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COME SUPERARE QUESTA CRISI?

crisi finanziariaCome superare questa crisi? Un patto delle responsabilità collettive

di Daniele Mocchi – IE Sapere

Tra i tanti insegnamenti che ci sta fornendo questa crisi economica, così unica – se vogliamo – nel suo genere, quello che più mi ha colpito è che non è possibile pensare di rispondervi usando soltanto strumenti tradizionali. Ce lo hanno insegnato addirittura i nostri stessi Governi, nella fase iniziale, quando più o meno all’unisono hanno messo in atto azioni finalizzate a salvaguardare il sistema finanziario, per evitare che si diffondesse panico eccessivo a livello di imprese e famiglie.

Personalmente, sono dell’idea che di fronte ad una crisi così globale e durevole, che nel giro di un anno/un anno e mezzo porterà inevitabilmente ad un rimescolamento degli equilibri competitivi mondiali, chi pensa di seguire il facile ragionamento che <>, rischierà di trovarsi pericolosamente vicino al crinale, quando effettivamente la ripresa si sarà riavviata.

Non voglio entrare nel merito dell’efficacia delle diverse politiche economiche dei Governi europei e mondiali. Dico soltanto che chi ci ha condotto repentinamente nel tunnel riuscirà anche a tirarci fuori, grazie ad un’incisività e ad una flessibilità nella politica economica e monetaria che molte autorità europee non sono state in grado, in questi mesi, di esprimere (vedi BCE).

Ciò che più mi preoccupa è però l’aspetto micro. Questa crisi, infatti, non può essere affrontata solo in chiave macro, se poi a livello di singoli territori, singole imprese, singole famiglie non vi è altrettanta sensibilità a recepire e a modificare certi comportamenti o a correggere certe disfunzioni.

Guardando più specificamente il lato produttivo, resto dell’opinione che un’impresa, oggi, indipendentemente dalla sua dimensione, non può pensare di rispondere a queste gravi avversità soltanto bussando alla porta delle banche per avere liquidità, piuttosto che razionalizzando o allungando le scadenze dei propri ordini ai fornitori, o approfittando del rinnovo e dell’ampliamento dei fondi governativi per mandare in Cassa integrazione parte della propria forza lavoro.

Oggi, ancor più di ieri, è indispensabile mostrare responsabilità e consapevolezza rispetto all’idea iniziale sulla quale ha preso le mosse l’intrapresa. La cifra della responsabilità sociale di un imprenditore si vede, in questo momento, dal coraggio e dalla perseveranza con la quale vuole continuare a portare avanti il proprio progetto imprenditoriale. Pensare pertanto di continuare a finanziarsi, per esempio, con il classico credito ordinario di cassa, sarebbe soltanto un modo per alleviare temporaneamente la situazione, ma nel lungo periodo non porterebbe a nulla, se non ad un aggravamento della situazione dei conti economici e finanziari dell’azienda.

Le risposte da dare oggi, invece, sono altre, più innovative; risposte che in Italia, in generale, non sono purtroppo mai germogliate totalmente. L’idea è che sia assolutamente indispensabile un gentlemen’s agreement tra tutti gli stakeholders del sistema, una sorta di “Patto delle responsabilità collettive per il Paese”, per evitare derive ancora peggiori, che nessuno vorrebbe. Da un lato vi deve essere una presa di coscienza maggiore da parte degli imprenditori che è indispensabile un loro sforzo ulteriore, e dall’altro, però, si deve riconoscere loro la pretesa di poter ricevere qualcosa in più dal contesto in cui operano, dai loro dipendenti, dalle banche.

Ecco perché un patto tra gentiluomini è assolutamente necessario per rispondere a questa crisi in maniera collettiva, come sistema. Se riusciremo a fare ciò come Paese e come singoli territori, questo varrà molto più di tanti finanziamenti pubblici, che per loro natura sono inevitabilmente individuali, a pioggia e, spesso, non sono neppure allocati efficientemente.

La logica che sottende tutto il ragionamento è quella di sfruttare un tale momento storico per uscirne più forti di prima.

Queste, secondo me, sono quindi le azioni che andrebbero messe in atto dalle nostre imprese in questo lasso di tempo.

1. Approfittare di questa crisi per rimettere a posto i conti economici e finanziari. Sappiamo tutti che in generale le nostre imprese sono troppo piccole, sottocapitalizzate, fortemente indebitate e scarsamente redditizie: approfittiamo di questa situazione per invertire questo trend, altrimenti una crisi lunga e così difficile, rischierà di lasciare molte macerie.

Scivolare, infatti, fino ad un rating tripla C non è poi così difficile, soprattutto in momenti come questi: basta essere sottocapitalizzati (l’optimum secondo i parametri di Basilea dovrebbe essere un patrimonio netto pari ad almeno 1/3 del capitale investito), avere margini operativi non entusiasmanti (secondo Basilea pari ad almeno il 10% del fatturato), appartenere a un settore in crisi e essere contraddistinti da performance negative. Ceteris paribus, è facile immaginare che, nel nostro Paese, l’esercito di coloro che rischieranno di ottenere ristrettezze sul credito o impennate del costo del denaro nelle prossime settimane (perché fuori da questi parametri), conterranno molte reclute.
Oggi più di ieri, l’imprenditore, di qualunque statura esso sia, dovrebbe sempre tenere a mente quotidianamente che impresa vuol dire produzione, ma vuol dire anche economia e finanza, e che tutti questi tre aspetti sono strettamente intrecciati tra loro, per cui è fondamentale tenerli in ordine e in equilibrio.

E’ assolutamente indispensabile, dunque, scrollarsi di dosso tutti quei comportamenti poco virtuosi e quei timori che finora hanno accompagnato gran parte del capitalismo italiano. A mio modo di vedere, per fare ciò occorre:

• ricapitalizzare la propria impresa con mezzi propri;

• aprirsi ai capitali esterni (private equity);

• aprirsi alle risorse umane esterne favorendo un mercato dinamico dei managers e dei talenti in generale;

• cercare strade alternative come quella di lavorare in sinergia con altre imprese, anche internazionali, e, se è il caso, praticare la soluzione non indolore della fusione;

• essere più chiari e trasparenti nei propri prospetti contabili e presentare progetti aziendali convincenti, di ampio respiro e di lungo periodo.

2. Rimettere al centro dell’organizzazione aziendale il capitale umano. Questa crisi ci sta insegnando che dobbiamo ritornare alle qualità tangibili, al sapere fare, al saper innovare, elementi che sono stati e sono ancora nel Dna delle nostre imprese, al di là di ciò che viene codificato dalla statistiche ufficiali. La vera forza competitiva di un’impresa oggi, e ancor meglio in una contingenza simile, oltre a dipendere dalla vivacità del contesto nel quale opera, si misura attraverso la capacità di valorizzare i propri uomini e le proprie donne. Sono loro che fanno veramente la differenza, non sono più, come un tempo, né i prodotti, né l’accesso alle materie prime. Molte indagini internazionali ci dicono che la produttività, che poi è il vero deficit delle nostre imprese, non si alza se non attraverso la valorizzazione dei nostri talenti e la qualità del lavoro. Coltivare e valorizzare talenti vuol dire anche assicurare capacità innovativa all’impresa.

3. Guardare a nuovi mercati, come quelli dell’Est Europa, dell’Asia o del Sud America, insomma rafforzare la rete distributiva in paesi non tradizionali, cercare joint venture. Ci si è sempre vantati che le nostre aziende sono aziende internazionali. Ebbene dimostriamolo ancora di più e meglio in queste occasioni!

Va benissimo continuare a vendere una certa quota dei nostri prodotti all’estero, ma l’internazionalità è anche altro. L’internazionalizzazione si misura anche nella capacità di partecipare come protagonisti ai grandi giochi del mondo, nella capacità di fare cooperazioni, joint venture, per accordi tecnologici, per trovare nuove fonti di idee, per conquistare nuovi mercati, etc. E su questi aspetti, purtroppo, siamo un po’ rimasti fuori finora dai giochi globali. E’ logico che occorra un approccio mentale e culturale innovativo, ma se non lo mostriamo adesso se ce l’abbiamo, quando lo facciamo? Sia chiaro: non è un problema di dimensione aziendale.

Già decidere di destinare almeno un 10% del proprio budget in attività di ricerca e sviluppo, nella conoscenza dei mercati e dei potenziali clienti (georeferenziazione dei mercati), e in piani di comunicazione, sarebbe una buona pratica. D’altro canto, negli ultimi anni la qualità del prodotto non è più la discriminante principale del successo di un’azienda, ma sono invece i fattori immateriali e gli individui ad essere determinanti.

E’ giusto quindi che gli imprenditori diano molto alla causa, ma al contempo è anche giusto che ricevano un di più dal sistema banca io e dai loro dipendenti.
Si sa che il sistema bancario in Italia, ma non solo, è assolutamente vitale per le piccole medie imprese, essendo l’unico vero canale dove poter reperire fondi. Proprio per questo è auspicabile che un salto di qualità del tessuto produttivo sia accompagnato da un altrettanto salto di qualità del principale canale di finanziamento. Perché la capacità di investire e di innovare di un’impresa non dipenda soltanto dalla forza contrattuale dell’imprenditore nei confronti del sistema bancario, ma dalla bontà del progetto aziendale che presenta. Oggi si deve ripartire da questo punto. E’ uno dei tanti insegnamenti che ci lascia questa crisi.

Alla luce di ciò, sarebbe auspicabile se il sistema bancario:

1. Andasse incontro alle imprese, laddove queste esprimessero l’intenzione di rinegoziare vecchi mutui, sottoscritti tempo addietro ad un tasso di interesse fisso molto più alto rispetto a quello odierno; oppure accogliesse la loro volontà di fare operazioni di consolidamento del debito, per spalmare il finanziamento su un arco temporale il più lungo possibile, in modo da ridare un po’ di ossigeno ai loro conti. E’ chiaro che l’ausilio di un Confidi in questo caso potrebbe essere prezioso, sostituendo con la propria garanzia la debolezza dell’impresa.

2. Si rendesse disponibile ad entrare direttamente come socio, e non solo come creditore, nel capitale di alcune imprese, laddove queste non avessero disponibilità monetarie per ricapitalizzare saldamente il proprio patrimonio sociale. Questo è un passaggio importante. Oggi è fondamentale, per le imprese, mostrare un’apertura nei confronti del capitale terzo e nei confronti del management esterno, e, per le banche, è altrettanto importante mostrare disponibilità ad investire nel sistema. I problemi sono diventati talmente complessi che se non ci si affida anche a specialisti esterni, a dottori della materia, mettendo da parte l’ambizione personale, si rischia di non guarire le nostre aziende.

3. Desse maggior supporto, non solo finanziario, ai progetti di espansione commerciale all’estero e di stabile presenza sui mercati internazionali del sistema produttivo.

Infine, non può venire meno la responsabilità dei Sindacati dei lavoratori, i quali oggi dovrebbero accantonare ogni forma di protesta sterile che in questo momento non serve a nessuno, e dare una mano a riscrivere le regole per una pacifica convivenza e per una fattiva collaborazione, per uscire da quest’impasse.

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