Significativamente Oltre

Europa e Mediterraneo

“Io solo secondo? Lo decideranno i cittadini”, intervista di Gianni Pittella per «Il Mattino»

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intervista di Gianni Pittella  su «Il Mattino» di mercoledì 16 aprile

Che ne pensa della scelta di Renzi di un parterre tutto al femminile?

«Penso che abbia voluto dare un segnale forte di cambiamento senza mortificare il merito spiega Gianni Pittella, numero due nella scuderia del Pd alle europee, dietro la Piciemo – . Sono donne molto capaci e competenti. Ma poi se avesse scelto cinque uomini qualcuno si sarebbe meravigliato?».

I democratici alla ricerca di una rivincita?

«Il Pd non cerca un riscatto, ma una vittoria sul programma di cambiamento profondo dell`Europa. D`altra parte noi voteremo per le europee non per le politiche. In campo ci sono tre posizioni. La prima è di chi è convinto che l`Europa non vada toccata così come è. La seconda è degli eurofobici: i demolitori dell` euro alla Salvini, alla Grillo e tra poco anche alla Berlusconi. Tutti vogliono ritornare alla vecchia Italietta con la marea di problemi che si portava dietro. Poi ci siamo noi. Convinti che l` Europa vada cambiata perché non possiamo continuare ad essere ostaggio di tecnocrati e banchieri che comandano a Bruxelles».

Non le secca, abituato ai grandi numeri dei consensi, fare il secondo?

«Io sarò il primo a votare e a far votare Pina Picierno che stimo molto e alla quale voglio dare tutto il mio supporto. L`esito del voto lo decidono i cittadini per quel che mi riguarda non ho mai fatto problemi ad essere primo o secondo. Avevo subito detto sì anche ad Emiliano… Per quel che mi riguarda posso dire che ho da offrire il mio fortissimo attaccamento alla causa europea: non ho mai pensato di mollarla per tornare in Italia. Perché è sul terreno europeo che si deve condurre la battaglia che ci potrà portare fuori dal tunnel».

D`Alema ha detto che il Pd si sta impoverendo. E` d`accordo?

«Abbiamo fatto il congresso mobilitando migliaia di persone; poi c`è stato il nuovo governo; poi le elezioni. Il partito si è dato da fare non è certo rimasto a guardare. La preoccupazione di D`Alema è giusta, ma non mi sembra che nel Pd ci siano segnali di abbandono».

Con l`incognita dei CinqueStelle non teme il rischio-populismo?

«Certo: il pericolo è forte. Lo conferma proprio la proposta di Grillo al Nord dove parla di secessione e cerca di mangiare voti alla Lega. E al Sud dove usa l`uscita dall`euro. Ma è assurdo non rendersi conto che mollare la divisa unica vuol dire essenzialmente condurre l`Italia al fallimento su tutti i fronti. Gettando alle ortiche la nostra credibilità internazionale. Ecco perché l`unica soluzione possibile è affiancare all`euro un governo Ue delle politiche economiche e fiscali. E` ora che l`Italia torni ad avere la presidenza del Parlamento europeo se davvero vuole riconquistare il proprio ruolo di Paese fondatore. Non possiamo più accontentarci solo delle briciole, così non si crescerà mai»

Ora l’Italia torni ad avere la presidenza del Parlamento Ue

di Gianni Pittella

Asset.aspxIntervista con l’agenzia Ansa

E’ ora che l’Italia torni a ricoprire la più alta carica nel Parlamento europeo. Sarebbe un grande riconoscimento prima di tutto per il Paese ma anche per il nuovo Partito democratico di Matteo Renzi. L’obiettivo a portata di mano. Ci sono tutte le condizioni nazionali e comunitarie perchè il governo italiano porti a casa il risultato. La svolta si è avuta con l’adesione del Pd al Pse. Finalmente si è capito che per contare davvero in Europa occorre stare nelle istituzioni. E’ finito il tempo in cui Bruxelles era considerata una sorta di dopo lavoro per politici in pensione. Il Pd e l’Italia di Renzi si candidano a cambiare l’Unione europea che, oggettivamente, così com’ è rischia di affondare”. Lo dichiara all’Ansa Gianni Pittella, vice presidente vicario del Parlamento europeo e candidato per il Pd alle elezioni europee nella circoscrizione sud.

Ho investito tutta la mia vita politica per la costruzione degli Stati uniti d’Europa. Renzi ha avuto il grande merito di indicare candidati che credono e vogliono lavorare a tempo pieno in Europa. In quindici anni di attività da eurodeputato, ho messo tutte le mie energie per accrescere la stima e la considerazione dell’Italia nella casa del Parlamento europeo. Un lavoro credo apprezzato che mi ha portato per due volte consecutive ad essere eletto a scrutinio segreto primo vicepresidente”. “La situazione in Europa è complessa. La Francia di Hollande è in difficoltà. La Germania è prigioniera della Merkel, mentre la Gran Bretagna è imbrigliata da pulsioni isolazioniste. L’Italia di Renzi – sottolinea Pittella – l’unico tra i grandi Paesi che può autorevolmente imprimere una forte spinta riformatrice”.

Nascondersi non ha senso: le critiche che da più parti investono l’Ue sono in gran parte meritate. Non è possibile continuare ad avere una moneta senza una vera Banca centrale alle spalle, inaccettabile crocifiggere intere economie, interi Paesi, a vincoli arcaici e stupidi per una miope ed egoista visione dello stare insieme. L’Ue non può restare silente rispetto a crisi internazionali come quella ucraina e siriana, o limitarsi a dichiarazioni di principio di fronte a tragedie come quelle di Lampedusa. Non si è euroscettici a denunciare questi aspetti. Si è realisti. La differenza con i populisti alla Grillo, alla Salvini o alla Le Pen che loro vogliono distruggere tutto, fregandosene delle conseguenze per i cittadini, e tornare a rinchiudere il nostro futuro nelle piccole patrie.

“Io – aggiunge il vice presidente vicario dell’Europarlamento – dico che invece serve più Europa. Sono i governi a imporre veti incrociati sulla politica estera. Sono i singoli Stati ad impedire la nascita di una vera Bce. Sono ancora gli egoismi nazionali a rendere balbettante le risposte comunitarie a problemi drammatici come l’immigrazione. L’austerità non ce lo chiede l’Europa, ce lo impongono i governi”.

“Coscome fecero De Gasperi, Adenauer e Schuman – conclude – gli Stati abbiano il coraggio di fare un passo indietro. E permettano all’Unione europea di fare un passo decisivo in avanti verso il futuro”.

 

Fonte ANSA

IoD City of London: ‘The EU & the City – What Next? (Gianni Pittella meets Lord David Lidington)

Dove: Londra , Guildhall – ore 18.30 Quando: 8 aprile

Gianni Pittella, First Vice President of the European Parliament & The Rt Hon David Lidington, UK Minister of State for Europe, will discuss the City’s and the UK’s relationship with Brussels.

‘For some, the free movement of goods and people within a single market is a triumph of our time. For others, the regulatory and financial burdens of membership raise questions about how well the system works – and for whom it is working.’ (Simon Walker, Director General of the IoD, commenting about discussions regarding the UK & the EU during the IoD National Convention 2013.)

This event will discuss the economic relationship between the City, the wider economy and Brussels. There will also be a consideration of the UK’s present and future political relationship with the European Union, its benefits, it challenges, future opportunities and future threats. No discussion can leave out either Britain’s or the EU’s relationships with other countries and international organisations.

Lo spettro delle elezioni europee

di Francesco Grillo

Un fantasma si aggira nelle sedi delle istituzioni europee ed esso agita anche il sonno di molti dei capi dei Governi nazionali. In effetti, l’ultimo sondaggio sull’esito delle elezioni politiche europee curato da ricercatori della London School of Economics per VoteWatch dà sostanza alle peggiori paure: un’alleanza di quelli per i quali l’EURO fu una pessima idea potrebbero presto essere maggioranza e per più di cento dei nuovi europarlamentari non dovrebbe esistere neppure lo stesso Parlamento del quale essi saranno membri. Tuttavia, questo esito potrebbe anche essere visto come un’opportunità se gli europeisti dovessero finalmente capire che l’opzione di uno smantellamento del progetto europeo è possibile: per evitarlo è necessario un cambiamento profondo che abbia il coraggio di affrontare finalmente il problema più grosso che è, in definitiva, un problema di democrazia. In questo contesto, dice ancora il sondaggio, il Partito Democratico di Matteo Renzi potrebbe ritrovarsi tra le mani un’opportunità unica.

Certo le elezioni del prossimo parlamento difficilmente potranno segnare un immediato ribaltamento dei processi di integrazione più rilevanti: la coalizione tra tutti quelli che condividono sentimenti di profonda opposizione nei confronti di quest’Europa è resa difficile – come dimostra la distanza tra il movimento cinque stelle italiano e il Fronte Nazionale francese –  da divisioni ideologiche che ancora distinguono la Sinistra dalla Destra. Tuttavia, se anche le prossime consultazioni dovessero far registrare un aumento dell’astensione – uno dei paradossi è che la partecipazione al voto per il Parlamento europeo è costantemente diminuita passando dal 61% delle prime elezioni del 1979 al 44% delle ultime nel 2009, mentre contemporaneamente crescevano i poteri -, la sera del 25 Maggio potremmo ritrovarci ad accorgerci che per le forze che hanno guidato l’assemblea di Strasburgo nei suoi quarant’anni di vita – le “grandi” famiglie dei socialisti, dei popolari a cui aggiungere i verdi e i liberali – si sono espressi non più di quarto dei cittadini europei aventi diritto al voto: è questo sarebbe molto di più di un campanello d’allarme.

Paradossalmente però proprio il Partito Democratico potrebbe ritrovarsi tra le mani una leadership continentale assolutamente imprevedibile solo pochi settimane fa: dipende, infatti, dal PD la possibilità che il Partito socialista riesca ad essere l’unico dei movimenti politici europeisti a crescere seppur di poco e che superi, sul filo di lana, il Partito Popolare. In questo scenario Renzi potrebbe essere il segretario del Partito nazionale più forte all’interno del Partito europeo che potrebbe guidare una grande coalizione a livello europeo e l’ulteriore coincidenza del semestre italiano potrebbe davvero fare da piattaforma di un processo di riforma di livello europeo guidato dall’Italia.

Una leadership che, però, dovrebbe trovare subito sostanza nella capacità di affrontare quella che è la sostanza di un problema di un progetto arrivato al capolinea.

La diagnosi della malattia è chiara: un’intera generazione di politici e professori ha costruito l’Europa con la convinzione che essa fosse semplicemente troppo complicata per essere spiegata ai cittadini. Il paradosso è che ci troviamo oggi nel Continente che ha inventato lo stesso concetto di democrazia a violare quella che è, dai tempi di Thomas Jefferson, una delle leggi fondamentali della democrazia stessa: non si può “tassare” e incidere sulla vita delle persone, se l’istituzione che assume certe decisioni non è sufficientemente “rappresentativa”, se non è percepita da un numero sufficientemente vasto di contribuenti come espressione della loro volontà e, in definitiva dei loro interessi. Il problema è che l’Europa si sta incamminando verso un processo di ulteriore integrazione delle politiche fiscali e viene da anni di durissima austerità imposta ai cittadini dei Paesi in maggiore difficoltà, senza che vi sia mai stato un momento di reale confronto tra opinioni pubbliche sui momenti più importanti.

Il problema è, certamente, il costo della crisi pagato dalle persone in Grecia, in Portogallo, in Spagna, in Italia, ma anche il fatto che tasse e tagli appaiono imposti da una classe dirigente che neppure si conosce, sensazione questa resa ancora più forte dal comportamento dei politici nazionali che assumono certe decisioni a Bruxelles solo per presentarle come non loro appena fanno ritorno nelle proprie rispettive capitali. Troppi sacrifici, troppa poca democrazia: questa la tenaglia che rischia di schiacciare un progetto vissuto finora come ricerca costante di un minimo comune denominatore guidato da tecnocrati.

Cosa fare dunque? Rendere più intelligente il processo di riduzione del debito pubblico per non gettare con l’acqua sporca degli sprechi e dei privilegi, il bambino della crescita. E, quindi, rivedere il patto di stabilità discriminando le varie categorie di spesa pubblica per incoraggiare i governi a cambiarne il mix e a renderla più produttiva. Ma anche ridurre, sul serio e dopo tante chiacchiere sterili, la distanza tra cittadini e istituzioni che è questione di democrazia. Nel senso più ampio del termine.

Non abbiamo bisogno di imbarcarci in nuova stagione di negoziazioni complicate di nuovi trattati e nuovi poteri. Abbiamo, invece, bisogno di creare i presupposti allo sviluppo di un demos europeo senza il quale qualsiasi discussione sul deficit democratico è esercizio retorico.  Dobbiamo, proprio come per l’Italia centocinquanta anni fa, di “fare gli europei dopo aver fatto (almeno in parte) l’Europa”, e oggi come allora abbiamo bisogno di competizioni elettorali vere, di scuola, di giornali europei.

Abbiamo bisogno di un’unica legge elettorale che – come prevede la proposta che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Sandro Gozi riprenderà nel corso del semestre italiano – incoraggino la creazione di liste e collegi transnazionali. Ma anche di proposte come quelle che il think tank italiano Vision ha presentato al ministro Stefania Giannini: l’ipotesi è di una specie di ERASMUS per tutti e, dunque, di rendere parte del curriculum obbligatorio per gli studenti della scuola superiore e dell’università un semestre di studi all’estero finanziato con una parte dei fondi attualmente destinati alla politica agricola comune. E abbiamo bisogno di media europei e, forse, avrebbe molto senso condizionare la concessione di finanziamenti pubblici a giornali e televisioni ad una maggiore attenzione alle questioni non nazionali.

Paradossalmente la paura può essere un’opportunità, come ha avuto modo di dire Enrico Letta che potrebbe avere in questo contesto una possibilità concreta di sfruttare la sua esperienza guidando da presidente della Commissione Europea una coalizione tra socialisti e popolari. Un Paese che da anni fa della paura, della non alternativa al cambiamento, della necessità dell’alleanza tra forze deboli la propria, unica flebile forza, potrebbe avere nell’Europa instabile che nascerà il 25 Maggio un vantaggio competitivo. Ma anche in Europa la paura non è sufficiente: sarà necessario guardare negli occhi le questioni e affrontarle con coraggio dopo decenni di inutili chiacchiere con l’intenzione di trovare una soluzione.

Verso le europee. Un PD più innovativo possibile. Adesso o mai più

Europee-2014di Massimo Preziuso su L’Unità

Per il Partito Democratico è tempo di spingere nel solco di quel cambiamento innovativo invocato da Matteo Renzi, per ora avviato nella comunicazione e nella forma.

Con il declino netto del Partito Socialista francese alle amministrative di ieri, a due mesi da elezioni europee  “costituenti”, fondamentali per il rilancio del Sud Europa, non si può davvero scherzare.

Soprattutto se si pensa che, dopo anni di tentennamenti, il PD a guida Renzi ha deciso di entrare nella famiglia socialista solo qualche settimana fa, dando vita ad una chiara contraddizione politica: quella del giovane premier rinnovatore, formatosi nella Margherita, che aderisce ad una famiglia politica piena di valori sedimentati nel tempo, in alcuni casi meno innovativi e attuali di qualche anno fa.

Una scelta rischiosa, dunque, come si è poi visto con i risultati di ieri. Che si sommano al precedente annuncio del mancato supporto dei laburisti inglesi al candidato socialista alla presidenza della Commissione Europea Schulz.

E allora per ovviare al rischio di una débâcle alle europee, il Partito Democratico ha una sola via possibile: quella di tradurre le speranze di rinnovamento e riformismo riposti nella carica comunicativa e di leadership di Matteo in cambiamenti concreti da qui a maggio.

Tre sono i livelli su cui operare:

– Riforme. Il PD sostenga Renzi a migliorare e approvare quella elettorale e avvii una sostanziosa spending review che dia forza ai consumi italiani, con un aumento dei salari netti degli italiani tutti (non solo i dipendenti!).

– Alleanze elettorali. La sensazione è che il PD non possa più permettersi le alleanze storiche. Fortunatamente, il “Centro Democratico” è andato ad avventurarsi nell’ALDE italiana. Ma è evidente che anche la alleanza con un “SEL” statico e pieno di contraddizioni non regge più. Essa è in forte contrasto con la visione che gli italiani e gli elettori democratici hanno di questo nuovo PD.

– Persone e competenze. Il Partito di Renzi ha finalmente la forza di aprire la porta ai  Talenti italiani presenti nel mondo, che oggi han voglia di “ricostruire” il Paese, disegnando con il governo nuove politiche industriali competitive. Lo può fare a partire dalle nomine delle aziende quotate di cui si discute in questo periodo.  Può non  farlo, riconfermando il molte volte vetusto management attuale, o imponendo figure politiche senza riguardo al merito, dando in quel caso il via ad una slavina. Evidentemente lo stesso ragionamento è applicabile nella scelta dei candidati alle europee.

In conclusione: il PD diventi più “innovativo” possibile. Faccia sua, con fatti netti e svelti, la voglia di cambiamento politico e progettuale presente nel Paese. Attui le prime soluzioni anticrisi. Altrimenti, rimanendo in una sorta di limbo tra visioni socialiste e rinnovamenti annunciati, i suoi risultati elettorali alle europee saranno sicuramente deludenti. Con effetti sulla stabilità del governo, e del Partito, immaginabili.

 

Perché l’Italia non innova più

di Leonardo Maugeri (su Il Sole 24 Ore)

In questi ultimi mesi mi sto occupando di trovare finanziamenti negli Stati Uniti per alcune start-up molto innovative in settori in cui le loro invenzioni avrebbero un’immediata e dirompente applicabilità – se di successo. La relativa facilità sia del contesto, sia di trovare interlocutori pronti a rischiare il loro denaro, mi ha spinto a un amaro parallelo con quanto avviene in Italia.

Mentre l’America continua a rigenerarsi e a uscire da ogni crisi grazie a moti periodici di innovazione, l’Italia non inventa più da troppi anni. E questa è una causa del suo declino economico.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, il miracolo economico italiano fu sostenuto dalla straordinaria inventiva di un popolo che non aveva grandi capitali: eppure, dalla chimica all’industria dei trasporti, dagli elettrodomestici alla meccanica di precisione, il nostro era un Paese che inventava, brevettava e trasformava in industria il risultato delle sue scoperte. Ricercatori innovativi trovavano capitani d’industria (allora era giusto chiamarli così) culturalmente pronti a sposare l’innovazione, a investirci sopra, a scommettere su nuovi prodotti che avrebbero cambiato il mercato e consentito di generare ricchezza e lavoro. Questo connubio naturale tra ricerca e industria, peraltro, rendeva la prima più concentrata sui bisogni e le aspettative della seconda, evitando così di disperdere risorse su filoni che non avevano prospettive commerciali. Di quel terreno fertile, è rimasto poco o niente. I ricercatori italiani sono di ottimo livello internazionale, nonostante siano pagati malissimo e siano dimenticati da tutti. Anche per questo, il numero dei brevetti italiani si è più che dimezzato rispetto agli anni Sessanta, e i brevetti di oggi spesso rappresentano solo migliorie all’esistente, non innovazioni tali da introdurre discontinuità di mercato. Molte università non hanno nemmeno un ufficio brevetti e – se lo hanno – non hanno alcuna idea di come valorizzare un brevetto. Nella mia esperienza industriale ho avuto esempi deprimenti di questa mancanza, su cui è meglio stendere un velo pietoso. Allo stesso tempo, i capitani d’industria dell’Italia post-bellica hanno lasciato il campo a grigi manager capaci di tarare le loro azioni solo sull’esistente e per un orizzonte temporale non superiore a tre anni, quello che – per il codice civile – esaurisce il loro mandato.
Per tutti loro, la ricerca è fondamentale solo a parole, in termini di comunicazione e immagine. Eppure, senza la capacità di generare nuove attività economiche basate sull’innovazione, le possibilità di crescita di un Paese sono nulle, e l’unica via è quella di competere sul costo del lavoro. Scelta che ci porterebbe verso il terzo mondo. E’ possibile cambiare questo stato di cose? Forse.
Ma occorre agire all’unisono su almeno sette fronti.
Primo: occorre liberare dalle tante vessazioni che li opprimono e dare un ruolo preminente a fondi di investimenti privato, private equity, venture capital etc. disponibili a investire nelle piccole società innovative. Nelle aree più produttive di idee degli Stati Uniti, come la Silicon Valley o Boston, ne esistono a centinaia, spesso migliaia. In Italia, secondo i dati di “Start Up Italia”, esistono solo 1.127 start up innovative, di cui solo 113 finanziate, per un misero totale di poco più di 110 milioni investiti nel 2013. Niente, rispetto agli oltre 10 miliardi di dollari che – nel 2013 – i soli venture capital statunitensi hanno trainato su start-up americane. Nel complesso, esistono (dati Aifi – Associazione Italiana Private Equity e Venture Capital) non più di 13 venture capital (contro i quasi 2.000 degli Stati Uniti o gli 800 della Germania). Ugualmente misero è il numero delle società di private equity. Con questi numeri non si va da nessuna parte. Un’ampia presenza di fondi privati e venture capital, invece, è fondamentale in quanto da noi manca una grande industria le cui articolazioni possano svolgere il ruolo di “pillar companies” – società pilastro, in grado esse stesse di finanziarie e aiutare le start-up nel loro percorso di crescita. Tuttavia, i pochi investitori nell’innovazione sono sottoposti (in quanto raccolgono capitali privati) a un sistema di vigilanza spesso vessatorio, che andrebbe drasticamente ridimensionato.
Secondo: i fondi privati dovrebbero godere di tassazioni agevolate, in particolare sugli investimenti in conto capitale. Per la fase iniziale della loro vita, si potrebbe addirittura pensare a annullare o rendere minimi tutte quegli esborsi (oneri di costituzione e registrazione, etc.) in modo da rendere attraente anche per fondi stranieri l’ingresso nel nostro Paese. Si tenga presente l’investimento in piccole società innovative è a altissimo rischio, in quanto la percentuale di start-up che muoiono prima di arrivare alla commercializzazione di un prodotto supera di gran lunga quella di quante hanno successo. Secondo un recente studio di Harvard, per esempio, solo il 25 percento delle start-up americane ha successo, nel senso che produce innovazioni vere e reddito per chi ci ha investito: ma è proprio quel 25 percento che rappresenta l’onda di continuo rinnovamento dell’economia americana. In un sistema perfetto, nessun problema: il tipico investitore si attende che i profitti realizzati su due delle dieci start-up su cui ha messo soldi eccedano di gran lunga gli investimenti complessivi. Ma in un sistema che deve decollare, come quello italiano, senza forti incentivi (e con le tante vessazioni di cui ho parlato) è difficile pensare che il capitale di rischio si muova agevolmente.
Terzo: bisogna smettere di pensare che tutta la ricerca sia utile, e quindi degna di finanziamento. In assoluto può essere anche vero, ma in pratica – per un Paese che deve ripartire – è un’idea velleitaria e dannosa. Occorre puntare su quei filoni che, in questo decennio, possono avere una grande potenzialità di mercato e in cui le barriere d’ingresso e i vantaggi accumulati dai concorrenti non siano già insormontabili. Queste caratteristiche, per esempio, escludono l’energia nucleare, ma non l’energia solare, le biotecnologie, la remediation ambientale, la chimica verde, il riutilizzo dell’acqua, i nuovi materiali a basso impatto energetico e ambientale, e molto altro ancora.
Quarto: la ricerca deve essere collegata al mercato e confrontarsi con esso. In realtà, questo aspetto è un corollario del precedente. Il ricercatore deve capire di che cosa ha bisogno il mondo che gli sta intorno e cercare di trovare delle risposte. Allo stesso tempo, deve essere in grado di presentare un business plan articolato a potenziali investitori. Pochissimi sono preparati su quest’ultimo aspetto: le università che fanno ricerca dovrebbero introdurre dei corsi specifici sull’argomento.
Quinto: tra università e l’universo di fondi e società che finanziano piccole società innovative deve esistere una sorta di simbiosi. Non a caso, grandi società, venture capital, private equity assediano letteralmente i campus del MIT o di Harvard. Da noi, come ho già osservato, gran parte delle università ha perfino difficoltà a dare valore alla proprietà intellettuale che produce, e non prepara i propri ricercatori a mettersi sul mercato. Tra i parametri di finanziamento della ricerca nelle università italiane, pertanto, dovrebbe entrare un meccanismo che consenta di misurare quel valore. Questo renderebbe più agevole e auspicabile l’erogazione di fondi di ricerca all’università – sia pubblici sia privati – e consentirebbe alle stesse università di creare fondi per finanziare spin-off e start-up da cui trarre royalty con cui finanziare altra ricerca (come fanno le grandi università americane), o per vendere le loro quote nel momento più propizio, anche attraverso periodiche esposizioni aperte agli investitori (vere e proprie mostre) delle ricerche più interessanti in atto, come fanno Harvard e MIT.
Sesto: lo stato dovrebbe limitarsi a finanziare la ricerca di base, una volta individuati i filoni di ricerca che meritano finanziamento. Chi riceve il finanziamento dovrebbe comunque presentare dei piani in cui siano presenti le tappe fondamentali che si vogliono conseguire con la ricerca, i tempi previsti per ciascuna tappa, l’originalità e la potenziale competitività di ciò su cui si lavora. Periodicamente, tutti questi aspetti dovrebbero essere rendicontati per evitare che si continuino a gettare soldi al vento per anni senza alcun controllo. Potrebbe partecipare anche al capitale di rischio dei fondi creati da università o soggetti privati.
Settimo: la proprietà intellettuale va difesa. In Italia lo si fa pochissimo, cosicché la possibilità di “scippi” di idee innovative è sempre in agguato. Il problema investe la scarsa specializzazione di studi legali e di altre organizzazioni professionali specializzate in materia. Visto che il mercato da solo non può dare in brevi tempi una risposta a questo problema, forse sarebbe più utile che lo stato o le regioni creasse questo tipo di organizzazioni sul territorio.

 

Elezioni europee: apriamo un confronto sul mediterraneo, a Frosinone

Europee 2014di GIUSEPPINA BONAVIRI

 

Siamo alle porte di un grande evento politico: le elezioni europee. Nessuno ne parla, pochi nutrono reale interesse ad aprire un confronto a riguardo nelle periferie d’Italia, i partiti tradizionali sono latitanti e sfioriti, i progetti roba d’altri tempi.

Tra il 22 e il 25 maggio andremo alle urne. Siamo chiamati tutti alle consultazioni elettorali per eleggere i nostri nuovi rappresentanti europei, elezioni queste che per la prima volta si tennero nel 1979. Quest’anno si aggiunge un nuovo Paese membro, la Croazia e questa volta il compito si fa arduo. Sarà come andare ad un referendum sull’euro cosicché la discontinuerà si presenta come l’arma vincente.

La discussione è arenata dentro le stanze dei potenti dove da settimane si discute animosamente sulle candidature da “riproporre” agli italiani, che in tutta verità, sonnolenti assistono inermi, senza reazione adeguata, come malati impotenti su un letto di morte.

Chiedere di aprire un dibattito, in Ciociaria come in altri territori d’Italia, entrare in contatto con il disegno che ci persegue, chiedere riconoscibilità chiara degli impianti, delle regole, delle competenze ed articolazioni che seguiranno per una concezione federale necessita di conoscenza e di scambio, di informazioni tra “centro” e dimensione cittadina.

Destra, sinistra, centro: tutto appare omologato e spregiudicatamente pronto al saccheggio. Tutto appiattito su logiche di mercato, Paese messo in ginocchio – da burocrati, papaveri, lacchè, amministratori ingordi, politicanti dell’ultim’ora testimonial del non cambiamento- se ne fa un altro magari sotto l’egida delle logiche europeiste.

Prendiamone atto per proporre da subito un percorso che, come nostra consuetudine e buon costume, parte da una etica civica e dal rispetto della buona politica, che parla la lingua dei nostri entroterra e che, anche ora rivitalizzi la politica partendo da un processo dal basso. I nostri territori appaiono, quanto mai, bisognosi di donne ed uomini, che non assurgano a caporali di quei clan e lobby che, invece, finora hanno fatto della malapolitica e della crisi istituzionale il loro pane quotidiano.

Papa Francesco si fa, in questi giorni, apripista spiazzando con la sua scelta sulle nuove nomine cardinalizie, in cui il peso dell’Europa appare fatalmente destinato a diminuire. Il futuro del cattolicesimo è tra le masse del Terzo Mondo, infatti, e non nel Vecchio Continente. Un segno questo di un mondo che evolve nonostante tutto; segnali di innovazione che dovrebbero essere recepiti non solo dalla politica ecclesiastica ma anche dalla nostra classe dirigente. L’altro messaggio che Papa Francesco ci invia è di come intendere le sedi un tempo ritenute prestigiose per creare cordate perché “queste non assicurano più, nel mondo che avanza, un automatismo di avanzamento di carriera” ma sono simbolo di come tutti possano autorevolmente essere partecipi. Parla di un ceto nuovo centrale e per nulla settario. La sua determinazione dovrebbe ulteriormente fare riflettere il ceto politico italiano, troppo spento e avvizzito intorno alle logiche di personalismi e per nulla inclusivo.

Rinforzare, allora, la legittimazione popolare, la democrazia diretta anche in versione europeista ci pare un primo spunto in cui nuove proposte possono essere suggerite dagli stessi cittadini. Tanto per iniziare all’Italia serve un progetto di alleanza Mediterranea che la aiuti a non disperdere e rilanciare le nostre radici e prerogative storiche.

Il progetto che fu presentato dalla nostra Rete Indipendente con il forte sostegno del gruppo Innovatori Europei e delle tante donne che da buona parte dell’Europa aderirono alla mia candidatura da Sindaco Indipendente nel Comune di Frosinone ben si addice ad una linea per il rilancio europeista della nostra provincia di Frosinone.

Frosinone allora sia primo nodo settentrionale dell’hub italiano del Mediterraneo. 

La futura area metropolitana di Frosinone si agganci così ad una naturale direttiva dello sviluppo italiano nel Mediterraneo. Puntando su settori più strategici, moderni, ad elevato valore aggiunto.

Proponiamo allora un dibattito pubblico su questo percorso e da subito aperto alle forze politiche che stanno terminando il loro mandato europeo e a quelle che saranno candidate.

Innanzitutto vogliamo parlare assieme a loro di infrastrutture immateriali, della filiera delle comunicazioni moderne. Il ritardo accumulato in questi anni può ribaltarsi e le condizioni competitive trasformate in vantaggio per una moderna e innovata imprenditoria frusinate desiderosa di puntare su una semplice ma ambiziosa idea che fu da noi Innovatori lanciata nel 2011: fare del centro Italia l’hub settentrionale connettivo dell’area euro-mediterranea, fare di Frosinone una piccola Capitale.

Lavoriamo con la rete degli Innovatori Europei per agire insieme, imponendo un dialogo tra diversi settori quali i trasporti, la formazione, i media, il turismo, la tecnologia. Per creare sinergie e integrazione tra forze socio-politiche ed istituzionali, in questa area, innescando meccanismi immediati di co-sviluppo ed integrazione economica-produttiva.

E’ su questi temi che si rimescoleranno le prossime possibilità di successo della nostra città. Costruiamo una nuova stagione di relazioni economico – culturali con il bacino Mediterraneo rilanciando l’immagine in campo nazionale ed internazionale del nostro territorio. Si può certamente fare con l’aiuto di tutti.

I ribelli dei forconi e i luoghi della vita

di Barbara Spinelli ( La Repubblica)

Fin qui abbiamo visto come in uno specchio, in maniera confusa, l’impoverirsi italiano: lo leggevamo nella scienza triste delle statistiche, delle percentuali. Ora lo vediamo faccia a faccia: è l’insurrezione formidabile, generalizzata, di chi patisce ricette economiche che piagano invece di risanare. Non è insurrezione pura, anzi il contrario. Non è collera di operai ma dei più svariati mestieri, perché tutti precipitano, anche il ceto medio che s’immaginava scampato e tanto più si sgomenta. In molte regioni il movimento è agguantato dalle mani predatrici della destra estrema, o berlusconiana, o leghista. Già sei anni fa, il Censis avvertì governi e politici: attenzione – disse – l’Italia è una “poltiglia” che ha smesso di sperare nel futuro, non potete far finta di niente. Prima ancora, fra il 2003 e il 2004, nacque la canzone che divenne emblema del sito di Grillo ed è oggi parola ricorrente del movimento 9 dicembre: “Non ce la faccio più!”. Qualche mese fa sui muri di Atene comparve una scritta, contro l’Unione europea, che echeggia il nuovo antieuropeismo italiano: “Non salvateci più!”. È detta rivolta dei forconi, perché volutamente rimanda alle jacquerie contadine del ’300. Neppure questa è una novità. La crisi frantuma la società, il vecchio scontro fra chi nella scala sociale stava sopra e chi sotto è soppiantato dall’atroce separazione tra chi sta dentro i castelli signorili e chi è fuori: escluso, non visto, non più rappresentato, ignaro della vecchia contrattazione perché il sindacato protegge i protetti, non chi è allo sbando. Hilary Mantel, scrittrice inglese, sostiene che gli inglesi son ricaduti nel Medio Evo: “La povertà è di nuovo equiparata a fallimento morale e debolezza, e l’assistenza pubblica anziché un diritto è un privilegio”. C’è di tutto, nel tumulto degli impoveriti: i piccoli commercianti che non rientrano dallo scoperto bancario, gli artigiani senza soldi per pagare le tasse e puniti dai tassi usurai praticati da Equitalia, i proletari giovanili del precariato, gli autotrasportatori, e il popolo delle partite Iva che usava evadere, che votava Lega, ed è ora sul lastrico. Non stupisce che nel movimento si attivino destre eversive come Forza Nuova o CasaPound. La Casa della Legalità a Genova sospetta infiltrazioni mafiose a Torino, Imperia, Ventimiglia, Savona. Alcuni inneggiano a governi militari, come in Grecia. Andrea Zunino, agricoltore, rappresenta solo se stesso ma si proclama leader e confessa, a Vera Schiavazzi su Repubblica, la sua ammirazione per la dittatura nazionalista e xenofoba del premier ungherese Orbàn. Si domanda, anche, come mai “5 o 6 tra i più ricchi del mondo siano ebrei”. Lo sguardo lungo della storia è utile, per ascoltare e capire la storia mentre si fa. Forse più dello sguardo degli economisti, disabituati a pensare l’uomo quando dice, nel sottosuolo, “non ne posso più”. Jacques Le Goff, non a caso specialista del Medio Evo, denunciò già nel ’97 la nefasta smemoratezza storica degli economisti: “Una lacuna tanto più disdicevole se si pensa che la maggior parte degli stessi economisti, che hanno acquisito nelle nostre società e presso i governi europei e mondiali un’autorità spesso eccessiva e a volte ingiustificata, non hanno una buona conoscenza della storia economica e, cosa ancor più grave, si preoccupano poco della dimensione storica”. Anche l’apparire di un personaggio come Pierre Poujade, negli anni ’50 in Francia, sorprese le élite dominanti quando si mise alla testa di una vastissima rivolta di piccoli commercianti e artigiani fino allora trascurati. Anche quel movimento, effimero ma per alcuni anni possente, covava sporadici pensieri fascistoidi, antisemiti (il bersaglio era il premier Mendès France, “non autenticamente francese”). Gli intellettuali lo stigmatizzarono, da Roland Barthes a Maurice Duverger. Più fine e terribilmente attuale il giudizio che diede lo storico-geografo André Siegfried: figli reietti della deflazione, i poujadisti “si dibattono nel chiasso, con i gesti disordinati della gente che annega”. Qui si ferma tuttavia il paragone. Poujade spuntò nell’era della ricostruzione e del Piano Marshall, a partire dal 1953. Lottava contro le trasformazioni di una crescita forte: le prime catene di supermercati che bandivano i negozi tradizionali, e le tasse innanzitutto, che dopo la Liberazione misero fine a tanti vantaggi – penuria, prezzi alti, mercato nero – accumulati in guerra dal piccolo commercio. Ben altro clima oggi: c’è deflazione, ma senza trasformazioni e senza vere rappresentanze locali. È una discesa di tutti, tranne per i ricchissimi. Forse per questo viene meno il mito della Piazza, caro a Poujade. La piazza romana divide i capi dell’odierno movimento, e i più temono infiltrazioni neofasciste. La parola che usano di più è “presidio”. Importante non è sfilare davanti al centro del potere ma presidiare i propri territori, i “pochi metri quadrati di pavimento” di cui parla Kafka, su cui a malapena stanno diritti. Ma, soprattutto, quel che manca oggi alla rivolta è un’egemonia culturale e politica che la interpreti e non la sfrutti elettoralmente. Il poujadismo fu all’inizio egemonizzato dai comunisti, che presto si ritrassero. Poi fu De Gaulle ad assorbirlo. La partitocrazia esecrata dai poujadisti fu lui a spegnerla, creando una repubblica presidenziale; e poté farlo perché nella Resistenza era stato uomo senza macchia, capace di incarnare il meglio e non il peggio della nazione, di redimerla e non di inchiodarla ai suoi vizi. Non così da noi: specie nell’ultimo trentennio. Sono tante le colpe di chi ha lasciato gli impoveriti senza rappresentanza e senza futuro. “Troppo volgare è stato l’esodo della sinistra, di tutte le sinistre, dai luoghi della vita”, scrive Marco Revelli sul Manifesto del 12 dicembre, e pare di riascoltare l’economista Federico Caffè quando deprecava il “mito della deflazione risanatrice” e l’indifferenza dei politici, degli economisti, degli stessi sindacati, a chi questo mito lo pagava immiserendosi. Gli adoratori del mito fanno capire che non c’è niente da fare: altra medicina non esiste. Mario Monti quand’era premier invitò addirittura a rassegnarsi: una generazione è perduta. La realtà è ancora più cupa, se pensiamo che in Italia i Neet (le persone che non lavorano né studiano-Not in Education, Employment or Training) sono il 27% fra i 15 e i 35 anni, non fra i 16 e i 25 come si calcola in altre democrazie: vuol dire che stiamo parlando ormai di due generazioni perdute, non di una sola. C’è da fare invece, se si aprono gli occhi su quel che accade nei luoghi della vita (sono questi i “presìdi”), e non si trasforma la rivolta in mero affare di ordine pubblico. Se la sinistra non lascia alle destre il monopolio su una disperazione in parte poujadista e regressiva, in parte assetata di giustizia e uguaglianza di diritti. Se si tira la gente verso l’alto e non il basso; verso l’Europa da cambiare e non verso la bugia dell’assoluta sovranità nazionale. È un insulto al movimento bollarlo come fascista, ma anche abbracciarlo con euforica, ipocrita, e finta acquiescenza. Senza linguaggio di verità, inutile sperare in un’egemonia culturale che aiuti a pensare chi insorge. È quel che tenta Paolo Ferrero, quando adotta il parlar-vero e dice al movimento: in fondo la vostra è una battaglia subalterna al liberismo che combattete; è dal liberismo che attingete i vostri slogan anti-statalisti, anti-tasse, anti-sindacato. Non ha torto: molto accomuna i nuovi movimenti italiani al moderno tea party americano, oltre che al poujadismo di ieri. Meglio schiodarsi da simili modelli, se non si vuol restar prigionieri di un nazionalismo che vuol liquidare il Welfare, e che non aiuterà chi soffre la povertà e la perdita dei diritti.

Resoconto di Progetti per un’altra Italia in Europa, 30 novembre, Roma

massimo convegnoProgetti per un’altra Italia in Europa

30 novembre 2013, ore 10 – 14

Via Sant’Andrea delle Fratte 16, Roma – Sala delle Conferenze, Partito Democratico

Esperti nazionali ed internazionali provenienti dal mondo accademico, dalle istituzioni, dal mondo delle professioni e dell’impresa, molti giovani in una sala entusiasta ed interessata. Si parlava di progetti per un’altra Italia in Europa, quella che noi Innovatori Europei auspichiamo da anni.

Dopo i saluti istituzionali pervenuti dalla Ministra Bonino, dalla Presidente della Camera Boldrini, dal segretario del Partito Democratico Epifani, dal Vice Ministro Catricalà, dal Vice Presidente vicario del Parlamento Europeo Pittella e un comunicato di supporto e stima all’iniziativa da parte del Sindaco di Roma Marino, il video messaggio del capogruppo alla Camera dei Deputati Speranza ha aperto i lavori.

Massimo Preziuso, presidente IE, ha fatto un veloce excursus sul progetto che, nato nel 2006 quale luogo di elaborazione e di proposta politica progettuale indipendente, sostenendo l’idea della urgenza di fondare un nuovo soggetto politico riformista ed europeista, rimane oggi un movimento autonomo che spazia in Europa e nel mondo.

Gli interventi, grazie agli autorevoli relatori, hanno sottolineato – auspicando nuove direzioni di crescita politica ed economica per l’Italia in Europa e nel mondo in un contesto caratterizzato dalle difficoltà degli Stati Uniti, dalla complessità della crescita cinese ed indiana, delle nuove opportunità del sud est asiatico, e la naturale ma culturalmente difficile convergenza con realtà come la Turchia o il nord Africa – l’urgenza di un rafforzamento della strategia politica ed industriale.

E’ altresì apparso evidente come oggi l’Italia può essere leader nel software e nell’industria ad alto contenuto di intelligenza, e come il progetto IE, calatosi nel vivo della costruzione di reti di collaborazione per la valorizzazione della italianità nel mondo è linfa vitale per il rilancio di un progetto comune a supporto dell’Italia e italianità nel mondo.

E’ stato così facile avviare i lavori alla conclusione, ricordando come IE in alcuni comuni italiani ha già dato il via ad esperienze politiche indipendenti con programmi basati su un nuovo policy making rivolto alla trasformazione delle città intelligenti e della loro governance in ottica progressista. Dai lavori emerge con chiarezza la necessità di un Paese che produca e consumi ricchezza in maniera diffusa e metta in una nuova rete saperi e produzioni in cui città medie e grandi, attorno ad una Capitale intelligente, rimangano protagonisti.

La necessità di dare fiato ad un largo movimento europeo, condiviso con molti dei relatori presenti, in un percorso congiunto tra le diverse realtà europeiste sui temi caldi e più che attuali delle prossime elezioni europee (nel semestre di presidenza italiana in Europa sarà necessario l’avvio della costruzione di una comunità euromediterranea, che includa e renda protagonista il nostro mezzogiorno) ci vedrà protagonisti del rilancio italiano in Europa a partire dalla prossima campagna elettorale .

La costruzione in itinere di una leadership italiana in Europa e nel Mediterraneo passa proprio da una rinnovata capacità di elaborazione di progetti complessi e di lungo periodo. Questo continuerà ad essere il nostro intento ed il nostro impegno.

Saluto del Vice Presidente vicario del Parlamento Europeo, Gianni Pittella, a Progetti per un’altra Italia in Europa, 30 novembre 2013, Roma

Gianni PITTELLA Vice President of the European Parliament
Bruxelles, 30 novembre 2013

Cari amici,
caro Massimo,

mi spiace non potere essere presente quest’oggi alla vostra importante iniziativa, ma impegni istituzionali mi impediscono di essere con voi.
Le forze democratiche del nostro Paese sono di fronte ad un passaggio cruciale. Una grande fase di cambiamento si sta aprendo e la grande battaglia del futuro non riguarderà organigrammi e incarichi, ma sarà una sfida di e tra idee.

In questa fase di ricomposizione, in cui si stanno tratteggiando i contorni della sinistra che sarà, Innovatori Europei dovrà contare con tutto il peso delle sue idee e l´iniziativa di oggi s’iscrive perfettamente in questa logica. I temi che affrontate sono decisivi per il Paese e per la sinistra: l’Europa innanzitutto perché il futuro dell’Italia dipende dal legame che sapremo consolidare tra il nostro paese e un’Europa che cambia, che non si limita a rigide politiche di austerità. La battaglia per il Talento e quella per il Mezzogiorno devono anch’esse essere il cuore del dibattito sul futuro della sinistra e dell’Italia.

Sono certo che l’appuntamento di oggi sarà solo un passaggio di un percorso che Innovatori Europei ha cominciato ormai da qualche anno e che l’ha portata a diventare uno degli attori più promettenti del dibattito culturale e politico.

Un caro saluto,
Gianni Pittella

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