Europa e Mediterraneo
Intervento scritto di Mario Polese, Innovatore Europeo e consigliere regionale di Basilicata, a Progetti per un’altra Italia in Europa, 30 novembre 2013
Discorso Mario Polese,
consigliere regionale della Basilicata
Saluto caramente il presidente degli IE e ottimo amico, Massimo Preziuso, e i presenti in sala che hanno accolto l’invito a partecipare a quest’importante iniziativa.
Improrogabili impegni istituzionali mi impediscono di prender parte oggi al dibattito in corso ma, in qualità di associato di IE, sono onorato di potervi dare un breve saluto e portare un contributo alla discussione.
Lo spirito che anima questa associazione rispecchia in toto quelle che sono le tematiche che da sempre porto avanti nel mio cammino professionale e politico: nuovo protagonismo di giovani e donne nella società civile, nuove politiche di internazionalizzazione per il made in Italy, rinnovamento nelle politiche energetiche ed infrastrutturali per il Sud.
Su quest’ultimo punto la Basilicata, regione che mi vede impegnato in prima linea in qualità di consigliere regionale, deve vincere la sfida del digitale investendo sulla banda ultra larga.
Dobbiamo guardare con più interesse alle opportunità che possono realizzarsi attraverso il web e la sua evoluzione democratica 2.0. E’ una possibilità per i nostri territori di giocare la partita da protagonisti in Italia, in Europa e nel mondo. In tal senso incentivare e sostenere l’industria creativa lucana e attrarre quella da fuori regione promuovendo un maggiore e migliore utilizzo delle risorse culturali-artistiche-ambientali regionali, ovvero sviluppare prodotti, servizi, eventi che le includano.
Infine il Mediterraneo, tema a me caro in quanto delegato regionale per l’Istituto Italiano per l’Asia ed il Mediterraneo, e di cui faccio parte del board che si occupa delle relazioni istituzionali nella ideazione, progettazione e gestione di progetti di promozione e cooperazione internazionale.
La Basilicata può diventare un centro d’eccellenza e avanguardia per il Mediterraneo facendo nascere e radicare un tessuto economico e professionale in grado di far svolgere al sistema regionale il ruolo di ponte per il nuovo mercato comune. L’impegno è quello di favorire lo sviluppo e la crescita di progetti innovativi di aziende private e pubbliche che guardino alla Basilicata e al Mediterraneo come una vera opportunità.
Con questo concludo sperando di poter partecipare personalmente al prossimo incontro e ringraziando il presidente Preziuso per l’impegno instancabile verso questa associazione e verso la nostra regione.
Speranza: “Dopo l’8 basta divisioni. Senza di noi rischia il Paese”
Intervista a Roberto Speranza di Maria Zegarelli – L’Unità
«Spero proprio che chiunque vinca il congresso si ponga l`obiettivo di tenere insieme il Pd, di unire e non spaccare». Roberto Speranza, classe `79, capogruppo del Pd alla Camera, cerca di stemperare il clima, ammette che sì, la riunione dell`altra sera, quella dove è andato Enrico Letta a chiedere di non votare la mozione M5S perché sarebbe stata una sfiducia al governo e non soltanto alla ministra Annamaria Cancellieri, èstata animata ma «alla fine il gruppo ha votato compatto».
Giorni sciupati. Irresponsabilmente
di Umberto Ranieri su L’Unità, 21 novembre 2013
Il dibattito congressuale (come si diceva un tempo) dovrebbe consentire di capirne di più sul perché a febbraio gli elettori non hanno dato a Bersani la maggioranza per governare il Paese. Ricavo tuttavia dalle considerazioni di Letta e Bersani svolte alla presentazione di “Giorni bugiardi” che vi sia una sorta di inconsapevolezza della sconfitta. Colpisce si possa sostenere che la disperata ricerca da parte di Bersani di un aggancio con il M5S sia stata una operazione politica tesa a smascherare i grillini e a preparare il governo delle larghe intese. Operazione resa necessaria dal fatto, si sostiene, che “il popolo del Pd” doveva prima prendere atto che con il M5S non c’era alcuna possibilità di intesa, per poi bere il calice amaro dell’accordo con il Pdl. Ne discende da questa fantasiosa ricostruzione degli avvenimenti che Bersani si è immolato alla causa del governo con Berlusconi! Se questo è l’esito della riflessione dei principali dirigenti del Pd sulle recenti difficili vicende politiche del Paese siamo veramente nei pasticci. Le cose sono andate ben diversamente.
Nelle settimane successive al voto gli stessi responsabili della sconfitta hanno cacciato il Pd nel vicolo cieco della avventurosa ricerca di un accordo con il M5S nella speranza che, alla fine, almeno una pattuglia di grillini avrebbe dato il via libera al governo Bersani. Sconcertante che nessuno si sia opposto ad una simile follia. Anzi: l’incoraggiamento a Bersani a procedere in questa direzione è stato quasi unanime. Una linea di condotta dissennata. Il Pd è giunto al voto per il Quirinale estenuato politicamente e frastornato, dopo 55 “giorni irresponsabilmente sciupati”. La sfiducia nel gruppo dirigente era ormai tale che tanti hanno temuto che il voto sul presidente fosse l’anticamera di un cedimento a Berlusconi. Qui è crollato Marini. Il passaggio su Prodi è stato improvvisato da un gruppo dirigente preda della disperazione. Con Marini si è tentato l’accordo con la destra, con Prodi in meno di 12 ore ci si è spostati su una linea del tutto opposta. Prodi è stato mandato all’avventura. Il ricorso a Napolitano è diventato inevitabile. Inevitabile è diventato anche l’accordo di governo tra Pd e Pdl. Sarebbe stato possibile evitarlo se ci fosse stata la presa d’atto da parte di Bersani che, non avendo convinto come candidato premier gli elettori, non era riproponibile per quell’incarico . Questo avrebbe comportato il passaggio nelle mani del presidente della Repubblica della soluzione della crisi. Sarebbero state maggiori probabilmente, in quel caso, le possibilità di giungere ad un governo dal forte profilo istituzionale, in grado di adottare alcune misure urgenti nel campo economico, di lavorare per una nuova legge elettorale in modo tale da ridare la parola ai cittadini. Si è scelto un’altra strada per responsabilità degli stessi che avevano condotto alla batosta di febbraio.
Un’ultima considerazione. L’affermazione di Renzi nel voto dei circoli è indiscutibile. Forse è il caso che D’Alema riduca le invettive e rifletta sulle ragioni del successo del sindaco di Firenze. Le ritroverà negli errori politici, nello stile di direzione, e nei comportamenti del gruppo dirigente del Pd di questi ultimi anni. Renzi ha raccolto una domanda di cambiamento diffusa nel partito e negli elettori. Non riesco tuttavia a capacitarmi come si schierino con Renzi tanti che non tre anni fa ma tre mesi fa la loro fedeltà non l’avevano fatta mancare a Bersani né alle primarie né successivamente. Una fedeltà che si accompagnava a vere e proprie rampogne verso Renzi. E’ impressionante come tra i protagonisti di questa disinvolta operazione non si manifesti alcuna riflessione critica sulle scelte che hanno condotto il Pd alla sconfitta. Non vorrei che il sostegno a Renzi da parte di alcuni non sia altro che il tentativo di puntare sul cavallo dato vincente per restare a galla. Mi auguro che Renzi sia consapevole dei rischi di questa situazione. La sua forza è consistita nella chiarezza di un indirizzo politico alternativo e nella volontà di non identificarsi né con la nomenclatura correntizia né con una classe dirigente usurata da una troppo lunga permanenza al potere. Egli ha assunto l’impegno di ricostruire il futuro intorno ad un progetto di partito aperto, oltre la forma tradizionale. Un partito di individui e non di truppe cammellate. Un partito cui si aderisca consapevolmente e pagando di tasca propria la quota tessera non come accade oggi in tante parti del mezzogiorno dove, in una misura insopportabile, la iscrizione al partito è pagata dai notabili e dai capi corrente che utilizzano iscritti ridotti ad anime morte per le loro avventure di potere. Insomma, Renzi deve rivolgersi agli iscritti liberi da condizionamenti di gruppi di potere e agli elettori del Pd. Questa è la strada maestra da seguire.
Umberto Ranieri
Con Mario Polese, Innovatori Europei si candida al Consiglio Regionale di Basilicata
Gli Innovatori Europei sostengono il coordinatore potentino Mario Polese nella competizione elettorale per il rinnovo del consiglio regionale lucano del mese prossimo.
“Mario rappresenta la migliore espressione della nuova società civile lucana impegnata” aggiunge Massimo Preziuso, Presidente degli Innovatori Europei.
“Sostenendo questa candidatura, la nostra associazione entra ancora più pienamente nel dibattito politico regionale, con l’ambizione di orientarlo il più possibile verso la progettualità del futuro. La nostra primaria finalità è quella di immettere nel dibattito pubblico e nel sistema produttivo lucano le tante energie presenti nel territorio”.
In programma, per le prossime settimane, un dibattito aperto alla cittadinanza sui temi dello sviluppo sostenibile trainato dal know – how e dalle risorse economiche derivanti dal polo petrolifero regionale.
Resoconto incontro tra Innovatori Europei Napoli e i Candidati alla Segreteria Provinciale del PD
Ieri – 17 ottobre – nella sede del PD Campania in Via S. Brigida, si è svolto un vivace ed interessante incontro tra gli Innovatori Europei (IE) di Napoli e i candidati alla segreteria provinciale del PD Napoli Gino Cimmino e Venanzio Carpentieri. All’iniziativa erano presenti, tra gli altri, il Presidente Nazionale di IE Massimo Preziuso e il neo-coordinatore di IE Napoli Gaetano La Nave. Un centro di ricerca euromediterraneo sulle tecnologie e risorse energetiche del futuro. In Basilicata
di Massimo Preziuso (su L’Unità)
La Lucania è terra di risorse naturali preziose, che la dovrebbero rendere tra le più ricche di Italia.
Eppure, da sempre, e ancora oggi, le statistiche economiche dicono incredibilmente il contrario.
Secondo dati pubblicati dalla Banca di Italia, la regione Basilicata risulta sempre più arretrata nel contesto nazionale. PIL 2012 al -3% , disoccupazione attorno al 15% e accentuata caduta della produzione industriale, del 9,5% rispetto al 2011.
Senza una forte presenza di piccola e media impresa diffusa, capace di competere sui mercati internazionali (anche e soprattutto per carenza di infrastrutture), la Regione in questi anni è sopravvissuta al tornado della crisi soprattutto grazie alle imponenti attività estrattive di petrolio e gas. Le compagnie petrolifere infatti estraggono enorme ricchezza dal territorio in cambio delle cosiddette “royalties” compensative.
Con risorse davvero ingenti – solo 2011 erano pari a 120 milioni di euro (di cui 100 milioni destinati all’ente Regione) – al netto di alcune interessanti ed iniziative in ambiti “nuovi” per la Basilicata (come il cinema, la cultura), non si è riusciti finora a disegnare alcun vero cammino di sviluppo sistemico. A livello regionale le royalties sono infatti servite al finanziamento di voci di bilancio (università, sanità), al finanziamento di “buoni benzina” (!), mentre a livello locale al più all’avvio di piccoli progetti occupazionali.
E proprio nei giorni scorsi l’Unione Europea certifica la retrocessione della Regione Basilicata, che torna tra le regioni “Ex – Obiettivo 1”.
E allora, passati vari anni dall’inizio di questo ciclo estrattivo intensivo – che non durerà all’infinito e che impatterà pesantemente l’ambiente – in tanti si chiedono se e come esso potrà ancora determinare un impatto positivo sullo sviluppo di lungo periodo della Regione.
E’ evidente infatti che la rendita assicurata da risorse naturali – postulata nella staple theory – non è un fenomeno naturale, soprattutto in una Regione povera e piccola come la Basilicata, carente di un sistema di imprese diffuso.
Ed è proprio quella – l’imprenditorialità diffusa – la condizione necessaria allo sviluppo territoriale legato allo sfruttamento di risorse naturali, come quelle petrolifere. L’impresa quale moltiplicatore di sviluppo.
Ma è anche evidente che – per essere competitive e quindi insediarsi – le imprese necessitano di un milieu adatto.
Ebbene, oggi ci sono proprio tutte le condizioni al contorno per crearlo questo contesto “imprenditivo”:
– La Strategia Energetica Nazionale pone su un piano di forte centralità la Basilicata nel futuro dello sviluppo energetico ed economico del Paese.
Si parla infatti della realizzazione di un hub energetico dell’euro mediterraneo e si indica nella Basilicata il baricentro di una piattaforma di servizi di alto livello nel settore della distribuzione, attraverso imponenti attività di stoccaggio e lo sviluppo di una rete “smart” su scala europea e mediterranea.
– Il memorandum Stato – Regione sul petrolio lucano approvato nel mese scorso continua ad andare in questo senso, anche se va assolutamente “rinforzato” nella qualità e nella quantità della progettualità ipotizzata, ed equilibrato nella sua visione “centralistica” di governance di risorse che sono “locali”.
– La prossima programmazione dei fondi europei 2014-2020 prevede la necessità di un approccio “strategico” e di “originale” allo sviluppo delle regioni in ritardo di sviluppo.
Dunque, se al futuro davvero si vuole arrivare, e non ci si vuole ritrovare invece con un territorio semplicemente depauperato di risorse naturali e di ricchezza ambientale, è bene cominciare a parlare di una strategia di sviluppo, che sia “sostenibile” sia da un punto ambientale che da un punto di vista economico, che sia “strategico”, e che sia “originale”.
E’ per questo necessario partire dalla messa a rete del sistema dei saperi universitari e dell’industria energetica attorno allo sviluppo di un distretto delle tecnologie e risorse energetiche del futuro. Un progetto che veda protagonisti per primi i colossi petroliferi “lucani”– ENI, TOTAL e SHELL – e la Regione Basilicata, insieme nel promuovere un nuovo utilizzo delle royalties petrolifere nel rapido disegno e successiva implementazione di una strategia che guardi al futuro.
Un progetto, questo, di chiara valenza internazionale, in quanto centrale per lo sviluppo delle politiche energetiche dell’area euro – mediterranea, che quindi deve vedere coinvolta la Commissione Europea e i fondi strutturali 2014-20, oltre alle risorse derivanti dall’estrazione petrolifera.
Di un polo energetico internazionale si parla da tempo nel documento Strategia Regionale per la Ricerca, l’Innovazione e la Società dell’Informazione della Regione Basilicata.
E la realizzazione di un distretto dell’energia è presente tra i progetti presenti nel “Memorandum petrolifero” tra Stato e Regione da poco pubblicato in Gazzetta ufficiale.
La Basilicata può oggi ambire a diventare il principale hub di ricerca e sviluppo di base e applicata (all’impresa) nei settori della manifattura legata all’energia del futuro (rinnovabile e fossile).
E così porsi come attrattore di nuove imprese, investimenti e professionalità internazionali.
Questa è la Lucania che si deve osare ad immaginare da adesso. Ed oggi ci sono proprio tutte le condizioni politiche al contorno per farlo.
Il “ mantra “ di Barbara
di Pierluigi Sorti
Il rifiuto di ospitalità mediatica ai dubbi sui grandi percorsi politici predeterminati dai potenti, la sacralità di decisioni quando esse riguardano vaste aree di popoli ed il loro stesso futuro : in sintesi l’illegittimità o l’ irrisione del dissenso nella perentorietà del mantra che, nell’ inconscio collettivo, suona così “ non c’ è alternativa “.
Questo, sinteticamente, il messaggio che Barbara Spinelli ( “la Repubblica” di sabato 12 ottobre ) denuncia nel riscontro della fatale meccanicità con cui si svolge il processo di unità europea .
Con una attraente sequenza concettuale, anche se più attinente all’ intuizionismo di H. Bergson che alla logica di Aristotile, l’ editorialista procede con sicura speditezza, senza esimersi dal rischio del rivisitare la storia anche ricorrendo ai “se “ retrospettivi.
“Il chiedersi come sarebbe il mondo che viviamo se la crisi che ha lambito l’ Europa, cinque anni fa , fosse sta affrontata in modo diverso “, è specificamente il quesito non solo legittimo ma addirittura inevitabile, considerando che, tale crisi essendo tuttora in corso, le vie intraprese per il suo superamento hanno, con evidenza, rivelato tutta la loro inadeguatezza.
E’ un presupposto che, se condiviso, ci consente anzi regredire più indietro nel tempo e affrontare un quesito relativo a un capitolo dimenticato, non senza stranezza, e propedeutico all’ introduzione della moneta unica europea.
Ci riferiamo specificamente al meccanismo con cui 17 paesi europei , accettarono di sostituire le loro rispettive monete con l’ Euro.
La regressione progressiva dell’ economia europea, difficilmente può accontentarsi della spiegazione che individua l’inevitabile contrappasso per i paesi, fra cui indubbiamente il nostro, che usavano ricorrere all’aumento simultaneo del debito e dell’ inflazione.
Non siamo certo convinti né tanto meno in grado di dimostrare che il cambio adottato per la lira sia stato calcolato con sottovalutazione della moneta italiana.
Nel quadro di una ipotesi, da taluni legittimamente avanzata, di revisione e di aggiornamento degli accordi europei finora vigenti, sarebbe tuttavia legittimo asseverare che effettivamente non ci siano stati errori eventuali nelle proporzioni di cambio, a suo tempo adottate, fra le varie monete aderenti all’ euro.
E’ infatti intuitivo che un eventuale, anche minuscolo errore di sotto valutazione nella comparabilità di una moneta, questo avrebbe generato una diminuzione ingiusta e tuttora persistente del patrimonio nazionale tutto, subito incolpevolmente da ogni cittadino e destinato a prolungarsi per un lungo periodo nel tempo.
Gli Innovatori Europei per un’altra politica. “Sapere abilita l’Uomo”
Gli Innovatori Europei per un’altra politica
Innovatori Europei partecipa al dibattito politico italiano, a cominciare dal congresso del Partito Democratico, per contribuire all’azione riformatrice che serve nelle istituzioni, nell’economia e nella società italiana, nell’orizzonte della unificazione europea. Il tema centrale del nostro impegno sarà “Sapere abilita l’Uomo”. Attorno ad esso apporteremo contributi di innovazione su questioni interagenti e prioritarie come:
- Federazione europea dei popoli, traguardo non procrastinabile.
- Innovazione del sistema pubblico politico e amministrativo.
- Apertura della politica alle forze associative e alle competenze della società
- Protagonismo di giovani e donne, motori del rinnovamento italiano.
- Ricerca e Innovazione: metodo guida per la società e la politica.
- Smart cities e green economy per lo sviluppo sostenibile europeo.
- Politiche industriali ed infrastrutturali per il Sud nell’Euro Mediterraneo
- Pluralismo radiotelevisivo nell’era del digitale
- Politiche di rilancio industriale e sviluppo competitivo del Paese
- Incentivare e sostenere le aziende innovative
- Redistribuire risorse per produrre lavoro e crescita sostenibili
- Nuove politiche sanitarie nell’Italia del dopo crisi
- Nuovo protagonismo per le comunità di italiani all’estero
- Internazionalizzare il Paese per favorire una nuova crescita interna
Con questo documento avviamo una discussione aperta che ci porterà agli Stati Generali degli Innovatori Europei, che si terranno il prossimo 9 Novembre a Roma.
Il tutto nella direzione del rafforzamento del ruolo di Innovatori Europei quale piattaforma di sviluppo di progetti politici complessi, in Italia ed in Europa, a partire dalle città.
Per aderire e contribuire al dibattito: email infoinnovatorieuropei@gmail.com o Facebook
Roma, 24 Settembre 2013, Gli Innovatori Europei – www.innovatorieuropei.org
Massimo Preziuso, Giuseppina Bonaviri, Paolo Di Battista, Osvaldo Cammarota, Filippo Bruno Franco, Stefano Casati, Luisa Pezone, Antonio Diomede, Paolo Salerno, Gaetano Daniele La Nave, Michele Mezza, Mario Polese, Marco Frediani, Francesco Augurusa, Luigi Della Bora, Andrea Sabatino, Zaira Fusco, Daniele Preziuso, Ruggero Arico, Paolino Madotto, Francesco Zarrelli, Aldo Perotti, Nicola Pace, Domenico Varuzza, Paolo Cacciato, Anna De Ioris, Dario Mastrogiacomo, Antonio Giuseppe Preziuso, Diego Bevilacqua, Gianclaudio Oliva
CHI SIAMO
Dal 2005 Innovatori Europei (www.innovatorieuropei.org) mette insieme variegate esperienze di protagonismo associativo di matrice europeista. Oggi, IE è una realtà densa di iniziative innovative, che guardano ai territori italiani, con un orizzonte internazionale ed europeo. La nostra idealità è da sempre quella di costruire una rinnovata e migliore proposta politica riformista che guidi l’Italia verso i successi che merita e attende, ponendoci quale serbatoio di competenze e comunità di persone al servizio del bene comune.
La novità di cui abbiamo bisogno sui fondi strutturali
E’ una sconfitta gravissima quella che Enrico Letta ammette per tutto il Paese quando concede che, con ogni probabilità, non riusciremo a spendere i fondi strutturali che l’Italia ha avuto a disposizione dal 2007 al 2013. Non solo ciò significa che stiamo continuando – quasi ininterrottamente da trent’anni – a sprecare quelle che sono diventate le uniche risorse pubbliche disponibili per quella crescita che tutti – a parole – vogliono. Ma anche che stiamo compromettendo la credibilità delle nostre richieste quando il Governo si dovesse lamentare che l’Europa dovrebbe allentare i vincoli che non consentono di investire.
La stessa idea del Ministro Trigilia di un’Agenzia che affronti il problema centralmente, rischia di non sciogliere il nodo vero che qualsiasi esecutivo ha rimandato a quello successivo: la creazione di meccanismi che rendano sistematicamente chiunque gestisca risorse pubbliche responsabile dei risultati che quelle risorse conseguono. In maniera che – esclusivamente sulla base dei risultati – venga scelto chi si occupa di usare i soldi dei contribuenti e che – dunque – venga allontanato chi, amministratore o consulente, abbia accompagnato un fallimento dietro l’altro.
Che sia fallimento lo dicono i numeri: su circa 60 miliardi di euro di dotazione finanziaria iniziale secondo i dati del ministero delle Politiche di Coesione la spesa certificata alla Commissione Europea era pari a circa 11 miliardi nel Maggio 2013. Nel 2007, del resto, la Commissione Europea e il Governo italiano decidevano di allocare su Campania, Puglia, Sicilia e Calabria 43 dei 60 miliardi disponibili, prevedendo di far uscire da una condizione di sotto sviluppo almeno tre delle quattro Regioni: dopo sette anni le Regioni italiane ancora bisognose del massimo aiuto possibile sono diventate cinque.
Tuttavia, il fallimento produce paradossalmente un’opportunità: nei prossimi sette anni saranno teoricamente ancora maggiori gli stanziamenti disponibili e la Commissione Europea chiede che la percentuale dei finanziamenti per investimenti in conoscenza – ricerca, tecnologie digitali – passi dal venti al sessanta per cento del totale. Ma la sfida diventa ancora più difficile, a partire dai documenti che – con ampia consultazione di innovatori e amministrazioni di diverso tipo – dovrebbero indicare entro la fine dell’anno quali sono le specializzazioni intelligenti sulle quali ciascuna Regione punta: programmare l’innovazione richiede, infatti, competenze molto diverse da quelle di molti dei funzionari e dei consulenti che presidiano il territorio dei fondi strutturali.
Quale può essere la soluzione?
L’idea del Ministro delle Politiche di Coesione di un’agenzia non è nuova e può non bastare. Giusto centralizzare il monitoraggio; meno convincente è il teorema che l’assistenza tecnica fornita centralmente migliori le competenze disponibili. Anche se esistono amministrazioni regionali che hanno avuto prestazioni totalmente inadeguate (e la Campania guida probabilmente questa classifica al contrario), uno dei programmi con maggiore criticità è stato quello di 6,2 miliardi di euro affidato centralmente al Ministero della Ricerca e a quello dello Sviluppo Economico.
La realtà è che ci sono – a parità di contesto, di vincoli finanziari, di regole su appalti pubblici e rendicontazione della spesa – differenze nelle prestazioni tra amministrazioni diverse, tra diversi appaltatori, ma che nessuna conseguenza deriva dall’aver aggiunto valore o, al contrario, aver dissipato risorse pubbliche. E questo rischia di valere anche per la nuova Agenzia. Secondo quali criteri verranno scelti i duecento consulenti che – secondo il Ministro – ne assicureranno il funzionamento e il suo Direttore Generale? A quali obiettivi – in termini, ad esempio, di accelerazione o concentrazione della spesa rispetto ai livelli attuali -dovranno rispondere? In che misura la conferma, la remunerazione di chiunque si occupa – al centro o in periferia – di queste risorse preziosissime dovrà – da adesso in poi – dipendere dal raggiungimento degli obiettivi che avrà accettato al momento della nomina?
Nessuno – in questo tempo di vacche quasi morte – può più essere chiamato a disporre delle poche risorse pubbliche rimaste, se prima non decidiamo il sistema di indicatori e, soprattutto, di incentivi che assicurino che mai più un Presidente del Consiglio possa dichiarare persa la partita dello sviluppo senza sapere con chi prendersela. E se tale sistema non sarà reso completamente trasparente così che i contribuenti – italiani ed europei – possano chiedere conto.
È quella della responsabilità la rivoluzione copernicana di cui questo Paese ha assoluto bisogno. È una questione di sopravvivenza economica. Ma anche forse la vera questione morale di cui ci dovremmo occupare.
Articolo pubblicato su Il Mattino del 28 Agosto
L’Unione dei popoli
di Mario Coviello
Come è vista l’Unione Europea nel nostro paese e cosa effettivamente rappresenta oggi l’ Europa per i suoi abitanti?
La risposta cambia a secondo della latitudine e della longitudine in cui il nostro ipotetico cittadino europeo risiede e certamente anche in base al ruolo socio-economico che lo stesso occupa all’interno dello stato di appartenenza.
L’Italia rappresenta in larga parte un detrattore del sistema così congeniato.
Sistema perché l’Unione Europea è un ente dotato di personalità giuridica internazionale, che è demandata alle competenze specifiche riportate nel testo costituente, senza disporre della sovranità completa sugli stati parte.
Il fatto principale è che oggi il cittadino europeo si fa i conti in tasca e, dunque – se è pur vero che i soldi non fanno la felicità – è anche vero che in paesi come l’Italia la costituzione di questa confederazione di Stati ha visto scemare le possibilità di condurre una vita adeguata alle aspettative ormai di più generazioni.
L’adeguamento al trattato di Maastricht nei termini di riduzione del debito pubblico, mentre accelera il fenomeno della globalizzazione e della delocalizzazione, rappresenta la croce da portare ,tra l’altro con un peso distribuito in maniera diseguale, in cambio di un contraltare di opportunità sempre minori e riservate a poche categorie professionali e ad aree geografiche meglio collegate.
L’Unione chiaramente non può e non deve essere vista solo in termini economici: essa ha infatti migliorato i rapporti tra tanti stati confinanti in continua disputa (ad es. Francia e Germania) ed ha portato sollievo a tante popolazioni sofferenti (come i paesi dell’ex Unione Sovietica), ma è anche vero che, al suo interno, il peso egemone lo posseggono i paesi del centro Europa dotati di un potere finanziario, industriale e organizzativo maggiore.
Sarebbe auspicabile un disegno condiviso tra i paesi dell’area anche perché è evidente che il futuro porta a due antitetiche soluzioni.
– La prima rimane una maggior coesione interna attraverso un rafforzamento di sovranità che richieda però una tutela ed un alleggerimento in termini di austerity per l’area mediterranea .
– La seconda vedrebbe di contro i colossi dell’Europa centrale fagocitare le deboli realtà periferiche e alimentare una crescente volontà a ridiscutere i trattati sull’Unione, tra l’altro mentre si celebra l’allargamento verso oriente con l’ingresso della Croazia e forse un giorno anche della Turchia.
L’Unione Europea, intanto, nonostante la crisi sta negoziando il grande accordo di libero scambio con gli Stati Uniti ed intrattiene un florido import export con la Cina, fatti che attestano il suo ruolo preminente nelle relazioni commerciali .
In tale prospettiva potrebbe migliorare la condizione di centinaia di migliaia di disoccupati che soffrono politiche inadeguate, nonostante essi siano cittadini e contributori del bilancio europeo.

