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L’ANNO FONDAMENTALE ITALIANO
Ciao a tutti.
Spero la vostra Estate sia andata al meglio.
Ricomincia un altro anno, che a mio avviso è unico e fondamentale per il nostro Paese: o si da una svolta ora o sarà impossibile farlo in futuro, e ci ritroveremo, per un lunghissimo periodo, con un arretrato paese oligarchico.
E in questo fondamentale sarà il ruolo del “nostro amico” Partito Democratico: spero davvero che si RISVEGLIERA’ dal LUNGO SONNO iniziato ad Aprile.
Per capire questo, la settimana prossima andrò alla Summer School del PD, in cui spero di trovarvi in tanti.
Intanto, da parte mia, due segnali negativi li ho già avvertiti in due giorni, nella città di Roma (che è la cassa di risonanza del Paese):
1) Lunedi, Fiumicino, un Aereo di Air One (futuro main partner della “nuova” Alitalia) ci tiene 1 ORA fermi sull’aereo in arrivo da Atene perchè “un giovane lavoratore pieno di tatuaggi in mostra aveva lasciato la sua macchinina sotto il nostro aereo in uno spazio riservato ai Bus di collegamento”…poi ancora 1 ORA per aspettare i bagagli e sono DUE.
SE QUESTA SARA’ la “NUOVA COMPAGNIA ITALIANA”…
2) Tra ieri e oggi ho avuto modo di girare, in macchina, per Roma: bene la zone intorno a Via Veneto e Piazza Fiume, così come i Parioli, sono ancor di più diventati un “pattumaio di macchine e motorette che ormai arrivano ad invadere i portoni e i piedi delle persone in transito, a tutte le ore”: se poi si vuole rispettare il codice della strada, e trovare un NORMALE parcheggio, ci si impiega 1 ORA..
Lo avevo scritto prima delle elezioni al Sindaco Rutelli, sul suo Facebook: è fondamentale fare attenzione anche e soprattutto alla Mobilità delle zone centrali di Roma: vi è poco da dire, lì si concentrano molti degli INTELLECTUAL WORKERS – MOTORE dell’economia e della Società di Roma.
Poco è cambiato, ed in peggio, e quelle persone, è il mio sentore, potrebbero davvero andarsene (anzi, a giudicare con gli occhi del passante, molti se ne sono già andati).
SE QUESTO DOVESSE ACCADERE..
Che dire: continuiamo, nel nostro piccolo, a dare una mano a questo “Bello e Martoriato” Paese, ma vi è davvero poco tempo per cambiare.
Buon inizio,
Massimo
OBAMA FOR PRESIDENT
OSSERVAZIONI SULL’EUROPA
di Riccardo Sani – IE Europa
I richiami alla necessità di una difesa europea integrata lanciati da parecchie parti, in particolare dal presidente francese Sarkozy ed in parte dal presidente italiano Napolitano, sono una conferma del fatto che questa non esiste affatto e che ormai nessun stato europeo da solo può garantire neanche minimamente la propria sicurezza e contribuire contemporaneamente a promuovere, per quanto oggi è possibile, la pace. Tali richiami hanno però un gravissimo limite : essi ignorano o fanno finta di ignorare che il problema di una difesa europea efficiente non può essere risolto finchè non si superano le sovranità nazionali che mirano a conservare, per sete di potere e talvolta perfino di incapacità di comprendere, la cooperazione tra gli stati europei nell’ambito di innumerevoli trattati internazionali. La cosa porta inevitabilmente al fallimento.
Nel luglio 1951, rivolgendosi a tutti gli europei da poco usciti dal disastro della seconda guerra mondiale, il generale Eisenhover, capo supremo delle forze americane, aveva rivolto un pressante invito a diventare subito un “paese unito” con una federazione europea ! Secondo il generale era infatti illusorio parlare di difesa e sicurezza puramente in termini di cooperazione fra stati, in quanto questa sicuramente si sarebbe rivelata ben presto inadeguata se non ridicola ma avrebbe come conseguenza alimentato la sfiducia degli stessi popoli chiamati a sostenerla . Più di 60 anni dopo l’esortazione di Eisenhover resta ancora inascoltata : eppure le ragioni per dare vita ad una vera federazione sono sempre storicamente e politicamente valide ed urgenti.
La speranza di molti europei che, una volta caduta l’URSS, la sicurezza militare potesse essere mantenuta da un esercito in cooperazione multilaterale sotto la direzione americana si è rivelata infondata.
In poco tempo la paura per una guerra globale è stata sostituita da quella di una crescente instabilità che si è realizzata in un aumento abnorme del numero delle guerre guerreggiate, limitate ma prive di sbocchi e diffuse in quasi tutti i continenti (attuale esempio quello della Georgia-Ossezia-Russia).
Si tratta di guerre destinate a divorare crescenti risorse in termini umani e finanziari.
Questo desolante quadro, di per sè preoccupante, secondo certe previsioni, è destinato a subire una ulteriore destabilizzazione in termini di sicurezza sotto la spinta di tre fenomeni :
-in primo luogo la sovraesposizione militare della potenza americana, presente ormai in oltre cento paesi, che sta esaurendo di fatto la possibilità di impegnarsi ulteriormente in eventuali compiti di polizia internazionale.
-in secondo luogo l’atteso aggravamento degli squilibri regionali per le conseguenze negative prodotte da cambiamenti sull’ambiente e sulle economie, creando situazioni di tensione e disordine crescente a livello internazionale
-la concorrenza feroce degli stati per garantirsi il controllo sugli approvigionamenti a sempre più scarse e costose materie prime.
Tutto ciò rischia di far ripartire poltiche di riarmo destinate ad avere imprevedibili sbocchi sul piano dei rapporti internazionali.
Vi è ancora un aspetto con molti interrogativi per la sicurezza internazionale che pone questi incapaci europei (intendo governi e partiti che li amministrano) in una situazione di aumento crescente del pericolo legato alla proliferazione delle armi di distruzione di massa ed alla attività della dissuasione nucleare.
Per quanto riguarda la proliferazione nucleare, non solo rischia di estendersi ormai a stati ad “un tiro di missile” dall’Europa, ma è aggravata dal mancato azzeramento della minaccia nucleare russo-americana che avrebbe dovuto essere eliminato entro la fine del secolo scorso(ricordo gli accordi Reagan-Gorbaciov) e che sembra invece riaccendersi con la disputa sullo scudo antimissile che gli americani vogliono installare in una Polonia consenziente (dove è l’Europa in evidente assenza politico- istituzionale??!! ).
Bisogna essere del tutto cechi od imbecilli per non vedere in quale situazione “nano politica” siamo finiti per colpa dei nostri governi e partiti, con la connivenza di una aliquota di indifferenza incosciente del popolo europeo che forse si sente impotente.
In sintesi, da dove dovrebbero partire gli europei per costruire veramente ed in modo indipendente la loro difesa ?
Alla luce di quanto sopra i problemi che non possonoessere ignorati sono tre:
1) quello della definizione del potere che sarebbe indispensabile per affermare nei fatti e non a parole l’indipendenza europea nel settore della sicurezza e delle scelte operative in eguale reale “ partnership” con America-Cina –India ecc.
2) quello del riconoscimento del “quadro” in cui diventerebbe possibile la creazione di tale potere (ben sapendo che niente è possibile nel quadro dei “Ventisette” di quella specie di unione attuale e specialmente in un coinvolgimento della Inghilterra (principale ma non unico stato contrario a tale sbocco della politica continentale europea) .
3) quello della creazione di uno “stato maggiore” della difesa con possibilità operative sia nel settore convenzionale che nucleare dipendente da un potere sovrano europeo derivante da una autentica federazione !
In conclusione:
a) Solo quando e nella misura in cui si inizierà un consapevole dibattito il problema della difesa europea uscirà dalla solita stantia retorica dei partiti ed entrerà nella sfera della iniziativa politica.
b) Solo quando tale dibattito ci sarà emergerà in piena evidenza la scomoda e vergognosa verità europea che oggi si stenta ad intravedere o non si vuole riconoscere.
c) Solo quando ci sarà un Patto Federale per dare vita ad un primo nucleo di uno Stato federale europeo, l’aspirazione ad una dignitosa ed efficiente capacità europea di agire in indipendenza e cooperazione con altri popoli, in eguale partnerschip, non sarà più nel mondo dei sogni !!!
d) Solo allora questi staterelli europei, impotenti pigmei rispetto alle realtà statuali emergenti, ammalati di imperante frazionismo, avranno raggiunto la loro reale possibilità di sopravvivere nel tempo.
Riccardo Sani.
DALL’EUROPA AL MEZZOGIORNO
Sto seguendo quotidianamente, tramite il sito http://www.giannipittella.ilcannocchiale.it, il viaggio dell’ Europarlamentare Pittella con Mezzogiorno Europa nel “mio” amato Meridione.
Trovo questa iniziativa di un potenziale enorme per lo sviluppo del Mezzogiorno e dell’Italia, ed è un grande piacere vedere tanti posti che ho conosciuto personalmente (Napoli, Salerno..) affrontate con Pittella le tematiche del futuro (Innovazione, Energia, Euro Mediterraneo).
Credo, infine, che sarebbe ottimo se facessimo sentire, come Innovatori Europei, il nostro contributo a questo viaggio, che a mio avviso può e deve aprire legami tra il Sud e l’Europa, per affrontare meglio la complessità che in questi anni ha invaso le nostre vite, e a cui si può rispondere solo come cittadini, studenti, ricercatori, lavoratori, imprenditori, movimenti, network e politici EUROPEI.
Ho per questo messo in copia Gianni Pittella, nel caso qualcuno voglia partecipare al suo viaggio nel Mezzogiorno.
Massimo Preziuso
PERDERE LA PACE
Il Partito democratico e la nuova stagione politica
di Tommaso Visone
Si è soliti ricordare agli studenti di geopolitica che ben più difficile di vincere la guerra è vincere la pace. Il Partito democratico dopo aver perso, prevedibilmente, la guerra (le elezioni) sta riuscendo nell’inconsueta- per chi fa opposizione in Italia- impresa di “perdere” anche la pace ( il confronto parlamentare e politico che segue alle elezioni stesse).
I risultati ottenuti dal partito sul piano della costruzione istituzionale (statuto, governo ombra, codice etico, manifesto dei valori, ecc.) ed il coraggio dimostrato nel corso della campagna elettorale con i relativi effetti sulla semplificazione del quadro parlamentare avrebbero potuto dare luogo a ben altri scenari in questi primi mesi d’opposizione. Quello che traspare invece a seguito di questo primo periodo di vita del nuovo partito è un profondo deficit politico sul piano dell’iniziativa e della concretezza propositiva(fanno un po’ sorridere le parole di Veltroni recentemente apparse sul Foglio), contornato da uno scontro interno tra leader “sconfitti” (es. Veltroni contra D’Alema e Veltroni contra Rutelli) che, caso quasi unico in Occidente fatta eccezione per il fallimentare partito socialista francese, non pagano politicamente – in termini di leadership interna – la sonora batosta elettorale. Non paghi dell’esiziale anomalia, i nostri, continuano in un confronto a distanza che rasenta il ridicolo (es.quando Veltroni nega di aver pesato sulla sconfitta romana e Rutelli finge un altrettanto poco credibile ingenuità tradita) vogliosi di scaricarsi reciprocamente addosso l’uno con l’altro la responsabilità della debacle nazionale e locale seguita dalla palese erosione di consenso che, dall’inizio della legislatura, sta rafforzando l’opposizione dell’Italia dei valori aiutata, in questo, dal gioco di sponda di una maggioranza ben contenta di trovare un degno sostituto (i giustizialisti) per la prosecuzione della sua personale, sia pur anacronistica, guerra fredda.
L’attuale scenario di rincorsa “differenziata” sull’Italia dei valori è effetto delle premesse poste quando si sosteneva un’apertura onnicomprensiva al dialogo con la maggioranza sull’unica base concreta del “pacchetto Violante” senza tener conto dei saggi consigli di cautela pronunciati da chi (es. Eugenio Scalfari) ne vedeva tutta la problematicità. Parlare di “dialogo” è possibile (e giusto) solo una volta che si è stabilità una propria linea politica su cui basare il confronto, farlo a scatola chiusa non ha alcun senso (su cosa si dialogherebbe? Sulla prospettiva di una sola parte?) ed, anzi, risulta politicamente dannoso come lo sarebbe, per una forza che si autodichiara “riformista” (si rimanda a F.Caffè per la definizione del concetto), la decisione aprioristica in senso opposto: quella del muro contro muro senza alcun spiraglio potenziale. Se il Partito democratico vorrà fare suo in maniera efficace il motto del dialogo dovrà prima presentare delle proposte ai cittadini. Non basta avere un governo ombra se poi non lo si usa, così come non basta, di per sé, la nascita di un partito nuovo al fine di cambiare la qualità della politica italiana. Come sostiene N.Irti, “il partito è strumento per qualcosa, non scopo in sé concluso ed appagato” e questo “qualcosa”- l’unità del disegno politico come indirizzo per la vita collettiva- è esattamente quello che manca all’attuale Partito democratico che non solo, nella maggior parte dei casi, è stato finora incapace di far emergere singole soluzioni concrete da confrontare con quelle della maggioranza ma non ha neanche saputo comunicare (sempre che ce ne sia una, condivisa o quantomeno maggioritaria) la sua visone politica d’insieme sul futuro del Paese. Per raggiungere questo imprescindibile risultato, il Partito democratico dovrà farsi carico di formulare delle proposte coerenti tra di loro e capaci di esprimere una reale alternativa, quando ce ne sarà bisogno, nei confronti di quelle della maggioranza. Solo su queste basi ci potrà essere “un’opposizione riformista di chi non si accontenta di gridare più forte degli altri ma vuole costruire giorno per giorno, come si fa nei grandi paesi europei, una credibile alternativa di governo” (W.Veltroni). Esclusivamente in questo modo il PD potrà dare il via ad una nuova stagione politica. Altrimenti, come sta già avvenendo, alla retorica seguiranno ulteriori e sempreverdi sconfitte.
EUROPA E MEZZOGIORNO
LE ONDE DELLA GLOBALIZZAZIONE
LE ONDE LUNGHE DELLA GLOBALIZZAZIONE
Roma, 24 luglio ‘08 (Fuoritutto) La calura del solleone non interrompe la laboriosità e l’attivismo del mondo politico e sindacale. Possiamo dunque agevolmente trascegliere, secondo le nostre inclinazioni, fra le innumerevoli iniziative che costellano le giornate romane.
Ci concentriamo con interesse sul convegno, svolto nei giorni scorsi presso il Cnel, a cura della Uil, e dedicato alle tematiche della “ partecipazione del mondo del lavoro alla gestione e all’azionariato delle imprese e delle iniziative economiche “.
Antico e ben noto problema, sempre irrisolto, come emerge dalle prime battute del convegno, che ebbe, come precursori illustri, figure di pensatori come John Stuart Mills e Giuseppe Mazzini, convinti sostenitori della necessaria armonia fra mondo del lavoro e capitale, e su sponda opposta, Karl Marx che ne postulava invece la radicale conflittualità.
Dilemma, comunque, che pur configurato dal dibattito nel quadro di circostanze storiche e geografiche in continuo mutamento, impone fatalmente la sua perenne attualità e quindi le necessarie ipotesi, seppur contingenti, di soluzione.
Così la relazione base del convegno (Domenico Proietti) propone soluzioni di tipo partecipativo e di cogestione, ma a un grado superiore del semplice livello di singola impresa, (pur previste nella Costituzione all’art.46).
In concreto il dirigente sindacale ha indicato nitidamente ipotesi di cogestione in fattispecie come quelle incarnate nei “Distretti industriali”, senza escluderle peraltro anche nelle holding nazionali e internazionali, per la loro frequente rilevanza economica, sociale e territoriale. Non si discostava sostanzialmente da tale impostazione, Pasquale Viespoli, sottosegretario al Welfare e da essa prende le mosse nelle conclusioni Luigi Angeletti che tocca il diapason dell’emotività dell’uditorio.
La globalizzazione, afferma il segretario della Uil, è una realtà da cui nessuno, piaccia o no, è in grado di prescindere: il mondo deve fare i conti con uno straripante capitalismo, per contenere il quale gli ordinamenti nazionali; ma anche gli organismi internazionali, sono sprovvisti di strumenti idonei. Le imprese possono difendersi principalmente con la propria capacità competitiva, la quale si realizza soprattutto con il miglioramento costante delle loro risorse umane.
Con tali premesse è giusto ostinarsi a perseguire, sul piano dottrinale, legislativo e sindacale una politica di parità salariali o affrontare strategie che privilegino tangibilmente i lavoratori più abili ed efficienti, magari anche a scapito dei livelli occupazionali?
E la nostra riflessione è corsa istintivamente, alle parole pronunciate, un paio di settimane or sono, dal presidente cubano Raoul Castro, che, da un paese di rivoluzione socialista, poneva concetti analoghi ….
… Chi mai l’ avrebbe potuto immaginare?
(Sor)
UNIVERSITA’ ITALIANE
Università italiane verso una rivalutazione? (di Luca Barbieri Viale)
L’Università italiana nel suo insieme, dagli studenti ai docenti, ha detto e ripetuto che non intende sottrarsi a un severo processo di valutazione che porti alla valorizzazione del merito. Segnalo il recente appello “Salviamo l’Università! Un appello per la sopravvivenza e il rinnovamento dell’Università italiana attraverso la Valutazione” alla pagina http://universita.selfip.org/
La differenziazione dei finanziamenti ministeriali, in base al merito degli atenei, sarebbe il passo decisivo nell’attuazione di quel processo di autonomia e selezione (ridimensionamento dell’offerta didattica, riduzione delle sedi, etc.) che aspettiamo da anni. Inclusa, finalmente, la libertà di differenziare le tasse e gli stipendi. Questo permetterebbe di razionalizzare il nostro sistema e incentiverebbe la competizione tra gli atenei: pochi ma buoni! potrebbe essere lo slogan da adottare …
Se la manovra proposta dall’attuale governo è di tagliare indiscriminatamente si va esattamente nellla direzione opposta. Il decreto Tremonti prospetta di tagliare indiscriminatamente l’organico, riducendo le nuove assunzioni di giovani, e di tagliare indiscriminatamente gli stipendi, anche a chi sta lavorando bene e rappresenta l’eccellenza in ambito internazionale; inoltre, introduce lo strumento della fondazione privata come mezzo per attivare una selezione naturale: chi riesce a finanziarsi sopravvive!
Ma non è affatto sorprendente, se ci pensiamo bene, questa è una naturale conseguenza dei vari precedenti fallimenti in materia (sia del centro-destra che del centro-sinistra) Inoltre, la linea di governo è coerente con il pensiero liberale che rappresenta la maggioranza degli italiani.
Il messaggio che il governo intende dare ? Chi riesce a finanziarsi, ha amicizie che contano, anche se non ha nessun merito, ha il diritto di sopravvivere e chi, anche se bravissimo, in Italia, continuerà ad esser sottovalutato o neanche considerato ? No! Il ministro Maria Stella Gelmini, ha spiegato le cinque grandi missioni del nuovo tavolo di consultazione permanente: garantire la qualità del reclutamento dei docenti, realizzare un sistema efficace e trasparente di valutazione, premiare le Università che ottengono risultati migliori in termini di qualità della ricerca e della didattica, prevedere un fondo per incentivare i docenti meritevoli, incoraggiare l’internazionalizzazione del sistema universitario.
Repetita iuvant! ma son solo parole che anche il precedente governo Prodi ha pronunciato e non mancavano in nessun programma di governo! Che fare ? L’unica risposta che possiamo cercare è in Europa! La dichiarazione di Lisbona, ad esempio: lo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore fisserà le condizioni e il quadro normativo all’interno del quale anche l’Italia dovrà restare assumendo sempre che intenda rimanere in Europa.
SOGNO DI MEZZA ESTATE
Un resoconto critico sul seminario del 14 Luglio, promosso da Italiani Europei
di Pierluigi Sorti – IE Sapere
Illusorietà di un seminario. Con il concorso di una quindicina di associazioni, emblematici surrogati di partiti e delle risorgenti loro vecchie correnti interne, in una fatidica data – 14 luglio -, e con la regia di Massimo D’ Alema, Presidente di “Italiani Europei”, si è dissertato delle forme di governo, della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari.
Con un obbiettivo: ottenere dai rappresentanti presenti delle forze di centro destra, un avallo all’ ipotesi di un mutamento della nostra legge elettorale secondo i canoni di quella vigente in Germania.
E’ già nota la delusione che l’ intervento di Cicchitto e Calderoli ha suscitato negli esponenti del centro sinistra favorevoli alla tesi degli elementi ispiratori del seminario.
Ma, a prescindere dal “fin de non recevoir” recitato diplomaticamente dai due esponenti della maggioranza, quello che non è sfuggito ai più, nell’ ascolto dei circa 30 intervenuti in oltre sette ore di dibattito, è il senso di frustrazione, offerto al numerosissimo uditorio, da una dirigenza politica del centro sinistra, apparentemente, non ancora consapevole delle dimensioni della sua sconfitta.
Una dirigenza che insegue il teorema di un dialogo istituzionale con un Berlusconi che simula ascolto privilegiando or questo ( Veltroni ) or quel (D’ Alema ) leader, solo per dividerli tra loro e allontanarli vieppiù dal loro elettorato.
Eppure i due sono convinti di avere rispettivamente le credenziali di poter continuare a essere, del loro elettorato, autentici interpreti e legittimi rappresentanti.
E non si avvedono che, a prescindere dall’ illusione di trattare paritariamente con Berlusconi, scelgono tematiche che Berlusconi “in primis” ha tutta la convenienza a lasciare inalterate, trascurando invece quelle che invece potrebbero segnare la strada maestra del riscatto futuro.
Essi per primi, infatti, della denunciata progressiva degenerazione presidenzialista o, specularmente, dell’ accentuazione progressiva della subalternità delle assemblee elettive, dai comuni in su, fino al parlamento nazionale, portano non poche corresponsabilità.
E della giusta considerazione preliminare del documento introduttivo del seminario ( l’ errore reiterato di considerare i temi istituzionali più impellenti dei problemi dell’ economia e dell’ambiente ), da troppo tempo quegli stessi gruppi dirigenti hanno dimostrato, in oltre un decennio, così evanescente immedesimazione, da rendere chimeriche le ipotesi di convincenti inversioni di rotta.
Se la militanza del Pd non sarà cosciente che la natura sincretistica del partito e una realtà politica, nazionale e internazionale, caratterizzata da mutamenti continui, impongono il superamento di una concezione oligarchica e conseguentemente gregaria della dirigenza, nazionale e periferica, il Partito non andrà lontano.
Specie trattandosi di dirigenze che hanno non solo un imprinting di formazione e di carriera che risale ai tempi della guerra fredda, ma che hanno ormai accumulato una serie di insuccessi, per i quali sembra non debbano mai rendere conto.
L’ UNIONE PER IL MEDITERRANEO
L’Unione per il Mediterraneo: verso una Global Mediterranean Policy?
Il passato 9 luglio si è concluso, in Giappone, il vertice dei G8, dove le più importanti potenze economiche mondiali hanno trattato alcuni degli argomenti che, dal 13 luglio, sono destinati a convertirsi, anche, in oggetto di progetti regionali del e per il Mediterraneo.
Si tratta di ambiente, crisi energetica ed energie alternative che, a livello regionale, devono diventare vettori per il co-sviluppo del Mediterraneo, secondo quanto previsto dall’Unione per il Mediterraneo (UPM). È questa, invece, una delle regioni al mondo con maggiori squilibri economici (il reddito pro capite è, in media, 10 volte superiore nella sponda Nord rispetto a quello della sponda Sud), oltre ad essere scenario di gravissime tensioni (Algeria-Marocco, Turchia-Cipro, Siria-Libano, per esempio) o, addirittura, conflitti diplomatici (come quello israelo-palestinese). La scelta di queste tematiche come vettori del co-sviluppo (e perciò della creazione di una zona di pace e stabilità) convince sicuramente di più i Paesi europei che quelli della sponda Sud del Bacino, più preoccupati a risolvere problemi come impiego e migrazioni.
L’UPM, ideata e lanciata dall’attuale Premier francese nonché Presidente di turno europeo, Nicolas Sarkozy, si propone perciò come un progetto di carattere economico-ambientale che cerca di assumere una dimensione più realistica e democratica rispetto al suo “predecessore”, il Partenariato Euromediterraneo (PEM).
Innanzitutto, l’UPM dovrebbe essere più democratica, giacché amplia la partecipazione a 43 Paesi (i 27 Paesi dell’UE e tutti i Paesi che affacciano sul Mare Nostrum – al Vertice di Parigi non hanno però partecipato né il Marocco, a causa della questione algerina, né la Libia –) e stabilisce una doppia presidenza di turno (un partner del Nord e uno del Sud), con l’idea di superare la grave assimmetria tra le due sponde del Bacino.
D’altra parte, si presenta come più realistica, poiché prevede la realizzazione di progetti concreti, non più di politiche (come prevedeva il PEM). Ciò dovrebbe fornire un carattere più concreto e pratico all’UPM, rispetto a quanto suppone l’ideazione di politiche, sicuramente molto più ambiziose, da un punto di vista ideale, ma difficilmente realizzabili, da un punto di vista pratico.
I progetti inizialmente previsti sono 6, riguardanti: il disinquinamento del Mediterraneo, la costruzione di autostrade marittime e terrestri per migliorare le fluidità del commercio fra le due sponde del Mediterraneo, il rafforzamento della protezione civile – tenuto conto dell’aumento dei rischi regionali legati al riscaldamento climatico –, la creazione di un piano energetico solare mediterraneo, lo sviluppo di una università euromediterranea – già inaugurata a Portoroz, in Slovenia – e una iniziativa di sostegno alle piccole e medie imprese.
Nella realizzazione dei progetti si pone un problema fondamentale per quanto riguarda le risorse economiche di cui dovrà disporre l’UPM (ed è questo uno dei nodi gordiani del progetto di Sarkozy): per il momento, non ci sono soldi a disposizione. Bruxelles ha già presentato il piano di bilancio fino al 2013, che non prevede fondi aggiuntivi a favore dell’Unione per il Mediterraneo. Secondo gli stessi leader, saranno benvenuti donatori internazionali, tali come la Banca Mondiale, la BEI e la Banca Africana. L’appello vero è rivolto, però, agli investitori privati: gli Stati euro-mediterranei sperano che le industrie interessate ad investire nei Paesi del Sud aumentino.
Questo ci pone di fronte a due questioni:
• una di carattere esclusivamente economico, ovvero riguardo la dimensione vera dei progetti dell’UPM: ad esempio, la Commissione Europea ha presentato un rapporto, nel quale sostiene che ci vogliono almeno due miliardi di euro per ripulire l’80% del Mediterraneo…
• l’altra, di carattere più politico, che si riferisce all’approccio che gli investitori privati vorranno dare ai diversi progetti che propone l’UPM e, perciò, al difficile rapporto che essi potranno avere con il co-sviluppo.
La mancanza di una maggiore partecipazione economica da parte dell’Unione Europea sorprende fortemente, in quanto contrasta con la posizione assunta, negli ultimi mesi, da Bruxelles, che ha cercato (fino a riuscirci) di convincere la Francia sulla necessità di impostare l’UPM non come un club intra-mediterraneo, ma Euro-mediterraneo (il nome ufficiale è diventato addirittura “Processo di Barcellona: Unione per il Mediterraneo”), dove l’assenza dei 27 dell’UE avrebbe votato l’UPM ad un fallimento sicuro.
Il carattere intra-regionale che Sarkozy aveva previsto per l’UPM (alla quale originariamente dovevano partecipare solo i Paesi dell’UE che affacciano sul mare, più tutti i Paesi della sponda Sud), rappresentava sicuramente uno dei punti più controversi del progetto. Da una parte, attribuiva il potere decisionale ai Capi di Stato e di Governo di tutti i Paesi mediterranei (inclusi quelli dell’UE), anche se ciò avrebbe potuto dare luogo a conflitti tra l’UE e l’UPM: una decisione poteva prendersi, in sede UE in un senso e in seno all’UPM in un altro, diametralmente opposto. Questa questione si lasciava però in sospeso. D’altra parte, costituiva sicuramente il punto più interessante del progetto, giacché segnava la grande differenza con il PEM e donava all’UPM una forza particolare, dovuta sicuramente all’interesse diretto di tutti i partner nella realizzazione dei progetti.
La possibilità di avviare una Global Mediterranean Policy c’è ancora, anche se dipende, in gran parte, dal modo in cui si decideranno di impostare i particolari organizzativi, decisione rinviata a novembre e che verrà presa non già dai Capi di Stato e di Governo, ma da Ministri degli Esteri, come si prevedeva per il PEM.
Ainhoa Agullò – Innovatori Europei / Europa