Significativamente Oltre

Editoriali

La discriminazione di genere non è solo questione di sicurezza

di Giuseppina Bonaviri

Il 22 settembre prossimo presso la Villa Comunale di Frosinone si manifesterà contro il femminicidio e la violenza di genere. Il dibattito che in questi mesi si è accesso sulle questioni in materia di violenza  non può rimanere, per noi, solo una concertazione sulla sicurezza: stiamo parlando di un fenomeno che non è emergenziale ma squisitamente culturale. L’opinione pubblica ha percepito il dramma e se ne vuole fare carico. L’evento  che vede artiste-i provenienti da molti punti d’Italia ha volutamente un carattere di pluralità quella pluralità che  contraddistingue il nostro gruppo di lavoro e che, alla base del progetto, ha voluto privilegiare un piano di contrasto alla violenza riaffermando la priorità di una adeguata educazione alla differenza di genere nel prevenire il fenomeno tramite l’arte ed una serie di campagne di sensibilizzazione  e di informazione che si susseguiranno  dopo la manifestazione del 22 in moltissimi comuni ciociari aderenti. La strategia formativa sarà la seconda fase di intervento che adotteremo: autodeterminare la  consapevolezza ed autonomia della donna,  educazione alla discriminazione a partire dai primi livelli di scolarizzazione, istituzione di una rete reale tra le diverse tipologie di strutture esistenti sul territorio che sia dii supporto alle donne dai primi momenti e che non le abbondoni fino alla conclusione del percorso riabilitativo. Le donne vengono uccise in quanto donne e non per questioni passionali. Una campagna di informazione ed educazione parte dalla sensibilizzazione delle-i giovanissime-i e delle persone comuni , dall’idea che i soggetti ed i centri ritenuti per legge idonei al sostegno delle donne vittime debbano potere collaborare , dalla certezza che rendendo le donne più indipendenti anche con il potenziamento della occupazione queste saranno meno ricattabili. Noi donne, che lottiamo per la giustizia e per la pace, siamo in prima linea e ben sappiamo che è solo  un atto di giustizia, che potrà renderci consapevoli  dei nostri diritti e che potrà consentire di cambiare, nell’immediato, il pregiudizio. Oggi parlare di femminicidio è parlare d spose bambine, è parlare di omicidi religiosi come di omicidi di stato, è parlare dei fanatismi  che generano morti e violenze sulle donne, è parlare di uomini maltrattanti che necessitano di centri di ascolto e di riabilitazione che non esistono, è parlare di reti di supporto reali dove lo Stato  si impegni concretamente non solo adeguando leggi e formulando indirizzi ma con lo stanziamento di risorse economiche che sono fondamentali  al proseguimento del percorso. Parlare di femminicidio, oggi, significa parlare di cyber bullismo ed delle sue tante giovanissime vittime bersaglio della harassment(molestie) in rete, dei troll( provocatori) della rete che seminano terrore tra le giovanissime. Chiediamo alle istituzioni, a partire da quelle locali e provinciali, che accolgano il nostro appello e non si ritirino su sentieri di omertà e silenzio. Lo sappiamo bene, l’Italia non è un paese per donne tanto meno per le donne del fare ma noi non vogliamo essere complici. Quando queste donne decidono, fuori dalle strumentalizzazioni , di  fare rete il beneficio è di tutta la società .

Giuseppina bonaviri

Innovatori Europei con REA all’Italian Broadcast & Technologies show

I   B   T   S

 

 INTALIAN BROADCAST & TECHNOLOGIES SHOW

Bologna Centergross

27 – 28 – 29 settembre 2013


 

                                           

Venerdì 27 settembre 2013

(10.00 – 18.00)

 

Nell’ambito della prima edizione IBTS di Bologna, organizzata dalla ADCOM Srl, la REA – Radiotelevisioni Europee Associate,

 

PRESENTA

 

“il meeting nazionale della radiotelevisione locale”

(proposte al Governo e alle Istituzioni per rilanciare il settore)

 

Il meeting si svolgerà con riunioni seminariali formate da gruppi di lavoro il cui compito sarà di individuare le soluzioni più idonee da proporre al governo e alle istituzioni competenti per superare velocemente ed efficacemente la crisi del settore principalmente dovuta alla improvvida coincidenza del cambiamento tecnologico con la crisi economica del Paese. I gruppi di lavoro analizzeranno i più scottanti temi di sofferenza delle emittenti locali nella prospettiva ravvicinata di un rilancio del settore editoriale e del relativo indotto produttivo significativamente rappresentato, in uno sforzo comune, dalle imprese presenti alla prima edizione IBTS di  Bologna. Ciascun gruppo di lavoro sarà stimolato alla discussione da qualificati esperti. I titolari delle emittenti, gli operatori del settore radio-tv, potranno partecipare ai gruppi di lavoro con interventi diretti o contributi scritti. La sintesi dei lavori di ciascun gruppo farà parte della Piattaforma Radiotelevisiva per il rilancio dell’emittenza locale che una delegazione di editori e di esperti  presenterà al Governo, alle Commissioni parlamentari, alle Forze politiche e alle Istituzioni.

 

La partecipazione ai gruppi di lavoro, indipendentemente dall’associazione di appartenenza,  è libera e gratuita.  L’accesso all’IBTS prevede una preventiva registrazione.  Pertanto,

 

Richiedi il badge di ingresso per Venerdi 27 Settembre 2013

 

Per far parte dei gruppi di lavoro, scrivere a ufficiostampa@reasat.it

 

Gruppi di lavoro costituiti e argomenti trattati

 

Gruppo TV – Coordinatore: Gabriele Betti

 

Relatori:  Francesco Di Fazio – Francesco Mazzarella -Tiziano Tampellini –

 

1.      proposte operative per salvare le imprese e i livelli occupazionali delle locali dalle conseguenze negative dello switc off televisivo:

 

a)     ripianificare si può e si deve…..(Betti)

b)     annullamento della delibera 237/LCN per riposizionare l’emittenza locale storica ai primi numeri del telecomando  (Mazzarella);

c)      chiusura del contenzioso giudiziario con una giusta riformulazione delle graduatorie di assegnazione delle frequenze conseguente a verifiche sull’effettivo  possesso dei requisiti previsti dai  bandi (Di Fazio)

d)     ipotesi di equo indennizzo per il rilascio volontario delle frequenze (Tampellini);

e)     Provvidenze editoria e sostegno economico legge 448/98 – il progetto di  riforma della REA (Betti)

 

Gruppo Radio – Coordinatore: Luigi Conte

 

Relatori: Francesco Massara – Salvatore Riso – Nicola Zoppa

 

2.      Il DAB è davvero obsoleto o è un’innovazione da non perdere?  – La Radio digitale e le diverse piattaforme di diffusione (Conte);

3.      Indagini di ascolto trasparenti per ridare fiducia al mercato della pubblicità. La proposta innovativa della REA (Riso);

4.      Diritto d’autore e diritti connessi: adeguamento normativa europea (Zoppa);

5.      Provvidenze editoria e sostegno economico legge 448/01 – il progetto di  riforma della REA (Conte)

 

Gruppo normativo – Coordinatore: Antonio Diomede

 

Relatori: Sandra Govino – Roberto Fontana –  Agostino Rabizzi – Alberto Benazzi – Filippo Cagalli –Nicola Zoppa – Riccardo Orsini – Franco  Secci – Mauro Birocchi – Angelo Cirone – Francesco Massara – Michele Rapisarda – Francesco Di Fazio – Angelo Blasi – Salvatore Barbieri – Salvatore Riso – Luigi Conte – Carlo Bonarrigo – Angela Carretta – Roberto Brandolini – Paolo Lunghi – Gabriele Betti – Antonio Furia – Di Cosola Giuseppina

 

6.      Il pluralismo radiotelevisivo italiano e il conflitto d’interessi: le tutele tradite – il progetto di riforma della REA

7.      Il sostegno economico alle locali agganciato al canone RAI per il servizio pubblico svolto nel territorio

8.      Compatibilizzare per pianificare la FM

 

CONFERENZE STAMPA

 

Ore 16.00  “La Milano Sanremo della Canzone Italiana” : programma delle manifestazioni itirenanti per l’Italia con partenza da Milano e arrivo a Sanremo con manifestazione collaterale al Festival della canzone 2014 con la partecipazione del gruppo Polymenes, già premiati con targa REA a Sanremo 2013. Conduce Paky Arcella

 

Ore 17.00  Presentazione del network televisivo nazionale “Le 100 TV” – conduce

                  Antonio Parisi

 

Inizio e termine dei lavori: venerdì 27 settembre ore 10,30 – 18.00

 

San Cesareo, 17 settembre 2013

                                                                                  REA – Radiotelevisioni Europee Associate

Battaglia civile per contrastare la povertà dilagante anche nella provincia di Frosinone

di Giuseppina Bonaviri

La chiusura della Marangoni fa sembrare senza fine la crisi che investe il nostro territorio verificandosi a poca distanza dal recente accordo di programma che tenta di risolvere i casi aziendali locali da tempo in attesa di soluzione. L’ennesima perdita di posti di lavoro, punta dell’iceberg di un più diffuso disagio economico della popolazione, come possiamo rilevare nella vita quotidiana delle tante famiglie che riducono i loro consumi rinunciando persino ai beni di prima necessità come cure preventive e sanitarie. Una situazione che rende il nostro territorio simile alle  provincie del sud italiano dove, attualmente, diventa persino difficile rilevare la gravità dello stato di disagio che si vede solo in occasione di luttuosi fatti di cronaca. Drammaticamente ci sono stati sottoposti in queste settimane due dati, dai quali non si può sfuggire.

Il primo è che la nostra regione è quella che fra il II trimestre del 2012 ed il corrispondente 2013 ha subito il più alto incremento di persone in cerca d’occupazione, quelli che chiamiamo disoccupati, fra tutte le regioni del centro-nord: + 2,4%, superata di pochi decimali dalle regioni del Mezzogiorno, mentre la crescita della media nazionale è stata dell’1,5%.

Il secondo dato: l’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà nel nostro Paese dai quali emerge che, nel 2012 erano 3.232.000 le famiglie in condizioni di povertà (assoluta e relativa), interessando il problema 9.563.000 persone -che equivale al 15,8% della popolazione-. E’ considerato povero un italiano su quattro con l’aggravante che nei paesi del sud la situazione è nettamente in crescita. Ovviamente la causa della condizione di povertà, in Italia, è per il 36% originata dalla perdita di lavoro.

Non vi sono dati provinciali ufficiali su queste statistiche ma non è difficile trarre conclusioni che appaiono assai preoccupanti per la nostra terra, ove parte della popolazione che ha perso il lavoro vive con dignità  in uno stato d’indigenza.

E’ questa la ragione per la quale la Rete La Fenice vuole aderire alla “Proposta per un patto aperto contro la povertà” delle Acli e della Caritas Italiana che chiede l’inserimento, nella legislazione italiana, del Reddito d’inclusione sociale affinché nessuna famiglia viva al di sotto di un livello di vita “minimamente accettabile”.

Alla facile obiezione che in tempi di tagli alla spesa pubblica questa sarebbe un insostenibile aggravio bisogna opporre la forza di una battaglia di civiltà che giudica insopportabile una situazione che da ormai più di dieci anni vede l’Italia (unica nazione con la Grecia) destinare alle famiglie in povertà la più bassa percentuale di risorse: lo 0,1% del Pil mentre i quindici paesi che aderiscono all’euro vi destinano, in media, lo 0,4%.

Il percorso attuativo di questa politica ha preso in esame l’ammontare delle risorse che attualmente spende (male) il nostro Paese e, in riferimento a quanto speso nella media europea, prevede uno stanziamento addizionale di 6.062 milioni ripartiti in prestazioni monetarie: 4.982 mln per servizi alla persona e 1.078 mln, poco più di due milioni, per l’indispensabile monitoraggio e valutazione delle risorse destinate al progetto.

Va rilevato che nella modalità di attuazione di questa politica volta ai bisogni delle famiglie, tutto il sistema del welfare italiano ne trarrebbe vantaggio. Un primo risultato, è negli scopi della “Proposta”: realizzare l’“infrastruttura  nazionale del welfare locale” ovvero dotare il territorio, attuando il principio di sussidiarietà orizzontale, di un sistema unitario che metta fine alla segmentazione attuale prevedendo la co-progettazione ed attuazione degli interventi fra enti locali, strutture pubbliche (i servizi socio-sanitari, i Centri per l’impiego, la scuola e la formazione professionale) e Terzo settore. Non di minore valore è poi la scelta di commisurare le soluzioni alle caratteristiche delle diverse aree per le molte differenze -per reddito ed opportunità di servizi e lavoro- esistenti sul territorio italiano. Ciò imporrà ai diversi attori di misurarsi con esse stimolandone la conoscenza e l’autonomia. Noi siamo pronti per questa ulteriore battaglia di civiltà da portare anche in ciociaria.

Torniamo a riscoprire la voglia sociale di futuro

di Paolino Madotto

Stiamo assistendo al più grande furto di futuro degli ultimi decenni. La discussione di fronte alla quale ci troviamo naviga nel presente e nel passato. Tutto il Paese è immerso nel passato e il futuro non riesce ad andare oltre il 2014.

Il governo prospetta al popolo magnifici scenari di crescita dello zero virgola qualcosa, l’imprenditoria sogna meno tasse sulla prossima legge di stabilità, la destra politica è abbarbicata al passato glorioso di forza Italia, i giornali sono pieni di narrazioni su qualche soldo da mettere in una partita di bilancio o di tunnel in cui in fondo si vede qualcosa. Anche le imprese sono occupate ad aumentare i profitti del prossimo trimestre e la borsa a portare a casa dividendi a breve.

Il futuro, quello che ci aiuta ad immaginarci tra venti o trenta anni, non c’è più. Una società sempre più individualizzata non ha più un futuro collettivo, una socializzazione dell’avvenire, degli obiettivi collettivi.

I programmi politici si limitano alla legislatura che verrà ( quando ci sono) pieni di piccole misure compensative del patimento del passato senza una visione per il futuro. Si ruota intorno ad un futuro che allevia il dolore del presente ma non riesce ad appassionare.

Il futuro è delegato all’individuo che già è assillato dal presente. Ognuno lo costruisce come vuole con i mezzi che ha, con la sua solitudine e con il suo smarrimento.

Eppure una società senza futuro cosa è?

Eppure non ci può essere idea di impresa senza una chiara visione del futuro, ogni investimento presuppone una spesa oggi nella speranza che in futuro sia ben remunerata. Come non ci può essere sistema formativo, perché uno studente di diciassette anni cosa sceglie se la società non gli prospetta una proposta di futuro che sta costruendo? E  dunque mettere la scuola sempre più vicino all’impresa senza dare a tutti e due gli elementi per dirigersi è altrettanto poco utile malgrado la buona volontà.

E così abbiamo laureati in comunicazione che non trovano lavoro ma ai quali, quando si sono iscritti, si è prospettato un futuro luminoso. Abbiamo ingegneri edili in un territorio dove non si potrà costruire più come prima. Se costruisci il futuro guardano solo il presente difficilmente ci prendi.

Anche la discussione congressuale nel PD soffre di questa malattia. Da una parte la nostalgia per gli anni ’90 del liberismo anglosassone, la società liquida, l’individualismo. Una strada che basterebbe conoscere meglio per comprenderne fino in fondo i nefasti risultati (tra cui la più grave crisi economica dal 1939). Dall’altra il rischio di rimanere legati a una tradizione che va trasformata e non semplicemente venerata.

Il partito è lo strumento per costruire il futuro, il luogo in cui delle persone si ritrovano su valori e obiettivi comuni e si mettono in moto per realizzarli. Senza un disegno di futuro non si è in grado di scegliere l’arnese più adatto ad arrivarci.

Se il futuro è il “sol dell’avvenir” chiaro e preciso, dogmatico quanto indiscutibile sarà utile un partito massificante e disciplinato; se il futuro è un insieme di valori come la partecipazione, la democrazia, il benessere sociale, un welfare sociale e delle opportunità e la società della conoscenza è necessario prefigurare un partito organizzato e strutturato in modo diverso; se il futuro è l’individuo lasciato a se stesso non serve un partito ma un comitato elettorale.

Se in Italia non ricostruiamo un futuro collettivo non arriviamo da nessuna parte. Il primo compito che deve avere un partito progressista è questa missione. Il progresso può essere disegnato solo collettivamenteun “collettivo” che non è la massa spersonalizzante della tradizione peggiore della sinistra e non è la solitudine dell’individualismo della destra e del neoliberismo anni ’90 (anche se pitturato di sinistra liberal).

Il collettivo che può assumersi l’onere di disegnare il futuro è quello incentrato sulla persona, un soggetto sociale che esprime se stesso nella comunità con gli altri, in grado di essere valorizzato per il suo contributo da singolo al bene comune della collettività. Un concetto profondamente olivettiano che dobbiamo recuperare e far nostro.

Adriano Olivetti dovrebbe essere considerato uno dei riferimenti importanti del Partito Democratico, per la sua capacità di disegnare e interpretare il futuro, di innovare, di mettere al centro la persona.

Mi piacerebbe che la discussione congressuale potesse incentrarsi sul futuro sociale di questo paese. La Cina fa piani a venti anni, piani che si cambiano di anno in anno a seconda di quello che accade ma che danno ad ogni cinese la visione del suo paese a venti anni e ognuno può far qualcosa per costruirlo. Forse anche noi dovremmo cominciare a ragionare a venti anni.

Dovremmo costruire il futuro collettivo con l’idea che i piani sono fatti per essere cambiati se necessario,come una mappa è fatta per dare la direzione ma sta all’esploratore evitare gli ostacoli o comprendere il tracciato migliore sulla base del territorio in cui è immerso con i suoi piedi.

E allora sorge l’ultimo interrogativo: ma la mancanza di discussione sul futuro non sarà dovuta alla mancanza di “nostromi” in grado di farla? Non sarà che questi venti anni di lotta contro il pericolo illiberale sono stati anche gli anni nei quali è stata eliminata la possibilità di discutere sopraffatta dall’esigenza di combattere e ubbidire? se così fosse c’è fretta di immettere persone in grado di andare oltre perché gli “anziani” capaci ormai sono in zona ritiro e i “giovani combattenti” non sono funzionali alla sfida che lo schieramento progressista ha di fronte.

Dopo ogni guerra c’è sempre il problema dei “combattenti” che devono lasciare il posto a persone in grado di ricostruire, alla politica. La guerra tra antiberlusconismo e berlusconismo da noi ancora non ha lascia il posto alla ricostruzione, gli strascichi li vediamo in parlamento.

Abbiamo bisogno urgente di una classe dirigente che sia in grado di pensare e creare il futuro della nostra società, di intellettuali, politici, manager, quadri che si sappiano assumere questo onere. Abbiamo bisogno di luoghi di studio e riflessione per creare una visione di futuro collettivo, mi auspico che uno di questi  luoghi possa essere il percorso congressuale del Partito Democratico. 

Il partito di Breivik non esiste e non ha vinto le elezioni in Norvegia

Nel paese scandinavo non ha vinto l’estrema destra come certi media italiani sostengono: le elezioni sono andate in maniera molto diversa

di Paolo Sinigaglia su Valigia Blu

Ascoltando quello che i media italiani dicono a proposito delle elezioni norvegesi dello scorso fine settimana potremmo essere sviati un poco dalla realtà. La Norvegia è un piccolo paese, solo 5 milioni di persone là in mezzo alle nevi a cavallo del circolo polare artico non meritano grande attenzione (si fa per dire), ma pare eccessivo giocare sul clamore della strage di Utøya e sul personaggio inquietante di Breivik. Succede così che i titoli di alcuni siti di informazione esagerino un pochino nella foga: “La Norvegia vira a destra. Alle urne vince partito Breivik”  titola L’Unione Sarda, il Corriere della Sera non è da meno con “Norvegia, voto choc: il partito di Breivik verso il governo”,  non parliamo poi di Giornalettismo per cui è già tutto deciso: “L’ex partito di Breivik al governo in Norvegia”. Ci si potrebbe quindi domandare, come fa Tommaso Ederoclite su Facebook, come mai dopo la strage brutale che spezzò 77 giovani vite due anni fa l’elettorato possa premiare il partito dell’autore della strage. In realtà quei titoli si rivelano quantomeno imprecisi e rischiano di dare un’immagine distorta della questione e del paese scandinavo. Il fatto è che non esiste il “partito di Breivik”, ma solamente un partito, quello del Progresso (FrP), che l’attentatore diceva di supportare nelle sue elucubrazioni diffuse dopo la strage. Si tratta di un partito di estrema destra, con accenti razzisti che predica una stretta alle politiche immigratorie e ha tentato di diffondere una cultura della purezza norvegese proponendo per esempio in Parlamento un piano per diffondere consigli agli immigrati di prima generazione che dovrebbero comportarsi nella maniera più norvegese possibile con i figli in modo di non ostacolare la loro naturalizzazione nel paese. Per queste posizioni, non condivise da nessun altro partito di centrodestra, l’FrP è rimasto sostanzialmente isolato dal sistema politico sin dalla sua fondazione nel 1973. Erna Solberg (Partito conservatore) e Jens Stoltenberg (Partito laburista norvegese). Sappiamo poi che il blocco di centrodestra (comprendendo anche l’FrP) era dato in vantaggio dai sondaggi da molti mesi con uno scarto sul blocco di centrosinistra che ha superato il 24% nell’ottobre 2012: le elezioni hanno fissato un divario che si è ridotto a poco più del 10%. Il Partito del progresso ha però subito una pesante sconfitta elettorale, passando da secondo partito col 22,9% dei voti nel 2009 a terzo partito col 16,4% dei voti di oggi, con un calo del 6.6% mentre il Partito laburista dell’attuale premier Jens Stoltenberg rimane primo partito nonostante un calo del 4,5%. Non è detto quindi che l’FrP vada al governo: la coalizione di centrodestra formata dal Partito conservatore, dal Partito cristiano-democratico e dal Partito liberale non dovrebbe ottenere la maggioranza dei seggi nello Storting (il Parlamento) e ha divergenze anche forti con il Partito del progresso: potrebbe quindi nascere un governo di minoranza con l’appoggio esterno dell’FrP, come successe per esempio nella legislatura 2001-2005. Non si tratta quindi di un’elezione vinta grazie ai gesti di Breivik o di una nazione persa nel vortice della paura e del razzismo: il vincitore vero delle elezioni è Erna Solberg col Partito conservatore (+9,6%) che ha costruito una campagna elettorale basata sui temi economici, sulla possibilità di andare ad intaccare il fondo sovrano che amministra i guadagni del petrolio garantendone con grande lungimiranza i benefici anche per le generazioni future.

Ricorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/il-partito-di-breivik-non-esiste-e-non-ha-vinto-le-elezioni-in-norvegia/

22 Settembre: Evento su Femminicidio a Frosinone

foto gruppo incontro femminicidio frosinone.jpgComunicato Stampa

Il 4 settembre si sono riunite a Frosinone  in Vicolo Moccia la Rete La Fenice con Bonaviri e l’Associazione Collettivocinque con Maccotta che grazie al contributo delle tante realtà associative e civiche impegnate in provincia ed oltre (come Pari o Dispare e le Cooperative delle terre confiscate alla mafia del casertano), di intellettuali, artiste-i, delle donne dei sindacati unitari, del Telefono Rosa, della Fondazione del Giardino delle Rose Blu, del Conservatorio di Frosinone, dell’Università di Cassino e del Lazio meridionale hanno organizzato  una forma di mobilitazione dell’opinione pubblica in ciociara a garanzia delle pari opportunità e contro il femminicidio. L’evento “ L’arte contro il Femminicidio”, che occuperà l’intero arco della giornata di domenica 22 settembre presso la Villa Comunale di Frosinone prevede una mostra fotografica a tema, uno spazio espositivo delle scarpe rosse, spettacoli di arte varia, la proiezione di spezzoni di film storici attinenti, la presentazione di un volume scientifico, testimonianze attive, dibattiti sulle prospettive aperte dalla legge e sulle ragioni di così orribili ed intollerabili reati che sono  il retaggio di problemi di parità fra i generi, non risolti. Atti, questi, che colpiscono quanto di più profondo c’è nel bisogno di relazione delle persone: la fiducia nel prossimo che è il cuore degli affetti e della convivenza umana minando all’origine ogni capacità di sentirsi corpo unico. La società civile non viene mai consultata e la politica non consente traduzioni di quel messaggio originario che vuole un cambio nell’approccio concettuale all’implementazione della legge e della prevenzione.  Il gruppo di lavoro che si è costituito intende portare avanti un percorso itinerante -anche in tutti quei territori che stanno appoggiando l’iniziativa- che informando e formando diverrà  base di sviluppo di buone pratiche a garanzia delle pari opportunità per la creazione di uno strumento a favore della rete fra donne e per il cambiamento dell’attuale paradigma imperante.

Europa, ultima sponda per un nuovo modello di sviluppo per l’ isola d’ Ischia

di Giuseppe Mazzella

Dal 2014 al 2020 l’ Italia potrà spendere 100 miliardi di euro, una cifra enorme, data dall’ Unione Europea per migliorare o costruire infrastrutture, servizi, attività turistiche. Secondo tutti gli osservatori questa è l’ ultima occasione che l’ Unione Europea ,attraverso i “ fondi strutturali”, concede all’ Italia. E’ una occasione da non perdere.

Dopo la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno nel 1992 i fondi europei sono stati  la principale fonte per sostenere lo sviluppo nel Sud e molto spesso sono stati spesi male o addirittura non spesi perché o  non si è trovato il “ cofinanziamento” dello Stato o della Regione o le Regioni ed i Comuni non hanno saputo approntare progetti finanziabili.

Ci sono ancora 30 miliardi di euro da impegnare entro il 2013 e da spendere entro il 2015 del precedente piano comunitario 2007-2013 ed il rischio che vadano perduti o impegnati in malo modo senza tener conto degli “ investimenti sociali”  è stato sottolineato da Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione Con il Sud, in un intervento  apparso domenica 1 settembre 2013 su “ Il Sole-24 Ore” ( “ Per i fondi EU definire le priorità”). Il Governo si sta attrezzando: già il Presidente del Consiglio sen. Mario Monti con il suo gabinetto “ tecnico” aveva  istituito un apposito Ministero affidato ad un grande esperto dello “ sviluppo locale, Fabrizio Barca, dal nome significativo: “ Ministero per la Coesione Territoriale”. Il Ministero, con la stessa denominazione, è stato affidato dal neo Presidente del Consiglio, on. Enrico Letta, al prof. Carlo Trigilia, convinto sostenitore dello “ sviluppo locale” e dell’ “ autopropulsione dei sistemi locali di sviluppo”.

Il 26  agosto scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato, su proposta del Ministro Trigilia, l’ istituzione dell’ Agenzia per la Coesione Territoriale per “ il monitoraggio sistematico e continuo dei programmi operativi e interventi della politica di coesione nonché per il sostegno e l’ assistenza alle amministrazioni che gestiscono programmi europei e nazionali sia con iniziative di formazione del personale delle amministrazioni interessate sia anche interventi per l’ accelerazione e la realizzazione dei programmi”.

L’ Agenzia, il cui statuto dovrà essere emanato entro il 1 marzo 2014 con decreto del Presidente della Repubblica, potrà in alcuni casi bene definiti – spiega lo stesso Ministero nel comunicato stampa ufficiale –  e su indicazione del Ministro anche svolgere compiti diretti di autorità di gestione tanto per progetti sperimentali quanto nell’ ipotesi di “ gravi inadempienze e ritardi di alcune autorità di gestione dei programmi nei riguardi dei quali può assumere poteri sostitutivi”.

L’ Agenzia per la Coesione Territoriale si va a configurare  da un lato, come necessario coordinamento  fra i progetti delle Regioni italiane e delle centinaia di Comuni questo – mi pare di capire – ad evitare che il nuovo programma europeo di sostegno faccia la fine dei Patti Territoriali degli anni ‘ 90 che fallirono perché centinaia di Comuni presentarono progetti faraonici ed interamente finanziati dal danaro pubblico tali da configurare la nascita di un impossibile  giardino dell’ Eden; dall’ altro l’ Agenzia deve essere chiamata al ruolo “ sostitutivo” nei confronti di quelle Regioni e di quei Comuni che per “ gravi inadempienze” non sono capaci di redigere progetti, pur avendone bisogno, per incapacità delle loro classi dirigenti e delle loro strutture amministrative.

Il prof. Mariano D’ Antonio, noto ed apprezzato meridionalista che ha maturato anche dirette esperienze di governo locale sia al Comune di Napoli, negli anni ‘ 70, sia alla Regione Campania, negli anni 2000, come assessore,  ha commentato su “ La Repubblica-Napoli” di sabato 30 agosto 2013 l’ istituzione dell’ Agenzia vista con scetticismo alla luce degli ultimi 15 anni di politiche europee di sostegno in cui le Regioni hanno speso malissimo queste risorse.

D’ Antonio – che è già intervenuto molte volte sulla necessità per le Regioni ed i Comuni di allestire idonei “ Uffici Tecnici per i fondi europei” per redigere ed approvare buone iniziative con vaste proiezioni di buona redditività economica evitando i miniprogetti e concentrandosi invece sui grandi progetti – sostiene che l’ Agenzia deve effettivamente sostituirsi alle Regioni, completamente, se queste sono inadempienti e dovrà tener conto anche degli aspetti gestionali dell’ opera realizzata cioè “ chi pagherà per la sua successiva manutenzione e gestione”.

Qui nell’ isola d’ Ischia abbiamo esempi vistosi di opere pubbliche realizzate con fondi europei e che oggi sono chiuse o rischiano la chiusura proprio per i problemi di gestione ( chiusa la Biblioteca Antoniana di Ischia, chiuso l’ Osservatorio Geofisico di Casamicciola, in via di chiusura e comunque al centro di una polemica per lo spreco di risorse successive della Regione Campania e della Provincia di Napoli della Villa La Colombaia di Forio).

Il prof. D’ Antonio sottolinea anche che le Amministrazioni Locali del Mezzogiorno non avendo “ uffici tecnici attrezzati” “ sono diventate ostaggio di grandi imprese di costruzioni che con i loro tecnici hanno premuto per realizzare progetti smisurati, costosi e di dubbia utilità”. D’ Antonio propone  quindi di “ cambiare l’ approccio perché i fondi scarseggiano o, come si dice a Napoli, l’ acqua è poca e la papera non galleggia”.

L’ occasione quindi del programma europeo di sostegno rappresenta l’ ultima sponda per progettare ed attuare un nuovo modello di sviluppo per l’ isola d’ Ischia che dia ordine e razionalità ad una economia turistica complessa che vuole massimizzare tutti i segmenti  (termale,balneare,culturale,giovanile,congressuale,enogastronomico,agricolo etc.)  dove sono presenti 3mila imprese private  di tutti i settori- dall’ alberghiero al commercio ed ai servizi –  con una forza sociale di almeno 13mila lavoratori stagionali di cui almeno 2mila extracomunitari ma circa 4mila in perenne “ disoccupazione giovanile  e di donne di oltre 30 anni ) con una popolazione complessiva di circa 60mila abitanti ed una popolazione scolastica delle superiori di 3200 alunni, con sei Comuni, 6 sindaci, un centinaio di consiglieri comunali con 200-300 dipendenti comunali, 8 società pubbliche di servizi cosiddette “ partecipate” dei Comuni, una decina di concessionari regionali e comunali, pubblici e privati, gestori di “ approdi turistici” con – buon ultimo – un sistema dei trasporti pubblici , terrestri e marittimi, assolutamente inadeguato con macroscopiche carenze. Lo sviluppo urbanistico ed economico risulta “ squilibrato” fra le varie località “ spezzettate” in sei Comuni che hanno sei piani regolatori “ comunali adottati” ma  non solo obsoleti – risalgono al 1973! – addirittura mai messi in esecuzione perché è sopraggiunto nel 1995 un Piano Urbanistico Territoriale ( PUT) del Ministero dei Beni Culturali “ sovraordinato” rispetto ai sei PRG. Nessuno dei sei Comuni ha redatto un Piano Comunale di Recupero per gli immobili dismessi e Casamicciola, che è l’ area in declino industriale, presenta almeno 100mila mc. da riutilizzare soprattutto con il fatiscente complesso monumentale del Pio Monte della Misericordia ed il bacino idro-termale di La Rita.

L’isola d’ Ischia appare esempio paradigmatico di tutte quelle deficienze illustrate con scienza ed esperienza dal prof. Mariano D’ Antonio.

Per la “ Coesione e lo sviluppo nell’ isola d’ Ischia” con l’ esame delle opportunità della programmazione comunitaria 20014-2020, l’ Osservatorio sui fenomeni socio-economici dell’ isola d’ Ischia ( OSIS), la Banca per le Risorse Immateriali ( BRI), il Magazine IschiaNews & Eventi ed il neonato Distretto Turistico Isola Verde hanno organizzato per martedì 17 settembre 2013 con inizio alle ore 18.30 nella casina Gingerò in Villa Arbusto a Lacco Ameno un convegno-seminario di riflessione intorno al libro di Carlo Borgomeo “ L’ equivoco del Sud” con la partecipazione dell’ autore, e dell’ assessore regionale al turismo della Campania, Pasquale Sommese.

Sono invitati i sindaci dell’ isola ed i rappresentanti delle forze politiche,sociali,economiche e culturali; gli amministratori pubblici ed i dirigenti e funzionari della Pubblica Amministrazione.

Il libro di Borgomeo   acquista un valore “ rivoluzionario” per un’analisi assolutamente fuori tendenza dei mali del Sud proponendo soluzioni concrete ed un radicale cambiamento di mentalità dei meridionali. Forse per estrema provocazione Borgomeo sceglie un tratto di uno scritto di Giorgio Ceriani Sebregondi ( 1916-1958), giovane meridionalista cattolico morto prematuramente a 41 anni ed ingiustamente dimenticato,per l’ epigrafe del suo libro:

“ … evitare di cadere nell’ errore di chi, trovandosi di fronte ad un albero che dà pochi frutti, invece di provvedere a curare la malattia dell’ albero, provvedesse ad appendere dei frutti sui suoi rami”.

 

 

La novità di cui abbiamo bisogno sui fondi strutturali

Di Francesco Grillo

E’ una sconfitta gravissima quella che Enrico Letta ammette per tutto il Paese quando concede che, con ogni probabilità, non riusciremo a spendere i fondi strutturali che l’Italia ha avuto a disposizione dal 2007 al 2013. Non solo ciò significa che stiamo continuando – quasi ininterrottamente da trent’anni – a sprecare quelle che sono diventate le uniche risorse pubbliche disponibili per quella crescita che tutti – a parole – vogliono. Ma anche che stiamo compromettendo la credibilità delle nostre richieste quando il Governo si dovesse lamentare che l’Europa dovrebbe allentare i vincoli che non consentono di investire.
La stessa idea del Ministro Trigilia di un’Agenzia che affronti il problema centralmente, rischia di non sciogliere il nodo vero che qualsiasi esecutivo ha rimandato a quello successivo: la creazione di meccanismi che rendano sistematicamente chiunque gestisca risorse pubbliche responsabile dei risultati che quelle risorse conseguono. In maniera che – esclusivamente sulla base dei risultati – venga scelto chi si occupa di usare i soldi dei contribuenti e che – dunque – venga allontanato chi, amministratore o consulente, abbia accompagnato un fallimento dietro l’altro.
Che sia fallimento lo dicono i numeri: su circa 60 miliardi di euro di dotazione finanziaria iniziale secondo i dati del ministero delle Politiche di Coesione la spesa certificata alla Commissione Europea era pari a circa 11 miliardi nel Maggio 2013. Nel 2007, del resto, la Commissione Europea e il Governo italiano decidevano di allocare su Campania, Puglia, Sicilia e Calabria 43 dei 60 miliardi disponibili, prevedendo di far uscire da una condizione di sotto sviluppo almeno tre delle quattro Regioni: dopo sette anni le Regioni italiane ancora bisognose del massimo aiuto possibile sono diventate cinque.
Tuttavia, il fallimento produce paradossalmente un’opportunità: nei prossimi sette anni saranno teoricamente ancora maggiori gli stanziamenti disponibili e la Commissione Europea chiede che la percentuale dei finanziamenti per investimenti in conoscenza – ricerca, tecnologie digitali – passi dal venti al sessanta per cento del totale. Ma la sfida diventa ancora più difficile, a partire dai documenti che – con ampia consultazione di innovatori e amministrazioni di diverso tipo – dovrebbero indicare entro la fine dell’anno quali sono le specializzazioni intelligenti sulle quali ciascuna Regione punta: programmare l’innovazione richiede, infatti, competenze molto diverse da quelle di molti dei funzionari e dei consulenti che presidiano il territorio dei fondi strutturali.
Quale può essere la soluzione?
L’idea del Ministro delle Politiche di Coesione di un’agenzia non è nuova e può non bastare. Giusto centralizzare il monitoraggio; meno convincente è il teorema che l’assistenza tecnica fornita centralmente migliori le competenze disponibili. Anche se esistono amministrazioni regionali che hanno avuto prestazioni totalmente inadeguate (e la Campania guida probabilmente questa classifica al contrario), uno dei programmi con maggiore criticità è stato quello di 6,2 miliardi di euro affidato centralmente al Ministero della Ricerca e a quello dello Sviluppo Economico.
La realtà è che ci sono – a parità di contesto, di vincoli finanziari, di regole su appalti pubblici e rendicontazione della spesa – differenze nelle prestazioni tra amministrazioni diverse, tra diversi appaltatori, ma che nessuna conseguenza deriva dall’aver aggiunto valore o, al contrario, aver dissipato risorse pubbliche. E questo rischia di valere anche per la nuova Agenzia. Secondo quali criteri verranno scelti i duecento consulenti che – secondo il Ministro – ne assicureranno il funzionamento e il suo Direttore Generale? A quali obiettivi – in termini, ad esempio, di accelerazione o concentrazione della spesa rispetto ai livelli attuali -dovranno rispondere? In che misura la conferma, la remunerazione di chiunque si occupa – al centro o in periferia – di queste risorse preziosissime dovrà – da adesso in poi – dipendere dal raggiungimento degli obiettivi che avrà accettato al momento della nomina?
Nessuno – in questo tempo di vacche quasi morte – può più essere chiamato a disporre delle poche risorse pubbliche rimaste, se prima non decidiamo il sistema di indicatori e, soprattutto, di incentivi che assicurino che mai più un Presidente del Consiglio possa dichiarare persa la partita dello sviluppo senza sapere con chi prendersela. E se tale sistema non sarà reso completamente trasparente così che i contribuenti – italiani ed europei – possano chiedere conto.
È quella della responsabilità la rivoluzione copernicana di cui questo Paese ha assoluto bisogno. È una questione di sopravvivenza economica. Ma anche forse la vera questione morale di cui ci dovremmo occupare.

Articolo pubblicato su Il Mattino del 28 Agosto 

Cosa ci dice l’evasione fiscale nel nostro territorio

immagine di Giuseppina Bonaviri

 “Il Sole” ha pubblicato la stima dell’evasione fiscale nelle 103 province italiane elaborata dal Centro Studi Sintesi. Il Centro ha incrociato i dati, relativi al 2011, del reddito disponibile pro-capite, con il benessere effettivo delle famiglie ed ha ricavato una graduatoria, in cui tanto più alta è la differenza fra i due dati, tanto maggiore è stimato l’ammontare del reddito che è sfuggito al fisco. La provincia di Milano è considerata con 152 punti quella con il minore tasso d’evasione;  quella di Ragusa, con 52 punti, la meno virtuosa. Nel Lazio, la provincia di Roma occupa l’11° posto,con 123 punti; le altre quattro, sono nella parte finale della graduatoria: Frosinone è all’86° posto, Rieti e Latina all’94°, Viterbo al 98°.  

 Fanno riflettere le stime dell’evasione fiscale, nel 2011, nelle province italiane pubblicate dal quotidiano economico della Confindustria, sia per i livelli di evasione stimati paragonabili a quelli delle province meridionali maggiormente in ritardo nello sviluppo sia per l’arretramento  della situazione socio-economica, nel 2012 e nel 2013, come più volte denunciato anche da Confcommercio, Confindustria Lazio e da Cgil, Cisl, e Uil.

Nel corso degli anni ci è stato fatto credere che un maggiore benessere potesse essere conseguito allentando “lacci e lacciuoli”: liberare le risorse morali e culturali della società civile ed i vincoli della Pubblica Amministrazione, per inseguire le migliori opportunità, sperando che questo condizioni fossero sufficienti ad una crescita complessiva. Ciò non si è verificato e la crisi mondiale ha ulteriormente aumentato le disuguaglianze e gli squilibri esistenti nel nostro territorio e fra questo ed il resto della regione, in particolare con la Capitale.

Eppure per quanto grave dovremmo evitare di soffermarci sul riflesso economico ed osservare le conseguenze che un così elevato tasso di evasione fiscale produce nella sottostante situazione sociale e della convivenza civile.

Una prima considerazione è che le dimensioni dell’evasione nel nostro territorio è tipica di economie locali in cui situazioni di eccellenza sopravvivono in un contesto di sottosviluppo. Assumerne consapevolezza significa intervenire in quell’indispensabile potenziamento del territorio che l’accordo di programma di 80 milioni di euro, dovrebbe iniziare a rendere possibile, per invertire la tendenza. Il secondo elemento di questa strategia è recuperare un’autonomia fiscale a livello comunale in grado d’essere meno gravosa sulle attività produttive e con l’auspicio di far emergere, con accordi sugli oneri sociali ed i contratti, le attività economiche in nero. Un’esigenza questa di cui si dovrebbe farsi carico anche la Regione Lazio.

Una seconda considerazione che scaturisce dalla stima dell’evasione fiscale è che il reddito sottratto al fisco attraverso l’economia sommersa e il lavoro nero, chiama in causa un’emergenza economica e sociale più vasta: i finanziamenti al consumo e alla produzione al di fuori dei circuiti legali. Non è questa una novità per la provincia di Frosinone: la Rete La Fenice e Libera denunciarono già nel dibattito pubblico avvenuto a Frosinone nel dicembre 2012 -in occasione della prima conferenza tematica “ Per una Regione libera dalle mafie e dalla corruzione”- le dimensioni gigantesche del fenomeno e l’inquinamento che produce nella vita collettiva: Cassino e Frosinone- secondo le stime  2011/2012 dell’Osservatorio Tecnico Scientifico per la Sicurezza e la Legalità della nostra Regione- si trovavano ai primi posti tra i comuni dell’intera Regione come il paradigma negativo di quello che succede in una regione amministrata male. Infatti il lavoro senza tutele e l’immissione illegale di capitali che non di rado sconfina nell’usura e nell’espropriazione di proprietà ed attività economiche per quanti non  sono in grado di assolvere agli impegni assunti, sono forme di subalternità fisica e psicologica delle persone di cui occorre avere piena consapevolezza nell’interesse di tutti.

C’è infine un aspetto nell’evasione fiscale che sembra essere divenuto retorico ma che, invece, non lo è affatto: il venir meno del rispetto della legalità. La trasgressione dell’obbligo fiscale è una insidia per il più generale rispetto delle leggi e dell’autorità dello Stato. Deve inquietare in pari misura i responsabili della cosa pubblica ed i cittadini: i primi per la delegittimazione del proprio operato, i cittadini per il venir meno della consapevolezza d’esser essi stessi parte di una unica comunità. L’intreccio sempre più stretto tra corruttela e criminalità e non soltanto quella organizzata, favorisce un clima opaco e lesivo del libero svolgimento delle attività istituzionali ed imprenditoriali, alimentando l’incertezza del diritto, minando la sensibilità e la coscienza morale del paese con un sentimento diffuso di sfiducia che, di per sé, è nocivo allo sviluppo dell’intera Nazione.

 

 

 

Regione e petrolio, ultima chiamata (per la Basilicata)

Sarebbe interessante un confronto pubblico tra gli schieramenti elettorali (e i rispettivi candidati governatori) su un progetto condiviso e definito per la Basilicata petrolifera, che identifichi il traguardo da raggiungere

di MASSIMO PREZIUSO su Il Quotidiano della Basilicata

IN QUESTI giorni mi è capitato di leggere una serie di notizie che riguardano il tema del petrolio della Basilicata, terra da molto tempo paragonata ad una sorta di Arabia Saudita di cui ad oggi, forse, in pochissimi, hanno potuto constatare i tratti positivi. E’ di qualche giorno fa la bocciatura da parte del Consiglio di Stato del cosiddetto “bonus benzina”, con il rischio per i cittadini lucani del rimborso delle somme già percepite.

In molti ritennero quella iniziativa poco pertinente, in quanto sembrava voler risolvere la normale e forte tensione legata alla intensa estrazione petrolifera in una Regione – in questo caso poi riconosciuta per la sua formidabile qualità “ambientale” – con un contributo economico di qualche centinaia di euro per abitante, per di più vincolato all’acquisto di una benzina più cara che nel resto della penisola.

Aldilà della beffa per i cittadini, è bene che questa strana forma di compensazione ambientale termini e ceda il passo ad una visione strategica della royalty petrolifera quale moltiplicatrice di sviluppo (tema su cui ricercatori ed industria energetica studiano da tempo).

Nel contempo si legge di 2 miliardi di euro che il governo dovrebbe trasferire alla Basilicata, forse già a partire da settembre, tramite una cabina di regia nazionale, che accompagni finalmente all’operatività quel   piano di sviluppo infrastrutturale ed occupazionale, di cui si parla da tempo, anche nel memorandum di intesa Stato – Regione del 2011.

Dal 2011, va poi detto, la Regione risulta ancora più centrale nei piani di sviluppo (energetici) nazionali ed euro – mediterranei (si legga la Strategia Energetica Nazionale approvata quest’anno).

Volendo allora essere ottimisti ed ipotizzando che queste risorse arriveranno davvero, si può affermare che questa sia l’ultima chiamata per il rilancio di una strategia di sviluppo legata alla attività estrattiva, in una Regione che esce fortemente provata (tra le altre, nell’ordine del 10% di ricchezza regionale prodotta), da una crisi iniziata nel 2007, oggi arrivata alla sua durissima coda finale, che ha colpito ancora maggiormente quel Mezzogiorno troppo poco presente, per limiti culturali e logistici, sui mercati internazionali.

Se a questi fatti si aggiunge che molti dei leaders politici lucani, soprattutto del centrosinistra, oggi ricoprono incarichi di primissimo piano nel governo e nelle istituzioni, vi è spazio affinché questa opportunità venga colta pienamente: cominciando da subito, con un lavoro da svolgere a Roma, per far sì che la Cabina di regia nazionale, che dovrebbe gestire la allocazione ottimale di queste importanti risorse aggiuntive (2 miliardi di euro equivalgono 20-25% del PIL regionale, per intendersi), e più in generale il tema delle royalties, sia composta da un mix perfetto di personalità e professionalità (europee, nazionali e locali) che possano lavorare insieme per segnare almeno un goal concreto in tempi accettabili.

Uno tra questi goal può riguardare la realizzazione di quella grande infrastruttura di alta velocità ferroviaria Taranto – Potenza – Salerno, su cui anche il sottoscritto e gli Innovatori Europei dibattono da tempo (anche partecipando alla Viggiano Sustainable Development School e su questo giornale, con un contributo dal titolo “L’alta velocità ferroviaria per il rilancio della Basilicata”, pubblicato ad ottobre 2012), che potrebbe finalmente dare il senso di una voglia di “futuro connesso” ad una Regione che da decenni vive culturalmente e fisicamente isolata, rischiando di scomparire, prima o poi, dalla mappa geografica.

Una infrastruttura ferroviaria, questa, che colleghi rapidamente tre regioni meridionali (la Puglia, la Basilicata e la Campania) così fortemente complementari, e che permetta a persone e cose di dialogare pienamente, finalmente, con l’Italia, con l’Europa e un domani molto prossimo con l’area mediterranea e asiatica (tramite le strategiche “porte” di Napoli e di Taranto).

Su questo tema, se si vuole cominciare con passo deciso, e viste le imminenti elezioni regionali, sarebbe altresì interessante un confronto pubblico tra gli schieramenti elettorali (e i rispettivi candidati governatori) su un progetto condiviso e definito per la Basilicata petrolifera, che identifichi il traguardo da raggiungere.

Che sia quello ferroviario, aeroportuale o legato ad una piattaforma di rilancio industriale o turistico, alla fine, poco importa: basta che sia uno solo e sostanziale.

Sarà così la popolazione a scegliere, insieme alle istituzioni – locali, nazionali ed europee – in quale direzione vuole andare.

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