata su se stessa? C’ è una frattura generazionale.

I giovani hanno conosciuto la flessibilità del lavoro fino al precariato estremo, ma non hanno trovato la stessa flessibilità nell’accesso alle professioni, nella valorizzazione dei meriti, nell’affitto di una casa. L’Italia delle caste, del clientelismo, delle gerontocrazie è oggi il macigno che limita la mobilità sociale e blocca la strada alla creatività. Da qui viene l’infiacchimento dello spirito pubblico, non si inventa, non si mettono in discussione assetti consolidati, non si rischiano percorsi nuovi. Ne risente anche il tono culturale. Viviamo di memoria, ci commuoviamo per la Meglio Gioventù, siamo con lo sguardo rivolto all’indietro. Occorre girare il Paese verso il futuro.

Le giovani donne si laureano prima e meglio degli uomini, ma trovano maggiori ostacoli a entrare nel lavoro. Non hanno la carica contestatrice delle loro madri, che sovvertirono i ruoli di genere negli anni Settanta. Accettano con maggiore docilità il ritorno di modelli sociali e familiari fortemente gerarchizzati. Dopo tanti anni di femminismo dobbiamo registrare la grave arretratezza italiana di un tasso di occupazione femminile venti punti più basso rispetto alla media europea. Lo stesso rigurgito di familismo non è altro che la conseguenza di un ripiegamento del ruolo delle donne soprattutto nei ceti popolari, determinato anche dalle nuove incombenze di cura degli anziani, non sorrette da un’adeguata rete di servizi sociali. La scarsa presenza delle donne nei ruoli sociali, produttivi e politici è la causa principale del conformismo che è dilagato nella vita pubblica e privata del paese negli ultimi anni.

Quando pensiamo al nostro programma di governo, alle energie nuove che dobbiamo mobilitare, alle opportunità di lavoro da creare, alla rinascita del Mezzogiorno, alla qualità dei servizi pubblici, all’equilibrio pensionistico e al nuovo welfare, alla valorizzazione dei talenti, all’apertura di nuovi spazi di libertà, ci accorgiamo che sono tutti obiettivi legati al pieno riconoscimento del ruolo delle donne nella società italiana e al rinnovamento generazionale.

Quando pensiamo alla storia repubblicana torna alla memoria il contributo della saggezza delle donne, dal referendum sulla monarchia alle battaglie civili dei decenni successivi, e ricordiamo i progressi venuti dall’irruzione di nuove generazioni che hanno messo in circolazione idee e modificato gli stili di vita. Ebbene oggi proprio queste energie vitali appaiano spente e ingabbiate. Da qui scaturisce la staticità della società italiana.

Riaprire le porte ai giovani e ampliare le libertà delle donne sono compiti essenziali del partito democratico. Qui si vedrà la sua capacità di rispondere al problema di Bobbio di una democrazia che trova al suo interno le risorse per la propria crescita

8. Avanti o dietro le socialdemocrazie?

E qui si vedono anche le grandi arretratezze rispetto all’Europa e la nostra difficoltà ad essere normali. Nessun altro Paese mantiene i giovani in famiglia fino a 30 anni. Solo noi teniamo le donne così tanto fuori dal mondo del lavoro. Dovremmo ricordarcene quando parliamo di collocazione europea.

Rispetto alla socialdemocrazia si confrontano due esagerazioni ideologiche. Secondo alcuni bisogna andare oltre quel riferimento; altri replicano che la sinistra italiana non può perdere quell’ancoraggio. Siamo realisti. Parliamo piuttosto del ritardo del centrosinistra italiano rispetto alle socialdemocrazie. Sulle protezioni sociali, sulla qualità dei beni collettivi, sulle politiche industriali, sulla laicità dello Stato e sui diritti individuali le nostre posizioni sono spesso più arretrate di tante esperienze europee.

Da anni vogliamo andare oltre. Non ci manca la fantasia delle parole e l’ambizione di diffondere l’Ulivo nel mondo. Attenti però alla boria provinciale. Stiamo ai fatti. Nessuno in Europa si è appassionato alla lettura del nostro programma di 270 pagine; nessuno vi ha trovato né la chiarezza di Blair, né la determinazione di Zapatero.

Noi siamo fermi alle vecchie soluzioni mentre gli altri si muovono e tentano strade nuove: i tedeschi fanno qualcosa di straordinario per il proprio paese, i danesi realizzano un modello originale di flessibilità, i francesi sono in un travaglio vero e può venirne qualcosa di buono; si possono condividere o meno le soluzioni, ma è indiscutibile che tutti ci stanno provando.

Ci domandiamo solo in quale settore del Parlamento europeo andremo a sederci, sarebbe meglio sapere se dai nostri banchi verranno idee originali per il riformismo europeo.

L’unica cosa che ha destato la curiosità in Europa sono state proprio le primarie. Sono rimasti tutti colpiti da quella straordinaria capacità di mobilitazione. Nessuna forza politica europea dispone di un file con gli indirizzi di oltre 4 milioni di elettori. Noi invece quasi ci vantiamo di tenerlo nei cassetti e forse abbiamo pure perso la chiave.

9. Se fosse un partito intelligente quanto il suo elettorato

Non mi convincono le contrapposizioni tra popolo delle primarie e partiti. I partiti hanno sempre bisogno del popolo e viceversa. La questione è un’altra. L’elettorato è oggi più avanti dei gruppi dirigenti del centrosinistra. Nella Prima Repubblica avveniva il contrario. I gruppi dirigenti erano più.avanti rispetto alle grettezze e alle angustie annidate nel corpo sociale. Infatti, quando sono venuti meno i grandi partiti di massa e gli istinti sociali più deteriori si sono potuti esprimere senza mediazione sono emersi i leghismi e gli estremismi di ogni risma.

Abbiamo un elettorato fantastico, saggio e intelligente. Si è abituato da tempo a fare da solo, senza bisogno di una direzione politica. Per ben tre volte ha risolto problemi che il gruppo dirigente del centrosinistra era riuscito solo a complicare. Con le primarie ha dato lo slancio a Prodi, spazzando via i trucchetti di vertice, alle politiche è arrivato a superare il record di 19 milioni di votanti, nonostante la campagna elettorale tafaziana dei nostri leader, e al referendum ha salvato la Costituzione, mentre i nostri rincorrevano con ansia gli argomenti della destra. Se ci fosse un partito serio e intelligente, almeno quanto il suo elettorato, il centrosinistra sarebbe imbattibile.

Non è questa una critica ai singoli dirigenti, quasi tutte persone di valore. Ma come collettivo non funziona, da troppi anni sono senza ricambio, si sono accumulate scorie di polemiche passate, i pregiudizi reciproci si sono consolidati. Sarebbe urgente un rinnovamento e tuttavia il passaggio difficile dell’unificazione e le delicate responsabilità di governo consigliano anche prudenza. Potremmo almeno evitare di lasciarli soli nelle scelte più difficili, rendendo effettive le sedi della democrazia di partito.

Fanno una vita grama i nostri capi, cerchiamo di capirli. E’ aumentata la loro solitudine, chiusi con gli staff che danno sempre ragione e ripetono fino alla noia: “dai, sei il meglio, gli altri non valgono niente”.

Quanto deve essere difficile per i nostri capi, anche a livello locale, decidere in questa solitudine, senza mai un dibattito vero, un consiglio, magari critico, ma prezioso. Tanti signorsì intorno possono fare anche male. Meglio sarebbe prima di tutto per loro e anche per noi ripristinare a tutti i livelli normali dibattiti politici. Lo dice la parola: se il partito è democratico lo si deve vedere anche nella sua vita interna.

Il macigno che più di altri blocca la democrazia interna è costituito dalle attuali correnti. Da oltre dieci anni regolano la vita di partito e non se ne è mai fatto un bilancio vero. Certo hanno garantito il pluralismo, ma ad un prezzo salatissimo: organismi dirigenti costretti a ratificare decisioni già prese, spregio dei meriti dei singoli e protezioni opportunistiche, incertezza nel messaggio rivolto al Paese.

Mi domando: c’è un altro modo per garantire il pluralismo senza pagare questi prezzi?

Dobbiamo trovarlo, le correnti attuali non possono essere l’ultima spiaggia. Il partito democratico ha bisogno, sì di pluralismo, ma anche di una vera discussione, di promuovere i migliori militanti senza il bilancino delle correnti e di mandare un messaggio chiaro all’opinione pubblica.

Guardiamo avanti, dopo l’unificazione bisognerà selezionare la nuova classe dirigente che porterà il partito democratico in mare aperto e se sarà davvero nuova lo vedremo da quanti giovani e quante donne saranno ai vertici. A Orvieto, purtroppo, i giovani erano in sei e nessuna donna era tra i relatori.

Bisogna tornare a formarli questi giovani con un movimento diffuso di scuole di politica. Per la mia generazione quando si entrava in un partito era come andare all’università, si riceveva una formazione ricca di cultura e di esperienza, anche gli analfabeti diventavano sottili analisti della politica mondiale. Oggi entrano laureati e rischiano di regredire culturalmente. E’ incredibile che proprio nell’epoca della conoscenza i partiti abbiano smarrito la capacità formativa. Su come fare le scuole di politica, mi permetto di rinviare, per chi volesse approfondire, al saggio che mi è capitato di pubblicare sulla rivista Equilibri.
In conclusione, si può riassumere così.

Facciamo il partito democratico perché abbiamo un’acuta percezione della inadeguatezza nostra e dell’intero sistema politico italiano.

Qui c’è però un bivio: saremo in grado di risolvere nella sostanza la nostra inadeguatezza oppure la seppelliremo in un’apparente soluzione, che la renderà a quel punto inaccessibile, dando così l’impressione di averla già risolta?

Il partito democratico sarà un sepolcro imbiancato dei vecchi partiti, bello fuori e brutto dentro, oppure sarà la resurrezione dei migliori caratteri della democrazia italiana?.Se fosse un vero partito democratico .. si rivelerebbe la bella notizia che attende l’Italia.
APPENDICE SU ROMA E IL LAZIO

Roma merita pensieri lunghi

Il partito democratico nasce solo se le ambizioni sono grandi. Tanto più a Roma dove con Veltroni, il miglior sindaco d’Europa, siamo all’apice del successo. Ma proprio nei punti alti del consenso una forza viva che guarda lontano si deve porre nuove domande, senza perdere il gusto delle sfide. Veltroni ha dato una narrazione al governo della città – chi siamo e dove stiamo andando – che ha fatto sentire tutti partecipi di una trasformazione, come non era mai accaduto in una città per sua natura scettica e caustica. Come ex amministratore mi preme aggiungere che l’attuale amministrazione ha saputo far meglio di noi nel coinvolgimento dei romani ed ha portato la città ad un prestigio mondiale mai raggiunto prima. Se vogliamo vedere i suoi limiti sono da ricercare proprio in una eccessiva continuità con le amministrazioni precedenti, che ha impedito di correggerne gli errori e le carenze, delle quali so certamente qualcosa.

Da quasi tre lustri facciamo sempre le stesse cose in certe politiche che invece meriterebbero un aggiornamento. Non c’è nella politica romana l’attitudine a cercare politiche innovative rispetto a noi stessi. Il partito democratico a Roma è oggi più uno stato d’animo che una linea politica. Ci vediamo ai convegni per dirci quanto siamo bravi e quanto ci vogliamo bene, che è certamente meglio che volersi male direbbe Catalano, ma oltre a ciò sarebbe utile affrontare e discutere seriamente alcuni problemi strutturali della città che, dopo un lungo ciclo di buongoverno, non possono certo dirsi risolti. Se non li affrontiamo oggi all’inizio del secondo mandato, al massimo dei consensi, potrebbero esploderci in mano quando Veltroni sarà passato ad altro incarico e allora la nostra funzione di governo potrebbe cominciare a vacillare e non avremmo più il tempo e la forza per affrontarli. Il riformismo non si ferma mai a riposare e anzi deve essere ancora più coraggioso quando raccoglie tanti consensi.

Propongo qui alcuni spunti schematici:

1) Da oltre dieci anni tutto ciò che si costruisce a Roma si localizza fuori dal Gra, lasciando all’interno dei vuoti urbani esposti al degrado. Non siamo stati in grado di mettere le briglie alla vecchia patologia espansiva e questo comporta costi sempre più alti nella gestione dei servizi. Continuiamo a costruire case nell’hinterland per cittadini che vengono a lavorare a Roma, quindi il traffico peggiora strutturalmente e diventa inutile incaponirsi a fare buone politiche della mobilità, come pure si sta facendo. E’ come spostare il mare con un secchiello. Per fare un esempio, abbiamo lasciato vuote le aree dello Sdo di Pietralata pur essendo già servite dalla metropolitana – dalla stazione di Quintiliani si può uscire per cogliere la cicoria – e siamo andati a costruire tante case oltre il raccordo, da Settecamini a Guidonia, con il risultato di paralizzare la via Tiburtina e l’autostrada per L’Aquila, of course.

Dovremmo fare esattamente il contrario: riportare la residenze nelle zone semicentrali, riqualificare i vuoti interni, rilanciare il programma delle ferrovie metropolitane per servire comunque i quartieri esterni già realizzati ed evitare di ripetere gli errori cancellando le previsioni urbanistiche che non si trovano nei pressi delle stazioni. Della nuova edilizia costruita a Roma negli ultimi vent’anni nessuno ricorderà come positivi i quartieri isolati nell’hinterland, ma certamente le realizzazioni migliori sono state il recupero degli edifici pericolanti dei Via Giustiniano imperatore e soprattutto la riqualificazione dei vuoti industriali dell’Ostiense che ha consentito con la terza università di lanciare uno dei quartieri romani più creativi e più in sintonia con le tendenze internazionali.

Di questi progetti urbani ha bisogno Roma per il futuro, non di case sparse nella campagna. A tal fine dovremmo ripensare anche la legge per Roma Capitale, ormai ridotta ad un contenitore delle iniziative più disparate e lontana dall’ispirazione originaria di uno strumento volto a qualificare la presenza dello Stato in città. La gestione della legge dovrebbe scegliere una priorità: riqualificare l’impronta fisica che la formazione statale ha lasciato nel tessuto urbano in oltre un secolo. Come le.città industriali stanno recuperando le vecchie fabbriche, allo stesso modo noi dovremmo riqualificare l’intero patrimonio immobiliare pubblico, invece di venderlo alla disperata, regalando, come si è fatto, generosi plusvalori ai furbetti del quartierino che hanno rivenduto a tre volte il prezzo d’acquisto.

Caserme, aree ferroviarie, demani di aziende pubbliche, impianti tecnologici obsoleti possono diventare il volano di trasformazioni urbane per parti di città, come si è fatto all’Ostiense. Invece di chiedere allo Stato soldi che non ci sono, chiediamo di restituire alla città lo spazio fisico che l’espansione burocratica ha occupato in un secolo. Possono diventare i luoghi più belli della nuova Roma post-burocratica.

2) La macchina comunale con le sue decine di aziende è ormai un apparato di circa 50 mila dipendenti. E’ una delle più grandi burocrazie italiane e non possiamo dire di averla davvero cambiata in oltre dieci anni di buongoverno. Nonostante tante migliorie sono ancora alte le inefficienze, le rigidità burocratiche e l’insoddisfazione dei cittadini per la bassa qualità dei servizi. Non siamo ancora riusciti a valorizzare pienamente i meriti e le professionalità dei lavoratori pubblici. Certo, si sono fatti progressi enormi nell’accesso ai servizi, soprattutto negli ultimi anni, basti pensare al quel piccolo miracolo di poter telefonare agli uffici comunali con l’amichevole centralino 060606. Ma al forte miglioramento del front-office non è ancora corrisposto un adeguamento del back-office e della organizzazione interna della macchina comunale. C’è poi da domandarsi se tutto questo apparato debba essere conservato gelosamente oppure se a Roma si può riprendere la politica di liberalizzazioni che porta avanti Bersani a livello nazionale. Vedo qui una certo adagiarsi di DS e Margherita su una vecchia cultura statalistica. Se dobbiamo attuare la politica di Rifondazione Comunista a che serve il partito democratico?

3) Facciamo molta retorica su Roma capitale della ricerca e dell’innovazione ma non disponiamo di un concreto programma di governo sul tema, fino al punto di non aver ancora utilizzato i nuovi poteri legislativi della Regione. Le nostre università dovrebbero essere aiutate a compiere il salto decisivo nelle reti mondiali della conoscenza per fare della capitale un luogo di alta ricerca, sia nella cultura classica sia nei saperi moderni. Forse dovremmo porci l’obiettivo di realizzare un forte Politecnico, capace di collocarsi sulle frontiere tecnologiche, e dotarlo di moderne strutture per trasferire i risultati della ricerca verso le imprese. E dovremmo riuscire ad attrarre le grandi università del mondo perché aprano delle sedi a Roma, realizzando qui un polo universitario di livello mondiale. Se ci riesce Bangalore perché non può tentarlo la Città Eterna.

Abbiamo un numero di laureati pari a quello degli analfabeti e in percentuale sotto la metà della media europea. Nella società della conoscenza abbiamo bisogno non solo dell’eccellenza, ma di un generale elevamento dell’istruzione dei cittadini. Dobbiamo valorizzare la rete delle scuole come la principale infrastruttura della conoscenza. Realizziamo un programma straordinario per la manutenzione scolastica con le risorse stanziate in finanziaria. Cogliamo l’occasione per fare le scuole più belle, rinnovare le architetture, modernizzare le tecnologie, e aprirle giorno e sera, non solo per l’istruzione dei figli, ma anche per riportare e scuola i genitori che non hanno potuto studiare, per offrire spazi liberi alla creatività giovanile, per alfabetizzare i nuovi italiani che arrivano con la pelle di diversi colori e che hanno tanta voglia di imparare la nostra lingua.

4) L’anomalia storica della regione tende ad accentuarsi: una grande metropoli con una corona debole intorno a sé. Un grande pieno e un grande vuoto. Questo squilibrio fa male soprattutto a Roma e dovremmo cominciare a capirlo soprattutto noi romani, ma non solo.

Nella competizione globale non basta il municipio, è necessaria la regione. Le città europee che negli ultimi vent’anni hanno realizzato grandi salti in avanti, penso a Barcellona e a Monaco, hanno avuto il sostegno di forti sistemi regionali, come la Catalogna e la Baviera. Roma presenta un pericoloso squilibrio con il territorio circostante. In nessun’altra città esiste una differenza tanto forte tra i Pil dell’area urbana e di quella regionale. Da un lato una ricchezza che tende a ingolfarsi e dall’altra carenza di risorse per la politica di sviluppo. Dovrebbe farci riflettere a noi di sinistra che vinciamo nella parte ricca e perdiamo quasi sempre nelle altre zone. Il successo di Veltroni andrebbe speso per recuperare consensi nella regione, ma se continuiamo a schiacciare la Pisana sul Campidoglio otterremo l’effetto contrario. Non è una brillante operazione di governo, ad esempio, annunciare a Roma la riduzione dell’Ici, senza ridurre le spese comunali, e far pagare il conto alla Regione che sarà poi costretta ad alzare l’Irap per coprire la voragine della sanità..Ci sarebbe bisogno di un grande progetto per integrare la città con la regione. Si presenta una grande occasione. Con la realizzazione dell’alta velocità, infatti, si liberano le tracce ferroviarie ed è possibile realizzare anche da noi una vera e propria Rer parigina, non solo per trasportare i pendolari, ma come una griglia un di nuove dinamiche di sviluppo. Ad esempio, dovremmo pensare ad un asse ferroviario tirrenico, da Civitavecchia a Formia, capace di attirare nuove imprese e sostenere una rete logistica integrata con i porti, per attrarre i flussi asiatici che stanno rivitalizzando il commercio mediterraneo. Distendere i flussi su una rete regionale ci consente di raggiungere il duplice obiettivo:

dare a Roma una piattaforma più solida per il suo sviluppo e nel contempo impostare una credibile politica di crescita dell’economia laziale.

Se non vogliamo che la regione diventi una grande periferia romana dobbiamo inventare delle missioni per i territori laziali.

Il viterbese ha l’occasione storica di raccogliere il traboccamento (spill-over) della Toscana dovuto alla saturazione di quel modello turistico. Paesaggi e centri storici della Tuscia, se fermiamo il degrado, sono paragonabili con quelli toscani, ma in più avrebbero l’attrattiva della vicinanza con Roma e potrebbero trovare nella giovane università della Tuscia un vivace organizzatore culturale.

Non possiamo rassegnarci al primato della destra a Latina, anzi dovremmo avere l’ambizione di strapparle di mano alcuni simboli storici, a cominciare dal mito fascista della bonifica. Una grande progetto di ammodernamento potrebbe trasformare la Pontina in un polo agricolo specializzato, al passo della ricerca e delle tecnologie del settore, e le sue produzioni potrebbero fregiarsi nel mondo del simbolo di Roma. Petroselli strappò dalle mani della retorica imperiale l’idea dei Fori e da allora tutto ciò che a Roma si richiama alla cultura antica è di sinistra. Si può fare qualcosa di analogo nell’agro pontino.

Unire la memoria dell’antico con il sapere moderno è un meccanismo vincente in tanti altri campi. Pensiamo al Lazio come terra delle grandi abbazie, da Farfa, a Subiaco, a Montecassino, i luoghi che hanno consentito la trasmissione della cultura occidentale dal papiro alla carta stampata.

E oggi siamo ad un altro passaggio cruciale dal libro al supporto digitale, con progetti molto ambiziosi: Google si propone di mettere in rete tutte le biblioteche americane e la Francia, punta sull’orgoglio, ha reagito lanciando il progetto di un motore di ricerca europeo. Noi siamo assenti, mentre potremmo candidare la regione delle antiche abbazie come polo della digitalizzazione dei saperi, promuovendo la ricerca e la nascita di nuove imprese specializzate nel software dei beni culturali.

Dobbiamo portare il territorio laziale nell’economia mondo. Solo così si crea sviluppo. Per tale obiettivo nessun altra Regione può avvalersi di un veicolo straordinario qual è l’immagine internazionale di Roma. Il Lazio ha bisogno di Roma per aprirsi al mondo. Ma anche Roma ha bisogno del Lazio per distendere le sue reti produttive. Città e regione diventano ciascuna la risorsa dell’altra.

Ecco la chiave per governare degnamente la regione.

Se dobbiamo continuare l’attuale tran tran non si capisce a cosa serva il partito democratico.

Se si fonda un partito nuovo è per fare cose mai fatte prima.

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