Europa e Mediterraneo
21 June, Rome – Logistics and Infrastructure. The role of Southern Italy and its contribution to the italian economy
Innovatori europei: per il Sud una nuova fase da protagonista?
Articolo pubblicato sul sito del Partito Democratico
L’associazione Innovatori europei ha organizzato per il 21 Giugno al Nazareno, presso la sala delle conferenze della sede nazionale PD a Roma un convegno fortemente caratterizzato fin dal titolo: “Logistica e Infrastrutture. Il ruolo del Mezzogiorno e il suo contributo all’economia del paese”, con uno sviluppo degli interventi che vuole dimostrare come la ripresa dell’Italia sia pura illusione se non si attribuisce, una volta per tutte, al Sud un nuovo ruolo: non più inerte beneficiario di provvidenze utili a consolidare rapporti clientelari ma parte orgogliosamente e consapevolmente integrata nel territorio nazionale, organica allo sviluppo dell’intero paese.
Certo, non è una tesi completamente nuova, ma è la prima volta – da quanto ci risulta – che il tema è trattato in maniera così approfondita.
La scaletta degli interventi è infatti estremamente ricca, tanto da costringere gli organizzatori a dividere l’evento in due sessioni, una più tecnica e politica al mattino e una al pomeriggio che si propone di mostrare come il mondo si muove così rapidamente da non lasciare scampo a chi non accetta le sfide del nuovo mondo globalizzato.
Ed è proprio qui che si tocca di nuovo con mano lo “spirito del cambiamento” in atto nel paese: come affermano gli Innovatori europei, appena è iniziata a circolare la voce che si stava organizzando al Nazareno un convegno su questo tema, sono arrivate da ogni parte d’Italia tantissime richieste per poter assistere o anche per dare il proprio contributo al successo della manifestazione.
È segno che sta per iniziare una nuova fase? O che forse è già iniziata?
Innovatori europei: per il Sud una nuova fase da protagonista? (Articolo di Europa Quotidiano su convegno 21 giugno)
Il 21 giugno al Nazareno (sala delle conferenze del Pd) il convegno “Logistica e infrastrutture. Il ruolo del Mezzogiorno e il suo contributo all’economia del paese”
L’associazione Innovatori europei ha organizzato per il 21 Giugno al Nazareno di Roma un convegno fortemente caratterizzato fin dal titolo: “Logistica e Infrastrutture. Il ruolo del Mezzogiorno e il suo contributo all’economia del paese”, con uno sviluppo degli interventi che vuole dimostrare come la ripresa dell’Italia sia pura illusione se non si attribuisce, una volta per tutte, al Sud un nuovo ruolo: non più inerte beneficiario di provvidenze utili a consolidare rapporti clientelari ma parte orgogliosamente e consapevolmente integrata nel territorio nazionale, organica allo sviluppo dell’intero paese. Certo, non è una tesi completamente nuova, ma è la prima volta – da quanto ci risulta – che il tema è trattato in maniera così approfondita.
La scaletta degli interventi è infatti estremamente ricca, tanto da costringere gli organizzatori a dividere l’evento in due sessioni, una più tecnica e politica al mattino e una al pomeriggio che si propone di mostrare come il mondo si muove così rapidamente da non lasciare scampo a chi non accetta le sfide del nuovo mondo globalizzato. Ed è proprio qui che si tocca di nuovo con mano lo “spirito del cambiamento” in atto nel paese: come affermano gli Innovatori europei, appena è iniziata a circolare la voce che si stava organizzando al Nazareno un convegno su questo tema, sono arrivate da ogni parte d’Italia tantissime richieste per poter assistere o anche per dare il proprio contributo al successo della manifestazione. È segno che sta per iniziare una nuova fase? O che forse è già iniziata?
Pittella, “Europeo” senza snobismi
di Massimo Micucci su Il Rottamatore
C’è una vittoria nella vittoria del Pd, quella di Gianni Pittella. Un politico del popolo, riformista da sempre pragmatico e popolare. Non nel senso cui sono abituati i fighetti della politica e dei media. Neanche questa volta il suo partito lo ha messo capolista, per una scelta di “genere” mentre di solito lo snobbava un per una scelta di “specie”. Gianni Pittella non ha infatti quarti di nobilità comunisti o democristiani e non è neppure un affabulante giornalista, di quelli che si prendono un seggio e poi passano la loro vita a parlar male del partito che li ha eletti. È un politico, anzi un lavoratore della politica che è partito dalla Basilicata, la regione in assoluto più isolata dell’Italia, ha origini nel Partito Socialista, che è stato a lungo il partito più vituperato a sinistra. Quando è andato a fare il parlamentare europeo, però, ha avuto sempre chiaro che non doveva mai “farsi fregare” da un comodo seggio, che non doveva smettere di pensare al Sud. Così ha coltivato instancabilmente una sua rete di contatti, di idee, di persone, di organizzazioni che non hanno mai coinciso con il “partito” esistente e ha messo al centro il riscatto del Sud, il ruolo politico dei suoi territori.
Una scelta fatta di attenzioni, di dialogo con gli elettori (anche quando non c’erano elezioni) di legami e di proposte. È stato, anni fa, il primo politico italiano che ho sentito parlare di eurobond. Ha fondato una associazione bipartisan sui temi del Mediterraneo. In un dibattito radiofonico ormai lontano, mi è capitato di definirlo un networker instancabile. Eppure un meridionale a Strasburgo non ha molto da distribuire in termini di vecchia politica e favori. Conosco giovani parlamentari di oggi che preferiscono fare il sindaco o il consigliere comunque nel loro paese. Gianni Pittella non ha mai smesso di lavorare in quel “teatro” della politica (che pur tornando “trendy” è rimasto spesso deserto) dove ci sono le persone. Non abbandona mai europarlamentari più sensibili ai temi della innovazione.
Non è un “uomo di comunicazione”, è un politico che comunica, e non si chiude ed ha avuto il coraggio di candidarsi segretario e poi però di allearsi con Renzi senza pretendere una “correntella”. Già godeva di stima e di simpatia diffusa sia in Parlamento che fuori. Con una campagna elettorale innovativa, fisica, stringente e faticosissima, ha abbracciato generosamente persino la capolista più “difficile” del quintetto, Pina Picierno, aiutandola con spirito di partito e portandosi a un record di preferenze oltre le duecentomila. Perché dico tutto questo? Perché Gianni Pittella oggi, in un voto che ha il segno di Matteo Renzi, è un anello di congiunzione tra popolo ed Europa, e abbiamo capito tutti quanti ce ne sia bisogno. Se dopo aver bene operato da vice-presidente, diventasse Presidente o altro, farebbe certamente bene all’Europa che va ricostruita innanzitutto in rapporto con i territori e con le persone.
Comunicato. Dibattito 20 Maggio: Verso la Smart Nation, la Regione Lazio nella nuova competizione europea
Comunicato stampa degli Innovatori Europei
Martedì pomeriggio presso il Caffè Letterario di Roma ha avuto luogo un attento e partecipato dibattito tra innovatori e candidati di diversi orientamenti politici alle prossime europee.
Dopo le introduzioni di Massimo Preziuso e Giuseppina Bonaviri, Cesare Pozzi ha delineato le basi del progetto con la presentazione di “Verso la Smart Nation”, con cui si è dato l’avvio alle presentazioni dei candidati e al dibattito con gli intervenuti, durato fino a sera.
Da questo innovativo format aumenta in noi la consapevolezza che l’emersione e il protagonismo dei “costruttori” italiani, dentro e fuori le istituzioni partitiche, sia primaria fonte di crescita virtuosa e di rinnovamento riformista per il Paese.
Noi Innovatori Europei continueremo a “costruire” connessioni tra mondi diversi ma complementari per l’ avvio di percorsi di sviluppo sostenibile che necessitano di nuove infrastrutture, materiali ed immateriali, quali architravi per l’avvio di nuove direzioni di crescita “smart” nei territori italiani.
Solo in questo modo l’Italia potrà tornare protagonista in ambito europeo, quale porta continentale di sviluppo mediterraneo.
Il progetto “Smart Nation” è la matrice di questo variegato percorso di innovazione sociale ed economica.
Roma, 20 Maggio 2014. Dibattito con candidati: Verso la Smart Nation, la Regione Lazio nella nuova competizione europea
Il progetto di Innovatori Europei dal titolo “Verso la Smart Nation” ambisce a disegnare una nuova governance dello sviluppo delle città e delle regioni, inquadrata in un contesto Paese rinnovato, attraverso la costituzione e valorizzazione di reti territoriali che siano volani per nuovi percorsi di produzione e internazionalizzazione. Perchè importare petrolio e metano invece di aumentare la produzione interna?

“Il principio di precauzione ha la precedenza su tutto. La risposta ai rischi industriali non è tuttavia l’impedimento a fare, ma la capacità di governarli.”
Quel mare di petrolio che giace sotto l’Italia
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 18 maggio 2014
Come i governi precedenti anche l’attuale governo non sa dove trovare i soldi per fare fronte ai suoi molteplici impegni. Eppure una parte modesta ma non trascurabile di questi soldi la può semplicemente trovare scavando – non scherzo – sotto terra. Ci troviamo infatti in una situazione curiosa, per non dire paradossale, che vede il nostro Paese al primo posto per riserve di petrolio in Europa, esclusi i grandi produttori del Mare del Nord (Norvegia e UK). Nel gas ci attestiamo in quarta posizione per riserve e solo in sesta per produzione. Abbiamo quindi risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle. In poche parole: vogliamo continuare a farci del male.
Nonostante l’attività di esplorazione delle nuove riserve sia ormai bloccata da un decennio, con un numero di metri perforati inferiori a un decimo di quelli del dopoguerra, l’Italia potrebbe – sulla base dei progetti già individuati – almeno raddoppiare la sua produzione di idrocarburi (petrolio e metano) a circa 22 milioni di tonnellate equivalenti petrolio entro il 2020.
Solo con questo significherebbe alleggerire la nostra bilancia dei pagamenti di circa 5 miliardi di euro ed aumentare le entrate fiscali dello Stato di 2,5 miliardi ogni anno. Si attiverebbero inoltre investimenti per oltre 15 miliardi, dando lavoro alle decine di nostre imprese che operano in ogni angolo del mondo ma sono impossibilitate a farlo nel loro paese.
Parlo naturalmente di produzione potenziale perché, per mille ragioni, petrolio e metano restano dove sono.
Mi rendo evidentemente conto che tra le mille ragioni ve ne sono parecchie che debbono essere prese seriamente in considerazione perché la sicurezza e la protezione dell’ambiente sono per tutti una priorità. Il principio di precauzione ha la precedenza su tutto. La risposta ai rischi industriali non è tuttavia l’impedimento a fare, ma la capacità di governarli. Il nostro Paese ha conoscenze, tecnologia, esperienza per riuscirvi ed ha una delle più severe legislazioni a tutela dell’ambiente e della sicurezza dei territori.
Nel nostro caso ci troviamo invece di fronte a situazioni incomprensibili perché il principio di precauzione viene usato in modo da proibire qualsiasi utilizzazione delle risorse del sottosuolo e viene adottato per difendere l’idea che ciascuno abbia il diritto di veto nei confronti di qualsiasi iniziativa.
Questo comportamento impedisce in primo luogo la possibilità di ricavare un ulteriore quantità di energia dai giacimenti di terraferma della Basilicata e delle regioni limitrofe.
L’esempio più clamoroso riguarda tuttavia i giacimenti in mare.
Non intendo prendere in considerazione risorse energetiche che si trovano vicino alla costa e che potrebbero quindi provocare ipotetici danni agli equilibri geologici del territorio. Mi limito ai giacimenti in mare aperto, dove questo pericolo non sussiste. Il caso più clamoroso riguarda tutta la dorsale dell’Adriatico, così promettente da essere oggetto di un grandioso piano di sfruttamento da parte del governo croato, che ha recentemente chiamato a gara le grandi compagnie energetiche internazionali per sfruttare un giacimento che, come ha dichiarato il ministro degli esteri del paese a noi vicino, può fare della Croazia il “gigante energetico d’Europa“.
La gran parte di queste potenziali trivellazioni si trova lungo la linea di confine delle acque territoriali italiane, al di qua delle quali ogni attività di perforazione è bloccata. Si tratta di giacimenti che si estendono nelle acque territoriali di entrambi i paesi ma che, se non cambierà la nostra strategia, verranno sfruttati dalla sola Croazia.
Visto che il bicchiere è uno solo non vedo perché, come è stato ironicamente scritto, la bibita debba esse succhiata da una sola parte.
Gli esperti sono concordi nel dire che non vi è nessun rischio ma, in ogni caso le conseguenze dell’estrazione del metano non possono essere diverse se essa viene fatta dagli italiani o dai croati. Se siamo convinti che vi siano pericoli, abbiamo l’obbligo di fare appello a un tribunale o a un arbitrato internazionale. Se questo non è il caso non vedo perché non dovremmo affrettarci a fare quello che stanno facendo i nostri vicini.
Identica è la situazione delle sostanziose risorse petrolifere molto probabilmente sepolte nel mare tra la Sicilia e Malta.
Come ho già sottolineato non si tratta di energia immediatamente disponibile perchè occorrono alcuni anni di lavoro per poterla utilizzare. Tuttavia gli investimenti comincerebbero subito, mentre i recenti eventi in Ucraina e in Libia dovrebbero spingerci ad aumentare la nostra futura sicurezza energetica, sia attraverso la produzione interna sia facilitando l’arrivo di gasdotti, oleodotti e la costruzione di impianti di gassificazione.
Abbiamo deciso di essere fuori dal nucleare, stiamo gettando una quantità di risorse non certo aumentabili nelle energie rinnovabili e siamo tuttavia lontani dalla sufficienza energetica. Cerchiamo perciò di utilizzare in fretta gli strumenti che abbiamo. L’Italia non è povera di petrolio e di metano, ma assurdamente, preferisce importarli piuttosto che aumentare la produzione interna. Nell’ultimo decennio abbiamo pagato all’estero 500 miliardi di euro per procurarci la necessaria energia. Un lusso che non possiamo più permetterci.
«Une association de locataires est plus démocratique que l’Europe»

Hégémonie de Berlin, manque de participation citoyenne, élargissement hasardeux : à la veille des élections, le linguiste italien Raffaele Simone dresse un portrait sans concession de l’Europe. Pour mieux la réformer.
Crise économique, institutionnelle, sociale… L’Union européenne semble plus que jamais dans l’impasse. Raffaele Simone, professeur de linguistique à l’université de Rome, analyse les causes de cet état dépressif. En 2010, il avait publié chez Gallimard le Monstre doux : l’Occident vire-t-il à droite ? (1) Cette analyse décapante sur le triomphe de l’idéologie de la consommation et du divertissement dénonce l’incapacité de la gauche à formuler un grand projet à la hauteur de son temps.
Comment définir la crise actuelle de l’Europe ?
Elle est avant tout due au fait que les citoyens européens ont commencé à percevoir l’existence de cette entité. Longtemps, l’Europe a seulement été une étiquette, elle n’avait pas vraiment de contenu. Aujourd’hui, la population ressent son existence et en distingue les défauts plus que les avantages. Pour le citoyen ordinaire, le seul intérêt de l’Europe, c’est la possibilité de circuler librement. Pour d’autres catégories de personnes, c’est de faire circuler le capital ou de créer des entreprises sans obstacles. Les défauts sont en revanche nombreux, à commencer par l’euro, qui a appauvri plus de la moitié des citoyens européens. Et une bureaucratie européenne quasiment céleste, extrêmement bien rémunérée, privilégiée et repliée sur elle-même. Quant à la démocratie, elle est très lacunaire. Une fois que les citoyens ont voté pour le Parlement de Strasbourg, ils n’ont plus aucun moyen d’intervenir. L’UE compte encore très peu au niveau international et elle subit l’hégémonie de Berlin. Elle constitue une grande succursale de l’Allemagne, surtout en Europe centrale, qui est un gigantesque marché allemand.
Sous la pression des mouvements populistes, la crise risque-t-elle d’être fatale à l’Europe ?
Nous sommes liés à la structure de l’Union européenne un peu comme le chien l’est à sa laisse. Trop de choses dépendent de l’UE : les financements des grands projets d’infrastructures, l’agriculture, la circulation des personnes et des biens, l’euro. Nous sommes dans une phase de transition où le risque le plus grand est celui des populismes.
Ces mouvements sont-ils nouveaux ou n’appliquent-ils que des vieilles recettes nourries à l’anti-européisme ?
L’élément novateur, c’est l’attention portée à la sphère numérique, aux nouvelles technologies. En revanche, en ce qui concerne les ingrédients, on peut observer des constantes : les mouvements populistes importants sont nés dans des pays qui, dans le passé, ont connu des formes de fascisme. Cela signifie que les mouvements populistes modernes ne sont que des formes allégées de fascisme. Il s’agit d’un avatar récent de l’éternel fascisme européen. Et c’est extrêmement périlleux. Leurs publics sont essentiellement des personnes qui s’informent peu et ne comprennent pas grand-chose. Ce qu’autrefois on appelait la plèbe. L’un des aspects typiques du populisme est de construire une figure de vilain. Il y a un méchant physique et un méchant institutionnel. Pour les fascistes, le méchant interne était les communistes, puis les juifs. Le méchant externe était l’Angleterre. Aujourd’hui, le vilain interne, c’est l’étranger et l’externe, c’est l’Europe. Le scénario est similaire.
Ces mouvements ont aussi un visage contemporain…
La seule particularité des nouveaux populismes, c’est qu’ils créent l’illusion de la démocratie directe à travers les nouvelles technologies. L’humoriste et militant Beppe Grillo entre totalement dans ce schéma. Il y a aussi des populismes de gauche à la Mélenchon. Mais le style de sa communication est un style fasciste. Sa conception des riches est typiquement dans cette veine. Les fascistes parlaient de ploutocratie. Si Mélenchon n’alimente pas le rejet de l’étranger, c’est parce qu’il faut qu’il exhibe quelques éléments de gauche. Le vrai basculement dans le sentiment qu’ont les opinions publiques vis-à-vis de l’UE est dû à l’émergence de ces mouvements populistes qui ont fait tellement de bruit que même les citoyens qui n’étaient au courant de rien s’en sont trouvés sensibilisés. Ce sont eux qui ont la vraie responsabilité du changement d’attitude envers l’UE.
N’est-ce pas la mondialisation qui met en difficulté les pays européens plutôt que l’Europe elle-même ?
De nombreuses multinationales sont européennes. On ne peut donc pas dire que nous sommes victimes du processus de mondialisation. Il est vrai que celle-ci a favorisé l’émergence de nouvelles puissances. Mais la crise est avant tout interne à la structure. Des aristocraties intouchables se sont créées dans la sphère européenne. Ce ne sera pas facile de mettre à la porte Barroso et Van Rompuy avec toute leur clique. On est face à une bureaucratie qui, en grande partie, autolégifère. Ajoutons le fait que l’Europe est composée de pays où l’on parle des langues différentes, ce qui favorise certaines hégémonies. La classe politique italienne, qui ne parle pas l’anglais, ne peut certainement pas être aux avant-postes des débats. Ce n’est pas un détail. Les gaffes linguistiques de Romano Prodi sont restées célèbres.
La langue serait un obstacle à l’unité ?
La présence européenne dans le monde est encore facilitée par la diffusion de ses langues, mais il n’y a pas de langue d’usage dans le périmètre de l’UE. Tout le monde connaît un peu d’anglais, mais sans vraiment le maîtriser. Le modèle de l’intercompréhension, élaboré par la linguiste française Claire Blanche-Benveniste, pourrait être une solution. Chacun parle dans sa propre langue et en comprend certaines autres sans nécessairement les parler. C’est un objectif réaliste, mais qui requiert une politique éducative au niveau européen.
N’y a-t-il pas un excès d’autoflagellation chez les Européens ?
L’autoflagellation est une maladie italienne. Peut-être est-ce aussi la maladie de l’Europe. La vérité, c’est que l’Europe est un vieux continent qui, de surcroît, a inventé la démocratie. La vieillesse signifie une histoire longue et donc la sensation que nous avons déjà vu le même film plusieurs fois. Il est inévitable qu’un Européen ait une vision des choses plus amère qu’un Nord-Américain. D’autre part, ayant inventé la démocratie, l’Europe souffre de tous les défauts de ce système. A un certain moment, les électeurs se sont rendu compte que leur quote-part de participation aux grandes décisions était trop faible. La démocratie représentative, avec ses multiples strates, ne satisfait plus personne. Si je presse sur le bouton, les effets sur la décision finale procèdent d’une série de décisions intermédiaires. C’est la négation de la démocratie. La structure européenne est typique de ce phénomène.
Sans l’Europe, presser sur le bouton n’aurait-il pas encore moins d’effets ?
Sans aucun doute. Je critique la structure mais, à la différence des populistes, je ne veux pas la détruire. Je souhaite l’améliorer. L’Europe représente un grand avantage mais avec quelques changements substantiels, ce serait encore mieux. A commencer par une plus grande démocratisation, par exemple avec l’introduction de référendums européens pour solliciter l’avis des citoyens sur les décisions importantes.
Construire l’Europe sur une base économique constitue-t-il un péché originel ?
Après la guerre, il était inévitable que l’Europe naisse sur un accord comme celui sur le charbon et l’acier. C’est quand elle est devenue une entité politique que les ennuis ont commencé, c’est-à-dire pratiquement lors des premières élections européennes [en 1979]. Ensuite, l’Europe s’est politisée à l’excès mais elle ne s’est pas démocratisée. Une association de locataires est beaucoup plus démocratique que l’Europe. Nous votons pour le Parlement mais ce n’est pas à ce niveau que se prennent les principales décisions. Certains choix qui engagent tout le continent ne sont pas soumis à la volonté des citoyens. Il faudrait aussi introduire quelques limites sur le nombre et le cumul des mandats, le passage d’une fonction à l’autre, etc. Mais comme nous sommes face à des organes qui autolégifèrent, je pense que ce sont des objectifs inatteignables.
Quelle est l’alternative ?
L’Europe est une entité historique indiscutable, malgré la diversité de langues et de traditions. Et que cela nous plaise ou non, c’est un continent où les valeurs sont en grande partie fixées par le christianisme. Naturellement, il existe plusieurs Europe. Mais comme Milan Kundera, je pense que l’Europe finit là où commence la sphère russe. Les récents événements en Ukraine le prouvent. La Turquie, qui a été l’ennemie millénaire de l’Occident, n’est pas non plus en Europe. Dans l’absolu, il faudrait pouvoir évaluer le degré d’européisme des pays de manière à éviter le syndrome d’immobilisme qui a frappé des organismes comme l’ONU, l’Unesco ou la FAO…
Cela pose la question de l’élargissement à l’Est de l’Europe. N’a-t-il pas été avant tout une réunification de l’Europe ?
En politique, il n’existe pas de devoir moral. En acceptant ces pays, on aurait dû prendre en compte les expériences politiques récentes et on aurait dû demander leur avis aux citoyens européens. Le cas hongrois est intéressant. La Hongrie a connu une longue phase communiste, mais aussi une expérience nazie terrifiante. Ces deux cordes vibrent encore dans ce pays. Même chose pour la Roumanie qui, avec la libre circulation, a laissé partir des groupes de population comme les Tziganes, qui posent problème dans les pays d’accueil. L’intégration de ces pays a été faite de manière superficielle et on en voit les conséquences. La Hongrie est en train de devenir la centrale de l’extrême droite européenne et elle révèle l’impuissance de l’UE à corriger des déformations. L’élargissement a été fait à la légère, sous la pression de l’Allemagne et de ses intérêts économiques. La gauche devrait avoir le courage de regarder la réalité en face.
L’Europe peut-elle être une réponse à la crise de la gauche ?
La première mesure de gauche que l’on pourrait prendre en Europe serait de fixer une politique fiscale commune. Mais je ne crois pas que cela se fera dans un avenir proche. La gauche pourrait tirer parti de l’Europe si seulement elle comprenait l’importance de cette entité. Mais quand on regarde ses candidatures aux européennes, c’est à pleurer. Si la gauche tenait à cette institution, elle présenterait aux élections les meilleurs cerveaux de chaque pays.
(1) Il prépare «Come le democrazie falliscono», sur la faillite des démocraties.
Dessin Yann Legendre
Martin Schulz supporta l’amico e vice Gianni Pittella: la coppia del presente e del futuro a Brussels
La coppia Schulz – Pittella sarà ancora più protagonista nella prossima legislatura europea.
Martin Schulz conclude il saluto di supporto dicendo che Gianni Pittella “si batte con me per discutere, più di quanto non sia stato fatto finora, sulle possibilità per il Sud Europa e per il Sud Italia di essere un ponte per la sponda opposta del Mediterraneo nel quadro dello sviluppo della cooperazione economica, culturale e ambientale”.
In questa frase, in sintesi, la visione politica degli Innovatori Europei.
Ingegneri e fondi europei: il futuro è nelle “Reti di intelligenza collettiva”
Innovatori Europei collabora con il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ad una nuova visione strategica delle professioni tecniche italiane per un loro protagonismo nell’ Europa della Smart Specialization. L’avvio del prezioso dialogo con il Vicepresidente vicario del Parlamento Europeo Gianni Pittella rientra in una serie di iniziative e studi che ci porteranno al congresso nazionale del prossimo autunno e ad operare nei territori insieme alle istituzionali locali, nazionali ed europee.
Comunicato Stampa (pubblicato anche su sito Consiglio Nazionale degli Ingegneri)
“Europe 2020: gli ordini professionali verso la Smart Specialization”. Questo il tema dell’incontro tenutosi nei giorni scorsi a Roma e che ha visto la partecipazione dell’On. Gianni Pittella, Presidente Vicario del Parlamento Europeo, di Gianni Massa, Vicepresidente del Consiglio Nazionale Ingegneri, e di Massimo Preziuso, coordinatore nazionale di Innovatori Europei.
In occasione della discussione, i rappresentanti di CNI e di IE hanno illustrato all’On. Pittella l’omonimo documento strategico. Si tratta di un progetto che mira a trasformare gli Ordini Professionali in protagonisti della nuova strategia Europe 2020, facendo leva su una rete di circa 250 mila professionisti in Italia, col coordinamento della ancora più ampia Rete delle Professioni Tecniche.
In particolare, i rappresentanti degli ingegneri hanno illustrato il nuovo approccio “smart” alle politiche europee e al nuovo ruolo che si sta disegnando per i professionisti tecnici.
Il nucleo fondamentale del ragionamento strategico risiede nell’animazione delle cosiddette “reti di intelligenza collettiva”, che gli Ordini possono garantire, grazie alla loro radicata presenza nel territorio. Lo scopo è quello di creare una nuova generazione di professionisti europei che sappiano orientare la formazione continua all’ideazione di progetti europei che possano cogliere le nuove opportunità aperte dall’accesso per i professionisti ai fondi comunitari. A questo proposito, gli ingegneri e i professionisti in genere si propongo di svolgere un ruolo di supporto alla Pubblica Amministrazione nella programmazione dei progetti e degli interventi sul territorio.
“Ritengo di estremo interesse l’approccio suggerito dagli ingegneri – ha affermato al termine dell’incontro l’On. Pittella – Le professioni tecniche possono svolgere un ruolo fondamentale nella guida dei processi di trasformazione smart dei territori, ormai indispensabili ed espressamente richiesti dalla nuova programmazione europea dei fondi strutturali”.
“Siamo molto soddisfatti – ha commentato Gianni Massa – di questa importante collaborazione che apre un canale privilegiato tra istituzioni europee e ordini professionali italiani e mediterranei. ”.
“E’ nel favorire il dialogo costruttivo tra reti di professionalità e progettualità italiane e istituzioni europee – ha aggiunto Massimo Preziuso – che si costruisce concretamente il nostro futuro”.


