Significativamente Oltre

Primarie

Primarie (PD) senza Rete

di Michele Mezza

Dopo l’ondata di annunci e sollecitazioni on line, con email e sms che a Roma e Napoli si era sollevata con le primarie, ritorna il gelido silenzio fra elettori ed eletti.

E’ davvero singolare quest’uso frenetico delle rete da parte dei candidati politici. Si arroventa nei pressi del voto, si iberna subito dopo.

Qualcuno pensa anche di essere un candidato digitale, come capita a Napoli all’ex sindaco Bassolino bruciato sul filo di lana nella consultazione interna del PD napoletano, solo per aver organizzato meglio il megafono on line.

In altri casi siamo alle4 solite catene di S. Antonio diffuse oltre che con i me4zzi più tradizionali, telefono e richiami amicali, via social. Ma niente di più.

Non è un problema di dimestichezza con i nuovi linguaggi, che ormai nuovi non sono più da vari lustri.
E’ proprio un nodo politico, di più, un indicatore del modo con cui si intende la relazione fra governanti e governati .In altri tempi si sarebbe detto : è un fatto conseguente alla concezione del partito.

La campagna elettorale è un fenomeno in cui il consenso, lo si dimentica spesso, è la conseguenza e non la causa della relazione fra candidato ed elettori. Il contenuto che da forma al legame è il programma. Ossia l’impegno che il candidato prende rispetto a specifici temi e su cui chiede un mandato. Ecco proprio il mandato è la materia prima del legame che si vuole stringere.

Tanto è vero che in un movimento come i 5S di grillo il tema del mandato sta diventando dirompente.
Infatti se l’identità e la ragione, quella che si chiama nel marketing la value proposition, che caratterizza un’opzione politica , è solo uno stato d’animo, o, come accade prevalentemente nelle primarie, è solo una personalità, un nome, un gruppo che si raccoglie attorno ad un personaggio, allora le modalità di selezione dei voti che si realizza sulla rete diventa inevitabilmente una sollecitazione ad omologarsi, ad arruolarsi, in quella schiera. Dopo di che è evidente che ad ogni allentamento dello stato d’animo- sono a favore o contro una certa situazione o un certo leader- si sfilacciano i motivi di solidarietà e fedeltà. Così come accade, se tutto è puramente basato su plebisciti nominalistici allora all’insorgenza di altre personalità diviene naturale osservare cambi spettacolari di schieramento. Insoimma se è tutto solo un semplice proce4sso di adesione ad un’offerta politica debole, o emotiva, le identità e le solidarietà sono altrettanto deboli e mobili.

Il tutto diventa clamorosamente evidente nel riflesso delle relazioni che si costituiscono in rete.
Una campagna tutta basata semplicemente sulla discriminante emotiva – noi siamo buoni e gli altri cattivi- o nominalistica – stai con me o contro di me – ha come unico linguaggio lo stalking politico che quel genio di Totò sintetizzo con il tormentone : votantonio, votantonio, votantonio, gridato con il megafono nel cortile di un grande condominio, o scandito digitalmente in rete con email o sms.
Un modello unidirezionale, top down, che riproduce fedelmente il sistema più arcaico della propaganda politica, ereditato dai vecchi partiti di massa. Un sistema che quei partiti vivevano intensamente perché riferito a ceti sociali identitari e culturalmente estremamente definiti, come erano le basi sociali del PCI o della DC nei decenni scorsi. In quelle situazioni la campagna elettorale doveva consolidare e concludere un lungo proce4sso di convergenza e identificazione di larghe masse nel gruppo dirigente di partiti che ne rappresentavano interessi e richieste. Il manifesto elettorale era la ciliegina finale su una torta che si impastava e cuoceva ogni giorni negli anni precedenti nelle sezioni, nei circoli, nelle associazioni di categorie nei sindacati.
Oggi, si spara nel mucchio. Ci si rivolge ad un indefinito mosaico sociale, estremamente frantumato e parcellizzato, in cui il legame fra base e vertice si costituisce proprio nella stipula del micro contratto elettorale.

La campagna propagandistica oggi riassume e riflette anche la forma organizzativa e il radicamento sociale dell’organizzazione politica. Diventa essenziale dunque che l’atto, la meccanica, promozionale sia fortemente interattiva, sia, cioè, in grado di costituire e consolidare rapporti di delega diretta da singoli frammenti sociali al leader.
Il linguaggio di questa forma di comunicazione organizzativa è il social. Ossia un luogo dove si negoziano le forme di rappresentanza politica sulla base di una convergenza di contenuti e di stili di comportamento.
Le piattaforme social sono oggi , potremmo dire, la nuova forma partito. Sono luogo e linguaggio di quel processo in cui Manuel Castells nel suo saggio Reti di Indignazione e di speranza (Bocconi editore) spiega che “il potere è esercitato tramite la costituzione di significati nell’immaginario collettivo”.
Dunque non solo il mandato e la rappresentanza ma proprio la gestione della governance avviene mediante una capacità di imporre e concordare “significati” nell’immaginario sociale .

E’ proprio quanto riuscì a fare Barak Obama nella sua miracolosa compagna elettorale del 2008, quando scombussolò ogni previsione e ragionamento sociologico, cambiando completamente la base sociale di quel voto, grazie ad una potente azione di proposta e condivisione di “significati nell’immaginario collettivo.” Un’azione che non fu realizzata, e non poteva esserlo per gli interlocutori che erano stati scelti, top down mas proprio bottom up, tutta inevitabilmente e faticosamente dal basso.
Ancora Castells infatti precisa :”la comunicazione è il processo di condivisione dei significati tramite lo scambio di informazioni”.

Uno scambio che rende paritaria la posizione del singolo elettore e quella del singolo candidato. Anzi se una prevalenza vi deve essere sta proprio nella capacità del candidato di cedere all’insieme dei suoi elettori la scena per renderli soggetto comune e identitario, forzando la loro natura frammentata. Come infatti testimoniò David Axelrod, lo stratega di quella straordinaria campagna elettorale che sorprese l’America: Obama ha vinto non perchè ha usato la rete per parlare con i suoi elettori, ma perchè tramite la rete ha fatto parlare gli elettori fra di loro”. In questa scelta si coglie la coerenza e la magia della leadership digitale che coglie e valorizza la vera specificità del nuovo mezzo: l’ascolto e la condivisione sociale permanente.
Internet è infatti, come disse una volta uno dei suoi padri naturali, Tin Berner-Lee, una listening technology non una speaking technology.

Rispetto a questo quadro possiamo misurare la miseria della politica nazionale. Sia nella versione grillina, in cui la rete è solo un gigantesco schermo che moltiplica e facilità la diffusione di messaggi verticali. Anzi nelle ultime soluzioni la rete diviene anche il grande fratello che coglie la devianza e punisce il dissenso.
Sia nella versione petulantemente predicatoria dei questuanti dei voti che la utilizzano come una pervasiva mano che ci tira la giacca all’ultimo momento.

Se misuriamo e analizziamo la tipologia dei messaggi che ad esempio a Napoli ed a Roma hanno diffuso gli accounts dei candidati alle primarie troviamo solo annunci, solleciti e promemoria. Mai una vera conversazione.

L’unica parziale giustificazione per questa pacchiana malversazione comunicativa è che la rete non tollera tergiversazioni, distrazioni, esorcismi. Costringe tutti i candidati o i propagandisti a misurarsi con i temi che la rete stessa propone. Innanzitutto se stessa: che posizione ha un candidato sindaco sulle strategie di cablaggio della città? Si può parlare in rete senza avere un’idea di come diffondere l’accesso alla rete?

Secondo i conflitti che affiorano in rete: privacy, monopoli digitali, subalternità culturali, inibizioni e censure, prevaricazioni autoritarie. Infine il tema dello sviluppo e della competitività in rete. Oggi non possiamo pensare di rivolgerci ad interlocutori che agiscono in rete ignorando che l’unico tratto comune che questi mostrano è la propria ambizione, culturale, sociale, economica, o anche solo personale, ad affermare la propria identità, quello che Bauman chiama “ la nuova lotta di classe, la lotta per apparire”.
Obama negoziò punto per punto il suo programma sull’ambiente, la net neutrality, il copy right, la digitalizzazione del paese. E portò 39 milioni di americani digitali che non avrebbero votato alle urne.
Cosa propone invece in Italia il candidato di Roma o Napoli ad un cittadino, ad un quartiere, ad una community per il futuro: vinceremo insieme o no e come ?

Parlare in rete significa condividere e concordare strategie e non solo fedi. Il silenzio digitale che segue ogni frenesia propagandistica ci dice che siamo ancora lontani, troppo lontano per dare un’affidabile aspettativa al popolo digitale. E dunque non stupiamoci se il popolo digitale ignora le tirate di giacca.

Primarie PD: alla ricerca di innovazione

 pd

 REPORT DALLE REGIONI

 CAMPANIA

di Osvaldo Cammarota

Il 15 dicembre su l’Unità, nel sostenere la richiesta di Bersani capolista a Napoli, avevamo già segnalato quanto fosse magmatica la situazione nella nostra regione. Avevamo anche suggerito qualche accorgimento per mitigare il rischio di presentare sempre le stesse facce, per non alimentare i mai sopiti conflitti interni al PD. Non abbiamo avuto riscontro.

La lotta per le prime posizioni (quelle più ambite per essere nominati in Parlamento) è destinata a svolgersi senza esclusione di colpi tra “signori delle tessere” e “campioni di voto clientelare” che ancora dispongono di qualche rendita dalle passate e poco esaltanti stagioni.

Colpisce l’esclusione di Mazzarella e Ciriello, due autentiche espressioni della società civile che hanno ben figurato nella legislatura che si sta chiudendo. La loro rinuncia a partecipare alle primarie ci sembra la conferma alle nostre peggiori preoccupazioni.

Confermiamo le nostre raccomandazioni. Se Bersani vorrà “metterci la faccia”, si abbia almeno un listino che possa bilanciare il deficit che si registra rispetto alle sue intenzioni di “… sviluppare i contenuti e i caratteri di governo del Centrosinistra” e …“aprire opportunità alle nuove generazioni”.

Non veniamo meno, tuttavia, all’impegno assunto con la lettera del 20 dicembre di Innovatori Europei al PD.

Sosterremo i candidati che maggiormente si avvicinano al profilo che Bersani vuol dare al PD e che meglio possano corrispondere alla domanda di qualità e innovazione politica.

E’ una ricerca facile, talmente sono pochi. Tra quei pochi, la selezione riguarderà una Donna e un Uomo che abbiano dimostrato qualità e correttezza politica nei loro comportamenti nel tempo. Siamo convinti che “il tempo è galantuomo e i galantuomini si trovano nel tempo”.

In Campania ci vorrà ancora qualche tempo, ma esprimiamo ancora una volta fiducia che anche il Mezzogiorno, prima o poi, saprà contribuire a processi di innovazione più celeri e ancor più necessari nei suoi territori. Diversamente, il PD non sarà il “motore” del cambiamento che tutti auspichiamo.

 

Nel nome della patrimoniale

patrimonialedi Fabio Agostini

In Italia, la necessita’ di assegnare le parole ad esclusivo uso di una  parte politica, ha lasciato il paese fermo al dualismo di Peppone e Don Camillo dove, se parli di stato sociale (pensioni, istruzione, sanita’), se parli di un sistema impositivo equo, se parli di patrimoniale, allora sei un comunista da cui ben guardarsi; mentre se parli di liberalizzazioni vere e non quelle finte di Monti, se parli di privatizzazioni vere e non finte come quelle di Amato, se dici che tutto il casino sull’art.18 e’ solo un polverone inutile, allora sei necessariamente di destra o peggio ancora fascista.
 
In Italia e’ difficile se non impossibile immaginare che una persona possa condividere le idee dello stato sociale e di un sistema privato o di mercato che dir si voglia;
 
sembra impossibile che uno parli di patrimoniale o sistema impositivo equo ed economia libera. Se nella gran confusione nessuno se ne e’ ancora accorto, socialdemocrazia liberale, il pensiero del tanto acclamato quanto poi velocemente dimenticato Einaudi (Agosto del 2011), e’ proprio la coesistenza di queste idee.
 
Cosi’ come il pifferaio magico che suonando portava a spasso i topi, la politica Italiana di sinistra, meglio se estrema, usa la parola Patrimoniale per attirare voti, i voti di quelli che si riconoscono, piu’ per credo religioso che per altro, nel Peppone di cui sopra. Ed ecco che la parola patrimoniale e’, nei salotti della “sinistra moderata”, come l’Innominato del Manzoni, mentre viene sventolata del duo politico Vendola-Di Pietro.
 
Di questi sinistroidi Italiani io ho le mie riserve: Di Pietro ministro dei trasporti, Vendola braccio destro di Bertinotti, la sinistra in generale, sostenevano il governo Prodi del ’96, governo in cui il ministro degli interni era Napolitano, che non era stato eletto nel collegio uninominale ne’ in nessuno dei collegi proporzionali nei quali era candidato. 
In Italia c’e’ d’aver paura dell’anti-democrazia piu’ che dell’anti-politica. 
In generale poi, la sinistra Italiana, ha politiche economiche che, a mio avviso, sono piu’ di stampo ideologico e poco si addicono ad un modello di socialdemocrazia liberale che coniughi la necessita’ di uno stato sociale con la consapevolezza dell’esistenza di un libero mercato privato in settori non definibili sociali come tali.
 
Anche se non mi riconosco nella sinistra Italiana per via delle politiche economiche, la patrimoniale, dal punto di vista fiscale, e’ un’idea tanto nobile quanto condivisibile e da appoggiare. Tuttavia penso che il concetto di patrimoniale nella testa di queste persone sia concepito come: stante tutte le tasse attuali, colpisco il patrimonio di per se e non la rendita generata dal patrimonio; insomma una sorta di esproprio proporzionale con scorporo per utilizzare termini da legge elettorale Mattarella, tanto cara alla sinistra.
 
La tassazione di sinistra in Italia e’ tanto ideologica quanto dannosa e stupida: basta pensare alla tassa sul deposito titoli che colpisce e punisce piu’ il concetto di deposito titoli che non la rendita generata dalla ricchezza, in quanto e’ un importo fisso per scaglioni di importi. In altre parole piu’ hai e meno paghi.
 
La patrimoniale ha un senso se vista all’interno del sistema fiscale e non come un pezzo a se stante. L’introduzione della patrimoniale richiederebbe una revisitazione profonda del sistema fiscale incluso il sistema redistributivo.
 
In temini sintetici il sistema impositivo e’ fatto di tasse dirette che colpiscono reddito e patrimonio, e tasse indirette come l’IVA, le accise, i bolli, notoriamente inique perche’ incidono sulla parte del reddito destinato al consumo e non sul reddito per se. Argomentazioni a favore della patrimoniale sono il fatto che oggi, in Italia, il sistema fiscale e’ sbilanciato verso l’imposizione indiretta generando un carico fiscale iniquo. La patrimoniale andrebbe utilizzata per semplificare il sistema fiscale e per riequlibrare il gettito tra imposte dirette e indirette al fine di ridurre le seconde e redistribuire equamente il carico fiscale delle prime tra reddito e rendita generata dal patrimonio.
 
La patrimoniale ha un senso logico ed e’ giusta quando erode la rendita e non il valore di cio’ che produce la rendita. Il patrimonio, e quindi la ricchezza che produce rendita, puo’ esse costituito da attivita’ reali (immobili e terreni) o attivita’ finanziarie (titoli). L’IMU, di cui se ne fa un’uso distorto in quanto finanzia le spese dello Stato e non le spese sostenute per l’erogazione di servizi da parte dall’amministrazione dove l’immobile e’ ubicato, colpisce l’immobile in quanto tale, tassandolo simultaneamente sia come ricchezza sia come fruizione di servizi. L’IMU dovrebbe essere una tassa funzionale al federalismo e decentramento dello Stato, una tassa volta a finanziare gli organi governativi territoriali per l’erogazione dei servizi a livello locale e non volta a finanziare la spesa del governo centrale.
 
Una tassa sulla rendita da patrimonio dovrebbe adempiere la funzione di finanziare lo Stato: in tal senso reddito e rendita dovrebbero essere equiparati se non si vuole incorrere nel rischio che lo Stato si trasformi in un Robin Hood all’incontrario dove il povero finanzia il ricco. Le storture del sistema impositivo si riflettono poi sul sistema redistributivo se la rendita viene privilegiata rispetto al reddito.
 
In Italia di esempi ce ne sarebbero a migliaia, uno dei quali potrebbe essere il mio che da studente, negli anni ‘90, il cui reddito familiare era eccessivo per l’assegnazione di un posto camera dell’universita’, vedevo persone che dormivano alla casa dello studente con cellulari, avevano la loro auto, e vestivano con capi di abbigliamento che io neanche potevo sognare di comperarmi. Come diavolo era possibile che con mio padre pensionato, mia madre insegnante e la casa dove abitavamo di proprieta’ sulla quale pagavamo l’ISI – oggi IMU – eravamo considerati piu’ ricchi di quelli che io reputavo paperoni?
 
Era veramente tutto dovuto all’evasione? Certo, se sei un libero professionista e guadagni 100 ma ne dichiari 20 su cui paghi 2 di tasse, sei considerato “povero” perche’ il tuo guadagno e’ solo 20 e quindi ti viene assegnato l’alloggio anche se in realta’ paghi solo il 2% di tasse su quello che in realta’ guadagni: 5 volte tanto quello che dichiari.  Tuttavia, sapendo che la ricchezza deriva dal reddito (anche se evaso), sapendo che la ricchezza e’ molto piu’ difficile nascondere, era chiaro come il sistema fiscale Italiano punisse il reddito ineludibile (pensione e lavoro dipendente) lasciando non solo impunita l’evasione, ma anche la rendita che da essa se ne generava.
 
La patrimoniale dovrebbe essere vista come una tassa che equipari la rendita al reddito: se lavoro e guadagno 30 mila euro l’anno e pagho il 35% di tasse perche’ se ho 3 milioni di euro in BOT o BTP che mi rendono l’1% (30 mila euro) ci devo pagare solo il 12,5%? e non solo, visto il fatto che non costituiscono reddito in base all’erogazione di servizi, magari ho pure l’ospedale gratis, l’alloggio per mio figlio studente, e cosi’ via.
 
Io si, sono per la patrimoniale, ma non intesa in senso punitivo: non devo punire il ricco perche’ e’ tale espropriandolo di quel che ha. La patrimoniale deve fare in modo che la rendita finanziaria e le altre rendite vengano sommate insieme ai redditi sui quali venga poi applicata l’aliquota fiscale e sui quali redditi piu’ rendite vengano poi stabiliti i criteri economici di erogazione dei servizi. Se cosi’ fosse, anche rimanendo impunita l’evasione sul reddito, non appena il reddito evaso si trasforma in ricchezza sarebbe soggetto a tassazione su patrimonio equiparato e reddio e quindi non piu’ ineludibile o soggetto a trattamento privilegiato. Se questa rivisitazione del sistema fiscale venisse posta in atto, si libererebbero risorse prevalentemente volte al consumo per via di una redistribuzione del carico fiscale tra fasce di reddito  e rendita realmente percepita.
 
Tuttavia sono rassegnato al fatto che in Italia una vera socialdemocrazia liberale non esistera’ mai. La nostra politica di destra mai pensera’ ad una patrimoniale che equipari rendita a reddito perche’ e’ da comunisti cattivi, mentre coloro che gridano ad una tassa che colpisca il patrimonio sembrano essere piu’ interessati all’effetto pifferaio piuttosto che alla realizzazione dell’idea, visto che urlano patrimoniale come slogan di rivincita per le elezioni senza neanche dirci cosa intendono per patrimoniale, perche’ in realta’ neanche loro lo sanno.

Gli Innovatori Europei si fidano di Bersani

Innovatori-Europei-def(Per adesioni: infoinnovatorieuropei@gmail.com)

Le regole delle primarie per i parlamentari sono quanto realisticamente si poteva fare, nella situazione data, per mitigare gli effetti disastrosi del “porcellum” sul sistema democratico.

Restano da superare ostacoli alla piena partecipazione di “militanti associativi” alla vita democratica del PD, ma confidiamo che il processo di innovazione culturale avviato con Bersani, possa rivitalizzare le organizzazioni del Partito, in tutti i livelli e le aree culturali che in esso si riconoscono. Le prossime elezioni sono solo una tappa di tale processo.

La fiducia radica nella scelta fatta dal PD per la nomina dei Consiglieri di Amministrazione alla RAI, di valore emblematico: più competenza e meno appartenenza, meno “politica” e più capacità e qualità per amministrare. E’ un fatto che incoraggia le ragioni della fiducia.

Siamo persuasi che questi stessi criteri informeranno le scelte di Bersani per il “listino” e, pertanto, esprimiamo sin d’ora pieno rispetto per le decisioni che saranno assunte.

Innovatori Europei ha già testimoniato il pieno e leale appoggio a questa prospettiva di cambiamento. Nel corso delle ultime primarie per scegliere il candidato premier del centrosinistra, I.E., intorno alle idee di Bersani, ha portato la passione e il contributo del capitale umano che milita dal 2006 nella propria Associazione, costituendo 8 comitati territoriali in Italia e all’estero.

Negli ultimi anni, I.E. ha costantemente coltivato la “domanda” di innovazione politica che generò intorno alla prospettiva di costruire un “partito nuovo”.

Evoluzione dell’Associazione per il Partito Democratico, ne ha raccolto le idealità fondative quando l’ApD -per previsione statutaria- fu sciolta all’atto della formale costituzione del PD.

Gli sviluppi successivi non sono stati quelli auspicati nei documenti fondativi del PD.

Numerosi “militanti associativi”, attratti dalla suggestiva idea di unire i riformatori, non hanno trovato accoglienza nel confuso e conflittuale processo costitutivo del PD.

Molti hanno proseguito la propria “militanza associativa”, in I.E. e in altre forme.

Oggi l’Associazione è presente in 10 regioni di Italia e in varie realtà europee ed internazionali, con nuove “gambe e cervelli” tra gli italiani all’estero, nel mondo dell’arte, della cultura e delle professioni, in vaste aree dell’ambientalismo, in organizzazioni europeiste, nel mondo delle emittenti locali e nella vivida giovanile cattolica.

E’ di questo capitale umano che, orgogliosamente, Innovatori Europei si fa interprete e portavoce.

Con questo spirito I.E. apporterà il proprio contributo per il pieno successo, delle primarie e del Centrosinistra alle elezioni.

Si confida che Bersani e la Direzione del PD sappiano coerentemente riconoscere il valore della “militanza associativa diffusa”. Si tratta di energie in grado di dare qualificati apporti all’innovazione politica e istituzionale che si dovrà attuare nei prossimi mesi nell’intero paese.

Roma, 20 dicembre 2012

I primi firmatari

Massimo Preziuso, ingegnere, Presidente IE

Francesco Augurusa, ingegnere, IE Calabria

Giovanna Barba, avvocato, IE Calabria

Tonio Barba, avvocato, IE Calabria

Giuseppina Bonaviri, psichiatra, IE Lazio

Cesare Bramante, consulente, IE Lazio

Filippo Bruno Franco, manager, IE Piemonte

Aristide Calcagno, ingegnere, IE Sicilia

Osvaldo Cammarota, operatore di sviluppo territoriale, IE Campania

Stefano Casati, economista, IE Lombardia

Mario Coviello, libero professionista, IE Basilicata

Paolo Di Battista, manager, IE Lazio

Mario Di Gioia, sindacalista, IE Liguria

Antonio Donato, consulente Lega Autonomie Campania, IE Campania

Bruno Esposito, ricercatore universitario, IE Campania

Deo Fogliazza, consulente marketing, IE Lombardia

Laura Leonardis, Esperto di Politiche Comunitarie e  Sviluppo Locale. IE Sicilia

Claudio Luongo, consulente aziendale, IE Campania

Gabriele Moccia, assistente parlamento europeo, IE Brussels

Francesco Mortelliti, avvocato, IE Calabria

Nicola Pace, ricercatore universitario, IE Basilicata

Asif Parvez, manager, IE India

Daniele Preziuso, ingegnere, IE Basilicata

Giuseppe Preziuso, insegnante, IE Piemonte

Daniele Rachieli, consulente, IE Calabria

Luigi Restaino,  ingegnere, IE Lazio

Andrea Sabatino, ingegnere, IE Campania

Paolo Salerno, ricercatore universitario, IE Basilicata

Rainero Schembri, direttore Euronews, IE Brics

Francesco Silvalaggio, presidente Cts VV, IE Calabria

Giuseppe Spanto, ingegnere, IE Progetti

Teresa Luisa Scherillo, giornalista, IE Campania

Sergio Vellante, docente universitario, IE Campania

Salvatore Viglia, avvocato, Direttore rivista IE

Lucy Antonini , farmacista, Roma

Bianca Clemente, Napoli

Sito web: www.innovatorieuropei.com

Si riparta dalla cultura

culturadi Giuseppina Bonaviri su L’Unità

Perché finalmente un vero soggetto politico sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere i bisogni di un intero paese includendo una pluralità di attori si riparta da nuove soggettività.

I partiti politici attuali, in un modello di democrazia che non può più esaurirsi nella rappresentanza e nella delega, necessitano del supporto di nuove soggettività.

La buona politica avrebbe bisogno di concentrare intelligenza, passione, energia attorno a questioni di rilievo come la cultura e l’alta formazione restituendo speranza, fiducia nel futuro ed invece si trova prigioniera di autoreferenzialità e di schieramenti indifferenti. La buona politica non può soffrire di solitudine, deve essere fatta di competenza, spirito di servizio, buon senso, giustizia sociale, pragmaticità e dall’idea fondamentale che ciascuno è responsabile della comunità presente, in cui vive ed opera, e della comunità futura che lascerà in eredità.

Vogliamo tornare a crescere ed intendiamo costruire un punto di riferimento per tutti coloro che, preoccupati della spirali in cui l’Italia e l’Europa sembrano destinate ad avvitarsi, siano decisi responsabilmente a dare un contributo e a delineare una nuova visione e una nuova pratica politica disponibile alle innovazioni, che la possano rendere vera protagonista della storia attuale .

La politica è spazio privilegiato per la costruzione del bene comune, ovvero del bene di tutti e di ciascuno, e quindi è solo allargando i confini entro i quali si concretano l’autonomia e le capacità creative della società civile che si ripristina lo Stato di diritto, oggi latente, nel segno della centralità e dell’autonomia della Persona.

 Il capitale più importante è costituito dalle persone e dai loro carismi, dalle loro specificità.

Solo con un ripensamento profondo del rapporto fra Stato e cittadino che si fa processo si può prevedere un gran numero di luoghi e livelli di partecipazione rinnovata quale piattaforma culturale per progettare relazioni.

La cultura può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze.

Si chiedono risposte coinvolgenti e visionarie che necessitano di un abitato partecipato, di uno spazio pubblico liberato e diffuso per la costruzione di un fronte di convergenza collettiva che veda al centro lavoratori della conoscenza, intellettuali, artisti, scienziati. Questi sono gli Innovatori Europei.

Non ci può essere evoluzione ed alternativa senza nuove soggettività collettive che ripartendo dai saperi promuovano incontri e momenti partecipativi significativi per riconquistare la nuova centralità del nostro paese.

Non è solo questione di soldi

BagnoliOsvaldo Cammarota* per Repubblica Napoli – 18/12/12

Nella lucida e inoppugnabile disamina fatta da Pasquale Belfiore (Repubblica Napoli del 16/12) emergono ancor più i motivi per cui sarebbe auspicabile una forte innovazione nel pensiero e nell’azione delle classi dirigenti per reagire alla crisi.

Si potrebbe facilmente aggiungere che non una parola è stata detta sulle consistenti risorse residue comunitarie del periodo 2007-2013 ancora da riprogrammare. Ma non è questo il punto. Non è solo questione di soldi.

Sosteniamo da tempo che le risorse non mancano. Manca efficacia ed efficienza al sistema pubblico, c’è un sistema imprenditoriale e sociale che, il larga parte, è ancora convinto di poter superare la crisi negoziando risorse pubbliche. Temo che non vi sia piena e condivisa consapevolezza sulla crisi di sistema, epocale, che si sta attraversando.

E’ per questa ragione che siamo rammaricati per l’assenza degli Assessori del Comune di Napoli al confronto sulla opportunità di sperimentare concretamente la formula dell’Economia Sociale di Mercato per Bagnoli. A parte un gradito messaggio di Alberto Lucarelli, abbiamo appreso dalla stampa che il Comune di Napoli, nella sua massima espressione di rappresentanza, era impegnato a discutere con l’ACEN sulla crisi del settore edilizio. Ma cosa ha impedito ad altri di partecipare ad un confronto sugli scenari che potrebbero dare risposte innovative ai medesimi problemi?

Siamo fiduciosi che parte degli impegni solennemente assunti saranno mantenuti. Ma siamo purtroppo abituati ad annunci clamorosi che non sempre sono stati seguiti da percorsi procedibili. Staremo a vedere.

Tra questi, ci preoccupano in particolare le “sorprese per Bagnoli” preannunciate per Gennaio. Di cosa si tratterà mai? Andremo di nuovo sulle piazze finanziarie di Londra? Faremo patti vantaggiosi con Banche che, al momento, sembrano più impegnate a tenersi in piedi che ad esercitare la loro ragione sociale? Negozieremo con il Ministero dell’Ambiente la “riduzione della perimetrazione del sito di interesse nazionale di Bagnoli-Coroglio”? Se è questo, confermiamo tutte le nostre preoccupazioni, ma non intendiamo addensare lo scenario con ulteriori, inutili e inconcludenti polemiche. Ci riserviamo di dire la nostra quando conosceremo più dettagliatamente il “coniglio” che sarà estratto dal cappello.

Intanto siamo ben lieti di aver potuto discutere con i cittadini che aspirano a vivere abitare e produrre nel territorio che verrà, con Bagnolifutura, con dirigenti sindacali, rappresentanti imprenditoriali, dell’artigianato e del mondo finanziario, sulla credibilità e affidabilità delle proposte progettuali messe in campo per Bagnoli. Ci siamo convinti che il rilancio dell’economia, specie nella nostra città, richiede la partecipazione e la convergenza attiva di tutti questi settori sociali, non solo per Bagnoli.

Da tutti è stata notata la clamorosa assenza delle rappresentanze istituzionali di governo della città, ma continuiamo a confidare nelle dichiarate intenzioni di ascolto dell’Amministrazione comunale. Nei salotti buoni della città non si raccoglie tutta la comunità cittadina. Non ci sarebbe nemmeno lo spazio fisico. Sarebbe conveniente per la Politica e le Istituzioni dimostrare davvero di voler superare le vecchie consuetudini di accordi tra “poteri forti” (anche perchè non ne vediamo in giro) e misurarsi con la società e l’economia reale.

* Innovatori Europei Campania, Coordinatore della Banca Risorse Immateriali

 

Un’agenda in cinque punti per evitare il declino

crisis di Francesco Grillo (su Il Messaggero del 17 Dicembre 2012)

Sono cinque i nodi programmatici che una coalizione che volesse affermarsi alle elezioni e avviare un’azione di governo con l’ambizione di durare nel tempo, dovrà sciogliere nelle prossime settimane. Perché è dalla capacità di affrontarli che dipende la possibilità per un qualsiasi governo di vincere la sfida della crescita in un Paese fermo da vent’anni. Ed è dunque dal consenso su tali scelte che dovrebbero dipendere anche le decisioni sulle discese in campo e sulle alleanze. Paradossalmente è proprio Monti che ha le maggiori possibilità di indicare come superare alcuni dei limiti dell’agenda del proprio primo governo e trasformare un’esperienza di salvataggio in un progetto di cambiamento in grado di coinvolgere l’intera società italiana.

In primo luogo, continua ad essere indispensabile una modifica drastica della distribuzione della spesa pubblica tra poste diverse ed, in particolare, bisognerà spostare risorse dal supporto del passato all’investimento in futuro. Nonostante che proprio sulle pensioni il Governo abbia fatto la sua riforma più coraggiosa, il paradosso continuerà ad essere enorme anche per i prossimi anni: spendiamo in pensioni cinque volte di più di quanto non investiamo nella scuola di ogni ordine e grado, università e ricerca; più di qualsiasi altra nazione e se solo riallineassimo la spesa italiana a quella dello stato con il più avanzato welfare nel mondo (la Germania) potremmo risparmiare ottanta miliardi di euro all’anno. Una cifra così grande da metterci potenzialmente nella condizione di poter raggiungere obiettivi che sono attualmente fuori dalle nostre possibilità: riportare la spesa per Università e Scuola al livello dei Paesi che maggiormente puntano sulla conoscenza come fattore di sviluppo; ma anche garantire a tutti un salario nei periodi di inoccupazione e percorsi di reinserimento nel mondo del lavoro. Per riuscirci bisognerà avere il coraggio di mettere in discussione il totem dei diritti acquisiti. Convincendo anche gli anziani di questo Paese che conviene anche a loro un welfare più dinamico e che dia opportunità ai propri nipoti.

In secondo luogo, è necessario che chiunque gestisca risorse pubbliche risponda dei risultati della propria azione nei confronti dei cittadini. Il problema più grosso, infatti, non è il costo della politica e, forse, neanche la disonestà di chi si occupa di risorse pubbliche. Ma che non abbiamo nessuna idea di quanto renda un ospedale, una scuola o un ministero, che nessuno è pagato o selezionato sulla base di una prestazione misurabile e che, dunque, gli stessi fenomeni di corruzione vengono identificati solo quando essi sono diventati patologici ed è troppo tardi per evitarne il danno. Ma qualsiasi ulteriore riforma che andasse in questa direzione, avrebbe bisogno assoluto che venisse colmata, contemporaneamente, la lacuna più importante della pur difficile riforma del mercato del lavoro tentata dalla Fornero: se i dipendenti pubblici continuano ad essere inamovibili, qualsiasi faticoso processo di revisione della spesa pubblica è destinato a risultati modesti e le stesse amministrazioni pubbliche sono condannate alla obsolescenza se hanno la sola leva del blocco delle assunzioni per ridurre i costi.

Sul fisco e sulla giustizia – a differenza di ciò che è successo per pensioni e lavoro – il Governo non ha praticamente cominciato. Eppure è su questi due aspetti – più che su altri – che ci giochiamo partite di straordinaria importanza: non solo sul piano dello sviluppo economico e della possibilità di attrarre o trattenere imprese e professionisti innovativi, ma anche di quello della fiducia necessaria per la tenuta di un qualsiasi patto sociale tra Stato e cittadini.

Sul Fisco va stabilito con chiarezza definitiva che tutte le entrate addizionali create dalla lotta all’evasione devono essere destinate a ridurre il peso delle imposizione fiscale rispetto al PIL. Ma non meno importante è impegnarsi – anche a parità di gettito – a ridistribuirlo per correggere il vantaggio che il nostro sistema fiscale produce a vantaggio di chi gode di rendite senza spostare un dito e a detrimento di chi vive del suo lavoro. È giusto insistere che tutti contribuiscano e, tuttavia, per non ridurre gli anatemi contro gli evasori ad un esercizio retorico, è indispensabile diminuire la complessità del sistema perché per numero di giorni necessari per determinare quanto bisogna versare l’Italia fa registrare una delle sue prestazioni più disastrose (secondo la Banca Mondiale, siamo al centotrentunesimo posto nel mondo). Ed è, ovviamente, proprio l’incertezza che rischia di far fuggire il contribuente onesto e creare la tentazione a delinquere per chi lo è di meno. Non meno importante è ricostruire un rapporto di correttezza tra Stato e cittadini anche negli stessi processi di controllo e recupero di imponibile e che in aree vaste del Paese, soprattutto al Nord, ha prodotto rivolte e suicidi: da una parte, bisognerà riconoscere gratificazioni significative legate alla capacità delle agenzie dello Stato di colpire chi crea per se stesso un vantaggio competitivo evadendo; ma, dall’altra, se vogliamo tornare a standard di civiltà spesso saltati nell’emergenza, bisognerà trovare il modo per riconoscere una compensazione significativa ai contribuenti costretti a difendersi da errori.

Principi simili valgono per la giustizia: stiamo, probabilmente, entrando in un’era nuova, non più condizionata dalla centralità di Berlusconi e che potrebbe vedere la fine dell’interminabile guerra di trincea tra chi ritiene intoccabile la magistratura e chi, invece, ne contesta la politicizzazione. Un approccio più pragmatico suggerirà che la soluzione del problema passa, anche in questo caso, da una maggiore responsabilità dei magistrati nei confronti dei cittadini e da una riorganizzazione guidata dall’osservazione di quanto possano essere diversi i risultati ottenuti da tribunali diversi.

Infine, l’Europa. Anche qui non si tratta solo di stabilire se essere più o meno euro entusiasti o euroscettici. Ma di fare scelte precise, a partire da quelle relative alla definizione del budget comunitario nei primi mesi del prossimo anno. Non solo perché la crisi europea non è meno profonda di quanto lo sia quella italiana, e rende indispensabile approcci radicalmente diversi da quelli seguiti negli ultimi decenni di inerzia e costruzione dall’alto. Ma anche perché se volessimo assumere un ruolo in linea con la nostra storia e il contributo (il più alto tra tutti i ventisette soci dell’Unione) pagato dal nostro Paese ogni anno al budget europeo, non possiamo più essere delegittimati dalla difesa dei comportamenti di alcune nostre Regioni che non riescono a spendere i fondi strutturali e degli interessi di un’industria agroalimentare che in alcuni settori vive esclusivamente di contributi comunitari.

È possibile riuscire a costruire una società italiana finalmente più dinamica e contemporaneamente più giusta. Per riuscirci, però, bisognerà spazzare via antiche certezze, convincendo chi è stato finora escluso a partecipare e chi ha vissuto di privilegi che il cambiamento non ha alternative. Sarà necessario dire la verità e suscitare speranza: potrebbe riuscirci un professore di economia.

Servono persone competenti

competenza

di Arnaldo De Porti su L’Unità

 Nessuno può essere contro l’affermazione di cui a titolo per cui, ripetendone il concetto,  siamo tutti d’accordo.

Questo pensiero condivisibile appunto in toto mi ha offerto l’input per dare una scorsa alla stramaggioranza di quelle facce della politica italiana, molte sedute in parlamento ed altre nei consessi regionali-provinciali e comunali, allo scopo di tentare una cernita di quelle facce che, secondo il mio punto di vista, potrebbero non essere incluse perchè non preparate.

Ebbene, provateci anche voi, ma per me, ve lo assicuro,  è stata una faticaccia che, per fortuna, o più appropriatamente, per disgrazia, ha avuto un risultato più veloce del previsto, potendo esso essere riconducibile, più o meno, al numero delle dita di una-due mani.

Nel Pdl, il teatro della politica, con giravolte, contorsioni, barzellette, veline a seconda del prezzo, ma soprattutto attraverso la conduzione di un “padrone delle ferriere”, è stato totale, con l’anomalia secondo la quale, rispetto  a ciò che succede nei teatri veri in caso di successo delle rappresentazioni, gli spettatori non sono-saranno disposti a chiedere il….bis. Insomma, in questo teatro, sono falliti tutti gli attori, gli scenografi e soprattutto l’impresario.

Che dire del Pd ? Anche qui non c’è da stare eccessivamente allegri malgrado il successo delle primarie in quanto i noti scandali finanziari che l’hanno direttamente o indirettamente investito,  hanno non solo ossidato il partito, ma anche offerto molte occasioni da parte del Pdl per attaccarlo ad ogni piè sospinto: in questo caso,  l’impresario invece è rimasto in piedi insieme con qualche  suo braccio destro, al contrario di quanto sta succedendo nel Pdl ove, tutti o quasi,  si stanno riversando in vari rivoli, cambiando faccia e collocazione pur di non uscire dalla scena,  non sentendo più i battimano (ipocriti o sinceri che fossero)  ormai da qualche anno.

L’UDC, attraverso il suo leader sta facendo casino, intorbidendo le acque al punto che ormai nessuno più si fida, determinando problemi allo stesso impresario del Pd che lo vorrebbe sì, ma come una specie di riserva in campo (“Non saremo piccoli ed accomodanti come vorrebbe il Pd” – gli ha risposto ieri il diretto interessato).

Vale la pena di parlare dei vari Vendola,  dei Di Pietro e di quel polo di centro appena abbozzato dai vari Fini, Montezemolo, Casini and co., lisciando il pelo a Mario Monti solo allo scopo di sopravvivere di luce riflessa, e che ora vorrebbero subentrare nella scena, in aggiunta ad altri teatri politici ?

A questo punto le messe in scena vere dei vari Grillo hanno una ragione d’essere, anche se prive di una vera “scenografia” politica, tanto da farmi pensare – come ho scritto ieri – che anche il populismo a volte racchiude forti verità..

Ed allora ? Non penso che Monti faccia bene a ricandidarsi perché altrimenti, come ha detto giustamente D’Alema, egli finirebbe per fare un torto all’uno o all’altro dei partiti che sin qui l’hanno sostenuto e l’Italia ridiventerebbe ancor più ingovernabile.

Il guaio è, e concludo,  che sarà difficile trovare persone preparate ed oneste, come da esplicita richiesta fatta da Monti ed enunciata nel titolo del presente pezzo, perché nel frattempo quelle impreparate e disoneste  hanno già o stanno tessendo ora la tela per ricollocarsi in quegli scranni riempiti con molto anticipo da potenti dosi di colla.

E gli Italiani ?  Saranno costretti a rivedere le stesse facce per il resto della loro vita ? Fra un…porcellum e l’altro ?

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