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STUDIO E RICERCA IN ITALIA

universitàStudiare e Fare Ricerca in Italia: Come Progettare l’Università’ del XXI secolo

(Documento presentato dal Gruppo IE Sapere all’interno del dibattito UNIVERSITA’ E RICERCA.
LE RIFORME E LE RISORSE PER CAMBIARE. DISCUTIAMONE! tenutosi oggi presso la sede del Partito Democratico).

In questi giorni il dibattito pubblico si sta occupando di baroni, scandali giudiziari, e concorsi truccati. A noi di Innovatori Europei sembra invece giunto il momento di ri-centrare il dibattito su quello che veramente conta: quali opportunità il sistema universitario offre ad ognuno di noi per migliorare e crescere professionalmente? Per produrre e condividere innovazione e sapere? Per cambiare in meglio il nostro status sociale?

Nelle economia moderne, le Università sono un motore fondamentale dello sviluppo tramite la produzione di capitale umano, avanzamenti scientifici e l’integrazione con le giovani imprese in parchi del sapere per aggregare competenze e produrre ricchezza Ma non solo. L’accesso esteso agli studi universitari sarà’ tra i principali discriminanti tra società’ chiuse e immobili, e società dinamiche, aperte e pronte ad adattarsi ai mutamenti delle condizioni economiche globali.

Partiamo quindi dai dati. Fino al 35% dei lavoratori nei paesi più’ avanzati è impiegato nei settori ad alto contenuto tecnologico delle scienze della vita, della finanza, della comunicazione, dell’ingegneria, delle industrie manifatturiere leggere e high-tech. Ma strategiche sono anche la diffusione della cultura umanistica e artistica, tanto più’ importanti in un paese come il nostro, detentore del 70% del patrimonio artistico mondiale.

E invece, negli ultimi 15 anni i settori ad alta densità tecnologica hanno avuto in Italia tassi di espansione più lenti che altrove; gli investimenti in tecnologie della comunicazione sono stati scarsi e scarsamente produttivi; gli stipendi medi hanno perso potere d’acquisto.

Come recentemente descritto, la crisi italiana e’ soprattutto una crisi di produttività. Siamo stati di fatto incapaci di utilizzare appieno il nuovo apporto di forza lavoro, assorbire efficacemente le innovazioni tecnologiche e arricchire il capitale umano del paese per tenere il passo dei nostri diretti concorrenti. In Italia, il ritorno economico dell’investimento in istruzione terziaria e’ infinitesimo e in preoccupante decremento da 15 anni, mentre quasi la metà dei dirigenti e imprenditori ha un titolo di studio pari o inferiore alla terza media.

Da tempo l’Italia è il più grande esportatore europeo di cervelli e il paese meno capace di importare figure professionali qualificate dall’estero. Già’ agli inizi degli anni 90 la quota di laureati italiani residenti fuori dal territorio nazionale era doppia o tripla di quella degli altri paesi europei. Le Università italiane più aperte ospitano solo il 5% di ricercatori stranieri contro il 30-75% dei migliori Atenei del mondo. Inoltre, il nostro paese produce meno laureati dei nostri competitori e la durata degli studi e’ esorbitante: in Italia ci si laurea a 30 anni, dopo più di 9 anni dall’immatricolazione e circa 4 studenti su 10 sono fuori corso da oltre 5. Numeri impensabili in qualsiasi altro paese moderno.
Anche il versante della ricerca non offre un panorama rasserenante. La nostra produzione scientifica e’ inferiore per quantità e qualità a quella dei diretti competitori internazionali. Anche per questa ragione le nostre Università faticano ad attrarre capitali privati. Quando poi i nostri ricercatori riescono ad ottenere finanziamenti Europei, scelgono spesso di emigrare per realizzare i loro progetti, segno che ritengono il nostro paese inadatto a sostenere i loro studi.

Infine, aspetto non meno allarmante, l’Università pubblica italiana fallisce anche nella sua funzione di moderazione delle diseguaglianze sociali: solo 1 ragazzo su 3 tra i 19 e i 22 anni frequenta un corso accademico. Poco più’ della metà rispetto agli Stati Uniti, nonostante i costi per l’istruzione siano in quel paese ben più’ elevati.

E’ allora fondamentale dare gli strumenti legislativi e finanziari per consentire all’Università italiana di recuperare il terreno perso e raggiungere livelli di eccellenza, pur garantendo l’accesso all’istruzione superiore anche alle fasce più’ deboli della popolazione.

Oggi tutti sembrano convinti che più denaro e concorsi a prova di truffa possano risolvere ogni problema. Ma è questa la strada giusta? La ricerca accademica italiana e’ poco produttiva perché sotto-finanziata? La correttezza dei concorsi pubblici è veramente una questione risolvibile tramite leggi prescrittive sempre più dettagliate che finalmente indichino una procedura inespugnabile? E’ veramente una questione di furbetti, mascalzoni e fannulloni?

A prima vista maggiori investimenti pubblici sembrerebbero essere non solo necessari, ma urgenti: la quota di PIL devoluta alla ricerca e all’innovazione nel nostro paese è pari al 1.1% (di cui 0.55% statale) ed è inferiore alla media europea (EU15). Ma a guardar bene si scopre che le spese sostenute per full time – equivalent student e per ricercatore sono superiori a qualsiasi altro paese europeo e persino agli Stati Uniti. Inoltre il rapporto tra full time – equivalent students e docenti, una misura dell’effettivo carico didattico, non e’ diverso da quello delle ottime Università inglesi.

Esiste poi un altro mito, forse il più’ persistente, il quale consiste nel ritenere che il corretto funzionamento del meccanismo di reclutamento sia una questione essenzialmente etica e normativa. E allora ad ogni scandalo si introducono nuove fantasiose regole nel tentativo di circoscrivere la discrezionalità e promuovere la trasparenza fino a quando la fantasia dei regolati (che in Italia pare essere inesauribile) trova un metodo per superare i limiti imposti dalle leggi.

I dati empirici confermano tristemente quello che ognuno di noi conosce. Il fattore che maggiormente determina il successo accademico in Italia è l’affiliazione a qualche cordata locale o baronia, e non la produttività scientifica o la qualità della didattica offerta. Il “fattore campo”, se vogliamo usare una metafora calcistica, è così forte che un outsider deve produrre almeno 13 pubblicazioni in più di un affiliato se vuole partire alla pari nel concorso.

In realtà, non conta da chi è composta la commissione, se sorteggiati o selezionati tra un panel di esperti. Non conta la correttezza delle procedure formali, se nessuno pagherà mai per scelte sbagliate in sede di reclutamento e promozione. L’attuale sistema di fatto incentiva il prodursi di cordate e accordi. Il tempo che i professori dedicano a costituire e solidificare relazioni è necessariamente maggiore di quello dedicato a fare ricerca e insegnare, perché solo le “amicizie” contano veramente. Non è un problema antropologico, nemmeno genetico. E’ un problema strutturale che riguarda il sistema di incentivi che governano il sistema.

Fino ad oggi in Italia i fondi sono stati distribuiti su base storica, e il sistema di progressione salariale è automatico, biennale e dipende esclusivamente dall’anzianità di servizio. In Italia non esiste alcun meccanismo efficace di interruzione della carriera accademica che sia iniziato da una Università. Questo deve cambiare. Bisogna pretendere che il sistema universitario pubblico sia efficiente, produca risultati misurabili, si sottoponga alla verifica delle sue attività perché assegnare appropriatamente i fondi in assenza dei segnali prodotti dal mercato richiede una costante raccolta di dati e un attento scrutinio.

Come dimostrato dai recenti studi empirici, l’autonomia, finanziaria e legale delle Università e la loro responsabilizzazione attraverso le valutazioni di efficacia ed efficienza, sono i presupposti necessari perché qualsiasi riforma abbia una qualche speranza di successo.

Ad oggi, il 70% dei fondi provengono dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Da qualche anno però una parte del FFO viene assegnato secondo la Quota di Riequilibrio (QR) che entrerà a regime nel 2030. Questo meccanismo attribuisce i fondi pubblici in base al numero di full time students e al costo standard per studente. La QR si basa sul presupposto che le Università che offrono servizi migliori vengano frequentate da più studenti e siano quindi in grado di acquisire proporzionalmente maggiori risorse.

Purtroppo anche questo meccanismo presenta ancora notevoli imperfezioni. In sintesi la QR tende a favorire le aree didattiche a bassa intensità tecnologica che richiedono costi fissi minori; l’assenza di un sistema di controllo di qualità dei risultati tende a disincentivare la creazione di percorsi e metodi formativi innovativi, di per se stessi più’ rischiosi e costosi; terzo, in assenza di un mercato del lavoro che accoppi efficientemente produttività e salario la QR può incentivare una riduzione degli standard formativi e inflazionare il rilascio di lauree, come osservato molto chiaramente da recenti analisi empiriche.

E’ quindi fondamentale condurre valutazioni basate sull’evidenza scientifica per migliorare il calcolo della QR e includervi parametri in grado di riconoscere opportunamente le differenze di costi fissi tra le diverse aree e discipline. Sarà inoltre decisivo agganciare una parte rilevante dei fondi ad un sistema di valutazione della didattica che incorpori indicatori di volume (numero di laureati/anno) e indicatori di qualità’ (ad esempio, soddisfazione dell’utenza, tempo mediano di disoccupazione post-laurea, salario nel primo biennio post laurea, ecc).

Dovrà anche essere implementato un piano di edilizia universitaria e di prestiti facilitati legati alla performance dello studente che abbatta i costi di trasferimento e faciliti la mobilità. Infine dovrà’ essere favorito lo sviluppo di agenzie autonome per il ranking e resi pubblici i dati di performance delle Università.

Ma non dobbiamo dimenticare che il successo di un’istituzione accademica dipende anche dalla qualità e motivazione degli studenti. Il regime attuale, in cui gli studenti pagano solo il 10% dei costi, non incentiva lo studio serio e il raggiungimento di obiettivi formativi in tempi ragionevoli. Inoltre, rette artificialmente basse rappresentano di fatto un trasferimento netto dai poveri ai più ricchi, perché abbassano la qualità della didattica intrappolando i meno abbienti in un sistema non in grado di fornire una formazione adeguata a competere nei mercati globali. Dobbiamo prevedere di raddoppiare il contributo degli studenti e di estendere contemporaneamente borse di studio che coprano l’intero importo della retta degli studenti meritevoli con difficoltà economiche.

Ma questi provvedimenti incideranno solo indirettamente sulla qualità della ricerca, che necessita una ristrutturazione dei meccanismi di finanziamento.

Ad oggi solo una parte minoritaria del finanziamento pubblico viene devoluta specificamente alla ricerca tramite i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN, equivalente al 2% del FFO nel 2000), i fondi per giovani ricercatori (0.2% del FFO, sempre nel 2000) e altre fonti minori. Questi fondi vengono assegnati tramite un processo di valutazione esperta. I fondi vengono assegnati al ricercatore che può utilizzarli discrezionalmente per il raggiungimento degli obiettivi. Una parte di questi fondi va all’Università ospitante per la copertura dei costi indiretti (spese amministrative, affitti, personale di supporto). Il processo di valutazione esperta coinvolge almeno 3 revisori di cui 1 straniero. Inoltre è prevista, ma non ancora realizzata, una valutazione degli outcomes raggiunti.
Questo metodo di assegnazione è potenzialmente in grado di fornire gli incentivi e le condizioni ambientali necessarie a promuovere una vera rivoluzione delle produttività scientifica nel nostro paese. La competizione diretta e aperta per risorse limitate indurrà i gruppi di ricerca a dotarsi di modelli organizzativi e strumenti di analisi dei costi oggi sconosciuti nelle nostre Università. Costringerà gli Atenei a convergere verso un progressivo miglioramento della performance. Questi strumenti permetteranno contemporaneamente alle Università di competere a livello internazionale sul mercato privato della ricerca.

Ma questo modello di incentivazione non può funzionare alle attuali condizioni. Poco più del 2% del fondi non possono influenzare comportamenti generali. E necessario ristrutturare gradualmente ma con decisione, il fondo per il finanziamento Universitario in modo che almeno il 30% sia devoluto tramite il meccanismo PRIN. Inoltre i criteri di valutazione adottati in Italia non sono trasparenti e quindi non garantiscono l’adeguata allocazione delle risorse: in molti paesi, primo fra tutti gli USA, sono stati realizzati efficaci protocolli di assegnazione competitiva che potrebbero essere adattati alla realtà’ italiana. Infine è necessario istituire procedure per il controllo di qualità’ a breve e lungo termine dei progetti finanziati, dei criteri di valutazione e di accuratezza dei valutatori.

In conclusione, se da un lato le prestazioni dell’Università italiana sono fonte di estrema preoccupazione, essa è già parzialmente dotata degli strumenti necessari alla sua radicale riforma. Nonostante l’opinione pubblica sia indignata per gli scandali venuti recentemente alla luce, noi crediamo che gli istinti punitivi siano inutili e controproducenti. La riforma dovrà essere condotta con gradualità, consentendo a tutte le figure coinvolte di adattarsi con efficienza al cambiamento e di trarne i maggiori benefici.

Bibliografia:

– Banca D’Italia. Rapporto Annuale. Maggio 2008
– Bagues, Sylos Labini, Zinovyeva. Differential Grading Standards and University: Evidence from Italy. CESifo Economic Studies, Vol. 54, 2/2008, 149–176, doi:10.1093/cesifo/ifn011.
– Daveri, Jona-Lasinio. Italy’s decline: getting the facts right. Unpublished.
– Tammi. The competitive funding of university research: the case of Finnish science universities. High Educ, DOI 10.1007/s10734-008-9169-6
– European University Association. Financially Sustainable Universities. Toward full costing in european University. EUA Publications, 2008
– Gagliarducci et al. Lo splendido isolamento dell’Università Italiana. Presentato alla conferenza, “Oltre il declino”, Roma, 3 febbraio 2005.
– Lazear. Incentives in Basic Research. Journal of Labor Economics. Vol. 15, No. 1, Part 2: Essays in Honor of Yoram Ben- Porath (Jan., 1997), pp. S167-S197
– Becker, Ichino, Peri. How Large is the “Brain Drain” from Italy?. March, 2003
– UN Economic reports. Understanding Knowledge Societies. 2005. ISBN 92-1-109145-4
– Tinagli, Florida. L’Italia nell’era creativa. Creativity Group Europe; Luglio 2005.
– OECD Policy Brief. International Mobility of the Highly Skilled; Luglio 2002.
– OECD/GD(97)202. Technology Incubators: nurturing small firms. 1997.
– Perotti. The Italian University System: Rules vs. Incentives. European University Institute. 2002.
– Sandlers, Weel. Skill-Biased Technical Change: Theoretical Concepts, Empirical Problems and a Survey of the Evidence.
– Simone, R., L’Università dei tre tradimenti, Laterza
– Simone, R., Idee per il governo dell’università, Laterza
– Van der Ploeg. Towards Evidence-based Reform of European Universities. CESifo Economic Studies, Vol. 54, 2/2008, 99–120

Presidente:
Massimo Preziuso, Ph.D. in Finanza, LUISS; infoinnovatorieuropei@gmail.com

Coordinatore del gruppo di lavoro: “Progettare l’Università’ del XXI secolo”
Luca Neri, Post-Doctoral Fellow – Saint Louis University, Mo – USA; lneri@slu.edu;

Hanno collaborato alla stesura del documento:

Luca Neri, Post-Doctoral Fellow – Saint Louis University, Mo – USA; lneri@slu.edu;
Daniele Mocchi, ricercatore ISR – CCIAA Massa-Carrara; daniele.mocchi@gmail.com;
Andrea Candelli, Ph.D. student – Vrije Universiteit Amsterdam, The Netherlands; andrea.candelli@gmail.com;
Michele Cipolli, Consulente in ICT; mcipolli@msn.com;
Aldo Perotti, Funzionario del DPS – Ministero dello Sviluppo Economico; aldo.perotti@tesoro.it;
Giancarlo Giordano, Esperto in Gestione delle Aziende sanitarie giancarlo742001@yahoo.it;
David Ragazzoni, Filosofia Politica – Universita’ Normale Superiore di Pisa ; d.ragazzoni@sns.it.

Enzo Tripaldi, Consulente per Politiche Comunitarie e Sviluppo Rurale; enzotripaldi@tiscali.it;

LA LETTERA DI UN INNOVATORE

Cari amici di IE,

in questi giorni ho potuto riflettere su quelle potrebbero essere le potenzialità del Centro Studi di Innovatori Europei.

Vi dico subito che le trovo enormi!

Mi è venuto lo spunto dalla preparazione di un paper (che vi allego), fatta per la stragrande parte dal buon Luca Neri, sull’università e la ricerca in Italia, che stamani andremo a presentare come IE ad una convention del PD. Era un argomento che conoscevo poco, ma grazie al grande lavoro di Luca, ho potuto saperne di più, ho potuto farmi una migliore idea della situazione attuale delle università italiane.

In questo momento di crisi morale della politica, e del Pd in particolare, e di depressione economica, ma anche sociale, sto notando come molti gruppi, associazioni, che prima delle elezioni si mostravano tanto dinamici, oggi invece stanno alzando bandiera bianca, anzi direi che pian piano si stanno sfarinando.

Personalmente, invece, sostengo che proprio in questo momento si debba mostrare coesione, vitalità, propositività per uscire da questa crisi, se volete anche di valori, che sta attanagliando la società italiana.

Il Censis, nel suo Rapporto annuale presentato un paio di giorni fa, ha evocato il ritorno alla dimensione collettiva delle cose, all’impegno di ciascuno per il bene comune, percependo una deriva individualista sempre più pericolosa ed un sempre più diffuso senso di apatia, di disinteresse verso la società nel suo genere.

Quindi, se davvero vogliamo essere riformisti, dobbiamo dimostrare sul campo di essere tali. E come farlo se non assumendoci, soprattutto in questo momento storico, ognuno le proprie responsabilità?

Mi rendo conto che vi sono mille impegni quotidiani, dal lavoro alla famiglia, etc, che assorbono quasi totalmente le nostre giornate.

Però io credo che un piccolo ritaglio di tempo per formare ulteriormente la nostra coscienza sociale di cittadini di questo piccolo mondo si possa trovare. Anche perché vi dico, per esperienza personale, che giungere alla fine di un lavoro apprezzabile, che è stato lungo e doloroso, ripaga di tutti gli sforzi che si sono fatti.

D’altro canto, non credo neppure che il lavoro per IE sia così eccessivamente gravoso. A questo proposito, ho fatto un ragionamento che vorrei porre alla vostra attenzione.

Partendo dal presupposto che sarebbe ottima cosa, se a regime, ogni centro (sapere, energia, europa) avviasse, a rotazione, una volta ogni 3-4 mesi, un paper, un’iniziativa specifica su un tema al centro dell’agenda politica, visto che ciascuno gruppo è costituito in media da una decina di persone, vuol dire che, se funzionasse la rotazione e tutti collaborassimo, ciascuno di noi potrebbe essere propositore e coordinatore di un determinato progetto (magari sull’argomento che conosce meglio!) una volta ogni due/tre anni circa.

Vi pare un lavoro eccessivo?

Immaginatevi soltanto cosa vorrebbe dire avere a disposizione un patrimonio di una decina di ricerche l’anno sui temi più delicati dell’agenda economica, sociale, europea, ambientale, etc.
Sarebbe una piattaforma eccezionale anche per poter aprire dei dibattiti sui nostri territori, oltreché naturalmente elevarci come importante e ascoltato (si spera!) interlocuture del PD.

In questo momento, per esempio, mi sembra alquanto all’ordine del giorno il tema del ricambio generazionale e di una nuova moralità nella vita pubblica.

Che ne dite?

Un caro saluto

Daniele Mocchi – IE Carrara (MS)

DARIO MARINI SCRIVE AGLI I.E.

Amici e amiche del Gruppo Innovatori Europei.

Mancano pochi giorni alle Primarie dei Giovani del PD del 21 novembre. Questi sono stati, per me, mesi straordinariamente intensi, fatti di politica sul campo, quella vera, complessa e affascinante. Arriva ora il momento di stringere i denti più che mai, per lasciare un segno e rendere reale, tutti insieme, un’idea rivoluzionaria di Giovanile e di impegno giovanile nel PD.

Sono felice di poter dialogare con voi con grande franchezza, consapevole del percorso unico che abbiamo condiviso all’insegna della competenza, dell’etica della responsabilità, della politica come percorso di crescita individuale al di là della “spada” e del “sangue”.

Le sfide che sono alla base della mia candidatura a Segretario dei Giovani del PD sono tre. La prima è l’opportunità di costruire una giovanile di spiriti liberi, autonomi e critici. Un’organizzazione vera, nazionale, ma al tempo stesso federale e aperta a tutti senza pregiudizi. La seconda è la voglia di non riproporre gli schemi del passato, voglia di sussidiarietà e di praticità. La terza ragione è l’assoluta necessità di un cambio generazionale all’interno del PD, intendendo con questo non solo l’aspetto anagrafico ma anche il profilo politico dei suoi “giovani”.

Insomma, certo non avrò vinto il Nobel in economia o in scienze poltiche, ma ho chiaro in testa che c’è una sinistra riformista in via di estinzione in aree importantissime per il Paese e un PD in difficoltà fra gli under-30, che pure hanno mutui sulle spalle, non arrivano a fine mese, ma preferiscono al nostro senso di realtà il radicalismo leghista o il machismo dei Berluscones. E’ tempo di testimoniare che i democratici esistono davvero, che c’è una parte importante del Paese e dei suoi giovani che non si accontenta di andare in piazza ma vuole essere protagonista, spendersi per risolvere i piccoli e grandi problemi, capire i territori e partecipare concretamente al cambiamento.

Un’alternativa è possibile. Ti chiedo, perciò, di sostenere il 21 novembre con il tuo voto la mia candidatura a Segretario Nazionale.

Con stima,

Dario Marini

http://dariomarini.wordpress.com

marinidario@hotmail.com

ELEZIONI USA E FUTURO MONDIALE

ELEZIONI USA: IL FUTURO DI UNA NAZIONE PER L’EQUILIBRIO DEL MONDO

di Giovanni Satta

Un commento personale tra il razionale e l’emotivo. L’evento delle elezioni negli Stati Uniti, nell’era della globalizzazione e della crisi economico-finanziaria globale, propone una scala di problemi mai prima di ora affrontati e comunque assai difficili da affrontare adeguatamente da parte di una rivista come la nostra, piccola e di settore ancorché attenta a ciò che avviene nel mondo.
Ho pensato perciò di rinunciare ad un editoriale impegnato su tutti i fronti – che meriterebbe giudizi e commenti approfonditi per i quali non dispongo di competenze ed informazioni sufficienti – e di offrire ai nostri lettori una rappresentazione dell’evento basata semplicemente sul mio vissuto razionale ed emotivo.

Per me che, grazie ad una precoce e lunga militanza nel PRI di Ugo La Malfa, sono diventato adulto con i miti della più grande e consolidata democrazia del mondo, dello spirito del Mayflower con l’etica protestante a fondamento e regola del capitalismo, del modello di sviluppo fondato sull’utilizzo della scienza sulla produttività e sulla società aperta, del management scientifico di Harward neopositivista e comportamentista, delle libertà ed opportunità individuali offerte dall’unico Paese al mondo in cui tutto è possibile, queste elezioni hanno rappresentato una emozione enorme. Una emozione da passione politica e professionale che mi ha attanagliato sia per il ricordo del periodo della Nuova Frontiera Kennediana (che è stata la mia grande passione giovanile drammaticamente stroncata dall’assassinio di JFK), sia per la frustrazione vissuta negli anni della presidenza Bush, le cui politiche ed i cui comportamenti operativi mi sono sembrati radicalmente antitetici alla “mia”immagine dell’America leader di democrazia e sviluppo, partner autorevole ma non arrogante ed anzi rispettosa dell’indipendenza ed autonomia dei suoi alleati.

Il timore di un deragliamento. Per dirla in tutta sincerità, il mio vissuto durante la campagna elettorale è stato dominato dal timore che, con la sconfitta di Obama, si consolidasse la deriva che andava trasfigurando la “mia” America, e pertanto, in un mondo in cui la democrazia è in netta minoranza, la posta in gioco sarebbe stata la scomparsa di quello che per me è sempre stato il pilastro centrale della libertà e della convivenza dei popoli.

Credo che i seguenti pochi esempi di deviazione arrogante dal solco tradizionale della politica americana siano sufficienti per comunicare i miei timori:

– la Convenzione di Ginevra ed il principio base dell’habeas corpus (valore fondante delle libertà e della democrazia), calpestate dalle detenzioni di Guantanamo, dalle extraordinary renditions, dalle torture di Abu Graib, per di più praticate contestualmente alla pretesa di esportare la democrazia con la forza delle armi;

– i principi e la stessa credibilità dell’ONU pubblicamente disattesi ed oggetto di scherno, con la proclamazione unilaterale della guerra, accompagnata dalla falsa accusa delle armi di distruzione di massa ed addebitata alla inettitudine della Organizzazione delle Nazioni Unite ed alla codardia (i mangiaformaggio) dei Paesi membri della EU – da sempre alleati dell’America- che si allineavano alle posizioni dell’ONU;

– la distruzione di tutte le regole del mercato, che decreta il trionfo dei falsificatori di bilanci perché la crisi finanziaria, sfociata in recessione globale, è fondata su una infinita catena di valori certificati ma falsi e, ironia della sorte, viene curata con il denaro dei contribuenti, statalizzando le aziende in default e sopprimendo il mercato;

– il rifiuto di aderire al protocollo di Kyoto, essendo tra i più forti inquinatori e non essendo in grado di proteggere i cittadini da calamità legate al clima come quella di New Orleans.

L’endorsment del New York Times. A sollevarmi dalla solitudine e dalla angoscia con cui osservavo tutto ciò, pochi giorni prima del giorno fatidico è giunto l’endorsment del New York Times per il candidato Obama. L’incipit dell’editoriale – intitolato Barack Obama For President – presentava un quadro insolitamente fosco della condizione politica degli Stati Uniti, avvisando i lettori che la posta della campagna elettorale era più che mai il futuro della nazione.

Nei dettagli l’articolo spiegava poi che gli Stati Uniti erano giunti a questa scadenza disastrati dagli otto anni di “failed leadersip” del Presidente Bush, che lasciava ai suoi successori due guerre, una immagine globale sfregiata ed un governo sistematicamente privo della capacità di proteggere ed aiutare i suoi cittadini. Aggiungeva inoltre un sintetico raffronto delle grandi linee politiche dei contendenti, sottolineando in generale che Obama prometteva speranza, cambiamento, riforme per difendere gli americani ed i loro business, struttura fiscale più giusta e uso della forza limitato alla sconfitta dei Talebani e di Al Quaeda, mentre Mc. Cain insisteva su guerra di classe, divisioni razziali, tasse poco progressive, e parlava ancora di una ingloriosa vittoria in Iraq. Il raffronto sulle posizioni dei contendenti proseguiva con la valutazione dei problemi – ritenuti semplicemente troppo gravi per poter essere ridotti a retorica o a messaggi negativi – e si concludeva con il seguente assunto politico finale: “This country needs sensibile leadership, compassionate leadership, honest leadership. Barak Obama has shown that he has all of those qualities”.

L’emozione dei risultati. Dunque la mia visione non era frutto di paranoia, bensì di riflessione sui fatti, se coincideva con le ponderate opinioni di uno dei migliori quotidiani degli States. Ero certamente in buona e numerosa compagnia e potevo aspettare anche io con speranza l’esito delle urne, tuttavia ho atteso con trepidazione i risultati ed ho assistito in diretta, con partecipazione inenarrabile, al discorso di ringraziamento che il nuovo Presidente ha dedicato ai suoi elettori ed a tutta la Nazione.
In questo clima, mi sono reso conto, ed ho il piacere di raccontarlo, che le dimensioni della vittoria di Obama, e la felice serenità che ha caratterizzato la festa finale (compreso il tempestivo, sincero e cavalleresco riconoscimento da parte del concorrente Mc. Cain, prima prova empirica che la grande nazione ha ancora solide radici) dimostrano che il New York Times aveva visto giusto, perché la vittoria ha premiato proprio le doti di leadership e le promesse di futuro identificate dall’editoriale di endorsment.

E subito dopo ho realizzato lo straordinario valore storico e politico di questa vittoria, che finalmente risolve al massimo livello istituzionale l’antico problema della separazione etnica o razziale, retaggio della schiavitù, e dimostra con i fatti che gli Stati Uniti sono ancora un grande Paese in cui qualsiasi meta è possibile. La semplice, pudica e breve apparizione della moglie e delle due figlie, coniugata con lo slogan “we can” ripetuto milioni di volte durante la campagna elettorale e ribadito in questa circostanza, acquista un valore simbolico inestimabile, anche alla luce del sostegno del popolo ispanico. Il valore della inclusione definitiva di tutti i cittadini: il segnale che l’America vuole andare avanti e quindi chiama a raccolta tutte le sue forze.

Il sogno che è costato la vita a grandi leaders come i fratelli Kennedy e Luther King ha compiuto il suo passo più importante e inizia ad avverarsi e può essere la carica morale necessaria per un new deal di grande respiro, per superare la crisi e rilanciare lo sviluppo e la pace.

Speranza, cambiamento e nuove forze in un Paese in cui ancora tutto è possibile. In queste condizioni di inclusione totale e con la mobilitazione di nuove risorse umane e politiche, le sole parole “speranza e cambiamento” con cui si è qualificato Obama e le promesse riforme per difendere gli americani ed i loro business, struttura fiscale più giusta e uso della forza limitato, acquistano un grande valore di impegno credibile per una svolta che ricostruisca il paese.

Anche in questo caso, credo che, più del commento possa essere eloquente un brano del discorso di ringraziamento, relativo alla volontà ed all’atteggiamento con cui Obama affronta le sfide per il mantenimento delle Promesse.

“Abbiamo bisogno di nuova energia, nuovi posti di lavoro, nuove scuole, …. avremo pericoli da affrontare e alleanze da ricostruire. La strada che abbiamo davanti sarà lunga ed in salita, ed il traguardo non è a portata di mano, probabilmente non sarà raggiunto nel giro di un anno o di un singolo mandato. Ma vi prometto che ci arriveremo ……. Molti non saranno d’accordo con ogni singola decisione che dovrò prendere, e tutti sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema, Ma sarò sempre onesto con voi e vi ascolterò, soprattutto quando non la penseremo allo stesso modo. Dobbiamo resistere alla tentazione di ricadere nelle divisioni che per tanto tempo hanno avvelenato la politica americana”. E, citando Abramo Lincoln a rafforzamento del vincolo democratico nazionale, riconferma che “non siamo nemici, ma amici. E la passione non può spezzare il vincolo che esiste fra di noi” e, rivolto a chi non lo ha votato promette “Sarò anche il vostro presidente”. Ritengo che, in considerazione della grande mobilitazione e delle maggioranze consolidatesi nelle due camere, si possa dargli credito nonostante l’impervio cammino che lo aspetta. E d’altronde, con la crisi che avanza, avremo presto nuovi elementi di giudizio.

Politica estera, il grande banco di prova. Sulla politica estera le enunciazioni di Obama sono più caute, ma è lecito attribuire questo atteggiamento alla prudenza legata alla sua ancora scarsa esperienza, alla grande turbolenza che caratterizza la situazione ed alle questioni irrisolte ed incancrenite della gestione precedente. Su questa partita, a parte il già avvenuto ingaggio di un uomo di consumata esperienza, la cautela è di obbligo, perché il quadro politico internazionale è fortemente perturbato in tutti i continenti, anche in ragione delle iniziative unilaterali della gestione Bush che sono state la spina nel fianco dello stesso Mc. Cain, e quindi la agenda del nuovo Presidente all’inizio del mandato sarà affollata di disimpegni più che di impegni.

In proposito, credo che il primo problema da affrontare sarà quello del nuovo posizionamento, che dovrà scontare il principio che gli Stati Uniti, proprio in ragione della loro importanza per l’avanzamento e la difesa della democrazia, non possono accampare nessun privilegio rispetto al resto del mondo. Se Obama partirà col piede giusto, il resto verrà di conseguenza, e conosceremo presto la sua caratura. In altri termini, se sarà chiara la sua preferenza per la cooperazione sulla imposizione ed inizierà innanzitutto ad impegnare positivamente gli Stati Uniti su una concezione dell’ordine mondiale per grandi aggregazioni geopolitiche ed economiche e quindi su un equilibrio multipolare e a dare la giusta importanza alle battaglie ideali come la questione ambientale, i diritti umani e le precondizioni per la democrazia, allora sapremo che veramente e definitivamente in America tutto è possibile.

THANK YOU, PRESIDENT OBAMA

(di Massimo Preziuso)

Per fortuna, c’è Obama.

In poco tempo, un leader naturale, un giovane politico dei Democrats, è uscito alla ribalta ed è arrivato a conquistare il Potere Americano, quale Presidente degli Stati Uniti.

E’ evidente che nel trionfo di Obama vi è l’impostazione meritocratica della società americana: un Paese in cui giovani trentenni come Page e Brin (Google) o ventenni come Zuckerberg (Facebook) hanno una influenza pari o maggiore a quelle dei Clinton o dei Bush.

THAT IS AMERICA.

Con Obama il mondo può finalmente vedere una nuova fase di sviluppo sostenibile.

Negli ultimi dieci anni, i conservatori americani di Bush e Greenspan (ex numero uno della Fed) hanno creato un modello di crescita insostenibile, basato su concetti molto fragili: consumo a debito, assenza di welfare, centralità della finanza sull’economia.

L’effetto di questo modello perverso è sotto gli occhi di tutti: una serie di brutte notizie, che dalla finanza sta arrivando giorno dopo giorno all’economia reale, e così nelle case di tutti noi.

Questo modello perverso oggi si sta fortemente ridimensionando, e la nomina di Obama a Presidente degli Stati Uniti è una grande opportunità per gli Stati Uniti ed il Mondo intero per cambiare radicalmente percorso.

Ecco alcune importanti novità dei prossimi mesi:

– il ritorno al potere dei Democrats sarà importante per ritrovare equilibri geopolitici nuovi, anche in Italia (ed il Partito Democratico avrà una grande possibilità di ripartire, se unito avvierà serie relazioni politiche con i Democrats)

– la presenza di un giovane alla Presidenza degli Stati Uniti darà “energia” e “motivazione” a quella generazione di 30-40 enni che ha avuto solo forti delusioni e sconfitte in questi ultimi 10 anni

– Obama rappresenta, per background e per leadership, il perfetto collante tra Stati Uniti, Europa e Mondo Mediterraneo

L’Italia e l’Europa cambieranno, e molto, con la presidenza Obama: a cominciare proprio dal modus operandi dei governi di Centro Destra al potere oggi – primo tra tutti il Governo Berlusconi.

E’ chiaro che la nuova ondata di sviluppo globale arriverà, ancora una volta, dagli Stati Uniti – rinnovato motore di uno sviluppo sostenibile – e toccherà a tutti, ancora una volta, seguire (e provare a modellare) l’innovazione americana.

THANK YOU, PRESIDENT OBAMA.

Massimo Preziuso

DONNE IN EUROPA

di LAURA TUSSI


Riconoscere la soggettività della donna corrisponde a riconoscere anche la differenza: la pari dignità non viene stabilita sulla base di una omogeneizzazione dei due sessi, ma sulla identificazione della differenza come valore. Non per elogio del pensiero della differenza sessuale (che è comunque un momento alto della partecipazione femminile all’elaborazione culturale), ma sottolineare ancora una volta che la rilevazione della differenza sessuale come positività attribuisce diritto di cittadinanza culturale a tutte le altre differenze (etnica, culturale appunto, ma anche di età, di salute, di stato sociale ecc.). Ciò sembra importante soprattutto in un momento in cui le differenze etniche-culturali stanno spaccando nazioni, anche da lungo tempo costruite sull’unione di etnie diverse, in tanti piccoli satelliti.
Rimane certamente un problema quello delle varie forme di discriminazione e di violenza sulle donne e sulle bambine. Una questione grave è il precariato sul lavoro, il cosiddetto mobbing e la precedenza data al licenziamento, o alla messa in cassa integrazione, delle donne nelle situazioni di chiusura totale o di de-localizzazione delle aziende. Legati al fenomeno dell’immigrazione ci sono i problemi dello sfruttamento e del traffico di donne. Di crescente rilievo sociale, giuridico e morale è la piaga culturale che riguarda quelle donne immigrate le quali, lavorando in particolare quali badanti o infermiere nelle nostre case e nei nostri ospedali, fanno partecipi le nostre famiglie dello stato di disagio in cui si trovano le loro stesse famiglie rimaste nei paesi di provenienza: prive di madri, figlie, sorelle… La sfida del ricongiungimento del nucleo familiare ci coinvolge nel nostro più intimo vissuto quotidiano.
Partire dai diritti umani delle donne e delle bambine porta a considerare con mente nuova la pratica della socialità, della politica, dell’economia, dell’educare e del formare per un avvenire globale completo. Alla fine non può non scattare una più avvertita consapevolezza del valore della centralità della famiglia, del rilievo e della irrinunciabilità degli essenziali servizi sociali, della necessità di politiche pubbliche sostanziate di adeguate risorse.
E’ stato grande l’apporto femminile nella crescita globale dell’attenzione e responsabilizzazione verso i soggetti più deboli (bambini, anziani, handicappati) che, essendo un tempo gestiti individualmente dalle donne nell’ambito familiare, poi non venivano presi in responsabilità dal sistema sociale. Altrettanto grande è stato il contributo femminile alla sensibilizzazione verso le tematiche ecologiche, alla tutela e preservazione dell’ambiente, legata anche all’antica consuetudine, come donne, della gestione del quotidiano. Al femminile è la presa di coscienza dei grandi temi della pace, del ripudio della guerra, delle denunce alla violazione dei diritti umani in ogni realtà. Non vi è dubbio che per portare avanti un impegno in prima istanza individuale, una presa di coscienza, e poi collettiva, le donne devono innanzitutto conoscere e riconoscere se stesse per poter chiedere all’alterità un corrispondente riconoscimento. In questo senso le donne devono compiere ancora lunghi percorsi di emancipazione. In alcuni casi debbono creare e ricreare immagini di sé che non hanno avuto, non limitandosi ad un inventario dell’esistente, della realtà di fatto, del contingente.

Le culture si sono sviluppate sui tentativi successivi degli umani di superare le diversità, di colmare lo scarto, di rendere realizzabile l’utopico. La rivelazione della differenza sessuale come positività, attribuisce diritto di cittadinanza culturale a tutte le altre differenze, etniche, culturali, ma anche di età, intergenerazionali, di salute, di stato sociale. Questo è importante soprattutto in un momento in cui le differenze etnico-culturali sgretolano nazioni, anche da lungo tempo costruite sull’unione di etnie diverse, in tanti piccoli satelliti. La differenza di sesso è forse attualmente quella che subisce i maggiori attacchi. Anche le scienze dimostrano che riconoscersi in un sesso è un processo culturale oltre che fisiologico e psichico. Le elaborazioni del neofemminismo hanno dimostrato che la partecipazione delle donne ai processi culturali è stata di notevole spessore, anche se sotterranea, tacita, priva di protagonismi, quasi ignorata dalle donne stesse.

Proprio nella quotidianità e non nelle orchestrazioni metafisiche si gioca il senso più rilevante della nostra esistenza, anche come donne. In questo senso Hannah Arendt scriveva con evidente lucidità: “E’ vano cercare un senso nella politica o un significato nella storia quando tutto ciò che non sia comportamento quotidiano o tendenza automatica è stato scartato come irrilevante”.
Abbiamo come donne forza, tenacia, creatività, capacità di resistenza anche in situazioni di tensione. Abbiamo anche una certa “innocenza” che deriva dal fatto di essere state lontane dai luoghi di potere.
Abbiamo dimestichezza con le origini della vita e della morte: “sappiamo” per retaggio atavico. Eros e Tanatos trovano ricomposizione nella nostra stessa esistenza.
Dobbiamo innanzitutto riuscire ad utilizzare le forze positive che si liberano nell’inevitabile conflitto tra i “diversi”, per sesso, per età, per cultura, come stimoli a cambiare, a crescere, neutralizzando la parte negativa del conflitto che si esprime in prevaricazione, ricerca di possesso dell’altro, tentativo di omologazione dell’altrui diversità ad un modello costruito a nostra immagine e somiglianza o per nostro tornaconto.
Il conflitto sessuale non è a se stante, ma partecipa di una conflittualità che permea tutto il reale, perché è un atto creazionale, proiettato nell’avvenire.

RIDATECI IL MATTARELLUM

di Luigi Restaino

Il Referendum per porre rimedio alla brutta, bruttissima legge elettorale votata dal centrodestra a fine legislatura e ripudiata dal suo stesso padre, il leghista Calderoli che la definì “una porcata”, è senz’altro da sostenere. Eppure ci sarebbe una via più semplice, veloce ed elegante di risolvere questo pasticciaccio e ridare al popolo il potere (una parte almeno) di eleggere i prorpi rapresentanti, di scegliere i propri “dipendenti”. Basterebbe, come suggerisce intelligentemente ed anche un pò provocatoriamente, Sebastiano Messina su Repubblica del 30 Aprile, che il Parlamento approvasse una legge di nove (solo 9) parole “la legge 21 dicembre 2005 n.270 è abrogata”. Si tornerebbe immediatamente alla legge Mattarella che fu approvata “sotto dettatura del corpo elettorale” che aveva votato sì al maggioritario e sarebbe una soluzione eccellente (almeno inconfronto alla situazione attuale o a quella che ne verrebbe fuori da una vittoria del referendum).

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FEMMINILE E DIFFERENTE

di Laura Tussi

Per ogni essere umano vivere significa costruire, instaurare ponti di relazioni, all’interno dei quali ciascuno si riconosce come essere sessuato in rapporto con altri di sesso simile e diverso. Riflettere intorno a questo tema significa impegnarsi rispetto all’incontro, alla comunicazione con l’altra e l’altro: “Solo e sola non esisto. Ho bisogno del mio tu”. La relazione, l’incontro, la comunicazione rivelano identità, similitudini, affinità ma anche differenze.
“Io sono, tu esisti”: pari e diversi, ma l’identità può omogeneizzare ed omologare e appianare le diversità e la differenza può mutarsi in estraneità, ostilità, competitività ed esclusione.
Occorre diventare “noi”(comunione), pluralità che abbraccia posizioni diverse ed anche conflittuali. L’Agape biblico, l’amore fraterno e di genere insegna a finalizzare le differenze per impedir loro di diventare possesso, prevaricazione, sfruttamento, dipendenza, violenza, guerra.
L’amore insegna ad essere propositivi: “Io accolgo la tua differenza e tu la mia, per amore”, lasciandoci penetrare da questa reciprocità, vivendola come il dono in cui ognuno accoglie l’altro lasciandolo diverso. “Amo ciò che è in te e resta altro da me” (Luce Irigaray)
“Crescere, perciò vivere di relazioni, significa aprirsi ad un rapporto positivo con la propria realtà fatta di progetti e desideri che passano attraverso un corpo e si esprimono in un sesso, per riuscire ad amare tutto questo anche negli altri” sostiene M.C. Jacobelli. Ogni atteggiamento che ignori le soggettività, mortifichi le dignità e codifichi un non ascolto, abbozzi spietatamente una negazione e disconferma dell’altro, calpesta sempre il contributo che ognuno ha, uomo e donna, da offrire al mondo, alla vita, alla verità ed impoverisca l’intera umanità.
Emerge una forte coscienza della diversità, della differenza come valore: il riferimento esplicito è al genio femminile suggerito dalla Mulieris Dignitatem di Giovanni Paolo II nel 1988.
Una specificità femminile che non contrasta in nessun modo con l’affermazione delle pari dignità nei rapporti di genere. La stessa evoluzione del femminismo colloca la ricerca della parità in un’ottica di tutela e di salvaguardia e non distruzione della diversità.
La presenza femminile dentro la società potrebbe maggiormente modificare le logiche che regolano la politica ed il lavoro, oltre che la cultura economicistica e utilitaristica corrente.
La sensibilità femminile può aiutare a percepire in particolare valori come la dimensione umana della vita, la disponibilità e solidarietà verso gli altri, la cura ed il farsi carico dei più deboli.
Ne consegue la necessità della formazione ed educazione alla diversità, per riconciliare le donne e gli uomini con la propria identità.
Dal femminismo elitario si è passati alla coscienza più allargata e inquietante, dalla inquieta trasgressione ed autonomia alla scomoda ricerca /proposta di integrazione della donna in un tessuto di solidarietà più ampie, di più vasto respiro, anche se spesso conflittuali. Da questi presupposti scaturisce la richiesta di impegno concreto nelle istituzioni, il desiderio di introdurre nel macro-sociale le esperienze vissute dalla donna per secoli nel corso della “storia” (con la s minuscola) nel micro-sociale, l’esigenza del confronto di genere, uomo/ donna sul terreno del quotidiano. Il nucleo centrale dell’argomentazione è la ricerca di nuova solidarietà, di partecipazione delle donne alla costruzione della storia e di produzione di cultura.
Nell’attualità così inquieta e difficile e complessa il contributo femminile appare una ricchezza forse decisiva per ricostruire un tessuto sociale smagliato, una società da ritessere nelle sue trame di reciprocità, di dialogo, di solidarietà.

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