Politica
Una riforma del lavoro che punisce la competenza è inaccettabile.

Dispiace dirlo ma questa della agevolazione per assunzioni con contratti a “tempo indeterminato” SOLO SE si è under 29 – over 50, senza alcuna riflessione sulle “competenze” dei lavoratori, non si capisce.
Anzi rischia di cacciare dal mercato le vere professionalità, che solitamente sono quasi sempre “a tempo determinato”, per puri ragionamenti di diminuzione di costi che da sempre attraggono i “saggi” imprenditori e datori di lavoro italiani, ancora di più in tempi di crisi.
Se poi è vero che le assunzioni (a tempo indeterminato!!) degli under 29 sono solo per chi” sia privo di impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi o sia privo di un diploma di scuola media superiore / professionale o vive solo o con una o più persone a carico”, in una knowledge based society a cui da decenni tendiamo inutilmente, questo è un brutto esempio di policy making.
Un po’ più interessante è l’idea di agevolare gli imprenditori che assumono lavoratori in cassa integrazione (non solo over 50, noi diremmo), in questo modo ragionando in ottica win-win tra Stato, impresa e lavoratore.
La leadership dell’Unione Europea nelle politiche climatiche
Le analisi del World Energy Outlook sono sempre di notevole interesse.
L’ultima dal titolo “RedrawingEnergyClimateMap” racconta, tra le pagine, qualcosa di molto importante per l’Europa, che va messo in evidenza.
Il documento in realtà si concentra su alcuni punti chiave:
1) L’inefficacia delle politiche ambientali globali a tenere la direzione obiettivo dell’innalzamento di “soli” 2°C coincidente con le 450 ppm di CO2.
Ad oggi, la temperatura media del pianeta ha già superato lo +0.75% e, nello scenario as is, la tendenza è verso un innalzamento medio, rispetto al periodo pre-industriale, tra i 3.6 – 5.3°C.
Per evitare tutto questo, ed avere una chance sostanziale di raggiungere l’obiettivo dei 2°C, è richiesta un’intensa azione politica entro il 2020 – anno in cui il nuovo trattato internazionale dovrebbe essere in campo.
In tutto questo il settore energetico è baricentrico, in quanto “produce” i 2/3 delle emissioni nocive totali.
2) Il contestuale aumento delle emissioni di CO2 legate al settore energetico (+1.4% nel 2012 a 31.6 Gt.)
All’aumentare delle emissioni globali si associa una spinta redistribuzione dei pesi emissivi tra paesi non OECD (che passano dal 45% al 60% del totale dal 2000 ad oggi) e OECD (dal 60% al 40% del totale).
Andando nel dettaglio troviamo:
a) La Cina che aumenta del 3.8% (300 Mt) le proprie emissioni, ma con un tasso di crescita dimezzato rispetto al 2011, ed oggi emette il 25% della CO2 globale. In più l’intensità energetica dell’economia cinese cresce (3.8% nel 2012) in linea con la programmazione quinquennale (12th Plan), indicando enormi progressi nella diversificazione “green” dell’economia e nell’efficienza energetica.
b) Gli USA che diminuiscono – fondamentalmente grazie ad uno switch spinto da carbone a gas (sulla spinta del nuovo mercato interno del “non convenzionale”) nella produzione elettrica – le emissioni del 3.8% arrivando ad una quota globale del 16%
c) L’Unione Europea che continua lentamente a diminuire il proprio stock di emissioni (-1.4% con una quota di circa il 12% sul totale) a causa di una severa crisi economica che abbassa i consumi di energia elettrica (-0.3%), nonostante l’aumento di consumo di carbone (importato dagli USA principalmente) nella produzione elettrica, derivante dal crollo del prezzo dei certificati di emissione (per effetto di over supply di EU ETS, di cui abbiamo scritto qualche settimana fa).
L’inefficacia del carbon market europeo è evidente nel calo di solo 0.6% delle emissioni nei settori regolati contro un più importante calo del 5-8% nei settori industriali “liberi” come quello del cemento, del vetro e dell’acciaio.
3) La proposta di 4 misure di policy – le “4-for-2°C Scenario” – per un rapido abbassamento delle emissioni
Tali azioni, che si basano su tecnologie esistenti, sono già state testate in alcuni paesi e non alterano la crescita economica, hanno un potenziale di riduzione di emissioni di circa 3 Gt al 2020:
a) Adottare specifiche misure di efficienza energetica (circa il 49% del totale di riduzione)
b) Stop alla costruzione di impianti a carbone ed utilizzo limitato di quelli esistenti meno efficienti (21% di riduzioni)
c) Minimizzare le emissioni di metano derivanti dall’oil upstream e dalla produzione di gas (18% di riduzioni)
d) Accelerare la riduzione dei sussidi alla produzione di fonti fossili per ridurre emissioni e accelerare politiche di efficienza energetica
4) La necessità di politiche di adattamento agli effetti del cambiamento climatico che comunque ci saranno.
In particolare:
Il settore pubblico disegni nuovi quadri regolatori che incoraggiano un prudente adattamento del privato, che invece dovrebbe da subito inserire i rischi e gli impatti associati nelle sue decisioni di investimento
5) L’opportunità di anticipare le politiche climatiche per farne una sorgente di vantaggio competitivo
Ed è proprio su questo che vale la pena concentrarsi e soffermarsi.
In particolare su un grafico presente nello studio, che merita l’attenzione di tutti, cittadini e istituzioni:

Esso sintetizza in un solo luogo gli avanzamenti delle politiche climatiche nei principali paesi del mondo, riferendosi al settore energetico (che è perfetta proxy per un confronto tra sistemi economici e politici), mettendo a confronto i principali attori economici mondiali sulle tre dimensioni di:
– emissioni di CO2 per capita (tonnes per capita)
– intensità emissiva di CO2 delle economie (tonnes per thousand dollars of GDP)
– emissioni totali nei singoli paesi
Ebbene, da una rapida analisi del grafico risalta all’occhio la centralità dell’Unione Europea nelle politiche ambientali dal 1990 al 2012.
Tutte le altre economie infatti hanno “guardato” alla UE come punto di riferimento nelle traiettorie di sviluppo delle proprie economie.
Questo lo si vede dalla direzione (delle frecce) delle politiche ambientali dei singoli paesi indicati nello studio.
E allora mai come in questa immagine risulta chiara la direzione unica possibile delle politiche industriali, economiche e culturali del vecchio continente: quella che continua un tracciato pluridecennale di leadership nella sostenibilità ambientale (e non solo) dello sviluppo.
Ebbene, si parta da questa constatazione per (continuare a) disegnare il futuro del continente, senza aspettare – come dice il documento analizzato – il 2020, quando sarà tardi per tutto.
Una proposta per uscire dal muro contro muro con la Germania
di Francesco Grillo su Il Messaggero
Di eccessiva rigidità, di aspettative esagerate muoiono molti matrimoni: l’Euro, la stessa Unione Europea rischia di fare la stessa fine. Nonostante i vantaggi enormi che stare insieme agli altri ha prodotto per tutti i soci del club Europa. Tuttavia, una strategia di modifica del patto di stabilità vince solo se troviamo una proposta che segni la fine di una navigazione a vista fatta di cento micro aggiustamenti dettati dalle congiunture politiche nazionali. E gli argomenti per convincere da una parte i tedeschi che meccanismi poco intelligenti finiscono con il danneggiare lo stesso obiettivo della stabilità monetaria e i loro interessi; e dall’altra gli italiani che buona parte dei problemi che abbiamo non possono essere scaricati su un qualche nemico esterno e che essi necessitano cambiamenti profondi in gran parte da cominciare.
Può senz’altro funzionare l’idea di far partire una proposta dalla Francia, dall’Italia e dalla Spagna, ma solo se essa esprime, appunto, una strategia che tenga conto degli interessi di tutti. È francamente ridicolo invece, immaginare di voler allentare i vincoli imposti dall’adesione all’Euro “battendo il pugno sul tavolo”, come consiglia chi è pure azionista di maggioranza di questo Governo fingendo di dimenticare che se uscissimo dall’Euro il fallimento del Paese sarebbe praticamente automatico.
Il patto di stabilità è, con ogni evidenza, un contratto matrimoniale tra partner che, sin dall’inizio, fondavano il proprio sodalizio sull’idea di aver bisogno gli uni degli altri, ma anche su una profonda , reciproca diffidenza. Dopo dieci anni i motivi della sfiducia non sono stati dissipati. Eppure, tutti ci sono andati per molto tempo a guadagnare: i tedeschi hanno tolto di mezzo concorrenti meno efficienti ma che periodicamente ritrovavano capacità di esportare attraverso svalutazioni competitive; gli italiani continuano a risparmiare sei – sette punti della propria ricchezza nazionale, cioè novanta miliardi di Euro all’anno, che prima venivano buttati nella fornace degli interessi che paghiamo su un mostruoso debito pubblico costruito ben prima della introduzione della moneta unica. A distanza di dieci anni, il patto ha mostrato – dopo trenta mesi vissuti pericolosamente flirtando con l’ipotesi del default – di non funzionare più. La Germania rischia di assistere al prosciugamento di quello che è ancora il suo più importante mercato di sbocco; l’Italia ha bruciato la possibilità – sulla quale aveva scommesso chi aveva insistito sull’adesione – di mettere a posto la propria economia e, soprattutto, il proprio apparato pubblico promuovendone quella efficienza che con l’Euro diventava una strada obbligata.
Oggi le regole del patto – anche nella versione proposta dalla sua revisione (fiscal compact) – rischiano di far affogare chi nel frattempo non ha imparato a nuotare, di danneggiare l’Euro stesso e la stessa Germania.
Una proposta che possa essere condivisibile da tutti deve portare non già ad un generico allentamento, ma ad una migliore capacità delle regole di distinguere diverse tipologia di spesa pubblica. E allora la proposta può essere quella di valutare il rispetto dei patti non più anno per anno, ma con un orizzonte temporale che vada dai tre ai cinque anni.
In certe situazioni, certi investimenti, infatti, possono produrre un peggioramento immediato del rapporto tra deficit e PIL, che però può essere compensato nei due – quattro anni successivi. Questo perché quell’investimento produce nel tempo un aumento di ricchezza (e quindi del denominatore di quel rapporto che ci ossessiona) e contemporaneamente un aumento delle entrate tributarie che il maggior reddito genererebbe (e, quindi, una diminuzione del deficit).
Gli sforamenti, però, dovrebbero essere sempre e solo di questo tipo e concordati con la Commissione Europea. Questo ragionamento vale ad esempio per il cofinanziamento che Stato e Regioni devono assicurare per spendere i sessanta miliardi di euro di fondi strutturali che dovrebbero abbattersi sulla nostra economia nei prossimi sette anni. Il paradosso è che se non possiamo spendere perché vicinissimi al limite del tre per cento, continueremo per ogni euro “risparmiato” a perderne due: un euro di finanziamenti comunitari e un euro di tasse addizionali che i due euro di fondi strutturali possono generare.
Potrebbe andare bene, dunque, prevedere di avere – soprattutto in questa fase – orizzonti temporali più lunghi di un anno, perché altrimenti rischiamo di fare male all’obiettivo di lungo periodo di ridurre la spesa, ma anche quello della Germania che rischia di ritrovarsi partner disciplinati ma morti.
Ancora meglio, sarebbe, però, elaborare una proposta che tenga conto che all’interno dell’aggregato spesa pubblica ci sono cose molto diverse: alcune tecnicamente finanziano il non far nulla (pensioni erogate a chi ha meno di sessant’anni); altre danneggiano persino l’economia (gli eccessi di burocrazia); altre ancora, al contrario, producono sviluppo (alcune, selezionate opere pubbliche) o , addirittura, costruiscono futuro (educazione). A tali spese andrebbero applicate diverse percentuali sul PIL alle quali ridurle o alle quali, al contrario, incrementarle (con un criterio simile a quello applicato dall’agenda che l’Europa si da per il 2020 ma con una visibilità politica molto maggiore).
A quel punto, le sanzioni per non aver rispettato patti condivisibili dagli stessi cittadini europei, dai partiti politici che vogliono un europeismo non più sulla difensiva, potrebbero essere molto più pesanti, anche perché violarle costerebbe ai furbi consenso politico. Superare il gioco a “somma zero” di potenti che fanno finta di combattersi e proporsi come il motore di un cambiamento attraverso il quale possiamo ritrovare la crescita: sarebbe questa strategia che i leader di Italia, Francia, Spagna e Germania dovrebbero cercare prima e dopo i comunicati alla fine dei vertici.
Pd/ Sabato a Roma l’iniziativa ‘Riprendiamoci il Pd’. Gli Innovatori Europei co-organizzatori
Assemblea pubblica al Nazareno ‘per un centrosinistra che vince’
“Ripartire con franchezza da ciò che è andato storto, per voltare pagina tutti insieme e preparare, a partire dal Congresso, un futuro vincente per il Partito democratico e per tutto il centrosinistra”.
È questo lo scopo di ‘Insieme Riprendiamoci il Pd’, assemblea pubblica di incontro e di ascolto, che è stata convocata da Insieme per il PD presso la sede nazionale del Partito (22 giugno, dalle 10 e 30 alle 16 e 15) per dare un impulso del tutto nuovo alla formazione politica
“C’è la consapevolezza – è scritto nell’invito- che le vicende degli ultimi mesi (in particolare ciò che ha preceduto le elezioni e il caso del Presidente della Repubblica, dalla proposta di Marini alla clamorosa bocciatura di Romano Prodi, “padre fondatore” del Pd) hanno creato disagio, malessere e molta delusione tra gli iscritti e gli elettori democratici, aumentando drammaticamente la distanza tra i vertici nazionali e la base”.
Hanno aderito e sostengono iniziativa alcune delle realtà di base più rilevanti: Oltre a Insieme per il Pd, FutureDem, OccupyPD Roma, Open PD Adesso!, Innovatori Europei, END,-Adesso Donne 3.0. BigBang NetDem.
All’evento interverranno esponenti di molte di queste realtà (hanno confermato, la loro presenza oltre a Giuseppe Rotondo per Insieme per il PD, Giulio del Balzo per FutureDem, Patrizia Cini per OccupyPd, Carlo d’Aloisio Mayo per Open PD, Adesso!, Massimo Preziuso per Innovatori Europei, Alessandro Camiz, per END, Luigi Montano per Big Bang NetDem), ma si sono registrati da tutta Italia per partecipare e prenotare intervento, che dovrà durare al massimo 3 minuti.
Interverranno Sandro Gozi, Michela Marzano, Sandra Zampa, Stefano Boeri. Aderiscono all’iniziativa Pippo Civati, Gianni Pittella, Laura Puppato, Walter Tocci, Patrizia Prestipino e Gennaro Migliore (SEL); parteciperà anche Mario Staderini di Radicali Italiani.
“Gli organizzatori dell’evento — spiega il coordinatore nazionale di insieme per il PD, Giuseppe Rotondo — sono convinti che occorra una nuova fase costituente del Pd e che questa debba passare per il Congresso, come tappa di un cambiamento reale e inizio di una fase politica che rompa con quanto è avvenuto finora e sia un riferimento per l’intero centrosinistra. Ci si può riuscire partendo dalle difficoltà (dalla mancata attuazione dello Statuto del PD), dai malesseri che devono trovare una risposta e dalle idee che possono permettere di costruire un partito e un centrosinistra in grado di proporsi agli elettori e vincere.
L’Assemblea “INSIEME riPRENDIAMOci il PD” vuole rappresentare la prima testimonianza concreta di espressione partecipata ed aperta, capace di far incontrare e mettere a confronto le diverse e preziose risorse umane, spontaneamente organizzate nel territorio e/o nella rete – costituite da iscritti, da amministratori locali, da militanti, da simpatizzanti, da elettori, da ex elettori, da potenziali elettori – che comunque si muovono, o potranno esserne attratte, intorno all’arcipelago “democratico”.
22 giugno, piazza San Giovanni in Roma: sostegno ai diritti dei lavoratori
di Giuseppina Bonaviri su L’Inchiesta
Il 22 giugno a piazza S. Giovanni a Roma saremo presenti assieme alla Rete Indipendente “La Fenice con Bonaviri” e l’Associazione “PerAlternativadisinistra” con i sindacati e le forze di lotta civili in sostegno della difesa dei diritti e della dignità del lavoro.
Mai come ora il nostro Paese ha bisogno di una classe dirigente competente e responsabile che sappia parlare la lingua delle riforme, che non agisca per la difesa di interessi di parte e che intraveda, per quello generale della modernizzazione istituzionale, amministrativa ed economica dell’Italia, nella responsabilità sociale e nella rappresentanza, la chiave di svolta per ripartire dalle criticità dell’emergenza economica. Al centro di tutte le politiche rimettiamo l’occupazione.
Si sa che dai Fondi Ue si reperirà un miliardo per l’occupazione giovanile ed il contrasto alla povertà per le famiglie con un Isee inferiore a 3mila euro annui mentre altri 3 miliardi saranno messi a disposizione delle imprese. 5oomila euro saranno invece destinati alla riduzione del cuneo contributivo per l’assunzione dei giovani per due anni. Nel decreto dovrebbero essere previsti incentivi alla auto-imprenditorialità e ai progetti di cooperative giovanili ed ancora un credito di imposta per l’assunzione dei giovani laureati in materie tecnico-scientifiche di alta qualità.
Andrebbe anche considerato, per un taglio generalizzato del cuneo, una sua diminuzione anche per gli ultra cinquantenni che al momento però non appare garantita con l’individuazione di strumenti innovativi. Sarà obbligo di chi governa puntare all’ammodernamento puntando sul lavoro di qualità non dimenticando la grande fascia dei lavoratori della conoscenza destinati altrimenti a proseguire nella loro fuga all’estero. Il capitale umano torni ad essere al centro del nostro dibattito, dunque incentivando formazione , assunzioni universitarie, codice della scuola, incentivazioni agli enti di ricerca, revisione dell’apprendistato e della flessibilità in entrata. Sbloccare il fondo per la non-autosufficienza, risolvere il problema degli esodati e della rivalutazione delle pensioni segnerà inoltre il passo con la sfida della manifestazione.
Non possiamo permettere che la disuguaglianza continui a crescere, per questo riconnettere partecipazione e decisione farà glissare l’orologio dell’agenda politica nazionale fuori da ipocrisie e funzionamento correntizio verticale.
Ecco allora che ci corre l’obbligo di alcune essenziali precisazioni per quanto riguarda la Ciociara.
Il “Patto per il rilancio dello sviluppo del territorio della provincia di Frosinone” sottoscritto da tutti i componenti il Comitato provinciale per il lavoro e lo sviluppo economico nell’aprile del 2012, dovrà tornare sul tavolo della discussione degli organismi di rappresentanza locali e coinvolgere la Regione Lazio, dalle nuove Direzioni alla Giunta. Con le cancellazioni delle provincie viene meno, a fine anno, un soggetto politico di rappresentanza collettiva del territorio che rafforza l’urgenza di rivolgere un appello al Presidente Zingaretti, in occasione della manifestazione del 22 prossimo, per l’apertura di un tavolo di consultazione che, quanto prima, possa rassicurarci sull’utilizzo dei fondi strutturali 2014-2020 nella programmazione UE senza i quali le imprese del nostro territorio -che pure hanno accettato la sfida della competizione- rischiano di rimanere fuori mercato. Non si può condannare la nostra provincia al sottosviluppo. I ciociari vogliono continuare a sperare e ce la faranno.
#OccupyGezi or Taksim Square?
Define, periodise, prioritise and fit in a narrative.
This is the struggle that characterises the events happening in Istanbul. Who will get to tell the story of #occupygezi and who gets to tell the story mean different definitions, periodizations, prioritisation of issues and narratives than the ones #occupygezi protesters might have initially intended. The last couple of days has seen endless debates about what the events signify and research into which political party do the protesters feel closest to, how do they identify themselves[1] yet how they identify themselves is increasingly getting lost within the polarising discourse of Prime Minister Erdogan. It is not just him though. Even if unintentionally the binary of the modern/traditional, secular/islamist Turkey is being reproduced even within certain sectors of the protest movement.

The cover of Economist demonstrates this point clearly. A democrat or a sultan? It can not be anything else. What is more troubling than the cover (the orientalisation of the debate and reducing it to binaries was something expected of the Western media) is that this cover has been posted on Facebook and Twitter in a congratulatory manner. If the Economist backs your argument you must have been right. Is that really so? Or are we so stuck within Western centric conceptualisations of ourselves that we can’t see the problem with this picture?

KAL’s Cartoon
The reaction to the cover and the interaction with the Western media and the discourses employed is representative of the discourse that seems to be increasing as the protests continue. It is also a discourse that reverts us back to reproducing binaries. The call to the West, the references to ‘backwardness’, the constant discussion of secularist vs islamists, this othering is the reason for the state of Turkey right now. his discourse re(produces) the (in)securities of the pious muslims especially veiled women who were forcefully removed from the public sphere and silenced for decades and still are to an extent.Their fear that this discourse signals the possibility of again having to abdicate their right to freely exist in the public sphere causes them to (re)align themselves with the JDP as the only party that “protects” their rights. .In turn they also, as can be seen in twitter and Facebook, revert back to the discourses of polarisation and re(produce) their own othering, of equating the protestors with the Kemalist establishment that had silenced them for so long and military interventionism. It needs to be pointed out that it is not only the discourse itself but also the hundreds of Turkish flags, pictures of Ataturk and references to being Ataturk’s soldiers are also a source for insecurity. The flag and Ataturk might represent a sense of pride and sign of unity for many but it was also the reason for years of silencing, torture and deaths for others. The (in)security one might feel when they are bombarded with constant images of people with Turkish flags should not be overlooked and it also points out to a continuing problem that the ‘national’ flag itself is a source of ‘othering’.
This process of othering reifies the discourses on polarisation as if this is the only way to make sense of Turkey: modern/traditional, western/eastern, secular/islamist. It is not just the Western gaze that is producing these narratives, Turkey is complicit in this production. The pleas to the Western media to recognise the plight of the protestors while underlying that this is happening because of JDP is not modern, developed, Western enough to be democratic, the constant references to ‘what will the Westerners think of us now’, the endless search for ‘foreign agents’ and foreign involvement to explain the protests, the branding of criticism as only possible if it is allied to military interventionists are all complicit in the production of the discourses on polarisation and reducing the debate about the events in Turkey into clearly delineated and in no way explicatory binaries of modern/traditional, secular/islamist and as the Economist put it: democrat or sultan!!!
The cover and its reception point to a greater problem of defining what is happening in Turkey and how it will be framed; is it #occupygezi or Taksim Square? There have been endless articles discussing whether or not the events can be considered Turkey’s Tahrir Square.[2] This of course would put Turkey within the narrative of Middle Eastern revolts and part of a process of democratization in the Middle East and Third World countries. Or is it part of the Occupy movements that have manifested themselves in Western democracies. Which is it? #Occupygezi or Taksim Square, one or the other, both or neither!
This is a trick question in many ways because whichever way you answer you will be promptly put in a narrative prioritising one dynamic over the other, narrating Turkey as part of one spatial construct over another. One way or another you will orientalise Turkey, simplify its history and obscure many voices. Yet this is the main struggle presently over twitter, over Facebook and in op-ed columns. Who are the protesters (define yourselves), what are your demands (prioritise), what do you represent; fit into a damn narrative!!!!!!! And if you do not choose one and start framing yourselves accordingly soon enough you will be forcefully packaged into one of the readily available ones of modern/traditional, secular/islamist, left/right, establishing order/inciting anarchy, independent republic/foreign agents.
Pick a side, any side!!!
#Occupygezi will have failed if it does end up picking a side, if it does end up in one of the neatly packaged narratives Turkey has of itself. From its start I have been hopeful about the prospects of what this movement (if it can be characterised as such) means for Turkish politics exactly because it does not belong to a side, it is not part of the polarising discourse that aims at and feeds from creating an other, it is not part of a neatly packaged narrative about modernisation or democratisation. It has been coming under attack from all sides exactly because its existence, its success means that politics in Turkey has to change and none of the political actors in Turkey seem to have the vocabulary to engage in a political discourse that is not about reproducing binaries.
I have been using #occupyGezi to characterise the events from the beginning. I frame its beginning (based on the issue (environment, neoliberal policies) and the socio-economic background of the initial protesters (educated, middle-class university students) as part of the Occupy movement that is seen in democratic governments implementing neoliberal policies but it is open to debate whether or not these characterisations can still apply to the tens of thousands protesting today. I also frame it as part of the democratisation of the Middle East region especially with respect to the government’s response and the role of the media. Can it be both at the same time? Does it have to be one or the other? Can it be neither? If it does also demonstrate similarities with the Arab revolts why do I keep calling it #occupyGezi? Maybe that also reveals something about where I stand in the narratives of Turkish politics and it is something I should question. In order to overcome reductionist analyses and reproduction of binaries we have to ask questions that do not have readily packaged answers even to ourselves and maybe then we can start (re)defining what it means to be secular, islamist, modern, traditional without being dependent on binary constructions.
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[1] http://t24.com.tr/haber/gezi-parki-direniscileriyle-yapilan-anketten-cikan-ilginc-sonuclar/231335
[2] http://muftah.org/why-the-gezi-park-protests-do-not-herald-a-turkish-spring-yet/, http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2013/06/turkish-spring-protests-istanbul.html
L’oro nero che in Italia rende poveri
Interessante inchiesta del Corriere della Sera sulla Regione Basilicata, regione ricca di enormi risorse naturali, ma nei fatti tra le più povere di Italia.
L’uguaglianza estrema
di Raffaele Simone su La Repubblica
Una delle rivendicazioni più insistenti di tutti i movimenti populisti d’Europa è quella della parità totale tra eletti e elettori. Anche il M5S ne ha fatto una delle sue bandiere. Ma a poco a poco quest’atteggiamento egalitario si sta estendendo a tutte le forme di distinzione. Anzitutto quelle funzionali: il capo dello Stato può essere apostrofato come un amico di bevute, gli avversari dileggiati con battute e nomignoli da osteria, le istituzioni trattate come rottami. Tutte le distinzioni si appiattiscono in un’orizzontalità assoluta. Anche il campo delle valutazioni tecniche complesse è colpito dal vento del “tutti uguali!”.
Sebbene il movimento sembri non avere nessun think tank (salvo qualche professore rancoroso), il suo leader e numerosi membri si producono in impegnative esternazioni anche su temi difficili, come la politica monetaria o quella europea. Su che dati si basano queste opinioni? Su che studi? Dagli argomenti del capo, sembrerebbero basati su nulla più di quel che si legge sui giornali o si dice in giro. Insomma, in politica le opinioni generiche cominciano a pesare quanto il sapere tecnico.
Le società democratiche, pur riconoscendo ai cittadini uguaglianza giuridica, civile e di opportunità, preservano gelosamente una varietà di distinzioni tra ordini e ranghi. Il magistrato non può essere sostituito da un comitato di cittadini, il professore dal più bravo dei suoi alunni, il medico da un portantino. Lo spirito di uguaglianza che sta alla base delle democrazie deve dunque ammettere dei limiti. Il grande Montesquieu nell’ Esprit des lois (1748) indicava con folgorante preveggenza che due sono gli eccessi da cui le democrazie devono guardarsi: «Lo spirito di disuguaglianza» ma soprattutto «lo spirito di uguaglianza estrema». Quest’ultimo si ha quando chiunque vuole essere «uguale a colui che ha scelto per comandare. Allora il popolo, non riuscendo a sopportare il potere che esso stesso attribuisce, vuol fare tutto da solo: deliberare per il senato, eseguire le sentenze al posto dei magistrati e esautorare tutti i giudici». Nella «democrazia regolata» si è uguali solo come cittadini; in quella che regolata non è si è uguali anche come «magistrato, come senatore, come giudice…». È chiaro che la richiesta populista di parità senza distinzioni è una delle facce della “uguaglianza estrema” descritta da Montesquieu. Il guaio è che lo spirito di egalitarismo totale dorme nascosto nei tessuti della democrazia, della quale è uno dei “nemici intimi” (secondo la felice formula di Tzvetan Todorov). Il principio democratico contiene infatti un’utopia insopprimibile: l’idea che individui diversi per mille motivi siano uguali dal punto di vista civile, giuridico e politico. Ora, basta prendere quest’utopia alla lettera, non ammettere che si tratta di una “finzione” operativa, per attivare un circuito che porta a rifiutare ogni sorta di distinzione, quale che sia l’ambito a cui si applica. Questa è la fonte della richiesta di uguaglianza estrema che sta alla base del grillismo, in cui agisce anche l’insofferenza, tipica dei populismi, verso le regole della democrazia rappresentativa. In questo panorama qualunque intermediario (dal parlamentare all’amministratore pubblico) è visto come un opportunista, un impostore o un affarista, che lucra vantaggi profittando della delega che ha ricevuto dai cittadini. I populismi contengono infatti una contrapposizione tra il popolo (“noi”) e le élite, e il popolo se lo rappresentano come un’entità omogenea, monolitica, in cui non ci sono differenze di classe o di interesse. È questo popolo che deve esprimere le sue decisioni in politica, senza lasciarle ad altri. Questo è anche il motivo per cui il M5S è così avverso alla mancanza di vincolo di mandato prevista dalla Costituzione, che interpreta come una mera licenza per l’eletto di fare il proprio comodo. Ci sono motivi per considerare inquietante lo “spirito di uguaglianza estrema” già nella sua applicazione alla sfera della rappresentanza. Ma che cosa accadrebbe se la prospettiva disegnata da Montesquieu si realizzasse fino in fondo, se cioè il “popolo” pretendesse di fare non solo il senatore (a questo siamo già arrivati), ma anche il magistrato, il poliziotto, il docente, il giudice?
Le tecnologie del futuro e le città intelligenti
Nei giorni scorsi McKinsey ha pubblicato un interessante report dal titolo “Disruptive technologies: Advances that will transform life, business, and the global economy”. Il documento descrive le 12 tecnologie a maggiore impatto potenziale sull’economia mondiale nel 2025, selezionate in un campione di più di 100 potenziali.
Tabella: Stima del potenziale impatto economico delle nuove tecnologie nel 2025 (in migliaia di miliardi di dollari)
Fonte McKinsey (Maggio 2013)
Secondo McKinsey la rivoluzione tecnologica in corso da qui al 2025 sarà fortemente centrata sul “digitale” che permetterà – tra le altre cose – di creare business tramite “l’internet mobile” e la analisi dei “big data”, di automatizzare enormi volumi di lavoro manuale ed intellettuale tramite “robot”, di virtualizzare processi reali spostandoli dall’hardware alla “nuvola internet”, di portare la fabbrica in ogni casa con la “stampa 3D” e di connettere “internet” agli “oggetti” trasformandoli in fornitori di servizi.
La tecnologia digitale sta portando inoltre enormi innovazioni nel campo della genomica, con conseguenze potenzialmente illimitate sulla salute e la longevità degli individui.
Queste innovazioni tecnologiche renderanno obsolete grandi parti dell’industria tradizionale e larghe fette di lavoro manuale ed intellettuale, mentre creeranno nuovi business e nuovi lavori, altamente specializzati.
Il trasferimento di enormi potenze di calcolo nella “nuvola”, messe in rete con la pervasività del “mobile internet”, l’intelligenza presente negli oggetti, la presenza di aziende altamente automatizzate la diffusione di auto a guida automatica, alimentate da potenti “batterie” e da fonti rinnovabili, renderanno la città un ambiente dotato di elevata densità di informazioni, know – how, qualità della vita e creatività. In cui il lavoro si svolgerà in luoghi diversi e in modalità nuove e flessibili.
Un esempio viene dagli Stati Uniti, dove l’effetto dirompente del movimento dei makers è stato riconosciuto dal visionario presidente Barack Obama, che ha annunciato un piano di 3 miliardi di dollari per la creazione di istituti per l’innovazione, i FabLab nati al MIT dal lavoro di Neil Gershenfeld. Laboratori digitali e tecnologici “low cost” in cui si progettano e già si realizzano nuovi modelli di produzione manifatturiera. Dotati di competenze iper specialistiche messe in rete grazie al digitale, saranno questi i luoghi che porteranno alla nascita delle cosiddette “micro – multinationals” (“Race against the machine”, 2011), aziende a struttura operativa micro ma dotate di mercati di riferimento e fatturati di una multinazionale.
Il futuro vive già oggi nelle città intelligenti. Ma per trarne vantaggi netti, esso va compreso prima che arrivi. Soprattutto in paesi come l’Italia, dotati per storia di intelligenza e imprenditoria diffusa, che va finalmente messa a sistema. Grazie alle tecnologie dirompenti.
Alternanza e innovazione
Il passaggio dal centrosinistra al centrodestra non ha ridotto l’incapacità del sistema pubblico della Campania a praticare le politiche comunitarie per la coesione e lo sviluppo.
Caldoro accusa Bassolino per i tagli che l’Unione Europea minaccia su alcuni progetti del 2000-2006, ma, al tempo stesso, oggi, l’avanzamento della spesa del 2007-2013 è inferiore al 40% dei fondi disponibili.
Se il centrosinistra è stato poco attento alla qualità della programmazione e dei progetti, si potrebbe dire che il centrodestra non li spende proprio. Sta di fatto che l’inefficacia con cui si utilizzano i Fondi Comunitari è il dato di deprimente continuità, per l’economia e le comunità regionali della Campania.
Volendo trarne qualche insegnamento di valenza sovralocale, dobbiamo necessariamente esplorare le cause più profonde di tutto ciò, andando oltre la banalizzazione personalistica di un dibattito politico sempre più superficiale, litigioso e inconcludente.
Diciamo subito che i fatti richiamati manifestano plasticamente gli effetti della mancata innovazione, nella politica e nell’amministrazione non solo locale. Vediamo perché.
È noto a tutti che l’efficacia delle politiche comunitarie dipende molto dalla qualità con cui i decisori politici compiono le scelte di propria competenza. Quanto più sono partecipate, condivise e fondate sui principi di decentramento e sussidiarietà, tanto più concorrono e contribuiscono al processo di unificazione europea.
Fin quando la politica italiana rimane gravata da vizi di autoreferenzialità, di centralismo dirigista, di contrattazione delle risorse in cambio di consensi, si rimarrà ai margini di quell’Europa che tutti –a parole- vogliono costruire. La questione non riguarda solo la politica locale, investe il sistema politico nel suo insieme. Da questo punto di vista andrebbero meglio esaminate le “chiavi di successo” della breve esperienza di Fabrizio Barca che, in poco più di un anno, ha fatto registrare un consistente incremento, qualitativo e quantitativo, nell’uso dei Fondi a livello nazionale. A ben guardare c’è stato l’accenno di una innovazione di sistema.
Ma “una rondine non fa primavera”. Ne sono consapevoli alcuni autorevoli dirigenti politici (come ad esempio Gianni Pittella e lo stesso Barca), ma non tutti sembrano aver capito che l’innovazione è efficace quando cammina sulle gambe e nella testa di tante persone.
Anche sul piano più strettamente amministrativo serve una radicale e profonda innovazione. Non c’è chi non veda la pesantezza, la farraginosità, la duplicazione di funzioni, gli sprechi di risorse finanziarie, umane e professionali che si registrano in apparati e procedure pubbliche nazionali, regionali e locali. Di questo diremo poco. Se n’è resa conto persino l’Unione Europea, tant’è che un Obiettivo tematico comune della programmazione 2014-2020 è: “Rafforzare la capacità istituzionale e promuovere un’amministrazione pubblica efficiente”. Ma bisogna farlo presto. E ancora una volta il passaggio dalle parole ai fatti è compito della politica e della sua capacità di innovare davvero.
L’aspettativa della nostra Associazione -non a caso “Innovatori Europei”- è che nel travagliato percorso evolutivo del Partito Democratico e di altre forze che si richiamano alle culture riformatrici di sinistra, prevalgano, finalmente, le ragioni di profondi cambiamenti. Senza un adeguato esercizio delle culture comunitarie, l’Italia difficilmente potrà risollevarsi.
È la nostra “ragion d’essere”. Ne faremo oggetto di un rinnovato e libero impegno civile.

