Significativamente Oltre

Europa e Mediterraneo

Il saluto di Gianni Pittella alla assemblea nazionale di Innovatori Europei

Gianni PITTELLA Vice-president of the European Parliament          Bruxelles, 18 febbraio 2013  

Cari amici,  

sottoscrivo con convinzione gli obiettivi del manifesto politico che avete posto al centro dell’azione del Vostro movimento.  
L’Europa ha bisogno di raccogliere le energie per una nuova spinta verso l’innovazione istituzionale, attraverso la quale  rafforzare i poteri di rappresentanza trasferiti dalla sfera nazionale all’entità sovrastatale dell’Unione.  
Questo processo non equivale all’accentramento del potere decisionale nelle attuali burocrazie di Bruxelles, bensì alla consegna della guida dell’Europa ai cittadini europei, attraverso i loro rappresentanti eletti nel Parlamento di Strasburgo.  
L’esercizio del voto di ogni singolo cittadino dovrebbe determinare anche la scelta dei vertici della Commissione, trasformandola in uno snello organismo esecutivo che procede secondo le indicazioni vincolanti di Parlamento e Consiglio.  
Non dovrà più accadere che decisioni di grande peso per la vita e il futuro dei cittadini, anche di singoli paesi aderenti, vengano assunte nel chiuso di una logica intergovernativa dove prevalgono gli interessi nazionali dei più forti, come è platealmente accaduto nella gestione di questa crisi.  
Decisioni che hanno scatenato un’emergenza sociale e occupazionale senza precedenti che attende ancora di essere affrontata con misure e risorse adeguate volte a far ripartire l’economia.   
Il nostro impegno deve essere volto a imporre e ottenere questo mutamento di rotta dell’Unione europea, a cominciare dal confronto in atto tra Parlamento e governi sul bilancio europeo, al quale alcuni paesi guardano esclusivamente come una voce da tagliare per far quadrare i conti nazionali davanti ai loro elettori.  
Occorre combattere questa ottica miope che ha condotto l’Italia ad imboccare la strada di politiche rigoriste fini a se stesse. E’ venuto il momento di voltare pagina e di indicare agli europei una nuova prospettiva, di innovazione e progresso, come questo importante convegno intende fare. 

Grazie per il lavoro che state facendo e un abbraccio a tutti Voi. 

Gianni Pittella

Intervista al Prof. Leonardo Maugeri, talento da esportazione ad Harvard

ENIdi Massimo Preziuso su R-Innovamenti

Buongiorno Professore. Grazie per l’opportunità, innanzitutto. Lei è un chiaro esempio di talento italiano da esportazione. Dopo una carriera folgorante nel colosso ENI, nel 2011, ancora quarantenne, ha deciso di cambiare e tornare all’accademia. Oggi insegna nella prestigiosa Harvard University, è consigliere del governo americano sui temi energetici, è autore di vari libri, tra cui un best-seller che ho letto in questi giorni (“Con tutta l’energia possibile”), e tanto altro.

1) Perché questo cambiamento così  improvviso e radicale?

Preferisco che il tempo si sedimenti prima di rispondere a questa domanda.

2) Italia Vs Stati Uniti: chi vince?

Non c’è competizione. Da anni, condivido il giudizio di Bill Emmott sull’Italia: purtroppo il nostro Paese è giunto a un livello di non ritorno. Sovrastato da una corruzione patologica e da una classe dirigente del tutto inadeguata, che però si autosostiene con il meccanismo della cooptazione, non ha credibili prospettive di crescita. Ha abbandonato la ricerca e la formazione di alto livello, primi motori di sviluppo di ogni paese, non ha più che un manipolo di grandi gruppi industriali, non riesce a produrre tecnologia né innovazione, se non su piccola scala incapace di fare massa critica.

Negli Stati Uniti, con tutti i problemi che pure esistono, c’è una vitalità sorprendente. Ricerca, innovazione, trasformazione continua, sono ancora i fattori portanti del paese. Qui è ancora vero che un totale sconosciuto, senza famiglia né possibilità alle spalle, può diventare tutto grande alla forza delle sue idee o del suo talento. Inoltre, il paese riesce ancora a attrarre – soprattutto grazie alle sue università e ai suoi centri di ricerca – i migliori talenti del mondo.

3) Come si sente un talento italiano negli Stati Uniti, in questi anni così turbolenti, in cui il nostro Paese ha proprio bisogno di personalità come la Sua per tornare a “vivere”?

Non sono certo un caso unico. Semplicemente, chi ha talento deve cercare altre strade lontane dall’Italia, perché il talento non rientra nei criteri di selezione del nostro Paese. Contano solo frequentazioni, appartenenze, disponibilità a accettare le regole di un sistema malato.

4) Come creare veri ponti di opportunità tra Italia a America? Quale appunto il ruolo possibile per “ambasciatori” come Lei?

Se il Paese non cambia radicalmente, è impossibile per chiunque costruire veri ponti di opportunità.
Bisogna chiedersi: perché una società americana dovrebbe avere interesse a investire in Italia, rispetto a tutte le altre opportunità disponibili nel mondo? Qual è il nostro valore aggiunto? Gli americani adorano l’Italia come posto per le vacanze, non come luogo d’investimento.

5) Competizione Vs Uguaglianza: come risolvere una volta per tutte questo ”trade off” di visioni del mondo?

A mio modo di vedere, la convivenza tra società del merito (competitiva) e società dell’uguaglianza e del bisogno è la sintesi che ha reso l’occidente superiore al resto del mondo, nel 20° secolo. La società del merito ha bisogno di uguaglianza di partenza, perché solo così possono emergere i migliori talenti. La ricchezza generata da una società che si alimenta di merito, d’altra parte, genera la ricchezza e la crescita che – con eque e sagge politiche di redistribuzione – possono sostenere la parte più bisognosa della popolazione, quella che può rimanere indietro e offrire i mezzi per l’uguaglianza di partenza. Nelle società povere questa possibilità non esiste.

6) Lavoratori e Produttori: quale il modo per metterli a lavoro insieme per rinnovare e ricostruire il Belpaese?

C’è un interesse comune: concentrare l’attenzione del legislatore nel facilitare gli investimenti, abbattendo la burocrazia che oggi impedisce alle imprese di investire e operare, stroncando la corruzione che rende il gioco economico artificioso, abbassando nel tempo le tasse sulle imprese stesse. Allo stesso tempo, il legislatore dovrebbe abbandonare la sterile questione del ridimensionamento dei diritti dei lavoratori. Provate a chiedere ad un’impresa straniera perché non investe in Italia, dove potrebbe chiudere dopo qualche anno licenziando tutti i lavoratori..

7) Politiche energetiche: quale il futuro sostenibile? Lei ci crede alla opportunità, proposta dal governo Monti, della costituzione di un hub del gas mediterraneo in Italia, con baricentro in Basilicata?

Io credo che, per alcuni decenni ancora, i combustibili fossili costituiranno gran parte del fabbisogno energetico dell’umanità, perché la loro densità di energia non ha ancora trovato sostituti. Al tempo stesso, credo che i primi decenni del secolo costituiranno “l’officina” che produrrà le tecnologie necessarie ad abbattere il ruolo dei combustibili fossili nel futuro. Per questo la ricerca scientifica è fondamentale e, visto quello che sta accadendo in paesi come gli Stati Uniti, mi aspetto grandi breakthrough tecnologici – soprattutto nell’energia solare – nei prossimi anni.

Quanto all’Italia hub del gas, continuo a nutrire molti dubbi per una serie di ragioni. Anzitutto, ho visto che anche l’Antitrust pone in evidenza un rischio che indico da anni. Per avere un hub del gas (e anche un mercato spot) occorre una sovrabbondanza di infrastrutture, funzionali a consentire una forte variabilità di flussi di gas in ragione delle condizioni di mercato: chi paga queste infrastrutture (gasdotti, stazioni di pompaggio, stoccaggio)? Naturalmente, le paga il consumatore in bolletta. Può andar bene, ma il consumatore ne è cosciente? Ne dubito. Inoltre, in un mercato del gas caratterizzato da una bolla (un eccesso di offerta rispetto alla domanda, che avevo già preconizzati anni fa) come quello europeo, i gasdotti in eccesso potrebbero andare al minimo di capacità, ma il consumatore dovrebbe lo stesso pagare i costi della loro costruzione. Con quali vantaggi? E per chi?

8 ) Come Innovatori Europei, insieme ad altre organizzazioni ambientaliste, stiamo studiando il tema “Taranto sostenibile” e l’ opportunità per il prossimo governo italiano di facilitare una transizione industriale nella produzione delle “auto elettriche”. Che ne pensa a riguardo?

Guardi, io ho concepito e avviato la realizzazione di una dei più importanti piani di riconversione industriale d’Italia, quello del sito petrolchimico di Porto Torres in Sardegna, orientandolo alla chimica verde. Quando lo feci, analizzai per prima cosa le prospettive economiche di un certo tipo di chimica verde, per essere certo di non creare un’altra illusione industriale destinata a fallire con il tempo. Solo una volta certo degli economics lanciai la mia società, al tempo Polimeri Europa, oggi Versalis – la società della chimica dell’Eni – nel progetto.

Quella delle auto elettriche è una bella idea, ma ha bisogno anzitutto di una rigida analisi economica. Io credo nel futuro dell’auto elettrica, e credo che questo futuro arriverà dall’Asia, non dal vecchio mondo. Da noi il problema fondamentale è che non esistono sufficienti reti di distribuzione, e costruirle costerebbe miliardi di euro. Per favorire un mercato dell’auto elettrica, ci vorrebbero delle normative specifiche, magari a costo zero, ma molto dure: per esempio, vietare la circolazione delle auto tradizionali con una certa età nei centri delle città.

Dovrei studiare in modo più approfondito la questione. Forse, nella fase in cui siamo, sarebbe più proponibile offrire a un grande produttore – meglio asiatico – condizioni speciali per costruire a Taranto stabilimenti di auto ibride, che cominciano ad avere un certo mercato e sono davvero fantastiche. Perfino tanti americani cominciano a convertirsi. Per condizioni speciali intendo condizioni fiscali radicali (per esempio, zero tasse nei primi 5 anni). Sarebbe sempre meno che un intervento diretto dello stato, e quindi dei contribuenti.

9) Innovatori Europei vuole sempre più diventare un “ponte” di opportunità progettuali e politiche tra Italia, Europa e Mondo. Tra le altre, siamo gemellati con una innovativa realtà politica operante in Nord America. Ritiene interessante l’idea di unire le comunità italiane nel mondo attorno ad un progetto intellettuale e politico come il nostro?

Si, soprattutto nella misura in cui riuscisse a riconnettere tanti italiani di grande valore che hanno abbandonato l’Italia perché non vi trovavano spazi e hanno poi avuto esperienze di grande successo. Sono un patrimonio possibile dell’Italia di domani. Ma è un progetto che richiede tempo e una costruzione mirata e paziente. Ci sono state già troppe iniziative improvvisate e effimere nel passato anche recente.

Grazie.

A Lei.

Il manifesto politico degli Innovatori Europei

Innovatori-Europei-def

Innovatori Europei è una associazione radicata in numerose città italiane ed internazionali ed annovera nelle proprie file personaggi di spicco provenienti dalla società civile, dalle professioni, dall’imprenditoria, dal mondo intellettuale e politico.

Dal 2006 attiva in Italia e in Europa come centro studi e movimento politico, Innovatori Europei ambisce a diventare elemento di aggregazione di tante realtà innovative operanti nel vecchio continente.

Innovatori Europei vede in Europa e nel Mediterraneo il baricentro dello sviluppo europeo e mondiale dei prossimi decenni, nell’Italia il naturale attrattore di nuova ricchezza e nuovi saperi, ed in Roma la futura capitale culturale ed economica dell’area euro-mediterranea.

Altresì crede che nell’Europa rinnovata una ridistribuzione della ricchezza, a mezzo di una nuova fiscalità partecipata e di una revisione mirata della spesa pubblica, sia urgente e necessaria.

Infine ritiene l’innovazione quale metodo guida nello studio e nella comunicazione politica.

– Europa

L’Unione Europea, come si è configurata attraverso gli anni, è un organismo politico internazionale che necessita di modifiche e miglioramenti.

Appare ormai indispensabile: coordinare, ma non imporre, le politiche europee attraverso istituzioni comuni, specialmente per le politiche economiche e fiscali; semplificare i processi decisionali con l’approvazione a maggioranza qualificata; ampliare le competenze del Parlamento europeo; attivare strumenti finanziari comunitari con cui avviare cantieri di sviluppo nell’area euro-mediterraneo.

Questi i principali elementi di aggregazione dei popoli europei, in una strada accidentata e difficile, che conduce verso due mete esaltanti, la federazione europea prima e gli Stati Uniti d’Europa poi.

 – Italia

L’Italia è in un momento decisivo. Finita la prima fase della globalizzazione, a cui ha partecipato non da protagonista, oggi il nostro Paese si trova a pagarne le conseguenze, principalmente in termini di mancata competitività.

Per sanare tali ritardi, è fondamentale partire da due semplici obiettivi – crescita e lavoro – da raggiungere a partire dall’avvio di cantieri nazionali ed europei per la crescita.

Il sistema fiscale italiano è  freno alla nostra competitività, in quanto rende oggi impossibile la creazione di nuova ricchezza mentre facilita la conservazione di rendite e vantaggi competitivi, e non riesce a combattere l’enorme fenomeno della evasione, a scapito del ceto medio-basso. Esso è altresì collegato ad una spesa pubblica, molte volte inefficiente ed inefficace, che va rivista in maniera intelligente.

E proprio con le risorse liberate, da un sistema di fiscalità realmente progressivo e partecipato e da una spesa pubblica divenuta efficace ed efficiente, il Paese deve urgentemente investire nei settori legali alla sostenibilità del nostro sviluppo, creando lavoro qualificato.

Un’agenda in cinque punti per evitare il declino

crisis di Francesco Grillo (su Il Messaggero del 17 Dicembre 2012)

Sono cinque i nodi programmatici che una coalizione che volesse affermarsi alle elezioni e avviare un’azione di governo con l’ambizione di durare nel tempo, dovrà sciogliere nelle prossime settimane. Perché è dalla capacità di affrontarli che dipende la possibilità per un qualsiasi governo di vincere la sfida della crescita in un Paese fermo da vent’anni. Ed è dunque dal consenso su tali scelte che dovrebbero dipendere anche le decisioni sulle discese in campo e sulle alleanze. Paradossalmente è proprio Monti che ha le maggiori possibilità di indicare come superare alcuni dei limiti dell’agenda del proprio primo governo e trasformare un’esperienza di salvataggio in un progetto di cambiamento in grado di coinvolgere l’intera società italiana.

In primo luogo, continua ad essere indispensabile una modifica drastica della distribuzione della spesa pubblica tra poste diverse ed, in particolare, bisognerà spostare risorse dal supporto del passato all’investimento in futuro. Nonostante che proprio sulle pensioni il Governo abbia fatto la sua riforma più coraggiosa, il paradosso continuerà ad essere enorme anche per i prossimi anni: spendiamo in pensioni cinque volte di più di quanto non investiamo nella scuola di ogni ordine e grado, università e ricerca; più di qualsiasi altra nazione e se solo riallineassimo la spesa italiana a quella dello stato con il più avanzato welfare nel mondo (la Germania) potremmo risparmiare ottanta miliardi di euro all’anno. Una cifra così grande da metterci potenzialmente nella condizione di poter raggiungere obiettivi che sono attualmente fuori dalle nostre possibilità: riportare la spesa per Università e Scuola al livello dei Paesi che maggiormente puntano sulla conoscenza come fattore di sviluppo; ma anche garantire a tutti un salario nei periodi di inoccupazione e percorsi di reinserimento nel mondo del lavoro. Per riuscirci bisognerà avere il coraggio di mettere in discussione il totem dei diritti acquisiti. Convincendo anche gli anziani di questo Paese che conviene anche a loro un welfare più dinamico e che dia opportunità ai propri nipoti.

In secondo luogo, è necessario che chiunque gestisca risorse pubbliche risponda dei risultati della propria azione nei confronti dei cittadini. Il problema più grosso, infatti, non è il costo della politica e, forse, neanche la disonestà di chi si occupa di risorse pubbliche. Ma che non abbiamo nessuna idea di quanto renda un ospedale, una scuola o un ministero, che nessuno è pagato o selezionato sulla base di una prestazione misurabile e che, dunque, gli stessi fenomeni di corruzione vengono identificati solo quando essi sono diventati patologici ed è troppo tardi per evitarne il danno. Ma qualsiasi ulteriore riforma che andasse in questa direzione, avrebbe bisogno assoluto che venisse colmata, contemporaneamente, la lacuna più importante della pur difficile riforma del mercato del lavoro tentata dalla Fornero: se i dipendenti pubblici continuano ad essere inamovibili, qualsiasi faticoso processo di revisione della spesa pubblica è destinato a risultati modesti e le stesse amministrazioni pubbliche sono condannate alla obsolescenza se hanno la sola leva del blocco delle assunzioni per ridurre i costi.

Sul fisco e sulla giustizia – a differenza di ciò che è successo per pensioni e lavoro – il Governo non ha praticamente cominciato. Eppure è su questi due aspetti – più che su altri – che ci giochiamo partite di straordinaria importanza: non solo sul piano dello sviluppo economico e della possibilità di attrarre o trattenere imprese e professionisti innovativi, ma anche di quello della fiducia necessaria per la tenuta di un qualsiasi patto sociale tra Stato e cittadini.

Sul Fisco va stabilito con chiarezza definitiva che tutte le entrate addizionali create dalla lotta all’evasione devono essere destinate a ridurre il peso delle imposizione fiscale rispetto al PIL. Ma non meno importante è impegnarsi – anche a parità di gettito – a ridistribuirlo per correggere il vantaggio che il nostro sistema fiscale produce a vantaggio di chi gode di rendite senza spostare un dito e a detrimento di chi vive del suo lavoro. È giusto insistere che tutti contribuiscano e, tuttavia, per non ridurre gli anatemi contro gli evasori ad un esercizio retorico, è indispensabile diminuire la complessità del sistema perché per numero di giorni necessari per determinare quanto bisogna versare l’Italia fa registrare una delle sue prestazioni più disastrose (secondo la Banca Mondiale, siamo al centotrentunesimo posto nel mondo). Ed è, ovviamente, proprio l’incertezza che rischia di far fuggire il contribuente onesto e creare la tentazione a delinquere per chi lo è di meno. Non meno importante è ricostruire un rapporto di correttezza tra Stato e cittadini anche negli stessi processi di controllo e recupero di imponibile e che in aree vaste del Paese, soprattutto al Nord, ha prodotto rivolte e suicidi: da una parte, bisognerà riconoscere gratificazioni significative legate alla capacità delle agenzie dello Stato di colpire chi crea per se stesso un vantaggio competitivo evadendo; ma, dall’altra, se vogliamo tornare a standard di civiltà spesso saltati nell’emergenza, bisognerà trovare il modo per riconoscere una compensazione significativa ai contribuenti costretti a difendersi da errori.

Principi simili valgono per la giustizia: stiamo, probabilmente, entrando in un’era nuova, non più condizionata dalla centralità di Berlusconi e che potrebbe vedere la fine dell’interminabile guerra di trincea tra chi ritiene intoccabile la magistratura e chi, invece, ne contesta la politicizzazione. Un approccio più pragmatico suggerirà che la soluzione del problema passa, anche in questo caso, da una maggiore responsabilità dei magistrati nei confronti dei cittadini e da una riorganizzazione guidata dall’osservazione di quanto possano essere diversi i risultati ottenuti da tribunali diversi.

Infine, l’Europa. Anche qui non si tratta solo di stabilire se essere più o meno euro entusiasti o euroscettici. Ma di fare scelte precise, a partire da quelle relative alla definizione del budget comunitario nei primi mesi del prossimo anno. Non solo perché la crisi europea non è meno profonda di quanto lo sia quella italiana, e rende indispensabile approcci radicalmente diversi da quelli seguiti negli ultimi decenni di inerzia e costruzione dall’alto. Ma anche perché se volessimo assumere un ruolo in linea con la nostra storia e il contributo (il più alto tra tutti i ventisette soci dell’Unione) pagato dal nostro Paese ogni anno al budget europeo, non possiamo più essere delegittimati dalla difesa dei comportamenti di alcune nostre Regioni che non riescono a spendere i fondi strutturali e degli interessi di un’industria agroalimentare che in alcuni settori vive esclusivamente di contributi comunitari.

È possibile riuscire a costruire una società italiana finalmente più dinamica e contemporaneamente più giusta. Per riuscirci, però, bisognerà spazzare via antiche certezze, convincendo chi è stato finora escluso a partecipare e chi ha vissuto di privilegi che il cambiamento non ha alternative. Sarà necessario dire la verità e suscitare speranza: potrebbe riuscirci un professore di economia.

Economia sociale di mercato? A Bagnoli si potrebbe

                                                                                                                   

di Osvaldo Cammarota* per Repubblica Napoli – pubblicato il 12/12/2012 

Nella contraddizione tra fabbisogno abitativo -stimato a Napoli in almeno 100.000 unità-, aree da riqualificare e crisi del settore edilizio, vanno ricercate soluzioni innovative in grado di far ripartire l’economia, non solo del settore.

 La formula è l’economia sociale di mercato, indicata di recente anche da Mario Monti. Si è ormai compreso che i grandi investitori preferiscono speculare sui debiti degli Stati piuttosto che affrontare il rischio di intraprendere. Ma che ne sarà delle imprese, dei lavoratori e delle persone che hanno bisogno di beni e servizi? Come valorizzare queste energie sociali?

Nel corso del 2012, abbiamo assistito all’aggravarsi di una crisi che, nel settore immobiliare e delle costruzioni, sta producendo situazioni drammatiche. La stretta creditizia fa registrare un forte calo delle compravendite. Assistiamo, quotidianamente, alla chiusura o al fallimento di imprese di costruzioni soffocate dalla mancanza di appalti e dalla crisi della finanza pubblica. Sono segni evidenti che le strade tradizionali non sono percorribili. E’ una crisi di sistema, di non breve durata.

 Ma come si declina, nel concreto, la formula del’economia sociale di mercato?

Il 14 dicembre il movimento cooperativo presenterà una proposta che, seppur riferita alla complessa opportunità offerta con la vendita dei suoli ex Italsider di Bagnoli, costituisce una traccia di lavoro di più ampio significato e valenza. L’obiettivo è di corrispondere alla domanda di beni e servizi con un’offerta, sostenibile per la produzione e compatibile con i vincoli e le condizioni date.

Il progetto radica profondamente nei principi e nella cultura imprenditoriale cooperativa, ma fa i conti con il mercato, cioè con i costi, del suolo e della produzione, e le effettive capacità finanziarie di chi esprime il fabbisogno abitativo. Ci sembra un modo per dare senso e concretezza alla formula dell’economia sociale di mercato. 

I quesiti su cui sono stati invitati a confrontarsi istituzioni, parti sociali e cittadini, riguardano l’effettiva possibilità di praticare questa formula nel contesto locale. Le imprese sono in grado di produrre a prezzo di costo e di contenere in un giusto equilibrio il profitto monetario? I cittadini avranno la forza e il coraggio di investire per soddisfare i propri bisogni primari? Le Banche sosterranno questo sforzo? Le istituzioni di governo daranno le necessarie garanzie sull’affidabilità di tempi e procedure?

L’ottimismo della volontà porta a credere che siano possibili risposte positive. Ben si conoscono i motivi di un comprensibile pessimismo della ragione, ma quali potrebbero essere le alternative? Se ci sono abbiamo fiducia che si esprimano nel confronto. 

Continuiamo ostinatamente a ritenere che l’impresa sociale e di mercato sia possibile. L’ingrediente critico di successo è il bene immateriale della fiducia. Per questo, a moderare il confronto, è stato chiamato il Presidente della Banca Risorse Immateriali (Francesco Saverio Coppola).

Ci auguriamo che il dibattito registri alti livelli di consapevolezza e responsabilità.

 * Coordinatore della Banca Risorse Immateriali e Innovatori Europei Campania

 

 

Una carovana di macchine per gli Stati Uniti d’Europa

 di Rainero Schembri

Immaginiamo una Carovana di almeno 27 macchine (ognuna con la bandiera di uno dei Paesi dell’Unione Europea e tutte con la bandiera dell’Europa), che partendo da Roma (dove è nata la Comunità Economica Europea) attraversa alcuni Paesi prima di approdare, dopo una settimana, a Strasburgo per chiedere di fronte al Parlamento Europeo la nascita degli Stati Uniti d’Europa, l’elezione diretta di un Presidente Europeo e l’affermazione di un’Europa più solidale e a dimensione d’uomo. L’impatto mediatico sarebbe sicuramente notevole.

Questa marcia per l’Europa potrebbe dare una spinta decisiva dal basso per costringere i governanti europei a procedere velocemente verso l’unificazione politica, un traguardo non più procrastinabile. In un mondo fatto da colossi come gli Stati Uniti, la Cina, l’India, la Russia, dovrebbe essere evidente a tutti che singoli Paesi dell’Europa, se non vogliono soccombere definitivamente, dovranno per forza avviarsi verso un’Unione politica.

Un piccolo esperimento del genere già è stato fatto nel 1996 da un gruppo di europeisti aderenti al ‘Progetto Europeo Carlomagno’, dal nome del grande Imperatore che nell’ottavo secolo ha dedicato tutta la sua vita alla riunificazione dei popoli d’Europa. In quella circostanza si è cercato, nell’arco di quattro anni, di incontrare le popolazioni residenti ai confini estremi del Continente europeo (anche se non appartenenti all’Unione Europea): Portopalo di Capo Passero in Sicilia (estremo confine meridionale); Capo Nord in Norvegia (estremo confine settentrionale): Cabo da Roca in Portogallo (estremità occidentale); Perm, ultima città della Russia europea (estremità orientale).

In tutte queste tappe sono state raccolte all’interno di un cilindro delle testimonianze (fiori, disegni, terra) dei vari posti visitati e simbolicamente unite in un unico contenitore chiamato Europa. Ma la cosa più interessante è stata la grande adesione che la piccola delegazione ha potuto registrare ovunque si fosse spostata e ovunque avesse espresso la necessità di arrivare alla Costituzione degli Stati Uniti d’Europa.

E’ possibile ripetere oggi questa esperienza in grande? SI, e probabilmente troverebbe anche un ascolto maggiore a livello politico. Ormai sono diversi i politici che si mostrano sensibili a quest’argomento e disposti a impegnarsi. Che fare? In fondo è sufficiente che un gruppo di persone, un’associazione o un movimento si faccia carico di organizzare quest’iniziativa. In sostanza, al piacere di un viaggio culturale si abbinerebbe un grande ideale: la nascita di un’Europa veramente unita.

www.euronews.org è disponibile a raccogliere eventuali adesioni o interessamenti. Saranno poi i partecipanti a questa missione europea a prendere tutte le decisioni organizzative.

I paradossi della guerra sul budget UE

di Francesco Grillo (Il Mattino, 22 Sabato 2012)

Quello che si è consumato tra ieri e l’altro ieri a Bruxelles sul budget per i prossimi sette anni dell’Unione Europea, deve essere stato uno dei vertici più difficili per Mario Monti: da Presidente del Consiglio si trova a dover minacciare il veto per difendere interessi e, soprattutto, ad assumere un approccio al negoziato che, da ex commissario europeo ai mercati e da docente della Bocconi, sarebbe il primo a criticare. E sono i paradossi di dover navigare nelle due crisi – quella europea e quella italiana – che (nonostante i progressi degli ultimi mesi) continuano ad alimentarsi tra di loro creando una miscela esplosiva sempre pronta ad esplodere.

Da capo del governo italiano Mario Monti non può non essere preoccupato per l’erosione della capacità del nostro Paese di contare in Europa. È un deterioramento che è cominciato, ovviamente, molto tempo fa e che continua. Mentre l’Italia nel 2000 presentava nel suo rapporto con l’Unione un bilancio positivo tra i contributi pagati al bilancio comunitario e le somme che lo stesso bilancio allocava al nostro Paese (laddove la Germania pagava per l’esistenza dell’Unione quanto tutti gli altri contributori netti messi assieme), lo scorso anno, secondo i dati della Commissione Europea, siamo riusciti ad essere lo Stato al quale l’Unione Europea è costata di più – se al contributo pagato sottraiamo i finanziamenti allocati al nostro Paese: in proporzione al PIL l’adesione dell’Italia all’Unione è costata nel 2011 lo 0,31% del PIL contro lo 0,24% della Francia, e, comunque, qualche frazione di punto in più rispetto alla Germania che dà le carte e alla Gran Bretagna che ha da sempre il ruolo di chi è costantemente sul punto di far saltare il tavolo e di dover essere convinto a restare.

Le ragioni della perdita di capacità negoziale dell’Italia sono essenzialmente due.

Da una parte la distribuzione del bilancio che è tuttora allocato per il 77% alla politica agricola comune e alle politiche di coesione e i meccanismi attraverso i quali le risorse destinate a questi due programmi vengono distribuiti: in agricoltura l’Italia è penalizzata da un sistema che premia l’estensione dei terreni più che la produzione e, dunque, finisce con il premiare Paesi territorialmente più grandi come la Francia e la Spagna; dall’altra per i fondi strutturali la penalizzazione è arrivata con l’allargamento verso Est e lo spostamento di risorse Paesi più poveri (con la Polonia che è nel 2011 il maggiore beneficiario di finanziamenti comunitari).

Dall’altra, però, l’Italia risulta ancora più indebolita – sul piano finanziario e della credibilità – dalla capacità di usare queste risorse: proprio sui fondi strutturali, laddove ci giochiamo buona parte delle nostre possibilità, i dati della Direzione Generale per le Politiche di Coesione della Commissione Europea, dicono che con una percentuale di spesa inferiore al 30% dopo cinque dei sette anni del periodo di programmazione che sta per finire, siamo al penultimo posto in Europa; per non parlare delle frodi che tanto tengono impegnata la Guardia di Finanza sui finanziamenti agli agricoltori.

In questa situazione, il presidente del consiglio Monti si trova a difendere ciò che a volte appare indifendibile e che, probabilmente, trova egli stesso imbarazzante.

Ed, in effetti, la proposta presentata in un primo momento dal Presidente del Consiglio Europeo, Van Rompuy, conteneva alcune innovazioni che lo stesso Monti ha più volte incoraggiato: una riduzione assai significativa del peso delle politiche agricole; un aumento consistente della spesa per la competitività, una riallocazione importante dei fondi strutturali dalla spesa per infrastrutture a quella per la ricerca: il risultato però risultava essere per l’Italia – aggrappata, di fatto, alla sola paradossale speranza che le quattro Regioni del Sud continuino a risultare in “ritardo di sviluppo” – indigesto con una diminuzione del venti per cento di finanziamenti comunitari allocati al nostro Paese ed un ulteriore crescita del contributo netto che forniamo all’Unione.

Ed è per l’opposizione dell’Italia, – unita in questo a quella della Francia che ha inventato alcuni decenni fa che la priorità dell’Europa fosse la difesa dei suoi agricoltori, oltre che a quella dei Paesi che maggiormente beneficiano di fondi strutturali – che l’asticella si sta nuovamente muovendo verso un bilancio più simile a quelli del passato.

Potrebbe essere un riduzione dei danni per l’Italia. Ma una sconfitta per chi – in altre sedi – si augura un cambiamento sostanziale del ruolo dell’Europa rispetto alla crisi devastante che stiamo vivendo.

Del resto è una contraddizione che da una parte si invochi un’Unione addirittura fiscale e dall’altra si litighi sull’entità di un bilancio comunitario che pesa, comunque, l’uno per cento del PIL europeo e quaranta volte meno della somma della spesa pubblica degli Stati nazionali. Che si favoleggi di Stati Uniti d’Europa, e, poi, si accetti, sin dall’inizio, un budget fatto per ricavi e spese per Paese che, di fatto, prescinde da valutazioni sull’efficienza con la quale le risorse sono utilizzate dai singoli membri dell’Unione. Che si continui ad invocare crescita basata sulla conoscenza mentre, in queste ore, si stanno sottraendo – come avverte il rettore dell’Università per gli Stranieri di Perugia, Stefania Giannini – risorse destinate a finanziare un aumento nel numero di studenti europei che studiano all’estero, per difendere gli agricoltori francesi dalla competizione dei Paesi del Nord Africa e la possibilità – assolutamente virtuale – della Regione Campania di spendere soldi che probabilmente continuerà a non riuscire a spendere.

Ci sarebbe bisogno di una strategia. Che renda tutte le amministrazioni europee (inclusa la Commissione) responsabili dei risultati ottenuti con risorse che sono, comunque, scarse. Che stabilisca meccanismi attraverso i quali le risorse si trasferiscano – in maniera automatica e trasparente – tra amministrazioni che mostrano diverse capacità. Un budget più flessibile, meccanismi che incoraggino la crescita attraverso il confronto di chi gestisce spesa pubblica, potrebbe diventare la migliore legittimazione possibile per una integrazione che non cali dall’alto.

Ma per riuscirci occorrerebbe superare la logica del breve periodo e degli interessi nazionali. E diventare leader di un progetto che dia – aldilà della retorica e degli appelli smentiti dalle scelte concrete – sostanza all’idea di un’Europa più forte. Dovrebbe essere la priorità di chi provi a governare l’Italia per più di un anno e che capisca che la nostra crisi è solo la manifestazione più estrema della crisi di un intero continente. Utilizzando l’argomento che siamo in fondo noi, quelli ai quali l’Europa costa di più. Quelli che più hanno interesse ad una forte, profonda innovazione.

Torno a Viggiano per una “Basilicata Sostenibile”

 di Massimo Preziuso (pubblicato su Il Quotidiano della Basilicata)

Ci sono periodi della vita in cui è naturale aumentare il dialogo e sostenere la propria terra di origine.

Questo accade in momenti della vita che – diversi da persona a persona – sono molto condizionati dal contesto storico in cui si vive.

Per la mia generazione, quella di chi ha oggi intorno ai trent’anni, quel momento è questo, in un’Italia che si avvicina stanca al suo Annozero2013.

Sarà infatti il 2013 l’anno in cui il Paese, simbolicamente dopo le elezioni politiche nazionali, potrà dare il via, con un lavoro collettivo e partecipato da tutti, ad una ricostruzione culturale, sociale ed economica, simile a quella che ci fu nel secondo dopoguerra.

Noi trentenni, ci siamo preparati sul campo a questo Annozero2013 in avvicinamento, percependolo fin dall’inizio del nuovo millennio, vivendolo e soffrendolo nello scorso decennio che ci ha portati in molti casi a dover emigrare intellettualmente e fisicamente per poter esprimere almeno parte dei nostri talenti.

Gli ultimi dieci, sono stati anni di incredibili cambiamenti – lenti ma radicali – giudicati da molti “negativi” nel momento in cui li vivevamo, ma che poi ci han fatto comprendere che la “precarietà” in cui oggi viviamo è anche “opportunità” in potenza, di scoprire e capire luoghi e cose fino ad allora davvero lontani da noi.

In questo tempo, tutti noi abbiamo seguito – da vicino o da lontano – la nostra amata Basilicata, da cui andammo via negli anni novanta, perché comprendemmo che non avrebbe potuto darci, per motivi vari ed oggettivi, quello che volevamo: l’opportunità di una completa crescita intellettuale ed umana.

Una regione così differente dalle realtà che siamo andati a visitare: piccola ed isolata dalla globalizzazione, ma anche piena di valori condivisi, di quel “capitale sociale” che oggi rischia di svanire sotto i colpi di una modernità mal vissuta, di “beni comuni” unici ed irripetibili che oggi rischiamo di perdere in una guerra senza confini per le risorse, materiali ed immateriali.

Abbiamo tutti sempre pensato che – una volta completato almeno in parte il nostro percorso – avremmo dovuto dare un contributo ad avvicinare questa bella Regione alle opportunità del nuovo mondo che abbiamo visto e vissuto, in alcuni casi più di molta classe dirigente locale, aiutandola a dirigersi verso un nuovo percorso di “sviluppo sostenibile”.

Poi negli ultimi anni è “capitato” di sapere che nella nostra Regione si trova un grande rischio/opportunità, di cui pian piano si parla nei media e per le strade: quello di essere chiamato il “Texas italiano”, per via delle enormi estrazioni di combustibili fossili che vi avvengono in maniera crescente. E nello stesso tempo verificare che questo “Texas” lo hanno visto in pochi.

Ebbene, da quel “momento” tanti di noi hanno iniziato naturalmente ad interessarsi e studiare questa grande opportunità di crescita che è anche luogo di rischio ambientale e sociale.

Ci siamo chiesti se e come si potesse, analizzando i casi di successo e di insuccesso dei tanti “Texas” esistenti attorno al mediterraneo, fare della Basilicata luogo di sviluppo sociale ed economico sostenibile ed avanzato, proprio facendo leva sulla risorsa petrolifera, ancora di più ora che ci avviamo all’Annozero2013 italiano.

E’ per questo motivo che, in circa 50 ricercatori e professionisti, dal 25 al 28 Ottobre prossimi parteciperemo alla Viggiano Sustainable Development School, iniziativa che nasce dal lavoro di tanti lucani: per dare il via ad un dibattito sullo sviluppo sostenibile della Basilicata.

Questo “think tank” può infatti aiutare la Regione ad indirizzare risorse economiche e tecnologiche presenti nelle aree petrolifere per definire una nuova visione ed un nuovo modello di crescita, sostenibile appunto.

La Basilicata ha infatti oggi la necessità e possibilità di delineare una nuova strategia – chiamiamola qui “Basilicata sostenibile” – che stimoli le menti ed i cuori di tutta la Lucania, dia il via a collaborazioni strategiche con altre aree del mezzogiorno e del mediterraneo, e diventi esempio concreto di sviluppo sostenibile nella nuova Italia e nella nuova Europa dei popoli, che vanno ri-costruite a partire da subito.

Allora, uniamoci attorno a questa iniziativa. Incontriamoci a Viggiano e cominciamo da lì. Questo il mio auspicio.

BCE: Irreversibilità dell’ Euro, crisi di liquidità o pericoli di insolvenza ?

di Pierluigi Sorti

Il conflitto fra strategia di Draghi e netta opposizione della Bundesbank ,in tema di politica monetaria,  ha una rappresentazione mediatica niente affatto convincente.

Il  governatore della Bce è abile nel riassumere il suo pensiero con aforistiche espressioni , fra le quali  “L’ euro è irreversibile “  profferisce un efficace richiamo a fatalistiche predestinazioni  : particolarmente se enfatizzato dai  caratteri  cubitali della carta stampata e dai titoli televisivi in  sovrimpressione.

Ma con l’ efficacia dello slogan, cresce il pericolo di coinvolgere menti e iniziative su un presupposto errato:  la accresciuta disponibilità di liquido contrabbandata come panacea ella crisi monetaria europea. .

Riportandoci  infatti al profilo delle modalità operative della Bce, sappiamo che a provvedere alla sua dotazione finanziaria,  sono gli Stati dell’ eurozona e che essa è costituita per finalità stabilite dal suo statuto.

L’ uso che se ne è fatto per i recenti interventi , a favore di Grecia, Spagna Italia, destinati alla sottoscrizione dei  titoli del loro rispettivo Debito Pubblico,  discende solo “ indirettamente “ dallo Statuto ( come più volte gli stessi protagonisti della contesa hanno più volte ricordato ) e con ricorso obbligato alla funzione di  tramite delle banche.

Sono queste ultime che, appena ricevuti  i soldi dalla Bce ( al tasso dell’ 1% ), hanno  acquistato i titoli di Stato ( a tassi oscillanti fra 5%  e 6 % ) del rispettivo  paese di appartenenza  ricavandone , come è noto, notevoli plusvalenze per il differenziale dei tassi di interesse  fra le due operazioni effettuate.

Ma tale cospicuo privilegio fruito dalle banche non esaurisce la serie dei vantaggi di cui esse possono beneficiare.

I titoli pubblici in portafoglio, vengono ovviamente inseriti nell’ attivo patrimoniale, e nella qualità di titoli di sicura esazione, sono legittimati ad essere classificati fra le voci di più sicuro rientro ( contante a parte  naturalmente ) : in tal modo, per l’ implicito valore di garanzia , accrescono l’ ammontare dei prestiti che le banche stesse possono concedere agli investitori privati, ( per investimento o per credito commerciale) ai tassi variabili dl mercato secondo le quotazioni correnti.

Ma se la solvibilità degli investitori loro clienti  viene meno ? Appunto per la perdurante crisi economica , la  loro vulnerabilità, in termini di liquidità si è già ampiamente verificata , e tutto lascia presagire che proseguirà, dato il quadro geopolitico che esibisce  presenze crescenti di nuovi  possenti protagonisti, nell’ economia, nella finanza, nelle ricchezze di materie prime e nella forza militare.

Appare pertanto omissivo ( o illusorio ) l’ insistenza di Draghi a enfatizzare la sacralità dell’ euro mentre tace su un meccanismo che se, causa insolvenza degli operatori, si rompe in un punto , si propagherà con effetto domino, in tutti i paesi dell’ eurozona e oltre.

E’ dunque la crisi economica, non l’ euro, ad essere finora irreversibile. Nel silenzio, forse strategico, di Draghi a questo riguardo, sarebbe auspicabile che tale più consona profondità d’analisi facesse capolino più frequentemente nella opinione  pubblica tutta .

Rio 20 anni dopo

di Giuseppe Ciarlero (pubblicato su Gli Euros)

Dal 1972 a oggi i governi di tutto il mondo hanno organizzato eventi al fine di migliorare le condizioni dell’ambiente in cui viviamo aumentando la consapevolezza che il pianeta sul quale viviamo è l’unico che abbiamo e che le risorse a nostra disposizione sono limitate.

I leader mondiali hanno sottoscritto nel corso delle precedenti conferenze delle Nazioni Unite alcune importanti dichiarazioni sullo sviluppo sostenibile : la Dichiarazione di Stoccolma (1972), la Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo (1992), la Dichiarazione di Johannesburg (2002), e hanno adottato alcuni importanti documenti programmatici : l’Agenda 21 di Rio de Janeiro (1992) e Il Piano d’azione di Johannesburg (2002).

Sviluppo sostenibile : questo sconosciuto

Per definire lo sviluppo sostenibile ci sono utili le parole di Gro Harlem Bundtland, contenute nell’omonimo rapporto elaborato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo sostenibile, che definisce lo stesso come “processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali”Nel documento vengono enfatizzati gli obiettivi di miglioramento non solo ambientale, ma anche economico e sociale. Questi aspetti vanno implementati sia a livello locale che globale, nel rispetto di tutti gli individui e cercando di assicurare loro migliori condizioni di vita.  Il fine di Bruntland e della Commssione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo sostenibile era quello di avviare al discussione e creare i presupposti per la tutela e la valorizzazione delle risorse naturali soddisfacendo i bisogni delle attuali generazione ma non compromettendo le capacità di quelle future. Nascevano in questo modo i diritti umani di terza generazione che vogliono tutelare anche coloro che oggi data la loro assenza non possono partecipare al processo decisionale garantendo l’eguaglianza intergenerazionale e la sostenibilità ambientale. Rio+20.

Rio+20

Con la Risoluzione RES/64/236 del 23 dicembre 2009, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha stabilito di organizzare nel 2012 la conferenza sullo sviluppo sostenibile (UNCSD), denominata anche Rio+20, in quanto cade a 20 anni di distanza dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro UNCED del 1992.

 

La conferenza, che si svolge in questi giorni (20 al 22 giugno) a Rio de Janeiro, ha l’obiettivo di promuovere nuovi traguardi, considerare i progressi raggiunti e valutare le lacune per poter poi affrontare le nuove sfide in linea con le raccomandazioni emerse in passato dai vertici sullo sviluppo sostenibile.  La Conferenza si concentra su due temi principali. Il primo tema cardine ripropone una definitiva conciliazione tra crescita e rispetto dell’ambiente, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Questi ultimi potrebbero essere i maggiori beneficiari di un definitivo spostamento verso una “economia verde”. Durante la discussione del secondo tema verrà invece discussa una razionalizzazione e una maggiore organizzazione delle organizzazione ambientali e delle regolamentazioni a livello globale e locale.

Un’economia verde nel contesto dello sviluppo sostenibile e riduzione della povertà.

A livello macroeconomico questa transizione comporta l’attuazione di riforme e la creazione di incentivi per la tutela delle risorse naturali, il potenziamento delle infrastrutture per l’ambiente, l’introduzione di eco-tecnologie, la creazione di investimenti e l’eliminazione di sussidi dannosi per l’ambiente. Grazie a questa politica economica il settore privato riuscirebbe ad incrementare gli investimenti per l’innovazione per sfruttare le opportunità derivanti da un’economia verde. Oggi, più che ieri, si è consapevoli che il rispetto dell’ambiente non inibisce la creazione di ricchezza né deprime l’opportunità di occupazione. Al contrario, i settori più fiorenti sono molto spesso i settori “verdi” che quindi offrono crescita e occupazione.  Affinché avvenga tutto ciò la transizione deve investire la totalità degli gli attori di governo e dei soggetti operanti sul territorio (imprese, parti sociali, cittadini). Bisogna proporre nuove misure economiche, legislative, tecnologiche e di educazione che abbiano come obiettivo il rispetto dell’ambiente.  Il dibattito teorico sta lasciando progressivamente spazio alla sperimentazione e all’attuazione di specifiche misure che possano facilitare e velocizzare l’azione dei governi.  In tal senso alla conferenza Rio+20 saranno presentati un Global Green New Deal (GGND) e la Green Economy Initiative.  I maggiori beneficiare di queste misure e dell’applicazione di questi nuovi paradigmi dovrebbero essere proprio coloro che oggi non vivono nelle condizioni di vita più fortunate ma che non avendo mai distrutto il loro legame con l’ambiente possono oggi essere i primi a trarre i benefici di questa rivoluzione culturale e tecnologica.

Un quadro istituzionale per lo sviluppo sostenibile

Il sedondo tema principlae della conferenza sarà la riorganizzazione del quadro istituzionale dello sviluppo sostenibile. Una reale e concreta implementazione delle politiche di sviluppo ha un disperato bisogno di approccio istituzionale che sia unitario e organizzato.  Per questo motivo ai tre pilastri principali dello sviluppo sostenibile (ambiente, economia e società) a Rio sarà chiesto di rivedere e rafforzare le strutture esistenti e di considerare il settore istituzionale come il quarto pilastro dello sviluppo sostenibile. Da queste premesse nasce il concetto di Governance dello sviluppo sostenibile che comprende l’analisi e la riorganizzazione sia delle strutture istituzionali che si occupano di ambiente sia di quelle operanti nelle aree economiche e sociali. Uno dei punti centrali del dibattito avviato a livello internazionale riguarda la possibilità di riformare l’attuale architettura istituzionale delle Nazioni Unite i cui organismi, programmi e risorse non sembrano più adeguati alle sfide contemporanee. Molto probabilmente sarà avanzata l’ipotesi di trasformazione dell’UNEP (United Nations Environment Programme) in un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che lo collochi sullo stesso livello di organismi quali la FAO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il nuovo organismo avrà il compito di ridurre la frammentarietà che caratterizza il sistema internazionale di tutela dell’ambiente, suddiviso in più di 500 accordi internazionali e regionali.  L’Italia e l’Unione Europea sostengono in tal senso già dal 2005, la creazione di un’Organizzazione Mondiale sull’Ambiente (UNEO).

“Non siete qui per curare la vostra immagine, ma per fare un mondo migliore”

La conferenza rappresenta una sfida importante che mira, attraverso uno sforzo congiunto da parte dei governi e della società civile, a raggiungere obiettivi comuni e tutelare gli equilibri del pianeta, verso un nuovo assetto per lo sviluppo sostenibile globale e per l’umanità. Una nutrita parte della comunità internazionale e soprattutto le associazioni e la società civile da anni impegnati nella lotta per l’ambiente chiedono che si faccia di più, più in fretta e in modo più esplicito.  Il futuro del nostro pianeta non è retoricamente in pericolo e come ha detto Britney Trifford (17/enne della Nuova Zelanda) ai leader presenti all’apertura vertice in Brasile “l’orologio è scattato “e loro non sono lì “per curare la loro immagine, ma per fare un mondo migliore”.

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