PD
La generazione dannata: la disoccupazione giovanile come questione morale
Di Francesco Grillo su Il Messaggero
Fa bene Enrico Letta a fare della lotta alla disoccupazione giovanile una questione morale di primo ordine. Nel 2012 sono stati un milione e trecentomila i giovani che in Italia erano fuori da qualsiasi impegno di studio o di lavoro: è un dato che la crisi economica ha reso ancora più drammatico, raccontando di milioni di esistenze che rischiano di perdere senso. In realtà però, anche nel 2007, prima della grande crisi, l’Italia era il Paese che faceva registrare quella che era, di gran lunga, la più alta percentuale di persone tra i 15 e 24 anni completamente inattivi. Per reagire non è sufficiente aspettare la crescita, e, neppure, appaiono risolutivi gli interventi sulle regole che disciplinano il mercato del lavoro. La priorità, che certamente Enrico Giovannini ha ben presente, è costruire meccanismi in grado di avvicinare in maniera sistematica ed efficiente le competenze degli individui (non solo quelli giovani) alle richieste delle imprese.
In effetti, il fatto che, dovunque, in Europa e nel mondo, la disoccupazione giovanile è significativamente più alta di quella relativa alla popolazione nel suo complesso costituisce un paradosso doloroso che gli economisti non riescono ancora a spiegare: in teoria le persone giovani dovrebbero avere una flessibilità maggiore ed un bagaglio di conoscenze maggiormente adatto per inserirsi in un mondo del lavoro dominato dalle tecnologie. Così non è, e, forse, il dato sulla disoccupazione giovanile suona anche come atto di accusa ad un apparato produttivo che, nel suo complesso, appare privilegiare la continuità sull’innovazione, nonostante la richiesta continua di flessibilità che viene dal mondo delle imprese. Ma il numero ancora più drammatico è, come si accennava, quello dei giovani che non lavorano e neppure studiano (not in employment, education or training): in Italia un giovane su cinque si trova in questa situazione, una percentuale superiore a quella della Spagna che è la pecora nera della zona Euro per ciò che concerne la disoccupazione; nel nostro Paese si trovano, peraltro, più di un quarto dei cinque milioni di giovani inattivi che si contano nell’intera zona Euro. Un primato triste che è, come abbiamo detto, solo in parte conseguenza della crisi e che, anzi, rischia di compromettere per generazioni la capacità del Paese intero di ricominciare a crescere: studi condotti in Paesi diversi quanto lo possono essere Stati Uniti o Brasile, confermano che persone restate fuori dal mercato del lavoro e dello studio negli anni più critici della propria formazione, hanno minori probabilità di trovare lavoro, tendono a perdere fiducia nei propri mezzi e a sentirsi meno inseriti nella propria comunità.
Ma cosa mettere in cima alle priorità di un Ministro che provi con pochissime risorse ad affrontare il problema in un momento così grave? Di sicuro la qualità della regolamentazione può aiutare. Tuttavia, tale nozione non corrisponde sempre al concetto di flessibilità e i dati dimostrano che non sempre un intervento sui contratti è sufficiente: anche se l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno, secondo il World Economic Forum, un vantaggio competitivo su questo aspetto, ciò non toglie che la percentuale di giovani completamente inattivi era superiore in questi due Paesi (attorno al 14% secondo l’OECD) rispetto alla Francia (12) e, ancora di più, rispetto alla Germania (9). Ed, in effetti, ciò che conta – e conta soprattutto per un giovane – non è solo di entrare in azienda, ma anche di avere un periodo di addestramento sufficientemente lungo che gli consenta di acquisire competenze trasferibili al prossimo lavoro.
In effetti, più della crescita e della rigidità dei contratti, i giovani europei ed, in particolar modo, quelli italiani, appaiono fortemente penalizzati da un altro fattore: il forte disallineamento tra le richieste delle imprese e le competenze individuali che i giovani europei maturano a scuola e nel proprio ambiente formativo. Per cinque milioni di giovani che – nella sola zona Euro – non hanno assolutamente nulla da fare, ci sono – come dimostrano studi di McKinsey – centinaia di migliaia di posizioni di ingresso nelle aziende europee che non sono occupate.
Ciò, secondo alcuni, sembra mettere in discussione la capacità che i giovani europei veramente hanno di adattarsi ad un mondo che è molto cambiato rispetto a quello dei propri genitori e che continua a farlo. Ma soprattutto esige un investimento da parte dello Stato – e della Commissione Europea che dovrà farlo per aumentare l’efficienza dei finanziamenti comunitari da spendere nei prossimi sette anni – nel rafforzamento e riqualificazione dei meccanismi di formazione professionale e degli altri servizi che dovrebbero far incontrare domanda e offerta di lavoro.
Qui però c’è un buco nero disegnato dall’esperienza degli ultimi anni: perché se è vero che bisogna investire di più in questi strumenti e altrettanto vero che – come ebbe modo di dire il Governatore della Campania, Bassolino, qualche tempo fa – la formazione spesso serve solo a pagare lo stipendio dei formatori.
La ricetta è, in teoria, semplice: pagare chi forma sulla base del numero e della qualità dei posti di lavoro generati; privilegiare fortemente i progetti al cui costo contribuiscano le imprese presso le quali la formazione si svolge; dare agli stessi beneficiari degli interventi la possibilità di spendere il proprio capitale formativo (voucher) presso l’agenzia che garantisce i risultati migliori.
Anche in questo caso ci sono interessi (economici) che producono resistenza al cambiamento; la crisi, il suo contenuto drammatico che la disoccupazione giovanile rappresenta così efficacemente, rende, tuttavia, il compito del Ministro Giovannini meno arduo e il cambiamento inevitabile.
Verso Anno Uno 2014 in Italia?
Lo si sentiva nell’aria da qualche tempo. Che l’Italia 2013 è Italia Anno Zero.
Zero nel senso dell’azzeramento, che è economico, sociale e politico.
Ma è chiaro che quando si arriva allo zero ci sono solo due possibilità davanti: rimanere fermi, a zero appunto, o tornare a crescere, ed andare verso uno.
Ci sono sempre più motivi, a voler essere anche un po’ ottimisti, per pensare che per l’Italia valga la seconda opzione.
Fino ad oggi tali ragioni erano di ordine macro – economico e di natura internazionale.
La drastica cura finanziaria montiana di “austerity depressiva”, se da un lato ha portato il Paese vicino ad un nuovo precipizio (non finanziario questa volta), tramite un miscuglio micidiale di instabilità di finanza pubblica e crollo nell’economia reale (industria e famiglie), dall’altro ha portato ad un rinnovato rispetto delle istituzioni europee verso una Italia che fatto bene – troppo, secondo molti italiani – i compiti di risanamento a casa.
Ed ecco allora che il nuovo governo Letta si è potuto da subito dedicare ad aprire dei capitoli fondamentali per il rilancio del sistema Paese. Discutendo di selettività dei tagli della spesa pubblica improduttiva, di revisione del finanziamento pubblico ai partiti, delle modalità di pagamento dei crediti insoluti della pubblica amministrazione alle imprese. Rivedendo in ottica di progressività il contributo della patrimoniale sugli immobili (IMU) e provando ad eliminare il previsto aumento dell’IVA. E portando in Europa le esigenze di un Paese stracolmo di disoccupazione e di una industria morente.
Ed è di ieri la notizia che l’Italia uscirà a breve dalla procedura europea per deficit eccessivo, potendo rapidamente liberare risorse per la lotta contro la disoccupazione giovanile (e non solo).
Ma è di oggi la notizia che certifica le altre. Alle elezioni amministrative, al netto di un serio astensionismo avvenuto principalmente nella capitale, il voto premia i due grandi partiti di governo, Partito Democratico per primo.
Il governo delle larghe intese sembra ricevere supporto da parte dell’elettorato e da domani avrà più forza per condurre il Paese verso una crescita che potrebbe partire lenta ma divenire di lungo periodo.
Il Movimento Cinque Stelle, mentre riduce (quasi dimezzando) il proprio elettorato, come da molti previsto (dopo il rifiuto al dialogo di governo con il PD), si avvia verso una fase politica matura, che sarà probabilmente denotata da maggiore qualità di proposta (e il candidato romano De Vito ne è l’immagine).
Nel Terzo Polo emerge una nuova potenziale leadership, che potrebbe caratterizzare una nuova coalizione di Centro – Sinistra: quella dell’ingegnere Marchini, vero outsider della società civile di queste elezioni amministrative romane.
La sua performance – da civico – dà ragione ad esperienze come quella di Innovatori Europei, oggi in grado di rappresentare significative fette di elettorato che non si collocano nel tradizionalismo politico, ma che hanno voglia di esprimere le proprie idee, scendendo in campo.
Ci aspetta dunque un secondo semestre 2013 in cui ci saranno tutte le premesse positive – economiche e politiche – per riportare il Bel Paese alla crescita nell’Anno Uno 2014.
Un anno che sarà per forza di cose partecipato.
Sbagliare anche questa volta sarebbe imperdonabile davvero.
Avanti!, più Luci che Ombre
di Giuseppe Mazzella
Ugo Intini è oggi un uomo di 72 anni che ha dedicato oltre mezzo secolo della sua vita all’ Idea del Socialismo Riformista facendone una “ religione laica” tentando di coniugare la teoria con la pratica. Si iscrisse al Partito Socialista Italiano a Milano, dove è nato e dove vive, a 18 anni quando frequentava il liceo classico e si presentò a 19 anni nella redazione milanese dell’ “ Avanti!”, al centralinista ,con la più banale delle richieste: “ Sono un compagno e vorrei fare il giornalista, forse può servire una mano”. Ha dato una mano all’ “ Avanti!” per 43 anni fino a diventare direttore e lo è stato per 9 anni dal 1978 al 1987, il periodo di massima espansione del PSI.
Nel PSI è sempre stato un “ autonomista”, cioè nel partito della “ Prima Repubblica” più aperto di tutti gli altri alla democrazia interna con una vastità di correnti che si chiamavano “ Riscossa”, “ Presenza”, “ Impegno”, “ Rinnovamento”, “ Unità”, e che si dividevano sull’ eterna questione del rapporto con i comunisti nell’ eterna questione di ben rappresentare il movimento operaio, Intini per tutta una vita ha sostenuto che una “ cosa” era il “ socialismo” ed un’ altra “ cosa” era il “ comunismo” e che le due “ cose” non erano coniugabili. Sostenere questo negli anni ‘ 60 e ‘ 70 del ‘ 900, quello che il grande storico marxista inglese, Eric Hobsbawm, chiama il “ secolo breve” e che è invece il “ secolo lunghissimo”, non era facile. Trovare uno spazio “ autonomo” per il PSI schiacciato tra la DC ed il PCI era impresa titanica.
Ugo Intini non si è mosso di un millimetro da quelle convinzioni giovanili nella buona e nella
cattiva sorte. Dopo la dissoluzione del PSI nel 1993 non è salito sul carro dei nuovi vincitori della destra berlusconiana ma è rimasto nella sinistra riformista tentando una ricostruzione socialista prima con lo SDI e poi con il PS di Boselli. E’ stato deputato nella Prima e nella Seconda Repubblica e vice ministro degli esteri nell’ ultimo Governo Prodi.
Dopo questo lungo percorso di vita pubblica ha deciso di lasciare una testimonianza e da buon giornalista ha voluto raccogliere i “ documenti” per inserire le sue “ riflessioni”.
Così ha scritto un libro sulla storia dell’ “ Avanti!” ( si scrive sempre con il punto esclamativo) dove ci ha messo anche la sua storia personale, le sue esperienze, i suoi ricordi, le sue verità e lo ha scritto in prima persona. Il libro si chiama: “ Avanti!, un giornale, un’ epoca – 1896-1993. Le sue pagine, i suoi giornalisti e direttori raccontano un secolo. Da Bissolati a Mussolini, Gramsci, Nenni, Pertini, Craxi” ed è edito da un piccolo editore romano “ Ponte Sisto”. Ne è venuta fuori un’ opera monumentale di 758 pagine che attraverso le cronache ed i commenti dell’ “ Avanti!” raccontano tutto il Novecento proprio alla maniera “ temporale” di Hobsbawn perché il Novecento dei Grandi Fatti comincia proprio alla fine dell’ Ottocento e finisce non nel 1999 ma almeno 10 anni prima, ma forse continua perché se è finita la Guerra Fredda questa seconda globalizzazione aggrava il divario tra ricchi e poveri e fa aumentare e non diminuire la disoccupazione in tutto il mondo dall’ unico sistema economico capitalistico.
Raccontando la nascita, l’ espansione e la morte dell’ “ Avanti!” Ugo Intini racconta veramente un’ epoca, racconta tutta la storia del Partito Socialista Italiano e dei socialisti “ stretti” nello spazio angusto tra i comunisti ed i democristiani. Ma chi erano questi socialisti? Cosa volevano? Volevano stare con Mosca o con Washington? ma cos’ era questo loro “ riformismo” ? chi era Nenni, questo romagnolo che prima era “ massimalista” eppoi divenne quasi socialdemocratico senza mai lasciare la sua “ casa”? Cosa significava questa rissosa costellazioni di correnti all’ interno del PSI? Perché una, due, tre “ scissioni” a destra ed a sinistra e poi una “ unificazione”? ma da dove arrivavano i soldi per il finanziamento dei socialisti?
Intini fa parlare soprattutto l’ “ Avanti!” questo giornale nato nel giorno di Natale del 1896 , come un “ Gesù laico” per istruire ed informare la classe operaia, per formare una classe dirigente, per realizzare una democrazia politica autentica. I successi dell’ “ Avanti!” sono il successo del riformismo così come le sue sconfitte.
Bisogna leggere e studiare questo” librone” che è stato presentato venerdì 17 maggio 2013 nel corso di una piccola riunione svoltasi all’ Hotel Carlo Magno di Forio per iniziativa dell’ editore e moderata dal giornalista Raffaele Indolfi che fu corrispondente dell’ Avanti! Da Napoli negli anni ‘ 70 e ‘ 80 prima di diventare redattore de “ Il Mattino”. Vi hanno preso parte oltre a Ugo Intini, l’ ex senatore socialista Luigi Covatta, che oggi tiene in vita come direttore “ Mondo Operaio” il mensile di riflessione dei socialisti per mezzo secolo, e l’ ex deputato comunista Berardo Impegno mentre Vito Iacono ha tenuto l’ introduzione. C’erano poche persone. Qualche giovane candidato nella lista civica “ Il Volo” al Comune di Forio ed alcuni vecchi socialisti come chi scrive questa nota, l’ ex eurodeputato Franco Iacono, l’ ex consigliere regionale Antonio Simeone e qualche altro. Ma non è stata una riunione di “ amarcord” o di “ combattenti e reduci” come ce ne sono state molte in questi ultimi vent’anni perché il PSI è morto nel 1992 , proprio nell’ anno del suo centenario, distrutto da quella che si chiamò “ tangentopoli”. L’ incontro meritava un uditorio molto più vasto.
Intini dedica un intero capitolo al biennio 1992-1993 che intitola “ il crollo” e non nasconde nulla.
Covatta ha sottolineato che “ al tempo della prima Repubblica c’ erano i giornali di partito che contribuivano ad elaborare la linea politica, come l’ “ Avanti!”, mentre oggi ci sono i giornali-partiti che pretendono di essere loro stessi partito”.
Berardo Impegno, 68 anni, professore di filosofia,ha sviluppato un intervento profondo portando la sua esperienza personale. E’ nato socialista. Giovanissimo si iscrisse al PSI che lasciò nel 1964 con la scissione di sinistra del PSIUP poi nel 1972 dopo lo scioglimento del PSIUP la sua “ confluenza” nel PCI fino a diventare deputato e segretario della Federazione di Napoli.
“ Questo libro si legge come un romanzo storico – ha detto Impegno – ed apre interrogativi forti come: qual è il senso della Politica? Quali insegnamenti si possono trarre dal passato di rotture, scissioni, unificazioni, della sinistra del PSI e del PCI per proporre oggi una “ nuova sinistra”?
Impegno si è definito un “ socialista eretico” che è “ confluito” nel PCI ma che ritiene oggi necessario costituire un “ socialismo liberale” di cui i socialisti sono stati gli anticipatori.
Ed infine Impegno ha espresso “ stima ed ammirazione” per Ugo Intini per il suo “ coerente impegno politico” e per la sua incessante apertura al “ dialogo nella sinistra”.
A questa riunione dopo molti anni, anni di liberismo sfrenato con la distruzione dello “ stato sociale”, della “ spettacolarizzazione della ricchezza” e della crescente povertà, della distruzione della Politica con la P in maiuscolo, ci siamo chiamati “ compagni” come si chiamavano i socialisti, i comunisti e gli aderenti al piccolo Partito d’ Azione.
E’ una parola di “ conforto e di gioia” ricorda Ugo Intini che fu inventata da Edmondo De Amicis, quello del libro “ Cuore”, socialista, in un fondo sull’ “ Avanti!” del 1 maggio 1897.
“ All’ “ Avanti!” e tra i socialisti per un secolo si respirerà sempre questo spirito, si avvertirà sempre l’ appartenenza ad una comunità di “ compagni” scrive Intini.
L’ osservazione di Intini è stata così toccante che ho ritenuto di intervenire ricordando quella poesia di Paul Elaurd dedicata ad un martire della Resistenza francese, Gabriel Péri, dove il poeta dice che “ ci sono parole che fanno vivere e sono parole semplici. Amore, Giustizia, Libertà. Certi nomi di fiori e certi nomi di frutti. La parola coraggio, la parola scoprire, la parola fratello e la parola compagno. Péri è morto per quel che ci fa vivere. E diamogli del tu gli hanno spezzato il petto. Ma grazie a lui ci conosciamo meglio. E diamoci del tu la sua speranza è viva”.
Ecco: a me pare che la lunga storia dell’ “ Avanti”, del Partito Socialista e dei suoi uomini e donne, grandi e piccoli, della sua tragedia finale, come ogni “ storia vivente” è fatta di Luci ed Ombre ma le Luci sono ampiamente superiori alle Ombre tanto che richiedono di essere riaccese per il Mondo che ne ha bisogno, per le nuove generazioni che debbono riconquistare la Speranza per una società civile più giusta e più umana che si può realizzare solo con un “ socialismo dal volto umano”.
Intini chiude il suo libro con la rilevazione dolorosa che l’ “ Avanti!” chiude nel 1993 senza un saluto di commiato” come un vecchio che muore di inedia dopo aver molto vissuto. Dopo una storia che, credo, valeva la pena di raccontare”.
Ripensando il Partito Democratico
di Giuseppina Bonaviri
La scorsa primavera, dopo anni di militanza civile e politica con alle spalle la costituente del Pd che avevamo fortemente voluto e che ci aveva visti in prima linea con il gruppo di donne e giovani IE, una soddisfacente candidatura alle regionali nel 2010 decisi di candidarmi alle amministrative del capoluogo ciociaro in qualità di Sindaco Indipendente con due liste civiche pure.
Volevamo lanciare un segnale forte al partito, meglio ai partiti. Il mio stato d’animo era chiarissimo: bisognava remare e con fatica contro lo status quo regnante, contro la deriva politica di un centro sinistra in autodissoluzione, criptico, garante solo in conservatorismo e rendite di posizione.
Impossibilitati a riconoscersi in spazi di malcostume, al contrario, certamente protesi all’interno di un pensiero unitario, predominate a tutela di eguaglianza e dello stato di diritto leso che negli anni era stato capace di arricchire la storia della sinistra che, nonostante minoranza, aveva comunque saputo condizionare le classi dominanti -divenendo una casa comune, sede di confronto democratico e leale, vibrante – mai avremmo potuto negare le proposte della base e degli elettori.
Chiedevamo, con i tanti compagni di viaggio che mi hanno incoraggiato e sostenuto, percorsi di riflessione aperti e criteri chiari per rilanciare una politica visionaria, alternativa e vincente: quella che aveva caratterizzato la storia migliore del popolo italiano. Ci domandavamo come rivitalizzare una sinistra che stava morendo, che perdeva la bussola, che avvizziva.
Non potevamo credere che lo sforzo che sei anni prima, per la nascita del Pd, ci aveva visti uniti, forti e sicuri andasse perso. Come tornare, allora, a diversificare un progetto e un consenso alternativo al malgoverno e al caos regnante in Ciociaria e tipico di tutta la Nazione, come ripensare un Pd e una sinistra protagonista che avrebbe potuto permettersi il superamento della Seconda Repubblica e che invece la teneva e la tiene congelata?
Per molte settimane ci siamo domandati come e dove era stato commesso l’errore della classe politica italiana che, oggi più dello scorso anno, si trovava nella incapacità di influenzare la vita nazionale, la politica locale, gli assetti sociali e culturali di intere fasce di popolazione. Le risposte era tante come i dubbi che ci assalivano. Non potevamo accettare la subalternità all’involuzione democratica determinata ed imposta coscientemente da costoro, non si poteva ammettere che un partito pensato per chiudere la transizione italiana stava invece fallendo. Non si poteva permettere che le debolezze delle classi meno agiate- che la sinistra avrebbe dovuto rappresentare- continuassero a subire insulti per diventare merce di scambio.
Andava, come va riaffermato il primato dei beni comuni.
La degenerazione nello “scambio” locale diveniva rigetto di quelli spazi di partecipazione democratica che non ci potevamo permettere di ridurre solamente a macchina di consenso per i notabili territoriali come anche le primarie andavano e vanno ripensate fuori “dall’autoconservazione della specie” di leader mediatici che continuano ad autorizzare la nascita di micro gruppi di clientele poste sotto un simbolo ed una idea che fu, un tempo non lontano, attrattiva ed imponente.
Adesso rimane il residuo di una politica debole e non convincente verso un elettorato che manifesta la sua insoddisfazione, all’interno del Pd col 40% dei voti ai nuovi rottamatori all’esterno col 25% al M5s, con tre quarti dell’elettorato esterno al Pd e che così ne riesce a detenere solo un quarto. Un Pd che continua a tenere fuori dal dibattito persino grandi personalità perdendo consensi, inoltre, proprio dal ceto meno agiato.
La mia candidatura da intellettuale indipendente a Frosinone non è stata indolore. Ha testimoniato, anticipatoriamente, le pene che si pagano causa la frammentazione e la inedita incapacità di riconoscimento delle differenze identitarie, della compattezza fuori dai conflitti locali.
Chiedevamo e chiediamo partiti ed amministratori non oscurati nelle pieghe della spesa pubblica, non incapaci di parlare ai tormenti della società e nella impossibilità di stimolare una diversa governabilità.
Chiedevamo -ed ora più di allora- capacità di innovazione e di pensiero critico avendo sottoscritto, con il nostro coraggioso gesto, un inno alla creatività sociale e civica: ci si rispose e si continua a rispondere con l’autoreferenzialità di un ceto politico sterile e cannibalesco che non mobilita coscienze, confronto pubblico e informato ne tantomeno apertura alle idee e al cuore.
Non mi ritrovavo in questa pantomima. Non potevamo accettare un partito feticcio che invece avevamo desiderato tanto per passioni lontane e visioni distinte, differenti, una sinistra ostile al suo elettorato e troppo prudente, lacerata da lotte interne, caratterizzata nei territori da personaggi senza storia, supini al potere.
Quando un partito auto digerito dal suo cambio di linea etico non si accorge che ha fatto a meno dell’Italia reale, di quell’Italia che unica e sola può rappresentare innovazione e crescita, quel partito non è più riconoscibile e non può rappresentarci.
Questa che raccontiamo è la parabola di una classe dirigente chiusa nella voragine dei propri veti, che ha interamente fallito, che dovrebbe avere il coraggio, ancor prima che si rilanci un progetto serio, di dimettersi tutta a partire proprio dai corpi intermedi e dalle sedi periferiche che ha volutamente dimenticato.
Per vincere lo smarrimento attuale c’è bisogno, allora, di abbattere la sfiducia e riscattare gli elettori rendendo possibile la rinascita di quei percorsi propulsivi che l’ultimo Pd, spento e comatoso, non ha permesso. Un rinnovato cosmopolitismo inizia dal “passare la mano” andando fuori dai personalismi e consociativismi, dallo zoccolo duro di gruppi di potere trasversali, valorizzando il principio di rispetto verso la cittadinanza attiva.
E nonostante tutto, paradossalmente, sarebbe sbagliato ritenere che il problema sia separabile dalla soluzione della crisi del Pd. Va ammesso che il Pd potrebbe rappresentare quel partito di sinistra nella cultura moderna, quella formazione capace di virulentare i luoghi del dibattere, capace di plasmare una società forte, di ascoltare e di interagire con la base solo se tornasse ad avere il coraggio di rischiare con la certezza di rimanere la solida architrave del sistema politico italiano in liquefazione.
Si sceglie un partito per dare un contributo all’amor patrio non si sceglie la politica come mestiere. Il futuro della sinistra non può rimanere una ipotesi.
Ricreare la giusta tensione vuol significare muoversi verso qualcosa. Penso ad un partito di sinistra che si lasci fecondare continuamente, che faccia della pulsione e dell’eros la sua carta valoriale, che non abbia timore a desiderare l’altro. Non è più il tempo delle economie finalizzata all’utile. Favoriamo la produzione di coscienze sane quale basi della cosa pubblica, mobilitiamo intelligenze, promuoviamo confronto aperto.
Ritenendo di non dovere essere silenti, caricandoci il peso dell’attuale spaesamento-sgomento, della protesta, della delusione e della rabbia andiamo incontro alla tristezza che ci ha pervaso. Ricostruire un progetto riformista in discontinuità con la mala gestione della cosa pubblica, un progetto politico dove riconoscersi non sia un optional è basilare per contrastare crisi economica e decadimento della democrazia.
La riflessione che ci aspetta sarà più preziosa se capace di coinvolgere tanti, oltre i confini del Pd.
Sud nei primi 100 giorni di Letta

di Francesco Grillo su Il Mattino (18 Maggio)
La distribuzione della popolazione in fasce d’età – che in qualsiasi Paese normale assomiglia ad una botte – nel Mezzogiorno d’Italia si è ormai trasformata in una clessidra: tanti anziani; un buon numero di bambini che scalpitano per andare via non appena diventano adolescenti; e sempre meno giovani, perché se dal Nord Italia a fuggire sono i cervelli, dal Sud sta emigrando un’intera generazione.
Meno giovani e, dunque, meno imprese, ricercatori e professionisti che possano sostenere quel processo di innovazione di cui qualsiasi territorio ha bisogno per uscire dalla trappola del sotto sviluppo. Questo è il tratto più nuovo e marcato che l’antica questione meridionale ha acquisito negli ultimi anni, nonché il problema più grosso che deve essere risolto da chiunque voglia provare a spezzare l’incantesimo di un ritardo che dura da un secolo.
Enrico Letta e Carlo Trigilia sanno, per esperienza, quanto è alta la posta in gioco e sanno che la partita va giocata immediatamente: entro l’estate la Commissione Europea chiede a ciascuna Regione una prima ipotesi di strategia che identifichi i vantaggi competitivi sui quali fare leva per provare a rientrare in quell’economia globale,dalla quale il Mezzogiorno è rimasto tagliato fuori per molto tempo. Queste scelte sonocondizione ineludibile per accedere ai fondi strutturali che sono parte consistente delle poche risorse pubbliche che l’Italia ha a disposizione per ottenere quella crescita che tutti invocano. Si tratta davvero – mentre l’ISTAT segnala che per il settimo trimestre consecutivo il PIL del Paese si è ridotto – dell’ultimo treno e di una priorità che deve entrare immediatamente tra quelle dei primi cento giorni di un Governo che è in carica da circa un mese: un nuovo fallimento significherebbe non solo buttare via le ultime carte che il Sud (e l’Italia) ha ancora in mano, ma anche trasformare in lamentela qualsiasi richiesta italiana di ulteriori investimenti da destinare alla crescita.
Il problema vero è trovare una strategia per rispondere a tre domande urgenti: come faccio ad investire più di 22 miliardi di euro in innovazione in territori desertificati dall’emigrazione di buona parte delle proprie generazioni più giovani? Come posso radicare nel territorio le tecnologie, le competenze che riuscissi ad attrarre evitando l’incubo di nuove cattedrali nel deserto? Come posso governare strategie di sviluppo più sofisticate rispetto al passato, con amministrazioni pubbliche che si sono, finora, dimostrate incapaci di gestire persino la spesa ordinaria?
È evidente che il Sud non ce la può fare da solo. Ma non tanto perché mancano le risorse finanziarie, ma perché, in questo momento, è sprovvisto del capitale umano indispensabile per poter competere. Anzi, di talento ne continua a produrre; ma non riesce a trattenerlo, non lo attrae e se lo attrae – magari dai Paesi del Nord Africa – non riesce neppure a riconoscerlo. Non c’è capitale umano e neppure possiamo aspettare i tempi lunghi della scuola per poterne ricostruire a sufficienza.
E allora che fare? Bisognerà ricominciare a fare scelte: scegliere i settori sui quali concentrare le risorse: la valorizzazione della cultura è candidato naturale per un’area che ha quasi lo stesso numero di siti UNESCO degli interi Stati Uniti; e scegliere i problemi – magari quelli della mobilità o dei rifiuti nelle città – ai quali applicare specifiche tecnologie per trasformare i ritardi in vantaggi rispetto agli altri in termini di qualità della vita. Sarà necessario, poi, aggregare dal resto del mondo attorno alle “specializzazioni intelligenti” che avremo selezionato, i talenti di cui è necessario disporre; costruirei presupposti – servizi, logistica, scuole (e non solo benefici fiscali generici) – che mettano gli innovatori in grado di continuare a fare il proprio mestiere anche a Salerno o a Bari; e infine sviluppare- dalle imprese e dalle università che avremo portato all’avanguardia – l’indotto sufficiente per poter radicare la conoscenza nel resto del territorio.
Bisognerà puntare tutto sulla conoscenza,la benzina che ha dato ad altri Paesi la possibilità di sfuggire alla condanna della dipendenza dal sussidio; la conoscenza che in Italia e nel Sud, per lungo tempo, è uscita dalle priorità della politica, del discorso pubblico e della programmazione economica. Facendo scelte precise per costruire esempi in grado di diventare modello. Con persone, meccanismi di governo anch’essi profondamente rinnovati sulla base della capacità di portare a casa risultati tangibili, perché è tra i dirigenti ed i consulenti che hanno fallito per anni che bisogna operare la più urgente delle rottamazioni.
Quella del Sud è una sfida che l’Italia è riuscita – unico Paese del mondo – a perdere regolarmente ogni volta. Stavolta, la crisi costringe il governo ad affrontarla per vincere e non con la mentalità di chi si limita a gestire l’ordinario per alleviare le conseguenze di un’altra delle tante sconfitte annunciate e accettate sin dall’inizio.
Costruiamo la nuova “open community” di Innovatori Europei. Insieme
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Buon compleanno all’Europa e agli Innovatori Europei
La deriva politica genera mostriciattoli
di Giuseppina Bonaviri
Decenni di instabilità nella nostra Nazione hanno provocato devastazione psicologica, sentimenti di isolamento e di disperazione di intere fasce di popolazione. Questa condizione sembra, oggi, aggravarsi per l’utilizzo inappropriato che le Istituzioni fanno dello stigma- pregiudizio amplificandone la credenza cosicché il concetto di pericolosità della malattia mentale cresce e si potenzia nell’immaginario collettivo.
Carenti appaiono i servizi sanitari e di consulenza delle comunità quale supporto del nuovo disagio per cui appare ora ancor più complicato progettare e fronteggiare adeguatamente la “privazione sociale”. Sollecitare modelli di intervento sul territorio permetterebbe di ritrovare un livello di dignità e di integrazione di quella condizione che si identifica con i nuovi stili di vita quali la precarietà, stato mentale quest’ultimo, destinato ad apportare indignazione metafora dell’elaborazione di lutto.
Gli alti livelli di aggressività quotidiana sono un simbolo dell’umiliazione patita che denuncia lo stato di privazione di ogni residuo di identità e di autonomia che rimaneva e che, con la perdita di lavoro, di casa, di impossibilità a metter su famiglia non sarà più neanche consentito di evocare. Nel sentimento di disperazione sociale c’è l’ intento suicida. Parallelamente il dolore sociale, acuto e diffuso, crea una sorta di precondizione psicologica paragonabile alla depressione di massa.
Ricordiamo che il 25% delle famiglie è esposto all’indigenza (più del 2% rispetto al dato europeo) mentre il 7% è in condizione di povertà assoluta (le famiglie più a rischio sono quelle che abitano nel mezzogiorno, quelle numerose e quelle composte da una madre sola o da anziani soli).
E il governo che fa? Sostanzialmente rimane muto al problema mentre ogni giorno 615 nuovi poveri avanzano.
Alla fine del 2013 verrà ampiamente superata la soglia di 3,5 milioni certificata ufficialmente dall’Istat per il 2011 pari a oltre il 6% della popolazione e difficilmente si potrà tornare ai livelli del Pil pre-crisi prima del 2019 se non si interverrà nell’immediato per aumentare la capacità di spesa delle famiglie italiane e del ceto medio.
Per tutto il 2013 il PIL continuerà a scendere di un -1,7% (una stima peggiore del 0,9% di quanto prospettato pochi mesi fa) e la domanda interna, ovvero i consumi, diminuiranno di oltre 140 miliardi. Secondo la Confcommercio questo calo continuerà entro l’anno con una ulteriore flessione prevista del -2,4% così come peggiorerà la crisi delle imprese con il rischio che altre 90.000 chiuderanno entro l’anno in corso.
La miseria morale imposta rimane, fatalmente, la piattaforma ideale che condurrà allo sfaldamento di intere generazioni.
L’Italia buona, fatta da terra-paesi-montagne (volatilizzatesi nel millennio attuale nella lotta tra classi di potere, lobby, clan, massonerie) non può rimanere sorda al Progetto Paese Reale che, oscurato ed invisibile, viene avvizzito consapevolmente dalla cattiva politica priva di sani politici.
La latitanza di una seria e affidabile gestione del Paese ha generato, nella retrospettiva mentale della massa informe, mostriciattoli che cresciuti all’ombra dei palazzi non vedono il danno spirituale e sociale inferto.
Sconfiggeremo la lingua del pensiero dominante solo se, in tanti, non ci lasceremo più ingannare.
Che il PD apra il congresso al “popolo delle primarie”
Nelle scorse settimane si è discusso molto sulla presidenza della repubblica e sul tipo di governo possibile (o meno) per il Paese, visti i risultati elettorali.
Ma sembra passato in secondo piano il fatto che in autunno si terrà il congresso del Partito Democratico.
Un congresso storico per il futuro del partito e del Paese.
Si parla soprattutto poco della necessità che ad esso partecipi tutto il Popolo delle Primarie, e non solo quello dei “pochi” tesserati.
Questo è a nostro avviso un tema cruciale.
Comprensibile che vi siano parti del PD che vogliano chiudersi nel recinto del partito per provare a conservare equilibri di forza sedimentati, anche se ormai non produttivi ed inefficaci.
Ma con questa scelta si cancellerebbe nei fatti il percorso di innovazione politica fatto negli anni passati e, in particolare, nell’ultimo anno. Quello che porta a un partito aperto, permeabile alla società civile.
Noi crediamo non sia proprio il caso di vanificare il lavoro fatto per un “nuovo” PD, aperto a contributi esterni, con le primarie per la leadership e per la scelta dei parlamentari.
Noi invece crediamo si debba andare oltre. Verso un Partito ancora più aperto alla cittadinanza diffusa, quella senza tessere né appartenenze. E crediamo che la base vada maggiormente coinvolta sulle scelte programmatiche e politiche, e non solo quando si tratta di votare la leadership.
E’ giusto allora che gli “innovatori” che vogliono un congresso aperto che avvii un ridisegno e una ricostruzione seria e sostenibile del Partito Democratico si uniscano e chiedano ad alta voce una discussione e un cambiamento in tal senso.
Cambiamento necessario se non si vuole vedere il PD scendere a livelli di consenso elettorale che lo porterebbero ad uscire dalla scena principale.
Questo il nostro auspicio.
Massimo Preziuso
Paolo Sinigaglia
Antonio Diomede
Francesca Dionisi
Valeria Dionisi
Per firmare o per informazioni: infoinnovatorieuropei@gmail.com
Nuovo governo Letta. Ho paura dell’elettricista
di Arnaldo De Porti
L’atteggiamento estremamente pacifico, quasi al limite del menefreghismo delle cose di casa nostra da parte dell’ex leader del Pdl mi suona quanto meno strano, dopo tutto ciò che egli ci aveva abituati a vedere e sentire.
Che cosa ci sarà mai dietro a questa metamorfosi che non siano l’età, il cambio dei fusi orari o, più verosimilmente, uno stand-by fittizio per creare un…corto circuito non appena gli verrà messo qualcosa di traverso da parte dell’attuale governo, appena formato ?
D’accordo, questo era ed è l’unico governo possibile stante il fatto che anche eventuali nuove elezioni, oltre a determinare forti danni, esse non avrebbero sicuramente chiarito il quadro, se non in termini peggiorativi nel senso che il M5S avrebbe potuto riservare delle forti sorprese al Paese.
Non vorrei, facendo appello ad una certa pregressa esperienza che, per poter dar vita al neonato-governo si fosse “sedato”, con barbiturici di opportunità, il prosieguo dei vari iter giudiziari dell’uomo di Arcore, per cui gli Italiani, ove le cose stessero davvero così, si troverebbero ad avere delle perplessità sulla stessa onestà istituzionale. Non per niente, tutte le conflittualità politiche, sia nello schieramento di centro sinistra che di centro destra, restano tutte e per intero, non nolo, ma l’uomo di Arcore ha ancora in qualsiasi momento la possibilità di staccare la spina al governo, da provetto elettricista, come da titolo. Del resto, Berlusconi stesso, questa volta da…sveglio e non da “dormiens”, continua a dire : “Noi siamo-saremo decisivi”.
Anche la stampa estera si esprime in questi termini dicendo che ha vinto Berlusconi.
Vorrei anche aggiungere qualcosa sul movimento di Grillo che costituisce una fetta non certo trascurabile dell’elettorato. Tacerà, si attiverà in qualche modo, che farà ? In fin dei conti, se il panorama politico italiano ha avuto un così grande, ma anche benefico scossone, lo si deve a lui, perché altrimenti saremmo forse al cimitero della politica.
Mentre scrivo, sono in attesa del giuramento dei ministri, e non vorrei che la consueta foto post-giuramento, fosse dello stesso valore delle tante altre.
Ma voglio essere ottimista, sia pur per necessità !
di Innovatori Europei

