Significativamente Oltre

Editoriali

Telecom-Telefonica può essere anche un’opportunità

telefonicadi Paolino Madotto

Il dibattito intorno all’operazione Telefonica-Telecom Italia ha scatenato  nel nostro paese alcune riflessioni ad ampio spettro. Molte delle motivazioni  contro questa operazione tralasciano tuttavia aperti aspetti importanti che  meriterebbero un maggiore approfondimento. In questo quadro è necessario provare  a riassumerle per analizzarne le diverse implicazioni senza farsi guidare alcune  volte da superficialità, altre da una mancanza di visione più generale. Provo a riassumere alcune argomentazioni per cercare di offrire un contributo  di riflessione a favore di una operazione che solo apparentemente è sfavorevole  alla Telecom Itala.

Progetto industriale

Anzitutto va detto che Telecom Italia non è più il vecchio gigante di una  volta, soprattutto ha perso proprio i gioielli che ne facevano un asset  strategico per il Paese (si veda più avanti). Almeno i gioielli industriali.  Dunque la compagnia si presenta come un normale operatore di telecomunicazioni e  in quanto tale va valutata.

L’operazione Vodafone-Verizon ha messo in evidenza al grande pubblico che nel  mondo è in atto una fase di consolidamento di operatori di telecomunicazione.  L’AT&T e Carlo Slim, i cinesi e i russi sono anni che hanno avviato questa  operazione. D’altra parte il business delle telecomunicazioni non è più così  profittevole come dieci anni fa e tenderà ad avere margini decrescenti, in  queste condizioni solo una efficiente economia di scala e un buona innovazione  di prodotto e di servizio può garantire il mantenimento di margini adeguati.

A livello internazionale i mercati più profittevoli sono quelli in via di  sviluppo, sia per la prolungata crisi della domanda che vive l’eurozona (anche  dove la fibra è presente la domanda di abbonamenti rimane spesso inadeguata a  giustificare gli investimenti) sia perché in alcuni casi i mercati sono vicini  alla saturazione e la concorrenza è più forte.

In questo quadro Telecom Italia avrebbe già dovuto mettere in cantiere da  tempo una alleanza-fusione con qualche operatore di telecomunicazione almeno  europeo che ne aprisse maggiormente i confini e consolidasse le sue posizioni.  Da questo punto di vista è molto meglio una fusione con Telefonica che con i  tedeschi o i francesi, il governo italiano può meglio gestire una alleanza di  questa natura.

Telefonica ha dimostrato di essere una struttura efficiente dal punto  organizzativo e di sapersi muovere con capacità, ha un Paese che la supporta e  capacità di penetrare in mercati interessanti. Dal punto industriale è stata  capace di affermarsi in mercati emergenti e in quelli europei. Attualmente opera  con O2 in UK, germania, slovacchia, Irlanda e in molti mercati europei, in tutto  il latinoamerica dove è leader in molti paesi.

Telefonica e Telecom Italia possono costituire un operatore in grado di  concentrarsi sia in America Latina (contrapponendosi meglio alla concorrenza dei  messicani) sia fare un progetto di sviluppo nel bacino del mediterraneo dove le  buone relazioni che i due governi hanno, in particolare quello italiano, possono  facilitare. Telecom italia ha già una presenza nel bacino del mediteraneo dalla  Turchia alla Grecia a molti paesi del maghreb.

Chi pensasse che la vendita di Telecom sia evitabile non ha chiaro come si  stanno muovendo le dinamiche di mercato a livello globale. In questa fase di  consolidamento mondiale degli operatori è importantissimo acquisire velocemente  posizioni di mercato nei mercati con maggiore crescita o di maggiore valore  perché tra qualche anno o si è tra i leader o si è morti.

Dal punto di vista dei costi la fusione consentirebbe di fare economie di  scala notevoli negli acquisti o nella gestione dei servizi, questo consentirebbe  di ridurre i costi liberando risorse sugli investimenti. I due gruppi si muovo  su mercati fortemente geolocalizzati e solo parzialmente in sovrapposizione per  cui potrebbero facilmente integrare le strutture.

Infine i commentatori e la politica farebbero bene a non perdere di vista il  fatto che molto del traffico voce si è spostato sul traffico dati, ormai sempre  più “telefonate” sono fatte attraverso internet. Questo nei prossimi anni sarà  un disastro per le compagnie telefoniche che non sapranno rinnovarsi,  consolidarsi, accorparsi. Telecom Italia è troppo piccola e troppo mal ridotta  per andare da sola, può mettere sul piatto capacità professionale e tecnologica  ma non può andare da sola.

Asset Strategico Industriale

Telecom Italia negli anni di Tronchetti-Provera ha perso una buona parte  della sua valenza industriale. Il valore strategico era per esempio legato allo  CSELT in grado di produrre tecnologie e ricerca che poi divenivano standard  internazionali o a Telespazio e il suo ruolo di driver del settore spaziale  italiano. Per la verità nemmeno a quel tempo Telecom Italia è stata in grado di  trasformare l’innovazione in prodotti e servizi innovativi, troppo legata alla  struttura di operatore ex monopolista. Proprio questo retaggio da ex-monopolista  gli ha creato danno insieme alla gestione di un capitalismo rapace che dalla  privatizzazione in poi ne ha drenato risorse senza metterci nessun capitale di  rischio.

Dal punto di vista della domanda di tecnologia va detto che ormai da diversi  anni Telecom italia ha tra i suoi principali fornitori ad esempio apparati  cinesi (cosa che in USA è fortemente ostacolato per difendere l’industria  nazionale). Dunque Telecom non riesce nemmeno ad essere più un driver di  tecnologia e prodotti italiani (es. Italtel). La vendita di Telecom non  comprometterà in alcun modo l’industria italiana, anzi per alcuni versi può  evitare che qualcuno si senta “giustificato dal nazionalismo” per sostenere una  azienda piuttosto che altre(magari più strategiche). Telecom Italia dovrà essere  in grado di confrontarsi con il mercato tirando fuori il meglio delle  professionalità già presenti che in questi anni sono state mortificate da  scandali come quello del traffico telefonico, della vendita di intercettazioni,  di “trucchi” ai danni dei clienti o di altri operatori per recuperare guadagni  facili.

Gli unici asset strategici che varrebbe la pena conservare in mano italiana  ormai sono il marchio Olivetti, che rappresenta il made in Italy tecnologico ma  che è stato mortificato all’interno del gruppo Telecom.

Infrastruttura per la PA

Una delle obiezioni che più sono state utilizzate riguarda la strategicità  della rete per le informazioni della PA e la necessità che essa non possa finire  in mano ad operatori stranieri.

Anzitutto va detto che Fastweb (in mano svizzera) ha diversi contratti con la  PA (è uno dei partner principali del Sistema Pubblico di Connettività –SPC-),  così come WIND e dunque, qualora l’obiezione fosse giusta, avrebbe dovuto  esserci più di un allarme da tempo. Va anche detto che spesso gli apparati sulla  rete Telecom sono statunitensi o cinesi, questo significa che le informazioni  potrebbero essere “dirottate” di nascosto.

Se il problema è quello di avere una infrastruttura che in modo sicuro ed  efficiente dia la rete alla PA allora, ed ha senso, si può trasformare la rete  universitaria del GARR nella rete della PA. Avrebbe senso allora che la CDP  entrasse nella operazione e si costituisse una società in grado di definire  nuove integrazioni tecnologiche utilizzando il sistema universitario e le  migliori imprese innovative(Finmeccanica, Telespazio, PMI innovative, ecc.) .  Questa azienda potrebbe servire la PA e aiutare imprese italiane a “farsi le  ossa” e referenze per vendere prodotti e servizi ad operatori internazionali. Un  grande progetto industriale che abbia la domanda pubblica come driver di  partenza senza creare concorrenza sul mercato aziendale e privato ma anzi che  potrebbe rivendere parte della capacità di trasporto ad operatori che non  arrivino nei centri più piccoli.

Il GARR (finanziato dal MIUR) sta già facendo notevoli investimenti in fibra  ottica in tutto il Paese e mettendo a disposizione le proprie competenze per  dare affidabilità alla rete, fornirla al sistema scolastico, universitario e  della ricerca. Il salto non sarebbe impossibile e potrebbe giovare notevolmente  poiché non è gravato dall’eredità del rame e dalla necessità di realizzare solo  rete fissa, per molti comuni è possibile pensare alle tecnologie wireless o  satellite di cui possiamo discrete competenze.

Debito

Il debito di Telecom Italia è abnorme, anche Telefonica ha un alto debito  tuttavia essa gode di una politica industriale più solida che rassicura gli  investitori sulla sua capacità di coprirlo. Mettere insieme le due aziende  non graverebbe più di tanto sul debito anche perché in termini di abbonati, le  due aziende sono leader internazionali.

Trovo del tutto inappropriato misurare una azienda di telecomunicazioni con  il criterio contabile di una azienda di prodotti di salumeria o altro. Non  perché le telecomunicazioni non siano una industria come le altre ma perché la  tipologia di prodotto e servizio è necessariamente legata agli investimenti  (fatti a debito) e consente di recuperare tali investimenti in base al numero di  abbonati (si pensa che una volta che si raggiungono gli abbonati essi paghino il  servizio per un certo numero di anni). Chi si abbona ad un operatore di  telecomunicazioni tendenzialmente non cambia subito e questo può garantire  ritorni consistenti e duraturi. Il criterio che andrebbe valutato con maggiore  attenzione è dato dall’ARPU, che sta per “Average Revenue Per Unit” (ricavi medi  per unità) il quale viene usato generalmente tra gli operatori della telefonia –  e per estensione, nell’intero ambito delle ICT – per indicare i ricavi medi  ottenuti mensilmente per ciascun utente.

Tenendo conto di questo valore, della dinamicità (tassi di crescita) dei  mercati dove le due compagnie sono presenti e del numero di abbonati che  raggiungerebbero insieme, il problema del debito sarebbe mitigato consentendo di  programmare nuovi investimenti e rifinanziamenti. Anche in considerazione del  fatto che la nuova Telefonica assumerebbe dimensioni tali da avere posizioni  dominanti su molti mercati.

Italianità

Il tema dell’italianità è il tema dietro al quale si nascondono spesso affari  di qualche famiglia dell’imprenditoria del salotto buono. La prima  privatizzazione aveva dato in mano la Telecom ad Agnelli, la seconda ad un  gruppo di finanziatori bresciani, la terza a Tronchetti-Provera nessuna delle  tre fasi ha permesso a Telecom di fare il bene dell’Italia.

Dietro al tema dell’italianità si è coperta la vendita di Alfa Romeo e Lancia  alla FIAT e oggi le automobili Lancia sono solo le Chrysler con il nome  cambiato. E pensare che non l’abbiamo venduta alla FORD che produce auto in  Germania. Per non parlare del bruciante caso Alitalia.

Insomma, dietro l’italianità, spesso sembra si nascondano i “buoni salotti”  della finanza nostrana che sono sempre in prima fila quando c’è da prendere  profitti e fuori posto quando c’è da mettere soldi per investire nelle aziende.  E il caso della vendita a Telefonica da parte di Banca Intesa e Generali ne è  l’ultimo esempio in ordine di tempo.

IPO

Una questione che è stata posta correttamente è quella della legge sull’IPO  che consente di costituire dei pacchetti di controllo che si passano di mano le  aziende lasciando fuori i piccoli azionisti. Mi sembra effettivamente necessario  intervenire su questo meccanismo ma mi sembra alquanto bizzarro farlo solo per  impedire a Telefonica di acquisire Telecom Italia a buon prezzo. Sarebbe  molto più intelligente non caricare Telefonica nella acquisizione ponendo però  alcuni “limiti” nella governance affinché sulle scelte più rilevanti non debbano  subire ciecamente.

Tim Brasil

Una delle obiezioni posta sull’operazione è il fatto che Telefonica  venderebbe TIM Brasil facendo cassa.

Anzitutto bisogna dire che questa opzione, rimanendo così le cose, rischia di  essere quella più probabile se Telecom Italia non vuole arrivare al ranking  spazzatura del suo debito. In più i concorrenti si fanno sempre più agguerriti  (in particolare i messicani) e recentemente Tim Brasil è stata oggetto di  sanzioni per operazioni scorrette nei confronti degli utenti. Quest’ultima cosa  è un indice molto preoccupante di come viene gestita la sussidiaria brasiliana e  può rappresentare un pericoloso rischio per Telecom Italia.

Dunque la vendita di Tim Brasil è comunque all’ordine del giorno. Semmai se  questa vendita avvenisse ora consentirebbe alla Telefonica-Telecom di recuperare  denaro fresco da reinvestire in altre operazioni di investimento e di rimanere  leader del mercato (Telefonica è il primo operatore mobile in Brasile e TIM il  secondo). Dunque l’operazione avrebbe un danno parziale nella presenza sul  mercato brasiliano ma consentirebbe di recuperare risorse per acquisire nuove  posizioni in altri mercati emergenti (Medio Oriente, Asia)e, soprattutto, non  sarebbe un danno visto che Telefonica è leader del mercato latinoamericano.

Occupazione

E’ strano che si faccia riferimento al tema occupazionale. E’ anche strana la  posizione dei sindacati su questo.

Anzitutto va detto che Telecom, nel più assoluto silenzio, continua ad  espellere persone. In questi ultimi anni i programmi per favorire l’uscita sono  molto attivi per cui non sta garantendo occupazione. Molte delle attività che  prima si facevano all’interno adesso vengono fatte all’esterno da piccole  imprese di indotto. Tutto questo Telefonica non ha alcun interesse a smontarlo,  forse razionalizzerebbe alcune aziende esterne che meritano di esserlo.

Il personale necessario a mantenere operativa la rete in Italia non subirebbe  movimenti come nemmeno il personale di direzione, su questo il governo italiano  potrebbe porre la questione di mettere in Italia il centro di una possibile  espansione nel mediterraneo del gruppo.

In ogni caso l’occupazione non si protegge lasciando fuori Telefonica,  sarebbe anzi un disastro annunciato. I sindacati di settore invece dovrebbero  cercare di imporre a tutti gli operatori sul mercato italiano il contratto delle  telecomunicazioni che spesso è sostituito da quello metalmeccanico o del  commercio. Una delle bizzarrie italiane è che una impresa decide che contratto  applicare senza alcun vincolo ma questo è un altro discorso.

Agenda Digitale

Il tema del ruolo di Telecom Italia nell’Agenda Digitale è un altro dei temi  “forti” contro Telefonica.

Qui bisogna dire che in Italia solo Telecom Italia è italiana ed è l’azienda  che fa più fatica ad investire nelle reti. Spesso lo Stato è intervenuto per  esempio attraverso Infratel o le regioni per fare investimenti in fibra ottica a  complemento della rete Telecom, mentre molte regioni hanno affidato a Telecom  Italia i propri progetti di superamento del digital divide. Il ritorno non è  stato sempre dei migliori e gli stessi investimenti potrebbero essere fatti  verso altri operatori. Anzi, nell’ipotesi di rafforzare il GARR, sarebbe anche  interessante trovare in esso un player a cui affidarsi.

Sul fronte del digital divide gli investimenti sono ancor più problematici  poiché spesso la dispersione della popolazione italiana obbliga ad investimenti  infrastrutturali in zone economicamente non convenienti per un operatore  privato. Questo unito ai dati, che ci dicono che gli italiani preferiscono la  connessione mobile a quella fissa, può essere un driver per politiche di  incentivazione della banda larga con connessioni wireless di piccoli operatori  di territorio che già oggi servono tantissime aree. In ogni caso l’operazione  Telefonica non compromette gli investimenti nel nostro Paese.

L’Agenda Digitale non avrebbe gravi conseguenze, anzi con un operatore più  solido e più capace di investire il tema non potrebbe che trarne benefici.

Sicurezza

Il tema della sicurezza come è stato posto appare abbastanza capzioso. Il  tema della sicurezza non è legato alla rete dove passa e a chi appartiene. Su  questo il COPASIR farebbe bene ha chiarire meglio i timori che l’hanno spinto a  fare certe dichiarazioni.

Anzitutto, come è ormai noto non solo agli esperti di sicurezza, lo  spionaggio delle informazioni si fa tramite “virus” che penetrano all’interno  dei computer e trasmettono i dati fuori. Questo è il principale meccanismo  consolidato di raccolta delle informazioni. I dati sulle reti sono trasferiti  criptati ed esistono sistemi sufficientemente sicuri da scoraggiare lo  spionaggio.

In alcuni casi le informazioni farebbero bene a viaggiare su reti protette  ma, come dimostra il caso Tavaroli, Telecom Italia non è stato un baluardo di  tale sicurezza.

Se vogliamo aumentare la sicurezza dei dati sarebbe il caso di investire di  più sui temi della Cybersecurity e fare un piano di investimenti in tecnologia  (e soprattutto in aspetti organizzitivi e sensibilizzazione del personale) per  aumentare la sicurezza delle informazioni. Nelle iniziative istituzionali il  nostro Paese è sempre abbastanza indietro in sensibilità su questi temi. Troppo  spesso, per esempio, nella PA le password sono ancora scritte sui post-it  attaccati agli schermi.

Infine va detto che attualmente, con il progetto SPC, la rete della PA è  gestita da diversi fornitori di telecomunicazioni e dunque non solo da Telecom  (per esempio Fastweb) per cui la premura di mantenere il controllo italiano di  Telecom Italia risulta stonata.

Per quelle istituzioni che hanno bisogno di far circolare dati sensibili di  valore strategico nazionale sarebbe invece più utile investire su reti tipo GARR  (per esempio facendo una business unit specifica focalizzata nella fornitura di  rete alle istituzioni sensibili o una struttura sotto la supervisione dello  Stato Maggiore dell’Esercito).

Tutta una serie di dati della PA che si veicolano in rete sono tra l’altro  anche presenti nei siti di Open Data già disponibili, per cui avere una rete  come quella di Telecom Italia in mano ad una azienda italiana non da molti  vantaggi in più per chi volesse realmente spiare informazioni.

Scorporo

Il tema dello scorporo della rete merita di essere approfondito in un  articolo a parte per cui non lo affronto. Credo che nella situazione attuale e  guardando il futuro delle telecomunicazioni non abbia senso che lo Stato si  accolli una rete in rame che è stata gestita spesso male, poco efficiente e  incapace di instradare il traffico dei prossimi anni. Oltre a spendere molti  soldi per comprarla, lo Stato, dovrebbe spendere molti altri per rimetterla a  posto e poi ammodernarla. Il tutto mentre le telecomunicazioni diventano sempre  più mobili. Non è un caso che gli altri operatori non abbiano grande interesse a  far parte della partita o ad investire sul fisso fuori dai centri urbani.

Conclusione

L’operazione Telefonica Telecom Italia è una buona operazione industriale e  rafforza il ruolo di Telecom. Il fatto di essere acquisita da una società  spagnola non deve metterci in imbarazzo o offendere il nostro senso patriottico,  deve invece darci sprono a concentrarci dove siamo più forti e dove abbiamo  maggiori possibilità di riprendere un ruolo industriale.

Anziché farci spaventare dalle aziende straniere che acquistano quelle  italiane dovremmo valutare quali sono i settori strategici e quali  no, cosa vogliamo fare per rivitalizzare l’industria nazionale e  imporgli di cambiare per innovare e crescere. Su questo la politica dovrebbe  ascoltare il sindacato ma averne anche autonomia poiché la perdita dei posti di  lavoro va combattuta con iniziative sul fronte del consolidamento societario e  della crescita industriale e non con la paura.

Dovremmo concentrarci sui settori industriali più innovativi  utilizzando la leva pubblica dove serve (in sostituzione di un capitalismo  industriale che non abbiamo quasi più) e ricostruire filiere attraverso  investimenti in conoscenza e capacità manageriali. Dovremo sentirci offesi  invece di come certo capitalismo nostrano ha trattato e tratta il nostro  patrimonio industriale facendone scempio per portare a casa la cassa e poi  lasciandolo svuotato e pieno di debiti alla deriva.

Un centro di ricerca euromediterraneo sulle tecnologie e risorse energetiche del futuro. In Basilicata

di Massimo Preziuso (su L’Unità)turbina

La Lucania è terra di risorse naturali preziose, che la dovrebbero rendere tra le più ricche di Italia.

Eppure, da sempre, e ancora oggi, le statistiche economiche dicono incredibilmente il contrario.

Secondo dati pubblicati dalla Banca di Italia, la regione Basilicata risulta sempre più arretrata nel contesto nazionale. PIL 2012 al -3% , disoccupazione attorno al 15% e accentuata caduta della produzione industriale, del 9,5% rispetto al 2011.

Senza una forte presenza di piccola e media impresa diffusa, capace di competere sui mercati internazionali (anche e soprattutto per carenza di infrastrutture), la Regione in questi anni è sopravvissuta al tornado della crisi soprattutto grazie alle imponenti attività estrattive di petrolio e gas. Le compagnie petrolifere infatti estraggono enorme ricchezza dal territorio in cambio delle cosiddette “royalties” compensative.

Con risorse davvero ingenti – solo 2011  erano pari a 120 milioni di euro (di cui 100 milioni destinati all’ente Regione) – al netto di alcune interessanti ed iniziative in ambiti “nuovi” per la Basilicata (come il cinema, la cultura), non si è riusciti finora a disegnare alcun vero cammino di sviluppo sistemico. A livello regionale le royalties sono infatti servite al finanziamento di voci di bilancio (università, sanità), al finanziamento di “buoni benzina” (!), mentre a livello locale al più all’avvio di piccoli progetti occupazionali.

E proprio nei giorni scorsi l’Unione Europea certifica la retrocessione della Regione Basilicata, che torna tra le regioni “Ex – Obiettivo 1”.

E allora, passati vari anni dall’inizio di questo ciclo estrattivo intensivo – che non durerà all’infinito e che impatterà pesantemente l’ambiente – in tanti  si chiedono se e come esso potrà ancora determinare un impatto positivo sullo sviluppo di lungo periodo della Regione.

E’ evidente infatti che la rendita assicurata da risorse naturali – postulata nella staple theory – non è un fenomeno naturale, soprattutto in una Regione povera e piccola come la Basilicata, carente di un sistema di imprese diffuso.

Ed è proprio quella – l’imprenditorialità diffusa – la condizione necessaria allo sviluppo territoriale legato allo sfruttamento di risorse naturali, come quelle petrolifere. L’impresa quale moltiplicatore di sviluppo.

Ma è anche evidente che – per essere competitive e quindi insediarsi – le imprese necessitano di un milieu adatto.

Ebbene, oggi ci sono proprio tutte le condizioni al contorno per crearlo questo contesto “imprenditivo”:

– La Strategia Energetica Nazionale pone su un piano di forte centralità la Basilicata nel futuro dello sviluppo energetico ed economico del Paese.

Si parla infatti della realizzazione di un hub energetico dell’euro mediterraneo e si indica nella Basilicata il baricentro di una piattaforma di servizi di alto livello nel settore della distribuzione, attraverso imponenti attività di stoccaggio e lo sviluppo di una rete “smart” su scala europea e mediterranea.

– Il memorandum Stato – Regione sul petrolio lucano approvato nel mese scorso continua ad andare in questo senso, anche se va assolutamente “rinforzato” nella qualità e nella quantità della progettualità ipotizzata, ed equilibrato nella sua visione “centralistica” di governance di risorse che sono “locali”.

– La prossima programmazione dei fondi europei 2014-2020 prevede la necessità di un approccio “strategico” e di “originale” allo sviluppo delle regioni in ritardo di sviluppo.

Dunque, se al futuro davvero si vuole arrivare, e non ci si vuole ritrovare invece con un territorio semplicemente depauperato di risorse naturali e di ricchezza ambientale, è bene cominciare a parlare di una strategia di sviluppo, che sia “sostenibile” sia da un punto ambientale che da un punto di vista economico, che sia “strategico”, e che sia “originale”.

E’ per questo necessario partire dalla messa a rete del sistema dei saperi universitari e dell’industria energetica attorno allo sviluppo di un distretto delle tecnologie e risorse energetiche del futuro. Un progetto che veda protagonisti per primi i colossi petroliferi “lucani”– ENI, TOTAL e SHELL – e la Regione Basilicata, insieme nel promuovere un nuovo utilizzo delle royalties petrolifere nel rapido disegno e successiva implementazione di una strategia che guardi al futuro.

Un progetto, questo, di chiara valenza internazionale, in quanto centrale per lo sviluppo delle politiche energetiche dell’area euro – mediterranea, che quindi deve vedere coinvolta la Commissione Europea e i fondi strutturali 2014-20, oltre alle risorse derivanti dall’estrazione petrolifera.

Di un polo energetico internazionale si parla da tempo nel documento Strategia Regionale per la Ricerca, l’Innovazione e la Società dell’Informazione della Regione Basilicata. 

E la realizzazione di un distretto dell’energia è presente tra i progetti presenti nel “Memorandum petrolifero” tra Stato e Regione da poco pubblicato in Gazzetta ufficiale.

La Basilicata può oggi ambire a diventare il principale hub di ricerca e sviluppo di base e applicata (all’impresa) nei settori della manifattura legata all’energia del futuro (rinnovabile e fossile).

E così porsi come attrattore di nuove imprese, investimenti e professionalità internazionali.

Questa è la Lucania che si deve osare ad immaginare da adesso. Ed oggi ci sono proprio tutte le condizioni politiche al contorno per farlo.

PD in Campania. Basta manfrine.

Osvaldo Cammarota* (su Repubblica Napoli 15/10/2013)

Con l’approssimarsi del congresso, puntuale si verifica la “corsa agli armamenti” dei numerosi partiti personali in cui è frammentato il PD in Campania.

Sotto le bandiere dei candidati alla segreteria nazionale, si raggruppano persone, storie, profili assai diversi. Forse per sostenere i candidati o forse per condizionarli. Si prospetta una battaglia tutta interna che, ancora una volta, è destinata a deludere le aspettative di una più ampia platea di simpatizzanti ed elettori che vorrebbero riconoscersi in una moderna forza riformatrice. Il PD in Campania non riesce ancora ad essere il partito nuovo promesso nella sua fase costituente, né ad assolvere alla funzione costituzionale di “servizio” affidata ai partiti.

Da almeno vent’anni prevalgono dinamiche di conflitto personale. Non c’è tema su cui si registri un pensiero condiviso o un’azione convergente. Tutti sembrano volere le stesse cose (rinnovamento, partecipazione, apertura alla società, ….) ma gran parte delle energie sociali che pur vorrebbero partecipare alla formazione delle decisioni pubbliche, restano escluse.

Prevalgono meccanismi di appartenenza, non a idee diverse, ma a gruppi inspiegabilmente contrapposti. Questi meccanismi impoveriscono e rendono mediocre il dibattito pubblico. Tutti se ne rendono conto, ma ancora non si vedono misure efficaci per superare questo disservizio della Politica che, in verità, non interessa solo il campo del Centrosinistra.

C’è un planetario di Associazioni che rappresenta interessi e saperi diffusi, potrebbe essere linfa vitale per il rinnovamento della Politica e delle Istituzioni, ma non trova accoglienza. Si stenta a dare corpo, sostanza, forma organizzativa alla parola, troppo abusata, “partecipazione”.

La nostra Associazione di Innovatori Europei, ad esempio, è composta da persone che si sforzano di operare innovazione, ciascuno nel suo campo, ciascuno per quel che può. Abbiamo volontà di contribuire anche al rinnovamento della politica e riteniamo che una prima occasione per discuterne possa essere il Congresso del Partito Democratico.

Per questa ragione, in preparazione degli Stati Generali di IE che si terrà a Roma il 9 novembre, abbiamo promosso un incontro con l’organizzazione regionale del PD (il 17 ottobre p.v.). Vogliamo verificare in quali luoghi e con quali modalità ci si possa confrontare su temi che ci sembrano cruciali per l’innovazione della Politica e dell’Amministrazione pubblica in Italia, nell’orizzonte dell’unificazione europea.

 

Siamo ostinatamente determinati a ricercare un confronto su contenuti, su obiettivi che possano produrre concreti risultati di innovazione politica, economica e sociale. Più che alla ricerca di un “leader da seguire”, vorremmo contribuire ad una strategia politica “operativa di coesione” in cui si possano riconoscere i riformatori-innovatori di diversa matrice culturale.

 

D’altra parte, nel caso del PD a Napoli e in Campania, chiunque dovesse vincere il Congresso, in assenza di obiettivi e strategia largamente condivisi, sarà costretto a dover fare l’equilibrista con burocratiche operazioni di mediazione interna, non dissimili dal vecchio manuale Cencelli. Che cosa c’è di nuovo in questo?

* Associazione Innovatori Europei

Attenzione alla deroga alla giustizia

di Arnaldo De Porti

Sento, ma non capisco con quale pudore ! il Ministro per le riforme  Quagliariello (Pdl) stia invocando l’amnistia o condono anche per il signor B.

Premesso che, immedesimandomi in detto ministro, non sarei capace di trovare le risorse psico-fisiche  per avanzare una tale spudorata richiesta,  io credo che l’Italia, ove ciò dovesse accadere,  salti in aria ad opera degli Italiani onesti, che rispettano le leggi e che hanno portato pazienza all’infinito e che, di fronte ad una tale evenienza,   verrebbero colti da un tal male di stomaco con le conseguenze che ne deriverebbero ineludibilmente, di fronte al quale, anche assumendo forti dosi di…antidoto all’espulsione di sostanze gastriche,  il conato non passerebbe.  Ed allora, che sarà ?

Ma stiamo scherzando con il fuoco ? Vogliamo ammazzarci l’un con l’altro ? Il Presidente della Repubblica potrà accettare un tale stato di cose, proprio lui che, fra gli altri incarichi, è anche Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura ?  E che ha assistito proprio l’altro ieri ad un grande corteo a difesa della Costituzione, costituito non da mezze calzette, ma da uomini onesti e preparati quanto il Quirinale ?

Ma ce rendiamo conto che per colpa di un tale che da 20 anni sta sconquassando il Paese stiamo morendo tutti, anche di fame ? Che non c’è più voglia di ridere ? Che ogni giorno bisogna pagare, pagare, pagare. ?  Che non si può più stare tranquilli in quanto ad ogni pié sospinto vieni tirato per la giacca affinché si faccia l’elemosina ? Che le Tv sono piene di richieste di questue mascherate ? Che vediamo ogni giorno dei politici che fanno letteralmente ribrezzo per cosa dicono e per cosa…non fanno, salvo intascare, intascare, intascare….?

Sento odore di bruciato e vedrete che, come ho sempre detto azzeccando al 100 % le varie realtà da un ventennio a questa parte, che da un momento all’altro scoppierà un bubbone di fronte al quale tutti,  accorgendosene improvvisamente, diranno :  “C’era da immaginarselo che succedeva così….”

E’ inutile nasconderlo, ormai l’Italia, checché se ne dica, ha già portato praticamente i libri in Tribunale per la procedura di fallimento, atto che formalmente viene rimandato di settimana in settimana attraverso “escamotage” vari che non possono continuare all’infinito, se si considera che l’Italia divisa in tre, sta percorrendo tre direzioni diverse.

Se prima non bastavano le parole, ora non bastano più neanche i fatti in quanto – diciamocela tutta e per intero –  il fallimento c’è già da tempo, anche se non ufficializzato. Infatti, un debito pubblico delle dimensioni che abbiamo, è  insanabile, non sottacendo che per una qualsiasi società, nelle debite proporzioni naturalmente, basterebbe molto e molto meno per dichiararla fallita.

Invece stiamo ancora qui ad ascoltare pagliacciate che non stanno né in cielo né in terra ! C’è da vergognarsi !  Ma soprattutto c’è da reagire  !!!

Il “ mantra “ di Barbara

di Pierluigi Sorti
Il rifiuto di ospitalità mediatica ai dubbi sui grandi percorsi politici predeterminati dai potenti, la sacralità di decisioni quando esse riguardano vaste aree di popoli ed il loro stesso futuro : in sintesi l’illegittimità o l’ irrisione del dissenso nella perentorietà del mantra che, nell’ inconscio collettivo, suona così “ non c’ è alternativa “.
Questo, sinteticamente,  il messaggio che Barbara Spinelli ( “la Repubblica” di sabato 12 ottobre ) denuncia nel riscontro della fatale meccanicità con cui si svolge il processo di unità europea .
Con una attraente sequenza concettuale, anche se più attinente all’ intuizionismo di H. Bergson che alla logica di Aristotile, l’ editorialista procede con sicura speditezza, senza esimersi dal rischio del rivisitare la storia anche ricorrendo ai “se “ retrospettivi.
“Il chiedersi come sarebbe il mondo che viviamo se la crisi che ha lambito l’ Europa, cinque anni fa , fosse sta affrontata in modo diverso “, è specificamente il quesito non solo legittimo ma addirittura inevitabile, considerando che, tale crisi essendo tuttora in corso, le vie intraprese per il suo superamento hanno, con evidenza, rivelato tutta la loro inadeguatezza.
E’ un presupposto che, se condiviso, ci consente anzi regredire più indietro nel tempo e affrontare un quesito relativo a un capitolo dimenticato, non senza stranezza,  e propedeutico all’ introduzione della moneta unica europea.
Ci riferiamo  specificamente al meccanismo con cui 17 paesi europei , accettarono di sostituire le loro rispettive monete con l’ Euro.
La regressione progressiva dell’ economia europea, difficilmente può accontentarsi della spiegazione che  individua l’inevitabile contrappasso per i paesi, fra cui indubbiamente il nostro, che usavano  ricorrere all’aumento simultaneo del debito e dell’ inflazione.
Non siamo certo convinti né tanto meno in grado di dimostrare  che il cambio adottato per la lira sia stato calcolato con sottovalutazione della moneta italiana.
Nel quadro di una ipotesi, da taluni legittimamente avanzata,  di revisione e di aggiornamento  degli accordi europei finora vigenti, sarebbe tuttavia legittimo asseverare che effettivamente non ci siano stati errori eventuali nelle proporzioni di cambio, a suo tempo adottate,  fra le varie monete aderenti all’ euro.
E’ infatti intuitivo che un eventuale, anche minuscolo errore di sotto valutazione nella comparabilità di una moneta, questo avrebbe generato una diminuzione ingiusta  e tuttora persistente del  patrimonio  nazionale tutto, subito incolpevolmente da ogni cittadino e destinato a prolungarsi per un lungo periodo nel tempo.

Alitalia piattaforma euro mediterranea, adesso!

E’ proprio (come dice indirettamente @romanoprodi) dal voler essere porta di accesso principale del “costituendo” euro – mediterraneo che le trattative di Alitalia devono iniziare.
Idealmente da soli, più facilmente attraverso “partnership” con realtà internazionali interessate al mediterraneo, come Emirates, Turkish Airlines, Air China.
Perché, se è vero che la soluzione Air France oggi ci farebbe diventare un sotto dominio francese, la soluzione “italiana” con Poste rischia di risultare alla fine in una ulteriore perdita di tempo e risorse prima di scelte definitive in un settore strategico per il nostro futuro.
E allora: Alitalia piattaforma euro mediterranea, adesso!
Massimo Preziuso

E’ vietato calpestare i sogni

L’innovativo libro di Michele Larotonda

Milano, inizio del nuovo millennio. Un ragazzo cresciuto in una classica famiglia borghese, complici una serie di eventi e di casualità entra in contatto con persone che lo porteranno a capire qual è la sua più grande passione: la musica. Insieme a loro, sfidando anche la legalità e gli iter burocratici, mette su la sua prima band e mano a mano che il tempo passa, la sua passione cresce e in quella stessa passione trova tutte le risposte. Siamo lontani dai talent show, l’Ipod stava lentamente prendendo il posto dei walkman e smartphone e tutte le innovazioni tecnologiche di oggi non esistevano neanche nelle menti di chi le ha create dopo. Al tempo la musica era vivere insieme, condividere, sudare e superare insieme ogni ostacolo. 
Michele Larotonda: Il suo motto è: “Fai quello che sai fare e rendilo unico”. Michele Larotonda è nato nel 1977. Della sua infanzia ricorda il momento in cui suo padre gli mise in mano una Rollei 35, ed è stato amore a prima vista.  Nel 2004 comincia ad affiancare un importante studio fotografico di Varese, nel frattempo si diploma in fotografia presso la John Kaverdash School di Milano e si avvicina alle tecniche del fotoritocco con Photoshop CS4, CS5 e CS6. La passione per la musica lo porta sotto i palchi dei concerti a fotografare artisti affermati (Planet Funk, Bush, Giuliano Palma, Motel Connection, Marta sui Tubi…) e artisti emergenti. Ha esposto in associazioni culturali e locali e alcuni suoi scatti sono stati pubblicati su riviste e quotidiani quali: Living, Inkroci, La Prealpina, Il Quotidiano, Milanosette, Varese io C’ero… E’ il titolare dello Studio Larotonda a Milano

Il Sapere e la Politica

Osvaldo Cammarota* per il Denaro 4/10/2013

 

“Sapere nobilita l’uomo”. Con questa convinzione gli Innovatori Europei parteciperanno al dibattito che –ci auguriamo- si svilupperà intorno alle vicende politiche del paese, a partire dall’occasione data dal congresso del PD.

È un’impresa in controtendenza. Il pensiero e la prassi prevalenti hanno consacrato il denaro e il potere come fattori di “nobilitazione”. Mai come negli ultimi anni questo binomio ha dominato anche nelle scelte delle pur diverse formazioni politiche. È difficile, infatti, negare che la politica non sia stata influenzata dal potere del denaro, anche nella selezione e promozione della classe dirigente. Alla finanziarizzazione dell’economia è seguita, supina, la sorte della politica. Ciascuno può constatarlo, a livello locale, sovralocale e globale.

Ma cosa accade quando il denaro scarseggia e, con esso, anche il potere si mostra inefficace?

Il nostro auspicio è che si apra una fase in cui il sapere informi maggiormente le scelte politiche ed economiche. È una pia illusione? È un’ambizione troppo alta? Forse no, è la crisi stessa che richiede questo salto di qualità e, in ogni caso, ci sembra utile discuterne. Sarebbe civilmente insostenibile lasciare che i processi di cambiamento siano, ancora una volta, dettati esclusivamente dal potere del denaro. Troppi problemi rimarrebbero irrisolti. Papa Francesco non può essere lasciato solo, è una questione rilevante per l’intera umanità, forse dovrebbe esserla ancor più per i laici.

Partiamo da alcuni quesiti che poniamo a noi stessi e a chi vorrà approfondirli. Dove è depositato il patrimonio del sapere? Come lo si può valorizzare per contribuire a scelte pubbliche più appropriate?

Il sapere è una risorsa di tipo immateriale. Nella nostra società è diffusamente depositato in migliaia di persone che hanno competenze nei diversi campi dell’agire umano. Saperi scientifici e saperi di contesto non comunicano tra loro. Troppo spesso si compiono analisi e si effettuano scelte importanti sulla base di freddi dati statistici che non rispecchiano la realtà.

Questa è la prima grande sfida per un partito nuovo che voglia alimentarsi delle istanze di cambiamento e tradurle in progetti di futuro. Come si può fare? Quali princìpi di funzionamento deve avere un partito moderno? Come seleziona la sua classe dirigente?

Nel documento-base che proponiamo per la discussione (www.innovatorieuropei.com) abbiamo voluto indicare solo i punti che ci sembra utile approfondire e sui quali ricercare soluzioni che darebbero alle formazioni politiche quei caratteri di modernità e, al contempo, di adeguatezza ai principi della nostra Costituzione.

Non vogliamo partecipare alla rissa sul leader da seguire, piuttosto ci interessa contribuire alla definizione di una strategia operativa di innovazioni nel FARE politica e amministrazione. Il nostro paese ne ha urgente bisogno per essere parte attiva e propulsiva nel compimento del processo di unificazione europea. Rimaniamo convinti che, per far questo, sia utile uscire da gabbie ideologiche e ricercare punti di convergenza tra tutti i riformatori, pur provenienti da diverse formazioni di pensiero.

Su questi temi e con questa idealità la rete degli Innovatori Europei è già da tempo impegnata. Ciascun associato, per quel che può, opera innovazione nel suo agire quotidiano nel proprio campo di competenza, ma la Politica è risultata impermeabile, troppo concentrata ad autoreferenziarsi con una selezione di quadri fedeli e obbedienti al “leader” di turno.

Sarà il concreto svolgersi dei Congressi di Partito a dimostrare l’effettiva volontà di innovare la politica. Per parte nostra sentiamo solo il dovere civile di dare senso alla parola “partecipazione”.

 *Innovatori Europei Campania

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